L’amore tutto cambia

La nostra storia comincia nell’estate del 1941, quando le truppe naziste raggiungono i paesi baltici «sostituendosi» al regime sovietico e vanificando le speranze di un ritorno all’indipendenza. In particolare, la Germania intende sfruttare le miniere estoni di scisto bituminoso (indispensabile per far fronte alla carenza di petrolio), e vuole trasformare il piccolo Stato baltico in area di sterminio per gli ebrei rastrellati da altri paesi. Dei circa 12.500 ebrei qui concentrati da altri paesi, oltre la metà moriranno, e verso la fine della guerra 4.600 verranno ricollocati altrove. Gli oltre 20 lager estoni sono più piccoli di quelli in territorio polacco, e dipendono dal campo principale di Vaivara, dove lavorano migliaia di detenuti raccolti dai ghetti baltici. Coloro che non sono in grado di svolgere lavori pesanti vengono trasferiti ai campi di sterminio o eliminati sul posto.

Nel settembre del 1942 in Estonia arriva il primo migliaio di ebrei dal campo cecoslovacco di Terezín, fra i quali c’è Ingeborg Sylten, una graziosa diciassettenne dai capelli castano-chiari. Proveniva da Brno, deportata con la madre e i due fratelli, mentre suo padre Robert – che cambiò il cognome ebreo Silberstein in Sylten per motivi ignoti – si è trasferito per lavoro in territorio sovietico (finirà nei lager staliniani, e nel dopoguerra avrà una vita avventurosa in Medio Oriente).
Inge e alcune sue compagne vengono assegnate per alcuni mesi al campo di Jägala, affidato a forze di polizia arruolate fra la popolazione locale. Si tratta di una situazione relativamente sopportabile: è permesso loro di indossare i propri abiti, il lavoro coatto è leggero, e grazie alla sorveglianza blanda possono persino allontanarsi a raccogliere bacche nei boschi o a chiedere cibo agli abitanti del luogo.
Successivamente le detenute sono inviate a Tallinn, dove svolgono lavori pesanti nei cantieri cittadini e al porto. Tuttavia la situazione continua ad essere ambigua: per evitare malcontento tra la popolazione estone, i nazisti permettono alle detenute di indossare i propri abiti sul posto di lavoro senza mostrare la stella gialla: ufficialmente sono semplici «operaie straniere». Possono avvicinare i civili che spesso le aiutano – alcune hanno anche il «fidanzato», qualche giovanotto del posto che porta pacchetti di viveri accompagnati da letterine d’amore. Scortate dalle guardie, possono recarsi anche dalla parrucchiera o frequentare i locali pubblici.
Una sopravvissuta ricorda come un tedesco, proprietario di una fabbrica, le ripeteva: «Se non lavori ti infiliamo in una cassa e ti trasformiamo in saponetta!». «E noi ridevamo – commenta lei – pensando che volesse spaventarci e che scherzasse… I marinai svedesi ci dicevano: “Venite via con noi, scappate”. Ma avevamo paura, e poi c’era il senso di responsabilità verso il gruppo: se scappo io, ci van di mezzo le altre».
Nell’autunno del ’43 Inge è assegnata al sottocampo di Ereda, che ospita circa 3000 detenuti. Ad attendere il contingente alla stazione c’è il comandante del campo, Heinz Drosihn, un giovanotto di bell’aspetto ma tutt’altro che tenero nei confronti degli ebrei. Alla vista di Inge, il sottufficiale nazista ha un colpo di fulmine: la invita a salire in auto e la accompagna all’infermeria del campo, dato che la ragazza appare molto provata. Drosihn le fa visita regolarmente, le dice che è preoccupato e teme che patisca il freddo e non possa alimentarsi a sufficienza, ma lei risponde che non può accettare né coperte né altro cibo se non vengono distribuiti anche alle altre detenute.
La loro conoscenza fortuita si trasforma pian piano in relazione pubblica e assume connotazioni particolari: la giovane si trasferisce di sua spontanea volontà nella residenza di Drosihn, ufficialmente gli fa da cuoca, benché la stessa mansione sia coperta dalla detenuta Gisela Danzigerová. «Secondo me – le dice Gisela – non è una buona idea andare a vivere da lui… Ma lei canticchiava, era molto giovane».
È evidente a tutti gli abitanti del campo che non si tratta di un capriccio del comandante: i due, provenienti da mondi così diversi e apparentemente inconciliabili, sono veramente innamorati l’uno dell’altra. Ormai è come se il campo, la guerra, per loro non esistessero più: Heinz si strappa persino i gradi, gira per il campo senza l’uniforme delle SS benché svolga ancora le solite mansioni, ma agisce in modo da non contrariare Inge. Le sopravvissute ricordano come un giorno lei si permette di strappargli di mano il frustino con cui sta per punire una detenuta, e da allora smette di usarlo.
Il loro rapporto affettivo supera preconcetti ed egoismi di parte, e suggerisce ad entrambi un nuovo modo di affrontare la vita che finisce per avere conseguenze positive per tutto il campo.
In inverno, un gruppo di detenute che stanno tornando da un cantiere lontano vengono colte da una tempesta di neve e alcune di loro, sfinite, non ce la fanno a rientrare; Inge, saputolo, insiste perché Heinz dia l’ordine di inviare una squadra di soccorso con slitte trainate da cavalli.
L’idillio va avanti per tre mesi, finché da Vaivara viene inviato un nuovo direttore temporaneo. All’arrivo dell’ispezione, nel febbraio 1944, Heinz non si trova al campo e da quel giorno sparisce. Trovano invece Inge nella residenza dell’amministrazione, viene interrogata e picchiata. Dopo tre giorni abbandona il campo fuggendo attraverso un cunicolo scavato dalle compagne di detenzione. Nessuno sa però la meta dei due fuggitivi. Secondo Gisela, la loro idea è quella di scappare in Svezia, paese neutrale, progetto che in inverno è difficilmente realizzabile: dovrebbero attraversare il Golfo di Finlandia ghiacciato, camminando decine di chilometri a piedi o con gli sci, oppure attendere la primavera e imbarcarsi clandestinamente su una nave.
Purtroppo la loro fuga finisce tragicamente. Non sappiamo in quali circostanze sono catturati, e nemmeno se vengono uccisi o se si suicidano. Sappiamo che le SS li seppelliscono in un punto imprecisato tra i boschi.
Scrive Grossman in Tutto scorre: «Gli uomini non volevano fare del male a nessuno, ma durante tutta la loro vita facevano del male. E tuttavia gli uomini erano uomini. E, meravigliosa, mirabile cosa: lo volessero o no, essi non lasciavano che la libertà morisse, e persino i più terribili di loro la conservavano con amore nelle loro terribili anime deturpate e tuttavia sempre umane».
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I cuori grandi

Fabio Capolla
mercoledì 25 gennaio 2017

ELICOTTERO 118 CADUTO. Cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo. In tanti ieri si sono posti questa domanda. L’Abruzzo in queste ultime settimane è diventato il centro del mondo. Per le disgrazie. Mentre i soccorritori lavorano alacremente sulle rovine dell’hotel di Rigopiano per recuperare i corpi delle persone rimaste sotto la slavina, con la speranza, sempre più flebile, di trovare qualcuno ancora in vita, le cronache registrano altri sei morti. Un elicottero del soccorso del 118 è precipitato ieri subito dopo aver recuperato uno sciatore 50enne di Roma, che si era rotto tibia e perone sciando nella stazione di Campo Felice, sul versante aquilano della catena del Gran Sasso. La scarsa visibilità, forse un cavo elettrico colpito dall’elicottero. Fatto sta che il velivolo è precipitato per 600 metri. Le sei persone a bordo non hanno avuto scampo.
Tra di loro un medico e un volontario del soccorso alpino, Walter Bucci e Davide De Carolis che fino al giorno prima erano stati a Rigopiano, a portare i soccorsi, a cercare di recuperare i superstiti travolti dalla slavina.
Tristezza, lacrime, disperazione. La notizia in pochi minuti è rimbalzata dall’Aquila a Rigopiano, fino a Teramo. Tante domande senza risposta, tanti perché. Il destino che trasforma uomini dediti al salvataggio di altri uomini in vittime. L’Abruzzo al centro del mondo, ma non per il fascino delle sue montagne, per la bellezza della costa. Dagli Appennini al mare in pochi minuti, quando non ci sono scosse di terremoto, nevicate che si ricordano nel tempo, quando c’è la luce e le vecchiette di paese raccontano aneddoti della montagna. L’Abruzzo forte e gentile mostra tutte le sue debolezze. Chiede preghiere, unico sollievo per dare risposte a chi è rimasto a piangere i propri cari.
“Ho condiviso con lui tanti anni di lavoro a Carsoli ed il suo sorriso mi accompagna ancora… ora è in Cielo, ha dato la vita per soccorrere un altro uomo!”, scrive un medico del 118 teramano per ricordare Walter Bucci. Una persona che ha vissuto il suo ruolo di medico rianimatore dedicato agli altri e per salvare un altro ha trovato la morte. La sua dedizione verso gli altri lo aveva portato a diventare volontario del soccorso alpino, quando non era in servizio con il 118.
A piangere Davide centinaia di persone. A Teramo, dove da ragazzino faceva lo scout, il liceo, prima di trasferirsi a Santo Stefano di Sessanio, nell’Aquilano, dove viveva con la moglie, la figlia, dove era diventato consigliere comunale. A inizio anno era su una ruspa per liberare dalla neve le strade del paese. Sempre pronto a portare aiuto, a qualsiasi livello. Quell’educazione scout che ne aveva fatto un ragazzo amato da tutti, che lo aveva fatto diventare uomo. E uomo per gli uomini.
Disastri su disastri, ma anche la scoperta di cuori grandi, di dedizione verso l’altro. Così si scopre che, al di là del dolore, queste persone non sono morte per nulla. Hanno lasciato un segno, una testimonianza. Una speranza per chi li ha conosciuti, ma anche per chi li ha scoperti nel momento dell’emergenza.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/1/25/ELICOTTERO-118-CADUTO-Da-salvatori-a-vittime-quando-il-sacrificio-semina-speranza/print/744272/

Lascia che il mondo rida di te se la tua vita salvarlo potrá

Federico Pichetto
domenica 22 gennaio 2017

Caro direttore,
vorrei cogliere l’ennesimo dolore che ha ferito la terra d’Abruzzo in questi giorni come la possibilità di condividere alcune riflessioni.
La prima riflessione mi ha sorpreso mentre l’altro giorno ascoltavo la radio e un signore, molto convincente e dalla voce autorevole, diceva che “Io, finché tutti i miei concittadini colpiti dai terremoti di questi mesi non avranno un tetto sopra la testa e non si saranno spesi i soldi necessari a mettere in sicurezza i nostri paesi, di migranti e di accoglienza non voglio sentir parlare”. Credo si debba dire quello che tutti sappiamo: nel nostro paese, e più in generale in Europa, questo ragionamento è diffusissimo ed è tutt’altro che poco convincente. Qual è il punto qualificante di affermazioni come questa? L’esperienza che ciascuno fa del proprio bisogno, il credere che il bisogno dell’altro non c’entri col mio, ma sia ad esso o di ostacolo o alternativo. Le donne di Kampala, che più di dieci anni fa dalla loro povera terra inviarono una raccolta fondi agli statunitensi che avevano perso tutto nell’uragano Katrina, ci insegnano che solo un bisogno accolto sa accogliere. La colonna sonora che anima questo lungo inverno italiano è proprio l’incapacità di accogliere il bisogno dell’altro, il non comprendere che il primo modo per stare di fronte al mio bisogno è che io accolga il bisogno dell’altro. Ma questo può accadere solo se io, anzitutto, sono accolto.
E qui vorrei far emergere la seconda considerazione che mi pare possa essere utile per una riflessione collettiva: la speculazione politica attorno al terremoto, il clima che contraddistingue i post e i commenti dei social network, le continue battaglie ideologiche portate avanti da settori contrapposti dell’opinione pubblica a forza di petizioni e di “guerre di religione” fanno capire che ciò che più manca in questo momento è una presenza pubblica capace di ricostruire la comunità civile e sociale del nostro paese. Nell’epoca in cui ci troviamo ciò che fa la differenza non sono le leggi, ma una presenza capace di ridestare in noi la memoria di un’appartenenza collettiva, comune, che va al di là delle nostre storie personali o degli appelli, ma che ci rende comunità, popolo.
Facebook è nato nel 2003 come un social network di universitari, oggi di giovanissimi spesso nei dibattiti virtuali non se ne vede neppure l’ombra: tutti hanno un profilo, ma chi parla, interagisce, sono gli adulti di tutte le età, rendendo la rete specchio di un’individualismo esasperato e di un collettivismo elitario che ha letteralmente distrutto il nostro paese e il nostro continente almeno negli ultimi dieci anni. Ciò che ha dilaniato il nostro contesto sociale e civile non sono stati tanto Instagram, WhatsApp o Facebook: questi “luoghi” si sono rivelati come strumenti, quasi “acceleratori”, di qualcosa che era in corso e che ha trovato nel web la sua più ampia risonanza, ossia la fine di quella fiducia reciproca che sta alla base di ogni convivenza umana.
Noi oggi soffriamo di un gigantesco problema di fede per cui la salvezza —la felicità — della vita viene solo da quello che vogliamo e otteniamo, non da quello che incontriamo. La realtà non è più la casa comune che attende ogni uomo che esce dal grembo della propria madre per farlo maturare e crescere, ma è una matrigna cattiva da combattere e censurare. Emblemi di tutto questo sono casi come il dj Fabo che, dopo un incidente stradale, ridotto in condizioni sanitarie gravissime, chiede l’eutanasia al presidente Mattarella, o la crisi di istituzioni come il matrimonio in cui il tempo — che è la vera condizione per incontrarsi — diventa invece lo spazio della morte del desiderio, del rispetto, dell’amore. Anche le polemiche contro lo Stato — sempre e comunque — sono specchio di questa sfiducia nei confronti di quello che c’è a favore di quello che ci dovrebbe essere. È la vittoria nei fatti di quella sinistra hegeliana che voleva rendere reale tutto ciò che nella propria testa era razionale. Ma la vita, e la storia, non funzionano così.
Concludo, allora, evidenziando con convinzione la grazia che il mondo ha avuto con l’arrivo di Papa Francesco: egli da subito, quattro anni fa, parlò di rendere la Chiesa un ospedale da campo, per primo si recò a Lampedusa dove migliaia di vite stavano morendo nel tentativo di migrare, con tenacia si adoperò per mettere al primo posto dell’agenda mondiale la povertà, la cura della nostra casa comune e le ferite delle famiglie. Non c’era nessuna “agenda” in quelle mosse, solo il nobile tentativo di ricondurre la Chiesa a essere, nel tempo, il Corpo della Presenza disarmata del Crocifisso Risorto che non giudicò il mondo, ma lo salvò. “Lascia che il mondo rida di te se la tua vita salvarlo potrà” dice una canzone.
Oggi la strada di Pietro, la strada della Chiesa, sembra essere diventata proprio questa: non la difesa delle proprie ragioni, ma l’offerta di sé per la salvezza del mondo. Un compito semplice e imponente al contempo, dinnanzi al quale è normale ci siano resistenze e perplessità. Stiamo infatti parlando della questione decisiva dell’esistenza, ossia il motivo per cui siamo al mondo. Il Papa ci dice che la vita ci è stata data per essere donata, per essere data, e non per essere esaudita e risolta. Eppure la presenza di un uomo così grande, come una volta mi ebbe a dire l’onorevole Bertinotti, porta con sé un ultimo segreto: l’atto di libertà di Papa Benedetto.
Quattro anni fa, in mezzo alla neve, fu quel gesto a spezzare il nostro lungo inverno. Adesso tocca a noi. Abbiamo imparato qualcosa da quell’atto di povertà e di fiducia? I nostri concittadini terremotati, i migranti, nostra moglie, i nostri figli e i nostri amici — anche se non lo sanno — attendono con trepidazione la risposta a questa domanda. Attendono con trepidazione il miracolo di un io libero, disposto a sacrificare le proprie idee e la propria vita per l’amore ad una Presenza più grande di tutte le nostre riduzioni, una Presenza che, attraverso questa terra che trema, ci chiama e ci attrae.

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Il posto dove gioir s’insempra

Valerio Capasa
martedì 15 novembre 2016

C’è un sonetto di Jacopo da Lentini, il padre di tutti i sonetti, che è vecchio quasi otto secoli, e fa ancora (sempre più) rodere d’invidia. Fin dall’attacco, in genere, viene sbrigativamente liquidato, archiviato al più fra i retaggi del bigottismo medievale:

Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’aggio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.

Che Jacopo voglia servire Dio, può anche starci: è un uomo del Duecento, malato di fissazioni religiose. Altrettanto scontato risulta il motivo di tale servizio: il desiderio di andare in paradiso. Eccola, la creduloneria che ci aspettiamo. Ma che idea ha, lui, del paradiso?
Qui cominciano le sorprese: non certo un concetto teologico né delle nuvole da pubblicità. Innanzitutto è un posto di cui ha sentito parlare (“aggio audito dire”): la gente del suo tempo comunicava di bocca in bocca che alla fine non c’era una fine, ma un destino eterno. E come lo descriveva? Come un luogo in cui si mantiene “sollazzo, gioco e riso”: un luogo in cui la felicità “si manten”. No, perché qui, sulla terra, il problema è che il divertimento, il gioco, il riso saranno anche belli, ma proprio non si mantengono, non tengono, non durano, e il sabato sera non arriva al lunedì mattina. Possibile che vada a finire tutto nel niente?
Quell’epoca non si arrendeva: nel Duecento si sentiva parlare di una prospettiva per cui c’è infinitamente di più che ridere e giocare, eppure tutto, anche i giochi e le risate, viene salvato, per sempre. A chi viene al mondo oggi, invece, capita la stessa fortuna? viene disegnato lo stesso orizzonte? Scusate il crollo dalle stelle alle stalle, ma quest’anno il singolo di Emma Marrone grida nel ritornello: “Il paradiso non esiste, esistono solo le mie braccia in questo piccolo mondo di oggi”. E dopo essersene uscita con quello che non riesce a produrre un ossimoro ma solo un finale a casaccio (“questo piccolo mondo, un mondo infinito”), la nostra filosofa insiste a ripetere che “il paradiso non esiste, lo abbiamo lasciato a tutti gli altri: mi basta il piccolo mondo di oggi, mi basta il piccolo mondo”.
Che tristezza! Se un uomo del Tremila paragonasse questi due testi, non avrebbe dubbi su quale sia stata l’epoca buia tra le due. Come può bastarti “il piccolo mondo di oggi”? come possono bastarti le tue piccole “braccia”? come possono bastarti i giochetti, le risatine, i divertimenti? che schifo di prospettiva offriamo a chi amiamo? davvero “solo le mie braccia”? Il nostro è un tempo che non sa che farsene del paradiso, e non perché sia meno religioso e più concreto, ma solo perché si accontenta delle cose piccole. Oltre al gioco (ludus) che un giorno ci illude (in-lusus) e un altro ci delude (de-lusus), non c’è altro: e alla fine, una manciata di polvere. È ovvio, quello che ora ti piace, domani si perde. “Non ci resta che piangere”: anzi, ridiamoci su, cadendo nel burrone all together, con le cuffiette nelle orecchie.
Abbiamo perso il paradiso: guadagnando almeno la terra? Sarebbe almeno un buon contrappasso: ai medievali il cielo, a noi la terra. Così, del resto, insegnano i libri e gli insegnanti. Ma che ne sanno? l’hanno letta la seconda strofa?

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Va bene il paradiso, ma non toglietemi lei: senza di lei non si può godere. Alla faccia di tutti i nostri pregiudizi, Jacopo da Lentini, da buon medievale, non si sogna nemmeno di escludere la terra per esaltare il cielo: per lui non c’è donna senza paradiso e non c’è paradiso senza donna. Perché il cielo non inghiotte la terra, ma la salva dal suo inghiottimento, e chi ama Dio non trascura l’uomo: anzi, quanto più ama qualcuno, tanto più ha bisogno che Dio lo salvi. Che senso avrebbe star bene per due ore o per due mesi o per due anni? Abbiamo bisogno, per godere davvero, del paradiso: il posto “dove gioir s’insempra”, come lo chiama Dante, inventandosi al solito un verbo che non potrebbe avere sostituti: insemprarsi, altro che le braccine delle fidanzatina del momento! Non sappiamo che farcene, di questo “nichilismo gaio” del “mangia, ché devi essere mangiato”, di questo dilagante “chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza”
Col sospetto di finire mangiato dai vermi, come fate a essere lieti? Contenti forse sì, ma la contentezza è per sua natura, etimologicamente, contenuta: una piccola cosa, come le piccole braccia del piccolo mondo. E non c’è, in Jacopo, nessuna scissione fra effimero ed eterno:

Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ‘l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.

Non vuole imboscarsi con lei tra le frasche del paradiso, ma lo consola già adesso pensare che la vedrà per sempre, nella gloria. A questo punto noi moderni, che ce ne infischiamo di queste chiacchiere, potremmo anche scrivere il nostro bel controsonetto, che durerebbe non ottocento anni ma il tempo di qualche likes: “Io me ne frego di Dio, il paradiso non esiste: l’unica cosa che ho nel cuore, in questo mondo noioso e stressante, è qualche divertimento ogni tanto, un bel viaggetto che, si sa, poi finisce e purtroppo si torna a lavorare. Lasciatemi qui con chi capita, così mi distraggo un po’ e non ci penso. E che ci importa della gloria e del suo sguardo? Se mi togliete pure i peccati (che poi chi l’ha detto che sono peccati?), la vita sarebbe una fregatura”.
Complimenti: aver perso già Dio con l’angoscia di poter perdere anche Satana. Rimanere all’asciutto, senza paradiso e senza lei. A meno che non ci capiti di incrociare qualche “bel viso”, e di accorgerci, finalmente, che amare significa desiderare di insemprarsi. Non perderla mai: quello che un tempo, prima di Emma e del nostro piccolo mondo marrone, dipingevano d’oro e chiamavano paradiso.

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Un nuovo inizio

Federico Pichetto
mercoledì 2 novembre 2016

FESTA DEI MORTI. Il profumo dei fiori freschi s’intreccia col riservato cinguettio degli uccelli e le nostre lacrime spesso affiorano discrete e rispettose del dolore altrui. Poche cose sono ancora nitidamente avvertite nella coscienza collettiva del nostro paese come il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei defunti. Ed è proprio in quel “commemorare” che sta la profondità di questo appuntamento: è come se, per un giorno all’anno, il tessuto sociale si aprisse e permettesse, senza recriminazioni o ipocrisie, di tornare sul proprio dolore, nelle parti più straziate del cuore.
Le tombe diventano, così, appuntamenti con se stessi, con la nostra storia, e ogni passo, ogni “fermata”, ci immerge nel desiderio profondo che la vita non sia tutta lì, che niente finisca così. “Se tu potessi vedermi adesso, nonno, nonna, papà, mamma, figlio mio… Se tu potessi vedermi adesso, capiresti quanto ti ho amato, quanto ho lottato, quanto aveva senso ciò che magari ti dicevo e tu non capivi. Se avessi visto quel matrimonio, quella laurea, quella malattia… Se solo tu ci fossi stato!”
Inutile dire che questa mancanza, che la società ci concede di sentire un giorno all’anno, è la parte più vera della vita, la parte che più ci fa comprendere da quante vite sia costruita la nostra piccola esistenza. Capita così che, nei momenti meno attesi, ci sembra che chi non c’è più ritorni, ci metta la mano sulla spalla e ci riporti a centomila vite fa, quando tutto era diverso, quando tutto, forse, era più prezioso. Il senso della commemorazione è che questo “pellegrinaggio dell’esistenza” avvenga non da soli, ma insieme, perché ciascuno possa vedere le lacrime di tutti e collocare il proprio dolore accanto a quello degli altri, comprendendo che ciascuno ha qualcuno da piangere e da attendere e che nessuno può rivendicare più compassione degli altri: tutti — chi più chi meno — attraversiamo l’ora dell’addio, siamo incapaci di salutarci sul serio e di riconsegnare al Mistero un brandello della nostra vita, un volto, uno sguardo. Non siamo abituati a lasciare, a restituire, a perdere.
Eppure è questo essere perdenti che costruisce nel nostro cuore lo spazio per accogliere il grande Ospite, Colui che può rispondere ad ogni inquietudine della nostra anima e che in questi giorni passeggia con noi tra i cimiteri nella ferma speranza che, alla fine di ogni lacrima, rimanga l’ultima disponibilità del cuore ad essere toccati da Lui, ad essere abbracciati dal Suo Amore.
Tramonta così il giorno dei defunti. E lo strazio della mattina lascia il posto alla vita che incombe e che — frenetica — torna a muoversi. Ma come posso dimenticarmi di te, del tuo sorriso, della tua amicizia? A poco a poco le ferite diventano cicatrici, ma quelle cicatrici ci hanno effettivamente segnato e cambiato per sempre. E stanno lì a testimoniare il bisogno che venga Qualcuno più forte della morte, Uno che possa finalmente restituire bellezza e dignità al nostro viso segnato dal dolore, segnato dall’incredibile presenza di chi dovrebbe essere assente ma che, invece, continua ad esserci. Nella memoria e nelle viscere della nostra storia. Con la certezza che niente, davvero, finisca così: nella cenere polverosa del tempo privo di una vera speranza, privo di una vera misericordia. La luce vincerà. E niente di ciò che adesso sembra perduto potrà sottrarsi all’irresistibile fascino di un nuovo inizio, di una Vita vera che inesorabilmente avanza e ci abbraccia.

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Lasciare l’essenziale

Corrado Bagnoli
venerdì 28 ottobre 2016

“Lei mi chiede che cosa mi interessa in poesia e che cosa ancora desidero scrivere. Le rispondo subito: la vita, la vita delle parole, la vita dalla vita vera nella nostra mente continua e si spegne nel linguaggio, questo mi interessa e di questo voglio continuare a scrivere”.
Così il poeta svizzero Giorgio Orelli, poco prima della sua morte avvenuta nel 2013, risponde a una delle domande che la critica Elisabetta Motta gli ha rivolto durante un’intervista che, insieme ad altre undici, compone il volume La poesia e il mistero, recentemente edito da La Vita Felice di Milano e che sarà presentato in anteprima oggi, 28 ottobre, alle ore 18 nella Villa Reale di Monza (Sala nobile I piano).
Il volume nasce dalla frequentazione personale della studiosa seregnese con alcuni dei più rappresentativi poeti contemporanei: gli italiani Giampiero Neri, Davide Rondoni, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Donatella Bisutti, Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia; gli svizzeri di lingua italiana Giorgio Orelli, Fabio Pusterla, Alberto Nessi, Pietro De Marchi. Ogni intervista è preceduta da una piccola selezione di testi dei poeti intervistati e il libro si presenta così anche come una preziosa occasione per introdursi alla loro opera.
A questi poeti, Eisabetta Motta ha chiesto di rispondere ad alcune domande cruciali sul senso della poesia oggi: qual è il compito che possiamo attribuire alla parola poetica? Qual è il suo rapporto con la realtà, come è in grado di custodirla e di darle rilievo? Come in questo compito la parola poetica si trova immersa nella relazione con il mistero? La profondità delle domande non deve far pensare a un libro arduo e ostile: merito di Elisabetta Motta che sa sempre condurre il suo dialogo con i poeti utilizzando un linguaggio semplice, chiaro, senza fronzoli.
E merito anche dei poeti che non a caso sono stati scelti e accomunati in questa raccolta, poiché, pur nella diversità delle loro poetiche, tutti perseguono nel loro lavoro una ricerca che potremmo riassumere con le parole di un testo di Pietro De Marchi: “Eliminare il superfluo, gettare/ la zavorra, sgombrare/ gli impacci, gli intralci, strappare/ le erbacce, estirpare/ il convolvolo, fare/ piazza pulita, tabula rasa. // Poi spogliarsi del troppo e del vano,/ ridurre all’osso, scarnire, spolpare,/ lasciare/ soltanto l’essenziale”.
L’autrice conduce i suoi dialoghi invitando dapprima i suoi interlocutori a dare spiegazioni rispetto ai testi antologizzati, ma poi, soprattutto e grazie anche alla grande conoscenza delle loro opere, s’incammina con loro ad esaminare aspetti della parola poetica in generale, li chiama quasi ad una vera e propria confessione circa aspetti della loro vita, dei loro valori. Il clima che si respira quindi tra le pagine del libro è quello di una grande confidenza e insieme quello di una consapevolezza altissima del lavoro poetico.
Ma anche quando si affrontano i temi più specifici del linguaggio poetico, siamo sempre in presenza di un discorso chiaro, comprensibile e profondo insieme, con gli autori che si mettono a nudo per capirsi e per farsi capire. Perché questo è poi il vero compito del libro, l’intenzione da cui nasce e che viene completamente realizzata: compiere un percorso conoscitivo in compagnia di autori che si tengono ancora stretta la lezione di Saba e della sua poesia onesta.
Venerdì 28 ottobre sarà la prima di una serie di presentazioni in cui l’autrice dialogherà di nuovo con alcuni dei poeti che hanno costruito con lei questo percorso: saranno presenti Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia, Massimo Morasso. Il 20 di gennaio 2017 il secondo incontro, a Seregno, alle ore 21 presso la Sala XXIV maggio con i poeti Pietro De Marchi e Giancarlo Pontiggia, tutti nati o già residenti nella cittadina brianzola. Per continuare a interrogarsi, per ricominciare sempre, come fa la vita, come fa la poesia.

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Il nulla che uccide il gusto della vita

Federico Pichetto
lunedì 24 ottobre 2016

Quando si entra nelle vicende di un altro paese, seppur per motivi di cronaca, occorre farlo in punta di piedi. A Schmöll, in Germania, un giovane somalo ospitato in un centro d’accoglienza, da tempo affetto da disturbi depressivi, ha prima minacciato di buttarsi giù dalla finestra del quinto piano della struttura dove era ospite, poi, all’arrivo della polizia che ha tentato in tutti i modi di dissuaderlo, ha ceduto all’incitamento della folla che lo incoraggiava a buttarsi mentre diverse persone dai palazzi circostanti, riferiscono i testimoni, filmavano tutto con il telefonino. L’uomo è morto per le ferite riportate e — se tutto questo non fosse drammaticamente vero — verrebbe da pensare al canovaccio di una novella pirandelliana più che ad un fatto realmente accaduto.
Il problema non è tedesco e nemmeno occidentale: quanto accaduto ha a che fare con l’umano in quanto tale e chiede una riflessione profonda. I fatti di Schmöll raccontano di che cosa voglia dire oggi vivere immersi nel nulla. Il nulla è la costante del nostro tempo perché nel nulla sembra destinato a finire ogni istante. L’attimo non è più un passo verso il tutto, verso il futuro, ma è diventato uno spazio disperato in balia di un cuore che brama di essere pieno — e non sopporta il vuoto — e di una società che ha smarrito il senso della presenza di una persona, riducendola a “niente”. Il nulla porta quindi con sé il vuoto e il niente, configurando una triade esistenziale dove la depressione e la riduzione della vita a “cosa” dominano e vincono.
La questione, tuttavia, non si può risolvere più con le categorie tipiche di una certa retorica anti-moderna che prova a ravvedere nel pensiero di Nietzsche, di Marx e di Freud l’origine culturale di tutto questo. La globalizzazione iniziata negli anni novanta del secolo scorso, e supportata dalla diffusione della rete e dal collasso del sistema collettivista, ha generato un mostro nuovo, la mondializzazione del nulla e — come ama dire il Papa con sofferenza — dell’indifferenza. È sorta una nuova civiltà globale che banalizza tutto in forza di un’assenza da cui si sente minacciata e in cui si sente immersa. L’origine di tutto questo, della solitudine e dell’incomunicabilità che l’uomo di oggi sperimenta, è nella rottura col passato, nel venir meno di un’appartenenza che oggi i movimenti nazionalisti e ultraconservatori ricercano nella rivendicazione di confini e identità che sono stati ampiamente superati dalla storia.
Il giovane somalo di Schmöll è solo l’ultimo anello di una catena di volti e di storie che hanno perso il contatto con la storia e, quindi, la percezione di un loro posto nel mondo. Quello di questo tempo è un problema di “vocazione”, di consapevolezza del proprio ruolo e del proprio destino, ed è soltanto il punto finale di un effetto domino che parte nel momento in cui l’essere umano — a qualunque latitudine o longitudine di questa terra — nega la prospettiva infinita del bisogno che lo abita e delle domande che lo assillano. Cercando in cose finite l’Eterno promesso, e non avendo più una tradizione con cui confrontarsi durante il cammino di questa ricerca, l’Io avverte tutta la vertigine del vuoto, del niente e del nulla. Ed allora si può “tifare” perché un individuo si suicidi, si può filmare la scena per avere finalmente qualcosa da dire a chi ci sta vicino, e si può morire prigionieri degli inganni della propria mente.
Ripartire non è facile. La mia nonna soleva dire che “quando il Cielo si fa troppo buio, allora Dio suscita i Suoi Santi”. Non allora è un caso che tutto questo accada all’inizio della Novena della Festa di Ognissanti: sembra quasi che esso sia un monito, confuso tra tutte le voci della terra, a non smettere di cercare i volti e gli occhi di coloro che, anche nel cuore della notte, continuano ad essere fiaccole fumiganti di una luce, testimoni di una nostalgia che fa morire gli uomini e che li rende cinici e spaventati di fronte a tutto. Per la paura che alla fine la vita sia tutto qui, in questo niente che ci attanaglia e che ci toglie il gusto del vivere.

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Obiezione di coscienza e dignità umana

Il Segretario di Stato di Sua Santità, il cardinale Pietro Parolin, ha inviato al professore Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, un messaggio sul tema dell’obiezione di coscienza, oggetto del convegno “Coscienza senza diritti?” che inizia oggi alle 15 nell’Aula dei gruppi a Montecitorio.
Nel messaggio, che – al pari del convegno – la cronaca di queste ore (con le polemiche anti-obiezione sollevate senza fondamento a margine della tragedia di Catania) mostra drammaticamente attuale, il cardinale Parolin ricorda che «l’obiezione di coscienza non è (…) solo una delle molte frontiere lungo le quali si decide il confronto tra una visione strutturata e valoriale della persona ed una visione molto più fluida, se non addirittura “liquida” (…) di un uomo disancorato da solidi punti di riferimento, secondo una malintesa idea di libertà. L’obiezione di coscienza è anche il luogo dove si misura il fondamento della dignità umana (…)». E aggiunge che «sarebbe invero strano, per non dire paradossale, che in un tempo in cui la volontà umana si arroga “il diritto di creare diritti” – abbattendo uno dietro l’altro limiti che la natura, l’etica, la religione e la stessa cultura umanistica hanno finora indicato – in questo stesso tempo l’uomo venga ferito anche nell’intimo della coscienza».
Il convegno di oggi sarà aperto dai saluti del questore della Camera Stefano Dambruoso e del presidente dell’Ass. Naz. Magistrati Piercamillo Davigo, cui seguiranno le relazioni del direttore dell’European Centre for Law and Justice Grégor Puppinck, del consigliere della Corte di Cassazione Giacomo Rocchi e del professore Mauro Ronco, e le testimonianze dai settori interessati in modo diretto o indiretto dal conflitto fra la norma di legge e la coscienza personale, con il presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini, il segretario generale della Federazione internazionale delle Associazioni dei Medici cattolici Ermanno Pavesi, il presidente dell’Unione cattolica Farmacisti italiani Pietro Uroda, il dirigente della P.A. Paolo Maria Floris.
Foto da Shutterstock
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Liberi

Marco Pozza
sabato 8 ottobre 2016

E’ una delle pause più lunghe che la Bibbia serbi nelle migliaia di pagine in cui tratteggia Dio coi suoi misteri: “Gli altri nove dove sono?” (Lc 17,11-19) Una sorta di solitudine affligge il Cristo: è la mancanza di una compagnia, gli manca l’uomo. Era capitata la stessa cosa al Padre, e la reazione fu la stessa: “(Adamo), dove sei?” (Gen 3,9). L’amore è un signore: non chiede “Cos’hai fatto? Dove ti sei ficcato? Ingrato: dopo tutto quello che ho fatto per te”. Nessun astio, solo una questione d’interesse, un’intimità: mi manchi. Nessuna domanda è mai indiscreta: le non-risposte, a volte, lo sono. Il Figlio dell’Uomo conosce a menadito gli uomini dall’eternità: vivendoci assieme, però, è come se avesse guadagnato il loro lato ordinario, il romanticismo non è roba sua. Non s’aspetta nulla in cambio: “senza-pretese” è il soprannome del suo amore che non è disposto a mutare, costi quel che costi. Il ritorno di un grazie spontaneo, però, farebbe felice anche il Cielo: “Non si è trovato nessuno all’infuori di questo straniero che tornasse indietro a rendere gloria a Dio?”.
Guariti, sono tutti tornati ai vecchi mestieri e passatempi d’un tempo. Nel mentre della malattia, i congiunti fendevano l’aria chiedendo loro di sognare per soffrir di meno: “Cosa faresti se, d’improvviso, tu guarissi?”. Era un piacere, una sorta di palliativo della malattia, immaginarsi amanti, commercianti, guerrieri. Al bar, in cantina, a far gli uomini-immagine. Scarnificati dalla lebbra, a ciascuno in petto ardeva di poter fare l’impossibile, l’esatto contrario di ciò che invece erano costretti ad essere: gl’immondi, gli impuri, gli schivati. La pietà defunta a dieci metri di raggio dal loro corpo.
Un giorno, improvviso, l’inimmaginabile s’avvera. La malattia, sovente, è il paese degli incontri: “Appena li vide, Gesù disse loro: ‘Andate a presentarvi ai sacerdoti'”. Diventa il paese di Dio: a guarirli è il piglio d’una voce-medicinale, la prescrizione è sempre quella di riallacciarsi le scarpe, l’aspettativa è che, camminando, s’accorgano d’essere stati sanati: “La vita di ognuno può starsene descritta dentro qualche cammino fatto a piedi” (E. De Luca). S’alzano, loro che per anni erano stati dei cadaveri arenati sulla spiaggia del mondo. S’accorgono d’essere stati sanati: se ne vanno ciascuno per i fatti suoi. A dar forma alle vecchie chimere sognate nel letto d’ospedale.
A tornare è “nessuno all’infuori di questo straniero?”. E’ un samaritano di brigata, un raddoppio di iella, un doppio-salto-mortale: lebbroso e foresto. Alla domanda del Cristo — “Dove sono?” — il samaritano non risponde. Anche lui era uno di quei dieci pesci-cadaveri arenatisi sulla spiaggia e ributtati in mare: gli parve spontaneo, dopo tutto quello che Cristo aveva fatto per lui, ritornare a dire grazie. In quell’andata-con-ritorno c’è tutta la sua timida fede: quei passi che tornano sono la libera risposta all’amore del Cristo, che giocò d’anticipo. Che, con un raddoppio di sorpresa, gli accredita pure la salvezza: “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato”.
Grandezza di Dio: la sua specialità non è quella di salvare l’uomo, lo vuol mettere in una condizione tale per cui inizi a pensare alla propria salvezza. A guarirlo è stata una parola, a salvarlo un gesto-di-ritorno: “La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla” (E. Schmitt).
Le altre nove vite sono riprese esattamente da dove s’erano interrotte: che nessuno sia mai forzato a rendere-grazie all’Amore. La lebbra altro non fu che un infausto intoppo, un’infelice sposalizio, una pagina da voltare per far presto a dimenticare: liberi addirittura d’andare a dire che ci siamo guariti da soli, liberi di negarlo. Potenza della Rivelazione: Cristo, neanche oggi, alza la voce. Il Regno di Dio non è quella sorta di avventura che gli amici stan sognando. E’ già qui, così piccolo che quasi nessuno s’accorge. La percentuale è di uno-su-dieci.

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Santa Nino

Cristiana Caricato
domenica 2 ottobre 2016

TBILISI (Georgia) — Sarà per la coincidenza di nomi, ma a me Santa Nino è un sacco simpatica. Per chiarire, al secolo era Santa Cristiana, da qui l’omonimia: forse il diminutivo al maschile è uno scherzo linguistico della complicata e fiorita lingua georgiana. E’ lei la campionessa della fede in Georgia, ed è lei che ha citato per prima Papa Francesco, nella sua ininterrotta lode alla metà femminile del paese caucasico. I suoi omaggi sono stati così costanti, e ritmati, da far pensare che non stimi poi molti i maschietti. Ma probabilmente anche lui, pontefice latino, è rimasto affascinato da quella “bellezza” georgiana che nei secoli ha incantato poeti e musicisti. Non so se è leggenda, non ho verificato, ma pare che persino il razionalissimo Emmanuel Kant avesse esaltato le donne georgiane, la cui grazia e avvenenza erano state capaci di travalicare i confini della mezzaluna caucasica per sorprendere l’Occidente. Anche Francesco deve essere capitolato. Sebbene, a leggere con attenzione la storia, le donne georgiane in realtà sembravano possedere attributi maschili. Insomma erano toste, anzi tostissime (ed ecco spiegati il nome al maschile).
Prendiamo Santa Nino: per la tradizione occidentale schiava, per quella orientale fanciulla di alto lignaggio, all’inizio del IV secolo arriva in Georgia e converte la corte di re Mirian III, non senza compiere prodigi e miracoli. Fatto sta che nel 337 il regno diventa cristiano, con battesimi di massa ordinati dal sovrano che aveva chiesto, tramite missiva all’imperatore Costantino, un vescovo e sacerdoti atti allo scopo. E’ così che questo angolo del Caucaso adotta il cristianesimo come religione di stato, legando definitivamente il suo destino a quello della Croce, che nello specifico è ricurva e fiorita, la stessa che impugna Nino in ogni icona, legno da cui germogliano tralci di vite.
Proprio alla nostra Cristianina (forse da qui Nino) la Croce era stata consegnata in sogno dalla Vergine, quando ancora si trovava a Roma o in Cappadocia, a seconda delle tradizioni, prima di attraversare mari e monti per convertire dapprima la regina Nana (giuro non è uno scherzo ma il suo nome) e il di lei marito Mirian. La sua storia è raccontata da varie fonti, da Teodoreto di Ciro fino a storici romani, e da cronache che ripercorrono le vicende della Kartli o Iberia come veniva allora denominata la parte orientale della Georgia.
Ma non è finita qui, qualche secolo più avanti e spunta un’altra donna che rafforza e sostiene l’identità cristiana consegnata da santa Nino. E’ santa anche lei, ma solo per la Chiesa apostolica georgiana. Si tratta di Tamara, prima regina della storia del paese, ma chiamata “re” nelle fonti proprio per la determinazione tutta maschile nel perseguire una politica di riforme in campo politico, culturale ed ecclesiastico.
Pronipote del grande Davide il costruttore, questa donna raffigurata sempre con le insegne regali e delicatezza femminile, fu generale e economista, mecenate e letterata, ampliò i confini del regno e si oppose alle solite schiere di invasori, trasformando la cultura feudale del tempo attraverso relazioni creative con altri paesi, approfondendo la filosofia neoplatonica e la letteratura teologica bizantina, definendo quell'”umanesimo georgiano” che ha consegnato monasteri e cattedrali, sintesi di tradizioni arabe, persiane e orientali.
Solo due esempi per capire meglio quegli accenni ripetuti di Papa Francesco al valore delle donne, tra i tesori del Paese. Nonne e madri le ha chiamate lui, che hanno tramandato e custodito la fede, “portando l’acqua fresca della consolazione di Dio in tante situazioni di deserto e conflitto”. Sono le donne che ha omaggiato ieri mattina nello stadio, durante la celebrazione eucaristica con la minoranza cattolica, ma anche quelle di cui ha parlato nella Chiesa dell’Assunta, la vecchietta che ostinatamente proclama la sua fede attraversando il Caucaso per incontrare il successore di Pietro o la mamma che accompagna il figlio nella sua vocazione sacerdotale, o ancora Maria, Madre di Dio, modello di ogni tenerezza. Sono le depositarie della memoria, per Francesco, le ancelle della Chiesa che è sempre al femminile, madre e sposa. E’ la lezione che arriva da Tbilisi e che vale per tutta la cattolicità poco incline nel seguire il pontefice nell’esaltazione e nella valorizzazione della donna. E di quello che è il suo genio. Per ricordarmi di tutto ciò ho comprato un’icona di Santa Nino. Con in pugno la Croce fiorita e il Vangelo.

 

 

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