Lela

Introdotti alla realtà

Marco Montrasi29.05.2017
Studiare Medicina esige enorme dedizione. Il processo di selezione è il più combattuto, il clima di competizione è continuo durante tutti i sei anni di corso, e alla fine ci sarà una lotta sui posti per le specializzazioni mediche.

A dicembre 2016, una delle riviste scientifiche mediche più blasonate del mondo (JAMA. 2016) ha reso noto che, in media, il 27% degli studenti di Medicina presentano i sintomi della depressione. Questo tema è tornato alla luce di recente, quando, solo nei primi tre mesi di quest’anno, si sono verificati quattro tentativi di suicidio al quarto anno del corso di Medicina dell’Università di San Paolo (USP), il più ambito del Paese. L’istituzione si è mobilitata per cercare altre persone a rischio e pensando come intervenire.

In mezzo a questa situazione, un gruppo di studenti cattolici dello stesso quarto anno (che conta 175 alunni) ha organizzato un evento pubblico con un professore di Psichiatria, intitolato: “Il nostro volto nella facoltà”. L’evento era un piccolo dettaglio nel ventaglio di proposte che i fatti stavano generando. Tuttavia, non è passato inosservato. Il loro movente è stato ben chiaro ancora prima dell’evento: «Il nostro gesto pubblico è per portare il contributo che la fede può dare in questa situazione di malessere dell’uomo di oggi». All’evento, la platea era fondamentalmente costituita da alunni e da professori, alcuni tra i più titolati dell’Università. La proposta è stata ben diversa da ciò che veniva offerto in quei giorni e parlava di una grande risorsa che abbiamo tutti ma che non utilizziamo mai: la nostra esperienza. «Che cosa è questa cosa tanto semplice e banale che chiamiamo esperienza umana? Cosa accade in me quando mi rendo conto di essa?». Ci sono state testimonianze, domande e risposte. Alla fine, la psicologa responsabile dell’assistenza agli studenti ha cercato quel gruppo di ragazzi che avevano organizzato la cosa dicendogli: «Venite ad aiutarmi con questo vostro metodo della esperienza». In mezzo a quell’ambiente scientifico, competitivo, dove non mancano le analisi, un piccolo gruppo di studenti ha portato una novità semplicemente parlando della necessità di imparare a fare esperienza: non esiste una circostanza buona e una cattiva, ma con tutto si può imparare e crescere, cioè imparare a ricercare e trovare il proprio volto dentro il quotidiano.
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo
Questo fatto verificatosi poche settimane fa descrive la situazione che viviamo e rivela una novità: ci troviamo di fronte a circostanze difficili da interpretare, davanti alle quali molte volte non sappiamo come muoverci, e questo non riguarda solo gli adolescenti o i giovani. È evidente che esiste un malessere, un’incapacità di vivere e, di conseguenza, una ricerca di soluzioni che nella maggioranza dei casi si mostrano insufficienti. Da qui nasce un grido sordo, soffocato perché non si ha il coraggio di manifestarlo, che facilmente diventa disperazione. Ma di cosa è segno questo grido? È come se non riuscissimo più a sopportare l’insoddisfazione, la mancanza di senso, il disinteresse. È il grido di chi ha bisogno di una strada per poter vivere. In fondo, è quel grido di desiderio di infinito che tutti portano dentro di sé e che ha bisogno di una risposta. Per questo, la grande parola che si deve riscoprire è la parola “educazione”.

Perché “educazione”? Un grande teologo, Jungmann, citato recentemente da papa Francesco, definiva l’educazione come «introduzione alla realtà totale». Ma entrare nella realtà totale non significa conoscere tutti i dettagli infiniti del mondo, non è questa l’idea di totalità. Io ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a percepire il significato di quel pezzo di realtà che ho da vivere: lo studio, il lavoro, le preoccupazioni, l’amore, il futuro… Io sono esigenza di una risposta totale, cioè, di una risposta che giunga fino al profondo, fino a trovare un significato.
Papa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmGPapa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmG
Educare non è trasferire nozioni. Se pensiamo concretamente a cosa sia stata l’educazione per noi, ciascuno vedrà che è stato essere introdotti a qualcosa di nuovo che è diventato proprio, generando una crescita personale. Non è stato l’aver incontrato qualcuno che ci ha passato definizioni o nozioni, ma qualcuno che ci ha aperto una ferita, perché non ci ha lasciato più tranquilli. Una non-tranquillità buona, che ha aperto una strada nuova e che ha destato la mia umanità che era addormentata. L’esperienza dell’educazione è questo: incontrare qualcuno che non mi lascia tranquillo perché mi apre a una cosa nuova, spalanca le dimensioni del mio cuore e aumenta in me la capacità di contenere qualcosa, come un bicchiere che aumentasse di dimensioni e potesse contenere di più. Per questo è drammatico, per questo è una ferita: perché aumenta la sete, di bellezza, giustizia e verità.

L’educazione si può paragonare con l’esperienza che uno fa quando è perduto e qualcun’altro mostra la strada. Quando incontri qualcuno così, in queste circostanze, facilmente dici: «Questo è un angelo»; e vorresti baciarlo e abracciarlo. Perché? Perché senza di lui tu non saresti arrivato a un altro luogo nuovo, dove avevi bisogno di andare e, più importante, dove adesso puoi tornare con le tue gambe. Educazione, con tutte queste sfumature, è essere introdotti al significato di una realtà, e questo genera l’esperienza della crescita: cresce qualcosa in me, qualcosa di me si sveglia, scopro il mio volto – per tornare all’episodio degli alunni della USP -. È l’esperienza fisica di sentirmi più grande perché divento più “io”.
L’educazione accade quando uno ti insegna un metodo, cioé un cammino. Quando parliamo di educazione, di che cosa parliamo? Di persone che incontriamo. Possiamo usare, qui, la parola “maestro”. Se ci pensiamo un attimo, ciascuno di noi potrà identificare nella propria vita un maestro. Chi è stato questo maestro? È stato qualcuno che ti ha fatto entrare nel significato di una realtà, qualcuno che ti ha insegnato un cammino, qualcuno che ti ha insegnato un metodo per crescere. Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta. E per questo quella persona ha uno sguardo che brilla, per questo affascina. Generalmente, dopo un po’ di tempo, non ci ricordiamo di quelle persone sagge o intelligenti che vivono di luce propria, i “gurú”, gli illuminati per se stessi. Esistono molte persone così, ma questo fascino passa presto. Ricordiamo e restiamo segnati da persone che hanno negli occhi un orizzonte, un’altra realtà che va oltre, un “altro” che loro stesse seguono, e questo le fa brillare. Non solo i giovani, ma anche noi adulti sentiamo la mancanza e abbiamo bisogno di queste persone oggi.
Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta
Nel libro La bellezza disarmata, Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, cita questo poema di Tagore, che esprime tutta la sfida dei tempi di oggi che è amare la libertà: «In questo mondo coloro che m’amano cercano con tutti i mezzi di tenermi avvinto a loro. Il tuo amore è più grande del loro, eppure mi lasci libero». Quando c’è questo amore, il giovane lo riconosce, perché riconosce uno che gli dà lo spazio per crescere.
La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón
Questa è la sfida che i giovani ci lanciano e che noi adulti abbiamo il dovere di accettare: «Scommettere sulla capacità del giovane di sapere giudicare», afferma Carrón nel suo libro. Questa è la cosa più affascinante, e che spesso ci manca. Manca in noi la fiducia nella capacità che i giovani hanno di sapere giudicare, la fiducia che essi hanno in sé qualcosa che possono cominciare a usare. Quando qualcuno li guarda così, quando un giovane è guardato così, si sveglia qualcosa dentro di lui, diventa più libero. Quando io sono libero per scommettere tutto su una persona – perché so che ha un cuore (quella sete di bellezza, di giustizia e di verità) col quale può comparare tutto quello che accade e giudicare -, io sono libero e lei pure diviene più libera. Ma ciò comporta un rischio.

Cosa può generare questa fiducia che sa rischiare? Cosa genera questa visione del futuro al punto di saper educare con pazienza e libertà, e, così, scommettere su questa capacità che il giovane ha, anche sbagliando, di trovare qualcosa di vero, non desistere, tornare il giorno seguente e non scoraggiarsi? È l’esperienza nel presente di qualcosa che è certo, vivo e vero, qualcosa che in primo luogo genera in noi una sovrabbondanza e una speranza. Solo con una certezza così, che sostiene tutto il futuro, senza che siamo dominati dal timore e dall’incertezza, possiamo avere questa pazienza instancabile. Questo si chiama speranza.
E solo con speranza è possibile costruire e dare il tempo perché l’altro possa capire. Abbiamo un esempio chiaro di ciò oggi: papa Francesco. O è un visionario o vive poggiato su una Presenza che gli dà la certezza rispetto a tutto il futuro, pur con tutte le domande che la storia presenta. Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare e riprendere la strada. Questa esperienza nel presente genera energia creativa in chi educa.
Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare
Tutta questa energia creativa viene da qualcosa che accade nel presente, che noi adulti possiamo scoprire. Quegli alunni di Medicina l’hanno chiamato «il contributo della fede. Loro hanno fatto una proposta. È un momento di emergenza perché è necessaria una lealtà, la lealtà di una ricerca. Devo cercare se esiste qualcuno che vive con questa speranza e con questa certezza. E, se questo mi interessa, andare fino in fondo, fino a scoprire cosa rende possibile vivere così, come chi ha scoperto un metodo che lo rende capace di vivere.

«È sufficiente una candela accesa per illuminare la notte più scura», diceva papa Francesco. Questo sono stati quegli alunni di Medicina della USP che, di fronte alla notte oscura del dramma di tanti colleghi, si sono resi protagonisti di una novità, andando dietro a chi non era rimasto dominato dal timore, ma ha proposto un cammino per una certezza e per una speranza.

Di fronte ai problemi di quell’“io” che non riesce a trovare pace, abbiamo bisogno di seguire queste “candele” con semplicità e decisione, senza restare rinchiusi in quello che giá sappiamo.

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/29/educazione-brasile-medicina

Sete di vita

MANCHESTER: «PIÙ FORTI E PIÙ GRANDI DELLA MORTE»
Il volantino della comunità di CL del Regno Unito dopo l’attentato nella città inglese. Tra lo sgomento e il dolore, «guardiamo alla pietà e alla sete, all’infinito desiderio di bene, di bello, di vita, di giustizia che tutti noi siamo»
25.05.2017
Martedì mattina l’intera nazione si è svegliata sotto shock per le notizie sull’attentato di Manchester. Incredulità e sgomento hanno riempito il nostro cuore di fronte a un attacco che ha colpito bambini e ragazzi.

Incredulità. Com’è possibile concepire un gesto così malvagio? Come spiegare un attacco così vile contro vite innocenti, contro speranze e desideri che forse a volte sono ridotti e confusi, ma che pure esprimono una umanissima sete di vita?

Sgomento. Questo attentato suscita in tutti noi rabbia, paura e un dolore che lascia senza parole, di fronte a un orrore che si fa sempre più vicino, sempre più personale. Non è stato, questo, un attacco casuale portato a una folla indistinta o a un edificio pubblico, ma un attacco contro ciò che abbiamo di più caro, i nostri figli.

Eppure, accanto all’incredulità e allo sgomento, abbiamo percepito tutti una profonda pietà, in noi e intorno a noi. In mezzo alla grande commozione, abbiamo visto davanti a noi la solidarietà di una città, l’affetto di un’intera nazione che improvvisamente si è ritrovata unita. Tutti abbiamo sperimentato dentro di noi, magari per pochi istanti, una profonda, reale pietà.

Pietà? La “merce più preziosa” che possiamo trovare in questi giorni! L’uomo è davvero un grande mistero, se può commuoversi sino alle lacrime per i suoi simili, uomini e donne, anche se sono perfetti sconosciuti. Gli altri animali non lo fanno. Questa pietà non rivela forse la stessa “sete di vita”, la stessa sete di significato che riconosciamo, almeno in momenti come questi, come il tratto comune a tutti noi? Questa sete rimane, più forte e più grande, di fronte alla morte.

Il Vangelo narra che una volta, davanti al suo amico morto, un uomo, Gesù Cristo, pianse. Piangiamo, allora, siamo uomini, guardiamo a questa pietà e a questa sete, a questo infinito desiderio di bene, di bello, di vita, di giustizia che tutti noi siamo.

Il Vangelo narra che una volta, a una madre in lacrime, Cristo disse: “Donna, non piangere!”, prima di ridonarle il suo unico figlio risuscitato.

La Resurrezione non è un sogno, è un fatto, che è all’origine della nostra speranza in questi tempi bui. All’origine della nostra certezza che la vita di quei ragazzi non è andata sprecata. È quello che vogliamo testimoniare ai nostri amati compagni, uomini e donne.

Comunione e Liberazione UK

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/25/manchester-attentato-volantino-cl-uk

DAT

«In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure», «un malato non può morire di sete o di fame», «tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale». Alberto Zangrillo è un’autorità scientifica di prim’ordine e in oltre trent’anni di vita in terapia intensiva e in sala operatoria non è mai entrato in conflitto con l’articolo 32 della Costituzione (diritto al rifiuto alle cure) cercando di salvare una vita.
Direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Generale e dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Cardio-Toraco-Vascolare presso l’Irccs San Raffaele di Milano, direttore della Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, autore di Ri-animazione. Tecnica e sentimento (editrice San Raffaele, 2010), stimatissimo nel mondo scientifico e noto alle cronache per essere il medico di Silvio Berlusconi, Zangrillo è un gigante della competenza, l’etica professionale e la responsabilità del medico.

«Chi pensa di dover decidere in base ai codici o alle sentenze, per me, è bene che faccia un altro mestiere», «i soloni mediatici prima di mettere in scena la loro opera vengano in terapia intensiva o in pronto soccorso a parlare con la madre e il padre di un ragazzo che sta perdendo la vita», scriveva su Panorama qualche tempo prima che stampa e tv si occupassero della storia di Michi, il quattordicenne rianimato e salvato da Zangrillo dopo un annegamento durato 42-43 minuti nel Naviglio. “Miracolo della scienza”, titolarono in tanti: il fatto risale al 2015, oggi il ragazzo studia, «se avessi dovuto dar retta alla famiglia sarebbe morto. Come medico ho tutti gli strumenti per sapere quando è opportuno ed etico intervenire nel rispetto del mio mandato, che è salvaguardare la vita», ha ribadito Zangrillo al Corriere il 20 aprile scorso, mentre la Camera approvava con 326, contrari 37, 4 astenuti la legge sul biotestamento che introduce le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) con il diritto per i pazienti di rifiutare le cure.
Professore, come ha accolto la notizia? In base alla sua esperienza ritiene che le Dat siano utili?
Ho accolto la notizia con assoluto disinteresse. È come se ad una persona abituata a leggere i classici della letteratura mondiale venisse data la notizia di un articolo uscito su una rivista di gossip. Le deliberazioni in materia devono essere il frutto di un lavoro serio che tenga conto dei princìpi etici, morali, deontologici e professionali.
In base alla legge il paziente avrà il diritto di rifiutare preventivamente le terapie. Ma a fronte del divieto dell’accanimento terapeutico, il medico potrà appellarsi all’obiezione di coscienza e rifiutarsi di “staccare la spina”: il medico dunque può ignorare le Dat?
Nessun medico serio, preparato e competente mette in atto terapie afinalistiche col solo scopo di prolungare la vita senza salvaguardarne la qualità. In altre parole l’accanimento terapeutico, se sussiste, è figlio dell’incompetenza e va combattuto. Altro è lo sforzo quotidiano di migliorare la prognosi del paziente.
Chi decide, o dovrebbe decidere, sulla proporzionalità delle cure? Il medico ha completa discrezionalità o prevale l’autodeterminazione del malato?
Il medico ha studiato duramente per potersi assumere delle responsabilità di strategia terapeutica anche gravi e rischiose. Il medico ha l’obbligo di informare, ascoltare e decidere. In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure. Il mio dovere è non mollare mai fino a quando si intravede una ragionevole prospettiva positiva. Nei casi in cui l’emergenza di una patologia acuta non ci consenta una previsione di prognosi il dovere del medico è quello di non lasciare nulla di intentato.
Il paziente ora ha la possibilità di sospendere o rinunciare anche all’alimentazione e idratazione artificiali, indipendentemente dalla propria condizione o dall’efficacia del trattamento. Questa disposizione apre a possibili richieste di eutanasia omissiva o suicidio assistito?
Questi sono argomenti molto seri e molto difficili da trattare e come tali non dovrebbero essere oggetto di dibattito da salotto. L’idratazione e l’alimentazione di un malato devono essere sempre garantiti per evitare la sofferenza inumana che deriverebbe dalla loro sospensione. Un malato non può morire di sete o di fame. I medici sono in grado di assistere con dignità la fase terminale di una patologia maligna: nessun rianimatore competente ventilerebbe artificialmente un malato terminale o tratterebbe farmacologicamente un’aritmia maligna quando il destino è segnato.
L’obbligo di adempiere alla legge, anche nelle sue disposizioni più sensibili sotto il profilo etico, rimane per tutte le strutture sanitarie accreditate presso il Ssn, comprese quelle cattoliche. Lei cosa ne pensa?
Sono certo che esista uno spazio per consentire al medico di adempiere ai suoi doveri nel rispetto della legge e negli interessi del suo paziente. Se ciò non fosse vorrebbe dire che la legge è sbagliata ed eserciterei il mio diritto all’obiezione.
Dopo Beppino Enlaro, Saviano ha esortato gli italiani a chiedere scusa anche a Fabiano Antoniani: «Perdonaci per non essere riusciti a farti lasciare questa vita in una condizione per te umana, non dovendo affrontare un viaggio faticoso e assurdo per ottenere in Svizzera quello che avresti avuto diritto ad avere a casa tua». Il ddl sul biotestamento ha ricevuto infatti un’accelerazione dopo il suicidio assistito del dj. Lei cosa pensa di come si è sviluppato il dibattito attorno alla libertà di scelta sul fine-vita?
Il problema vero non è quello di andare in questo o quel paese a farsi uccidere, il problema reale è il dramma che vivono centinaia di malati che non hanno accesso alle cure: io chiedo scusa alle migliaia di persone sconosciute e povere che in Italia muoiono in modo inumano perché non hanno la possibilità di essere assistite ed aiutate nelle drammatiche fasi della loro malattia. Comunque tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale.
Foto Ansa
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Orfani di senso

«Perché esistono la morte e la sofferenza? Perché gli uomini devono soffrire e morire?»: si chiedeva Louis Althusser a metà degli anni ’70 del XX secolo.
La domanda dell’epoca è la domanda di oggi in quanto è la domanda di sempre.
Tuttavia, se identica è la domanda non identica è la risposta che ad essa si è data nel corso del tempo e specialmente oggi.
Differentemente da altre epoche storiche, infatti, l’odierna etica dominante ritiene che le cose, il mondo, la vita nella sua interezza, e quindi perfino la morte che è parte della vita, siano senza alcun senso.

Questa convinzione nasce dal fatto che non esiste e non può esistere una verità di fondo alla base della vita, specialmente perché i valori mutano con il tempo e con esse l’idea del vero e del falso, come del bello e del brutto e soprattutto del bene e del male varia da persona a persona, anche perché ciascuno li ricava da se stesso e per se stesso.
Non si può dunque parlare di senso, ma semmai di sensi, cioè tutti quelli individuali che si ricavano soggettivisticamente. Si comprende che se tutti sono sensi particolari e ugualmente validi, nessuno è universale e quindi il senso semplicemente non esiste, come, del resto, lo stesso Althusser candidamente ha ammesso invitando a riconoscere che questa mancanza di senso costituisce, addirittura, l’effettiva garanzia della libera azione umana: «La condizione più sicura per poter agire nel mondo è ammettere che il mondo non ha un senso».
La parte maggioritaria e più influente dell’attuale etica laica – cioè, per intendersi, quella che si appella esclusivamente alla ragione negando ogni fondabilità morale dell’esistenza su una dimensione trascendente in genere e rivelata in particolare – muove da una tale premessa che, paradossalmente, proprio la ragione sacrifica, in quanto ritiene che essa sia non sufficiente per investigare la realtà.
Così facendo si dichiara non solo la morte del senso, ma anche quella della stessa ragione per cui tutto, in sostanza, non può che ridursi ad un immobilistico e coerente silenzio, anche e soprattutto del pensiero.
In tale prospettiva la vita intera non ha più alcun senso, e così anche la morte che diventa un evento inspiegato ed inspiegabile, almeno oltre la sua mera determinazione fisico-biologica.
La morte in senso umano, razionale ed esistenziale diventa qualcosa di inaccessibile, incomprensibile, ingiustificabile: la morte del senso porta così con sé la morte del senso della morte.
Se così fosse ci si dovrebbe necessariamente fermare qui.
Tuttavia, così non è, poiché, come ha precisato Jean-François Lyotard «c’è bisogno di filosofare perché abbiamo perso l’unità. L’origine della filosofia è la perdita dell’uno, è la morte del senso».
Quanto più è forte l’istanza che afferma la morte del senso, dunque, quanto più forte dev’essere la contro-istanza che afferma le energie del pensiero.
In questa seconda prospettiva tutto possiede un senso intelligibile tramite l’umana ragione.
La morte possiede quindi un senso che si palesa, data la complessità della natura della morte stessa, secondo diverse declinazioni o manifestazioni.
In un primo momento, il senso della morte è quello della sua datità materiale, cioè della forza della natura che pone un limite ai desideri, alle aspirazioni, alle ambizioni dell’essere umano, sancendone il confine almeno di carattere fisico e temporale.
In un secondo momento, il senso della morte viene a porsi come strumento di consapevolezza della fragilità esistenziale – non più secondo la determinazione fisico-biologica, ma secondo quella più profonda di carattere ontologico – dell’essere umano che è un essere destinato a venir meno poiché la sua vita ha una precisa origine e non può che avere una precisa fine.
In un terzo momento, ricollegandosi al punto precedente, il senso della morte viene in risalto come indice della natura relazionale dell’essere umano che come non nasce da solo, così da solo non può morire, in quanto la morte propria è tale solo quando è vissuta dall’altro, dal prossimo.
In un quarto momento, il senso della morte si propone come rivelarsi del senso della vita in almeno due direzioni: all’indietro, in quanto la morte non è l’opposto della vita, ma è parte della stessa; in avanti, in quanto la morte non è la fine della vita, ma il nodo di giuntura dei lobi della clessidra dell’intra-temporale e dell’ultra-temporale, cioè tra la vita dell’al di qua e la vita dell’al di là.
In un quinto e ultimo momento, il senso della morte esprime la dignità dell’essere umano il quale non è immortale come gli dei, né meramente contingente come il resto del creato, per cui la sua fine, la sua morte, non è di certo la fine del senso, ma non è nemmeno la fine dell’irrilevante.
La mancanza di comprensione del senso della morte che tanto caratterizza l’epoca attuale, allora, è, verosimilmente, l’altra faccia della medaglia della mancanza di comprensione del senso della vita, anzi, il doppio atteggiamento di negazione del senso della morte da un lato e del suo impossessamento dall’altro (per esempio tramite la rivendicazione del diritto di morire) rappresenta la prosecuzione con altri mezzi di quell’atteggiamento che negando il senso della vita se ne impossessa (per esempio tramite la selezione eugenetica degli embrioni), come ormai, tragicamente, da anni dimostra oltre ogni dubbio l’esperienza globale e globalizzata della biopolitica.
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Religione è amore al di là di noi

Francesco Roat
martedì 7 marzo 2017

Tradurre un’opera come Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche è, oggi al par di un tempo, impresa da far tremar le vene e i polsi. È riuscita di recente a realizzarla Susanna Mati — a mio avviso in modo egregio — dimostrando una maestria davvero esemplare, grazie a cui è oggi disponibile ai lettori una traduzione (edita da Feltrinelli) la quale non tradisce affatto l’originale ma che si rivela fedele, puntuale, attenta a cogliere ogni nuance dello scritto, riuscendo altresì nel miracolo di far emergere tutta la poesia, la vis polemica e la verve di cui è pregno il testo nietzscheano. Per non parlare dell’eccellente postfazione all’opera — vero e proprio saggio critico — realizzata sempre dalla traduttrice che, da valente filosofa qual è, ha saputo cogliere e analizzare (cioè sciogliere) i nodi principali del pensiero nietzscheano presenti nel libro. Ma veniamo dunque ad esso.
Nel febbraio 1883 Nietzsche così confessa al suo editore E. Schmeitzner, informandolo d’aver scritto lo Zarathustra: “Si tratta di una ‘composizione poetica’, o di un quinto ‘Vangelo'”. E nell’aprile del medesimo anno il filosofo ribadisce tale formula a Mavilda von Meysenbug: “io ho sfidato tutte le religioni e scritto un nuovo ‘libro sacro’!”. Quello che è considerato il capolavoro del filosofo di Röcken si può perciò cogliere quale una sorta di contro-evangelo, proposto però da lui in modo implicito, vista anche la veste di romanzo-poema che l’opera assume. Rimane pur sempre, tuttavia, un dato non marginale: Nietzsche volle farsi alfiere dell’anticristianesimo più che porsi quale anticristo, come pure egli afferma di essere in Ecce Homo e come recita il titolo dell’omonimo saggio nietzscheano, datato 1888, che doveva inaugurare una serie di quattro libri all’insegna della “trasvalutazione di tutti i valori” di cui solo il primo fu completato.
Tornando al protagonista del capolavoro di Nietzsche, va subito detto che il suo nome ricalca quello con cui viene designata la figura centrale del mondo religioso iranico preislamico — ovvero Zarathustra/Zoroastro —, estatico cantore ma al contempo profeta, nonché riformatore cultuale e culturale. Questa precisazione solo per ribadire l’intento dell’autore di fare del suo Zarathustra il nunzio di una buona novella religiosa alternativa o, appunto, di un quinto vangelo da contrapporre ai quattro tradizionali ed in cui si ribadisce la morte di Dio (già proclamata ne La gaia scienza).
Il Dio di cui Nietzsche denuncia la scomparsa si riferisce a quello della tradizione giudaico-cristiana e, in generale, al Dio di ogni teismo; anche se la predilezione, da parte del Nostro, per Dioniso potrebbe far pensare altrimenti. In ogni caso la faccenda non è poi così scontata. Ad esempio, secondo la lettura di Hans Robert Jauss, l’affermare il decesso di Dio implica inevitabilmente che prima non poteva essere morto: prova — a suo dire — ex negativo dell’esistenza di Dio.
In Ecce Homo peraltro, il Nostro cerca di puntualizzare in cosa consista il suo sentirsi ateo, ma tale chiarimento non fa che rendere più complessa/sfumata detta umbratile delucidazione. Dopo aver dichiarato il proprio disinteresse sin dall’estrema giovinezza per concetti quali Dio o al di là, egli precisa: “Non conosco affatto l’ateismo come risultato, ancor meno come avvenimento: esso mi è congeniale per istinto. Sono troppo curioso, troppo problematico, troppo irriverente, per accontentarmi di una risposta così piattamente grossolana”.
Secondo vari interpreti del pensiero del filosofo, Nietzsche è, appunto, uomo troppo complesso/sottile per limitarsi a un mero materialismo ateo; egli si espresse in termini poetico-filosofici, giungendo a dichiarare non tanto l’inesistenza di Dio, ma la sua morte. Così, nota provocatoriamente Luigi Zoja: “Un Dio che muore e rinasce non solo non corrisponde all’ateismo, ma è una delle forme più antiche di religione”. Di conseguenza, sempre a detta del noto psicoanalista italiano, “Per Nietzsche, gridare che Dio era morto significava, paradossalmente, proclamare che il problema di Dio era tragicamente vivo”. Vivo in senso psicologico, quantomeno. E verrebbe da aggiungere: se non presente forse latente, a livello psichico, non solo in Nietzsche, ma presso tutti coloro che — secondo l’aforisma 125 della Gaia scienza — avrebbero ucciso/espunto ogni traccia divina dai loro cuori o tentato di farlo.
Visto da un’angolazione ulteriore, l’annuncio nietzscheano rispetto alla scomparsa di Dio è comunque quello di un evento inquietante. L’affidarsi a Dio comporta in effetti per i fedeli la garanzia di una sicurezza ontologica e di un caposaldo cui ancorarsi stabilmente. Il venir meno della credenza nella divinità/metafisica invece fa sì che ogni fondamento (Grund) creduto tale si riveli un abisso (Abgrund). Potremmo quindi dire che per Nietzsche risultano morti Platone e al contempo la pretesa di fondare qualsiasi metafisica, cioè la pretesa di assolutezza, di giungere a verità incontrovertibili, di potersi basare su principi universalmente validi, o su dati certi e oggettivi.
Ma quale sarebbe allora l’inedita spiritualità/religiosità di Zarathustra? L’invito che il profeta del Nostro ripetutamente fa ai suoi uditori è quello di restare fedeli alla terra, tramite una “fede” (Glauben) nella vita — che non sia però superstizione (Aberglauben) — da esprimersi tramite un sì senza se o ma nei confronti di tutto quanto l’esistenza comporti. È questo contegno una sorta di stoico amor fati — che l’auspicato superuomo (Übermensch) nietzscheano dovrebbe far proprio — indicatore d’una indubbia religiosità, analoga a quella fatta propria da molti mistici. Dice peraltro bene Ronald Dworkin che ormai “Filosofi, storici e sociologi della religione si sono espressi a favore di un resoconto dell’esperienza religiosa in cui trovasse posto anche l’ateismo religioso. (…) Perciò l’espressione ‘ateismo religioso’, per quanto sorprendente, non è un ossimoro”.
Lo testimonia lo stesso sedicente ateo Nietzsche in un frammento postumo dell’estate 1875, dove il filosofo precisa cristianamente che, a suo dire, “Religione è amore al di là di noi”. Ed in un abbozzo programmatico stilato nel 1884, dove egli nota: “Il superamento dell’uomo. Nuova concezione della religione”. Che poi l’eccentrica religiosità del superuomo — di colui che procede/tende sempre oltre se stesso, mai fissandosi/fossilizzandosi in formule esistenziali o etiche rigide e definitive — sia stata poi travisata dal nazismo, non è certo colpa del Nostro.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/3/7/LETTURE-Zarathustra-Nietzsche-e-il-prezzo-di-restare-fedeli-alla-terra/print/752491/

La bellezza che allarga la vita

Maurizio Vitali
martedì 28 febbraio 2017

DJ FABO E’ MORTO. Vien su il magone per quella vita che, alla fine, non ha trovato un motivo per reggere al dolore. Dj Fabo, 36 anni di ascesa verso il successo, poi il terribile incidente che l’ha paralizzato e reso cieco, poi la Svizzera del suicidio assistito legale, e in mezzo tre anni senza potersi muovere né poter vedere. Vien su anche un gran desiderio di silenzio, spegnere la radio e ignorare i social: il caravanserraglio della chiacchiera a buon mercato nausea. Si è rammaricato, Dj Fabo, nel suo ultimo messaggio di aver dovuto fare tutto “senza l’aiuto del mio Stato”. Ed ecco che tutti la buttano in politica, legge sull’eutanasia, sì, no, testamento biologico, fa niente se c’entrano come i cavoli a merenda col suicidio di Dj Fabo; sotto a raccattar consensi finche ce n’è.
Non gli è venuto in mente che prima della parola Stato, c’è quella parola “aiuto”, che è un’invocazione, una preghiera?
Preghiera, sì, come quella che, ricordo benissimo, lessi con viva impressione negli occhi di Ezio Trussoni, mio caro coetaneo, caporedattore Rai, morto di Sla nel 2012, a 61 anni.
Trascrivo dai miei appunti di allora. “L’ultima volta che lo incontrai fu qualche mese prima, in occasione della presentazione del libro e del documentario di Mario Melazzini, medico anch’egli malato di Sla. Io ero il moderatore. Lo riconobbi, seduto tra il pubblico, debilitato e ben diverso nell’aspetto da un tempo pur tutt’altro che remoto, e andai subito a salutarlo, quasi stupendomi dell’imprevisto forte affetto — no, nessuna pelosa commiserazione — che provai. La cosa più atroce è che non poteva più usare la voce: lui giornalista televisivo privato della parola. Gli occhi, i suoi occhi imploranti erano il punto dove tutta la pressione tumultuosa del suo mondo interiore, del suo desiderio e della sua impotenza e del suo mistero, si concentrava e si comunicava con una intensità e una forza indicibili. Quegli occhi imploranti che guardavano me quasi scusandosi (!) erano di un uomo mendicante del Mistero. Con movenze faticose Ezio tirò fuori un i-pad e vi scrisse “E’ dura”.
Nemmeno per un istante mi apparve come lamento. Come un grido di preghiera, semmai, e di lotta, del quale per sorprendente inaspettata tenerezza volle rendermi partecipe. O forse non poté fare a meno di rendermi partecipe, perché a me, attraverso di lui, attraverso quello sguardo nuovo tra noi, il Mistero si rivelava presente. “Ma sono cose che se le racconti non le capiscono”.
Mario Melazzini. Brillante oncologo in carriera e buon alpinista, costretto alla carrozzina elettrica dalla Sla e ad essere alimentato col sondino. Anche lui, come dj Fabo, s’era rivolto a una clinica svizzera. “Si chiamava Dignitas”, annota ne Lo sguardo e la speranza (San Paolo 2015, p. 46). Una telefonata, l’appuntamento per il mese successivo, il 18 giugno, per la seduta preparatoria. Ma poi…
Dalla finestra del suo “rifugio” a Livigno guardava le montagne che aveva scalato tante volte. Punta Cassana, oltre 3000 metri. “Guardare dal basso quelle montagne mi provocava una sofferenza incredibile. Eppure non riuscivo a non guardarle. Pensavo che non sarei mai più potuto arrivare lassù, ed ero molto arrabbiato per questo”. “Abituato all’iperattività, non avevo altro da fare che vagare come un matto con la mia carrozza”.
“In realtà — racconta ancora Melazzini — la mia montagna, ma soprattutto il Mistero che mi circondava, stavano facendo il miracolo. Me ne accorsi un giorno, uguale a tutti gli altri che avevo vissuto fino a quel momento. Fu un’emozione straordinaria. Come ogni mattino ammiravo da lontano quelle cime e di colpo mi resi conto che la visione mi dava piacere. Il rancore aveva lasciato il posto ad un sentimento per cui semplicemente le trovavo belle, anche viste dal basso. Sparita la rabbia, mi prese una voglia improvvisa e vederle da vicino. Fuori c’era il sole, i prati verdi, il cielo azzurro”.
Sono tanti anni che Melazzini fa una vita durissima e attiva. “Non chiedo il miracolo, perché l’ho già ricevuto”.
Anche dj Fabo amava la bellezza. Amava la musica, tantissimo. Ma non riusciva neanche più ad ascoltarla, la musica, perché, come ha confidato lui stesso, “lo faceva commuovere troppo”. Perché temeva, forse, di essere ulteriormente ferito, troppo ferito dalla bellezza?

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La vita è un tu

Silvio Cattarina
sabato 11 febbraio 2017

Caro direttore,
l’ormai nota frase di Papa Francesco “non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca” si documenta sempre più nell’ambito dell’esperienza che vivo in mezzo ai ragazzi, incontrando tanti giovani e numerose famiglie che a me si rivolgono come all’intera esperienza de l’Imprevisto.
Un tempo, nelle epoche passate, il male, il dramma, la disgrazia, il fatto grave, capitava, lo si incontrava, ci si cadeva dentro, succedeva, era sfortuna, malasorte, toccava… Ora lo sceglie la persona: è una decisione, un atto deliberato dell’interessato.
Lo si capisce, ad esempio, se si pone attenzione all’espressione usata dai ragazzi che ricorrono alle sostanze: “mi faccio”. Come se intendessero dire “mi creo io”, “mi costituisco io”, “mi costruisco io da solo, con le mie mani, solo contro tutto e tutti”. Fino ad una quindicina di anni fa non usavano il verbo “farsi”. Bensì quello più naturale e diretto di “drogarsi”. Peraltro questo verbo “farsi” ormai è entrato nella mentalità comune: ci facciamo un caffè, mi faccio un vestito, mi faccio una vacanza, ho fatto la morosa.
Lo si capisce anche riflettendo sulla modalità usata da un certo numero di ragazzi quando vengono a parlare, meglio a comunicare, a ufficializzare la scelta intrapresa e immancabilmente si esprimono con queste parole: “Ho scelto, ho deciso, ti comunico che ormai ho stabilito che voglio essere… omosessuale… bisessuale… voglio cambiare sesso… voglio essere anoressica… ho scelto di drogarmi…”.
Insomma, sanciscono solennemente e pubblicamente: la mia vita è nelle mie mani. Della vita posso decidere e disporre a mio piacimento. Essa è in mio potere e questo potere – estremo, abnorme potere – lo userò come una clava per raggiungere la soddisfazione di ogni interesse, di ogni emozione che mi passa per la testa.
Siamo riusciti a rendere la vita di questi ragazzi così sconsolatamente piatta che pensano che la realtà sia solo quello che vive dentro di loro. Niente vale se non quello che mi vive dentro.
La realtà invece è immensa, infinita, sovrabbondante di bellezza, di grazia, di incontri, di persone, di fatti belli e utili, piena di corrispondenza, di meraviglia, di interesse, di avventura, il bene che in essa vive e si manifesta è senz’altro immensamente superiore al male che pure vi alberga quanto è vero e giusto il famoso “solo lo stupore conosce!” che citava Giussani).
Non sono io a fare la vita, ma il bello e il grande è se e quando la vita fa me, mi viene incontro e mi “invita” — appunto, mi chiama dentro la vita — a grandi cose.
La vita è una chiamata, una vocazione — si diceva quando eravamo piccoli. Altro che mi faccio io, scelgo io, decido io. Ricordo ancora oggi con commozione che quand’ero piccolo tutto, veramente tutto ciò che era sulla terra e nell’intero mondo, tutto incitava a vivere, spingeva ad essere, smuoveva un interesse, spronava alla curiosità, sprigionava energie insperate e incredibili. Tutto mi guardava e mi chiamava.
La vita è un tu. E’ un Tu, una vita così Vita che ha un fascino, un’attrattiva così vasta che porta con sé anche un metodo, una strada per seguirla. Non quindi seguire i miei pensieri, i miei progetti, le miei idee, le mie immagini…

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Saporiti

Marco Pozza
sabato 4 febbraio 2017

Venuti al mondo per dare l’assalto: avventurieri, esploratori, pionieri. Nati, certi giorni, per calare le reti in mare, altri per riparare le reti sulla riva, altri a poggiare lo sguardo sul destino del mondo. Avranno il sale cucito addosso tutti gli amici del Maestro: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13-16). Nel loro volto brillerà la luce: “Voi siete la luce del mondo”. Sono arnesi — il sale e la luce — che non hanno la veemenza tipica dell’assalto ma tengono la delicatezza di chi si poggia sul bordo delle cose, sul limite del mistero: sul cibo per dare sapore, sulla superficie delle cose per darle fisionomia, spessore. Elementi primi di una vita feriale che a Dio stette tremendamente più a cuore delle vite-esagerate allora in voga.
Il sale non forza la carne: le si appoggia sopra, quasi chiedendole il permesso d’entrare. La luce non calca la superficie: le bussa tutt’intorno per chiederle se è gradita. Il sale e la luce, come l’uva del vigneto nella stagione del sole: il sole non la tocca nemmeno, eppure guardandosi il grappolo si scopre vino buono. La ricetta-del-gusto è trasparente nei Vangeli: evangelizzare non è aggiungere qualcosa che la creatura non possiede, armati di paura e forza. Parlare di Dio sarà una sfida di tutt’altra fattezza: permettere all’uomo di scoprire ciò che è già dentro di lui. Poggiarsi sull’uomo, lambire la ferita che sanguina, palpare la carne sofferente. Stare sulla soglia, pronti a tutto, capaci d’amare il tutto che accadrà: il massimo del rifiuto, l’inimmaginabile dell’accoglienza. Dio, in breve.
Nella realtà, cum grano salis. Dentro quel dramma-della-carne che per i poveri è l’unico dogma che esista: tutto il resto, anche la più fine teoria, non ha sapore se la carne non ne avverte l’urto di ciò che significa per lei. La vita vera, la vita più misera, è sempre più fascinosa della vita immaginata: dentro la storia Dio si manifesta, sulle nuvole ama dare appuntamento l’Avversario. Forse per questo Cristo, agli amici che volevano andargli dietro, ha detto d’essere luce e sale: si specializzeranno nel fare emergere ciò che già esiste, nel risvegliare il gusto delle cose, nel dare una forma all’amore-ottenebrato, nel prestare voce a chi voce non ha. Con quel modo di fare modesto che è della madre: in attesa, bussando.
Come ha fatto Lui, così faranno loro: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19). Luce-negata, bellezza-ferita, Dio-rifiutato: la luce, però, non per questo si è fatta oscura, è diventata oscurità. Ha accettato d’essere luce-negata, tanto “non può restare nascosta una città che sta sopra un monte”.
Non può, dice Cristo: che ognuno rimanga desto al suo posto, che ciascuno s’attacchi alla missione per la quale è nato: il sale per insaporire, la luce per illuminare, la barca per non addormentarsi nel porto. Che ognuno, nel giorno decisivo, si faccia trovare pronto nella sua postazione-d’attacco: esserci sarà salvarsi, distrarsi perdersi. Con l’amarezza d’aver sprecato un’avventura: “A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Sopra un monte, sul candelabro, bene in vista: saporiti. Che s’accorgano tutti cos’è l’amicizia con Dio. Felice destino quello dei cristiani: combattuti, arsi, minacciati. Crocifissi e derisi: beati voi! Gli infelici saranno tutti gli altri: quelli che nessuno contesta, coloro dei quali nessuno s’accorge, i volti di chi cerca degli amici occasionali. I primi arsi vivi sulle graticole, i secondi ignorati: mentre la carne dei primi arderà, i secondi s’intestardiranno a domandarsi come mai loro, invece, non danno problemi a nessuno. Non infastidiscono il principe-fastidioso: il che, a ben pensarci, rattrista assai dal momento che il vivere non è mai costato così tanto come il vivere-male. Il morire accorgendosi di non aver vissuto: lampade sotto il moggio, sale senza sapore. Infedeli a Dio: “Che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Vi guardino per scrutare Lui da vicino: il Creatore nella creatura, il Tutto nel frammento, Dio nell’uomo. Il sale e la luce: il primo, per dare sapore, brucia. La seconda, per far luce, smaschera: nella ferita “si nasconde, clandestinamente, la perla della nostra salvezza” (P. d’Ors). Anche della differenza cristiana: diversamente-uomini.

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