La missione di ogni medico

Roberto Bernocchi
giovedì 16 febbraio 2017

Irène Franchon è pneumologa all’Ospedale universitario di Brest, piccola e periferica cittadina della Bretagna, situata sulla costa occidentale francese. Nel 2009 scopre un legame tra l’assunzione del farmaco Mediator e la morte di alcuni suoi pazienti. Desiderosa di approfondire la questione e di preservare la salute delle persone di cui si prende affettuosamente cura, Irène spinge il team di ricerca dell’ospedale a studiare e dimostrare tale pericolosa coincidenza per spingere l’Agenzia francese del farmaco a ritirarlo dal mercato.
Alle evidenze empiriche, presentate dal volenteroso team bretone, si contrappongono gli interessi del colosso farmaceutico Avim, che produce il farmaco da 30 anni, e la resistenza pregiudiziale del Sistema sanitario. Un caso di cronaca francese, scoppiato anche grazie al supporto coraggioso de Le Figaro, che ha avuto grande eco in tutto il mondo.
In mano americana la storia di Irène Frachon sarebbe diventata un thriller. Sarebbero stati amplificati gli eventi drammatici, le accuse mediatiche, le paure dei protagonisti, mentre l’intreccio si sarebbe piegato per accentuare l’enorme distanza tra i buoni e i cattivi. Con 150 milligrammi Emmanuelle Bercot ha scelto invece di attenersi alla realtà, raccontando solo quello che è stato, a partire dal libro a cui si ispira e dall’approfondita ricerca sui protagonisti della vicenda.
Il dramma c’è, così come le lacrime e le accuse esplicite, ma la storia non è costruita per piacere platealmente o forse, più semplicemente, non è alimentata dalla cultura spettacolare e coinvolgente del cinema americano, vista ad esempio in Erin Brockovich. 150 milligrammi è una storia, vera, di malasanità francese: poteri forti, pronti a insabbiare problemi e anomalie evidenti, pur di conservare un business proficuo, a danno di centinaia di vittime. È la storia di una battaglia contro un farmaco, ma è soprattutto la storia di una donna qualunque, capace di inseguire la verità. Spinta da passione, orgoglio, determinazione, lucidità, amore per il proprio mestiere e per i propri pazienti. Una donna coraggiosa, senza potere, né visibilità. Una donna che ha combattuto e vinto contro l’arroganza, l’avidità e la rassegnazione.
La Bercot racconta Irène Frachon con ammirazione. La racconta mentre trova faticosamente i suoi “modesti” alleati: colleghi di periferia, giovani ricercatori, liberi giornalisti, pallidi servitori del sistema. Pochi avrebbero scommesso su di loro. La racconta quando lavora nell’oscurità e quando si illumina di notorietà, quando si sente sconfitta e quando raccoglie i primi frutti della sua grinta inarrestabile, quando cerca il conforto della famiglia o lo scontro con chi dovrebbe sostenerla. C’è molta umanità in questo personaggio che Sisde Babett Knudsen interpreta con leggerezza ed essenzialità.
150 milligrammi è una storia così comune da essere eccezionale. Nel libro dei sogni quella che scopriamo sullo schermo dovrebbe essere la missione di ogni medico, di ogni casa farmaceutica, di ogni Stato, di ogni uomo. Ma non lo è mai, o quasi mai. Quel quasi è l’eccezione che rende la speranza possibile, seppur improbabile, e la storia di Irène un esempio per tutti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/2017/2/16/150-MILLIGRAMMI-Il-film-sulla-caccia-alla-verita-e-la-missione-di-ogni-medico-/print/748667/

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Saporiti

Marco Pozza
sabato 4 febbraio 2017

Venuti al mondo per dare l’assalto: avventurieri, esploratori, pionieri. Nati, certi giorni, per calare le reti in mare, altri per riparare le reti sulla riva, altri a poggiare lo sguardo sul destino del mondo. Avranno il sale cucito addosso tutti gli amici del Maestro: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13-16). Nel loro volto brillerà la luce: “Voi siete la luce del mondo”. Sono arnesi — il sale e la luce — che non hanno la veemenza tipica dell’assalto ma tengono la delicatezza di chi si poggia sul bordo delle cose, sul limite del mistero: sul cibo per dare sapore, sulla superficie delle cose per darle fisionomia, spessore. Elementi primi di una vita feriale che a Dio stette tremendamente più a cuore delle vite-esagerate allora in voga.
Il sale non forza la carne: le si appoggia sopra, quasi chiedendole il permesso d’entrare. La luce non calca la superficie: le bussa tutt’intorno per chiederle se è gradita. Il sale e la luce, come l’uva del vigneto nella stagione del sole: il sole non la tocca nemmeno, eppure guardandosi il grappolo si scopre vino buono. La ricetta-del-gusto è trasparente nei Vangeli: evangelizzare non è aggiungere qualcosa che la creatura non possiede, armati di paura e forza. Parlare di Dio sarà una sfida di tutt’altra fattezza: permettere all’uomo di scoprire ciò che è già dentro di lui. Poggiarsi sull’uomo, lambire la ferita che sanguina, palpare la carne sofferente. Stare sulla soglia, pronti a tutto, capaci d’amare il tutto che accadrà: il massimo del rifiuto, l’inimmaginabile dell’accoglienza. Dio, in breve.
Nella realtà, cum grano salis. Dentro quel dramma-della-carne che per i poveri è l’unico dogma che esista: tutto il resto, anche la più fine teoria, non ha sapore se la carne non ne avverte l’urto di ciò che significa per lei. La vita vera, la vita più misera, è sempre più fascinosa della vita immaginata: dentro la storia Dio si manifesta, sulle nuvole ama dare appuntamento l’Avversario. Forse per questo Cristo, agli amici che volevano andargli dietro, ha detto d’essere luce e sale: si specializzeranno nel fare emergere ciò che già esiste, nel risvegliare il gusto delle cose, nel dare una forma all’amore-ottenebrato, nel prestare voce a chi voce non ha. Con quel modo di fare modesto che è della madre: in attesa, bussando.
Come ha fatto Lui, così faranno loro: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19). Luce-negata, bellezza-ferita, Dio-rifiutato: la luce, però, non per questo si è fatta oscura, è diventata oscurità. Ha accettato d’essere luce-negata, tanto “non può restare nascosta una città che sta sopra un monte”.
Non può, dice Cristo: che ognuno rimanga desto al suo posto, che ciascuno s’attacchi alla missione per la quale è nato: il sale per insaporire, la luce per illuminare, la barca per non addormentarsi nel porto. Che ognuno, nel giorno decisivo, si faccia trovare pronto nella sua postazione-d’attacco: esserci sarà salvarsi, distrarsi perdersi. Con l’amarezza d’aver sprecato un’avventura: “A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Sopra un monte, sul candelabro, bene in vista: saporiti. Che s’accorgano tutti cos’è l’amicizia con Dio. Felice destino quello dei cristiani: combattuti, arsi, minacciati. Crocifissi e derisi: beati voi! Gli infelici saranno tutti gli altri: quelli che nessuno contesta, coloro dei quali nessuno s’accorge, i volti di chi cerca degli amici occasionali. I primi arsi vivi sulle graticole, i secondi ignorati: mentre la carne dei primi arderà, i secondi s’intestardiranno a domandarsi come mai loro, invece, non danno problemi a nessuno. Non infastidiscono il principe-fastidioso: il che, a ben pensarci, rattrista assai dal momento che il vivere non è mai costato così tanto come il vivere-male. Il morire accorgendosi di non aver vissuto: lampade sotto il moggio, sale senza sapore. Infedeli a Dio: “Che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Vi guardino per scrutare Lui da vicino: il Creatore nella creatura, il Tutto nel frammento, Dio nell’uomo. Il sale e la luce: il primo, per dare sapore, brucia. La seconda, per far luce, smaschera: nella ferita “si nasconde, clandestinamente, la perla della nostra salvezza” (P. d’Ors). Anche della differenza cristiana: diversamente-uomini.

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La libertà verso Dio

Stefano Arduini
mercoledì 4 gennaio 2017

Il termine parresia (pan, tutto, e rhema, il detto, discorso: quindi “dire tutto”) è termine greco che, come ricorda Michel Foucault (Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli 2005), appare in Euripide, e dunque nel mondo greco del V sec. a.C., ed ha uno sviluppo nel mondo cristiano attraverso la mediazione della Septuaginta, la versione della Bibbia in lingua greca, caratterizzando una modalità di azione che è alle origini dell’esperienza cristiana.
Nel mondo greco la parresia può essere intesa come libera testimonianza della verità. Questo sia nei confronti di chi esercita l’autorità che verso chi si ha vicino. Comporta un rischio, perché può mettere in difficoltà chi la esercita come può mettere in crisi il rapporto con l’altro. Presuppone coraggio dunque, perché bisogna essere coraggiosi nel testimoniare quello in cui si crede così come nel rifiutare le relazioni ipocrite.
La parresia implica non soltanto il dire quella che si ritiene la verità, ma la libertà di poterla dire: se sono costretto a dire la verità non esercito la parresia. Essa presuppone che non posso testimoniare il vero se non entro un orizzonte di libertà. Quindi essa implica un mettersi in gioco completamente e liberamente. Una libertà che è al tempo stesso un dovere che richiama la propria umanità.
Riassume Foucault: “La parresia è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, una certa relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica… e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere… Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà. E sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita o della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del tornaconto o dell’apatia morale”.
Il termine greco presuppone un’idea di uomo che considera la libertà nei confronti degli altri, ma anche verso se stessi, come un valore supremo. Il termine passa nella Septuaginta attraverso una riscrittura operata dal giudaismo della diaspora, che cerca di affermarsi in un contesto culturale in cui correva il pericolo della cancellazione della propria identità. In questo senso la parresia viene incorporata nel nuovo vocabolario con alcuni slittamenti concettuali che creano qualcosa che non è propriamente greco né ebraico. Ad esempio, come ricordano Kittel e Frierich (Grande Lessico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia 1967: IX, 891ss), parresia appare in Levitico 26,13 come elemento caratteristico dell’uomo libero opposto allo schiavo. In Proverbi 1,20; Proverbi 10,10 e nel Cantico 8,10, indica il parlare libero ed è in relazione con la sapienza divina. In 4 Maccabei 10,5 troviamo la parresia del martire. In Ester 8,12-13; 1 Maccabei 4,18 e 3 Maccabei 41, il verbo prende il significato di parlare in pubblico mentre in 3 Maccabei 7,12 troviamo il significato di libertà che viene data. Nella Siracide appare nella forma del verbo, unica volta nell’AT, con il senso negativo di agire in maniera arrogante, un significato, questo, già presente in Platone, quando parla della cattiva democrazia, e che ritornerà in varia letteratura cristiana: parresia cattiva alla quale si può opporre solo il silenzio.
Troviamo la vera novità concettuale nella versione greca dell’AT quando si parla di parresia verso Dio o di Dio (Kittel-Friedrich, cit.,: IX, 893). La parresia di Dio si trova quando questi si manifesta in tutto il suo splendore come nel Salmo 93 (94),1. La parresia verso Dio è quella che in qualche modo passerà anche nel NT e la troviamo in Giobbe 22,26; 27,10; Sapienza 5,1; in Proverbi 13,5; 20,9. In questi casi vi è una sottolineatura del senso di fiducia che il giusto ha nello stare davanti Dio. Questa idea di fiducia la ritroveremo in maniera interessante nella traduzione che la Vulgata farà del termine parresia nel NT traducendolo per ben 18 volte appunto con fiducia (Giuseppe Scarpat, Parrhesia greca, parrhesia cristiana, Brescia, Paideia 2001).
Nel greco del NT il termine e i suoi derivati sono presenti soprattutto in Giovanni, negli Atti e nelle Lettere di Paolo.
Giovanni usa il concetto per descrivere il modo in cui Cristo si rivela (Gv 18,20). Al tempo stesso è ciò che rivela la presenza dello Spirito perché mostra la libertà della nostra preghiera. Essa è frutto di una coscienza libera che si mostrerà anche nel momento del giudizio.
Negli Atti il verbo indica un atteggiamento già presente nel concetto greco: il coraggio e il rischio come in Paolo appena convertito 9,27; 9,28, Paolo e Barnaba davanti ai Giudei di Antiochia di Pisidia, e con i pagani della Licaonia At 14,3, il coraggio di Apollo ad Efeso (At 18,26) e di Paolo nella sinagoga della stessa città (At 19,8) e davanti a Festo e Agrippa (At 26,26).
Anche nelle Lettere di Paolo la parresia alle volte coincide con il coraggio della testimonianza (1, Ts 2,2) e in questo senso sta alla radice dell’esistenza cristiana e naturalmente di quella apostolica. È la libertà verso Dio, che fonda la libertà verso gli uomini (ad esempio 2 Cor 3,12).
Ciò che possiamo vedere come un elemento comune alle diverse accezioni, un filo rosso che collega tutto, è che la parresia implica la libertà: solo se sono libero posso esercitare la parresia. Lo è nel mondo greco dove, anche se la parresia viene dal basso, come ricorda Foucault, cioè mette in crisi l’autorità, è fondamentale che il parresiastes sia un uomo libero e uno dei migliori, che anzi mette a rischio questa sua condizione pur di poterla esercitare. Ma la libertà, nei Padri della Chiesa come per Gregorio di Nissa, è anche quella che l’uomo ha di fronte a Dio come manifestazione della propria coscienza. Dunque la parresia è ciò che manifesta la libertà stessa dell’uomo, che lo mette in rapporto con il suo destino. Fuori di essa la stessa consistenza umana viene meno.
È proprio questo aspetto che è risultato determinante nel costituirsi di quella nuova antropologia non greca né ebraica che alle origini dell’esperienza cristiana ha posto come punto centrale quello di coniugare verità e libertà, sapendo bene che la prima non può essere accostata per costrizione ma solo con la testimonianza che il parresiastes mette in gioco.

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Gli occhi sulla punta delle tue mani

Villa

INT. Ewa Chrusciel
martedì 6 settembre 2016

Ewa Chrusciel, poetessa polacca, vive la condizione di migrante da quando era adolescente. Da tempo trapiantata negli Stati Uniti, insegna poesia e scrittura creativa al Colby-Sawyer College (New Hampshire, Usa), e scrive tanto nella sua lingua materna che in quella di adozione. Abbiamo letto in anteprima il manoscritto del suo nuovo libro, Dybbuk of Angelus, in uscita alla fine dell’anno. Il grande protagonista è la terribile migrazione che segna il nostro tempo, in eterna lotta fra la morte e la speranza. Non è, però, un libro militante; se è politico, lo è nel senso più ampio del termine, perché è un libro in cui l’essere umano — tanto il poeta, quanto il fuggitivo, quanto il volontario, o chiunque si trovi nel turbine duro della luce che filtra dalle pagine — è costretto a guardarsi nella vicenda dell’altro come in uno specchio, e a interrogare la propria vita in relazione alla vita del mondo, senza possibilità di sconto. A proposito del suo ultimo libro edito, The contraband of hoopoe, Jorie Graham ha scritto: “Il libro è scritto da un immigrato, e questo immigrato è l’essere umano. Per questa specie tutto è una sorgente di stupore e orrore. Essa cerca ovunque indizi su dove siano i confini”. Le abbiamo dunque chiesto da dove tragga origine questo nuovo lavoro.

Perché un libro sui migranti?
Perché il dramma dei rifugiati è il nostro Olocausto contemporaneo. Per me queste persone — quelle che fuggono dalla guerra, dall’oppressione, dalla persecuzione — rappresentano il Cristo rifiutato. Quando questa gente affoga, è come Cristo che affoga. Alcuni si mettono la catenina col crocifisso in bocca prima di morire… Ma anche perché le parole stesse sono migranti. Prendono a prestito, fanno impollinazioni incrociate, si spostano. In questo senso, il mio libro è anche sul linguaggio.

Credi alla poesia come forma di testimonianza?
La poesia è sempre testimone di qualcosa, che sia la bellezza, o la fede, l’odio, o la disperazione. Le parole hanno un peso e un significato. Dopotutto, non è una coincidenza che la Parola si sia fatta Carne. Anche parole più piccole diventano una carne — o un lampo. Creano la realtà.

Di fronte alla morte e alle tragedie umane, che cosa possono fare le parole scritte?
A volte abbassano il divisorio tra noi e gli altri. Merleau-Ponty chiama le parole “gli occhi sulla punta delle tue mani”. In altre parole, noi ci adattiamo e ci mettiamo in relazione con l’altro attraverso il nostro linguaggio e il nostro corpo. Ne La prosa del Mondo Merleau-Ponty scrive: “Dobbiamo capire che il linguaggio non è un impedimento alla coscienza e che non c’è differenza, per la coscienza, tra la trascendenza di sé e l’espressione di sé. Nel suo stato vivo e creativo, il linguaggio è il gesto di rinnovamento e guarigione che unisce me con me stesso e gli altri”.
Perché la poesia non è solo reportage, ma anche trasferimento; rimette in atto un’esperienza data, così da poter far nascere la consapevolezza o lo scopo dell’immaginazione o portare all’empatia. Quindi può rimettere in atto il dolore di una vittima, o il momento dello stupore. La buona poesia ti trasforma, perché ti aiuta ad attraversare la tua o l’altrui esperienza, invece di girarle attorno. La letteratura, in generale, aiuta a sviluppare l’immaginazione e l’empatia. Si scoprono nella propria immaginazione e nel proprio cuore posti di cui non si conosceva l’esistenza. Per Ian McEwan, la mancanza di empatia equivale al fallimento dell’immaginazione. Nel suo pezzo del 2001 per il Guardian, riferendosi all’11 settembre, McEwan scrive: “Se i dirottatori fossero stati in grado di immaginarsi nei pensieri e nei sentimenti dei passeggeri, non sarebbero stati in grado di procedere. E’ duro essere crudeli una volta che ci si è dati il permesso di entrare nella mente della propria vittima. Immaginare come sia essere qualcun altro da se stessi è al cuore della nostra umanità. E’ l’essenza della compassione, e l’inizio della moralità”.

Viviamo in un tempo in cui i poeti, specialmente nel Medio e Lontano Oriente, possono ancora rischiare la vita per scrivere poesia, eppure la poesia sembra oggi la Cenerentola delle arti. Che urgenza avverti nel mantenere questa “lingualarga”, come direbbe Les Murray, contro il potere, la violenza, la repressione? Questo era vero anche nell’Europa dell’Est. Credi che essere polacca e venire da quel tipo di realtà ti ponga in una posizione di consapevolezza maggiore?
Sì, il fatto di essere cresciuta e andata a scuola durante il regime comunista in Polonia mi ha portato a credere che la poesia non è solo un campo di gioco linguistico, o uno stile di vita. al contrario, la poesia ha il potere di opporsi al regime, se non di rovesciarlo. Come scrivono Dostoevskij e Flannery O’Connor, la Bellezza conquisterà il mondo. Per parafrasare Jorie Graham, nell’intervista che le feci con Milosz Biedrzycki nel 2013, un poeta è come un canarino in una miniera. Quando il canarino smette di cantare, significa che nella miniera ci sono delle condizioni letali. Il poeta canta anche per opporsi ai regimi, alla violenza, all’ingiustizia, all’oppressione, alle bugie. Il canarino nella miniera sta anche per il poeta nelle culture in cui la poesia muore. Quando muore il poeta, muore la civiltà. Nella sua poesia “Asfodelo, quel fiore verdastro”, William Carlos Williams scrive: “è difficile/ ricevere notizie da poesie,/ eppure uomini muoiono/ miseramente ogni giorno/ per mancanza di ciò/ che là si trova”.

In quanto immigrata, che rapporto hai con le esperienze che riporti nel tuo libro?
Mi sento nomade nella vita, anche se ho i miei luoghi di appartenenza. Spesso faccio e disfo valigie, e me le porto da un aeroporto all’altro. Ho una forte consapevolezza che, in realtà, siamo tutti pellegrini senza una casa. Essendo un’immigrata, ho anche fatto esperienza di come ci si senta ad essere trattati con un certo sospetto o una certa superiorità. So come ci si sente ad essere un outsider; a dover sempre provare che sono degna di essere una brava insegnante o cittadina o poeta, per via del mio accento o della mia mentalità diversa. Non posso dare niente per scontato. Non mi sento mai totalmente sicura. Nella mia vita tutto è provvisorio. Edward Said scrive in maniera meravigliosa della sua condizione dell’esilio interno nel suo saggio Riflessioni sull’esilio. Dice che la condizione dell’esilio è non sentirsi mai in pace o soddisfatti di se stessi. Credo che questa sia una condizione umana. Noi — umani — siamo degli esiliati.

La poesia ripristina l’urgenza di appartenere?
La poesia spesso parla di sradicamento. Come ho detto prima, le parole sono migranti; attraversano confini e spezzano barriere. La poesia ci parla di sete, irrequietezza e smarrimento. Ma ci aiuta anche a ricreare la realtà, specialmente se la realtà “originale” ci ha ferito. In quel senso può ripristinare un senso di appartenenza.

Le persone nel tuo libro sono reali? Che rapporto c’è tra la tua esperienza quotidiana e la tua scrittura?
Sì, alcuni personaggi sono reali. Ci sono citazioni e riferimenti, ad esempio ai personaggi del film documentario italiano Io sto con la sposa. Ci sono anche riferimenti ad Alan Kurdi, e ad altre vittime.

Derek Walcott scrive che “per cambiare lingua/ devi cambiare vita”. E’ vero anche per te?
Sì, quando ho lasciato la Polonia per gli Stati Uniti, ho arricchito la mia esperienza e ho anche cominciato a scrivere in inglese. L’inglese mi ha dato una nuova vita attraverso la lingua.

La tua poesia è piena di epifanie. Perché questa persistenza del sacro ha bisogno di essere messa in parole?
Per tutto quello che ho detto prima. E anche perché la poesia è abitata da molte voci che vogliono parlare attraverso di noi. Come i dybbuk. Nella tradizione ebraica, il dybbuk è lo spirito di una persona morta prematuramente che ci abita per portare a termine la propria missione. Penso che il dybbuk sia una metafora della poesia… Volevo che le poesie in questo libro fossero dei dybbuk; dessero voce a quelli che non hanno voce né potere.

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La strada verso la patria

lunedì 5 settembre 2016

Riprendere l’attività usuale, dopo il periodo delle vacanze, porta con sé un indefinito sentore di insoddisfazione e di fatica. Come quando si ricomincia ad utilizzare un arto che si era intorpidito o addirittura bloccato. In me adesso, ad esempio, che mi ritrovo davanti al computer per scrivere l’editoriale settimanale, da qualche giorno si agitano domande che documentano quel sentore: di che cosa parlerò? ma ne vale la pena? riuscirò ad evitare di dire sciocchezze? a che serve? Proprio mentre — avvicinandosi la scadenza di consegna delle mie tremila battute — quel tipo di domande sta raggiungendo il culmine di intensità, mi arriva questo messaggio sul telefonino: “Abbiamo pregato per te verso Chartres. Abbiamo a lungo camminato”. È di due intrepidi amici che, sulle orme di Charles Péguy, hanno fatto il pellegrinaggio a piedi da Parigi alla splendida cattedrale dalla “guglia inimitabile”. Me l’avevano detto prima di partire che si sarebbero imbarcati in questa avventura, che è all’opposto delle spericolate bravate “estreme” che si leggono sui giornali: si tratta solo di camminare per un po’ di giorni verso una meta desiderata. Si tratta solo di essere pellegrini.
Leggendo il messaggio dei due pellegrini anzitutto è arrivata la gratitudine perché mi hanno ricordato nella preghiera ed immediatamente dopo la sorpresa di trovare proprio nel loro gesto il chiarimento liberante del disagio di cui parlavo all’inizio. Cerco di spiegare perché.
Pellegrino deriva dal latino peregrinus, che indica lo straniero, il forestiero, quello che va in paesi che non sono la sua patria. Nei secoli, peregrinus per antonomasia è diventato colui che lascia la sua casa e si reca in un luogo dove le tracce del divino (le reliquie di un santo, un’apparizione, un’immagine miracolosa) sono più chiare, cioè più direttamente rimandano alla patria vera. Il pellegrino, insomma, afferma col suo stesso muoversi che la sua patria non è la città in cui vive, i rapporti usuali che ha, il lavoro che vi compie, il ritmo solito di impegni ed attività, ma un’altra, finalmente autentica. Ecco: il cambiamento di passo tra la vacanza ed il lavoro ci procura un po’ di disagio perché — come ogni cambiamento — ci costringe ad ammettere che tutto il nostro affannarci non ci dà il calore della patria che cerchiamo.
Ma il pellegrino ritorna a casa: nemmeno Chartres è la sua patria, ma un suo glorioso segno. Averla desiderata lungo il cammino, aver temuto che non ce la si sarebbe mai fatta a raggiungerla, aver avuto dubbi sulla sensatezza di cercarla e poi averla finalmente contemplata, aiuta a scoprire che il quotidiano banale è anch’esso, a suo modo, segno della patria gloriosa. E allora ogni risveglio — cambiamento di posizione dal riposo del sonno al ritmo del lavoro (come il rientro lo è rispetto alla vacanza) — è incominciare il micro-pellegrinaggio di ogni giorno, il pezzettino di strada che ci tocca fare nella direzione affascinante della patria dove “Ciò che dappertutto e altrove sarebbe un duro sforzo / qui non è che semplicità e quiete” (Péguy).

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/9/5/La-ripresa/721533/

Con l’avvenimento di Dio che chiama l’uomo, nasce l’io

CRISTIANI/ Con l’avvenimento di Dio che chiama l’uomo, nasce l’io
Maurizio Vitali
martedì 23 agosto 2016

In un mondo di guerre le religioni non sono parte del problema, ma parte della soluzione. In questo senso possono e debbono collaborare. Ma tra cristiani ed ebrei il rapporto è specialissimo e non rubricabile sotto il titolo del dialogo religioso. Al punto che ci sono le basi, solide ed esplicite, per un vero e proprio “partenariato” di valore epocale. Si tratta di una svolta storica: che ieri al Meeting è stata presentata e addirittura incrementata attraverso il dialogo fra il rabbino Eugene Korn e il teologo Ignacio Carbajosa.
La base di lavoro è il documento sottoscritto a fine 2015 da 25 rabbini, tra cui lo stesso Korn, intitolato “Fare la volontà del Padre Nostro nei Cieli: verso un partenariato tra ebrei e cristiani”. “Riconosciamo — vi è scritto — che il cristianesimo non è né un incidente né un errore, ma un frutto della volontà divina e un dono per le nazioni. Noi ebrei possiamo riconoscere il perdurante valore costruttivo del cristianesimo come nostro partner nella redenzione del mondo”.
Per secoli, se non per millenni, ebrei e cristiani si sono guardati in cagnesco. C’è voluta una shoah perché la cristianità europea si rendesse conto del livello di barbarie cui il mostro nazista aveva condotto l’anti-semitismo; e ci sono voluti 50 anni di riflessione e di lavoro, nel mondo ebraico, per assimilare, apprezzare e tirare le conseguenze della novità espressa dal Concilio Vaticano II nella dichiarazione Nostra Aetate. Ieri è stato il rabbino a rileggere la “rivoluzione copernicana” del magistero conciliare: “Il Concilio ha condannato l’antisemitismo, ha cancellato l’accusa di deicidio e l’affermazione che la religione ebraica è falsa e annullata dal cristianesimo, riconoscendo invece che il cristianesimo trae linfa dalle radici ebraiche”.
Carbajosa ha indagato la “radice dell’atteggiamento ingiusto”, individuando “la svalutazione dell’Antico Testamento” che ha percorso la cultura teologica e poi filosofica europea, dall’utopia di Giacchino da Fiore, passando per Lutero fino all’illuminismo di Lessing e di Harnack. “Per il primo — ha detto il teologo spagnolo — l’antico testamento è il libro della fase infantile dell’umanità. Harnack tagliò corto: il tempo dell’ebraismo è finito. Una sentenza che, dopo Auschwitz, mette i brividi”. Carbajosa ha anche sottolineato però che “all’inizio non fu così” perché la fede di San Paolo come dei Padri della Chiesa “non conteneva avversione agli ebrei ma desiderio di penetrare insieme il mistero divino, sino alla partecipazione totale ad esso”. Ogni vera religiosità — ha detto ancora in sostanza Carbajosa — è non violenta perché accetta il mistero e non fa dire: io sono dio.
Ma tra veri ebrei e cristiani il legame profondissimo è molto più che con le altre religioni: perché “il mistero di Dio — ha notato Carbajosa — ha fatto irruzione nella storia con Abramo. E lì, con l’avvenimento di Dio che chiama un uomo, che nasce nella civiltà umana l’io”. Per Korn ebrei e cristiani possono come nessun altro affermare la dignità della persona perché immagine di Dio, la sacralità della vita perché il Creatore non è un Dio di morte, la certezza che è una follia irreligiosa uccidere in nome di Dio”.

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Tu sei un bene per me

Tu sei un bene per me

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016

L’attuale momento storico è caratterizzato da una profonda crisi che ha come conseguenza una generale sfiducia nell’affrontare il presente e nel guardare al futuro. Si sgretolano modelli di convivenza sociale e civile che sin qui hanno garantito il bene comune, una intera generazione, quella dei NEET, ha rinunciato a studiare e a lavorare, il fenomeno dell’immigrazione e dei profughi sta investendo – dilagante e apparentemente inarrestabile- l’Italia e l’Europa intera, la violenza del terrorismo, anche dopo i tragici fatti di Parigi, cresce in modo sempre più minaccioso. L’altro, il diverso, ciò che è “fuori”, appare come una minaccia, viene visto e considerato in un’ottica per lo più strumentale e utilitaristica.

In queste drammatiche circostanze Papa Francesco ha indetto il Giubileo Straordinario della Misericordia. “Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”.

La natura dell’uomo e la realtà stessa indicano infatti l’inesorabilità di un rapporto, di una relazione, di un incontro continuo con la realtà come prima necessità per scoprire la verità di sé e del mondo. Famiglia, figli, amici, colleghi, il povero incontrato casualmente per strada: sono sfide con cui fare i conti quotidianamente. Spesso la sostituzione delle faticose relazioni e dei “contatti” in carne ed ossa, con quelle più comode, automatiche e sempre disponibili -ma ultimamente assenti- degli ambienti virtuali possono generare una profonda solitudine, ma anche l’illusione di autonomia, di una ultima estrema libertà senza più legami da cui dipendere. L’uomo ha bisogno dell’altro, per condividere desideri, progetti, fatiche, sacrifici, paure, dolori: per condividere il motivo per cui esiste. La comunità si forma e si crea esattamente per questo.

E dunque l’io dell’uomo esiste innanzitutto come una storia, fatta di volti, di relazioni, e di circostanze che si dispiegano nel corso del tempo.

Come è possibile guardare l’altro in modo nuovo, non semplicemente tollerando il diverso, ma intravvedendo e scommettendo sul fatto che “tu” sei e rappresenti una positività ultima di cui “io” necessito per vivere? Cosa rende possibile una posizione umana come questa appena descritta?

La storia del XX secolo, con le guerre mondiali, ricorda a noi tutti il tentativo di differenti e contrapposte ideologie di eliminarsi a vicenda, di eliminare l’altro: la memoria ci riporta ad atroci sofferenze e milioni di morti, ma anche che ad un certo punto fu possibile percepire l’altro – fino a qualche giorno prima il nemico da combattere – nella sua diversità, come una risorsa, un bene: fu esattamente in quel momento storico che nacque l’Europa. Senza una esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile infatti ripartire.

Attraverso mostre, spettacoli, tavole rotonde, testimonianze, il Meeting 2016, con i suoi vari linguaggi, racconterà storie di integrazione e di perdono, metterà a tema le grandi emergenze dell’oggi, farà parlare i protagonisti della cultura e dell’espressività, si confronterà con le sfide della tecnologia e dell’innovazione, proverà a guardare al lavoro e all’economia senza moralistiche demonizzazioni, farà incontrare spaccati di storia passata. Vorremmo che anche il prossimo Meeting potesse fare esplodere la bellezza di una positività e di una speranza capaci di attrarre la libertà di ognuno e di far desiderare un cambiamento per sé e per il mondo.
Approfondimenti

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Qualcosa è veramente accaduto

 
mercoledì 17 agosto 2016

Per ricordare gli ottant’anni dalla morte di Luigi Pirandello, il nostro massimo scrittore del Novecento, la Biblioteca Popolare pubblica una nuova antologia di Novelle per un anno, a cura di Marina Polacco, all’interno di una collana pensata dal Banco Popolare con lo scopo di avvicinare il grande pubblico al patrimonio culturale del nostro Paese. Operazione quanto mai meritoria, se si considera quanto l’arte e la letteratura abbiano contribuito e possano ancora contribuire alla formazione di un’adeguata coscienza nazionale.
Al di là del giudizio che si voglia dare delle novelle pirandelliane (vi è chi, come Gioanola, ha sostenuto la preminenza da assegnare alla narrativa rispetto al teatro: in effetti, tre quarti delle opere teatrali traggono origine dalle novelle), non vi è dubbio che alcuni racconti appaiono veri e propri capolavori e, anche per la loro brevità e concentrazione espressiva, possono costituire un primo approccio, anche per gli studenti, al complesso mondo dell’autore siciliano.
Della fitta e variegata produzione novellistica, la curatrice individua alcuni filoni tematici, selezionando una cinquantina di testi: alcuni di questi molto noti, altri meno. Tra i più interessanti, emerge la novella Va bene. L’affermazione che fa da titolo è ciò che caratterizza il comportamento verbale del protagonista, ennesima incarnazione dell’inetto: umiliato e offeso prima come insegnante, poi come impiegato, infine come marito, reagisce a tutto con un rassegnato “E va bene!”. Come a tanti personaggi pirandelliani, anche a lui viene concessa una tregua: un mese di riposo al mare, per riprendersi da una malattia.
Analogamente a tante altre opere dello scrittore agrigentino, avviene qui l’epifania, o l’intuizione di una possibile epifania: l’uomo braccato da una vita squallida, piegato dalle circostanze, apre gli occhi su una realtà diversa, su una promessa di felicità. Di fronte allo spettacolo della primavera, egli finalmente respira, come di fronte a una grazia inaspettata. Per brevi attimi, dimentica tutto: “la noia cupa, amara; il peso enorme di quella sua insopportabile esistenza. Di contro a tutto il nero che aveva nell’anima, ecco il verde dei prati, l’azzurro del cielo e quella soave freschezza dell’aria, alito vivo della Primavera. E rimase, incantato, a mirare”. Si noti la sapiente decelerazione del ritmo narrativo, come se l’autore invitasse anche noi a rallentare, a guardare, a riflettere. Si delinea davanti a noi la possibilità di consentire alla felicità, suggerita dalla visione dei monti stagliati lievi nel cielo e dal trillo di un’allodola “in alto, librata sulle ali brillanti”. Di nuovo la scelta lessicale insiste sulle liquide e sulle vibranti, tese a riconoscere che “alauda est laeta”, l’allodola è felice, mentre tesse le sue lodi a Dio. Tutto questo non è che l’anticipo della visione suprema: il mare, colto dalla sua anima “ilare e trepidante”, nell’attesa “di quella tremula azzurra immensità che da un momento all’altro gli si sarebbe spalancata davanti agli occhi”.
Dinanzi a quella vastità, il desiderio si fa “acuto, intenso, ardente”, tanto che il professore balza in piedi esclamando “eccolo! eccolo!”, per poi ricadere su se stesso, con le mani sul volto. Affittato un modesto appartamento nella bella cittadina, dalla finestra scorge il mare, il quale “pareva proprio che volesse entrare in casa; non si vedeva altro che il mare”. Lasciata la casa, scende verso la spiaggia, poi, dall’alto di una scogliera, osserva lo spettacolo per lui inconsueto: “rimase per più di un’ora stupefatto, a contemplare”. Dinanzi a lui si disegna il monte, che si leva azzurrino, come “un’isola aerea”; il porto, popolato di navi e poi “la sterminata distesa delle acque”, placida e scintillante al sole. Congedatosi dal “fascino di quello spettacolo”, il protagonista si reca al parco dei Borghese, ugualmente estasiato. “Non ricordava di aver mai passato un giorno più delizioso di quello in vita sua; si sentiva beato”. Si inoltra, ammirato, nel parco, vagando “per quei viali profondi, deserti, ombrosi, come in un sogno. In un sogno parevano veramente assorti quegli alberi maestosi, nel silenzio che il canto degli uccelli non rompeva, ma rendeva anzi più misterioso”. Segue, affascinato, il canto di un usignolo: si trova così, ad un tratto “in una meravigliosa pineta”. Essa gli appare come un tempio; le corone degli alberi “escludevano del tutto lo sguardo dalla vista del cielo. Pareva che la pineta avesse una sua propria aria, cuprea, insaporata di quella frescura d’ombra speciale delle chiese. Il professor Corvara Amidei non seppe andar più oltre. Si tolse, quasi istintivamente, il cappello, e sedette per terra; poi si sdrajò”. Coglie, per un attimo, la possibilità di “intravedere come si potesse davvero sentire la gioja di vivere”. Gli echi letterari che giungono a Pirandello sono quelli della tradizione del locus amoenus, in particolare pare di risentire il richiamo del XXVIII canto del Purgatorio, in cui appare Matelda, ma agisce anche la memoria degli idilli leopardiani.
Dopo averli convocati nella sua “stanza della tortura” — la celebre definizione appartiene a Giovanni Macchia — Pirandello libera i suoi personaggi essenzialmente attraverso due strade: o la via dell’immaginazione, come leggiamo ne Il treno ha fischiato, o per mezzo dello stupore provato dinanzi allo spettacolo naturale, come avviene in Ciàula scopre la luna.
Il protagonista di Va bene è spinto a chiedersi perché Dio lo aveva fatto soffrire così, visto che si era sempre comportato bene. “E chi dunque, chi dunque aveva il governo del mondo, di questa sciaguratissima vita degli uomini?”. La soluzione è umoristica, secondo i dettami del noto saggio del 1908, all’origine di tutta la concezione estetica pirandelliana, ma ricorda anche le caustiche e paradossali conclusioni delle Operette morali di Leopardi: una pigna piomba “a guisa di fulminea risposta” sul capo del professore, facendolo sanguinare. A chi, sgomento, gli chiede cos’è successo, risponde: “La pigna che governa il mondo… già!”.
La tregua si esaurisce, il mondo è riconsegnato al caso e all’insensatezza. Ma quella visione non è stata un sogno: qualcosa è veramente accaduto, come una possibilità offerta alla libertà dell’uomo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/17/LETTURE-Pirandello-se-la-promessa-di-felicita-svanisce-nel-nulla/print/719104/

 

 

People are strange

La gente è strana quando sei uno straniero.
I volti ti guardano disgustati quando sei solo.
Le donne sembrano malvagie quando non sei benvoluto.
Le strade sono diverse quando sei giù.

Quando sei strano,
i volti vengono fuori dalla pioggia.
Quando sei strano,
nessuno ricorda il tuo nome.

Quando sei strano.
Quando sei strano
Quando sei strano