Cuore inquieto

Il desiderio umano tende sempre a determinati beni concreti, spesso tutt’altro che spirituali, e tuttavia si trova di fronte all’interrogativo su che cosa sia davvero «il» bene, e quindi a confrontarsi con qualcosa che è altro da sé, che l’uomo non può costruire, ma è chiamato a riconoscere. Che cosa può davvero saziare il desiderio dell’uomo? […] nemmeno la persona amata, infatti, è in grado di saziare il desiderio che alberga nel cuore umano, anzi, tanto più autentico è l’amore per l’altro, tanto maggiormente esso lascia dischiudere l’interrogativo sulla sua origine e sul suo destino, sulla possibilità che esso ha di durare per sempre. Dunque, l’esperienza umana dell’amore ha in sé un dinamismo che rimanda oltre se stessi, è esperienza di un bene che porta ad uscire da sé e a trovarsi di fronte al mistero che avvolge l’intera esistenza.
Considerazioni analoghe si potrebbero fare anche a proposito di altre esperienze umane, quali l’amicizia, l’esperienza del bello, l’amore per la conoscenza: ogni bene sperimentato dall’uomo protende verso il mistero che avvolge l’uomo stesso; ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato. Indubbiamente da tale desiderio profondo, che nasconde anche qualcosa di enigmatico, non si può arrivare direttamente alla fede. L’uomo, in definitiva, conosce bene ciò che non lo sazia, ma non può immaginare o definire ciò che gli farebbe sperimentare quella felicità di cui porta nel cuore la nostalgia. Non si può conoscere Dio a partire soltanto dal desiderio dell’uomo. Da questo punto di vista rimane il mistero: l’uomo è cercatore dell’Assoluto, un cercatore a passi piccoli e incerti. E tuttavia, già l’esperienza del desiderio, del «cuore inquieto» come lo chiamava sant’Agostino, è assai significativa. Essa ci attesta che l’uomo è, nel profondo, un essere religioso (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 28), un «mendicante di Dio». Possiamo dire con le parole di Pascal: «L’uomo supera infinitamente l’uomo» […].
Sarebbe di grande utilità, a tal fine, promuovere una sorta di pedagogia del desiderio, sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede. Una pedagogia che comprende almeno due aspetti. In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita. […] Un secondo aspetto, che va di pari passo con il precedente, è il non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto. Proprio le gioie più vere sono capaci di liberare in noi quella sana inquietudine che porta ad essere più esigenti – volere un bene più alto, più profondo – e insieme a percepire con sempre maggiore chiarezza che nulla di finito può colmare il nostro cuore. Impareremo così a tendere, disarmati, verso quel bene che non possiamo costruire o procurarci con le nostre forze […].
(Benedetto XVI, 7 novembre 2012)

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Saporiti

Marco Pozza
sabato 4 febbraio 2017

Venuti al mondo per dare l’assalto: avventurieri, esploratori, pionieri. Nati, certi giorni, per calare le reti in mare, altri per riparare le reti sulla riva, altri a poggiare lo sguardo sul destino del mondo. Avranno il sale cucito addosso tutti gli amici del Maestro: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13-16). Nel loro volto brillerà la luce: “Voi siete la luce del mondo”. Sono arnesi — il sale e la luce — che non hanno la veemenza tipica dell’assalto ma tengono la delicatezza di chi si poggia sul bordo delle cose, sul limite del mistero: sul cibo per dare sapore, sulla superficie delle cose per darle fisionomia, spessore. Elementi primi di una vita feriale che a Dio stette tremendamente più a cuore delle vite-esagerate allora in voga.
Il sale non forza la carne: le si appoggia sopra, quasi chiedendole il permesso d’entrare. La luce non calca la superficie: le bussa tutt’intorno per chiederle se è gradita. Il sale e la luce, come l’uva del vigneto nella stagione del sole: il sole non la tocca nemmeno, eppure guardandosi il grappolo si scopre vino buono. La ricetta-del-gusto è trasparente nei Vangeli: evangelizzare non è aggiungere qualcosa che la creatura non possiede, armati di paura e forza. Parlare di Dio sarà una sfida di tutt’altra fattezza: permettere all’uomo di scoprire ciò che è già dentro di lui. Poggiarsi sull’uomo, lambire la ferita che sanguina, palpare la carne sofferente. Stare sulla soglia, pronti a tutto, capaci d’amare il tutto che accadrà: il massimo del rifiuto, l’inimmaginabile dell’accoglienza. Dio, in breve.
Nella realtà, cum grano salis. Dentro quel dramma-della-carne che per i poveri è l’unico dogma che esista: tutto il resto, anche la più fine teoria, non ha sapore se la carne non ne avverte l’urto di ciò che significa per lei. La vita vera, la vita più misera, è sempre più fascinosa della vita immaginata: dentro la storia Dio si manifesta, sulle nuvole ama dare appuntamento l’Avversario. Forse per questo Cristo, agli amici che volevano andargli dietro, ha detto d’essere luce e sale: si specializzeranno nel fare emergere ciò che già esiste, nel risvegliare il gusto delle cose, nel dare una forma all’amore-ottenebrato, nel prestare voce a chi voce non ha. Con quel modo di fare modesto che è della madre: in attesa, bussando.
Come ha fatto Lui, così faranno loro: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19). Luce-negata, bellezza-ferita, Dio-rifiutato: la luce, però, non per questo si è fatta oscura, è diventata oscurità. Ha accettato d’essere luce-negata, tanto “non può restare nascosta una città che sta sopra un monte”.
Non può, dice Cristo: che ognuno rimanga desto al suo posto, che ciascuno s’attacchi alla missione per la quale è nato: il sale per insaporire, la luce per illuminare, la barca per non addormentarsi nel porto. Che ognuno, nel giorno decisivo, si faccia trovare pronto nella sua postazione-d’attacco: esserci sarà salvarsi, distrarsi perdersi. Con l’amarezza d’aver sprecato un’avventura: “A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Sopra un monte, sul candelabro, bene in vista: saporiti. Che s’accorgano tutti cos’è l’amicizia con Dio. Felice destino quello dei cristiani: combattuti, arsi, minacciati. Crocifissi e derisi: beati voi! Gli infelici saranno tutti gli altri: quelli che nessuno contesta, coloro dei quali nessuno s’accorge, i volti di chi cerca degli amici occasionali. I primi arsi vivi sulle graticole, i secondi ignorati: mentre la carne dei primi arderà, i secondi s’intestardiranno a domandarsi come mai loro, invece, non danno problemi a nessuno. Non infastidiscono il principe-fastidioso: il che, a ben pensarci, rattrista assai dal momento che il vivere non è mai costato così tanto come il vivere-male. Il morire accorgendosi di non aver vissuto: lampade sotto il moggio, sale senza sapore. Infedeli a Dio: “Che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Vi guardino per scrutare Lui da vicino: il Creatore nella creatura, il Tutto nel frammento, Dio nell’uomo. Il sale e la luce: il primo, per dare sapore, brucia. La seconda, per far luce, smaschera: nella ferita “si nasconde, clandestinamente, la perla della nostra salvezza” (P. d’Ors). Anche della differenza cristiana: diversamente-uomini.

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Una creatura infinitamente amabile

Come Dio ci ama
Vincent Nagle
sabato 28 gennaio 2017

La settimana scorsa sono stato ospite al New York Encounter, uno stupendo festival culturale cattolico che si tiene ogni anno a Manhattan, e lì ho avuto una conversazione pubblica con un attore ormai molto premiato e che comincia ad apparire in tanta tv importante e poi anche in qualche film, di nome Richard Cabral. L’Encounter lo aveva invitato perché ha una storia particolare. Cresciuto nei “barrios” di Los Angeles, entrò in una banda di fuorilegge a 12 anni, e dall’età di 13 anni cominciò a frequentare il carcere. A vent’anni ha affrontato una condanna a 20 anni, che poi viene commutata a soli cinque anni. Una volta uscito di prigione cerca di cambiare vita, conosce un prete molto noto che lavora con i ragazzi delle gang, trova loro lavoro e li aiuta a ricominciare a vivere. “Vedi, Father Greg ha aiutato quella piccola fiamma che c’è nel mio animo a riaccendersi… mi ha aiutato a credere nell’amore… perché se qualcuno altro mi ha amato, come non posso amare me stesso?”.
Ad un certo punto, ad una mia domanda sulla sua vita nella gang, ha dato una risposta che ha sorpreso tutti, suscitando più di un mormorio nel migliaio di persone che ci stavano ad ascoltare. “Quelli della banda — ha detto Cabral — erano le persone più amabili del mondo. Le gangs esistono per l’amore”. Dopo tutto quello che aveva detto della violenza della sua vita, delle aggressioni più o meno gratuite che ha visto e fatto, questo non me lo aspettavo. Nella mia testa vedevo uomini pericolosi, pieni di rabbia e brutalità, e perciò era scioccante guardare Richard mentre lui era commosso al pensiero dei suoi ex compagni.
E allora mi sono ricordato di mio padre, un reduce della seconda guerra mondiale che, dopo tanti anni in cui non aveva più voluto sentir parlare di quelle esperienze brutali, nell’ultima parte della sua vita cercava la compagnia di quelli che avevano fatto la guerra con lui. Era così, pensavo, perché si trattava di uomini che avrebbero dato la vita per lui e mio padre aveva ora bisogno di ricordare il tempo in cui si sentiva amato.
Ho visto in Richard una nostalgia simile a quella di mio papà. E guardando Richard, avevo il desiderio di poter guardare in volto persone minacciose come lui era stato capace di fare. Vorrei poter stare davanti a persone che portano distruzione e sangue e vedere che sono amabili, che sono le persone più amabili del mondo.
Tre giorni dopo, ho potuto celebrare la messa per il secondo anniversario della morte di un amico che è stato leader di una comunità cristiana di New York. Era un nero, cresciuto nella povertà, dedito alla droga e all’alcol, a furti e violenze con le quali si procurava le sostanze di cui era dipendente.
Poi un incontro con un prete gli ha cambiato la vita. Ha incontrato una ragazza di questa comunità, una cattolica per bene e si sono sposati. Mentre lui moriva, lei ha fatto dei video (si trovano su Youtube) sul marito parlando della vita, di Dio, dell’amore, della gratitudine, della bellezza. Si chiamava Frank Simmonds. Rivedendo questi video la cosa che più mi ha colpito era quando Frank ha dichiarato che il dono più grande che Dio gli aveva dato, e di cui era più grato, era di poter vedere se stesso come Dio lo vedeva, con lo stesso sguardo di Dio. E ciò che vedeva era una creatura infinitamente amabile.
Voglio questo. Vedere le persone, me compreso, come Dio ci vede, senza paura. Voglio scoprire come ognuno di noi è infinitamente amabile. Questa è la mia preghiera. Grazie, New York!

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I cuori grandi

Fabio Capolla
mercoledì 25 gennaio 2017

ELICOTTERO 118 CADUTO. Cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo. In tanti ieri si sono posti questa domanda. L’Abruzzo in queste ultime settimane è diventato il centro del mondo. Per le disgrazie. Mentre i soccorritori lavorano alacremente sulle rovine dell’hotel di Rigopiano per recuperare i corpi delle persone rimaste sotto la slavina, con la speranza, sempre più flebile, di trovare qualcuno ancora in vita, le cronache registrano altri sei morti. Un elicottero del soccorso del 118 è precipitato ieri subito dopo aver recuperato uno sciatore 50enne di Roma, che si era rotto tibia e perone sciando nella stazione di Campo Felice, sul versante aquilano della catena del Gran Sasso. La scarsa visibilità, forse un cavo elettrico colpito dall’elicottero. Fatto sta che il velivolo è precipitato per 600 metri. Le sei persone a bordo non hanno avuto scampo.
Tra di loro un medico e un volontario del soccorso alpino, Walter Bucci e Davide De Carolis che fino al giorno prima erano stati a Rigopiano, a portare i soccorsi, a cercare di recuperare i superstiti travolti dalla slavina.
Tristezza, lacrime, disperazione. La notizia in pochi minuti è rimbalzata dall’Aquila a Rigopiano, fino a Teramo. Tante domande senza risposta, tanti perché. Il destino che trasforma uomini dediti al salvataggio di altri uomini in vittime. L’Abruzzo al centro del mondo, ma non per il fascino delle sue montagne, per la bellezza della costa. Dagli Appennini al mare in pochi minuti, quando non ci sono scosse di terremoto, nevicate che si ricordano nel tempo, quando c’è la luce e le vecchiette di paese raccontano aneddoti della montagna. L’Abruzzo forte e gentile mostra tutte le sue debolezze. Chiede preghiere, unico sollievo per dare risposte a chi è rimasto a piangere i propri cari.
“Ho condiviso con lui tanti anni di lavoro a Carsoli ed il suo sorriso mi accompagna ancora… ora è in Cielo, ha dato la vita per soccorrere un altro uomo!”, scrive un medico del 118 teramano per ricordare Walter Bucci. Una persona che ha vissuto il suo ruolo di medico rianimatore dedicato agli altri e per salvare un altro ha trovato la morte. La sua dedizione verso gli altri lo aveva portato a diventare volontario del soccorso alpino, quando non era in servizio con il 118.
A piangere Davide centinaia di persone. A Teramo, dove da ragazzino faceva lo scout, il liceo, prima di trasferirsi a Santo Stefano di Sessanio, nell’Aquilano, dove viveva con la moglie, la figlia, dove era diventato consigliere comunale. A inizio anno era su una ruspa per liberare dalla neve le strade del paese. Sempre pronto a portare aiuto, a qualsiasi livello. Quell’educazione scout che ne aveva fatto un ragazzo amato da tutti, che lo aveva fatto diventare uomo. E uomo per gli uomini.
Disastri su disastri, ma anche la scoperta di cuori grandi, di dedizione verso l’altro. Così si scopre che, al di là del dolore, queste persone non sono morte per nulla. Hanno lasciato un segno, una testimonianza. Una speranza per chi li ha conosciuti, ma anche per chi li ha scoperti nel momento dell’emergenza.

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La libertà verso Dio

Stefano Arduini
mercoledì 4 gennaio 2017

Il termine parresia (pan, tutto, e rhema, il detto, discorso: quindi “dire tutto”) è termine greco che, come ricorda Michel Foucault (Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli 2005), appare in Euripide, e dunque nel mondo greco del V sec. a.C., ed ha uno sviluppo nel mondo cristiano attraverso la mediazione della Septuaginta, la versione della Bibbia in lingua greca, caratterizzando una modalità di azione che è alle origini dell’esperienza cristiana.
Nel mondo greco la parresia può essere intesa come libera testimonianza della verità. Questo sia nei confronti di chi esercita l’autorità che verso chi si ha vicino. Comporta un rischio, perché può mettere in difficoltà chi la esercita come può mettere in crisi il rapporto con l’altro. Presuppone coraggio dunque, perché bisogna essere coraggiosi nel testimoniare quello in cui si crede così come nel rifiutare le relazioni ipocrite.
La parresia implica non soltanto il dire quella che si ritiene la verità, ma la libertà di poterla dire: se sono costretto a dire la verità non esercito la parresia. Essa presuppone che non posso testimoniare il vero se non entro un orizzonte di libertà. Quindi essa implica un mettersi in gioco completamente e liberamente. Una libertà che è al tempo stesso un dovere che richiama la propria umanità.
Riassume Foucault: “La parresia è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, una certa relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica… e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere… Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà. E sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita o della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del tornaconto o dell’apatia morale”.
Il termine greco presuppone un’idea di uomo che considera la libertà nei confronti degli altri, ma anche verso se stessi, come un valore supremo. Il termine passa nella Septuaginta attraverso una riscrittura operata dal giudaismo della diaspora, che cerca di affermarsi in un contesto culturale in cui correva il pericolo della cancellazione della propria identità. In questo senso la parresia viene incorporata nel nuovo vocabolario con alcuni slittamenti concettuali che creano qualcosa che non è propriamente greco né ebraico. Ad esempio, come ricordano Kittel e Frierich (Grande Lessico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia 1967: IX, 891ss), parresia appare in Levitico 26,13 come elemento caratteristico dell’uomo libero opposto allo schiavo. In Proverbi 1,20; Proverbi 10,10 e nel Cantico 8,10, indica il parlare libero ed è in relazione con la sapienza divina. In 4 Maccabei 10,5 troviamo la parresia del martire. In Ester 8,12-13; 1 Maccabei 4,18 e 3 Maccabei 41, il verbo prende il significato di parlare in pubblico mentre in 3 Maccabei 7,12 troviamo il significato di libertà che viene data. Nella Siracide appare nella forma del verbo, unica volta nell’AT, con il senso negativo di agire in maniera arrogante, un significato, questo, già presente in Platone, quando parla della cattiva democrazia, e che ritornerà in varia letteratura cristiana: parresia cattiva alla quale si può opporre solo il silenzio.
Troviamo la vera novità concettuale nella versione greca dell’AT quando si parla di parresia verso Dio o di Dio (Kittel-Friedrich, cit.,: IX, 893). La parresia di Dio si trova quando questi si manifesta in tutto il suo splendore come nel Salmo 93 (94),1. La parresia verso Dio è quella che in qualche modo passerà anche nel NT e la troviamo in Giobbe 22,26; 27,10; Sapienza 5,1; in Proverbi 13,5; 20,9. In questi casi vi è una sottolineatura del senso di fiducia che il giusto ha nello stare davanti Dio. Questa idea di fiducia la ritroveremo in maniera interessante nella traduzione che la Vulgata farà del termine parresia nel NT traducendolo per ben 18 volte appunto con fiducia (Giuseppe Scarpat, Parrhesia greca, parrhesia cristiana, Brescia, Paideia 2001).
Nel greco del NT il termine e i suoi derivati sono presenti soprattutto in Giovanni, negli Atti e nelle Lettere di Paolo.
Giovanni usa il concetto per descrivere il modo in cui Cristo si rivela (Gv 18,20). Al tempo stesso è ciò che rivela la presenza dello Spirito perché mostra la libertà della nostra preghiera. Essa è frutto di una coscienza libera che si mostrerà anche nel momento del giudizio.
Negli Atti il verbo indica un atteggiamento già presente nel concetto greco: il coraggio e il rischio come in Paolo appena convertito 9,27; 9,28, Paolo e Barnaba davanti ai Giudei di Antiochia di Pisidia, e con i pagani della Licaonia At 14,3, il coraggio di Apollo ad Efeso (At 18,26) e di Paolo nella sinagoga della stessa città (At 19,8) e davanti a Festo e Agrippa (At 26,26).
Anche nelle Lettere di Paolo la parresia alle volte coincide con il coraggio della testimonianza (1, Ts 2,2) e in questo senso sta alla radice dell’esistenza cristiana e naturalmente di quella apostolica. È la libertà verso Dio, che fonda la libertà verso gli uomini (ad esempio 2 Cor 3,12).
Ciò che possiamo vedere come un elemento comune alle diverse accezioni, un filo rosso che collega tutto, è che la parresia implica la libertà: solo se sono libero posso esercitare la parresia. Lo è nel mondo greco dove, anche se la parresia viene dal basso, come ricorda Foucault, cioè mette in crisi l’autorità, è fondamentale che il parresiastes sia un uomo libero e uno dei migliori, che anzi mette a rischio questa sua condizione pur di poterla esercitare. Ma la libertà, nei Padri della Chiesa come per Gregorio di Nissa, è anche quella che l’uomo ha di fronte a Dio come manifestazione della propria coscienza. Dunque la parresia è ciò che manifesta la libertà stessa dell’uomo, che lo mette in rapporto con il suo destino. Fuori di essa la stessa consistenza umana viene meno.
È proprio questo aspetto che è risultato determinante nel costituirsi di quella nuova antropologia non greca né ebraica che alle origini dell’esperienza cristiana ha posto come punto centrale quello di coniugare verità e libertà, sapendo bene che la prima non può essere accostata per costrizione ma solo con la testimonianza che il parresiastes mette in gioco.

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I nostri piccoli santi innocenti

La Sala stampa della Santa Sede ha pubblicato oggi la Lettera che Papa Francesco ha scritto ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti, celebrata il 28 dicembre scorso. Riferendosi alla strage degli Innocenti, così come è raccontata dal Vangelo, il Papa si sofferma sul “gemito di dolore delle madri che piangono la morte dei loro figli” di fronte “alla tirannia e alla sfrenata sete di potere di Erode. Un gemito che anche oggi possiamo continuare ad ascoltare, che ci tocca l’anima e che non possiamo e non vogliamo ignorare né far tacere. Oggi tra la nostra gente, purtroppo – e lo scrivo con profondo dolore –, si ascolta ancora il lamento e il pianto di tante madri, di tante famiglie, per la morte dei loro figli, dei loro figli innocenti”.
“Contemplare il presepe – scrive Francesco – è anche contemplare questo pianto, è anche imparare ad ascoltare ciò che accade intorno e avere un cuore sensibile e aperto al dolore del prossimo, specialmente quando si tratta di bambini, ed è anche essere capaci di riconoscere che ancora oggi si sta scrivendo questo triste capitolo della storia. Contemplare il presepio isolandolo dalla vita che lo circonda, sarebbe fare della Natività una bella favola che susciterebbe in noi buoni sentimenti ma ci priverebbe della forza creatrice della Buona Notizia che il Verbo Incarnato ci vuole donare. E la tentazione esiste”.
Il Papa domanda: “È possibile vivere la gioia cristiana voltando le spalle a queste realtà? È possibile realizzare la gioia cristiana ignorando il gemito del fratello, dei bambini? San Giuseppe è stato il primo chiamato a custodire la gioia della Salvezza. Davanti ai crimini atroci che stavano accadendo, san Giuseppe – esempio dell’uomo obbediente e fedele – fu capace di ascoltare la voce di Dio e la missione che il Padre gli affidava. E poiché seppe ascoltare la voce di Dio e si lasciò guidare dalla sua volontà, divenne più sensibile a ciò che lo circondava e seppe leggere gli avvenimenti con realismo”.
“Oggi anche a noi, pastori, viene chiesto lo stesso, di essere uomini capaci di ascoltare e non essere sordi alla voce del Padre, e così poter essere più sensibili alla realtà che ci circonda. Oggi, tenendo come modello san Giuseppe, siamo invitati a non lasciare che ci rubino la gioia. Siamo invitati a difenderla dagli Erode dei nostri giorni. E come san Giuseppe, abbiamo bisogno di coraggio per accettare questa realtà, per alzarci e prenderla tra le mani (cfr Mt 2,20). Il coraggio di proteggerla dai nuovi Erode dei nostri giorni, che fagocitano l’innocenza dei nostri bambini. Un’innocenza spezzata sotto il peso del lavoro clandestino e schiavo, sotto il peso della prostituzione e dello sfruttamento. Innocenza distrutta dalle guerre e dall’emigrazione forzata con la perdita di tutto ciò che questo comporta. Migliaia di nostri bambini sono caduti nelle mani di banditi, di mafie, di mercanti di morte che l’unica cosa che fanno è fagocitare e sfruttare i loro bisogni”.
Il Papa ricorda i 75 milioni di bambini che, “a causa delle emergenze e delle crisi prolungate, hanno dovuto interrompere la loro istruzione. Nel 2015, il 68% di tutte le persone oggetto di traffico sessuale nel mondo erano bambini. D’altra parte, un terzo dei bambini che hanno dovuto vivere fuori dei loro paesi lo ha fatto per spostamento forzato. Viviamo in un mondo dove quasi la metà dei bambini che muoiono sotto i 5 anni muore per malnutrizione. Nell’anno 2016 si calcola che 150 milioni di bambini hanno compiuto un lavoro minorile, molti di loro vivendo in condizioni di schiavitù. Secondo l’ultimo rapporto elaborato dall’UNICEF, se la situazione mondiale non muta, nel 2030 saranno 167 milioni i bambini che vivranno in estrema povertà, 69 milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno tra il 2016 e il 2030 e 60 milioni di bambini non frequenteranno la scuola primaria di base”.
“Ascoltiamo il pianto e il lamento di questi bambini – prosegue il Papa nella Lettera – ascoltiamo anche il pianto e il lamento della nostra madre Chiesa, che piange non solo davanti al dolore procurato nei suoi figli più piccoli, ma anche perché conosce il peccato di alcuni dei suoi membri: la sofferenza, la storia e il dolore dei minori che furono abusati sessualmente da sacerdoti. Peccato che ci fa vergognare. Persone che avevano la responsabilità della cura di questi bambini hanno distrutto la loro dignità. Deploriamo questo profondamente e chiediamo perdono. Ci uniamo al dolore delle vittime e a nostra volta piangiamo il peccato. Il peccato per quanto è successo, il peccato di omissione di assistenza, il peccato di nascondere e negare, il peccato di abuso di potere. Anche la Chiesa piange con amarezza questo peccato dei suoi figli e chiede perdono”.
“Ricordando il giorno dei Santi Innocenti, voglio che rinnoviamo tutto il nostro impegno affinché queste atrocità non accadano più tra di noi. Troviamo il coraggio necessario per promuovere tutti i mezzi necessari e proteggere in tutto la vita dei nostri bambini perché tali crimini non si ripetano più. Facciamo nostra chiaramente e lealmente la consegna ‘tolleranza zero’ in questo ambito”.
“La gioia cristiana non è una gioia che si costruisce ai margini della realtà, ignorandola o facendo come se non esistesse. La gioia cristiana nasce da una chiamata – la stessa che ricevette san Giuseppe – a “prendere” e proteggere la vita, specialmente quella dei santi innocenti di oggi. Il Natale è un tempo che ci interpella a custodire la vita e aiutarla a nascere e crescere; a rinnovarci come pastori coraggiosi. Questo coraggio – conclude il Papa – che genera dinamiche capaci di prendere coscienza della realtà che molti dei nostri bambini oggi stanno vivendo e lavorare per garantire loro le condizioni necessarie perché la loro dignità di figli di Dio sia non solo rispettata, ma soprattutto difesa”.

https://www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-ai-vescovi-difendere-i-bambini-del-mondo-dai-nuovi-erode

Il posto dove gioir s’insempra

Valerio Capasa
martedì 15 novembre 2016

C’è un sonetto di Jacopo da Lentini, il padre di tutti i sonetti, che è vecchio quasi otto secoli, e fa ancora (sempre più) rodere d’invidia. Fin dall’attacco, in genere, viene sbrigativamente liquidato, archiviato al più fra i retaggi del bigottismo medievale:

Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’aggio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.

Che Jacopo voglia servire Dio, può anche starci: è un uomo del Duecento, malato di fissazioni religiose. Altrettanto scontato risulta il motivo di tale servizio: il desiderio di andare in paradiso. Eccola, la creduloneria che ci aspettiamo. Ma che idea ha, lui, del paradiso?
Qui cominciano le sorprese: non certo un concetto teologico né delle nuvole da pubblicità. Innanzitutto è un posto di cui ha sentito parlare (“aggio audito dire”): la gente del suo tempo comunicava di bocca in bocca che alla fine non c’era una fine, ma un destino eterno. E come lo descriveva? Come un luogo in cui si mantiene “sollazzo, gioco e riso”: un luogo in cui la felicità “si manten”. No, perché qui, sulla terra, il problema è che il divertimento, il gioco, il riso saranno anche belli, ma proprio non si mantengono, non tengono, non durano, e il sabato sera non arriva al lunedì mattina. Possibile che vada a finire tutto nel niente?
Quell’epoca non si arrendeva: nel Duecento si sentiva parlare di una prospettiva per cui c’è infinitamente di più che ridere e giocare, eppure tutto, anche i giochi e le risate, viene salvato, per sempre. A chi viene al mondo oggi, invece, capita la stessa fortuna? viene disegnato lo stesso orizzonte? Scusate il crollo dalle stelle alle stalle, ma quest’anno il singolo di Emma Marrone grida nel ritornello: “Il paradiso non esiste, esistono solo le mie braccia in questo piccolo mondo di oggi”. E dopo essersene uscita con quello che non riesce a produrre un ossimoro ma solo un finale a casaccio (“questo piccolo mondo, un mondo infinito”), la nostra filosofa insiste a ripetere che “il paradiso non esiste, lo abbiamo lasciato a tutti gli altri: mi basta il piccolo mondo di oggi, mi basta il piccolo mondo”.
Che tristezza! Se un uomo del Tremila paragonasse questi due testi, non avrebbe dubbi su quale sia stata l’epoca buia tra le due. Come può bastarti “il piccolo mondo di oggi”? come possono bastarti le tue piccole “braccia”? come possono bastarti i giochetti, le risatine, i divertimenti? che schifo di prospettiva offriamo a chi amiamo? davvero “solo le mie braccia”? Il nostro è un tempo che non sa che farsene del paradiso, e non perché sia meno religioso e più concreto, ma solo perché si accontenta delle cose piccole. Oltre al gioco (ludus) che un giorno ci illude (in-lusus) e un altro ci delude (de-lusus), non c’è altro: e alla fine, una manciata di polvere. È ovvio, quello che ora ti piace, domani si perde. “Non ci resta che piangere”: anzi, ridiamoci su, cadendo nel burrone all together, con le cuffiette nelle orecchie.
Abbiamo perso il paradiso: guadagnando almeno la terra? Sarebbe almeno un buon contrappasso: ai medievali il cielo, a noi la terra. Così, del resto, insegnano i libri e gli insegnanti. Ma che ne sanno? l’hanno letta la seconda strofa?

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Va bene il paradiso, ma non toglietemi lei: senza di lei non si può godere. Alla faccia di tutti i nostri pregiudizi, Jacopo da Lentini, da buon medievale, non si sogna nemmeno di escludere la terra per esaltare il cielo: per lui non c’è donna senza paradiso e non c’è paradiso senza donna. Perché il cielo non inghiotte la terra, ma la salva dal suo inghiottimento, e chi ama Dio non trascura l’uomo: anzi, quanto più ama qualcuno, tanto più ha bisogno che Dio lo salvi. Che senso avrebbe star bene per due ore o per due mesi o per due anni? Abbiamo bisogno, per godere davvero, del paradiso: il posto “dove gioir s’insempra”, come lo chiama Dante, inventandosi al solito un verbo che non potrebbe avere sostituti: insemprarsi, altro che le braccine delle fidanzatina del momento! Non sappiamo che farcene, di questo “nichilismo gaio” del “mangia, ché devi essere mangiato”, di questo dilagante “chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza”
Col sospetto di finire mangiato dai vermi, come fate a essere lieti? Contenti forse sì, ma la contentezza è per sua natura, etimologicamente, contenuta: una piccola cosa, come le piccole braccia del piccolo mondo. E non c’è, in Jacopo, nessuna scissione fra effimero ed eterno:

Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ‘l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.

Non vuole imboscarsi con lei tra le frasche del paradiso, ma lo consola già adesso pensare che la vedrà per sempre, nella gloria. A questo punto noi moderni, che ce ne infischiamo di queste chiacchiere, potremmo anche scrivere il nostro bel controsonetto, che durerebbe non ottocento anni ma il tempo di qualche likes: “Io me ne frego di Dio, il paradiso non esiste: l’unica cosa che ho nel cuore, in questo mondo noioso e stressante, è qualche divertimento ogni tanto, un bel viaggetto che, si sa, poi finisce e purtroppo si torna a lavorare. Lasciatemi qui con chi capita, così mi distraggo un po’ e non ci penso. E che ci importa della gloria e del suo sguardo? Se mi togliete pure i peccati (che poi chi l’ha detto che sono peccati?), la vita sarebbe una fregatura”.
Complimenti: aver perso già Dio con l’angoscia di poter perdere anche Satana. Rimanere all’asciutto, senza paradiso e senza lei. A meno che non ci capiti di incrociare qualche “bel viso”, e di accorgerci, finalmente, che amare significa desiderare di insemprarsi. Non perderla mai: quello che un tempo, prima di Emma e del nostro piccolo mondo marrone, dipingevano d’oro e chiamavano paradiso.

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Lasciare l’essenziale

Corrado Bagnoli
venerdì 28 ottobre 2016

“Lei mi chiede che cosa mi interessa in poesia e che cosa ancora desidero scrivere. Le rispondo subito: la vita, la vita delle parole, la vita dalla vita vera nella nostra mente continua e si spegne nel linguaggio, questo mi interessa e di questo voglio continuare a scrivere”.
Così il poeta svizzero Giorgio Orelli, poco prima della sua morte avvenuta nel 2013, risponde a una delle domande che la critica Elisabetta Motta gli ha rivolto durante un’intervista che, insieme ad altre undici, compone il volume La poesia e il mistero, recentemente edito da La Vita Felice di Milano e che sarà presentato in anteprima oggi, 28 ottobre, alle ore 18 nella Villa Reale di Monza (Sala nobile I piano).
Il volume nasce dalla frequentazione personale della studiosa seregnese con alcuni dei più rappresentativi poeti contemporanei: gli italiani Giampiero Neri, Davide Rondoni, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Donatella Bisutti, Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia; gli svizzeri di lingua italiana Giorgio Orelli, Fabio Pusterla, Alberto Nessi, Pietro De Marchi. Ogni intervista è preceduta da una piccola selezione di testi dei poeti intervistati e il libro si presenta così anche come una preziosa occasione per introdursi alla loro opera.
A questi poeti, Eisabetta Motta ha chiesto di rispondere ad alcune domande cruciali sul senso della poesia oggi: qual è il compito che possiamo attribuire alla parola poetica? Qual è il suo rapporto con la realtà, come è in grado di custodirla e di darle rilievo? Come in questo compito la parola poetica si trova immersa nella relazione con il mistero? La profondità delle domande non deve far pensare a un libro arduo e ostile: merito di Elisabetta Motta che sa sempre condurre il suo dialogo con i poeti utilizzando un linguaggio semplice, chiaro, senza fronzoli.
E merito anche dei poeti che non a caso sono stati scelti e accomunati in questa raccolta, poiché, pur nella diversità delle loro poetiche, tutti perseguono nel loro lavoro una ricerca che potremmo riassumere con le parole di un testo di Pietro De Marchi: “Eliminare il superfluo, gettare/ la zavorra, sgombrare/ gli impacci, gli intralci, strappare/ le erbacce, estirpare/ il convolvolo, fare/ piazza pulita, tabula rasa. // Poi spogliarsi del troppo e del vano,/ ridurre all’osso, scarnire, spolpare,/ lasciare/ soltanto l’essenziale”.
L’autrice conduce i suoi dialoghi invitando dapprima i suoi interlocutori a dare spiegazioni rispetto ai testi antologizzati, ma poi, soprattutto e grazie anche alla grande conoscenza delle loro opere, s’incammina con loro ad esaminare aspetti della parola poetica in generale, li chiama quasi ad una vera e propria confessione circa aspetti della loro vita, dei loro valori. Il clima che si respira quindi tra le pagine del libro è quello di una grande confidenza e insieme quello di una consapevolezza altissima del lavoro poetico.
Ma anche quando si affrontano i temi più specifici del linguaggio poetico, siamo sempre in presenza di un discorso chiaro, comprensibile e profondo insieme, con gli autori che si mettono a nudo per capirsi e per farsi capire. Perché questo è poi il vero compito del libro, l’intenzione da cui nasce e che viene completamente realizzata: compiere un percorso conoscitivo in compagnia di autori che si tengono ancora stretta la lezione di Saba e della sua poesia onesta.
Venerdì 28 ottobre sarà la prima di una serie di presentazioni in cui l’autrice dialogherà di nuovo con alcuni dei poeti che hanno costruito con lei questo percorso: saranno presenti Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia, Massimo Morasso. Il 20 di gennaio 2017 il secondo incontro, a Seregno, alle ore 21 presso la Sala XXIV maggio con i poeti Pietro De Marchi e Giancarlo Pontiggia, tutti nati o già residenti nella cittadina brianzola. Per continuare a interrogarsi, per ricominciare sempre, come fa la vita, come fa la poesia.

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Il nulla che uccide il gusto della vita

Federico Pichetto
lunedì 24 ottobre 2016

Quando si entra nelle vicende di un altro paese, seppur per motivi di cronaca, occorre farlo in punta di piedi. A Schmöll, in Germania, un giovane somalo ospitato in un centro d’accoglienza, da tempo affetto da disturbi depressivi, ha prima minacciato di buttarsi giù dalla finestra del quinto piano della struttura dove era ospite, poi, all’arrivo della polizia che ha tentato in tutti i modi di dissuaderlo, ha ceduto all’incitamento della folla che lo incoraggiava a buttarsi mentre diverse persone dai palazzi circostanti, riferiscono i testimoni, filmavano tutto con il telefonino. L’uomo è morto per le ferite riportate e — se tutto questo non fosse drammaticamente vero — verrebbe da pensare al canovaccio di una novella pirandelliana più che ad un fatto realmente accaduto.
Il problema non è tedesco e nemmeno occidentale: quanto accaduto ha a che fare con l’umano in quanto tale e chiede una riflessione profonda. I fatti di Schmöll raccontano di che cosa voglia dire oggi vivere immersi nel nulla. Il nulla è la costante del nostro tempo perché nel nulla sembra destinato a finire ogni istante. L’attimo non è più un passo verso il tutto, verso il futuro, ma è diventato uno spazio disperato in balia di un cuore che brama di essere pieno — e non sopporta il vuoto — e di una società che ha smarrito il senso della presenza di una persona, riducendola a “niente”. Il nulla porta quindi con sé il vuoto e il niente, configurando una triade esistenziale dove la depressione e la riduzione della vita a “cosa” dominano e vincono.
La questione, tuttavia, non si può risolvere più con le categorie tipiche di una certa retorica anti-moderna che prova a ravvedere nel pensiero di Nietzsche, di Marx e di Freud l’origine culturale di tutto questo. La globalizzazione iniziata negli anni novanta del secolo scorso, e supportata dalla diffusione della rete e dal collasso del sistema collettivista, ha generato un mostro nuovo, la mondializzazione del nulla e — come ama dire il Papa con sofferenza — dell’indifferenza. È sorta una nuova civiltà globale che banalizza tutto in forza di un’assenza da cui si sente minacciata e in cui si sente immersa. L’origine di tutto questo, della solitudine e dell’incomunicabilità che l’uomo di oggi sperimenta, è nella rottura col passato, nel venir meno di un’appartenenza che oggi i movimenti nazionalisti e ultraconservatori ricercano nella rivendicazione di confini e identità che sono stati ampiamente superati dalla storia.
Il giovane somalo di Schmöll è solo l’ultimo anello di una catena di volti e di storie che hanno perso il contatto con la storia e, quindi, la percezione di un loro posto nel mondo. Quello di questo tempo è un problema di “vocazione”, di consapevolezza del proprio ruolo e del proprio destino, ed è soltanto il punto finale di un effetto domino che parte nel momento in cui l’essere umano — a qualunque latitudine o longitudine di questa terra — nega la prospettiva infinita del bisogno che lo abita e delle domande che lo assillano. Cercando in cose finite l’Eterno promesso, e non avendo più una tradizione con cui confrontarsi durante il cammino di questa ricerca, l’Io avverte tutta la vertigine del vuoto, del niente e del nulla. Ed allora si può “tifare” perché un individuo si suicidi, si può filmare la scena per avere finalmente qualcosa da dire a chi ci sta vicino, e si può morire prigionieri degli inganni della propria mente.
Ripartire non è facile. La mia nonna soleva dire che “quando il Cielo si fa troppo buio, allora Dio suscita i Suoi Santi”. Non allora è un caso che tutto questo accada all’inizio della Novena della Festa di Ognissanti: sembra quasi che esso sia un monito, confuso tra tutte le voci della terra, a non smettere di cercare i volti e gli occhi di coloro che, anche nel cuore della notte, continuano ad essere fiaccole fumiganti di una luce, testimoni di una nostalgia che fa morire gli uomini e che li rende cinici e spaventati di fronte a tutto. Per la paura che alla fine la vita sia tutto qui, in questo niente che ci attanaglia e che ci toglie il gusto del vivere.

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Obiezione di coscienza e dignità umana

Il Segretario di Stato di Sua Santità, il cardinale Pietro Parolin, ha inviato al professore Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, un messaggio sul tema dell’obiezione di coscienza, oggetto del convegno “Coscienza senza diritti?” che inizia oggi alle 15 nell’Aula dei gruppi a Montecitorio.
Nel messaggio, che – al pari del convegno – la cronaca di queste ore (con le polemiche anti-obiezione sollevate senza fondamento a margine della tragedia di Catania) mostra drammaticamente attuale, il cardinale Parolin ricorda che «l’obiezione di coscienza non è (…) solo una delle molte frontiere lungo le quali si decide il confronto tra una visione strutturata e valoriale della persona ed una visione molto più fluida, se non addirittura “liquida” (…) di un uomo disancorato da solidi punti di riferimento, secondo una malintesa idea di libertà. L’obiezione di coscienza è anche il luogo dove si misura il fondamento della dignità umana (…)». E aggiunge che «sarebbe invero strano, per non dire paradossale, che in un tempo in cui la volontà umana si arroga “il diritto di creare diritti” – abbattendo uno dietro l’altro limiti che la natura, l’etica, la religione e la stessa cultura umanistica hanno finora indicato – in questo stesso tempo l’uomo venga ferito anche nell’intimo della coscienza».
Il convegno di oggi sarà aperto dai saluti del questore della Camera Stefano Dambruoso e del presidente dell’Ass. Naz. Magistrati Piercamillo Davigo, cui seguiranno le relazioni del direttore dell’European Centre for Law and Justice Grégor Puppinck, del consigliere della Corte di Cassazione Giacomo Rocchi e del professore Mauro Ronco, e le testimonianze dai settori interessati in modo diretto o indiretto dal conflitto fra la norma di legge e la coscienza personale, con il presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini, il segretario generale della Federazione internazionale delle Associazioni dei Medici cattolici Ermanno Pavesi, il presidente dell’Unione cattolica Farmacisti italiani Pietro Uroda, il dirigente della P.A. Paolo Maria Floris.
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