“L’arte è la firma infalsificabile dell’essere umano”

Disegno rupestre di 40.000 anni fa«Salimmo sù, el primo e io secondo, /tanto ch’i’ vidi de le cose belle/ che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo» (Inferno, canto XXXIV)

Con buona pace dell’orsa Daniza, il primo animale verso cui l’uomo dimostrò una premurosa attenzione pare sia stato un cinghiale. Che non è esattamente il tipico animale «carino e coccoloso», per usare la felice espressione dei pinguini di Madagascar. Eppure, circa 40 mila anni fa, in Indonesia qualcuno – più uomo che scimmia – lo ritenne una bestiola così interessante da disegnarla. La rivista Nature ha, infatti, pubblicato il contributo di un’equipe di archeologi australiani che hanno studiato le pitture rupestri presenti sull’isola indonesiana di Sulawesi. Col supporto di un metodo scientifico più accurato dei precedenti, basato sul decadimento dell’uranio, la collocazione temporale di quei disegni (scoperti negli anni Cinquanta) è stata retrodatata, dimostrando che sono tra le testimonianze artistiche più antiche.

Mani e cinghiali, sono questi i soggetti che i cavernicoli schizzarono. Dapprima appoggiarono i propri palmi alla parete e ne delinearono il profilo, proprio come fanno i nostri bambini su un foglio bianco coi pennarelli. Più tardi disegnarono un babirussa, una specie di cinghiale che evidentemente incrociavano durante la caccia. Non è impressionante? Prima le proprie mani, ovvero: la coscienza di sé come creatura operativa, capace di fare e toccare. E poi la vita circostante: un’osservazione meravigliata delle forme e il desiderio di riprodurre quelle più strane… le grosse corna e i musi allungati.

Chi avanza dubbi sull’esaustività della teoria darwiniana viene spesso scambiato per uno che preferisce le favolette alla nuda realtà. Personalmente, devo ringraziare il signor Chesterton per avermi fatto ribaltare i termini della questione: chi si affida completamente a una spiegazione meramente evoluzionistica è carente di ragione. Perché quel che accadde a un certo punto dentro quelle grotte è qualcosa di straordinario. Le pitture rupestri sono lo specchio più sincero della nostra umanità: «L’arte è la firma infalsificabile dell’essere umano», sintetizza Chesterton ne L’uomo eterno. E aggiunge, con un paradosso fulminante: «Dire che l’uomo più primitivo disegnava figure di scimmia è dire un’ovvietà; dire che la più intelligente delle scimmie disegnava figure di uomini è uno scherzo».

In quelle grotte dipinte ci sono le tracce di un gigantesco salto di qualità, eclatante quanto un fuoco d’artificio e non meccanico come un anello mancante. Non del tutto mancante, comunque, se oltre alla scienza diamo credito alla poesia. Dante, a modo suo, visse su di sé l’esperienza dell’uomo primitivo; scendendo all’inferno regredì allo stato di bestia, per poi avviarsi a recuperare la sua umanità. Giunto in fondo all’abisso, il poeta risale pian piano con Virgilio per ritornare sulla terra. E, mentre è ancora nell’antro infernale, intravede il luminoso mondo esterno da un «pertugio tondo»; a quel punto, la sua voce nella grotta disegna qualcosa di inaudito: dice che il cielo gli «porta delle cose belle», le stelle. E quale animale sarebbe capace di definire la realtà come un dono che il cielo porta ai viventi? Ecco cos’è un disegno su una parete, il vagito di una creatura nuova capace di incidere lo stupore su pietra.

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Il non senso della guerra

L’autrice di questo articolo vive nel kibbutz Sasa in Israele.

È mezzanotte, anche due dei miei figli sono stati reclutati. Si sono trovati i resti del soldato rapito da Hamas e abbiamo assistito a un altro straziante funerale. Sulle  porte dei negozi di famiglie ebraiche di Roma si cancellano le svastiche lasciate durante la notte, il commissario per i Diritti umani dell’Onu, Navi Pillay, denuncia gli Stati Uniti per aver sostenuto Israele nella creazione dell’Iron Dome.

I nostri ragazzi stanno cercando di debellare i tunnel interminabili che portano direttamente nel cuore di Israele. Ce ne sono altri di tunnel: dalla Siria al Golan, dal Libano alla Galilea. L’areoporto di Ben Gurion è deserto, anche le spiagge. La gente si riunisce, si parla, ci si chiede: Cosa ci sta chiedendo D-o? In cosa dobbiamo migliorare? Cosa dobbiamo cambiare? In cosa stiamo sbagliando? Perché D-o non manda l’angelo a fermare la nostra mano mentre stiamo per sacrificare i nostri figli? Che dobbiamo fare di più? Abbiamo trasformato una landa deserta in un giardino dove germogliano anche i sassi. La culla del monoteismo è diventata anche la culla delle Muse, della letteratura, della poesia, della danza, del teatro, dell’High Tech.

Abbiamo creato ospedali, università, musei. Che ci stai chiedendo Signore… dove sei? Dove sei? Non ti vedo! Non sento… cosa ci stai chiedendo? La coscienza? Non ci dà pace: le immagini degli innocenti a Gaza che vagano tra le rovine ci inonda il cuore ma la rabbia per le donne velate che inneggiano al martirio, i video degli arsenali di armi nei sotterranei delle moschee, degli ospedali, le entrate nei tunnel della morte che partono dagli armadi delle cucine delle case di famiglie costrette o ben pagate per acconsentirne la costruzione, ci inondano di rabbia e di tristezza. Parliamo lingue differenti. Abbiamo due linguaggi differenti. Siamo differenti.

E non sto parlando dei palestinesi. Sto parlando di Hamas, di Ezzedine al qassam, della Jihad islamica di chi sta progettando da anni la distruzione di Israele. Non sto parlando di tradizioni e cultura, ma di animo, di spirito. Il nostro linguaggio, la mentalità la coscienza dell’Occidente dice: creiamo una famiglia, cerchiamo un lavoro, creiamo uno start up, mettiamo su una fattoria, andiamo in chiesa, andiamo in sinagoga. Il linguaggio del terrorista dice: dobbiamo vincere, dobbiamo comandare, dobbiamo distruggere chi non è come noi. E come si fa con questi?

Vado a dormire… a cercare di dormire con le immagini cruente di un video dei francescani in Terra Santa sui Cristiani perseguitati in Siria e in Irak dopo l’ascesa del califfato. Mons. Gregoire Pierre Malki racconta le tragedie a Mosul, non c’è più una Diocesi. Alle 6:00 del mattino mi sveglio di soprassalto… le sirene… penso di essere a Sasa, nel mio kibbuz: «Ci stanno attaccando dal Libano…», penso… sveglio mio marito. La sirena è assordante… mi giro intorno, non capisco nulla. Mi rendo conto di essere ad Herzliya, da mio padre. «Dove si va? Dov’è il rifugio?». Tre boati enormi sulla nostra testa. Mia sorella a Tel Aviv mi dice che un pezzo di missile è caduto nel parcheggio del suo palazzo.

No, non ho paura. Sto solo cercando di capire come possiamo bloccare la follia. Come possiamo convincere l’Occidente a fermare il terrorismo, come ricordare a tutti l’11 settembre, piazza Fontana e la strage di Bologna. Che si deve fare per sbaragliare l’odio antisemita che annebbia i sensi e impedisce di vedere la realtà? Sono qui mio D-o, a tua disposizione.

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Allora ella vide e capì…

Il romanzo distopico è, per noi lettori moderni post 1984 di George Orwell , Brave New World di Huxley ed del più recente The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood, un membro onorevole del Pantheon letterario; ci permette di guardare ad un presente inquietante attraverso il velo protettivo di  un mondo futuro immaginario, in cui l’autore coglie una inquietudine dell’oggi e ne profetizza il di solito infausto svolgersi in uno scenario variamente apocalittico. In Lord of the World, scritto da Monsignor Robert Louis Benson, (pastore anglicano “apostata” perché divenuto prete cattolico) nel 1907 ma ambientato all’inizio del XXI  secolo, lo scenario è il Giorno del Giudizio e The Second Coming, con la caduta del mondo sotto il dominio dell’Anticristo prima della dissoluzione finale, quindi scenario apocalittico per antonomasia.

Tuttavia  il romanzo di Benson è  distopico in un suo originalissimo modo, e certo non tanto perché  Benson, come i Maya o Orwell, abbia  tratteggiato un mondo non corrispondente a quanto il tempo ha poi dipanato. Certo nessuno oggi sceglierebbe l’asbesto come eccellente materiale di costruzione, della vera grande rivoluzione del XXI secolo, Internet, non vi è traccia alcuna nel romanzo, la tecnologia dei soli volors, specie di macchine volanti rapidissime, appare quasi ingenua in confronto ai viaggi spaziali, ma per molti lettori “the rub”, l'”inciampo”, del romanzo starebbe altrove.

Innanzitutto Benson “estremizza”, perché presenta il mondo come terreno di scontro fra due Mystical Bodies (“Corpi Mistici”) quello della Razza Umana e quello della Chiesa Cattolica, non vi sono altri attori su questo palcoscenico; il primo è assolutamente materialista e secolare, il secondo trascendente e votato all’eterno. Visto che  gli esseri umani sanno compiutamente donarsi solo ad altri esseri umani, tutti scelgono un solo amore, o quello per Julian Felsenburgh, il leader silente e misterioso della religione dell’Umanità, che infiamma le folle e a cui tutti i capi di Stato cedono ogni autorità, o quello per Papa Silvestro, tale Padre Franklin, un prete cattolico a cui tocca di diventare l’ultimo Papa in quel di Nazareth, pastore di una chiesa ridotta al lumicino e rientrata nelle catacombe e il cui solo ordine è quello dell’Order of Christ, proseliti votati praticamente al martirio.

Eppure di Felnsenburgh non si ode che una frase nel romanzo, lo si vede solo da lontano, non se ne conoscono origini e spostamenti, mentre di Father Franklin, umile prete londinese e futuro Papa Silvestro, si conosce tutta la vita interiore  e l’intima comunione che cerca con Dio attraverso la preghiera e la meditazione, a cui Benson dedica pagine e pagine, mostrandocene anche lo sguardo di stupore che porta al sole che si leva, o il suo chinarsi sui moribondi prima che li raggiungano i ministri dell’eutanasia. Father Franklin e Felsenburgh sono fisicamente identici, ma nel mondo dominato dalla Fede nell’Uomo, che adora la statua della Maternità, versione blasfema della Vergine Madre, il Lord of the World, il Signore e Padrone del Mondo, è Lui, Felsenburgh, (rigorosamente con la maiuscola così come Holiness, Sua Santità Pope Silvester), e Benson lo tratteggia perché abbia esattamente le caratteristiche dell’Anticristo, che vince attraverso la fede nel materialismo, la sua arma più efficace nella lotta contro Dio, perché nega il trascendente nell’uomo. E come rivolgersi per un aiuto al vero Signore del Mondo, se Lo si rifiuta? Al Diavolo piace “vincere facile”, diremmo noi moderni, parafrasandone malamente la natura di Padre della Menzogna.

Ma a chi interessa oggi un romanzo sulla Second Coming  che annunci  la vittoria del materialismo progressista? Forse a tutti, visto che alla vittoria del materialismo si associano nel romanzo fanatismo delle folle, un potere dittatoriale assoluto associato al culto della personalità, l’odio contro la fede cattolica, una strana sterilità (l’unica coppia di marito e moglie, i coniugi Brand, non ha figli, quasi che vivere per la causa dell’Umanità non permetta di dedicarsi alla propria felicità) e infine l’eutanasia? Quali di queste “conquiste” ci manca oggi?

Tuttavia “the rub”, la vera ragione della repulsione o attrattiva che il romanzo di Benson possono suscitare oggi,  non sta alla fine nemmeno nella forza profetica della sua distopia. I mezzi volanti mandati da Felsenburgh radono al suolo l’ultimo rifugio della Cristianità, proprio quel villaggio, Nazareth, da cui Cristo iniziò la Sua missione. Fin qui chi è ateo e materialista gioirà, ignorando come inutile superstizione le parole in latino del Tantum Ergo Sacrementum, l’inno liturgico di San Tommaso S’Aquino per la celebrazione eucaristica, e la chiusura del romanzo con Then this world passed, and the glory of it, (Poi il mondo passò, e la di esso gloria), mentre il cristiano ne trarrà conforto, così come trarrà convincimento della bontà della sua fede dalla visione del male che il materialismo porta nel mondo. Ma se all’ateo è permesso errare,  il vero colpevole sarà il lettore  cristiano, che avrà ignorato il vero messaggio del romanzo. Inciampando in “the rub”.

Ciò che potrebbe far inorridire anche lui, il cristiano convinto della verità della sua fede e del profondo errore del materialismo, è che Benson presenta il potere  della religione dell’umanità come assoluto, per il miglioramento delle condizioni di vita non solo materiali ma anche sociali nel trionfo della democrazia, per l’ampiezza di discussione delle sue verità, vastità ed efficacia di mezzi di persuasione, pur mostrandone anche gli orrori, e poi cosa oppone a tutto questo? Che esercito si arma   intorno ad un nuovo Difensor Fidei?

Come sola ed unica  risposta, Benson non propone la contro offensiva di una Chiesa che disponga  di mezzi e forze ingenti, ma  la narrazione della vita interiore di Father Franklin, poi Pope Silvester, una anima consacrata a Dio, con le Messe che celebra e il dialogo continuo e  ascetico che ha con Dio, e continui tentativi di mantenere vivo ed unito un corpo mistico di Cristo sempre più piccolo, la Chiesa, ormai solo una e cattolica (tutte le divisioni della storia del Cristianesimo sono scomparse), e non per speranza di vittoria, ma perché così chiese Colui che la fondò, fino alle  parole finali di Pope Silvester:”I have had a Vision of God” (…) “I walk no more by faith, but by sight” (Ho avuto una Visione di Dio, (…) Non cammino più per la fede, ma per aver visto”

Che risposta è mai questa, di fronte al dilagare del mondo? Nessun esercito, nessuna strategia, solo preghiera, unione ed una Visione? Nell’età post moderna la voce profetica di Benson ripete la stessa risposta di Cristo, che disse a Pietro di deporre la spada nell’Orto degli Ulivi. Due Papi, Francesco e Benedetto XVI, si dice amino molto questo romanzo.

Forse questa scelta a favore di ciò che non conta e non sembra poter vincere  spiega come  l’anima di Father Franklin possa vibrare in misteriosa risonanza con quella di una donna, Mabel  Brand, votata alla causa del materialismo per convinzione profonda, perché è convinta che l’ideologia secolare potrà soddisfare tutti i bisogni, anche quelli più profondi, del cuore umano, compreso il suo. Ma Mabel, che ha sposato la causa dell’umanità con lo stesso ardore con cui ha sposato suo marito, una delle figure di punta della fede secolare, ha una profonda sete di verità e giustizia, insopprimibili, ed è scandalizzata a morte (letteralmente, sceglie l’eutanasia) dal fatto che la religione dell’Umanità giustifichi lo sterminio, anche dei Cattolici della cui strana superstizione si informa prima di scegliere l’eutanasia. Non trae dalla dottrina cattolica enunciatale per punti assolutamente corretti da un prete apostata, convertito alla religione dell’Umanesimo, alcuna convinzione o consolazione, mentre il fugace incontro con Father Franklin chino sui moribondi per strada e poi sulla sua stessa suocera morente le è rimasto  dentro, nel fondo di un desiderio di senso e umanità che la porta, suicida che si colloca da sola la maschera sul viso per inalare il gas letale (l’eutanasia è legge dello stato ma è auto-inflitta in totale solitudine ) a questo:

A limitless space was about her–limitless, different to everything else, and alive, and astir. It was alive, as a breathing, panting body is alive–self-evident and overpowering–it was one, yet it was many; it was immaterial, yet absolutely real–real in a sense in which she never dreamed of reality….

Yet even this was familiar, as a place often visited in dreams is familiar; and then, without warning, something resembling sound or light, something which she knew in an instant to be unique, tore across it….

* * * * *

Then she saw, and understood…. 

Uno spazio illimitato le si aprì intorno – illimitato, diverso da qualsiasi altra cosa, e vivo, e in moto. Era vivo, come è vivo un corpo che respira ed ansima  – evidente e travolgente – era uno, e tuttavia era molti: era immateriale, e tuttavia  assolutamente reale – reale in un modo in cui mai sognava della realtà …

Tuttavia persino questo era familiare, come è familiare un luogo spesso visitato nei sogni; e poi, senza preavviso, qualcosa che assomigliava a suono o luce, qualcosa che elle seppe in un istante essere unico, lo squarciò….

* * * * *

Allora ella vide, e capì …” 

La Vergine nordica

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È una vergine nordica quella dipinta da Marianne Stokes, artista austriaca del XIX secolo. Una Vergine Madre che rimanda alle tante Madonne del velo seminate nella storia dell’arte: la Madonna del velo di Raffaello, la Madonna del velo di Umberto Giunti, attribuita erroneamente a Botticelli. Madonne le quali, sollevando il velo che nasconde il divino Bambino, sembrano dire con il loro gesto: «Sotto il velo della carne si nasconde il Verbo dell’Altissimo, nato per morire».
Forse per questo la Madonna della Stoke è anche un’Addolorata. Lo dicono i colori dell’abito, il rosso del sangue, il blu del Mistero. Lo dice lo sguardo mesto rivolto a noi, che rimaniamo quasi indifferenti di fronte al miracolo inusitato di un Dio che si fa uomo. Della passione, del destino di questo bambino, apparentemente uguale a tutti gli altri bambini, narrano gli arbusti spinosi sullo sfondo. Una girandola di spine che presto avvolgeranno il capo del Salvatore. Spicca tra esse un arbusto strano, ma inconfondibile per quanti amano andar per campi a raccogliere erbe, il finocchio selvatico. Un simbolo raro nell’arte, ma non sulla tavola.
Un tempo, infatti, si era soliti offrire, con il vino meno buono, dolci al finocchio per la proprietà aromatica di questi semi capaci di correggere i difetti del vino. Per questo si prese ad usare il vocabolo “infinocchiare” col senso preciso di trarre in inganno. Non a caso la Madonna ha un abito dorato, tempestato di grappoli d’uva: quello che Cristo dispensa è il vino buono della gioia e della salvezza. Lo scopriranno quanti saranno fedeli nella tribolazione e lasceranno che si sollevi, per tempo, il velo della verità.Il finocchio, infatti, ha la duplice valenza simbolica della forza e del tradimento. Non sono poche le nature morte che, mediante la comparsa di quest’ortaggio insieme con altri elementi, alludono alla Vanitas, cioè alla caducità della vita. Di fronte ai diversi dibattiti sul genere, sui principi non negoziabili, di fronte all’appello accorato del Santo Padre contro eventuali guerre, la riflessione su ciò che veramente conta s’impone. E s’impone, ahimè, solo quando ciascuno di noi è messo di fronte al crudo realismo dei problemi, dove nessun tentativo di infinocchiare la realtà tiene.
È bello allora trovare riposo fra le braccia di una Madre, come quella che ci offre Marianne Stoke, una madre capace di aiutarci a sollevare il velo che copre le coscienze, scoprire le falsità e giudicare tutto a partire da quella dimensione eterna che ci attende, dove tutto cadrà e solo la verità resterà, appunto, senza velo.

 

Incontrare il cielo dei desideri

Lidia Macchi, studentessa universitaria varesina attiva nei boy scout e militante di Comunione e Liberazione, venne ritrovata uccisa con 29 coltellate il 7 gennaio 1987 in una radura nei pressi dell’ospedale di Cittiglio, Varese, dove era andata a trovare un’amica. Aveva 21 anni. Lo scorso venerdì 25 luglio, dopo 27 anni che il caso giaceva insoluto presso la procura di Varese e avendolo avocato a sé soltanto otto mesi orsono, il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda ha depositato presso la Corte d’Appello del capoluogo lombardo l’avviso della conclusione delle indagini e una richiesta di archiviazione della posizione di un sacerdote che il pm di Varese Agostino Abate non aveva mai ufficialmente espunto dall’albo degli indagati (vedi per esempio la cronaca dell’Ansa).
Qui di seguito riportiamo la lettera in cui Lidia confida a un’amica la circostanza del suo primissimo incontro con don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. La lettera, risalente agli anni in cui Lidia è già iscritta e frequenta l’Università statale di Milano, proviene dall’archivio personale del direttore di 
Tempi e all’epoca fu trascritta e fatta circolare dai ciellini in forma di ciclostilato.
Carissima Mara,

abbiamo appena appeso il telefono ed io mi sono con amarezza resa conto che in fondo ti ho raccontato solo le cose più banali della mia vita di adesso. A me sta capitando una cosa straordinaria e un po’ confusa ma veramente grande; è come se in me adesso ribollissero con chiarezza un sacco di domande e di desideri sulla vita. Il desiderio d’essere felice, d’essere libera, cioè di trattare con libertà, senza essere schiacciata od appesantita da tutte le circostanze della vita, il desiderio di amare con profondità le persone che mi sono care, gli amici; il desiderio di costruire anch’io un pezzetto di storia perché altrimenti la storia ce la fanno gli altri sulla nostra testa e noi viviamo la nostra vita completamente indifferenti a ciò che accade fuori dal nostro cantuccio, che per quanto comodo è pur sempre meschino e determinato da piccole stupidaggini ed angherie quotidiane.

Ecco è come se la mia incoscienza, il fare sempre solo ciò che istintivamente mi salta in mente, mi avesse profondamente annoiato con la sua stupidità e superficialità. Mai come adesso la vita mi sembra profonda e grande e soprattutto misteriosa.

È proprio un mistero grandissimo che io ci sia, esista, che sia un fragile puntolino su questo pianeta che ruota con leggi straordinariamente perfette intorno al sole, ed il sole non è che un microbo nell’immensità spaziale e temporale del cosmo.

Ma cavoli, basta sollevare gli occhi al cielo di notte per intuire che la vita di tutto questo universo è un mistero grandioso e noi che siamo uomini e abbiamo e possiamo avere la coscienza di ciò, sprechiamo il nostro tempo afflitti da piccole banalità e da piccoli dolori, senza chiederci – perché ci fa troppa paura ascoltarci per un attimo, ascoltare quella voce che parla in noi, che grida che la vita non può non avere un senso – senza chiederci perché ci siamo, perché siamo fatti così uno diverso dall’altro, eppure al fondo, tutti con lo stesso desiderio.
Dio mio, ma perché se queste domande e desideri ci sono noi ci rassegniamo, viviamo in fondo disperati cioè non attendendoci niente dal domani, chiudendoci in una gabbia che diventa la nostra tomba al limite concedendoci qualche ricordo nostalgico dei bei tempi? Ma quali tempi! È inutile piagnucolare, siamo noi che per primi abbiamo presuntuosamente rinunciato ad essere seri, a prendere in considerazione tutti i grandi desideri che si agitano in noi, perché ci fa comodo piagnucolare, stare nel nostro brodo, fare dei piccoli e miseri peccatucci per credere che se almeno non siamo santi, beh, un po’ cattivelli però lo siamo; invece i nostri peccati fanno ridere i polli, consistono al massimo nella sensualità, in trasgressioni che in realtà fanno tutti, sono alla portata di tutti, perché in fondo siamo solo dei mediocri. Magari si incontrasse qualche grande peccatore profondamente abbagliato dal male!

E quand’anche io sappia tutto, come funziona l’universo intero, e come faccio a respirare, a camminare, a mangiare, chi si sogna per un attimo di ascoltarti quando ti chiedi chi sei, che cosa ci fai sulla faccia di questa terra? Di queste domande hanno tutti paura e nessuno ne parla… Ma perché oggi ci sei, domani muori, e buonanotte…

Buonanotte un corno! Io ci sono, le domande ci sono e voglio sapere, fossi anche l’unica con questo desiderio, in questo mondo superficiale – perché vuole essere tale – urlerò fino a squarciagola, finché morirò, quello che io sento.

Un mese fa mi è capitato, quasi per caso, di andare alla Cattolica con dei miei amici di Varese e di ascoltare uno che si chiama don Giussani, che faceva una lezione di teologia o morale, qualcosa del genere, perché questi esami lì sono obbligatori, e al posto di parlare dei santi e tutto il resto, parlava proprio di queste domande, con un entusiasmo ed una forza che mi hanno molto colpito e spiegava tutti i procedimenti tecnici e pratici che gli uomini escogitano per non starle ad ascoltare, per fare come se non ci fossero o non fossero importanti. Mi sembrava che parlasse proprio di me e ritrovavo tutti i nostri comportamenti abituali spiegati così chiaramente.

Io ero andata lì quasi per caso perché queste persone di Varese e altre di Milano che lo conoscono, mi avevano invitato ed io sono andata lì pensando di ascoltare le solite cose, e invece no.
È strano perché più delle sue parole, mi ha colpito lui, il suo sguardo profondo e attento, qualcosa di inafferrabile, un uomo libero, aperto, non arrabbiato o irato con la vita. Non so dirti niente di più preciso ma è come se custodisse un segreto, una forza non sua.

Io sento che devo parlargli, che lui non ha calpestato le domande che si agitano dentro di me, avrei molte cose da chiedergli, in un modo o nell’altro devo incontrarlo ancora.
Adesso non mi sembra più di essere sola alla ricerca disperata di qualcosa di cui tutti se ne fregano; è come se qualcuno, facendomi sobbalzare, perché è arrivato inaspettatamente, mi avesse detto: “Ehi, sono qui, non urlare e non disperarti, perché seguendo questa strada usciremo dalla foresta”.

E io voglio uscire dalla foresta, perché la vita è mare, cielo, monti e pianure, case, alberi, volti umani, stelle, sole e vento e noi siamo fatti per questo Infinito che c’è; basta solo guardarsi in giro e per questo seguire questo “Qualcuno” che mi è venuto incontro nel groviglio della foresta e che mi dice: “Guarda lassù tra le foglie, vedi, c’è un pezzettino di cielo blu, blu, usciamo a vederlo”.

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Vivere all’altezza dei desideri

Pubblichiamo un articolo di Lluís Martínez Sistachcardinale arcivescovo di Barcellona, apparso sull’Osservatore Romano.
L’interesse universale suscitato dal nostro architetto Antonio Gaudí ha portato alcuni a qualificarlo come un ambientalista. Se con questa affermazione si vuole sottolineare che Gaudí nella sua opera creativa si ispirò alla natura, l’affermazione è ovvia. È nota la sua frase: «Quest’albero, che è davanti al mio laboratorio, è il mio maestro». Tuttavia, durante la vita di Gaudí, la natura non era vista come ambiente minacciato dall’azione dell’uomo che bisogna salvare o preservare. Questa sensazione è posteriore a Gaudí, e ovviamente ha ragioni solide.

La natura come la vedeva Gaudí – e la vedono i credenti – è soprattutto opera di Dio, una creazione divina, con delle leggi che bisogna capire per prolungare l’opera di Dio. In questo punto la tradizione gaudiana ha conservato un altro pensiero, che potrebbe causare un sorriso benevolo nell’uomo secolarizzato di oggi. Gaudí non voleva che l’altezza totale del tempio della Sagrada Familia superasse l’altezza della montagna di Montjuïc, «perché l’opera dell’uomo non deve essere superiore all’opera di Dio».

La natura in cui Gaudí cercava l’ispirazione e l’armonia delle sue creazioni era una creazione divina, con delle leggi che bisogna capire e una bellezza da ammirare e imitare. Gaudí, piuttosto che un salvatore della natura, era un ammiratore, un interprete dei suoi misteri, nei quali vedeva l’impronta divina.

Il qualificativo dato a Gaudí come “l’architetto di Dio” lo usò don Manuel Trens, un sacerdote di Barcellona, molto sensibile ai temi dell’arte, in un articolo pubblicato in occasione della morte dell’architetto. Dire che Gaudí volle essere l’architetto di Dio non è un’affermazione gratuita. In quasi tutte le sue opere c’è sotto una chiara volontà di riprodurre, proseguire e migliorare l’opera della natura, che per lui era come dire l’opera divina. Perciò Gaudí vedeva la natura come l’architettura creata da Dio e se stesso come l’intermediario architettonico fra Dio e gli uomini, interprete e prolungatore della creazione di Dio. Gaudí voleva finire le sue creazioni con la croce a quattro braccia sul punto più alto, come si farà quando finirà la costruzione della Sagrada Familia.

Nel 1991, a centoquarant’anni dalla nascita di Gaudí, a Barcellona fu fondata un’associazione per promuovere la sua beatificazione. Completate le formalità del processo a livello diocesano, la causa adesso è a Roma. Speriamo che un giorno possiamo vedere il grande architetto sugli altari. Se questo desiderio si realizzasse, sarebbe il primo architetto della storia inserito nell’elenco cristiano dei santi. E certamente entrerà come uno sguardo e una visione della natura profondamente francescani e come un genio che espresse in tutte le sue creazioni artistiche il desiderio di estendere l’opera della natura, identificata come l’opera di Dio. In questo senso, il titolo di “architetto di Dio” diventa una chiave per comprendere tutta la sua attività creativa.

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Libertà come adesione

Si può essere liberi anche in guerra o sotto il totalitarismo più subdolo. A scuola da Grossman

Giugno 29, 2014 Giovanni Maddalena
Servono nuovi diritti o un approfondimento della natura del soggetto? Lo scrittore russo mette in luce la radice profonda di tante discussioni di oggi: la libert

Pubblichiamo stralci dell’intervento di Giovanni Maddalena all’incontro Educare alla libertà, organizzato dalla Fondazione Tempi il 9 giugno scorso a Milano.
Servono nuovi diritti o un approfondimento della natura del soggetto? Non è inutile rispondere a questa domanda a partire da Grossman perché lo scrittore russo mette in luce la radice profonda di tante discussioni di oggi: la libertà. Ed è questo approfondimento della natura del soggetto che occorre per capire che cosa sta succedendo.
Per Grossman la vita stessa dell’uomo coincide con la libertà ma la libertà può essere intesa in modi diversi. Due in particolare, da Agostino in avanti, sono quelli decisivi: libertà minore e maggiore, di scelta e di adesione al bene. Sono due significati che oggi non si articolano tra di loro in modo semplice, perché uno dei due, quello della libertà maggiore (di adesione), è stato minato nel profondo dall’esperienza dei totalitarismi del ventesimo secolo. Abbiamo paura della libertà come adesione al bene perché il bene quando è imposto non è più tale. Si è quindi avuta una progressiva accentuazione dell’altro significato: la libertà come scelta. Si assiste ora a una difesa di ogni scelta in quanto tale, tanto cara alla cultura liberale, senza più riguardo al bene. Si rischia però un effetto rebound: un’esclusione, altrettanto totalitaria, del parlare e del confrontarsi sul bene. Il problema sociale si è spostato in maniera esclusivistica da “che cosa è bene?” a “che cosa è giusto?”.
Eppure i due significati del termine libertà devono vigere insieme e compenetrarsi (come molte leggi, dall’obbligatorietà della scuola al divieto delle droghe, hanno sempre fatto emergere). Per questo è istruttivo vedere l’esempio di Grossman, il quale, vivendo in un totalitarismo, è stato certamente un difensore della libertà di scelta ma, allo stesso tempo, data la sua passione cristallina per descrivere la realtà in modo sincero, ha presentato un quadro più complesso e attento della natura del soggetto umano che mette in luce il ruolo centrale della concezione di libertà come adesione.
Che cosa vuol dire essere liberi, per Grossman? La libertà è l’antidoto all’ideologia, dove per ideologia egli intende la triste tendenza dell’uomo a scegliere un idolo come significato ultimo della propria esistenza e della storia. Grossman è un classico perché capisce che questa possibilità non riguarda solo i totalitarismi, ma ciascun essere umano. Siamo tutti tendenzialmente ideologici, ossia tendiamo a scegliere e rendere esclusivo un pezzo della realtà (che può essere anche un desiderio o un concetto o un discorso) e lo erigiamo a principio unico e assoluto. L’ideologia è il contrario del senso religioso autentico, che è un’apertura al fatto che il significato non sia posseduto dall’uomo e un’attenzione esistenzialmente partecipata a ogni particolare così com’è, in quanto segno di un significato.
L’ideologia di tutti i giorni
Il totalitarismo è la versione estrema dell’ideologia, ma anch’esso si può trovare spesso, a vari livelli, nell’esperienza quotidiana. Il totalitarismo si caratterizza, oltre che per l’ideologia, per propaganda, violenza fisica e/o morale, delazione sistematica, burocratizzazione, creazione del nemico oggettivo. Non è difficile vedere come, anche in una concezione teoricamente liberale come quella attuale, permangano forme di totalitarismo ideologico, a volte esercitate in nome degli stessi diritti che devono difendere desideri che in principio, dentro un ordine complessivo, hanno un’origine vera e profonda.
Come si descrive, dunque, l’uso sociale della libertà? Il primo grado, mai scontato, è il rifiuto del dominio altrui. Se si vuole, si potrebbe dire che il livello più elementare della libertà grossmaniana ha un accento illuministico, di difesa di se stessi, come singoli e come popolo, in quanto esseri umani, dotati di ragione. È il livello dell’anti-fascismo, il rifiuto del farsi piegare dalla forza altrui. Ed è un livello che trova il proprio aiuto fondamentale nella legge, così come è avvenuto dalla Rivoluzione francese in avanti. È questo tipo di concezione, con alleanza giuridica, che oggi resta spesso l’unico significato della parola “libertà”: poter fare ciò che si vuole senza ingerenze altrui.
Il secondo livello è quello della libertà di espressione. L’uomo ha bisogno di comunicare se stesso per custodire la propria identità. Non esiste una libertà senza legami e l’uomo è dunque libero, cioè se stesso, solo quando può essere in rapporto con gli altri, come testimonia l’eroe della libertà grossmaniana – Darenskij – dopo un dialogo sulla politica sovietica, avvenuto con uno sconosciuto, sperduti nella notte della steppa calmucca.
Ma aveva comunque pensato e detto ciò che di solito non pensava e non diceva, ed era una gioia. “Sa cosa le dico?” concluse. “Mai nella vita, qualunque cosa mi dovesse succedere, rimpiangerò questa nostra conversazione notturna” (Vita e Destino).
Fa parte di questa libertà di espressione anche quella di essere informati, di potersi formare da soli un giudizio, “senza balia” (VD: 261), di non avere notizie contraffatte o parziali. Grossman è un difensore del secondo aspetto elementare della libertà di scelta o “negativa”: devo poter formare un giudizio personale su quanto avviene perché senza quest’aspetto personale, nulla è mai effettivamente proprio, capito e vissuto.
Ma c’è un terzo livello, più profondo, della libertà descritta da Grossman: il rapporto con il vero, che è l’unica «forza prodigiosa», fonte di interesse e di gusto, di qualsiasi conversazione che sia «franca». Il rapporto decisivo della libertà con la verità emerge anche nel silenzio stupefatto dell’esercito sovietico dopo la vittoria, un silenzio nel quale tutte le cose tornano nuove, originali e vere.
Erano i più begli attimi di silenzio della loro vita. E in quegli attimi provarono sentimenti solo umani. Nessuno di loro, in seguito, avrebbe saputo spiegare la ragione di tanta felicità e tristezza, di tanto amore e tanta rassegnazione. […] La verità è una. Una sola, non due. Vivere senza verità, o con qualche briciola, qualche suo frammento, con una verità tosata o potata è difficile. Perché un pezzo di verità non è più verità. E in quella notte splendida e silenziosa si meritavano di averla tutta nel cuore la verità, tutta quanta (Vita e destino).
La libertà come rapporto con il vero raggiunge il suo apice nei “gesti”, in certe azioni che “portano” il vero (dal latino “gero”). Senza gesti, la verità rimane “vaga” cioè non determinata e non efficace. Il colonnello che rimanda di 8 minuti l’assalto ordinato da Stalin per salvare migliaia di uomini, il prigioniero del lager tedesco che si rifiuta di costruire una camera a gas, la vecchia russa che cura il soldato tedesco del plotone che sta uccidendo suo marito. Questi gesti di libertà vissuta, anche quando arrivano dentro tanti tradimenti, sono un’obbedienza delle persone a una verità più grande di sé, delle proprie idee, dei propri sentimenti, della propria convenienza.
Questo legame con il vero apre a un quarto e ultimo livello in cui l’uomo avverte di avere domande ed esigenze che oltrepassano le proprie capacità e possibilità, avverte che il rapporto con il vero implica un legame con l’origine profonda dell’intera realtà. La libertà è qui consapevolezza e amicizia con l’intero cosmo che viene sentito partecipe di ogni situazione, come la steppa calmucca che sempre «parla all’uomo di libertà e la ricorda a chi l’ha perduta». La libertà dell’uomo coincide qui con l’autocoscienza del cosmo. E tale dimensione apre alla caratteristica più grande della libertà: quella di essere accettazione della vita e domanda che quell’origine profonda dell’universo c’entri con la vita e i problemi che essa pone. La grande domanda si esprime come una questione sul destino di tutti coloro che amiamo, come dimostra la pagina finale di Vita e destino, dove la vecchia capostipite torna nella Stalingrado distrutta e si interroga sul destino delle persone a lei care.
Che cosa la aspettava? Aveva settant’anni e non sapeva rispondere. […] Che ne sarebbe stato dei suoi cari? Non lo sapeva. […] La vita della sua famiglia era caotica, confusa, poco chiara, piena di dubbi e di errori. …Perché le loro sorti erano così ingarbugliate, così oscure? […] Sebbene confusi, colmi di amarezze, di dubbi e di segreto dolore, tutti speravano di trovare la felicità. […] Per quanto né lei né loro potevano dire che cosa avesse in serbo la sorte, […] avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti e chi era già morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e ciò che resta. (Vita e Destino)
Tale vertice di accettazione e domanda trova nell’articolo di Grossman La Madonna Sistina un momento profetico di certezza che il significato della vita, la sua origine, deve essere presente e compagna. Nell’immagine della Madonna l’autore russo vede la forza spirituale di tutta la maternità che diventa compagna di ogni atrocità vista o subita, a Treblinka come nella carestia ucraina o nelle automobili scure del Kgb.
Grossman in questo senso è un vertice del senso religioso. Come in Leopardi, le domande ultime dell’uomo, le sue esigenze profonde, sono segno sicuro dell’esistenza della risposta. Grossman, da ateo, afferma così che c’è un senso ultimo, un Dio non un idolo, e che la vita può avere un esito felice.
Una sfida educativa
L’articolazione della libertà grossmaniana mostra che la libertà originaria è aderire a un bene, a un vero e alla totalità dell’universo. Si tratta di una totalità che uno può accettare o rifiutare, e in questa possibilità di rifiuto sta la salvaguardia di fronte ai totalitarismi. Ma nella possibilità di aderire a qualcosa di vero, e che si possa dunque parlare di che cosa è vero e di cosa è bene – e si possa proporlo in gesti concreti – sta tutto il gusto della libertà personale contro l’omologazione. Per non perdere questo gusto uno deve essere educato, affettivamente e concretamente, a percepire il proprio legame con tutto. Tale educazione implica che ci sia la proposta di un bene, la tensione a dire il vero, la concretezza dell’azione, la sincerità della parola: la libertà deve essere “gesto”. Infatti, quando l’esperienza umana non ha dentro questa ricerca sincera o questa proposta appassionata della verità in atto, si chiude a ogni critica e a ogni dialogo, diventando inevitabilmente settaria, cioè ideologica.
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Il giuramento di Ippocrate

Vincent Lambert deve morire. È questo il verdetto emesso dal “rapporteur”, il commissario del governo francese presso il Consiglio di Stato, i cui 17 magistrati sono stati chiamati a giudicare su un caso molto simile a quello di Terri Schiavo. Vincent, finito in coma cinque anni fa e ora in stato di minima coscienza, è al centro di una battaglia giudiziaria tra la moglie dell’uomo e i suoi genitori che i 17 giudici chiuderanno martedì prossimo alle 16 con una sentenza definitiva.
NESSUNA SPINA DA STACCARE. Come nel caso di Eluana, anche nel caso di Vincent non c’è nessuna spina da staccare. L’uomo di 38 anni respira in modo autonomo, risponde agli stimoli, sorride, piange ma viene nutrito e idratato in modo artificiale. La moglie di Vincent ha chiesto ai giudici che idratazione e alimentazione vengano sospese e l’uomo lasciato morire, i genitori e i fratelli vogliono invece che continui a vivere. Vincent non ha mai lasciato nessun testamento biologico e non ha mai nominato un suo tutore legale e legittimo.
COMMISSARIO DEL GOVERNO. Secondo quanto dichiarato oggi dal “rapporteur”, «interrompendo i trattamenti, i medici non uccidono [Vincent]», è lui che si avvicina «alla fine della vita». Vincent deve morire perché «per quanto forte sia l’amore di un fratello, di una sorella e soprattutto dei genitori, questo non è abbastanza per tenere in vita il paziente». Le sue «lesioni irreversibili», «senza speranza di miglioramento», fanno sì che nutrirlo diventi una forma di «accanimento terapeutico» che lo «mura nella sua solitudine e incoscienza».
«VI SEMBRA MORENTE?». Vincent in realtà non è affatto solo, visto che è accerchiato dall’affetto dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Ma per il magistrato deve comunque essere lasciato morire di fame e di sete, cosa che dalla sospensione della nutrizione avverrà «entro tre o cinque giorni». L’avvocato dei genitori ha protestato davanti a questa argomentazioni sventolando una foto di Lambert urlando: «Vi sembra che abbia l’aria morente?». Poi, per ricordare che il paziente non è affatto in uno stato di incoscienza, ha letto una email che la madre ha scritto martedì scorso: «Ho tenuto Vincent tra le mie braccia. Lui aveva gli occhi pieni di lacrime e mi guardava».
ULTIMA SPIAGGIA. Se i 17 giudici martedì seguiranno il consiglio del “rapporteur”, sarà una sentenza storica per la Francia, la prima a legalizzare di fatto un caso di eutanasia. Ai genitori e ai fratelli di Vincent rimarrebbe allora una sola possibilità: fare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, l’unica in grado di ribaltare una eventuale sentenza di morte.
@LeoneGrotti
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Non cercare lontano quello che è vicino

«Il senso è in questa strada stessa […]. Non cercare lontano quello che è vicino»
Paolo Andrea Mettel che ha curato l’ultimo libro di Mario Luzi, Autoritratto, scrive: «Quando ci incontrammo il 17 febbraio 2005 a Gubbio, ammantata di neve, per la consegna della cittadinanza onoraria, con Luzi da pochi mesi senatore a vita, ad ammirare […] il paesaggio mosso delle bianche colline circostanti, accennammo solo alla sua introduzione ancora da scrivere, ma che comunque poteva arrivare con calma […]. L’introduzione non sarebbe più arrivata». Undici giorni dopo quell’incontro Luzi muore. È il 28 febbraio 2005. Scompare con lui il più grande poeta allora vivente in Italia, uno di quei poeti di cui molti si aspettavano la consacrazione internazionale con il premio Nobel, che mai sarebbe arrivato. Un poeta che attraversa tutto il Novecento, essendo nato nel 1914, all’epoca della avanguardie storiche e della destrutturazione del linguaggio poetico, e avendo conosciuto nella giovinezza il «ritorno all’ordine» avviato con gli Ossi di seppia di Montale e l’esperienza dell’Ermetismo fiorentino.
luziLa poesia
Come prefazione all’ultima opera viene allora collocata la relazione tenuta dal poeta a Lucca il 12 dicembre 2004. Luzi racconta della «poco manifesta ma reale crudeltà per un poeta a parlare di sé, qualcosa di profondamente iniquo perché inverso al senso della propria natura». Il poeta avverte una «dissonanza tra il desiderio di captare il mondo […], che il poeta porta in sé come sigillo originario, e la povertà del raccolto». Questa discrepanza è ancora più accentuata in vecchiaia, quando il poeta può osservare quanto ha scritto durante l’intera vita. Luzi accenna nel discorso anche alla virtù dell’umiltà, «la sommità della nostra conoscenza», e all’urgenza del fare, che è «attitudine o stigma che distingue il poeta». Il fare poetico è «accrescere l’esistente». Esiste, però, anche una seconda modalità del far poesia che è quella di «commentare l’esistente». Dante e Petrarca divengono emblemi, a detta di Luzi, di queste due modalità espressive. La stima del poeta fiorentino è tutta per Dante, così come già emerge dalla lettura de L’Inferno e il limbo risalente a più di cinquant’anni prima (1949). Il Limbo rappresenta la scelta per una letteratura di stampo spiritualista, slegata dalla realtà, rarefatta ed indefinita, come nel Canzoniere del Petrarca, che ha segnato la tradizione letteraria italiana, mentre il modello di Dante, osannato come inimitabile, indicato con il nome dell’Inferno, con la sua concretezza, il realismo descrittivo, la potente e icastica rappresentazione ha lasciato ben poche tracce all’interno della letteratura dei secoli successivi.
Nella poesia, a detta di Luzi, si esprime l’anima profonda del poeta. Per questo la creazione poetica non può essere ridotta ad un aspetto parziale dell’uomo (politica, visione ideologica, ecc.). E l’uomo è per sua natura essenzialmente homo religiosus, come emerge fin dalla prima raccolta La barca pubblicata nel 1935, quando Luzi ha solo ventuno anni. Così, ne “L’immensità dell’attimo”, si avverte quell’ansia di penetrare nella profondità della realtà: «Sulla terra accadono senza luogo,/ senza perché le indelebili/ verità, in quel soffio ove affondan/ leggere il peso le fronde/ le navi inclinano il fianco/ e l’ansia de’ naviganti a strane coste,/ il suono d’ogni voce/ perde sé nel suo grembo, al mare al vento». Seguono le altre raccolte che possono essere anch’esse ascritte alla fase ermetica, ovvero Avvento notturno (1940), Un brindisi (1946) e Quaderno gotico (1947).
Con Primizie del deserto (1952) si apre, per così dire, una nuova fase della produzione di Luzi. Il tono si fa più narrativo e prosastico. La scrittura diventa meno criptica, la domanda sulla vita investe sempre più la concretezza della realtà e il contingente, mentre sempre più chiari sono i sommi modelli di riferimento, Montale, Eliot, Dante. La vita è attesa del compimento nell’istante tanto che Luzi scrive: «Mi trovo qui a questa età che sai,/né giovane né vecchio, attendo, guardo/ questa vicissitudine sospesa» (“Notizie intorno a Giuseppina dopo tanti anni”).
In Onore del vero (1957) si fa, se possibile, ancor più chiara l’urgenza della verità del poeta. In “Questa felicità” Luzi scrive: «Questa felicità promessa o data/ m’è dolore, dolore senza causa/ o la causa se esiste è questo brivido/ che sommuove il molteplice nell’unico/ come il liquido scosso nella sfera/ di vetro che interpreta il fachiro».
Anche nella poesia “Nell’imminenza dei miei quarant’anni” il dolore e la sofferenza («quarant’anni d’ansia, d’uggia, d’ilarità improvvise»), la perdita dei cari e lo sconforto non possono annullare la speranza del poeta: «E detto questo posso incamminarmi/ spedito tra l’eterna compresenza/ del tutto nella vita nella morte». In prosa il poeta aveva precedentemente scritto: «Anch’io ho la mia strada non diversa dagli altri e il senso è in questa strada stessa, nell’essere, nel divenire che è l’essere stesso, è nelle cose come sono e mutano. Non cercare lontano quello che è vicino». L’invito del poeta è a cercare il senso proprio nell’esperienza del vivere, non nell’astrazione e in uno spiritualismo avulso dal quotidiano. Il senso è a noi vicino e il destino dell’uomo è «sparire nella polvere e nel fuoco/ se il fuoco oltre la fiamma dura ancora».
Ancora in “Epifania” il poeta scrive: «In una notte come questa l’anima,/ mia compagna fedele inavvertita/ nelle ore medie/ nei giorni interni grigi delle annate […] ravvisò stupita/ i fuochi in lontananza dei bivacchi/ più vividi che astri. Disse: è l’ora. Ci mettemmo in cammino a passo rapido,/ per via ci unimmo a gente strana». Un fatto è accaduto, l’anima lo sorprende, per questo si mette in movimento. Non è nel passato, ma nell’hic et nunc. «Non più tardi di ieri, ancora oggi».
La morte della madre del 1959 segnerà la raccolta Dal fondo delle campagne (1965). Poi sempre più anche i temi storici e contingenti saranno investiti dall’ansia religiosa: usciranno le raccolte Nel magma (1963), Su fondamenti invisibili (1971), Al fuoco della controversia (1978), Per il battesimo dei nostri frammenti (1985). Proprio dalla raccolta Nel magma si accentua la dimensione discorsiva che, talvolta, indulge al dialogo e al sermo merus («il semplice discorso»). Nella celebre “Il giudice” il poeta subisce un interrogatorio da una losca figura che lo inquisisce sul suo amore: «Credi che il tuo sia vero amore? Esamina/ a fondo il tuo passato». E ancora poi lo incalza, riprendendo i versi con cui Beatrice rimprovera Dante sulla montagna del Purgatorio (XXX): «Piangere, piangere dovresti sul tuo amore male inteso». Il poeta si chiede perché quel personaggio si senta nel ruolo di giudice «occupato a giudicare i mali del mondo».
Il vuoto del cuore è il punto di partenza per una conversione che ogni attimo deve essere ribadita come scelta. Convertirsi è guardare sempre e di nuovo nell’istante e nel contingente a Lui come significato del tutto. Nella raccolta del 1990 Frasi e incisi di un canto salutare (sezione Angelica, IV) leggiamo: «Incolmabile il vuoto, irriducibile l’assenza?/ Non sa il cuore la legge che lo governa./ Ricchezza è inopia,/ penuria sovrabbondanza-/ sì, ma quando? A che limite/ d’aridità, madre,/ a che grado dell’infinita mancanza?». In una raccolta successiva, Dopo la malattia, ancora Luzi scrive: «Di che questa penuria? Di che manca/ il cuore/ che quasi non respira?/ d’aria/ e luce?/ di canto?/ chiuso sotto la mole/ non sa se della storia/ umana o di che altro evo,/ brucia, consuma/ solo un poco/ il tempo/ della sua/ interminabile contumacia./ Oh poco. Troppo poco – pensa».
Poi, ancora nella raccolta Sotto specie umana (1999) scrive: «Di che è mancanza questa mancanza,/ cuore,/ che a un tratto ne/ sei pieno?». Il poeta percepisce che questa domanda ha una sorgente e, quindi, andando dietro alla domanda si potrà cogliere la risposta: «Viene,/ forse viene,/ da oltre te/ un richiamo/ che ora perché agonizzi non ascolti».

Invito alla lettura
La barca: “L’immensità dell’attimo”;
Primizia del deserto: “Notizia intorno a Giuseppina dopo tanti anni”;
Onore del vero: “Questa felicità”, “Nell’imminenza dei miei quarant’anni”, “Epifania”.

Proposta di analisi di testo
Poesie sparse: Nell’imminenza dei quarant’anni
Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.
Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami…
Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.
E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.
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L’esaltazione della ragione

«Luigi Giussani ha sfidato la modernità sul suo stesso terreno, che è l’esaltazione della ragione, mostrando la ragionevolezza della fede e l’irragionevolezza della negazione religiosa. Ha preso sul serio le esigenze della soggettività umana, evidenziando come solo nel cristianesimo si possono comporre le contraddizioni di cui l’uomo fa esperienza, cioè la grandezza del suo desiderio e l’inadeguatezza della realtà a soddisfarlo». Con queste parole don Francesco Ventorino, sacerdote catanese, docente emerito di Ontologia e di Etica presso lo Studio teologico san Paolo di Catania, introduce il suo ultimo libro edito da Lindau, Luigi Giussani. La sfida alla modernità (266 pagine, 24 euro).
All’interno sono contenuti interventi di eminenti personalità del mondo ecclesiale e culturale che evidenziano i nessi profondi del pensiero giussaniano con i vari campi del sapere e con i linguaggi dell’uomo contemporaneo. Tra questi Massimo Borghesi, Sergio Cristalli, Giovanni Maddalena, Luigi Negri, Davide Rondoni, Romano Scalfi e Francesco Silanos. Con questo volume don Ventorino porta a compimento la sua riflessione sul pensiero teologico e sul metodo educativo di don Luigi Giussani. L’autore si propone di mostrare come il sacerdote milanese, che ha segnato inequivocabilmente la storia della Chiesa e della società italiana del secolo scorso, abbia preso sul serio le esigenze del pensiero moderno.
Don Giussani «ha dimostrato come il recupero totale di ogni vera istanza della cultura moderna sarebbe stata la migliore difesa contro quella crisi che poi l’ha portata alla negazione di se stessa, cioè alla rinuncia della possibilità della verità come culmine della fatica dell’umana ragione». Per questo, sottolinea don Ventorino, «questo grande educatore costituisce tuttora un punto di riferimento per tutta la Chiesa e in particolare per coloro che vogliono annunciare il Vangelo efficacemente tenendo conto della struttura mentale creata nell’uomo di oggi dalla modernità».
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