Lela

Orfani di senso

«Perché esistono la morte e la sofferenza? Perché gli uomini devono soffrire e morire?»: si chiedeva Louis Althusser a metà degli anni ’70 del XX secolo.
La domanda dell’epoca è la domanda di oggi in quanto è la domanda di sempre.
Tuttavia, se identica è la domanda non identica è la risposta che ad essa si è data nel corso del tempo e specialmente oggi.
Differentemente da altre epoche storiche, infatti, l’odierna etica dominante ritiene che le cose, il mondo, la vita nella sua interezza, e quindi perfino la morte che è parte della vita, siano senza alcun senso.

Questa convinzione nasce dal fatto che non esiste e non può esistere una verità di fondo alla base della vita, specialmente perché i valori mutano con il tempo e con esse l’idea del vero e del falso, come del bello e del brutto e soprattutto del bene e del male varia da persona a persona, anche perché ciascuno li ricava da se stesso e per se stesso.
Non si può dunque parlare di senso, ma semmai di sensi, cioè tutti quelli individuali che si ricavano soggettivisticamente. Si comprende che se tutti sono sensi particolari e ugualmente validi, nessuno è universale e quindi il senso semplicemente non esiste, come, del resto, lo stesso Althusser candidamente ha ammesso invitando a riconoscere che questa mancanza di senso costituisce, addirittura, l’effettiva garanzia della libera azione umana: «La condizione più sicura per poter agire nel mondo è ammettere che il mondo non ha un senso».
La parte maggioritaria e più influente dell’attuale etica laica – cioè, per intendersi, quella che si appella esclusivamente alla ragione negando ogni fondabilità morale dell’esistenza su una dimensione trascendente in genere e rivelata in particolare – muove da una tale premessa che, paradossalmente, proprio la ragione sacrifica, in quanto ritiene che essa sia non sufficiente per investigare la realtà.
Così facendo si dichiara non solo la morte del senso, ma anche quella della stessa ragione per cui tutto, in sostanza, non può che ridursi ad un immobilistico e coerente silenzio, anche e soprattutto del pensiero.
In tale prospettiva la vita intera non ha più alcun senso, e così anche la morte che diventa un evento inspiegato ed inspiegabile, almeno oltre la sua mera determinazione fisico-biologica.
La morte in senso umano, razionale ed esistenziale diventa qualcosa di inaccessibile, incomprensibile, ingiustificabile: la morte del senso porta così con sé la morte del senso della morte.
Se così fosse ci si dovrebbe necessariamente fermare qui.
Tuttavia, così non è, poiché, come ha precisato Jean-François Lyotard «c’è bisogno di filosofare perché abbiamo perso l’unità. L’origine della filosofia è la perdita dell’uno, è la morte del senso».
Quanto più è forte l’istanza che afferma la morte del senso, dunque, quanto più forte dev’essere la contro-istanza che afferma le energie del pensiero.
In questa seconda prospettiva tutto possiede un senso intelligibile tramite l’umana ragione.
La morte possiede quindi un senso che si palesa, data la complessità della natura della morte stessa, secondo diverse declinazioni o manifestazioni.
In un primo momento, il senso della morte è quello della sua datità materiale, cioè della forza della natura che pone un limite ai desideri, alle aspirazioni, alle ambizioni dell’essere umano, sancendone il confine almeno di carattere fisico e temporale.
In un secondo momento, il senso della morte viene a porsi come strumento di consapevolezza della fragilità esistenziale – non più secondo la determinazione fisico-biologica, ma secondo quella più profonda di carattere ontologico – dell’essere umano che è un essere destinato a venir meno poiché la sua vita ha una precisa origine e non può che avere una precisa fine.
In un terzo momento, ricollegandosi al punto precedente, il senso della morte viene in risalto come indice della natura relazionale dell’essere umano che come non nasce da solo, così da solo non può morire, in quanto la morte propria è tale solo quando è vissuta dall’altro, dal prossimo.
In un quarto momento, il senso della morte si propone come rivelarsi del senso della vita in almeno due direzioni: all’indietro, in quanto la morte non è l’opposto della vita, ma è parte della stessa; in avanti, in quanto la morte non è la fine della vita, ma il nodo di giuntura dei lobi della clessidra dell’intra-temporale e dell’ultra-temporale, cioè tra la vita dell’al di qua e la vita dell’al di là.
In un quinto e ultimo momento, il senso della morte esprime la dignità dell’essere umano il quale non è immortale come gli dei, né meramente contingente come il resto del creato, per cui la sua fine, la sua morte, non è di certo la fine del senso, ma non è nemmeno la fine dell’irrilevante.
La mancanza di comprensione del senso della morte che tanto caratterizza l’epoca attuale, allora, è, verosimilmente, l’altra faccia della medaglia della mancanza di comprensione del senso della vita, anzi, il doppio atteggiamento di negazione del senso della morte da un lato e del suo impossessamento dall’altro (per esempio tramite la rivendicazione del diritto di morire) rappresenta la prosecuzione con altri mezzi di quell’atteggiamento che negando il senso della vita se ne impossessa (per esempio tramite la selezione eugenetica degli embrioni), come ormai, tragicamente, da anni dimostra oltre ogni dubbio l’esperienza globale e globalizzata della biopolitica.
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Logos e techne

SCUOLA/ Una studentessa: noi, due giorni a parlare di cose “utili” all’anima
Redazione
venerdì 17 marzo 2017

Caro direttore,
mi chiamo Martina e sono una studentessa di Bologna. Mancano pochi giorni all’esame di maturità, eppure oggi ho deciso di prendere un treno per andare a Roma alle Romanae Disputationes per il terzo anno consecutivo. Nonostante tutti gli impegni e la frenesia di questo periodo, penso che questa sia una di quelle occasioni che vale la pena cogliere. Scegliere di andare alle Romanae Disputationes e, di conseguenza, mettersi alla prova, insieme ai miei compagni, nel pensare a come affrontare il tema scelto significa dare voce all’Ulisse che ho dentro: spremere la linfa della vita, e avvicinarci un po’ di più alla risposta alle domande che ci fanno ardere l’anima.
Andare a questo appuntamento per me significa lasciare spazio ad un dialogo a tu per tu con la filosofia, con il mio amore per il sapere e con la mia sete di conoscenza che non verrà mai acquietata, ma piuttosto amplificata. Concretamente, ciò si traduce in un dialogo tra docenti e studenti volto a guardare in modo critico il vero valore delle questioni fondamentali che costituiscono il minimo comune denominatore tra tutti gli uomini: la ragione, la libertà, la giustizia, e (più attuale che mai) la tecnologia.
La mia aspettativa non è quella di incamerare nozioni come un vaso da riempire, nè tanto meno riflettere sul nulla, sul vago o sull’ideale. Se la filosofia mi può aiutare, lo fa conducendomi a capire chi sono io e per cosa sono fatta. In quanto “animale metafisico”, come direbbe Schopenhauer, non riesco ad allontanare le mie domande sulla vita, basta uno sguardo alle stelle a rievocarle. Il confronto con il tema “Logos e techne”, ad un primo impatto arido e distante, mi ha portato a chiedermi fino a che punto la tecnica permetta all’uomo di conoscersi e funga quindi da bastone che “prolunga” le sue possibilità di raggiungere una risposta alle domande ultime che lo costituiscono. Ho scoperto inoltre che vi è un limite oltrepassato il quale la tecnica porta l’uomo ad alienarsi da se stesso, facendo prevalere in lui la volontà di potenza e di possesso sul reale. Spero dunque che anche quest’anno le Romanae Disputationes siano l’occasione di esplorare e conoscere in profondità il tema proposto per tornare a casa arricchita, non solo di un nuovo modo di guardare alla tecnica, ma anche di uno sguardo più vero su me stessa e sul mistero che sono.
Desidero tornare ancora più affamata di risposte, perché la conoscenza è un abisso e la filosofia un trampolino. Un grande maestro mi ha insegnato in questi anni che non ci stancheremo mai di esplorare e che torneremo sempre allo stesso punto, cioè chi noi siamo: “Non ci stancheremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta” (T.S. Eliot). Mi auguro che questo desiderio accompagni per tutta la vita me e tutti i miei compagni in questa avventura delle Romanae Disputationes.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2017/3/17/SCUOLA-Una-studentessa-noi-due-giorni-a-parlare-di-cose-utili-all-anima/print/754677/

Salvati dal vero significato

INT. Silvio Cattarina
mercoledì 15 febbraio 2017

SUICIDIO DI LAVAGNA. Il terribile episodio del ragazzo di Lavagna che si è ucciso durante una perquisizione della Guardia di finanza nella sua abitazione non lascia tranquilli. Alle analisi emotive, agli studi psicologici, al dolore si aggiunge adesso Saviano con un suo lungo articolo su Repubblica in cui sembra identificare tutta la faccenda come puro problema politico. Legalizziamo la droga leggera e nessun ragazzo si ucciderà più: “E’ più accettabile che un sedicenne possa acquistare fumo in un coffee shop o da spacciatori che hanno a che fare da con un sottobosco criminale dal quale sarebbe consigliabile tenersi alla larga?”. E ancora: “Responsabiltà politiche che si celano dietro un fatto privato”. Per Silvio Cattarina, responsabile della comunità L’Imprevisto che accoglie e riabilita tanti giovani con problemi di droga, il discorso di Saviano va totalmente ribaltato: “Non è la politica che salva la vita dei ragazzi, la politica è troppo piccola per un problema così grande”.

Cattarina, la coppa di una tragedia come quella di Lavagna è della politica come dice Saviano? E’ un dato di fatto che la droga si trova ovunque senza problemi anche per un sedicenne.
Di droga in giro ce n’è tantissima, a fiumi. Se c’è una responsabilità politica, è l’opposto di quello che dice Saviano.

Cioè?
La droga è già fin troppo libera e presente, se la legalizzassimo sarebbe peggio, fin troppo accessibile. Se la politica ha una responsabilità è quello di far troppo poco per debellare lo spaccio, per stroncare il traffico e la produzione, lo smercio . Non è invece andare verso maggiore tolleranza, abitudine all’uso e commercializzazione.

Saviano cita anche il caso Cucchi, dicendo che se ti trovano con della droga sei finito, non hai possibilità di riscatto. E’ significativo che quando si parli di questo problema non si citano mai le tante comunità che lavorano con i drogati.
La possibilità di riscatto e di rinascita c’è. Ci sono tante comunità che lavorano molto bene. Cucchi muore non perché tossico, muore perché il valore della vita è sempre meno un valore, non è più sacra, il tasso di violenza e aggressività è sempre più indice di una mancanza di conoscenza del motivo per cui si sta al mondo ed è bello vivere. Cucchi non muore perché si drogava.

Siamo in un contesto malato, da entrambe le parti?
Io non penso che questo ragazzo si sia tolto la vita perché la Guardia di finanza è entrata a casa sua. Se fosse così, ogni giorno due o tre ragazzi in ogni città si toglierebbero la vita.

Quale allora il motivo?
Secondo me il vero motivo è che nessuno ha mai detto a questo ragazzo che c’è un grande motivo per essere al mondo. E’ un fatto educativo, di mancata presenza degli adulti che non sanno comunicare ai ragazzi che c’è un grande scopo per cui si è venuti al mondo. Nella realtà c’è un grande invito a vivere, a studiare, a lavorare, a darsi da fare. Tanti ragazzi pensano di essere capitati qui inutilmente, che non ci sia nella realtà una grande chiamata per ognuno. E allora quando capita un fatto come una perquisizione della polizia, ti sembra che caschi il mondo.

Invece?
Invece il problema non è che cosa ti hanno trovato, manca prima e dopo il motivo, manca una presenza, una ragione vera per cui stare al mondo. A volte si può sbagliare ma si può sempre ricominciare. Ma se manca questa grande ragione vera che è il grande lavoro che adulti, scuola, famiglie e chiesa devono fare, dopo ti crolla tutto e ti senti un fallito.

E’ come se in quell’istante il ragazzo avesse percepito, nonostante la presenza della madre, di essere completamente solo, è d’accordo?
Uno si sente solo anche se ha tante persone intorno quando non conosce il grande motivo per cui si è venuti al mondo, una grande ragione per cui vivere. La solitudine viene da questa mancanza.

C’è ormai una mentalità diffusa che è passata attraverso ogni tipo di prevenzione, anche la famiglia, secondo la quale farsi qualche spinello non è niente di male, è così?
Anche il semplice spinello lascia una grande delusione in ogni ragazzo, una grande amarezza un grande risentimento.

In che senso?
Tutti quelli che se li fanno sanno che è una cosa sbagliata anche se lo nascondono. I miei ragazzi dopo un po’ che arrivano in comunità lo ammettono: sapevamo da sempre di fare una cosa sbagliata e drammatica. Fumare la cosiddetta droga leggera non è un fatto innocuo, perché ti lascia sempre un giudizio di miseria, di vergogna, di inadeguatezza e di tradimento verso te stesso e gli altri.

In sostanza, Saviano sembra dire che basta una legge calata dall’alto per risolvere tutto.
Nuove leggi, più severità… Discorsi astratti. Non è la politica che salva, la politica è troppo poco rispetto un problema così grande.

(Paolo Vites)

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/2/15/SUICIDIO-DI-LAVAGNA-Cattarina-caro-Saviano-non-sono-le-leggi-a-salvare-la-vita-dei-ragazzi/748618/

La vita è un tu

Silvio Cattarina
sabato 11 febbraio 2017

Caro direttore,
l’ormai nota frase di Papa Francesco “non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca” si documenta sempre più nell’ambito dell’esperienza che vivo in mezzo ai ragazzi, incontrando tanti giovani e numerose famiglie che a me si rivolgono come all’intera esperienza de l’Imprevisto.
Un tempo, nelle epoche passate, il male, il dramma, la disgrazia, il fatto grave, capitava, lo si incontrava, ci si cadeva dentro, succedeva, era sfortuna, malasorte, toccava… Ora lo sceglie la persona: è una decisione, un atto deliberato dell’interessato.
Lo si capisce, ad esempio, se si pone attenzione all’espressione usata dai ragazzi che ricorrono alle sostanze: “mi faccio”. Come se intendessero dire “mi creo io”, “mi costituisco io”, “mi costruisco io da solo, con le mie mani, solo contro tutto e tutti”. Fino ad una quindicina di anni fa non usavano il verbo “farsi”. Bensì quello più naturale e diretto di “drogarsi”. Peraltro questo verbo “farsi” ormai è entrato nella mentalità comune: ci facciamo un caffè, mi faccio un vestito, mi faccio una vacanza, ho fatto la morosa.
Lo si capisce anche riflettendo sulla modalità usata da un certo numero di ragazzi quando vengono a parlare, meglio a comunicare, a ufficializzare la scelta intrapresa e immancabilmente si esprimono con queste parole: “Ho scelto, ho deciso, ti comunico che ormai ho stabilito che voglio essere… omosessuale… bisessuale… voglio cambiare sesso… voglio essere anoressica… ho scelto di drogarmi…”.
Insomma, sanciscono solennemente e pubblicamente: la mia vita è nelle mie mani. Della vita posso decidere e disporre a mio piacimento. Essa è in mio potere e questo potere – estremo, abnorme potere – lo userò come una clava per raggiungere la soddisfazione di ogni interesse, di ogni emozione che mi passa per la testa.
Siamo riusciti a rendere la vita di questi ragazzi così sconsolatamente piatta che pensano che la realtà sia solo quello che vive dentro di loro. Niente vale se non quello che mi vive dentro.
La realtà invece è immensa, infinita, sovrabbondante di bellezza, di grazia, di incontri, di persone, di fatti belli e utili, piena di corrispondenza, di meraviglia, di interesse, di avventura, il bene che in essa vive e si manifesta è senz’altro immensamente superiore al male che pure vi alberga quanto è vero e giusto il famoso “solo lo stupore conosce!” che citava Giussani).
Non sono io a fare la vita, ma il bello e il grande è se e quando la vita fa me, mi viene incontro e mi “invita” — appunto, mi chiama dentro la vita — a grandi cose.
La vita è una chiamata, una vocazione — si diceva quando eravamo piccoli. Altro che mi faccio io, scelgo io, decido io. Ricordo ancora oggi con commozione che quand’ero piccolo tutto, veramente tutto ciò che era sulla terra e nell’intero mondo, tutto incitava a vivere, spingeva ad essere, smuoveva un interesse, spronava alla curiosità, sprigionava energie insperate e incredibili. Tutto mi guardava e mi chiamava.
La vita è un tu. E’ un Tu, una vita così Vita che ha un fascino, un’attrattiva così vasta che porta con sé anche un metodo, una strada per seguirla. Non quindi seguire i miei pensieri, i miei progetti, le miei idee, le mie immagini…

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Il punto della riscossa

Giuseppe Frangi
giovedì 12 gennaio 2017

Capita a volte che cose che ci sembrano stranote, riescano a prenderti in contropiede e a sorprenderti. Qualche giorno fa (scusate il riferimento personale ma mi è necessario per spiegare) mi è stato chiesto da parte di un gruppo di amici di raccontare nuovamente il rapporto tra Giovanni Testori e don Luigi Giussani. Ricostruita la catena sorprendente di fatti che s’innescò a partire da quel maggio 1978 quando un gruppo di universitari avevano suonato allo studio di Testori dopo aver letto un suo articolo sul Corriere all’indomani dell’assassinio di Moro, mi è sembrato opportuno che ci addentrassimo soprattutto nel Senso della Nascita.
Per chi non lo conoscesse, Il Senso della Nascita è un libro in cui Giovanni Testori dialoga con don Giussani e che venne pubblicato nel 1980. Alcuni dettagli però fanno capire meglio la natura di questo libro. Innanzitutto Testori ne è l’autore, perché è lui a prendere l’iniziativa e a chiedere a don Giussani un dialogo che in realtà è un qualcosa che sta a metà tra la confessione e l’interrogatorio. Testori interroga Giussani sulle grandi domande che lo hanno reso intellettuale inquieto e “senza patria”. La prima di queste domande è proprio quella espressa nel titolo del libro. Il “senso della nascita” è perciò innanzitutto quello che Testori cercava per se stesso, era una domanda aperta, che bruciava sulla sua pelle. In questo il titolo esprimeva un’urgenza, non una risposta.
Da qui nasce il ritmo che il libro assume. Un ritmo incalzante, senza pause e senza rilassamenti. Testori e Giussani si espongono su tutte le questioni della vita, senza sconti e senza nascondersi niente. Si avverte tra le pagine una libertà che è davvero raro trovare nel rapporto tra due personaggi pubblici di quel peso e carisma.
Il “perché sono nato”, il “chi ha voluto che io nascessi” sono sempre state domande che hanno assediato la storia e il cuore di Testori. Quando nel 1972 aveva scritto per Franco Parenti la sua rilettura dell’Amleto, aveva immaginato che il dialogo con il padre, da cui prende il via la tragedia shakespeariana, fosse in realtà una regressione di Amleto sino a tornare ad essere seme. Per chiedere così conto a suo padre del perché lo avesse fatto nascere. Quello era il Testori pre “conversione”, ma la domanda di fondo non era diversa da quella che avrebbe posto al centro del suo dialogo con Giussani. Del resto, quando in una stagione più pacificata della sua vita scrisse Interrogatorio a Maria, ancora una volta le domande riguardavano proprio il momento di un concepimento, quello di Gesù: un figlio esito di un “sì”. E di interrogatorio comunque si trattava… Nulla di scontato, nulla di pre-acquisito.
Nel dialogo Testori porta intuizioni che fanno sobbalzare Giussani, come quando gli confessa di aver spesso pensato che ognuno di noi viene concepito in un momento di sperdutezza, “che è una gioia oltre quella che si sa”. “Sperdutezza! È bellissimo, perché è la parola che indica l’altra forza che compie quel fatto, perché la forza del mistero di Dio”. Ma poi il dialogo allarga il campo. E la dimensione del nascere diventa esperienza di ogni giorno e di ogni istante. Il senso della nascita non è coscienza acquisita e “garantita”, ma è un cammino fatto sempre di nuovi inizi. È a questo punto che Giussani, in una delle pagine più belle del dialogo, introduce l’idea che la nascita coincida con il ridestarsi della persona, “la cosa più piccola è risibile che ci sia, la cosa più sproporzionata che non ha nessuna possibilità di riuscita”, eppure la persona “è il punto della riscossa”. E ciò che chiamiamo “movimento” è innanzitutto movimento della persona.
Così a questo punto quel libro, come in un balzo che scavalca i quasi 40anni che ci separano da lui, arriva su di noi. Lo scopriamo un libro ancora totalmente per noi. Una sorpresa inaspettata da quei due uomini liberi e veri.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/1/12/Quel-dialogo-tra-Testori-e-don-Giussani/print/742074/

Di cosa vive l’uomo

Marta Dell’Asta
giovedì 7 luglio 2016

Quando succedono episodi come quello dello studente bengalese Faraaz Hossain che ha sacrificato la vita per le sue due amiche nel ristorante di Dacca, uno si chiede se ce la farebbe a compiere un gesto così… Avere il coraggio di sacrificare liberamente, potendo non farlo, la vita, il futuro, tutto in un colpo solo per un particolare, una persona. E senza riflettori, senza neanche il pathos di sentirsi martire ma semplicemente per una verità profonda che ti affiora dentro e che, evidentemente, ti costituisce a tal punto che anche nell’angoscia della tragedia resta convincente.
Una verità profonda di sé che, magari, uno non saprebbe neanche formulare a parole: chissà in cosa credeva Faraaz, e se si era mai reso conto di credere fino a quel punto.
Mi viene in mente, a questo proposito, la figura di una martire ortodossa uccisa a 34 anni durante il terrore staliniano. Nei testi agiografici Tat’jana Grimblit è descritta come una “grande missionaria ortodossa”, una “benefattrice di tutta la Russia”, ma queste frasi non le somigliano per niente. Questi cliché non danno minimamente ragione della sua persona così modesta ed enigmatica ad un tempo.
Era una donna semplicissima, figlia di un impiegato di Tomsk (Siberia); probabilmente aveva preso la sua forte fede dal nonno sacerdote ma non si era fatta monaca, pur non essendo sposata, non frequentava circoli spirituali, non era particolarmente mistica, non godeva di speciale autorità. Né si era mai distinta per gesti notevoli.
Eppure, durante le repressioni degli anni ’20-30 in Urss era diventata un’incarnazione vivente della carità evangelica grazie al fatto che di propria iniziativa si era scelta un hobby speciale: mandare pacchi con mezzi di sussistenza ai prigionieri, non necessariamente a preti o credenti, ma a chiunque ne avesse bisogno. Usava chiedere all’amministrazione delle prigioni quali detenuti non ricevevano mai niente, e sceglieva di aiutare proprio quelli, fossero anche dei criminali comuni e non dei perseguitati politici. A questo scopo spendeva tutto il suo stipendio di infermiera, e faceva continue collette tra amici e conoscenti, continuando ad allargare la cerchia degli aiuti, mese dopo mese, anno dopo anno.
Questa attività la rendeva interessante e sospetta agli occhi della polizia politica, che aveva aperto un fascicolo su di lei, non riuscendo a capire come mai si desse tanta pena per gente che non conosceva neanche. E di cui in teoria non le doveva interessare molto.
Tre arresti e infiniti interrogatori non erano serviti a svelare l’arcano: la Grimblit, in fondo, non aveva saputo spiegare a parole perché si comportava così. Diceva solo che era per amore di Dio ma all’Nkvd questo non bastava. Comunque di fronte alle accuse non era venuta a patti, non aveva pensato di rinunciare non dico a Dio, ma a quella piccola carità che faceva, per aver salva la vita. Eppure doveva ben sapere che nel 1937 l’arresto (il terzo poi!) portava dritto alla fucilazione.
Faraaz Hossein e Tat’jana Grimblit, un bengalese musulmano e una russa ortodossa, misteriosamente si assomigliano, entrambi avevano qualcosa cui tenevano più che a se stessi. Era il perno invisibile della loro persona. Una cosa invidiabile: avevano qualcosa che li faceva vivere e che è stato un buon motivo per sacrificare tutto.

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Il sognatore

Marco Pozza

venerdì 15 gennaio 2016

E’ rimasto tutto-suo-padre, anche quando gli ammiratori, divenuti oramai un intero pianeta, gli hanno accreditato il nettare dell’immortalità, facendogli capire che, da piccolo ch’era, il principe si era fatto gigantesco, addirittura di fiaba. Pagherebbero assai i suoi affezionatissimi lettori sapere se — applaudito e riverito da oltre 173 milioni di lettori — sia ancora in grado di arrossire: «E quando si arrossisce, significa sì, vero?». Il rossore è una evanescenza sulle gote, un fievole battito di cuore, una vaporosità che vale una conferma. E’ tipico dei bambini, com’era tipico di Antoine, il papà che — talvolta arrossendo senza rispondere quando le domande lo imbarazzavano — partorì una storia capace di parlare all’umano di ogni tempo. A patto che sempre si rammenti d’essere stati tutti, almeno una volta, bambini: «Tutti i grandi sono stati bambini una volta (Ma pochi di essi se ne ricordano)» ha fatto trovare scritto nella dedica all’amico fraterno Leone Werth, «quando era un bambino» per l’appunto.

Col passare del tempo, il principe si è fatto uomo: un gran-pezzo-d’uomo, verrebbe da dire. Chissà se coloro che l’hanno incrociato — magari come dono di Natale o ammirandone l’acume nel film di Mark Osborne — si saranno chiesti, oppure no, di chi è figlio quel bambino. Non sia mai che, divenuto adulto, si dicesse anche di lui ch’è un ingrato verso chi gli ha procurato i natali. E’ che la troppa fama procuratagli dai lettori, ha fatto invecchiare malamente l’immagine del papà. Quand’invece apparteneva alla razza delle aquile: Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), scrittore-aviatore di Francia che, in piena tenebra novecentesca, illuminò la società con questo bambino dai capelli color del grano.

Antoine: chi era costui? Sopratutto «un sognatore. Lo ricordo, col mento nella mano, che guardava fuori dalla finestra verso i ciliegi. Mi ricordo un ragazzo modesto, un originale, che non studiava troppo e che, di quando in quando, aveva esplosioni di gioia, di esuberanza» (S. Schiff). Nato col nascere del Novecento, con la sua vita tradotta in poesia ha rappresentato l’altra faccia del secolo-breve: se da una parta l’idea di potenza ha coinvolto le masse fino a condurle nell’abisso della barbarie umana, Antoine spese tutte le sue forze per dare voce all’interiorità, a quelle linee di forza che tengono in vita la storia degli uomini. Alla memoria di ciò che è stato, più che al tentativo di creare ciò che sarà: il futuro, per lui, non poteva che essere un ritorno. Un ritornare all’infanzia per poi, ogni volta, ripartire. L’infanzia era la sua isola-di-Itaca: viaggiare, come per Ulisse, significava portare con sé la nostalgia del suo essere stato bambino. Meglio ancora, la stagione dell’infanzia fu la sua piccola Betlemme: «Di dove sono io? Sono della mia infanzia come di un paese» scrive in Pilota di guerra. L’infanzia: il tempo del paese nel quale abita il padre, i riti e i cerimoniali delle feste, il calore degli affetti. La stanza-vuota di casa. Forse anche il tempo di Dio.

Ha abitato i medesimi anni di Camus, di Sartre, di Malraux, di tutta quella generazione di scrittori transalpini che hanno tentato testardamente, in piena disumanizzazione, di abbozzare una sorta di nuovo umanesimo: il mondo, prima che evangelizzato, andava ri-umanizzato. Eppure, anche qui, seppe far emergere il suo tratto più tipico: della nausea di Sartre, dell’assurdo di Camus non seppe che farsene. Per lui — differentemente dagli altri per i quali il mondo non poteva più tornare composto dopo quella tribale frattura  c’era ancora la possibilità di cogliere il bersaglio, pur potendolo sempre anche fallire. Bastava essere disposti a tornare bambini, per sfidare addirittura la morte: tanto, morire è nulla se si conosce ciò per cui si sta morendo. L’essere-nel-mondo può diventare un’apertura radiosa alla vita fino a divenire un essere-per-la-morte, il marchio di fabbrica indelebile.

All’assurdo replica con l’ideale, al pessimismo risponde con l’ottimismo, all’oltraggio di Dio reclama l’urgenza di Lui: «Appari a me, Signore, perché tutto è così difficile quando si perde il gusto di Dio» annota in Cittadella. Quello di Antoine era uno sguardo — che poi diveniva scrittura — che bloccava al volo qualsiasi idiozia. Era l’eredità alla quale era stato educato: la dignità dell’uomo, la nostalgia dell’assoluto, l’avversione per l’arrendevolezza perché «a tormentarmi è che in ognuno di questi uomini c’è un po’ Mozart, assassinato. Solo lo Spirito, se soffia sull’argilla, può creare l’uomo». Lo scrive in Terra degli uomini, ma odora pesantemente di Cielo: non teme di proporre l’eroismo, fin quasi a carezzare la mistica. Vuol fare del suo messaggio un invito alla riscoperta del lato spirituale del vivere. Rimase sempre così: chino sul banale, alla disperata ricerca del fondamentale. Per terra, come a quattrocento metri d’altezza: gli importava ricordare alle persone la loro capacità di infinito.

Il Piccolo Principe uscì il 6 aprile 1943. Le sue ultime righe, per la bocca del narratore, odorano di profezia: «Al levar del giorno non ho ritrovato il suo corpo. Non era un corpo molto pesante…». Il 31 luglio 1944, sorvolando la Baia degli Angeli, al largo di Sainth-Raphael, l’aviatore Antoine — soprannominato Pizzicalaluna per il suo naso sempre teso all’insù — sparì nel nulla. Inghiottito dal mare, assieme ai suoi misteri: non fu suicidio, nemmeno resa. Per chi l’amò, anche solo sui suoi libri, la sua morte rimase un’offerta: un offrirsi a lei perché il desiderio di ricongiungersi con la sua rosa era divenuto lancinante, insopprimibile. Non scomparve mai: s’era nascosto, ben-bene, nel suo principe per continuare a volare. Per far volare milioni di lettori alla ricerca del Mistero.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/1/15/SAINT-EXUPERY-Il-Piccolo-Principe-e-tutto-suo-padre/print/670467/

La direzione e il significato del mondo

Pigi Colognesi

lunedì 4 gennaio 2016

Il mio bigliettino d’auguri per il nuovo anno che inizia è una citazione da Cattolicismo di Henri de Lubac (Jaca Book 1978, pp. 97-99). La motivazione è lampante: per me è la cinquantottesima volta che il ciclo dell’anno ricomincia e non posso evitare di farmi qualche domanda sul movimento inesausto di questa ruota (ma forse non è una ruota) del tempo.

«Ritmo del yin e del yangaspir e respir di Brahmâ, danza di Siva che crea e distrugge i mondi, alternativa senza fine della Discordia e dell’Amicizia; illudendo la sua fame d’eternità, il sapiente può darsi pure per qualche tempo l’illusione di dominare con il pensiero questa pulsazione del mondo, o di avvilupparlo nelle reti d’una contemplazione estetica. Ma sempre il gregge umano vi si agita invano nella stessa schiavitù.

In questo concerto universale, solo il cristianesimo afferma insieme, indissolubilmente, un destino trascendente per l’uomo e un destino comune per l’umanità. Tutta la storia del mondo è la preparazione di questo destino. Dalla prima creazione fino alla consumazione finale, attraverso le resistenze della materia e le resistenze più gravi della libertà creata, passando per una serie di tappe, la principale delle quali è segnata dalla Incarnazione, un medesimo disegno divino si compie.

Mentre nella concezione che abbiamo ora visto “lo svolgimento dei tempi non è che un divenire senza sostanza dove niente accade, perché tutto scorre via” (Jean Guitton), secondo il cristianesimo, al contrario, la durata è qualche cosa di molto reale. Non è uno sparpagliamento sterile, ma ha, per così dire, una densità ontologica e una fecondità. Il divenire non appare più come una serie circolare di generazioni e di corruzioni. Circuitus illi iam explosi sunt (sant’Agostino): grido di trionfo del cristianesimo a cui si è rivelato il Dio creatore e salvatore. Il ciclo infernale esplode. I fatti non sono più soltanto fenomeni, sono degli avvenimenti e degli atti. Si opera, incessantemente, qualche cosa di nuovo. C’è una genesi, una crescenza affettiva, una maturazione dell’universo. Una creazione, non soltanto mantenuta, ma continuata. Il mondo avendo uno scopo, ha dunque un senso, cioè, insieme, una direzione e un significato».

Buon 2016!
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Come sarò quest’anno?

Marco Pozza

sabato 2 gennaio 2016

Il giorno in cui scomparve facendo rotta verso il Sud della Francia, tutti capirono ch’era morto ugualmente a com’era vissuto: abitando, fin quasi all’ossessione, il limite estremo del vivere, dei giardini, delle rose, dei pianeti. Dentro l’abitacolo del Lightning P38 F5B numero 223 – che avrebbe dovuto rincasare alle 12.30 dello stesso giorno – sedeva Antoine de Saint-Exupéry, lo scrittore-aviatore francese, pronto a compiere la sua nona missione in zona bellica. Non fece più ritorno: «Se sarò ucciso, non rimpiangerò assolutamente niente. Il formicaio futuro mi spaventa. Odio la virtù da robot. Io ero fatto per essere giardiniere» scrisse in uno degli ultimi appunti trovati giorni dopo la scomparsa nella sua stanza da letto. Le lenzuola erano ancora in ordine: la sua ultima notte fu notte di veglia, di appunti, di profezia. L’ultima, anche la prima.

Morire non è nulla se si conosce ciò per cui si muore, perché vivere è appartenere: «Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto» scrive in Cittadella, l’unica opera pubblicata postuma, il nettare più squisito lasciato come eredità da uno scrittore la cui fortuna fu anche la sua sciagura: il suo Piccolo Principe è diventato così grande da oscurare il suo papà letterario. Poco gli importerebbe oggi, forse ne sarebbe felice, chissà: il suo cruccio era quello di vivere così a fondo da poter poi scrivere qualcosa, fosse un’annotazione come un rimbrotto, un’eco come un singhiozzo.

Tutto, però, era per lui questione di ali e radici: mettere radici, avere radici, librarsi in volo. E’ questo che rende la tua rosa diversa da tutte le altre rose: a quattrocento metri di quota, perfettamente solo col suo motore, riusciva a dimenticare le miserie di una vita che lo teneva nell’incertezza. Solamente lassù, leggero fin quasi ad essere nudo, convinto com’era che un progettista intuisce d’aver toccato la perfezione non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere.

E’ stato ostinatamente solo, Antoine: nei suoi voli come nelle sue storie amorose. Una solitudine che l’ha condotto ad alimentare all’inverosimile il concetto della casa: il luogo degli affetti, le memoria degli anni felici, quasi un memoriale per non farsi inghiottire dal buio. Una casa che è anzitutto un’epoca, quella dell’infanzia, «quel grande territorio da cui ognuno è uscito! Di dove sono? Sono della mia infanzia come di un paese» scrive in Pilota di guerra. Il campeggiatore non ha appartenenza alcuna, non conosce il cerimoniale dei luoghi che attraversa, nemmeno sa gustare le tradizioni di un paese: vi transita ma non pianta le radici, rimane zingaro. L’abitante, invece, di una terra e di un’epoca conosce tutto, sopratutto i riti del suo paese, necessari per scorgere sotto il disordine delle pietre il significato della casa: «Che cosa diventerai se nessuno ti prende per mano per mostrarti le provviste di miele, fatto non di cose ma del senso delle cose?»

Antoine de Saint-Exupéry non nascose mai di provare una certa serenità quando si sentiva assediato: da giovane, talvolta, il deserto gli era parso piatto e poco interessante sino a che qualcuno non gli aveva sparato. A quel punto il deserto era tornato ad essere bello, a fiorire. Un uomo che ritrovava se stesso quand’era in pericolo. Quasi un santo-laico, patrono dei giorni di inizio, quando le domande s’intasano tutte in un’unica domanda: “Come sarà quest’anno?” Domanda da campeggiatore, di quelle che manderebbero sulle furie il mistico Antoine. Per il quale l’unica domanda autorizzata è quella dell’abitante: “Come sarò quest’anno?”.

L’uomo di Saint-Exupéry non è di quelli che si possono aprire con domande vane, con parole scontate. E’ uomo d’imboscate: tant’è che ad essere minacciate sono sempre le cose più valide. Le anime più nobili.