Tolti dalla disperazione da una presenza quotidiana

salamovNel 1999 fu pubblicata, per la prima volta in Italia, l’opera monumentale di Varlam Salamov, I racconti della Kolyma, sull’inferno dei gulag sovietici. Fu un caso letterario. Quindici anni fa – e ancora oggi – il paragone fra i gulag e i lager è per alcuni inammissibile: la casa editrice Einaudi si rifiutò di pubblicare l’introduzione del polacco Gustaw Herling, reo di aver messo sullo stesso piano i «gemelli totalitari», nazismo e comunismo sovietico. «Eppure, chiunque abbia letto i racconti di Salamov confermerebbe l’esattezza del paragone», nota l’esperto filologo e russofilo Vittorio Strada a Tempi. Per farsene un’idea basta scorrere i pannelli della piccola mostra sullo scrittore russo, in questi giorni, all’Università Statale di Milano. Scrive Herling: «Nei campi sovietici non c’erano i forni crematori, non si mandava la gente nelle camere a gas: il risultato era però il medesimo, anche se si uccideva lentamente, attraverso la fame, il lavoro massacrante e il clima». Cambiava l’obiettivo. In Siberia, «si voleva sfruttare al massimo il lavoro dei prigionieri».

È da questa esperienza quasi ventennale come schiavo del regime comunista che Salamov trasse il bisogno di raccontare, spiega Strada, «non solo ponendosi con Solzenicyn, Grossman e Pasternak, fra gli autori russi che hanno concluso il periodo della letteratura sovietica, ma dando al suo contributo artistico un’eredità più universale». «Mentre Solzenicyn ebbe un ruolo storico decisivo contro il sistema, e il suo Arcipelago Gulag ebbe una diapason amplissima, Salamov fu inizialmente lasciato ai margini, perché si era concentrato sulla forza della testimonianza diretta, sulla disperazione e sull’abisso», afferma Strada.

Uomo dalle «molteplici vite» – conciatore di pelli, studente di diritto, letterato e prigioniero – Salamov descrive l’annichilimento umano nel sistema concentrazionario sovietico nella regione gelida, tetra della Kolyma, agli estremi confini della Siberia, con freddezza e precisione. Nella Kolyma, allora non c’erano strade, non c’era la ferrovia. Soltanto la taiga e migliaia di uomini condannati alla fame, al gelo, al lavoro, in una sconfinata distesa di larici e pini, dove dopo le epurazioni, dalla Rivoluzione di Ottobre, nel 1919, fino al 1970, «fare il socialismo» equivaleva alla rieducazione attraverso il lavoro forzato. Il gulag, però, non restituì un’umanità migliore, sottolinea l’autore russo. Fu invece «una grande prova per le forze morali dell’uomo, per la comune moralità umana, e il novantanove per cento degli uomini non resisteva a questa prova».

Non si scrive per guarire il dolore
Non voleva “fare letteratura”, Salamov, ma raccontare la vita dei gulag. «C’è una profondissima non verità nel fatto che il dolore umano divenga oggetto dell’arte, che il sangue vivo, il tormento, il dolore appaiano sotto forma di quadro, poesia, romanzo. Questo è un falso, sempre», afferma in un’intervista degli anni Settanta. «Peggio ancora è che scrivere significhi per l’artista allontanarsi dal dolore, alleviare il dolore, il proprio dolore, dentro. Anche questo è male».

Quando la sua opera vide la luce nel 1973, Solzenicyn volle chiedergli un contributo per Arcipelago Gulag. Lui accettò, inizialmente. Per capire come contribuì al lavoro, ci si può limitare a una domanda a margine del testo inoltrata a Solzenicyn. Parlando dei detenuti del gulag, alle prese con un gatto, Salamov si chiedeva: «E perché non lo ammazzano per mangiarselo?». Solzenicyn, accolse l’obiezione e corresse. Questo accadeva nel gulag, scrive Salamov. Lo racconta in Giorno di riposo. Qui, alcuni criminali offrono a un pope internato alcuni avanzi di un piatto di carne di montone. Il pope mangia, e quando scopre che in realtà sono i resti di un cucciolo di cane allevato dalla baracca, vomita. Eppure, afferma, «la carne era buona. Non peggio di quella di montone».

lavori-forzati-gulag-mar-baltico«Ho cambiato idea sulla vita come bene, felicità. La Kolyma mi ha insegnato tutt’altro», afferma Salamov ne I taccuini curati da Irina Sirotiskaja. «Il principio della mia epoca e della mia personale esistenza, di tutta la mia vita ciò che ho tratto dalla mia personale esperienza, la regola che ne ho desunto può essere espresso in poche parole. Prima di tutto bisogna restituire lo schiaffo e solo in un secondo tempo l’elemosina. Ricordare il male prima del bene. Ricordare tutto il bene ricevuto per cent’anni e tutto il male per duecento».

Una visione tetra del mondo, che però è in contrasto con l’esigenza di scrivere, spiega Strada. «Nei suoi racconti – afferma il filologo – la potenza letteraria di Salamov ha una fisionomia autonoma, che insieme allo stile, al destino personale, difficile e arduo dell’autore, creano una visione esistenziale di insieme cruda ma non nichilistica». «Salamov d’altronde parla dell’abisso dell’uomo nel mondo concentrazionario. Del destino personale degli uomini schiacciati dalla storia. Un tema che appartiene alla grande letteratura russa», spiega ancora Strada. «Nel periodo sovietico, è emblematica la metafora della Ruota Rossa di Solzenicyn, il romanzo in cui la Rivoluzione viene descritta come un meccanismo che schiaccia le esistenze degli uomini». «Anche in Salamov – afferma Strada – come in Solzenicyn, emerge però la resistenza dell’uomo alla violenza della storia, sulla quale lo scrittore può sempre dire una parola per non essere schiacciato fino in fondo».

L’autore dei Racconti della Kolyma non ha mai negato la sua adesione al bolscevismo. Alla fine dell’esperienza del gulag dice: «Sono stato partecipe di una battaglia persa per l’effettivo rinnovamento della vita». Quella sconfitta lo condannò, come trotzkista, dunque nemico di Stalin, a una vita di miseria e privazioni. Nei campi di concentramento, il credo nell’ideologia comunista si opacizzò e rimase in piedi soltanto la realtà e l’esperienza del gulag. La disperazione.

«La cosa peggiore – afferma nei diari – è quando l’uomo comincia a sentire questo fondo oscuro, e per sempre, come parte della propria vita». Cosa poteva resistere nei gulag? Per l’ateo Salamov, soltanto Dio. «Nei campi di concentramento non ho visto nessuno che avesse più dignità dei credenti. La depravazione invadeva l’anima di tutti; resistevano solo i credenti», dice. Anche lui resistette. Nonostante la disperazione, per poter leggere una recensione delle sue poesie da parte del suo maestro, Boris Pasternak, nel 1952, Salamov percorse più di mille chilometri su una slitta trainata dai cani. Era una stroncatura, ma ne fu felicissimo.

gulag«È a partire dal suo rapporto con Pasternak, rappresentante della letteratura russa, ancora prima della rivoluzione, grande poeta del Novecento, e con un retroterra culturale pre-rivoluzionario, che Salamov deciderà di scrivere del gulag», spiega Strada. Il nucleo dei Racconti della Kolyma emerge così nella corrispondenza con l’autore del Dottor Zivago. In una lettera a Pasternak, Salamov descrive una giornata nel campo di concentramento: «Il giorno lavorativo dura 16 ore. La gente dorme in piedi appoggiandosi sulle vanghe. Non può né sedersi né sdraiarsi – ti fucilerebbero sul posto. Buio biancastro con una tinta di blu della notte invernale, 60 gradi sotto zero. L’orchestra delle trombe d’argento suona le marce davanti alle file di detenuti semimorti. Nella luce gialla delle enormi torce di benzina una guardia legge la lista dei nomi dei detenuti fucilati per non aver raggiunto la norma di produttività».

Il rapporto con Pasternak
Per Salamov, Pasternak è la luce nell’abisso. E da dove provenga questa capacità del Nobel di far sperare un disperato, emerge forse dal resoconto di un incontro tra il grande poeta e Andrej Sinjavskij, sul finire del 1957. Un incontro che offre una risposta alla resistenza del popolo russo all’esperienza totalitaria e all’abisso del gulag. Pasternak, scrive Sinjavskij, «cominciò a parlare di Cristo, che viene a noi da laggiù, dal profondo della storia, come se quelle lontananze fossero il giorno che viviamo, e insieme al giorno si facessero trasparenti e declinassero nella sera, congiungendosi a un domani senza fine. Nelle parole di Pasternak, come mi parve, non v’era neppure l’ombra di un’aspettativa apocalittica. Cristo veniva oggi perché la nuova storia veniva da Cristo e dal Vangelo, compresa la nostra giornata e Cristo era di questa giornata la realtà più naturale e familiare. La storia con il suo passato, il suo presente, il suo futuro, era come un campo, un unico campo, uno spazio che s’apriva ininterrotto allo sguardo. Guardando dalla finestrella i campi e i declivi nevosi Pasternak parlava di Cristo che viene a noi da laggiù. E parlava senza affettazione, né enfasi, senza pompa alcuna, ma con semplicità quotidiana, come se là e laggiù fossero stati gli orti contigui e la fila dei campi biancheggianti che s’allargavano attorno».

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La modernità come opportunità di vero compimento

 

I cristiani devono prendere coscienza del fatto che il processo di secolarizzazione può insorgere solo all’interno della cultura cristiana. La secolarizzazione della società, la secolarizzazione del singolo così come quella di un certo raggruppamento o ramo della società, è una conquista propria del cristianesimo.

Quando Cristo afferma di non essere venuto a portare la pace ma una spada (Mt 10, 34) si riferisce alla separazione dell’uomo dal tronco comune dell’umanità. Perché è l’inizio dell’operazione della salvezza, operazione con cui Cristo non salva tutti ma ognuno. È questa la ragione per cui ogni singolo deve essere separato dal tronco comune dell’umanità, per poter poi decidere personalmente cosa vuole fare. Perché si tratta di una scelta: l’uomo può scegliere di innestarsi all’ulivo celeste – al nuovo corpo della comunione umana che ha le sue radici nei cieli – o di continuare a esistere in quella forma che assume dopo essere stato reciso. Prima di Cristo questa possibilità di scelta semplicemente non c’era: per l’uomo la possibilità di vivere una vita secolarizzata non esisteva, e di conseguenza non poteva essere secolarizzata nemmeno la società, perché non c’era questa spada. Il fenomeno, quindi, che vediamo accadere oggi nel mondo non è un qualcosa che distrugge il cristianesimo, qualcosa contro cui i cristiani sono chiamati a combattere, ma è qualcosa che è stato introdotto nel mondo dal cristianesimo stesso. 

Altra questione è che l’umanità è chiamata a non dimenticare che esiste la possibilità di un cammino ulteriore e che l’isolamento del singolo a cui porta la secolarizzazione può essere superato.

La spada della secolarizzazione opera ancora davanti ai nostri occhi: si infila come una lama nei nuclei familiari e li divide – li divide attraverso delle leggi – separando la moglie dal marito e i figli dai genitori, e continua così a sezionare sempre più il corpo dell’umanità. Dobbiamo ricordarci che questo fenomeno per noi non è un ostacolo e che non siamo chiamati a combatterlo. Dobbiamo ricordarci che si tratta di qualcosa che dà all’uomo una possibilità ultima di definire se stesso, di decidere se si definisce cristiano o no. E questa è una cosa che può fare solo ogni singolo. Se un cristiano si ritiene tale solo perché è stato educato al cristianesimo nella sua cultura d’origine, o perché si attiene a delle norme di vita che gli sono state insegnate nell’infanzia (che gli sono state consegnate dall’esterno), o perché gli riesce facile continuare a seguire una certa strada o, ancora, perché ha trovato un determinato ambiente che gli è consono e in cui può vivere al sicuro una vita indolore, in cui può allinearsi, invece di decidere lui, scaricando il peso della scelta su quell’ambiente… se un cristiano è arrivato a un’associazione e non a Cristo, non è un cristiano. 

Il problema più grave legato alla secolarizzazione è quello di sconfiggere quel suo aspetto sociale che porta le persone ad aderire alla chiesa come a un’associazione ritenendo che questo basti. Così la gente che arriva alla chiesa non la vive come partecipazione al Corpo di Cristo, ma come appartenenza a una comunità in cui si può vivere senza preoccupazioni e percorrere tranquillamente sentieri già tracciati senza avere il minimo desiderio di cercare un incontro personale con Cristo. 

Questo è il pericolo che minaccia la Chiesa ed è un pericolo che non ci arriva dal mondo ma dall’interno della Chiesa stessa. Se la Chiesa si riduce a permettere all’uomo di rimanere con lei senza andare a Cristo per il cristianesimo è una catastrofe. 

La società secolare con cui ultimamente lottiamo con sempre maggior forza non è in nulla temibile per il cristianesimo. È anzi il frutto e l’ambiente vero del cristianesimo, perché costituita in tal modo da consentire a ogni uomo di fare una scelta personale e cosciente.   

La questione diventa pericolosa quando la secolarizzazione (o quando noi, nella nostra lotta contro la secolarizzazione) separa il corpo dal suo capo: il corpo che è la Chiesa dal capo che è Cristo. E questa, purtroppo, è una cosa che oggi accade molto di frequente. Io ritengo che quando noi – ognuno per sé – pensiamo a come dobbiamo comportarci in un mondo e con uomini che non hanno trovato la strada che porta al Corpo di Cristo, possiamo risponderci solo in un modo: dobbiamo diventare, per ogni uomo che ci troviamo accanto, testimoni del fatto che innestarsi a Cristo è la felicità. Mentre entrare in un sistema che pretende di governarci tanto da toglierci la necessità di pensare – così che non dovremo più pensare a niente – sarebbe un incubo. 

Se saremo invece testimoni di questo tipo, ci accorgeremo che la condizione in cui attualmente versa il mondo è per noi un’occasione, una possibilità immensa, e nient’affatto un orrore o una catastrofe. 


Il testo presentato è un estratto della relazione tenuta da Tat’jana Kasatkina in occasione del convegno internazionale della Fondazione Russia Cristiana (5-8 ottobre, Seriate e Milano) sul tema “Identità, alterità, universalità”. La comunicazione dell’autrice, membro dell’Accademia delle scienze di Mosca, era dedicata a “Le sfide della secolarizzazione come provocazione positiva”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/10/8/RUSSIA-Kasatkina-c-e-una-secolarizzazione-che-fa-bene-ai-cristiani/print/433482/