Non t’ho perduta

Valerio Capasa
mercoledì 25 settembre 2013

Non t’ho perduta»: così poté dire Ada Negri alla sua giovinezza. Aveva, in quel momento, settant’anni.
Eppure molte volte le era sembrato di averla persa. Come quando, sulla quarantina, si voltò a riguardare la sua adolescenza, quando si sentiva «frutto che attendeva il morso. / Oh, vivere la piena vita!… Oh, fra le / avide mani stringerla, per sete / di spremerne ogni succo, ed anche il male, / e le più aspre verità segrete!…». Quell’impeto di pienezza sembrava indistruttibile. Partire dal suo paese, tuffarsi nel mondo, avrebbe compiuto il suo sogno entusiasta: «Vide paesi, vide ampie città. / Pulsar sentì nel suo fraterno cuore / il cuore enorme dell’umanità. / Le parve d’esser cento e d’esser mille». Ma, chissà perché, la promessa non fu mantenuta e, chissà quando, la giovinezza se n’era andata: «Ma a poco a poco si trovò smarrita, / né seppe come. – Ognuno era scomparso. – / Si trovò sola, a mezzo della vita, / fra le sterpaglie d’un campo riarso».
Come avrebbe potuto far ritornare quel tempo perduto? Chi potrebbe ridarsi gli occhi un tempo infiammati di speranza? «Ora vorrebbe, ma non può tornare / al tempo di sua fiera adolescenza». La giovinezza non si mantiene per forza di volontà, per autoconvinzione, perché lo si decide o ce lo si propone. E basta essere sinceri per affogare nella vergogna: «Che direbber, vedendola, i cancelli / arrugginiti?… “Ohimè, come diversa!… / Sei tu colei che aveva occhi sì belli, / labbra sì rosse, e qui tra fronda e fronda / crebbe, ed il lembo del suo cielo scorse?”» (Il giardino dell’adolescente).
Irriconoscibile, così lontana dallo slancio con cui era venuta al mondo; in fondo in fondo, sola. La solitudine diventa una scorza, a cui poco a poco ci si abitua, perché tanto non c’è niente da fare, non c’è nessuno che possa travolgerla: «Non gridi / “Son sola” per chiamar chi ti s’accosti / e t’accompagni. Forse uno verrebbe / se lo chiamassi: o, se tu andassi a lui, / nel suo sorriso leggeresti il cuore. / Ma non lo vuoi. Non credi più. Non sai / più abbandonarti alla tremante luce / della speranza». La giovinezza si perde, appunto, così: quando si allenta la speranza, e il cinismo la soppianta; quando non c’è più niente da chiedere o, peggio, quando non c’è più qualcuno a cui chiedere, e ci si rassegna alla propria condizione.
Indipendentemente dall’età, uno è vecchio quando considera eccessive le domande e illusorie le risposte: «Ancora illuderti potessi / d’essere creatura necessaria / ad altra creatura, e quella a te! / Posare il capo su la spalla d’uno / che di te tutto sappia, anche le colpe, / e tutto ami, anche il male, anche i crudeli / segni del tempo; e tutta ti raccolga / nelle sue braccia!» (Deserto).
Ma chi potrebbe amare «tutto» di un altro? Esiste qualcuno capace di abbracciare anche il male dell’altro? Un fidanzato non lo può, di certo. O, almeno, non fu così nella vita di Ada Negri: «Notte, divina notte, / dimmi ove è nascosto il mio amore: / ch’era mio e le mie braccia / non bastarono a custodirlo, / ch’era mio ed io ero sua / e adesso non ho più nulla / e non sono più di nessuno» (Notturno della luna). Quali braccia possono custodire un amore? che cosa lo salva? come si può promettere l’eterno? di chi si può davvero, sinceramente, dire «mio»?
Per non naufragare tra le onde di questa impotenza, ci si può aggrappare al misero scoglio di una saggezza agghiacciante: «più / nel tempo inoltri e più t’ostini in questa / tua superba miseria, e più comprendi / che meglio forse era non esser nata» (Deserto). Tanto il tempo porta via tutto, corrode la giovinezza: «Giorno per giorno, anno per anno, il tempo / nostro cammina!». «Non è sorta l’alba / che piombata è la notte; e già la notte / cede al sol che ritorna, e via ne porta / la ruota insonne» (Tempo).
Il tempo lavora contro, senza che l’attesa della giovinezza venga mai realizzata: «Il dono eccelso che di giorno in giorno / e d’anno in anno da te attesi, o vita / (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza / anche il pianto), non venne: ancor non venne. / Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”: / ad ogni giorno che tramonta io dico: /”Sarà domani”». Eppure nulla accade.
Proprio qui, tuttavia, accade l’intuizione imprevedibile: quando Ada Negri realizza che il dono che attende invano, in realtà, l’ha già ricevuto. Non è qualcosa che forse verrà, chissà quando, chissà se; è qualcosa di cui accorgersi: «e forse il dono che puoi darmi, il solo / che valga, o vita, è questo sangue: questo / fluir segreto nelle vene, e battere / dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti / unicamente perché sei la vita» (Il dono). Eccolo, il dono: il fatto di esserci. Il dono è la vita, che – proprio perché è data – serve per essere a sua volta data: «Vita, dono di Dio: che ho dunque fatto / di te?». Un dono gratuito, paradossalmente, esige una responsabilità, mette sulle spine. Ed è lancinante la puntura del Rimorso: «In nome / di qual sogno t’offersi, per qual fede / a perderti fui pronta, a chi passai / la tua fiaccola ardente? Sol per questo / data mi fosti; e adesso è tardi, o vita. / Quando misera e sola innanzi al Padre / sarò, che gli dirò, qual luce in terra / avrò lasciata, a gloria sua?».
Questa vita può essere davvero mia solo quando mi rendo conto che non è mia: va data, perché diventi mia. Solo che urge sapere per che cosa dare la vita; altrimenti il tempo ce la porta via. «Ma forse / ancora è tempo di donarti, o dono / di Dio. Fin ch’io respiri, ancora è tempo». L’offerta della vita è possibile in questo istante, qualunque passato morda di amarezza. Offrirla, però, per cosa? C’è qualcosa che vale quanto la propria vita? C’è qualcosa per cui lo slancio del cuore non va sprecato, sparpagliato, disperso? «Ogni atto / di vita, in me, fu amore. Ed io credetti / fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria / terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, / o i fior, le piante, i frutti che dal sole / hanno sostanza, nutrimento e luce; / ma fu amore di Te, che in ogni cosa / e creatura sei presente». Ada Negri ha amato, ha dato la vita per la gente, per la poesia, per la patria, per la natura, per alti ideali: ma tutto era troppo poco. Dentro ognuno di questi amori ce n’era un altro, in agguato, che si nascondeva. E si è svelato piano piano: non che Ada Negri a un certo punto sia arrivata a capire questo Tu (per progressione mentale), ma sempre di più è stata lei a non potersi nascondere a questo amore che la precedeva, e la leggeva dentro: «Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta / di ciò che tace nel profondo» (Atto d’amore). Voleva inoltrarsi nel profondo, ma fece prima il suo profondo a trovarsi trapassato: «A Te solo non posso / celarmi. Oscuro smisurato è il fondo / dell’essere. Non v’ha pupilla umana, / s’io lo nascondo, che a scrutarlo arrivi. / Ma nulla al tuo tremendo / potere è tolto. Sta l’anima ignuda / sotto il divino sguardo / che la trapassa» (La verità).
È lo sguardo che l’ha sempre aspettata, paziente affinché lei lo percepisse, si rendesse conto di ciò che già era stata tutta la sua vita: «Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo / d’amarti; e l’ineffabile certezza / che tutto fu giustizia, anche il dolore, / tutto fu bene, anche il mio male, tutto / per me Tu fosti e sei, mi fa tremante / d’una gioia più grande della morte». Sono stoccate di una gravità abbacinante: il dolore è stato giusto, il male commesso è stato un bene. E poi quel «tutto», senza attenuanti, senza parentesi: non è il “quasi tutto” che ciascuno potrebbe dire a un altro. L’altro, infatti, sarà sempre, per forza di cose, un “quasi”, perlomeno perché non può salvare la giovinezza di chi ama: non può ridarla indietro, non può aggiungerle niente. Ma se c’è qualcuno che rinnova la giovinezza, allora sì, glielo si può dire: «tutto».
Infatti l’esito di questo rapporto è incredibile: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo / all’essere. Sei tu, ma un’altra sei: / senza fronda né fior, senza il lucente / riso che avevi al tempo che non torna, / senza quel canto. Un’altra sei, più bella. / Ami, e non pensi essere amata: ad ogni / fiore che sboccia o frutto che rosseggia / o pargolo che nasce, al Dio dei campi / e delle stirpi rendi grazie in cuore» (Mia giovinezza). Abissale questa indifferenza all’avere, questo bastare del dare, che non vuole niente indietro, né una corrispondenza né, almeno, un grazie.
Che strano, questo scoppio di gratitudine. Che non è ingenuo, perché sboccia come un fiore nel campo del dramma e del male, dentro una battaglia che ha lasciato i segni. Ma è un fiore che, davvero, non si può strappare. Perché non è “mio”, non è stato seminato, insomma non è nato per uno sforzo di volontà. Esige rispetto, proprio perché è stato dato. Alla domanda tutta personale e tremante dell’adolescenza («”Non verrà mai / un meriggio che sia senza tramonto?” / E quando il sole, al suo sparir, all’orlo / della cimasa mi diceva “addio”, / sempre quel dubbio m’assaliva: “O luce, / e se domani non tornassi più?”»), a questa domanda disarmante, ma tutta umana, smisuratamente umana, la risposta è venuta da fuori. Come un bene che non si cancella mai: «Fedele, ogni alba, a me tornò la luce / lungo il fiume degli anni; e fu il mio bene / più grande: il bene che non si cancella / mai, per volger di tempo e di vicende» (Il sole sul muro). La realtà, ripresentandosi ogni mattina, offrendosi ancora una volta allo sguardo, non l’ha mai tradita. La sua speranza si è offuscata ma, fedelissima, l’alba tornava ogni giorno a riprenderla. Ed è per questo che Ada Negri può gridare quel «mio», alla puntualità con cui si riaffaccia l’alba e alla sorpresa con cui riesplode la giovinezza: perché nulla è tanto nostro come quello che non facciamo noi, che non ci diamo noi, ma che risponde a una domanda che è tutta, intimamente, nostra. E a cui non sapremmo mai risponderci.

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Sei oro che la lontananza fa brillare

Gianfranco Lauretano
venerdì 9 dicembre 2016

L’isola da lontano lanciava ancora bagliori, feriva
gli occhi, forse segnali millenari, sogni,
fiori bianchi a miriadi di notte sulle scogliere…

L’inizio di questa poesia ci introduce in un mondo di bellezza e di storia, di luce e di notte. Si tratta di una delle poesie dell’ultimo libro di Davide Rondoni, dal titolo certamente particolare, La natura del bastardo (Mondadori). Un libro fatto non solo di luce vertiginosa che continua a balenare nel buio, ma anche di amore e movimento, esplorazione del mondo, viaggio. Un verso di una poesia di Pascoli, “Nebbia”, sulla quale Rondoni ha scritto la tesi di laurea, dice che le grandi domande dell’uomo, le questioni centrali del suo cuore, “vogliono che ami e che vada”: amare e andare, due verbi che ben sintetizzano la poesia dello stesso Rondoni. Essi vanno considerati contemporanei: mentre vado (vivo, compio il mio percorso), amo. Il mondo va conosciuto, attraversato e vissuto con amore, curiosità, voglia di rischiarsi e sfidarlo; l’opera di un poeta è tanto più valida quanto più risulta impressionata dal mondo. Le parole per Rondoni sono come la pellicola fotografica. Torniamo a questa poesia, esemplare del lavoro che il poeta ci presenta in questo libro: dopo un’affascinante apertura sull’isola, che è la Sicilia, lo vediamo camminare, sfinito dal lavoro ma addolcito da ciò che sente, per le strade della sua città più grande:

Palermo, sono dolci le sere
a camminare sperduti
dopo aver lavorato, sfiniti
e la mente non sa più che pensare
vuole solo sentire lui
il respiro del mare…

Si tratta di un passaggio in cui c’è molto di noi, del nostro lavorare eccessivo, del desiderio di far riposare la mente, magari fuggendo. Solo che, di solito, ciò avviene davanti a uno schermo, mentre qui il poeta cerca il respiro del mare, coerentemente con il luogo. In questo il suggerimento del poeta trascende il suggerimento della società, lo supera e migliora: quando il respiro si fa corto (per la fatica o le ferite della vita) è meglio cercare un respiro più grande. Poi accade in questa poesia quel che accade nella nostra migliore letteratura, un incontro:

E tu che gesticoli al telefono e vai
ti discosti e mi lanci un’occhiata
ragazza maghrebina,
dolce, ferita, innamorata –

sei oro che la lontananza fa brillare

Una cosa da niente, nulla di epico: a tutti noi capita di incontrare ragazzi al cellulare, maghrebini o no. Ma quasi mai ci capita di considerare quell’incontro “oro che la lontananza fa brillare”. Ecco, stiamo perdendo uno sguardo così. Un diffuso sentimento di sospetto verso l’altro, di difesa da possibili e oscure violenze, di paura per ciò che è diverso, non ci permette più di guardare l’altro così. Lo sguardo di Rondoni è lo sguardo che costruisce e che accoglie.
Mi si consenta un collegamento forse troppo coraggioso: è lo sguardo che aveva l’Europa e che l’ha fatta quel che è e forse sta smettendo di essere. Gli europei sono stato questo: una volontà di lavoro e di esplorazione che li ha portati dappertutto e ne ha fatto, per secoli, il centro propulsore del mondo stesso. Sarà stata anche volontà di potere: ma prima era volontà di conoscenza e capacità di stupore per l’inesauribile possibilità di incontro che è il mondo stesso. E possibilità di accoglienza di chi veniva da noi, da ovunque, a qualunque titolo, tanto che, in fondo, la razza europea non esiste, essendo il frutto di un crogiolo ininterrotto di genti. È così che un lunghissimo percorso europeo ha inventato e custodito la persona, custodendo ciò di cui viviamo la perdita, che è la vera crisi europea: la facoltà di percepire in ogni uomo l’oro nascosto, “questo avviso di splendore”:

e mi ricorda ama, ama senza disperare
ama con dolore,
bastardo trovatore, ama
per non meno di questo avviso di splendore

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/12/9/LETTURE-Noi-orfani-di-un-avviso-di-splendore-/print/736958/

Entro in questo amore come in una cattedrale

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

MARIA LUISA SPAZIANI
da La traversata dell’oasi (Mondadori)
Foto di Daniele Ferroni

Lasciare l’essenziale

Corrado Bagnoli
venerdì 28 ottobre 2016

“Lei mi chiede che cosa mi interessa in poesia e che cosa ancora desidero scrivere. Le rispondo subito: la vita, la vita delle parole, la vita dalla vita vera nella nostra mente continua e si spegne nel linguaggio, questo mi interessa e di questo voglio continuare a scrivere”.
Così il poeta svizzero Giorgio Orelli, poco prima della sua morte avvenuta nel 2013, risponde a una delle domande che la critica Elisabetta Motta gli ha rivolto durante un’intervista che, insieme ad altre undici, compone il volume La poesia e il mistero, recentemente edito da La Vita Felice di Milano e che sarà presentato in anteprima oggi, 28 ottobre, alle ore 18 nella Villa Reale di Monza (Sala nobile I piano).
Il volume nasce dalla frequentazione personale della studiosa seregnese con alcuni dei più rappresentativi poeti contemporanei: gli italiani Giampiero Neri, Davide Rondoni, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Donatella Bisutti, Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia; gli svizzeri di lingua italiana Giorgio Orelli, Fabio Pusterla, Alberto Nessi, Pietro De Marchi. Ogni intervista è preceduta da una piccola selezione di testi dei poeti intervistati e il libro si presenta così anche come una preziosa occasione per introdursi alla loro opera.
A questi poeti, Eisabetta Motta ha chiesto di rispondere ad alcune domande cruciali sul senso della poesia oggi: qual è il compito che possiamo attribuire alla parola poetica? Qual è il suo rapporto con la realtà, come è in grado di custodirla e di darle rilievo? Come in questo compito la parola poetica si trova immersa nella relazione con il mistero? La profondità delle domande non deve far pensare a un libro arduo e ostile: merito di Elisabetta Motta che sa sempre condurre il suo dialogo con i poeti utilizzando un linguaggio semplice, chiaro, senza fronzoli.
E merito anche dei poeti che non a caso sono stati scelti e accomunati in questa raccolta, poiché, pur nella diversità delle loro poetiche, tutti perseguono nel loro lavoro una ricerca che potremmo riassumere con le parole di un testo di Pietro De Marchi: “Eliminare il superfluo, gettare/ la zavorra, sgombrare/ gli impacci, gli intralci, strappare/ le erbacce, estirpare/ il convolvolo, fare/ piazza pulita, tabula rasa. // Poi spogliarsi del troppo e del vano,/ ridurre all’osso, scarnire, spolpare,/ lasciare/ soltanto l’essenziale”.
L’autrice conduce i suoi dialoghi invitando dapprima i suoi interlocutori a dare spiegazioni rispetto ai testi antologizzati, ma poi, soprattutto e grazie anche alla grande conoscenza delle loro opere, s’incammina con loro ad esaminare aspetti della parola poetica in generale, li chiama quasi ad una vera e propria confessione circa aspetti della loro vita, dei loro valori. Il clima che si respira quindi tra le pagine del libro è quello di una grande confidenza e insieme quello di una consapevolezza altissima del lavoro poetico.
Ma anche quando si affrontano i temi più specifici del linguaggio poetico, siamo sempre in presenza di un discorso chiaro, comprensibile e profondo insieme, con gli autori che si mettono a nudo per capirsi e per farsi capire. Perché questo è poi il vero compito del libro, l’intenzione da cui nasce e che viene completamente realizzata: compiere un percorso conoscitivo in compagnia di autori che si tengono ancora stretta la lezione di Saba e della sua poesia onesta.
Venerdì 28 ottobre sarà la prima di una serie di presentazioni in cui l’autrice dialogherà di nuovo con alcuni dei poeti che hanno costruito con lei questo percorso: saranno presenti Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia, Massimo Morasso. Il 20 di gennaio 2017 il secondo incontro, a Seregno, alle ore 21 presso la Sala XXIV maggio con i poeti Pietro De Marchi e Giancarlo Pontiggia, tutti nati o già residenti nella cittadina brianzola. Per continuare a interrogarsi, per ricominciare sempre, come fa la vita, come fa la poesia.

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Gli occhi sulla punta delle tue mani

Villa

INT. Ewa Chrusciel
martedì 6 settembre 2016

Ewa Chrusciel, poetessa polacca, vive la condizione di migrante da quando era adolescente. Da tempo trapiantata negli Stati Uniti, insegna poesia e scrittura creativa al Colby-Sawyer College (New Hampshire, Usa), e scrive tanto nella sua lingua materna che in quella di adozione. Abbiamo letto in anteprima il manoscritto del suo nuovo libro, Dybbuk of Angelus, in uscita alla fine dell’anno. Il grande protagonista è la terribile migrazione che segna il nostro tempo, in eterna lotta fra la morte e la speranza. Non è, però, un libro militante; se è politico, lo è nel senso più ampio del termine, perché è un libro in cui l’essere umano — tanto il poeta, quanto il fuggitivo, quanto il volontario, o chiunque si trovi nel turbine duro della luce che filtra dalle pagine — è costretto a guardarsi nella vicenda dell’altro come in uno specchio, e a interrogare la propria vita in relazione alla vita del mondo, senza possibilità di sconto. A proposito del suo ultimo libro edito, The contraband of hoopoe, Jorie Graham ha scritto: “Il libro è scritto da un immigrato, e questo immigrato è l’essere umano. Per questa specie tutto è una sorgente di stupore e orrore. Essa cerca ovunque indizi su dove siano i confini”. Le abbiamo dunque chiesto da dove tragga origine questo nuovo lavoro.

Perché un libro sui migranti?
Perché il dramma dei rifugiati è il nostro Olocausto contemporaneo. Per me queste persone — quelle che fuggono dalla guerra, dall’oppressione, dalla persecuzione — rappresentano il Cristo rifiutato. Quando questa gente affoga, è come Cristo che affoga. Alcuni si mettono la catenina col crocifisso in bocca prima di morire… Ma anche perché le parole stesse sono migranti. Prendono a prestito, fanno impollinazioni incrociate, si spostano. In questo senso, il mio libro è anche sul linguaggio.

Credi alla poesia come forma di testimonianza?
La poesia è sempre testimone di qualcosa, che sia la bellezza, o la fede, l’odio, o la disperazione. Le parole hanno un peso e un significato. Dopotutto, non è una coincidenza che la Parola si sia fatta Carne. Anche parole più piccole diventano una carne — o un lampo. Creano la realtà.

Di fronte alla morte e alle tragedie umane, che cosa possono fare le parole scritte?
A volte abbassano il divisorio tra noi e gli altri. Merleau-Ponty chiama le parole “gli occhi sulla punta delle tue mani”. In altre parole, noi ci adattiamo e ci mettiamo in relazione con l’altro attraverso il nostro linguaggio e il nostro corpo. Ne La prosa del Mondo Merleau-Ponty scrive: “Dobbiamo capire che il linguaggio non è un impedimento alla coscienza e che non c’è differenza, per la coscienza, tra la trascendenza di sé e l’espressione di sé. Nel suo stato vivo e creativo, il linguaggio è il gesto di rinnovamento e guarigione che unisce me con me stesso e gli altri”.
Perché la poesia non è solo reportage, ma anche trasferimento; rimette in atto un’esperienza data, così da poter far nascere la consapevolezza o lo scopo dell’immaginazione o portare all’empatia. Quindi può rimettere in atto il dolore di una vittima, o il momento dello stupore. La buona poesia ti trasforma, perché ti aiuta ad attraversare la tua o l’altrui esperienza, invece di girarle attorno. La letteratura, in generale, aiuta a sviluppare l’immaginazione e l’empatia. Si scoprono nella propria immaginazione e nel proprio cuore posti di cui non si conosceva l’esistenza. Per Ian McEwan, la mancanza di empatia equivale al fallimento dell’immaginazione. Nel suo pezzo del 2001 per il Guardian, riferendosi all’11 settembre, McEwan scrive: “Se i dirottatori fossero stati in grado di immaginarsi nei pensieri e nei sentimenti dei passeggeri, non sarebbero stati in grado di procedere. E’ duro essere crudeli una volta che ci si è dati il permesso di entrare nella mente della propria vittima. Immaginare come sia essere qualcun altro da se stessi è al cuore della nostra umanità. E’ l’essenza della compassione, e l’inizio della moralità”.

Viviamo in un tempo in cui i poeti, specialmente nel Medio e Lontano Oriente, possono ancora rischiare la vita per scrivere poesia, eppure la poesia sembra oggi la Cenerentola delle arti. Che urgenza avverti nel mantenere questa “lingualarga”, come direbbe Les Murray, contro il potere, la violenza, la repressione? Questo era vero anche nell’Europa dell’Est. Credi che essere polacca e venire da quel tipo di realtà ti ponga in una posizione di consapevolezza maggiore?
Sì, il fatto di essere cresciuta e andata a scuola durante il regime comunista in Polonia mi ha portato a credere che la poesia non è solo un campo di gioco linguistico, o uno stile di vita. al contrario, la poesia ha il potere di opporsi al regime, se non di rovesciarlo. Come scrivono Dostoevskij e Flannery O’Connor, la Bellezza conquisterà il mondo. Per parafrasare Jorie Graham, nell’intervista che le feci con Milosz Biedrzycki nel 2013, un poeta è come un canarino in una miniera. Quando il canarino smette di cantare, significa che nella miniera ci sono delle condizioni letali. Il poeta canta anche per opporsi ai regimi, alla violenza, all’ingiustizia, all’oppressione, alle bugie. Il canarino nella miniera sta anche per il poeta nelle culture in cui la poesia muore. Quando muore il poeta, muore la civiltà. Nella sua poesia “Asfodelo, quel fiore verdastro”, William Carlos Williams scrive: “è difficile/ ricevere notizie da poesie,/ eppure uomini muoiono/ miseramente ogni giorno/ per mancanza di ciò/ che là si trova”.

In quanto immigrata, che rapporto hai con le esperienze che riporti nel tuo libro?
Mi sento nomade nella vita, anche se ho i miei luoghi di appartenenza. Spesso faccio e disfo valigie, e me le porto da un aeroporto all’altro. Ho una forte consapevolezza che, in realtà, siamo tutti pellegrini senza una casa. Essendo un’immigrata, ho anche fatto esperienza di come ci si senta ad essere trattati con un certo sospetto o una certa superiorità. So come ci si sente ad essere un outsider; a dover sempre provare che sono degna di essere una brava insegnante o cittadina o poeta, per via del mio accento o della mia mentalità diversa. Non posso dare niente per scontato. Non mi sento mai totalmente sicura. Nella mia vita tutto è provvisorio. Edward Said scrive in maniera meravigliosa della sua condizione dell’esilio interno nel suo saggio Riflessioni sull’esilio. Dice che la condizione dell’esilio è non sentirsi mai in pace o soddisfatti di se stessi. Credo che questa sia una condizione umana. Noi — umani — siamo degli esiliati.

La poesia ripristina l’urgenza di appartenere?
La poesia spesso parla di sradicamento. Come ho detto prima, le parole sono migranti; attraversano confini e spezzano barriere. La poesia ci parla di sete, irrequietezza e smarrimento. Ma ci aiuta anche a ricreare la realtà, specialmente se la realtà “originale” ci ha ferito. In quel senso può ripristinare un senso di appartenenza.

Le persone nel tuo libro sono reali? Che rapporto c’è tra la tua esperienza quotidiana e la tua scrittura?
Sì, alcuni personaggi sono reali. Ci sono citazioni e riferimenti, ad esempio ai personaggi del film documentario italiano Io sto con la sposa. Ci sono anche riferimenti ad Alan Kurdi, e ad altre vittime.

Derek Walcott scrive che “per cambiare lingua/ devi cambiare vita”. E’ vero anche per te?
Sì, quando ho lasciato la Polonia per gli Stati Uniti, ho arricchito la mia esperienza e ho anche cominciato a scrivere in inglese. L’inglese mi ha dato una nuova vita attraverso la lingua.

La tua poesia è piena di epifanie. Perché questa persistenza del sacro ha bisogno di essere messa in parole?
Per tutto quello che ho detto prima. E anche perché la poesia è abitata da molte voci che vogliono parlare attraverso di noi. Come i dybbuk. Nella tradizione ebraica, il dybbuk è lo spirito di una persona morta prematuramente che ci abita per portare a termine la propria missione. Penso che il dybbuk sia una metafora della poesia… Volevo che le poesie in questo libro fossero dei dybbuk; dessero voce a quelli che non hanno voce né potere.

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La giustifica di Dio

Davide Tartaglia
venerdì 29 luglio 2016

Giorgio Agamben, nella prefazione all’edizione garzantiana del 1991 di Res amissa, raccolta di poesie postuma di Giorgio Caproni, compie un’interessante digressione sul compito della poesia e sull’interesse che quest’ultima ha per la vita dell’uomo. Il filosofo romano individua due posizioni che si fronteggiano: da una parte ci sono “coloro che affermano l’importanza della poesia solo a patto di confonderla interamente con la vita”, dall’altra “coloro per i quali il suo importare è, invece, funzione esclusiva del suo isolamento da quella”. Per semplificare: da una parte la figura del poeta romantico, dell’esteta dannunziano, per il quale è la vita stessa a doversi trasformare, senza soluzione di continuità, in un’opera d’arte; dall’altra il profeta del “classicismo olimpico e del laicismo”, per il quale poesia e vita sono divise in ogni punto, così che la poesia si riduce inevitabilmente a un mero esercizio di stile, esibizione sterile di una téchne.
Entrambe le posizioni, secondo Agamben, sviliscono tanto la vita quanto la poesia: “i primi perché sacrificano la poesia alla vita in cui la risolvono; i secondi perché sanciscono in ultima analisi l’impotenza della poesia rispetto alla vita”. Ma se la figura del poeta come eroe romantico rimane un po’ lontana rispetto all’immaginario contemporaneo, l’acuta osservazione di Agamben ci suggerisce un interessante corollario, un’altra distinzione che tratteggia due modi di intendere la poesia che hanno animato il dibattito critico della seconda metà del secolo scorso e sono rintracciabili ancora oggi: da una parte i sacerdoti di una certa “poesia del quotidiano”, per i quali, in una realtà svuotata di significato e senza alcuna profondità, la parola poetica non può che limitarsi a una fredda cronaca; dall’altra i ferventi sostenitori di una poesia orfica, oracolare, una poesia che si allontana dalla realtà quotidiana e si fa strumento privilegiato per dire (evocare) un assoluto distante e ultimamente disinteressato alla vita degli uomini. Da questa divisione, ancora una volta, sembrano uscirne svuotate sia la poesia che la vita. C’è però una terza via, quella di una poesia che fa l’esperienza di un’indissolubile unità tra vissuto e poetato. Una parola che scandaglia la realtà, s’impasta con la vita e la illumina. Una poesia che non crea, ma inventa (ritrova lungo il sentiero e porta alla luce). È la via di molti poeti della cosiddetta “terza generazione” (Sereni, Luzi, Bertolucci) e che trova nel poeta livornese Giorgio Caproni un maestro inarrivabile.
Caproni, infatti, fin dalle prime prove, sperimenta un percorso umano e letterario originale rispetto alla sua generazione. È proprio per questo motivo che per anni è sfuggito alle severe griglie della critica ufficiale, e per questo fu definito da Pasolini “uno degli uomini più liberi del nostro tempo letterario”. Agli esordi, in un momento storico in cui il legame con la tradizione era rifiutato, Caproni mantiene un aggancio saldo con la poesia pre-novecentesca, pesca a piene mani nel rigore formale della classicità, attualizzando i modi del madrigale, del sonetto, della ballata alle esigenze contemporanee e alle sue urgenze espressive. La tradizione è una trama continuamente modificata, smagliata, reinventata, e la sua poesia diventa un laboratorio incessante alla ricerca della musicalità, che è il vero tratto distintivo dell’opera del poeta toscano.
Ma che cosa rende così originale il percorso letterario di Giorgio Caproni? Qual è il fuoco mai domo che infiamma la ricerca letteraria? Come avviene questo incontro misterioso tra “poesia” e “vita”? Se c’è un filo conduttore che attraversa tutta l’opera del poeta toscano fin dalle prime prove, è un’urgente e ineliminabile ricerca di Dio. L’amara constatazione dell’insufficienza di tutte le cose della vita, anche le più belle – come la sua Rina alla quale rimase legato fino alla morte – introduce Caproni in questa interminabile preghiera laica affinchè un Dio si mostri. C’è un testo appartenente a “Il muro della terra”, raccolta del 1975, in cui emerge lancinante l’urlo ferito di Caproni: “‘Be?’ mi fece. / Aveva paura. Rideva. / D’un tratto, il vento si alzò. / L’albero tutto intero, tremò./ Schiacciai il grilletto. Crollò./ Lo vidi, la faccia spaccata/ sui coltelli: gli scisti./ Ah, mio dio. Mio Dio./ Perché non esisti?”.
In quest’alternanza di settenari e novenari – all’interno di una struttura formale esibita e, al tempo stesso, continuamente tradita – Caproni ingaggia la sua personale “caccia a Dio”. Il colpo è andato a buon fine, la preda è a terra con la faccia spaccata, ma non si tratta del bersaglio grosso, non è il volto che Caproni attende, quel Dio che il poeta ricerca spasmodicamente. Ci sono in questi versi un po’ tutti gli elementi della poesia caproniana: quel senso tragico della vita nel quale s’insinua un’ironia amarissima, fino al culmine paradossale della chiusa, che rappresenta il grido universale dell’uomo di ogni tempo. Questo incessante dialogo è la tensione che attraversa tutte le pagine di Caproni, mantiene viva l’opera e realizza nella poesia quell’unità di vissuto e poetato di cui parlava Agamben. Il verso, infatti, è la naturale prosecuzione dell’esperienza “religiosa” di Caproni, non è qualcosa di staccato dalla vita. E la poesia attraverso la sua traduzione formale (temi, metrica, ritmo) rende l’esperienza personale accessibile a tutti.
Il versificare melodico del poeta toscano, con il passare degli anni, lascia spazio a un ritmo sempre più essenziale, scarnificato, fatto di versi brevi, lapidari. Ma dietro un’assertività apparentemente senza scampo rimane sempre l’apertura sconfinata di una domanda umana irrisolta, mai quieta: “Tonica, terza, quinta,/ settima diminuita./ Resta dunque irrisolto/ l’accordo della mia vita?”; “Il sesso. La partita/ domenicale./ La vita/ così è risolta./ Resta/ (miseria d’una sorte!)/ da risolver la morte”. La poesia di Carponi è libera da moralismi e da tesi da dover difendere, ma è piuttosto apertura sconfinata. Laddove sembra affermare, nella sua insistenza e perentorietà, invece interroga se stesso e il lettore.
Per esempio, nella caccia disperata de Il franco cacciatore: “La bestia/ che – catturata – resta/ in perpetuo distante” o nei lacerti a limite dell’assurdo di Res amissa: “Mio Dio, anche se non esisti,/ perché non ci assisti?”. Questa ineludibile distanza che nessuna parola, nessun gesto riesce ad azzerare si fa perpetua domanda. Anche la placida rassegnazione al quale il poeta sembra approdare in alcuni passaggi (“Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione,/ calma, senza sgomenti./ Scendo. Buon proseguimento”) è carica di un’amarezza e di una lealtà tale che non può che aprire un varco, non può che lasciar intendere che la partita è ancora tutta da giocare.
La poesia di Caproni è una continua pro-vocazione a Dio, nel senso etimologico di “chiamare fuori”, chiamare Dio allo scoperto affinchè si mostri e si lasci afferrare, abbracciare. Ma cosa può alimentare la speranza quando nulla sembra rispondere? La realtà, l’inspiegabile bellezza di tutto ciò che vive attorno e che sembra ribellarsi all’oblio. La bellezza della moglie Rina: “Per lei,/ e solo grazie a lei, esiste/ dunque uno spiraglio ancora/ di qua d’ogni inerte speranza?…” o la bellezza della natura: “Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente – con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sembre più sbiadito) blu della notte”.
Ma il vertice di questa ricerca, il punto più alto in cui la ragione sembra compiersi, si trova in questi versi sempre appartenenti al suo libro postumo: “Tutti riceviamo un dono./ Poi, non ricordiamo più né da chi né che sia./ Soltanto, ne conserviamo/ – pungente e senza condono – la spina della nostalgia”. Qui Caproni è come se intuisse che la nostalgia, quella Bestia che ha provato ad assassinare, è invece la più grande risorsa, l’unica vera introduzione al mistero dell’Essere, al principio che fa tutte le cose. Sfondare il muro è riconoscere il “chi”, l’autore di questo dono affascinante e contraddittorio che è la vita. E’ questo il vero compito della poesia.
E proprio per questo, Testori, in un’analisi illuminata, risponde a chi fa di Caproni uno dei vessilli dell’ateismo (definizione che lo stesso Caproni ha sempre rifiutato su di sé): “Mai, credo, la negazione di Dio è stata, come in queste poesie di Caproni, sua affermazione: quasi che Caproni avesse ingaggiato, con Dio, una battaglia, un ultimativo corpo a corpo. Ne “Il franco cacciatore” la poesia tocca uno dei suoi vertici: un vertice che è, insieme una vertigine. Anche il “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, su cui Montale aveva costruito l’intera sua opera […], vien qui accusato di essere rimasto aldiqua del rischio cui pure alludeva; insomma, di non aver portato i termini sul bordo ultimo e estremo della pagina. Caproni ha, invece, fatto questo, e proprio perché ha scritto le sue parole su quel bordo esse, vorticosamente mosse dalla forza centripeta che le innerva, sono tornate al centro; a far come da perno”.
Il dialogo insistito, la domanda continua che nasce dalla nostalgia, anche quando nega è la più alta affermazione di un Dio, di un interlocutore. “Non lo chiederesti se non lo avessi già trovato” diceva Agostino; “qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? e allora perché attendiamo?” diceva Pavese. Ma questa domanda evidentemente non basta. Questo raggiungimento ultimo della ragione non è sufficiente. Che cosa manca? Quale vera domanda contiene la ricerca assillante di Caproni? Cosa è capace di vincere la resistenza dell’uomo con Dio? Di cosa c’è davvero bisogno? Anche in questo caso, con una genialità e lealtà disarmante, Caproni coglie il nodo cruciale della questione: “Se Dio c’è o non c’è è questione secondaria. Il difficile è stabilire, ammessane l’esistenza, il suo rapporto con l’uomo”.
È allora questo il vero tarlo caproniano che attraversa tutta l’opera realizzando quell’unità impossibile tra poesia e vita, ed è questo l’unica vera ricerca per cui spendere il tempo che ci viene concesso: scoprire se c’è, se mai è accaduto nella storia un fatto, un avvenimento che abbia rotto il muro della terra. Se sia mai esistito e sia presente oggi un anello di congiunzione tra Dio e l’uomo che si possa toccare, guardare, amare e con cui poter camminare.

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Sobre el bolcan la flor

 

Quando ci si commuove la vita può cambiare

Roberto Persico

mercoledì 16 marzo 2016

Dopo aver pubblicato due o tre romanzi e un libro di racconti brevi per mettere a nudo la morte che il cinismo ha instillato nel cuore di chi crede di poter vivere bastando a se stesso, Nicola Campagnoli, insegnante in Ancona, torna sugli scaffali con una raccolta di poesie. Versi semplici, per dire le cose grandi che fanno la vita di tutti con parole piane e senz’ombra di retorica. Versi semplici, che vanno a fondo del dramma che è la vita quotidiana.

C’è il sentimento vertiginoso del vuoto che ti prende dopo che hai fatto di tutto per sistemare la giornata: «Si fatto tutto quel che si doveva fare/ E sembra che si è riusciti a star dietro/ A tutto quello che è accaduto/ Senza lasciar fuori o indietro o inevaso nulla/[…]/ Si ha anche quella certa soddisfazione/ Che viene dall’aver fatto tutto/ A dovere,/ Dall’essersi anche sacrificati/[…]/ Perché allora questo buco nel petto?/ Perché fa così male?».

C’è lo sguardo spento di chi da quel vuoto si lascia sopraffare: «Ci si isterilisce, si ispessisce la durezza della propria rassegnazione/ Il cinismo dello sguardo, si perde la speranza/ Non si spera più/ In niente».

C’è la fatica drammatica e semplice di chiedere aiuto: «La cosa più difficile/ Quando sei a terra/ È alzare il telefono/ E chiamare/[…]/ La cosa più impossibile/ È credere possibile/ che esista qualcosa di più grande del male/ Che stai vivendo».

Eppure, dal fondo di tutto, dalle profondità del male di vivere, prorompe un grido: «L’ingiustizia/ Che trama la mia vita/ E copre il mondo./ Perché una famiglia ha un figlio malato?/ E io no?/ Perché a me muore una persona cara?/ E a te no? /[…]/ Perché io ho avuto persone che mi hanno cresciuto/ E altri no?/ L’ingiustizia grida/ L’urlo/ Una voce senza termine/ Grida: perché?».

Un grido che, poco a poco, diventa preghiera: «Dammi la realtà così com’è/ Cioè tutto il tuo amore/ (la realtà così com’è è tutto il tuo amore) /[…]/ Dammi un po’ di pace./ Cioè la realtà così com’è/ (la pace è la realtà così com’è)/ Fammi sentire di volermi bene/ Così tanto/ Così tanto/ Che anch’io inizio a volermene un poco».

Fino alla scoperta che anche dal male, proprio dal male, può nascere una pace: «Io non son degno che tu entri a casa mia./ Sì è vero,/ Casa mia è un luogo inospitale/ E spinoso/ Casa mia è come il mio cuore,/ Non ci si sta/ Non ci si vive./ Ma Tu entri/ Vuoi entrare/ (e io ti lascio entrare, quasi non me ne accorgo)/[…]/ Sembra proprio che Tu sia a tuo completo agio/ A casa tua/ Qui dentro,/ E comincio a starci meglio anch’io,/ Comincio a dire anch’io:/ Non si sta male in questa casa».

Fino a che la vita può ricominciare: «Da muti, parlavamo/ Da balbuzienti (che eravamo) ora parlavamo/[…]/ Da menefreghisti, ora siamo pieni di attenzione/ Da indifferenti, appassionati/ Da cinici, bambini/ Ora siamo bambini/ Curiosi».

C’è tutto questo, e molto di più (tra l’altro, gli echi evidenti di Péguy e, per chi lo conosce, quelli più discreti di Bruno Cantarini, grande marchigiano morto poco più d’un anno fa), nelle poesie di Nicola Campagnoli, un uomo che guarda il mondo con gli occhi di un bambino (e che ha scelto, per il titolo, un’espressione tratta da un intervento di papa Francesco: «Quando si sperimenta l’abbraccio di misericordia, quando ci si lascia abbracciare, quando ci si commuove: allora la vita può cambiare, perché cerchiamo di rispondere a questo dono immenso e imprevisto, che agli occhi umani può apparire perfino “ingiusto”, per quanto è sovrabbondante»).


Nicola Campagnoli, “L’amore ingiusto”, Itacalibri 2015.

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Nella nostalgia del cielo

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Tra le più celebrate scrittrici italiane, armena di origini, Antonia Arslan è stata docente di Letteratura italiana all’Università di Padova. Con il suo primo romanzo, La masseria delle allodole, uscito nel 2004, ha inaugurato una grande indagine “storico-familiare” sulle tragiche (e a lungo censurate) vicende recenti del suo popolo, a partire dal genocidio perpetrato dall’Impero ottomano. Il terzo capitolo della serie, Il rumore delle perle di legno (Rizzoli, 17 euro), è di quest’anno.

Scenario: una notte dell’inverno 1915, a Costantinopoli, la capitale dell’impero ottomano, ma scossa dalla pesante sconfitta che l’onnipotente ministro della Guerra, Enver Pasha, aveva subìto intorno a Natale a Sarikamish, in mezzo alle nevi del Caucaso.

e truppe russe avevano avuto facilmente ragione della terza armata turca, male armata e male equipaggiata, e dei visionari e fragili sogni di vittoria di quel presuntuoso incapace del ministro, ansioso di emulare le gesta di Alessandro Magno e di Cesare, di cui teneva i busti nel suo studio. Confidando nel suo genio militare, si era gettato a corpo morto nella folle impresa di conquistare il Caucaso d’inverno, sfidando l’esercito russo, ben più assuefatto a quei luoghi e a quei climi. Ormai accerchiato dai cavalieri cosacchi, Enver si era visto perduto, ma era stato salvato all’ultimo istante da un manipolo di soldati armeni che lo avevano circondato e tratto in salvo.

Di ritorno a Costantinopoli, il patriarca della Chiesa armena fece celebrare in suo onore un solenne Te Deum nella cattedrale. Non solo Enver partecipò al rito, ma elogiò pubblicamente il valore dei soldati che lo avevano salvato: eppure in quegli stessi giorni, con gli altri due triumviri che governavano il paese, Talaat Pasha e Djemal Pasha, stava progettando la “soluzione finale” per tutto il popolo armeno, che sarebbe iniziata nel successivo gennaio 1915, proprio con il disarmo, la destinazione a campi di lavoro forzato e il successivo annientamento dei soldati e ufficiali di etnia armena arruolati nell’esercito ottomano.

Ho sempre pensato con strana attrazione a quell’inverno gravido di oscuri presagi e di minimi eventi luttuosi, che la minoranza armena cercava di esorcizzare facendo finta di niente, tirando avanti giorno per giorno, come se l’aggrapparsi alla quotidianità con le sue abitudini e i suoi riti immutabili, il lavoro giornaliero e il ritorno a casa, il calore della famiglia e del rassicurante cerchio esteriore del villaggio, rappresentassero un potente esorcismo che la racchiudeva in un cerchio magico dove nessun male sarebbe potuto penetrare.
Mi commuoveva l’ingenuità mite di mio zio Sempad il farmacista, della bellissima zia Noemi dagli occhi profondi che morì annegata nel Mar Nero perché aveva rifiutato di sposare l’assassino di suo marito, dei fratelli carpentieri che sognavano di andare in America: mi pareva impossibile che non avessero davvero capito niente del terribile futuro che incombeva su di loro, mi angosciava quella loro serena cecità che si rifletteva ai miei occhi nelle foto composte e solenni negli abiti della festa. Avrei voluto ritornare indietro, scuoterli dalla loro quiete sognante…

Ma in questi giorni, mentre l’anno del centenario del genocidio, della Aghèt (la catastrofe), sta per concludersi, e tanta gente in tutti paesi del mondo si è stretta agli armeni per ricordare quella tragedia lontana cent’anni ma ancora così attuale, credo di aver finalmente capito. Forse intuivano molte cose, quelli che parteciparono a quel Te Deum. Ma forse si abbandonarono alla volontà del Dio che invocavano, affidando a lui la loro salvezza. E divennero rassegnati martiri quando la scure del Grande Male si abbatté su di loro, e «morirono di tutte le morti del mondo», come scrisse il testimone tedesco Armin Wegner. La Chiesa apostolica armena li ha proclamati tutti santi, le vittime del genocidio: avevano l’umiltà di una minoranza sottomessa, ma anche la fierezza di essere stato il primo popolo a proclamarsi cristiano.

E nel suo capolavoro Notte sull’aia, una delle più struggenti poesie del Novecento, la voce straordinaria di Daniel Varujan tutto questo lo esprime perfettamente, attraverso la sua limpida parola di contadino-poeta:

«È squisito per il mio spirito tuffarsi nell’onda luminosa di azzurro/ naufragare – se è necessario – nei fuochi celesti;/ conoscere nuove stelle, l’antica patria perduta,/ da dove la mia anima caduta piange ancora la nostalgia del cielo».

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