Una grande amicizia

IL MIO AMICO SOULAIMAN
Jean-Francois, della Biblioteca dello Spirito di Mosca, ha conosciuto il medico siriano quando si trovava in Russia. Oggi, grazie a un progetto di Ats, si sono incontrati a Damasco. Tra il progetto di un centro culturale, la guerra, il movimento…
14.06.2017
Sono rientrato da poco da un viaggio di alcuni giorni in Siria, invitato dall’Associazione pro Terra Sancta (Ats), che sostiene la presenza dei francescani in Medio Oriente. Tutto nasce dal desiderio di padre Bahjat Karakach di Damasco di aprire un centro culturale nella capitale. L’idea non è banale: oltre a sostenere i bisogni materiali (soprattutto cibo e medicine), per ricostruire il Paese c’è bisogno di un ambito dove poter imparare di nuovo a dialogare e che sia un luogo di educazione al bello e al vero.

Sono stati giorni di incontri intensissimi, che mi hanno fatto toccare con mano da dove nasca la testimonianza cristiana.

Per festeggiare la fine del mese di maggio, la parrocchia latina nel centro storico di Damasco ha proposto una processione. Seicento persone si sono incamminate dietro la statua della Madonna. I canti erano accompagnati da trombe e tamburi. A vigilare sulla sicurezza del gesto, solo qualche soldato. Nonostante i rischi, i parrocchiani non vogliono rinunciare alla gioia di testimoniare, davanti agli occhi di tutta la città, la loro fede e la loro speranza.
Incontro, poi, suor Yola che si trova in quella che una volta era una casa per pellegrini, oggi riconvertita in centro di accoglienza per profughi. Qui arriva chi non ha ricevuto il visto per espatriare e chi non ha tentato l’attraversata del Mediterraneo. Mi dice: «Quante delle persone che abbiamo conosciuto sono poi morte affogate o uccise. Dio solo sa quante lacrime abbiamo versato per queste persone. Un dolore tremendo».
Soulaiman e Jean-Francois
Soulaiman e Jean-Francois
Da sinistra: suor Joseph Marie, Soulaiman, Tarek, Bashar e Jean-FrancoisDa sinistra: suor Joseph Marie, Soulaiman, Tarek, Bashar e Jean-Francois
Ma l’incontro che attendevo di più era quello con Soulaiman. Siamo diventati amici a Mosca, dove lui, medico, era arrivato quattro anni fa per motivi di studio (Tracce ha già raccontato la sua storia). Adesso è rientrato nel Paese perché desidera aiutare la sua gente e partecipare alla ricostruzione della Siria. Quando mi vede non crede ai suoi occhi: «Sì, ci sentiamo via internet. Ma il tuo arrivo qui è un segno grande della misericordia per la mia vita». Io mi commuovo, ma dentro di me sento la sproporzione tra ciò che sono e la grandezza delle sue parole.

In questi mesi ha cercato di seguire il movimento leggendo i testi che vengono tradotti in arabo e tenendo i contatti con gli amici tramite internet. Quando mi parla di Riccardo, il visitor del Medio Oriente, e di Sobhy di Gerusalemme, gli si illuminano gli occhi. Ha organizzato qualche incontro di Scuola di comunità con i profughi del centro di suor Yola.

Mi fa conoscere i suoi amici: suor Joseph Marie, Tarek e Bashar. Lavorano con una quarantina di volontari per sostenere circa seicento famiglie. Distribuiscono pacchi di cibo, medicine, aiutano a pagare l’affitto, l’elettricità. Soulaiman mi invita a pranzo a casa sua per conoscere la sua bellissima moglie Maysoon e i suoi due figli Elias e Misho. Vivono in modo molto umile, ma per me hanno preparato un pranzo da re. Ad aiutare Maysoon è venuta anche una sua amica musulmana. Si conoscono da sempre.

Soulaiman mi mostra un angolo del corridoio: «Qualche mese fa, per ore, hanno bombardato il quartiere. Noi ci siamo messi lì, davanti alla statua della Madonna, al buio, per ripararci dalle schegge di vetro». Ora la situazione si è fatta più tranquilla.

Mi mostra anche lo studio medico che ha potuto aprire grazie agli aiuti di amici e di Avsi. Si trova al terzo piano di un edificio la cui costruzione si è interrotta a causa della guerra. La decadenza dell’edificio contrasta con il suo studio: tutto è arredato con cura e gusto. Ad aspettarlo troviamo due pazienti. Da loro, il dottore non si fa pagare: «Hanno molto più bisogno di me».
L’entrata dello studio medico di SoulaimanL’entrata dello studio medico di Soulaiman
Soulaiman mi fa conoscere il suo migliore amico: Bashar. Andando a casa sua, passiamo vicini alla zona di guerra. A duecento metri ci sono i ribelli. «Per ora c’è un accordo, non si spara più». Bashar è un professore universitario di Matematica. È anche scrittore e regista. Ci accoglie offrendoci un gelato. Lui è cattolico latino (Soulaiman, invece, invece ortodosso), ma non va in chiesa. Dice di non capire a che cosa servano i preti: «Dio lo incontro nelle persone, aiutandole». Si vede che è un uomo buono. Iniziamo una bella chiacchierata, che Soulaiman traduce dall’inglese all’arabo, sul bisogno di perdono che l’uomo ha e la Chiesa come luogo dove si può attingere a questo perdono. Dal balcone della casa, a centro metri, si vede il muro dell’antica prigione dalla quale san Paolo è scappato dentro una cesta.

Il giorno seguente suor Joseph-Marie, Soulaiman, Tarek, Bashar e Hanouar, un giovane soldato di leva, mi portano a vedere il monastero di Sednaya, a 40 chilometri da Damasco, fondato nel VI secolo dopo la visita di Giustiniano e l’apparizione della Madonna. Il monastero conserva un’antica icona della Vergine dipinta, secondo la tradizione, da San Luca. Preghiamo a lungo chiedendo la protezione di Maria, perché ci conservi la vita, e porti la pace.

Al momento di salutare Soulaiman penso a quanto sono grato di questa amicizia, che sfida la guerra e il dolore.

Jean-Francois Thiry, Mosca

https://it.clonline.org/lettere/2017/06/14/jean-francois-soulaiman-damasco

Eterno consiglio

Nel giorno più maestoso dell’anno, giorno in cui – non importa con quale coscienza o incoscienza – risorge la memoria che la vita umana ha un Amico presente e un Destino che non è il nulla, riproponiamo una lettera che don Luigi Giussani scrisse alla Fraternità di Comunione e Liberazione il 22 giugno 2003, di ritorno da un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto. Buon Natale!
Cari amici,
dopo il pellegrinaggio a Loreto, la personalità della Madre di Cristo ha giocato un ruolo che ora capisco quanto sia decisivo, chiarificatore per il carisma che la Chiesa ha riconosciuto come origine del nostro cammino.
Vi mando il testo di alcune mie riflessioni chiedendovi umilmente di domandare tutti i giorni allo Spirito che ci doni l’aiuto necessario: come ai primi Apostoli.
Vi assicuro che cercherò di offrire compagnia a qualsiasi interrogativo, dubbio o incertezza perché il nostro cuore rimanga fedele.
Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.
1) L’inno alla Vergine di Dante coincide con l’esaltazione dell’essere, con l’ultima tensione da parte della coscienza dell’uomo che è alla presenza della “realtà” – che non nasce da se stessa, ma è fatta da un focus ineffabile: la realtà, infatti, è creata -.
È il dramma supremo che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo. Questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io: l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito. La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana.
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta.
La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.
L’Essere “si coestende” al suo comunicarsi totale, l’Essere arriva a toccare tutto ciò che lo circonda e per cui è stato fatto, ed è proprio nel suo comunicarsi totale che questo (la coestensione) avviene e si realizza, ti raggiunge. Per questo la verginità – «Vergine madre» – coincide con la natura dell’essere reale nella formula della totalità del suo svelarsi. La verginità è l’essere reale. «Vergine madre»: vergine perché eterna. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace…». Per lo cui caldo: ma chi è quel poeta che usa un termine così concreto? È dalla Verginità eterna che sorge la verginità della maternità. Così «Vergine madre» indica la modalità eterna con cui Dio comunica la Sua natura. Vergine viene prima di madre: vergine è secondo la natura dell’Essere, lo splendore dell’Essere; madre è lo strumento usato dall’Essere per comunicarsi.
Vergine: non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto – sarà bello andare a leggere i brani dell’Esodo, del Deuteronomio, del Siracide, di Isaia – della verginità. La prima quota del valore di un io, del creato, di qualunque cosa creata, l’assoluto è la verginità. La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità. La verginità è materna, è madre del creato. È maternità la verginità. Qui è la consistenza espressa e raggiunta dell’Essere: la perfezione che ha come suo punto luminoso la verginità, il calore della verginità, la ricchezza della maternità.
La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo. Lei è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo. E Dante è il più grande poeta della nostra stirpe: egli fa una teologia di Maria come nessuno ha mai fatto. O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore o essa diventa una pietra che schiaccia. Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna. «Vergine madre, figlia del tuo Figlio»: questo verso indica il significato totale del creato come accettabile dall’uomo, cioè offerto all’uomo. Così nel grembo di Maria è venuto a galla lo Spirito creatore, l’evidenza dello Spirito.
«Termine fisso d’eterno consiglio»: questa è la parola che definisce la natura delle cose che sono; nella sua definitività è l’espressione della potenza creativa di Dio. Quel “fisso” non rappresenta un blocco della libertà di Maria, perché il termine fisso è un suggerimento che viene dall’Eterno, che conferma l’opera di Dio. Per questo la prima parte dell’inno di Dante è l’esaltazione dell’eterno. È questo che bisogna rinfocolare nell’animo nostro e in quello dei credenti: l’amore a Cristo, a Cristo che è l’eterno consiglio. Tutto appartiene all’eterno. Termine fisso d’eterno consiglio: questo è il disegno ultimo, primo e ultimo del creato. È un eterno consiglio, è una cosa che vibra e che si chiama eternità.
Ragionando sulla lettera del Papa per il ventennale della Fraternità mi si è chiarita la questione: lo Spirito Santo è l’attuarsi provvidenziale del termine ultimo d’eterno consiglio: è il punto fisso definito della creazione dello Spirito, del genio di Dio.
“Consiglio” è percepire la dimensione infinita, inarrivabile, invincibile dello Spirito Santo. Questo rivela la ragione che giustifica il metodo dell’Incarnazione. Senza questo passaggio la Madre di Cristo non si capirebbe.
All’uomo tutto questo non può apparire se non come supremo metodo della libertà di Dio: la libertà di Dio è l’infinito potere che fissa – stabilisce – nel suo sguardo l’opera dello Spirito: Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita…
Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà, perché Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia e questo avviene negli spazi infiniti del tempo.

2) La persona, il tu della persona è il luogo della garantita nobiltà generatrice, nella coscienza continua (sempre superiore a se stessa) della grande promessa, che domina tutta l’azione dello Spirito: Dio crea l’uomo e rappresenta l’invadenza del desiderio, è un desiderio senza fine come è per noi il fuoco di un dinamismo infinito rispetto a una sorgente provvisoria. Dio è la misura dell’invadenza del desiderio, essendo Dio la misura del desiderio. Solo tenendo presente Dio, uno si accorge che quello che ha addosso è una sorgente senza limite.
Questo vuole dire che lo Spirito suscita nell’uomo la parola, il disegno, che lo definisce. E questa parola coincide con un potere missionario, cioè ritorna sui campi della propria terra come provocante sfida.
3) La totalità dell’impegno della persona rende “uno”, un unicum, quello che sarebbe provvisoria luce partecipativa: ultima eterna formula del Mistero amoroso, la vertiginosa drammaticità in cui il tu precipita, dal di dentro di tutte le cose, in un abbraccio cosmico.
4) L’amore è così la formula partecipativa a quello che resterebbe un puro effimero.
Spiritus est Deus, lo Spirito è Dio, ma lo Spirito di Dio è amore: Deus charitas est (l’essenza della Trinità sono i tre che si amano). L’essenza dell’Essere è l’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è totalmente definita dal termine carità.
5) La carità riluce, dunque, come unica forma della moralità, che appare come estasi di speranza, inesauribile speranza. «Se’ di speranza fontana vivace».
La speranza passa come luce negli occhi e come ardenza nel cuore di quell’Essere che definisce la ricompensa dell’attesa umana: non è un premio perché l’io sia bravo, ma perché l’io vive l’estasi della speranza.
La speranza è una formula vivace, gioiosa e, nel suo impeto, nella sua purezza di contenuto, detta l’immagine di tutta l’umanità: la carità come forma della moralità.
Come quando Gesù fu di fronte al giovane ricco: «Va’, vendi tutto quello che hai e vieni con me!»; essendo quelle parole la forma della moralità, il ragazzo non aveva molta forza e non Lo seguì.
Tutto quello che accade è grazia, e tutta la grazia è in quel Tu in cui avviene l’adempimento.
6) Nel cuore dell’uomo, dalla misericordia sino al perdono e dalla ricchezza senza fondo, la gioia si addensa come luce senza confine, che assicura l’intensità della bontà creatrice.
7) La “musica” umana è il palco su cui tutto accade: e il Mistero diviene il popolo umano e il “coro” dell’Infinito. Si realizza così un’enfasi di personalità cristiana: ci si alza al mattino per andare a messa, per farsi curare, per andare a lavorare, per i figli… ci si alza per una esplosione in se stessi del fatto di Cristo!
Auguri a voi, alle vostre famiglie e alle vostre comunità.
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Alla radice dell’io

In questi giorni mi chiedevo: ma io cosa posso apportare di utile al Sinodo? Avevo letto un’intervista del Corriere al cardinal Kasper rimanendo sorpreso dall’affermazione: «Omosessuali si nasce». Certamente un povero prete missionario in Paraguay non può rispondere a un grande teologo, cardinale di Santa Romana Chiesa. Però, partendo dalla mia esperienza pastorale, ho qualcosa da dire: da molti anni vivo il mio sacerdozio accogliendo i poveri, abbandonati da tutti, ma non da Dio. Alcuni giorni fa è morto l’ennesimo giovane malato di Aids: da mesi stava con noi, si alternavano al suo capezzale il papà e la mamma che domandava all’infermiera quando sarebbe morto, perché si vergognava di lui. Il giorno della sua morte il compagno di stanza piangeva mentre la madre tirava un sospiro di sollievo; i genitori ci chiesero di non ritirare il cadavere, lasciandolo solo nella cella mortuaria per essere poi seppellito nelle prime ore del mattino. Una cosa incomprensibile per me: i genitori hanno vergogna del proprio figlio perché ammalato di Aids?

«Padre, a quattordici anni sono scappato di casa perché non sapevo più come fare per impedire che il concubino di mia madre continuasse ad abusare di me. Non sapevo dove trovare un rifugio, che fare e a chi chiedere aiuto. E così decisi di fare della stazione delle corriere la mia casa, finché un giorno sono stato avvicinato da due transessuali che mi hanno offerto di vivere con loro. Da quel momento la mia vita ha assunto un altro volto. Finché anch’io sono diventato uno di loro. Dopo anni di prostituzione ho cominciato a stare male. Ho fatto le analisi del sangue e la risposta è stata: Aids! E voi mi avete accolto nella vostra clinica con tanto amore, senza domandarmi di togliermi nulla di ciò che mi faceva sembrare una donna. Io non sono nato con questa tendenza, lo sono diventato per gli abusi sofferti da ragazzo e per l’accoglienza di due transessuali che mi hanno portato a casa loro». Ognuno di questi figli che ho accompagnato a morire ha una storia particolare con uno stesso denominatore comune: la mancanza della famiglia, gli abusi sessuali sofferti da piccoli e l’incontro con chi da tempo seguiva questo cammino. Certamente ho incontrato anche chi mi diceva «fin da piccolo sono vittima di questa tendenza che non riesco a togliermi di dosso». Ma il problema non è la tendenza sessuale, perché se anche avessimo una tendenza differente non sarebbe certamente questa a rispondere al nostro desiderio di felicità, alla nostra sete di amore. Non ho mai incontrato una coppia di omosessuali che mi abbia detto di essere felice. Il cuore dell’uomo ha bisogno di ben altro per pacificarsi. Per cui il problema fondamentale, tanto per gli omosessuali come per i transessuali e gli eterosessuali, consiste nel prendere sul serio le esigenze di cui è fatto il nostro cuore, a cui solo Dio può rispondere.

Salvati dalla confusione
Il problema principale quindi non è a livello pastorale ma ontologico, cioè della coscienza che io ho di me stesso. Sono o non sono relazione con l’infinito? Lo sguardo non è più sulla diversità, ma sull’unità dell’io che solo l’incontro con Gesù ci dona. E la vera pastorale consiste nello sfidare l’io, una sfida che è per tutti, che provoca la libertà a riconoscere che ognuno di noi prima di ogni tendenza sessuale è relazione con il mistero. È impensabile una pastorale vera se in noi non vibra la certezza del «io sono tu che mi fai». Ricordo quando alcuni anni fa sono stato invitato a dare una testimonianza presso la Banca Mondiale a Washington sulla fondazione. Giunto lì, mi dicono che la responsabile mi ha tolto l’invito ufficiale perché ha letto sul bollettino parrocchiale un mio scritto in cui non apparivo aperto alle diversità sessuali. Un esempio chiaro di discriminazione, ma anche di come si guarda ideologicamente alle persone per cui la normalità è trasformata in anormalità e viceversa. Vivendo in un mondo pieno di perversità è urgente ripartire come i primi cristiani dall’annuncio di Cristo, per poter salvare l’io togliendolo dalla confusione in cui vive. Solo una Chiesa che non si vergogna di Cristo può ridare all’uomo di oggi una speranza. «Padre, ne ho fatte di tutti i colori ma il mio cuore era triste. Ringrazio Dio per la malattia perché grazie al vostro amore ho incontrato me stesso»: anche la pastorale se non arriva alla radice dell’io rischia la inutilità.

Leggi di Più: Pastorale sfida l’io a riconoscere unità a Cristo | Tempi.it

Liberi ma mancanti di un amore

Cristiana Caricato

giovedì 23 aprile 2015

Svolazzando tra le pagine di Facebook, intrufolandomi tra le discussioni di amici e semplici conoscenti, ho scoperto che l’idea che molte donne si sono fatte di Papa Francesco è di un romantico. Complici le ultime due catechesi dedicate al rapporto tra maschile e femminile, un gran numero di donzelle lanciano cuoricini e pupazzetti pelosi su post con il bel faccione di Bergoglio. L’idea è: finalmente un uomo che capisce le donne, o almeno che gli racconta quello che vogliono sentire. Molto sentimento, forse troppo, un tocco di fascino latino, un passo di tango ed è fatta. Tutte ai suoi piedi. Ma non sono sicura che abbiano davvero capito l’equilibrio femminile-maschile che lui propone. Certo ascoltare certe frasi fa sciogliere.

Esempio 1: “Per trovare la donna – e possiamo dire per trovare l’amore della donna – l’uomo prima deve sognarla”. Se non l’avessi sentita pronunciare con le mie orecchie dal pontefice argentino, durante l’udienza generale di ieri, avrei pensato ad un versetto impiastricciato di cioccolata. Non perché non sia vera, o poetica. Ma semplicemente perché astratta dal contesto perde tutta la sua forza e la sua profondità, per liquefarsi in sentimentalismo spicciolo, romanticheria da pasticceria, o peggio in materia per perfidia da barzelletta (qualche mio collega, dal cuore sfasciato, ha subito fatto riferimento al trasformarsi del sogno in incubo). Invece Francesco agganciava l’immagine poeticissima dell’uomo che sogna l’amore della sua vita a Dio che durante la creazione plasma l’essere femminile, proprio mentre l’uomo dorme. Una sottolineatura importante per ricordare che la donna non è una creatura dell’uomo, anche se venuta fuori da una sua costola, ma del Creatore. Insomma Adamo, nel giardino dell’Eden, ha la signoria su animali e Creato, ma non sulla donna, che è un essere altro, pieno, completo, paritario.

Partendo da questo si comprende come sia inapplicabile alla tradizione biblica, per non dire evangelica, una sudditanza ontologica della donna all’uomo. Basterebbe la sottolineatura del Papa per giudicare l’immoralità di certi comportamenti maschili, la prevaricazione, l’assoggettamento, la stortura di alcune culture patriarcali, la mercificazione e la strumentalizzazione del corpo femminile. Anche di questo ha parlato Bergoglio, denunciando la Storia e il presente drammaticamente infarcito di violenza verso le donne.

Esempio 2: “L’immagine della costola non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza”. Persino questa bella frasetta potrebbe ingannare inscrivendo il magistero di Francesco nella scia del femminismo di matrice cattolica post-conciliare. Si potrebbe cadere nell’errore di pensare ad un pontefice che ripete facili slogan, tanto vuoti, quanto inutili. Al contrario proprio l’aver legato strettamente il discorso sulla reciprocità e la complementarietà tra uomo e donna al racconto biblico, fornisce un aggancio alla Rivelazione che riempie di senso le parole.

“La donna non è una replica dell’uomo” ha detto Francesco, nasce dallo sguardo di Dio sull’uomo, sulla sua solitudine. Adamo è libero, è signore… ma è solo. E Dio vede che questo non è bene. L’uomo senza la donna è mancante: in comunione e pienezza. La donna quindi è pensata dal Creatore dal nulla, da un vuoto. Da un non-essere dell’uomo.

Ecco allora il legame, ecco l’alleanza, ecco la coppia capolavoro. Poi, come ha ricordato il Papa, ci sarà il peccato, la diffidenza e la divisione, l’inquinamento e la distruzione, quell’incapacità, che ancora oggi, sperimentiamo in modo tragico “di affinare l’intimità e di custodire la dignità della differenza”. Da questa perdita di senso, dalla mancanza di corrispondenza nasce “la svalutazione sociale per l’alleanza stabile e generativa dell’uomo e della donna”, un modo più complesso per dire matrimonio e famiglia.

Guardare al maschile e al femminile nella prospettiva biblica, come suggerisce Francesco, può aiutare a risolvere molti dei nodi che interessano non solo i cattolici, ma l’intera società civile. Nel giorno in cui la Camera in Italia, ha dato il via libera al “divorzio breve” un richiamo ad una relazione, tra uomo e donna, talmente profonda ed essenziale che non si può spazzare via in 6 mesi.

http://www.ilsussidiario.net/News/roma/2015/4/23/PAPA-La-donna-uno-sguardo-di-Dio-sull-uomo-Altro-che-divorzio-breve/print/602322/

Il sussurro del divino

Guadalupe Arbona

martedì 21 aprile 2015

Uno scrittore che vive della bellezza e scrive dei suoi incanti, in mezzo alle ferite della storia. Si potrebbe definire così José Jiménez Lozano, poeta, narratore e critico d’arte che spicca nell’attuale panorama della letteratura spagnola, e comincia a esser conosciuto anche in Italia. Il suo esordio risale al 1971, con Historia de un otoño; a questo romanzo ne sono seguiti altri ventitré. Lozano è anche un maestro della narrativa breve: all’attivo ha undici raccolte di racconti, la prima apparsa nel 1976 (El santo de mayo), l’ultima (Abrám y su gente) nel 2014. Otto i volumi di poesia; a cui si aggiungono sei quaderni di appunti o diari, oltre a numerosi saggi. Nel 2002 ha ottenuto il Premio Cervantes, il Nobel della letteratura spagnola. La sua sigla: parole trasparenti per raccontare le storie che gli vengono date in dono; uno sguardo sul mondo come fosse appena sbocciato.

È apparso di recente in Italia un suo libro di “meditazioni”, I quaderni di Rembrandt (Venezia, Amos Edizioni, 2014) nell’eccellente traduzione di Graziella Fantini. Qui vediamo diventare scrittura le giornate dell’autore; tra solitudini e conversazioni. Rimandano, le conversazioni, a incontri, anche a distanza, con uomini e donne d’ogni tempo, impegnati a denunciare le falsità del nostro mondo e aperti a spiragli di speranza. Quanto alle solitudini, ci fanno partecipi dello sguardo dello scrittore che si posa, solitario e consapevole, sulla natura, sul cosmo, e sull’armonioso succedersi delle stagioni. Questi ritratti sono scritti con un solo proposito: offrire al lettore alcuni squarci della “bellezza come compagna necessaria del vivere”. La bellezza, secondo Lozano, è la sola risorsa capace di riscattare la “spontaneità” di ciò che è umano, celata molte volte dietro le più svariate maschere del pensiero dominante, sotto le macerie delle ideologie e dietro l’apatia di una società schiava della moda e del politically correct.

La lettura di queste pagine sollecita l’umanità del lettore a liberarsi dal suo intorpidimento e a sorprendere il “sussurro del divino”; in questo modo, rimette in gioco la domanda e la speranza. “Da dove l’uomo, altrimenti, farebbe scaturire la sua dignità, se non supplicasse o non potesse supplicare i numi?”

Alcuni passi fanno intuire subito al lettore italiano con che razza di scrittore ha a che fare. In primo luogo, la conversazione con Romano Guardini: un invito a considerare quello che noi, uomini del ventunesimo secolo, abbiamo perduto vivendo immersi nella leggerezza di un tempo che trova in sé la sua fine. Questo “colloquio” è frutto della lettura dell’opera di Guardini Il potere. Quali effetti colpiscono le cose più preziose della vita quando sparisce la tensione religiosa, e dunque quando diminuisce il valore religioso dell’esistenza?

Osservava Guardini: “sia l’uomo in generale, sia i singoli momenti essenziali della sua vita, come ad esempio la condizione inerme del fanciullo, il particolare carattere della donna, la debolezza e insieme la pienezza d’esperienza  della vecchiaia, perdono il loro accento metafisico”; in una parola, “perdono il loro mistero”, e divengono “prodotti che hanno determinati valori economici, estetici, igienici”. Questa perdita rende la vita umana vulnerabile al potere. Si innesta qui Lozano: “Ormai noi uomini abbiamo affidato ogni cosa — il nostro corpo e la nostra anima, la nostra vita e la nostra morte — ai poteri di questo mondo, e questa resa sarà totale se non ci sarà più neanche il sussurro del divino”. Consapevoli di essere dei viaggiatori in questo mondo, poiché appartenenti a un altro mondo d’individui ineffabili, gli uomini “non permettevano a nessuno di trattarli come delle bestie”. Ma se scompare la sfera del trascendente, “possiamo contare solo sul potere di questo mondo, che è un altro dio, ma che ci esonera da responsabilità e da sforzi, e ci dispensa prosperità”. Purtroppo, “accettiamo questa schiavitù dorata, colmi di gioia”. Con lucidità, Lozano denuncia la leggerezza con la quale, all’improvviso, noi uomini del ventunesimo secolo crediamo di poter vivere. L’oblio del mistero, dei barlumi di mistero, celebra un’esistenza piattamente facile. Ma con questa rinuncia, tutto si tramuta in “resa della nostra umanità”.

Un altro culmine del libro è il ritratto del mendicante, in cui Lozano ritrova uno dei tipi privilegiati dalla sua scrittura. Il mendicante si colloca tra le creature che passano nel mondo in punta di piedi, portando il peso del loro dolore: le lavandaie, i garzoni insignificanti, gli sciocchi della corte, le domestiche, gli scemi del villaggio. A loro, Lozano ha dedicato le sue migliori pagine. E davvero notevoli sono quelle per questo mendicante, scoperto in una remota esperienza di bambino: “Quando ero bambino, un mendicante era ancora qualcuno (…); c’era il riconoscimento di un uomo caduto in disgrazia e, come se questa potesse ungerlo, meritorio di un particolare rispetto”. Lozano cita Mario Luzi, attento agli esseri umili, e a personaggi letterari come Eumeo e Euriclea, le due figure dell’Odissea di Omero che si muovono a pietà di chi non ha nulla. “Per quanto umile sia il suo stato — dice Luzi — Eumeo partecipa della saggezza concessa agli uomini probi e giusti”. Non meno impressionante la pietà della vecchia e fedele nutrice Euriclea; questa pietà “si manifesta nel più toccante segno di devozione e rispetto per i mendichi (…) cioè la lavanda dei piedi”.

Anche la mendicità come posizione umana può rivelarsi guida dello scrittore. Non per nulla, Rimbaud diceva che il poeta bambino, proprio perché conserva uno sguardo puro, “possiede poteri da vendere per fare diventare un mendicante, e un mendicante idiota, un re, un genio o un profeta”.

Il bambino può guardare il mendicante perché “capisce la sua condizione di ‘sventurato’ o ‘disgraziato’, nella forte accezione di Simone Weil”. E proprio da bambino, Lozano imparò che il mendicante può provocare un incontro decisivo, poiché la sua povertà rivela qualcosa che può stare all’altezza della filosofia più eccelsa: “l’incontro con un mendicante” può essere “incontro con Platone”. Ma lo sguardo del bambino, e proprio queste pagine lo testimoniano, può essere rinnovato a ogni età, anche a ottant’anni.

Il terzo ritratto che vogliamo evidenziare appartiene alle solitudini, e descrive una nevicata dell’inizio del 2006. Insolita nevicata, nella sua abbondanza, nel suo spessore di venti centimetri (“da queste parti è una cosa assai rara”). Proprio per questo, “è tanta la gioia che infonde”. S’introduce furtivamente un passero, dentro la casa al riparo dalla neve e del freddo; il che fa pensare alla brevità e gratuità della vita. Lozano rievoca l’atmosfera di silenzio del quadro di Bruegel Cacciatori nella neve, “con quegli inquieti segugi rossi e tutto il silenzio del quadro che è proprio quello di un giorno di neve”. Il mosaico si completa con la passeggiata dello scrittore sul manto di neve: “Durante la passeggiata mattutina per la montagna nevicata, non c’è nemmeno un’orma, tutto è come un gran lenzuolo di un bianco reso azzurrognolo da un tenue indaco. Il sole è ancora basso e acceca lo sguardo, ma vi è un silenzio come se non fosse stato ancora creato il mondo”. La nevicata è un invito a portare lo sguardo a passeggio in una realtà sorpresa in un suo nuovo risveglio.

Saggi e candidi occhi sono quelli di Lozano nei Quaderni. Occhi su un mondo che si rinnova, che riappare come fosse appena inaugurato. Qualcuno, infatti, lo restituisce ogni giorno nel suo biancore, nonostante i fiumi di sangue della storia. E ha ragione J.A. González Sainz, nelle sue postille in calce al volume: “Tante lezioni e silenziose parole d’ordine possono venir fuori dalla lettura dei quaderni di Jiménez Lozano. Una per esempio: mantenersi  leali ai fatti e alle cose, mantenere gli occhi puliti e tranquilli per scrutare l’impostura e per scoprire la bellezza e la bontà intorno a noi”.

(trad. di Graziella Fantini)

 http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/4/21/LETTURE-Lozano-la-bellezza-come-compagna-necessaria-del-vivere/print/601659/

Una nuova teologia del corpo e della persona

Rifletterò sulla comunicazione della proposta cristiana circa il matrimonio dentro la cultura occidentale e presenterò il mio ragionamento in tre tempi. Nel primo cercherò di disegnare uno schizzo della condizione culturale in cui oggi versa il matrimonio in Occidente. Nel secondo cercherò di individuare i problemi fondamentali che questa condizione culturale pone alla proposta cristiana riguardante il matrimonio. Nel terzo indicherò alcune modalità fondamentali con cui il Vangelo del matrimonio oggi deve proporsi.
Condizione del matrimonio oggi

«Rari nantes in gurgite vasto». Il famoso verso virgiliano fotografa perfettamente la condizione del matrimonio in Occidente. L’edificio del matrimonio non è stato distrutto; è stato de-costruito, smontato prezzo per pezzo. Alla fine abbiamo tutti i pezzi, ma non c’è più l’edificio.

Esistono ancora tutte le categorie che costituiscono l’istituzione matrimoniale: coniugalità; paternità-maternità; figliazione-fraternità. Ma esse non hanno più un significato univoco.

Perché e come è potuto accadere questa de-costruzione? Cominciando a scendere in profondità, costatiamo che è in opera una istituzionalizzazione del matrimonio che prescinde dalla determinazione bio-sessuale della persona. Diventa sempre più pensabile il matrimonio separandolo totalmente dalla sessualità propria di ciascuno dei due coniugi. Questa separazione è giunta perfino a coinvolgere anche la categoria della paternità-maternità.

La conseguenza più importante di questa de-biologizzazione del matrimonio è la sua riduzione a mera emozione privata, senza una rilevanza pubblica fondamentale.

Il processo che ha portato alla separazione dell’istituto matrimoniale dall’identità sessuale dei coniugi, è stato lungo e complesso. Non posso che accennarlo nei suoi momenti essenziali.

Il primo momento è costituito dal modo di pensare il rapporto della persona al proprio corpo, un tema che ha sempre accompagnato il pensiero cristiano. Mi sia consentito ci descrivere come sono andate le cose attraverso una metafora. Il pensiero cristiano ha ingerito la visione platonica e neo-platonica dell’uomo, ed una tale decisione ha creato gravi problemi di “metabolismo”. Come amavano esprimersi i teologi medievali, il vino della fede rischiava di trasformarsi nell’acqua di Platone, anziché l’acqua di Platone nel vino della fede. La difficoltà propriamente teologica non poteva non divenire anche difficoltà antropologica riguardante precisamente il rapporto persona-corpo. La grande tesi di S. Tommaso che affermava l’unità sostanziale della persona non è risultata vincente.

Secondo momento. La separazione del corpo dalla persona trova un nuovo impulso nella metodologia propria della scienza moderna, la quale bandisce dal suo oggetto di studio ogni riferimento alla soggettività, in quanto grandezza non misurabile. Il percorso della separazione del corpo dalla persona può dirsi sostanzialmente concluso: la riduzione, la trasformazione del corpo in puro oggetto.

Da una parte il dato biologico viene progressivamente espulso dalla definizione di matrimonio, dall’altra, e di conseguenza in ordine alla definizione di matrimonio le categorie di una soggettività ridotta a pura emotività diventano centrali.

Mi fermo un poco su questo. Prima della svolta de-biologizzante, in sostanza il “genoma” del matrimonio e famiglia era costituito dalla relazione fra due relazioni: la relazione di reciprocità [la coniugalità] e la relazione inter-generazionale [la genitorialità]. Tutte e tre le relazioni erano intra-personali: erano pensate come relazioni radicate nella persona. Esse non si riducevano certamente al dato biologico, ma il dato biologico veniva assunto ed integrato dentro la totalità della persona. Il corpo è un corpo-persona e la persona è una persona-corpo.

Ora la coniugalità può essere sia etero che omosessuale; la genitorialità può essere ottenuta da un procedimento tecnico. Come giustamente ha dimostrato P.P. Donati, stiamo assistendo non ad un cambiamento morfologico, ma ad un cambiamento del genoma della famiglia e del matrimonio.
Problemi posti dal Vangelo del matrimonio

In questo secondo punto vorrei individuare i problemi fondamentali che questa condizione culturale pone alla proposta cristiana del matrimonio.

Penso che non si tratti in primo luogo di un problema etico, di condotte umane. La condizione in cui versa oggi il matrimonio e la famiglia non può essere affrontata in primo luogo con esortazioni morali. È una questione radicalmente antropologica quella che viene posta all’annuncio del vangelo del matrimonio. Vorrei ora precisare in che senso.

– La prima dimensione della questione antropologica è la seguente. È noto che secondo la dottrina cattolica, il matrimonio sacramento coincide col matrimonio naturale. La coincidenza fra i due penso che non si possa più oggi mettere teologicamente in dubbio.

Ora ciò che la Chiesa intendeva ed intende per “matrimonio naturale” è stato demolito nella cultura contemporanea. È stata tolta la “materia”, mi sia consentito dire, al sacramento del matrimonio.

Giustamente teologi, canonisti, e pastori si stanno interrogando sul rapporto fede-sacramento del matrimonio. Ma esiste un problema più radicale. Chi chiede di sposarsi sacramentalmente, è capace di sposarsi naturalmente? Oppure: non la sua fede, ma la sua umanità è così devastata da non essere più in grado di sposarsi?

– La questione antropologica ha una seconda dimensione. Essa consiste nell’incapacità di percepire la verità e quindi la preziosità della sessualità umana. Mi sembra che Agostino abbia descritto nel modo più preciso questa condizione: «Sommerso ed accecato come ero, non ero capace di pensare alla luce della verità e ad una bellezza che meritasse di essere amata per se stessa che non fosse visibile agli occhi della carne, ma nell’interiorità».

La Chiesa deve chiedersi perché ha di fatto ignorato il magistero di S. Giovanni Paolo II sulla sessualità e l’amore umano. Dobbiamo chiederci anche: la Chiesa possiede una grande scuola in cui impara la profonda verità del corpo-persona, la Liturgia. Come e perché non ha saputo farne tesoro anche in ordine alla domanda antropologica di cui stiamo parlando? Fino a che punto la Chiesa ha coscienza del fatto che la teoria del gender è un vero tsunami, che non ha di mira principalmente il comportamento degli individui, ma la distruzione totale del matrimonio e della famiglia?

In sintesi: il secondo problema fondamentale che si pone oggi alla proposta cristiana del matrimonio è la ricostruzione di una teologia e filosofia del corpo e della sessualità, che generino un nuovo impegno educativo in tutta la Chiesa.

– La questione antropologica posta dalla condizione in cui versa il matrimonio alla proposta cristiana dello stesso ha una terza dimensione: la più grave.

Il collasso della ragione nella sua tensione verso la verità di cui parla la Fides et ratio [cfr. 81-83] ha trascinato con sé anche la volontà e la libertà della persona. L’impoverimento della ragione ha generato l’impoverimento della libertà. In conseguenza del fatto che disperiamo della nostra capacità di conoscere una verità totale e definitiva, noi abbiamo difficoltà a credere che la persona umana possa realmente donare se stessa in modo totale e definitivo, e ricevere l’auto-donazione totale e definitiva di un altro.

L’annuncio del Vangelo del matrimonio ha a che fare con una persona la cui volontà e libertà è privata dalla sua consistenza ontologica. Nasce da questa inconsistenza l’incapacità oggi della persona di pensare l’indissolubilità del matrimonio se non in termini di una legge «exterius data»: una grandezza inversamente proporzionale alla grandezza della libertà. È questa una questione molto seria anche nella Chiesa.

– Con quest’ultima costatazione siamo entrati nella quarta ed ultima dimensione della questione antropologica posta all’annuncio del Vangelo del matrimonio: la logica interna propria degli ordinamenti giuridici degli Stati riguardo a matrimonio e famiglia. Sulla questione in generale, Benedetto XVI ha espresso il Magistero della Chiesa in uno dei suoi discorsi fondamentali, quello tenuto davanti al Parlamento della Rep. Federale tedesca a Berlino il 22 settembre 2011.

Gli ordinamenti giuridici sono andati progressivamente sradicando il diritto di famiglia dalla natura della persona umana. È una sorta di tirannia dell’artificialità, che si va imponendo, riducendo la legittimità alla procedura. Le leggi attuali di equiparazione si attribuiscono l’autorità di creare la capacità di esercitare il diritto di sposarsi, di rendere artificialmente possibile ciò che naturalmente non lo è.

Sarebbe un grave errore il pensare – e agire di conseguenza – che il matrimonio civile non interessi il Vangelo del matrimonio, al quale interesserebbe solo il sacramento del matrimonio.
Modalità dell’annuncio

Vorrei ora in questo terzo ed ultimo punto indicare alcune modalità in cui la proposta cristiana del matrimonio non deve essere fatta, ed alcune modalità in cui può essere fatta.

Vi sono tre modalità che vanno evitate. La modalità tradizionalista, la quale confonde una particolare forma di essere famiglia con la famiglia ed il matrimonio come tale. La modalità catacombale, la quale sceglie di ritornare o rimanere nelle catacombe. Concretamente: bastano le virtù “private degli sposi”; è meglio lasciare che il matrimonio, dal punto di vista istituzionale, sia definito da ciò che la società liberale decide. La modalità buonista, la quale ritiene che la cultura di cui ho parlato sopra, sia un processo storico inarrestabile. Propone di venire, quindi, a compromessi con esso, salvando ciò che in esso sembra essere riconoscibile come buono.

Non ho ora il tempo per rifletter più a lungo su ciascuna di queste tre modalità, e passo quindi all’indicazione di alcune modalità positive.

Parto da una costatazione. La ricostruzione della visione cristiana del matrimonio nella coscienza dei singoli e nella cultura dell’Occidente è da pensarsi come un processo lungo e difficile. Quando una pandemia si abbatte su un popolo, la prima urgenza è sicuramente curare chi è stato colpito, ma è anche necessario eliminare le cause.

La prima necessità è la riscoperta delle evidenze originarie riguardanti il matrimonio e la famiglia. Togliere dagli occhi del cuore la cataratta delle ideologie, le quali ci impediscono di vedere la realtà. È la pedagogia [socratico-agostiniana] del maestro interiore, non semplicemente del consenso. Cioè: recuperare quel “conosci te stesso” che ha accompagnato il cammino spirituale dell’Occidente.

Le evidenze originarie sono inscritte nella stessa natura della persona umana. La verità del matrimonio non è una lex exterius data, ma una veritas indita.

La seconda necessità è la riscoperta della coincidenza del matrimonio naturale col matrimonio-sacramento. La separazione fra i due finisce da una parte a pensare la sacramentalità come qualcosa di aggiunto, di estrinseco, e dall’altra parte rischia di abbandonare l’istituto matrimoniale a quella tirannia dell’artificiale di cui parlavo.

La terza necessità è la ripresa della “teologia del corpo” presente nel Magistero di S. Giovanni Paolo II. Il pedagogo cristiano si trova oggi ad aver bisogno di un lavoro teologico e filosofico che non può più essere rimandato, o limitato ad una particolare istituzione.

Come vedete si tratta di prendere sul serio quella superiorità del tempo sullo spazio di cui parla l’Evangelii gaudium [222-225]: ho indicato tre processi più che tre interventi di urgenza.

Sono anch’io, alla fine, del parere di G. Weigel che alla base delle discussioni del Sinodo è il rapporto che la Chiesa vuole avere colla post-modernità, nella quale i relitti della decostruzione del matrimonio sono la realtà più drammatica ed inequivocabile.

Foto matrimonio da Shutterstock

Leggi di Più: Caffarra: matrimonio, sacramento e sessualità | Tempi.it

La ricerca della vera sembianza

Pigi Colognesi

lunedì 9 marzo 2015

Nell’editoriale della settimana scorsa ho ricordato questi versi del trentunesimo canto del Paradiso di Dante: «Qual è colui che forse di Croazia / viene a veder la Veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia, / ma dice nel pensier, fin che si mostra: / “Signor mio Iesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?”; / tal era io…». Il paragone col pellegrino che guarda il lino su cui è rimasto impresso il volto di Cristo – Veronica significa proprio «vera icona», immagine autentica – serve al poeta per raccontare la sua sorpresa di vedere la faccia di san Bernardo.

Dante lo aveva letto, lo amava, lo pregava, ma non sapeva che viso avesse e ora, invece, può contemplarlo soddisfatto e non ha problemi a usare l’esempio del pellegrino che riconosce Cristo per descrivere se stesso che riconosce un uomo.

È evidente che questo episodio molto naturale, quotidiano – immaginiamo la trepidazione di un ragazzo che, in epoca pre-Facebook, abbia avuto una corrispondenza epistolare con una straniera e ora la vede scendere dal treno perché lei è venuta a trovarlo – anticipa la ben più importante visione che Dante avrà tra poco, quella di Dio stesso e del suo volto umano. C’è unità profonda tra le due «visioni»; Dante infatti sa bene che la «vera icona» di ogni volto umano è il suo essere «immagine e somiglianza» del volto divino che si appresta a vedere.

Pochi decenni dopo che Dante ha scritto questi versi, l’altro capostipite della nostra letteratura, Francesco Petrarca, riprende la stessa similitudine nel sedicesimo componimento del suo Canzoniere. C’è un «vecchierel canuto e bianco» che lascia casa e famiglia e faticosamente si avvia verso Roma per «mirar la sembianza» di Cristo sul velo della Veronica. Il poeta è come lui, in quanto va cercando in ogni donna «la disiata vostra forma vera», cioè i lineamenti di Laura.

Non è blasfemo che Petrarca usi l’esempio del pellegrino che cerca il volto di Cristo per parlare di sé che cerca in ogni volto di donna qualcosa di colei che ama; è l’ultimo bagliore della profonda unità che caratterizza la fede medievale, quella di Dante. Questo sonetto infatti descrive, come acutamente ha scritto Gianfranco Contini, la «storia sacra di un amore profano».

Ma nel poeta del Canzoniere c’è una crepa: il «vecchierel» cerca il volto di Cristo in quanto spera di vederlo «lassù nel ciel», cioè in un alto mondo.

La «vera icona» non riguarda più questo mondo, quello in cui si ama, si soffre, si lavora e si gioisce. Infatti tutti gli aggettivi che descrivono il pellegrino petrarchesco indicano fatica, stanchezza, sbigottimento. Lo ha intuito perfettamente Leopardi nella sua edizione del Canzoniere, descrivendo Petrarca con un titolo emblematico: «Ansioso [ecco il senso di insoddisfazione che avvolge il sonetto] cerca chi gli presenti le vere sembianze di Laura». Il problema sta dunque nella ricerca delle «vere sembianze», della autenticità indistruttibile di ogni volto, compreso quello di Laura. Vere sembianze che lo stesso Leopardi cercherà in molti volti di donna e che intuirà essere quella Bellezza di cui ognuno di essi è segno. La Bellezza cui innalzerà il suo splendido e accorato inno: «Cara beltà…».

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Il cerchio del Natale

La verità è che l’uomo d’oggi non se lo dice, forse di dirselo ha vergogna, ma sente una terribile nostalgia di tornare a casa; alla casa del Padre. E allora la Madre è lì, con Cristo, a formare la capanna, la casa, la Chiesa. Da lì, come dicevo prima, credo che l’uomo potrebbe cominciare una riscoperta totale. Comunque la riscoperta totale, per noi «figli», non può non passare da Maria, dalla Madre, di cui noi cristiani ci siamo invece dimenticati o addirittura vergognati. Pensa, ci siamo vergognati di lei, la nostra Mamma.

Del resto ci siamo dimenticati e vergognati anche del Natale. Invece, questo è proprio il momento in cui l’uomo disperato domanda di ritrovare il Natale; di ritrovare la propria nascita; la memoria della propria vera nascita. Allora le liturgie dimenticate o tralasciate diventano colpe spaventose. Noi non calcoliamo, credo, cosa determini, consciamente e inconsciamente, la liturgia effettuata e partecipata; la liturgia che la comunità vive totalmente. Lo dico al di là di quello che, ogni volta e nella sua somma, storicamente noi possiamo vedere e sapere. Intendo riferirmi alla diffusione di Grazia che è nella liturgia della Chiesa. Ecco, io credo che sia una grossa colpa averne dimenticato e come confinato i momenti effusivi.

Per tornare al Natale, che della liturgia è il momento effusivo per eccellenza, il momento della nascita di Cristo, la capanna, la casa; ecco, oggi, nel suo profondo, l’uomo non desidera che questo. Va via di casa perché la casa non è più «la casa»; perché gliel’hanno dissacrata; perché gliel’hanno ridotta a niente. Avrà dei locali più decenti la casa, ma ne han tolto la memoria di che cos’è per l’uomo; la capanna, intendo; la cascina; e dentro quella, la casa assoluta della nostra storia: la Chiesa. Questo, invece, è il momento in cui l’uomo geme nella nostalgia di riavere la propria vera casa e di ripercorrere e di ritrovare fino in fondo il suo vero e proprio Natale: il Natale di Cristo.

Credo che questi momenti, proprio perché sono i più umili, i più affranti, i più preda della retorica e del rischio, siano anche quelli che andrebbero recuperati tutti e interi; recuperati e riportati qui, nel gemito, nell’urlo, nella disperazione, nella demenza dell’uomo moderno. E come rischiarare la demenza, come liberarla se non gli fai ritrovare il senso di quel primo momento, di quel primo vagito, e poi il senso che è dentro, legato strettissimamente, il senso del primo vagito di Cristo, cioè di Dio che per darci memoria s’è fatto uomo? Neanche la Passione credo si possa leggere completamente se non si partecipa fino in fondo il Natale; la realtà che è il Natale. Lui dalla croce ha detto: «Madre, ecco tuo figlio»; cioè ha ricomposto il cerchio della famiglia, della capanna, della casa; della Chiesa: il cerchio del Natale. Lì è il nodo di tutto: la richiesta di questo ritorno a casa, che è la riconquista della memoria e anche della possibilità della meta.

Allora tutta la strada che dovremo percorrere, tutto il dolore che ci sarà lungo questa strada, perché al punto in cui siamo sarà una strada dura e dolorosa, allora, se tu hai sempre presente il momento in cui nella storia è nato Cristo, il momento della storia in cui Dio ti ha fatto nascere, il momento in cui sei nato, se lo hai sempre presente, hai in te la ragione totale, quindi la ragione affettiva, il calore e la forza per percorrere questa strada.

Non credo che ci si possa illudere; sarà una strada faticosissima quella che permetterà che l’uomo si riconsegni a Cristo, ma mi pare che il momento dell’origine vi sia fondamentale. Perché è il momento dell’origine di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti. È come quando si dice una preghiera; se tu quando la dici, non ripetendola, ma ripercorrendone l’origine, la riporti al suo Natale, tutto ti diventa nuovo; tutto rinasce. Allora, in questo senso, il Natale è fare che ogni giorno, ogni minuto, ogni parola che dici, ogni gesto che compi, la fatica che fai, il lavoro che svolgi, i figli che tiri su, i figli che non hai a cui cerchi di dare quello che daresti ai tuoi figli, si rinnovi, diventi, veramente ogni volta Natale, annuncio, notizia, ma notizia incarnata nell’incarnazione di Cristo; dunque notizia reale, totale.

Giovanni Testori a Luigi Giussani, Il senso della nascita, 1980

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