Uomini di Dio

Medici burattini della legge e non ispirati a scienza e coscienza

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il ruolo del medico è uno dei profili meno considerati nella discussione mediatica sulle cosiddette Dat – le disposizioni anticipate di trattamento, la proposta di legge sull’eutanasia giunta nell’aula della Camera dei deputati. Se approvata nei termini in cui è uscita dalla commissione, è una legge che stravolgerà una professione già largamente bistrattata e colpita negli ultimi decenni. Esagerazione? Partiamo dal consenso informato, di cui tratta l’articolo 1 del testo: esso richiama all’inizio le disposizioni costituzionali che sono il riferimento per disciplinare il consenso medesimo. Fra esse è menzionato l’articolo 13 della Costituzione, che fissa i fondamenti della libertà personale e impone che ogni sua limitazione sia vagliata da un giudice. Che senso ha in materia sanitaria agganciarsi a tale articolo? Forse che il medico che non esegue alla lettera le pregresse volontà suicide del paziente sia parificabile a un sequestratore di persona, dal quale difendersi più che farsi curare?

È l’unica anomalia? Pare di no, se termini come “terapia” e “cura” sono sovrapposti e non distinti: “terapia” è quel che cerca di guarire una patologia, ristabilendo le migliori condizioni di salute per il paziente e “misurandosi” sulla concreta situazione del malato, mentre “cura” chiama in causa l’assistenza al malato, indipendentemente dalle sue possibilità di guarigione e dall’esito della patologia. Sono dinamiche diverse, che qui invece sono pericolosamente confuse.
Il seguito è coerente con l’esordio: la nuova norma definisce il consenso informato “atto fondante” nel rapporto fra medico e paziente. Ora, il vero “atto fondante” del lavoro del medico è da sempre il perseguimento del bene del paziente, cioè lo sforzo – nei limiti del possibile – per recuperare la salute di chi si è rivolto al sanitario perché ammalato. Imporre per legge un canone di orientamento diverso significa ledere nell’essenza la professione: il medico è tenuto a un impegno maggiore nel far comprendere e accettare dal paziente ogni singolo passaggio della terapia o dell’intervento che gli propone, col rischio che una comprensione non perfetta – pur da lui non voluta – domani diventi oggetto di censura o di richiesta risarcitoria nei suoi confronti.
Una giustificazione inquietante
Intendiamoci: l’ammalato ha diritto di essere ben informato della patologia dalla quale è affetto, di ciò a cui il medico pensa di sottoporlo, delle controindicazioni e delle possibilità di riuscita. Ma il rapporto fra medico e paziente, se è di pari dignità quanto alle due persone, non è paritario quanto a conoscenze ed esercizio di responsabilità: ridurlo, come fa la proposta di legge in discussione, a uno schema contrattuale non significa soltanto mortificare il medico. Vuol dire pure limitarne l’operatività e rendere il medico stesso bisognoso, passo dopo passo, del parere dell’avvocato: per capire se e come il consenso si è validamente formato, e se e come nel percorso terapeutico sono rispettati i dettagli del consenso espresso, anche di fronte all’insorgere di emergenze o imprevisti. È qualcosa di non compatibile con le scelte che un professionista può essere chiamato talora a compiere nel giro di pochi minuti. Chi ne pagherà le conseguenze?
Ancora, per la legge in discussione, quando vi è una Dat «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente», e così va «esente da responsabilità civile o penale». Se il testo sente la necessità di fissare una esenzione così ampia è perché la condotta che pretende dal medico è in sé contraria al codice penale e al codice civile. La proposta non dice però che cosa succede se, a distanza di tempo da quando le disposizioni sono state redatte, il medico colga la possibilità di curare il paziente con successo: prevarrà quello a cui indurrebbero professionalità e deontologia o quello che è stato scritto anni prima in un documento svincolato dalla attuale situazione, e tuttavia per legge vincolante? Perché costringere i medici a non scegliere, come invece suggeriscono scienza e coscienza? Peraltro in una legge che non prevede l’obiezione di coscienza. Cari medici, il Parlamento sta per assestare un colpo terribile alla vostra professione. Non pensate sia il caso di alzare in modo forte e chiaro la vostra voce?
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La missione di ogni medico

Roberto Bernocchi
giovedì 16 febbraio 2017

Irène Franchon è pneumologa all’Ospedale universitario di Brest, piccola e periferica cittadina della Bretagna, situata sulla costa occidentale francese. Nel 2009 scopre un legame tra l’assunzione del farmaco Mediator e la morte di alcuni suoi pazienti. Desiderosa di approfondire la questione e di preservare la salute delle persone di cui si prende affettuosamente cura, Irène spinge il team di ricerca dell’ospedale a studiare e dimostrare tale pericolosa coincidenza per spingere l’Agenzia francese del farmaco a ritirarlo dal mercato.
Alle evidenze empiriche, presentate dal volenteroso team bretone, si contrappongono gli interessi del colosso farmaceutico Avim, che produce il farmaco da 30 anni, e la resistenza pregiudiziale del Sistema sanitario. Un caso di cronaca francese, scoppiato anche grazie al supporto coraggioso de Le Figaro, che ha avuto grande eco in tutto il mondo.
In mano americana la storia di Irène Frachon sarebbe diventata un thriller. Sarebbero stati amplificati gli eventi drammatici, le accuse mediatiche, le paure dei protagonisti, mentre l’intreccio si sarebbe piegato per accentuare l’enorme distanza tra i buoni e i cattivi. Con 150 milligrammi Emmanuelle Bercot ha scelto invece di attenersi alla realtà, raccontando solo quello che è stato, a partire dal libro a cui si ispira e dall’approfondita ricerca sui protagonisti della vicenda.
Il dramma c’è, così come le lacrime e le accuse esplicite, ma la storia non è costruita per piacere platealmente o forse, più semplicemente, non è alimentata dalla cultura spettacolare e coinvolgente del cinema americano, vista ad esempio in Erin Brockovich. 150 milligrammi è una storia, vera, di malasanità francese: poteri forti, pronti a insabbiare problemi e anomalie evidenti, pur di conservare un business proficuo, a danno di centinaia di vittime. È la storia di una battaglia contro un farmaco, ma è soprattutto la storia di una donna qualunque, capace di inseguire la verità. Spinta da passione, orgoglio, determinazione, lucidità, amore per il proprio mestiere e per i propri pazienti. Una donna coraggiosa, senza potere, né visibilità. Una donna che ha combattuto e vinto contro l’arroganza, l’avidità e la rassegnazione.
La Bercot racconta Irène Frachon con ammirazione. La racconta mentre trova faticosamente i suoi “modesti” alleati: colleghi di periferia, giovani ricercatori, liberi giornalisti, pallidi servitori del sistema. Pochi avrebbero scommesso su di loro. La racconta quando lavora nell’oscurità e quando si illumina di notorietà, quando si sente sconfitta e quando raccoglie i primi frutti della sua grinta inarrestabile, quando cerca il conforto della famiglia o lo scontro con chi dovrebbe sostenerla. C’è molta umanità in questo personaggio che Sisde Babett Knudsen interpreta con leggerezza ed essenzialità.
150 milligrammi è una storia così comune da essere eccezionale. Nel libro dei sogni quella che scopriamo sullo schermo dovrebbe essere la missione di ogni medico, di ogni casa farmaceutica, di ogni Stato, di ogni uomo. Ma non lo è mai, o quasi mai. Quel quasi è l’eccezione che rende la speranza possibile, seppur improbabile, e la storia di Irène un esempio per tutti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/2017/2/16/150-MILLIGRAMMI-Il-film-sulla-caccia-alla-verita-e-la-missione-di-ogni-medico-/print/748667/

Il punto della riscossa

Giuseppe Frangi
giovedì 12 gennaio 2017

Capita a volte che cose che ci sembrano stranote, riescano a prenderti in contropiede e a sorprenderti. Qualche giorno fa (scusate il riferimento personale ma mi è necessario per spiegare) mi è stato chiesto da parte di un gruppo di amici di raccontare nuovamente il rapporto tra Giovanni Testori e don Luigi Giussani. Ricostruita la catena sorprendente di fatti che s’innescò a partire da quel maggio 1978 quando un gruppo di universitari avevano suonato allo studio di Testori dopo aver letto un suo articolo sul Corriere all’indomani dell’assassinio di Moro, mi è sembrato opportuno che ci addentrassimo soprattutto nel Senso della Nascita.
Per chi non lo conoscesse, Il Senso della Nascita è un libro in cui Giovanni Testori dialoga con don Giussani e che venne pubblicato nel 1980. Alcuni dettagli però fanno capire meglio la natura di questo libro. Innanzitutto Testori ne è l’autore, perché è lui a prendere l’iniziativa e a chiedere a don Giussani un dialogo che in realtà è un qualcosa che sta a metà tra la confessione e l’interrogatorio. Testori interroga Giussani sulle grandi domande che lo hanno reso intellettuale inquieto e “senza patria”. La prima di queste domande è proprio quella espressa nel titolo del libro. Il “senso della nascita” è perciò innanzitutto quello che Testori cercava per se stesso, era una domanda aperta, che bruciava sulla sua pelle. In questo il titolo esprimeva un’urgenza, non una risposta.
Da qui nasce il ritmo che il libro assume. Un ritmo incalzante, senza pause e senza rilassamenti. Testori e Giussani si espongono su tutte le questioni della vita, senza sconti e senza nascondersi niente. Si avverte tra le pagine una libertà che è davvero raro trovare nel rapporto tra due personaggi pubblici di quel peso e carisma.
Il “perché sono nato”, il “chi ha voluto che io nascessi” sono sempre state domande che hanno assediato la storia e il cuore di Testori. Quando nel 1972 aveva scritto per Franco Parenti la sua rilettura dell’Amleto, aveva immaginato che il dialogo con il padre, da cui prende il via la tragedia shakespeariana, fosse in realtà una regressione di Amleto sino a tornare ad essere seme. Per chiedere così conto a suo padre del perché lo avesse fatto nascere. Quello era il Testori pre “conversione”, ma la domanda di fondo non era diversa da quella che avrebbe posto al centro del suo dialogo con Giussani. Del resto, quando in una stagione più pacificata della sua vita scrisse Interrogatorio a Maria, ancora una volta le domande riguardavano proprio il momento di un concepimento, quello di Gesù: un figlio esito di un “sì”. E di interrogatorio comunque si trattava… Nulla di scontato, nulla di pre-acquisito.
Nel dialogo Testori porta intuizioni che fanno sobbalzare Giussani, come quando gli confessa di aver spesso pensato che ognuno di noi viene concepito in un momento di sperdutezza, “che è una gioia oltre quella che si sa”. “Sperdutezza! È bellissimo, perché è la parola che indica l’altra forza che compie quel fatto, perché la forza del mistero di Dio”. Ma poi il dialogo allarga il campo. E la dimensione del nascere diventa esperienza di ogni giorno e di ogni istante. Il senso della nascita non è coscienza acquisita e “garantita”, ma è un cammino fatto sempre di nuovi inizi. È a questo punto che Giussani, in una delle pagine più belle del dialogo, introduce l’idea che la nascita coincida con il ridestarsi della persona, “la cosa più piccola è risibile che ci sia, la cosa più sproporzionata che non ha nessuna possibilità di riuscita”, eppure la persona “è il punto della riscossa”. E ciò che chiamiamo “movimento” è innanzitutto movimento della persona.
Così a questo punto quel libro, come in un balzo che scavalca i quasi 40anni che ci separano da lui, arriva su di noi. Lo scopriamo un libro ancora totalmente per noi. Una sorpresa inaspettata da quei due uomini liberi e veri.

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La libertà verso Dio

Stefano Arduini
mercoledì 4 gennaio 2017

Il termine parresia (pan, tutto, e rhema, il detto, discorso: quindi “dire tutto”) è termine greco che, come ricorda Michel Foucault (Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli 2005), appare in Euripide, e dunque nel mondo greco del V sec. a.C., ed ha uno sviluppo nel mondo cristiano attraverso la mediazione della Septuaginta, la versione della Bibbia in lingua greca, caratterizzando una modalità di azione che è alle origini dell’esperienza cristiana.
Nel mondo greco la parresia può essere intesa come libera testimonianza della verità. Questo sia nei confronti di chi esercita l’autorità che verso chi si ha vicino. Comporta un rischio, perché può mettere in difficoltà chi la esercita come può mettere in crisi il rapporto con l’altro. Presuppone coraggio dunque, perché bisogna essere coraggiosi nel testimoniare quello in cui si crede così come nel rifiutare le relazioni ipocrite.
La parresia implica non soltanto il dire quella che si ritiene la verità, ma la libertà di poterla dire: se sono costretto a dire la verità non esercito la parresia. Essa presuppone che non posso testimoniare il vero se non entro un orizzonte di libertà. Quindi essa implica un mettersi in gioco completamente e liberamente. Una libertà che è al tempo stesso un dovere che richiama la propria umanità.
Riassume Foucault: “La parresia è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, una certa relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica… e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere… Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà. E sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita o della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del tornaconto o dell’apatia morale”.
Il termine greco presuppone un’idea di uomo che considera la libertà nei confronti degli altri, ma anche verso se stessi, come un valore supremo. Il termine passa nella Septuaginta attraverso una riscrittura operata dal giudaismo della diaspora, che cerca di affermarsi in un contesto culturale in cui correva il pericolo della cancellazione della propria identità. In questo senso la parresia viene incorporata nel nuovo vocabolario con alcuni slittamenti concettuali che creano qualcosa che non è propriamente greco né ebraico. Ad esempio, come ricordano Kittel e Frierich (Grande Lessico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia 1967: IX, 891ss), parresia appare in Levitico 26,13 come elemento caratteristico dell’uomo libero opposto allo schiavo. In Proverbi 1,20; Proverbi 10,10 e nel Cantico 8,10, indica il parlare libero ed è in relazione con la sapienza divina. In 4 Maccabei 10,5 troviamo la parresia del martire. In Ester 8,12-13; 1 Maccabei 4,18 e 3 Maccabei 41, il verbo prende il significato di parlare in pubblico mentre in 3 Maccabei 7,12 troviamo il significato di libertà che viene data. Nella Siracide appare nella forma del verbo, unica volta nell’AT, con il senso negativo di agire in maniera arrogante, un significato, questo, già presente in Platone, quando parla della cattiva democrazia, e che ritornerà in varia letteratura cristiana: parresia cattiva alla quale si può opporre solo il silenzio.
Troviamo la vera novità concettuale nella versione greca dell’AT quando si parla di parresia verso Dio o di Dio (Kittel-Friedrich, cit.,: IX, 893). La parresia di Dio si trova quando questi si manifesta in tutto il suo splendore come nel Salmo 93 (94),1. La parresia verso Dio è quella che in qualche modo passerà anche nel NT e la troviamo in Giobbe 22,26; 27,10; Sapienza 5,1; in Proverbi 13,5; 20,9. In questi casi vi è una sottolineatura del senso di fiducia che il giusto ha nello stare davanti Dio. Questa idea di fiducia la ritroveremo in maniera interessante nella traduzione che la Vulgata farà del termine parresia nel NT traducendolo per ben 18 volte appunto con fiducia (Giuseppe Scarpat, Parrhesia greca, parrhesia cristiana, Brescia, Paideia 2001).
Nel greco del NT il termine e i suoi derivati sono presenti soprattutto in Giovanni, negli Atti e nelle Lettere di Paolo.
Giovanni usa il concetto per descrivere il modo in cui Cristo si rivela (Gv 18,20). Al tempo stesso è ciò che rivela la presenza dello Spirito perché mostra la libertà della nostra preghiera. Essa è frutto di una coscienza libera che si mostrerà anche nel momento del giudizio.
Negli Atti il verbo indica un atteggiamento già presente nel concetto greco: il coraggio e il rischio come in Paolo appena convertito 9,27; 9,28, Paolo e Barnaba davanti ai Giudei di Antiochia di Pisidia, e con i pagani della Licaonia At 14,3, il coraggio di Apollo ad Efeso (At 18,26) e di Paolo nella sinagoga della stessa città (At 19,8) e davanti a Festo e Agrippa (At 26,26).
Anche nelle Lettere di Paolo la parresia alle volte coincide con il coraggio della testimonianza (1, Ts 2,2) e in questo senso sta alla radice dell’esistenza cristiana e naturalmente di quella apostolica. È la libertà verso Dio, che fonda la libertà verso gli uomini (ad esempio 2 Cor 3,12).
Ciò che possiamo vedere come un elemento comune alle diverse accezioni, un filo rosso che collega tutto, è che la parresia implica la libertà: solo se sono libero posso esercitare la parresia. Lo è nel mondo greco dove, anche se la parresia viene dal basso, come ricorda Foucault, cioè mette in crisi l’autorità, è fondamentale che il parresiastes sia un uomo libero e uno dei migliori, che anzi mette a rischio questa sua condizione pur di poterla esercitare. Ma la libertà, nei Padri della Chiesa come per Gregorio di Nissa, è anche quella che l’uomo ha di fronte a Dio come manifestazione della propria coscienza. Dunque la parresia è ciò che manifesta la libertà stessa dell’uomo, che lo mette in rapporto con il suo destino. Fuori di essa la stessa consistenza umana viene meno.
È proprio questo aspetto che è risultato determinante nel costituirsi di quella nuova antropologia non greca né ebraica che alle origini dell’esperienza cristiana ha posto come punto centrale quello di coniugare verità e libertà, sapendo bene che la prima non può essere accostata per costrizione ma solo con la testimonianza che il parresiastes mette in gioco.

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Liberi

Marco Pozza
sabato 8 ottobre 2016

E’ una delle pause più lunghe che la Bibbia serbi nelle migliaia di pagine in cui tratteggia Dio coi suoi misteri: “Gli altri nove dove sono?” (Lc 17,11-19) Una sorta di solitudine affligge il Cristo: è la mancanza di una compagnia, gli manca l’uomo. Era capitata la stessa cosa al Padre, e la reazione fu la stessa: “(Adamo), dove sei?” (Gen 3,9). L’amore è un signore: non chiede “Cos’hai fatto? Dove ti sei ficcato? Ingrato: dopo tutto quello che ho fatto per te”. Nessun astio, solo una questione d’interesse, un’intimità: mi manchi. Nessuna domanda è mai indiscreta: le non-risposte, a volte, lo sono. Il Figlio dell’Uomo conosce a menadito gli uomini dall’eternità: vivendoci assieme, però, è come se avesse guadagnato il loro lato ordinario, il romanticismo non è roba sua. Non s’aspetta nulla in cambio: “senza-pretese” è il soprannome del suo amore che non è disposto a mutare, costi quel che costi. Il ritorno di un grazie spontaneo, però, farebbe felice anche il Cielo: “Non si è trovato nessuno all’infuori di questo straniero che tornasse indietro a rendere gloria a Dio?”.
Guariti, sono tutti tornati ai vecchi mestieri e passatempi d’un tempo. Nel mentre della malattia, i congiunti fendevano l’aria chiedendo loro di sognare per soffrir di meno: “Cosa faresti se, d’improvviso, tu guarissi?”. Era un piacere, una sorta di palliativo della malattia, immaginarsi amanti, commercianti, guerrieri. Al bar, in cantina, a far gli uomini-immagine. Scarnificati dalla lebbra, a ciascuno in petto ardeva di poter fare l’impossibile, l’esatto contrario di ciò che invece erano costretti ad essere: gl’immondi, gli impuri, gli schivati. La pietà defunta a dieci metri di raggio dal loro corpo.
Un giorno, improvviso, l’inimmaginabile s’avvera. La malattia, sovente, è il paese degli incontri: “Appena li vide, Gesù disse loro: ‘Andate a presentarvi ai sacerdoti'”. Diventa il paese di Dio: a guarirli è il piglio d’una voce-medicinale, la prescrizione è sempre quella di riallacciarsi le scarpe, l’aspettativa è che, camminando, s’accorgano d’essere stati sanati: “La vita di ognuno può starsene descritta dentro qualche cammino fatto a piedi” (E. De Luca). S’alzano, loro che per anni erano stati dei cadaveri arenati sulla spiaggia del mondo. S’accorgono d’essere stati sanati: se ne vanno ciascuno per i fatti suoi. A dar forma alle vecchie chimere sognate nel letto d’ospedale.
A tornare è “nessuno all’infuori di questo straniero?”. E’ un samaritano di brigata, un raddoppio di iella, un doppio-salto-mortale: lebbroso e foresto. Alla domanda del Cristo — “Dove sono?” — il samaritano non risponde. Anche lui era uno di quei dieci pesci-cadaveri arenatisi sulla spiaggia e ributtati in mare: gli parve spontaneo, dopo tutto quello che Cristo aveva fatto per lui, ritornare a dire grazie. In quell’andata-con-ritorno c’è tutta la sua timida fede: quei passi che tornano sono la libera risposta all’amore del Cristo, che giocò d’anticipo. Che, con un raddoppio di sorpresa, gli accredita pure la salvezza: “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato”.
Grandezza di Dio: la sua specialità non è quella di salvare l’uomo, lo vuol mettere in una condizione tale per cui inizi a pensare alla propria salvezza. A guarirlo è stata una parola, a salvarlo un gesto-di-ritorno: “La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla” (E. Schmitt).
Le altre nove vite sono riprese esattamente da dove s’erano interrotte: che nessuno sia mai forzato a rendere-grazie all’Amore. La lebbra altro non fu che un infausto intoppo, un’infelice sposalizio, una pagina da voltare per far presto a dimenticare: liberi addirittura d’andare a dire che ci siamo guariti da soli, liberi di negarlo. Potenza della Rivelazione: Cristo, neanche oggi, alza la voce. Il Regno di Dio non è quella sorta di avventura che gli amici stan sognando. E’ già qui, così piccolo che quasi nessuno s’accorge. La percentuale è di uno-su-dieci.

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Costruttori infallibili di storia

Foschi
mercoledì 24 agosto 2016

Oh, when the saints go marching in, Lord, how I want to be in that number. Che cosa hanno da dire i santi al nostro tempo scettico e distratto? Il legame che accomuna alcune mostre del Meeting dai contenuti apparentemente lontani attraversa come fiume nascosto il tempo degli uomini. Stiamo parlando di mostre come quella sulla restaurata basilica di Betlemme, la sorgente di tutto questo discorso sulla profondità del tempo, l’altra su Madre Teresa e infine la sorprendente esposizione di biografie di santi americani (American dream).
I santi non sono soltanto tipi straordinari, che sanno prendere la propria umanità esattamente come fa l’elettricista con il cavo elettrico, cioè per farci passare una corrente che non viene da loro. I santi sono anche coloro che hanno impiantato le loro virtù eroiche in mezzo alle contraddizioni della storia ordinaria. L’ordinario tramite loro è divenuto straordinario.
Attenzione, qui non stiamo accennando alla storia della chiesa o alla storia del cristianesimo, cioè ad una nobile articolazione della storia generale. Vogliamo proprio considerare l’utilità della santità ai fini della comprensione delle vicende umane sul piano politico-sociale. È questa l’ottica di cui in fondo si occupano i nostri gloriosi manuali di storia, che nel migliore dei casi includono nelle loro narrazioni la santità come eccezione.
Obiezione: ma può un manuale “laico” trattare argomenti che attengono al piano della comprensione del fenomeno religioso? La domanda è mal posta. Bisogna formularla così: può un manuale, qualunque esso sia, sottacere ciò che non riesce a spiegare? In realtà un libro di storia o geografia o arte non dovrebbe “spiegare” proprio nulla. Bensì mostrare, offrire alla comprensione del lettore — che non è stupido — anche ciò che non è immediatamente spiegabile.
Torniamo alla storia dei santi. Ripercorrendo a volo d’uccello il tempo li troviamo dappertutto, come il pulviscolo che vediamo solo quando una lama di luce lo attraversa. Hanno convertito i barbari, coniato lingue di cui tutti oggi ci serviamo, tracciato strade verso mondi sconosciuti, curato ferite, educato generazioni di bambini tra cui magari si trovano personaggi divenuti col tempo famosi.
Nel caso dei santi americani, di cui si cura la mostra-Meeting 2016, notiamo tre fattori che ne rappresentano l’identità e che in qualche modo hanno contribuito a rafforzare la struttura costitutiva dell’essere umano.
Anzitutto la loro immensa capacità di sopportazione fisica e spirituale delle condizioni avverse: attraversamento di fiumi in piena, superamento di cascate, condizioni climatiche ostili; in Quebec, dove approdarono i primi gesuiti per convertire gli Uroni, era più freddo che in Siberia. Questa paziente sopportazione della sofferenza è un fattore che spesso viene omesso quando si esaminano le vicende storiche, eppure senza che i santi lo insegnassero a tutti non avremmo avuto probabilmente né i Cook, né gli Amundsen. La sopportazione delle sconfitte non è da meno, posto che ai santi è spesso capitato di vedere fallire le loro imprese, magari ad opera degli stessi superiori del loro ordine. Se oggi capiamo che una sconfitta o un evento drammatico è un’opportunità è anche per merito loro.
Secondo: la capacità di incontrare l’altro entrando nel suo territorio senza aspettare che l’altro scenda ai nostri patti. Il sacerdote belga Damien de Veuster, morto nel 1889 e canonizzato nel 2009 anche in seguito ad una vecchia petizione di Madre Teresa, scelse di andare a vivere in un lebbrosario alle Hawaii. Bello l’ambiente, pessimo l’albergo, si potrebbe dire. Infatti qui visse e trovò ancor giovane la morte. Il santo dei lebbrosi offre alla storia un fulgido esempio di come sia possibile all’uomo entrare in dialogo con l’altro: occorre spezzare le catene psicologiche della malattia (se possibile anche quelle fisiche) e rispondere alle domande che provengono dal cuore. Damien come Madre Teresa ci risolve un piccolo problema: non siamo né quello che mangiamo, per fortuna, né quello che il potere vuole che (non) siamo. I lebbrosi li avevano relegati su un’isola proprio per non vederli, come oggi non vediamo i martiri di Aleppo o della Somalia. Quando gli europei scoprirono l’America sorse la stessa questione: gli indios non vogliamo “vederli” come uomini, perciò possiamo sfruttarli. Per fortuna arrivò Las Casas a ribaltare il concetto.
Terza questione, i santi non si crogiolano nel loro brodo buonista. Sono spesso esigenti con se stessi e con gli altri. Soprattutto sono grandi costruttori. Il fenomeno delle reductiones in Paraguay e adesso possiamo dire nell’America del Nord nasce da questo impeto costruttivo finalizzato a rispondere ai bisogni materiali. Proprio quelle risposte che nella storia i rivoluzionari hanno consegnato all’abbattimento previo della società ingiusta. I santi non hanno aspettato. Ci hanno messo la faccia, come si dice. E hanno edificato scuole, ospedali, fabbriche, banche. Per tutti, non per quelli del “giro”. Accade così che Lionel Hampton abbia studiato in una scuola eretta da santa Katharine Drexel. Senza i santi, dunque, non avremmo nemmeno il grande jazz. Oh, when the saints…

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/24/AMERICAN-DREAM-Da-Santa-Teresa-a-Damien-de-Veuster-quegli-infallibili-costruttori-di-storia/print/720170/

American dream

American Dream.
In viaggio con i Santi americani

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016 Piazza A5

A cura di un team di professori e studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Svizzera.

La mostra presenta la storia di un “sogno americano” che non è stato ancora raccontato.
Da sempre l’America è stata la meta prediletta di tanti uomini e donne in cerca di libertà, lavoro e speranza; ma è stata anche la meta di uomini e donne mossi dal desiderio di far conoscere Cristo e condividere la bellezza della fede. Si tratta di Santi, cioè uomini veri.
La mostra racconta la vita di alcuni Santi, uomini e donne vissuti in America del nord tra il XVII e il XX secolo: i martiri americani Jean de Brébeuf (1593-1639), Isaac Jogues (1607-46) e Charles Garnier (1606-49), insieme a Kateri Tekakwitha (1656-80), canonizzata da Benedetto XVI; Junípero Serra (1713-1784) padre delle missioni in California, canonizzato da Papa Francesco; Damien de Veuster (1840-89), a servizio dei lebbrosi alle Hawaii; e Katharine Drexel (1858-1955), grande educatrice e costruttrice di scuole e di opere sociali. Il percorso si conclude con la storia delle apparizioni mariane presso il santuario di Our Lady of Good Help, in Wisconsin.

 

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=904&item=6507

Tu sei un bene per me

Tu sei un bene per me

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016

L’attuale momento storico è caratterizzato da una profonda crisi che ha come conseguenza una generale sfiducia nell’affrontare il presente e nel guardare al futuro. Si sgretolano modelli di convivenza sociale e civile che sin qui hanno garantito il bene comune, una intera generazione, quella dei NEET, ha rinunciato a studiare e a lavorare, il fenomeno dell’immigrazione e dei profughi sta investendo – dilagante e apparentemente inarrestabile- l’Italia e l’Europa intera, la violenza del terrorismo, anche dopo i tragici fatti di Parigi, cresce in modo sempre più minaccioso. L’altro, il diverso, ciò che è “fuori”, appare come una minaccia, viene visto e considerato in un’ottica per lo più strumentale e utilitaristica.

In queste drammatiche circostanze Papa Francesco ha indetto il Giubileo Straordinario della Misericordia. “Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”.

La natura dell’uomo e la realtà stessa indicano infatti l’inesorabilità di un rapporto, di una relazione, di un incontro continuo con la realtà come prima necessità per scoprire la verità di sé e del mondo. Famiglia, figli, amici, colleghi, il povero incontrato casualmente per strada: sono sfide con cui fare i conti quotidianamente. Spesso la sostituzione delle faticose relazioni e dei “contatti” in carne ed ossa, con quelle più comode, automatiche e sempre disponibili -ma ultimamente assenti- degli ambienti virtuali possono generare una profonda solitudine, ma anche l’illusione di autonomia, di una ultima estrema libertà senza più legami da cui dipendere. L’uomo ha bisogno dell’altro, per condividere desideri, progetti, fatiche, sacrifici, paure, dolori: per condividere il motivo per cui esiste. La comunità si forma e si crea esattamente per questo.

E dunque l’io dell’uomo esiste innanzitutto come una storia, fatta di volti, di relazioni, e di circostanze che si dispiegano nel corso del tempo.

Come è possibile guardare l’altro in modo nuovo, non semplicemente tollerando il diverso, ma intravvedendo e scommettendo sul fatto che “tu” sei e rappresenti una positività ultima di cui “io” necessito per vivere? Cosa rende possibile una posizione umana come questa appena descritta?

La storia del XX secolo, con le guerre mondiali, ricorda a noi tutti il tentativo di differenti e contrapposte ideologie di eliminarsi a vicenda, di eliminare l’altro: la memoria ci riporta ad atroci sofferenze e milioni di morti, ma anche che ad un certo punto fu possibile percepire l’altro – fino a qualche giorno prima il nemico da combattere – nella sua diversità, come una risorsa, un bene: fu esattamente in quel momento storico che nacque l’Europa. Senza una esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile infatti ripartire.

Attraverso mostre, spettacoli, tavole rotonde, testimonianze, il Meeting 2016, con i suoi vari linguaggi, racconterà storie di integrazione e di perdono, metterà a tema le grandi emergenze dell’oggi, farà parlare i protagonisti della cultura e dell’espressività, si confronterà con le sfide della tecnologia e dell’innovazione, proverà a guardare al lavoro e all’economia senza moralistiche demonizzazioni, farà incontrare spaccati di storia passata. Vorremmo che anche il prossimo Meeting potesse fare esplodere la bellezza di una positività e di una speranza capaci di attrarre la libertà di ognuno e di far desiderare un cambiamento per sé e per il mondo.
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