Simone, mi ami tu?

 

«Simone, mi ami tu?»

Luigi Giussani, Stefano Alberto e Javier Prades

Anticipiamo un brano del nuovo libro di Luigi Giussani, Stefano Alberto, Javier Prades, Generare tracce nella storia del mondo (Rizzoli editore)

Il capitolo ventunesimo del Vangelo di Giovanni è la documentazione affascinante del sorgere storico dell’etica nuova. La storia particolare che vi si documenta è la chiave di volta della concezione cristiana dell’uomo, della sua moralità, nel suo rapporto con Dio, con la vita, con il mondo.

I discepoli erano di ritorno, all’alba, da una brutta nottata sul lago, in cui non avevano pescato nulla. Vicino alla riva, vedono sulla spiaggia una figura che s’adoperava per accendere il fuoco. Avrebbero visto dopo che sul fuoco c’erano pesci raccolti per loro, per la fame di quel primo mattino. Ad un certo punto Giovanni dice a Pietro: «Ma quello è il Signore!». Allora si aprono gli occhi di tutti e Pietro si butta in acqua, così com’è, e giunge per primo a riva. Seguono gli altri. Si dispongono in cerchio, in silenzio: nessuno parla, perché tutti sanno che è il Signore. Sdraiati per mangiare, dicono tra loro qualche parola, ma sono tutti intimiditi dall’eccezionale presenza di Gesù, Gesù risorto, che era già apparso loro in più circostanze.
Simone, che i molti errori avevano reso il più umile di tutti, steso pure lui a terra davanti al cibo preparato dal Maestro, guarda chi ha vicino e con stupore e tremore vede che è Gesù. Allora volge via lo sguardo da Lui e resta così, impacciato. Ma Gesù gli parla. Pietro pensa in cuor suo: «Dio mio, Dio mio, quanto rimprovero merito! Adesso mi dirà: “Perché mi hai tradito?”». Il tradimento era stato l’ultimo grosso errore fatto, ma tutta la sua vita, anche nella familiarità con il Maestro, era stata tribolata, per via del suo carattere impetuoso, della sua imponenza istintiva, del suo farsi avanti senza calcoli. Tutto di sé egli vedeva alla luce dei suoi difetti. Quel tradimento aveva fatto emergere con chiarezza in lui il resto dei suoi errori, quanto lui non valesse niente, quanto fosse debole, debole da far compassione. «Simone…» – chissà che brivido mentre quella parola si scandiva dentro il suo orecchio toccandogli il cuore -, «Simone…» – e qui avrà accennato a voltare verso Gesù la sua faccia -, «…mi ami tu?». Chi si sarebbe mai aspettato quella domanda? Chi si sarebbe atteso quella parola?
Pietro era un uomo di quaranta o cinquant’anni, con famiglia e figli, eppure così bambino di fronte al mistero di quel compagno incontrato per caso! Immaginiamoci come si sarà sentito trapassare da quello sguardo che lo conosceva in ogni sua parte. «Ti chiamerai Cefa»:1 il suo caratteraccio era identificato con quella parola, «pietra», e l’ultimo pensiero era per lui immaginare che cosa il mistero di Dio e il mistero di quell’Uomo – Figlio di Dio – avrebbero fatto con quella pietra, di quella pietra. Dal primo incontro Egli ingombrò tutto il suo animo, tutto il suo cuore. Con quella presenza dentro il cuore, con la memoria continua di Lui, guardava la moglie e i bambini, i compagni di lavoro, gli amici e gli estranei, i singoli e le folle, e pensava e s’addormentava. Quell’Uomo era diventato per lui come una grande, immensa rivelazione non ancora chiarita.
«Simone, mi ami tu?». «Sì, Signore, io Ti amo». Come faceva a dire così dopo tutto quello che aveva fatto? Quel «sì» era l’affermazione del riconoscimento di una eccellenza suprema, di una eccellenza innegabile, di una simpatia che travolgeva tutte le altre. Tutto restava inscritto in quel loro sguardo, coerenza e incoerenza era come se passassero finalmente in secondo ordine, dietro alla fedeltà che sentiva carne della sua carne, dietro alla forma di vita che quell’incontro aveva plasmato.
Di fatto non ci fu nessun rimprovero. Risuonò solo la stessa domanda: «Simone, mi ami tu?». Non incerto, ma timoroso e tremante, rispose di nuovo: «Sì, io Ti amo». Ma la terza volta, la terza volta che Gesù gli rivolse la domanda, dovette chiedere la conferma di Gesù stesso: «Sì, Signore, Tu lo sai, io Ti amo. Per Te è tutta la mia preferenza d’uomo, tutta la preferenza dell’animo mio, tutta la preferenza del mio cuore. Tu sei l’estrema preferenza della vita, l’eccellenza suprema delle cose. Io non lo so, non so come, non so come dirlo e non so come sia, ma nonostante tutto quello che ho fatto, nonostante quello che posso fare ancora, io Ti amo».
Questo «sì» è la scaturigine della moralità, il primo fiato di moralità sul deserto arido dell’istinto e della pura reazione. La moralità affonda la sua radice nel «sì» di Simone, e questo «sì» può attecchire nella terra dell’uomo solo per una Presenza dominante, compresa, accettata, abbracciata, servita con tutto lo slancio del proprio cuore che solo così può ritornare bambino. Senza Presenza non c’è gesto morale, non c’è moralità.
Ma perché il «sì» di Simone a Gesù è scaturigine della moralità? Non vi sono prima i criteri di coerenza e incoerenza?
Pietro ne aveva fatte di tutti i colori, eppure viveva una simpatia suprema per Cristo. Capiva che tutto in sé tendeva a Cristo, che tutto si raccoglieva in quegli occhi, in quella faccia, in quel cuore. I peccati passati non potevano costituire obiezione e nemmeno tutta l’immaginabile sua incoerenza futura: Cristo era la fonte, il luogo della sua speranza. Gli avessero pure obiettato quello che aveva fatto o quello che avrebbe potuto fare, Cristo rimaneva, attraverso le nebbie di quelle obiezioni, la fonte di luce della sua speranza. Ed egli Lo stimava sopra ogni altra cosa, dal primo momento in cui si era sentito fissato da Lui, guardato da Lui: Lo amava per questo.
«Sì, Signore, Tu sai che sei l’oggetto della mia simpatia suprema, della mia stima suprema»: così nasce la moralità. Eppure l’espressione è molto generica: «Sì, io Ti amo»; ma è tanto generica quanto generatrice di una diversità di vita perseguita. «Chiunque ha questa speranza in Lui purifica se stesso come Egli è puro».2 La nostra speranza è in Cristo, in quella Presenza che, per quanto distratti e smemorati, non riusciamo più a togliere – non fino all’ultimo briciolo, almeno – dalla terra del nostro cuore per tutta la tradizione dentro la quale Egli è giunto fino a noi. È in Lui che io ho speranza, prima di avere contato i miei errori e le mie virtù. Non c’entrano, qui, i conti numerici. Nel rapporto con Lui il numero non c’entra, il peso misurato e misurabile non c’entra, e tutta la possibilità di male che in me può realizzarsi nel futuro, anche questa non c’entra, non riesce ad usurpare il titolo primario che possiede davanti agli occhi di Cristo il «sì» di Simone, da me ripetuto. Allora viene un fiotto dal fondo di noi, come un respiro che salga dal petto e inebrii tutta la persona e la faccia agire, le faccia desiderare di agire in modo più giusto: scaturisce, scatta dal fondo del cuore, il fiore del desiderio della giustizia, dell’amore vero, autentico, della capacità di gratuità. Come l’inizio di ogni nostra mossa non è un’analisi di ciò che gli occhi vedono, ma un abbraccio di ciò che il cuore attende, così la perfezione non è l’espletare delle leggi, ma l’adesione a una Presenza.
Solo l’uomo che vive questa speranza in Cristo continua tutta la sua vita nell’ascesi, nello sforzo per il bene. E anche quando egli sia palesemente contraddittorio, desidera il bene. Questo vince sempre, nel senso che è l’ultima parola su di sé, sulla propria giornata, su quello che si fa, su quel che si è fatto, su quello che si farà. L’uomo che vive questa speranza in Cristo continua nell’ascesi. La moralità è una tensione continua al «perfetto» che nasce da un avvenimento in cui un rapporto col divino, col Mistero, è segnato.

La ragione ultima del «sì»
Qual è la ragione vera del «sì» a Cristo detto da Simone? Perché il «sì» detto a Gesù vale di più che enumerare tutti i propri errori ed elencare tutte le possibilità di errori futuri che la propria debolezza implica? Perché questo «sì» è più decisivo e più grande di tutta la responsabilità morale tradotta nei suoi particolari, tradotta in pratica concreta? La risposta a queste domande rivela l’essenza ultima del Mandato dal Padre. Cristo è il «mandato» dal Padre, è Colui che rivela il Padre agli uomini e al mondo. «Questa è la vita vera: che conoscano Te, solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo».3 La cosa più importante è «che conoscano Te», che amino Te, perché questo Tu è il senso della vita.
«Sì, io Ti amo», disse Pietro. E la ragione di questo «sì» consisteva nel fatto che egli aveva intravisto in quegli occhi che l’avevano fissato quella prima volta, e che poi lo avevano fissato tante altre volte durante le giornate e gli anni seguenti, chi era Dio, chi era Jahve, il vero Jahve: misericordia.4 In Gesù gli si svela il rapporto di Dio con la sua creatura come amore e quindi come misericordia. La misericordia è la posizione del Mistero verso qualsiasi debolezza, errore e dimenticanza dell’uomo: Dio, di fronte a qualsiasi delitto dell’uomo, lo ama.
Questo ha sentito Simone, da qui nasce il suo «Sì, io Ti amo».
Il senso del mondo e della storia è la misericordia di Cristo, Figlio del Padre, mandato dal Padre a morire per noi. Nel dramma di Milosz, a Miguel Mañara, che andava da lui tutti i giorni a lamentarsi dei suoi peccati passati, l’Abate, a un certo punto, come spazientito, dice: «Finiscila con questi lamenti da donnicciola. Tutto questo non è mai esistito». Come, «non è mai esistito»? Miguel aveva assassinato, stuprato, era stato ingiusto… «Tutto questo non è mai esistito. Egli solo è».5 Egli, Gesù, si rivolge a noi, si fa «incontro» per noi, chiedendoci una cosa sola: non «che cosa hai fatto?», ma «mi ami?».
Amarlo sopra ogni cosa, allora, non vuol dire che io non abbia peccato o che io non abbia a peccare domani. Che strano! Occorre una potenza infinita per essere questa misericordia, una potenza infinita dalla quale – in questo mondo terreno, nel tempo e nello spazio che ci è dato di vivere, negli anni, pochi o tanti che siano – noi mutuiamo, attingiamo letizia. Perché un uomo, con la coscienza di tutta la sua pochezza, è lieto di fronte all’annuncio di questa misericordia: Gesù è misericordia. Egli è mandato dal Padre per farci conoscere che l’essenza di Dio ha come caratteristica suprema per l’uomo la misericordia. «Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito – dice un Prefazio della Liturgia ambrosiana – donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina».6
Da questa letizia sorge la pace, la possibilità della pace. Anche in tutte le nostre sfortune, in tutte le nostre cattiverie, in tutte le nostre incoerenze, in tutta la nostra debolezza, in quella debolezza mortale che è l’uomo, possiamo realmente respirare e sospirare la pace, generare pace e rispetto per l’altro.
E rispettare l’altro vuol dire guardarlo con l’occhio a un’altra Presenza. «I cristiani» si dice nella Lettera a Diogneto del II secolo «si trattano con un rispetto agli altri inconcepibile».7 La parola «rispetto» (respectus, da re-spicio) ha la stessa radice di aspicio (guardare), e il re- sta a indicare che si continua a tenere lo sguardo rivolto-a, come fa colui che, camminando, tiene tuttavia lo sguardo fermo sull’oggetto. «Rispetto» vuol dire: «guardare una persona tenendone presente un’altra». È come guardare un bambino quando c’è, lì vicino, la mamma: la maestra non lo tratta come al solito, sta più attenta, ammesso che abbia un po’ di pudore (ma oggi, forse, anche questo è smarrito). Senza il rispetto di ciò che si manipola, di ciò che mi deve servire, di ciò che afferro perché mi serva, non c’è rapporto adeguato con niente. Ma il rispetto non può nascere dal fatto che ciò che ho davanti mi serva: da questo punto di vista, lo domino. No, il rispetto «sfonda» quello che uso. Così il lavoro acquista una nobiltà, una leggerezza d’animo più grande, pur in mezzo a tutte le tribolazioni con cui ci alziamo dal letto. E il rinnovarsi di questa coscienza è la preghiera del mattino. Un uomo che guardi sua moglie percependo e riconoscendo l’Altro, Gesù, dentro e oltre la figura di sua moglie, può portarle rispetto e venerazione, può avere stima per la sua libertà, che è rapporto con l’infinito, rapporto con Gesù.

L’inizio della moralità umana è un atto d’amore
Il «sì» di Simone a Gesù non può essere considerato come la nota di un sentimento, ma è l’inizio di una strada morale che o si apre con quel «sì» o non si apre. L’inizio di una morale umana non è l’analisi dei fenomeni che gremiscono l’esistenza dell’io, né l’analisi dei comportamenti umani in vista di un bene comune; questo potrebbe essere l’inizio di una astratta morale laica, ma non di una morale umana.
San Tommaso nota che «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene e in cui trova la sua più grande soddisfazione».8 L’inizio di una moralità umana è un atto d’amore. Per questo si esige una presenza, la presenza di qualcuno che colpisca la nostra persona, che raccolga tutte le nostre forze e le solleciti attraendole a un bene ignoto eppure desiderato e atteso: quel bene che è Mistero.
Il dialogo tra Gesù e Pietro termina in un modo strano. Questi, che sta per seguire Gesù, è preoccupato del più giovane, Giovanni, che era per lui come un figlio: «E, vedutolo, disse a Gesù: “Signore, e lui?”. Gesù gli risponde: “Non preoccuparti di lui, tu seguimi”».9 Quel «sì» è rivolto a una Presenza che dice: «Seguimi, abbandona la tua vita». «Jesu, tibi vivo, Jesu tibi morior, Jesu sive vivo sive morior, tuus sum».10 Sia che tu viva sia che tu muoia, sei mio. Mi appartieni. Ti ho fatto. Io sono il tuo destino. Io sono il significato di te e del mondo.
Protagonista della morale è la persona intera, l’io intero. E la persona ha come legge una parola che crediamo tutti di conoscere e di cui, dopo molto tempo, se c’è un minimo di fedeltà a ciò che è originale in noi, si incomincia a intravedere il significato: amore. La persona ha come legge l’amore. «Dio, l’Essere, è amore», scrive san Giovanni.11
L’amore è un giudizio commosso per una Presenza connessa con il destino. È un giudizio, come quando si dice: «Questo è il Monte Bianco», «questo è un mio grande amico». L’amore è un giudizio commosso per una Presenza connessa con il mio destino, che io scopro, intravedo, pre-sento connessa con il mio destino. Quando Giovanni e Andrea l’hanno visto per la prima volta e si sono sentiti dire: «Venite a casa mia. Venite a vedere», e sono rimasti tutte quelle ore a sentirlo parlare, non capivano, ma presentivano che quella persona era connessa con il loro destino. Quelli che parlavano in pubblico li avevano sentiti tutti, avevano sentito i pareri loro e di tutti i partiti; ma solo quell’Uomo era connesso con il loro destino.
La morale cristiana è la rivoluzione in terra, perché non è un elenco di leggi, ma è un amore all’essere: uno può sbagliare mille volte e sempre gli sarà perdonato, sempre sarà ripreso e riprenderà il suo passo sul cammino, se il suo cuore riparte con il «sì». L’importante di quel «Sì, Signore, io Ti amo» è una tensione di tutta la propria persona, determinata dalla coscienza che Cristo è Dio e dall’amore a quest’Uomo che è venuto per me: tutta la mia coscienza è determinata da questo, e io posso sbagliare mille volte al giorno, fino ad avere vergogna di alzare la testa, ma questa certezza non me la toglie nessuno. Soltanto, prego il Signore, prego lo Spirito che mi cambi, che mi faccia imitatore di Cristo, che la mia presenza diventi di più come quella di Cristo.
La morale è amore, è amore all’Essere diventato uomo, avvenimento nella storia, che mi raggiunge attraverso la misteriosa compagnia che storicamente si chiama Chiesa o Corpo misterioso di Cristo o Popolo di Dio: io Lo amo dentro questa compagnia. Mi possono rimproverare per centomila errori, mi possono mandare in tribunale, il giudice mi può mandare in carcere senza neanche esaminarmi, con una ingiustizia patente, senza considerare se ho fatto o non ho fatto, ma non possono togliermi questo attaccamento che continuamente mi fa sussultare di desiderio del bene, cioè dell’adesione a Lui. Perché il bene non è il «bene», ma è l’adesione a Lui, è il seguire quel volto, la sua Presenza, il portare la sua Presenza ovunque, il dirlo a chiunque, perché questa Presenza domini il mondo – la fine del mondo sarà nel momento in cui questa Presenza diventerà evidente a tutti.
Questa è la morale nuova: è un amore, non regole da seguire. E il male è offendere l’oggetto dell’amore o dimenticarlo. Si può benissimo poi, analizzando con umiltà tutti i corsi e ricorsi della vita di un uomo, dire: «Questo sarebbe male, questo sarebbe bene», elencare, mettendoli in ordine, tutti gli errori in cui l’uomo può incorrere: si può fare, cioè, un libro di morale. Ma la morale è in me, che amo Colui che mi ha fatto e che è qui. Se non fosse questo, la morale la potrei usare esclusivamente per affermare un mio vantaggio; sarebbe in ogni caso disperante. Bisognerebbe leggere Pasolini o Pavese per capirlo; no, basta ricordarsi di Giuda.

La permanenza della moralità nuova
Se l’inizio della moralità nuova è un atto di amore, di adesione, e ciò esige la Presenza di qualcuno che ci colpisca e attiri tutte le nostre forze – come Gesù ha sollecitato Simone -, diventa fondamentale rispondere alla domanda: come questo avvenimento si mantiene vivamente presente nella nostra esistenza? La risposta stabilisce la possibilità della nuova morale nel presente, qui e ora, altrimenti essa inizierebbe per noi in modo intellettualistico, astratto, discorsivo. Tale risposta è in quel termine cristiano che appartiene all’esperienza del presente, senza del quale non potremmo sapere se la nostra esperienza è concreta o fantasiosa: «memoria». Nella memoria, l’avvenimento che sperimento secondo tutta la sua ricchezza viene immerso nel flusso del tempo e dello spazio, fa parte di una storia.
La prima condizione per la moralità nuova è fare memoria di quella Presenza che eccede i termini dell’umano conoscere, vale a dire riconoscere qui e ora la Presenza che non si può ridurre a nessuna ipotesi umana.
Questa Presenza è una realtà che sta davanti a noi e, con la forza del Suo Spirito, in noi. Essa è permanente nella nostra vita ed è talmente potente da rendere possibile, nella nostra adesione ad essa, lo svolgersi di una nuova creazione in noi. Così uno può risorgere dopo l’imperfezione e l’errore, al termine di ogni azione che è sempre sproporzionata e sempre imperfetta, con un passo più giusto, perché il Suo dono continua, come sorgente fresca, senza che nessun limite nostro lo possa arrestare.
La permanenza di questa Presenza è grazia, puro avvenimento, a cui non resistiamo nell’aderire qui e ora. Lo riconosciamo e vi aderiamo. È grazia, come lo è l’incontro, lo stupore, la sua continuità, l’impeto di adesione: e tale grazia diventa nostra perché l’accettiamo. Accettare questa novità assoluta, che riaccade mille volte al giorno, è l’aspetto supremo della libertà.
Come per Giovanni e Andrea, per Simone, per Zaccheo, l’inizio del nostro cambiamento è una grazia, un dono. Abbiamo fatto un incontro che ha come scopo quello di cambiarci e di compierci. E abbiamo aderito a questa Presenza che corrisponde in modo eccezionale alle nostre attese, con una adesione resistente, come in Zaccheo, che non era più definito dall’imperfezione in cui cadeva, perché quella Presenza era lì a trapassare come un rigagnolo fresco e puro tutto il lordume della foresta della sua umanità.12
Lo stupore dell’incontro, la continuità dello stupore, l’adesione a quella Presenza che permane implicano l’abbraccio e l’unità con tutti coloro che quella Presenza stessa ci pone vicino. Essa si è resa oggetto del nostro sguardo perché attraverso noi, con i nostri difetti, e il dolore per essi, e l’impeto strano che ne deriva, sia più conosciuta e amata.

Note
1 Cfr. Gv 1,42.
2 1 Gv 3,3.
3 Gv 17,3.
4 Un brano di sant’Ambrogio può illuminare in proposito. Nel suo lungo commento alla Creazione, giunto al settimo giorno, quello in cui Dio si riposò, egli afferma: «Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un’opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo. Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati» (Sant’Ambrogio, Exameron, IX, 76, in Opera omnia di Sant’Ambrogio, vol. 1, Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova Editrice, Milano-Roma 1979, p. 419).
5 Cfr. O. Milosz, Miguel Mañara, Jaca Book, Milano 1998, pp. 48-63.
6 Prefazio della XVI domenica del tempo «per annum», in Messale Ambrosiano Festivo, Marietti-Jaca Book, Torino-Milano 1976, p. 653.
7 Epistola a Diogneto, PG 2, 1167-1186.
8 Cfr. San Tommaso, Summa Theologiae, II, IIae, q. 179, art. 1.
9 Cfr. Gv 21,20-22.
10 «Jesu tibi vivo», canto medioevale, in Canti, Coop. Edit. Nuovo Mondo, Milano 1995, p. 34.
11 1 Gv 4,8.
12 Cfr. Lc 19,1-10.

http://tracce.mobi/Default.asp?id=338&id_n=4862

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La vera speranza per l’io

Maurizio Vitali

martedì 21 luglio 2015

Da oggi se il Peppino Brambilla o il Pasquale Esposito vogliono chiamarsi Pina o Pasqualina, e mettere una crocetta sulla casella F anziché M, cioè cambiare sesso anagrafico, possono farlo senza modificare il loro sesso anatomico, insomma senza interventi chirurgici agli organi genitali.
Lo ha stabilito la Prima Sezione della Corte di Cassazione, che si conferma l’ammazza-sentenze per eccellenza: ai tempi del giudice Carnevale ammazzava sentenze di condanna ai mafiosi, ora più modernamente, boccia in un colpo solo il Tribunale di Piacenza e la Corte d’Appello di Bologna che in materia si erano attenuti alla legge vigente (la 164 del 1982, neanche tanto antica) che richiede appunto un “mutamento di caratteri sessuali” per poter fare un cambio di genere all’anagrafe, e dà ragione al ricorso presentato dai legali di Rete Lenford, l’avvocatura per i diritti Lgbt (lesbo, gay, bisex e trans), che assistono una persona trans di 45 anni. In tanti parlano di sentenza storica, godendosi l’ennesima vittoria dei “nuovi diritti”.: a costoro stanno a cuore le magnifiche sorti e progressive dell’ideologia ultra libertaria, e se ne fanno un baffo della giurisprudenza prevalente. Altri si stracciano le vesti, di questo passo dove finiremo… e paventano una Babele nel diritto delle persone e della famiglia. A costoro sta a cuore tenere le cose essenziali in ordine, e non riesco certo a dargli torto.
Ma lui? Sì, ma a lui (o lei, come si preferisce), a questa persona insomma che maschio nacque, in adolescenza cominciò a sentirsi donna, a 20 anni prese a vivere in privato e in pubblico come donna, a 29 ottenne una sentenza che l’autorizzava all’intervento chirurgico, per ripensarci subito dopo e decidere di mantenere i suoi organi intimi come mamma li fece, pur sentendosi donna, a questa persona, insomma, chi ci pensa? Perché anagrafe sì anagrafe no, Casablanca sì Casablanca no (Casablanca è l’antica capitale del bisturi proibito), quella persona è lì, da decenni, nell’età in cui la vita può dispiegarsi in una matura certezza, a non riuscire a conciliare, come dice il linguaggio degli azzeccagarbugli, il soma con la psiche, il suo corpo come se l’è trovato, dato, alla nascita, e la sua autocoscienza, formatasi va a sapere come e attraverso quali certamente accidentati percorsi. Ecco, se potessi vorrei dire a questa persona che il suo io non è il conflitto tra soma e psiche, che il suo valore non è nell’essere materiale da laboratorio per il gender che avanza, ma nell’essere voluto e amato dal grande Mistero. E vorrei dirgli che io desidererei vederlo con questi occhi e abbracciarlo con un po’ almeno di questo vero amore.
Quanto al gender che avanza, cosa volete che vi dica. Avanza, avanza, da mo’. Avanza da quando ci si è messi in testa che non conta la realtà come dato ma l’autoderminazione del soggetto. San Tommaso definiva la verità come adequatio rei et intellectus, cioè corrispondenza tra la cosa e la ragione. Su questa base sia la conoscenza sia l’etica potevano poggiarsi su evidenze basilari riconosciute. Altri tempi, quelli in cui l’esperienza cristiana aveva compiutamente forgiato la mentalità e l’ethos dei popoli europei. Ci aveva impiegato un millennio e passa. Adesso siamo alla fase finale del percorso (di mezzo millennio) che va dal “cogito ergo sum” (se penso, allora esisto), all’ “esiste quel che penso”, reale o virtuale che sia, non fa gran differenza.

Intelligenze del calibro di don Giussani, del card. Ratzinger e di don Carron hanno parlato non a caso del crollo delle evidenze connesso alla debolezza e allo smarrimento dell’io. La ragione come misura assoluta diventa arbitrio e sfocia in palese irragionevolezza. Non c’è ragionevolezza né buon senso nel registrare all’anagrafe, poniamo, un Rocco Siffredi, ma io dico neanche un Farinelli (mitica voce bianca del settecento), come Deborah. O no?
Non è che non si debba provare a metterci delle pezze ma, come avrebbe detto Bartali, “l’è tutto da rifare”. Chi vuole porre la sua speranza, poniamo, nelle corti di cassazione et similia, rammenti che è quanto meno un azzardo: da quelle sedi sono venute sentenze di grande vaglia e saggezza, certo, ma anche bizzarrie tipo – ricordate? (cito a senso): “non è stupro se il jeans è sfilato da una gamba sola”; “non si trattava di maltrattamenti alla moglie perché la donna aveva un carattere forte e non si mostrava intimorita dalle percosse”; “coltivava cannabis ma non ci fu reato perché le piantine non erano ancora giunte a maturazione”, “costringeva il figlio all’accattonaggio, ma questo per alcune comunità è condizione di vita radicata nella cultura”; “Fatti processare buffone, rispetta la dignità degli italiani o farai la fine di Ceausescu o di don Rodrigo non è un insulto a Berlusconi ma un’utile critica sociale”; è invece insulto, e quindi la condanna è stata confermata, per il contadino che aveva dato del maiale al vicino di casa per via dei suoi frequenti e rumorosi rutti.
Nella Babele odierna delle lingue tocca ahimé ricostruire l’alfabeto. Non c’è Collins che tenga.

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L’istante donato

Milano, giugno. C’è questo raggio di sole che intorno alle sette e trenta del mattino, ma solo nei giorni del solstizio d’estate, entra dalla finestra della mia camera, affacciata su un cortile altrimenti sempre ombroso. La sera lascio spalancate le imposte, perché al mattino il mio raggio non trovi ostacoli. Mi piace svegliarmi nell’aura del sole che, scavalcato il tetto del palazzo accanto, penetra nella stanza, svelando nell’aria il fluttuare di un pulviscolo d’oro. Apro gli occhi, e li richiudo. Attraverso le palpebre vedo ancora la luce, color arancio. Il giovane raggio del mattino già mi scalda le guance. Mi ci crogiolo, come fanno i gatti, che fedelmente sul balcone lo aspettano, e ci si rotolano dentro.

Forse davvero, mi dico riemergendo dai sogni, quasi sempre cupi, il segreto è nell’istante. È nel riconoscere nell’attimo presente ciò che ti viene donato, e senza una ragione, gratuitamente. Come questo mattino di giovane estate e questo sole chiaro. E le facce dei figli che vengono a salutarmi prima di uscire. Anche questi tre, mi dico, li avrei forse potuti immaginare?

Quando ero adolescente dicevo che non capivo cosa fosse l’istinto materno. I bambini non mi interessavano. L’idea di averne uno che mi aspettasse e avesse bisogno di me, mi terrorizzava. Non volevo che nessuno avesse bisogno di me. Non volevo essere di nessuno.

pensa invece – mi dico, gli occhi chiusi, nel mio raggio – quanto me ne sono scoperto, di quell’istinto che avevo negato. Qui dentro, sorrido fra me, oltre ai figli, e al marito, anche i gatti, e il cane che ho raccattato, cucciolo, al sud, paiono convinti che io sia la loro mamma. Quando c’è un temporale e i tuoni e i lampi, i gatti e il cane mi si rifugiano accanto, come facevano i figli, da bambini. E la loro innocenza mi incanta.

Il Papa nella Laudato si’ dice che ogni creatura vivente, col suo essere, dà lode a Dio. Questo gatto rosso, per esempio, trovato davanti a una stalla, in montagna. So che c’è gente che direbbe con sufficienza: è solo un gatto. Ma sapete quale meraviglia sono le zampe di un gatto, elastiche e potenti come molle, e le sue vibrisse, che tastano le cose senza nemmeno toccarle? Quanti terminali nervosi ci sono nel naso di un gatto, e quanti segnali a noi impercettibili decodificano? A una carezza il gatto prorompe in sonore fusa – che è il verso di gioia che fanno da cuccioli, quando la mamma li allatta. Sorrido ancora. Sì, il segreto è nell’istante, in quella scheggia di secondo in cui, prima di ogni altro pensiero, vedi che tutto, intorno a te, è un miracolo.

Un piccolissimo libro di Giussani parlava di questo: l’“istante consistente”, lo chiamava. Io, giovane, non capivo cos’era questo istante, però l’idea mi affascinava, e leggevo e rileggevo tanto quel libro che il primo figlio, a due anni, lo fece a pezzi con le forbici, geloso. È ancora in libreria, tutto tagliato. Ma ora, mi sono detta stamane, forse finalmente ho capito. Forse ho trovato quell’istante in cui ti colma, per un momento, una pienezza che non ti appartiene.

Foto finestra da Shutterstock

Leggi di Più: Marina Corradi: l’istante consistente di Giussani | Tempi.it

Cuore sede dell’impeto originale della persona

Giuseppe Frangi

venerdì 3 luglio 2015

«Un raro caso di pensiero cattolico fuori dal ghetto». «Quello di Giussani è un “itinerario moderno”, un percorso cristiano che è stato in grado di sottrarsi all’alternativa che ha segnato il pensiero cattolico dopo il Concilio Vaticano II: quello tra modernismo e reazione conservatrice». Sono due affermazioni tratte dall’introduzione di Massimo Borghesi al suo nuovo libro sul pensiero di don Giussani. È la prima volta che il pensiero di questa grande figura viene esplorato con uno sguardo complessivo, seguendone tutto il percorso storico. Il pensiero di Giussani non è infatti un pensiero “chiuso”, ma “sente” la storia e si sviluppa intercettandone tutte le fibrillazioni.

“Fuori dal ghetto” e “itinerario moderno”: due indicazioni che immediatamente tracciano l’orizzonte. Che annunciano la larghezza della prospettiva di don Giussani e la sua libertà.

Ovviamente siamo di fronte ad un libro complesso, profondo, che per essere affrontato avrebbe bisogno di maggior conoscenza delle grandi questioni messe su un tavolo e di uno spazio anche psicologico diversi da quello di una recensione. Tuttavia il pensiero di Giussani è un pensiero che si nutre sempre di immaginazione (ad un certo punto Borghesi giustamente dice che nel modo con cui ri-narra gli episodi chiave del vangelo, Giussani è come un “regista”: rivede e fa rivedere quegli episodi come un film). Per questo nella forza razionale del suo procedere, lascia sempre lo spazio per suggestioni impreviste, a volte con soluzioni lessicali di una commozione indimenticabile. È la natura del pensiero di Giussani a renderlo così affascinante: perché come scrive Borghesi, è un pensiero che «ha a che fare con il modo con cui percepiva l’esistenza di Dio come sua presenza reale, storica, come un fatto “presente”» («Le stesse parole del Vangelo e della Tradizione le leggevo in modo nuovo. Io “capivo”, ed altri con me, che Cristo era lì presente», don Giussani, 2000).

È un pensiero che si nutre continuamente di rapporti. Che si sviluppa mettendosi in relazione. Tra le tante relazioni documentate nel libro due, apparentemente agli antipodi, sono estremamente emblematiche. Quella con Montini e quella con Pasolini. La prima è documentata da Borghesi ricostruendo quel cammino che portò nel 1957 tutt’e due a mettere a tema la questione del “senso religioso”. Montini lo fece con la lettera pastorale quaresimale di quell’anno, spiazzando tutti per aver scansato i consueti temi di ordine morale; Giussani è il primo cogliere la provocazione di Montini con un documento pubblicato a dicembre. Cosa muoveva questi due grandi cattolici lombardi? La percezione coraggiosamente realistica (e drammatica) di una fede chiusa nel guscio protettivo del formalismo della tradizione e incapace di reggere all’urto del laicismo borghese e dell’ateismo marxista. Montini non contrasta la modernità opponendo diverse categorie morali, ma la prende alle spalle, riproponendo un dato di natura, quello «dell’inclinazione dell’uomo verso il suo principio e verso il suo ultimo destino».

La natura umana è “capax Dei”. Scrive Borghesi che Montini evidenziando questa dimensione religiosa strutturale «delineava… il terreno di un confronto “positivo” con la società e la cultura moderna». È interessante notare come Montini e Giussani convergano, anche dal punto di vista lessicale, sulla categoria di “cuore” «come sede dell’impeto originale della persona». È il cuore dell’uomo che, secondo tutt’e due, cerca e domanda una “corrispondenza” (altra parola a cui ricorrono entrambi) con le attese originali di totalità. Ed è il cuore che rende inquieto l’io, quando questa corrispondenza non si palesa.

Inquieto era ad esempio il cuore dell’altro personaggio cui facevo cenno, Pier Paolo Pasolini. C’è qualcosa di grandioso nel modo con Giussani immagina questo rapporto che nella realtà fu purtroppo un rapporto inattuato. Partendo da una condivisione di giudizio umano e storico sulla situazione dell’Italia e della chiesa, Giussani fa un salto logico assolutamente intuitivo. Confidò infatti a Lucio Brunelli, dopo aver letto l’editoriale Potere senza volto, uscito sul Corriere della Sera il 24 giugno 1974, che Pasolini era «l’unico intellettuale cattolico italiano, l’unico…». Giudizio che, destinato a un omosessuale e non frequentante, rende l’idea di quanto fosse anti-schematico il pensiero di Giussani. Un pensiero che non rinuncia neanche in questo caso ad essere immaginativo. Parlando di Pasolini nel 1987, ne traccia una parabola che dall’esperienza di cattolicesimo vissuto grazie alla fede di sua madre, sperimentò poi un distacco… «Ma lentamente», immagina Giussani, «nella sua vita, si è sentito riecheggiare quello che diceva sua madre sulla vita, sulla verità, sulla strada da battere. Se avesse incontrato uno con la nostra passione, se fosse venuto ad un gesto della nostra comunità, Pasolini avrebbe pianto». Il pensiero di Giussani è un pensiero aperto, vivo, che a volte si vena, come in questo caso, di struggimento davanti al mistero drammatico di un incontro mancato.


Massimo Borghesi, “Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno”, Edizioni di Pagina, Bari 2015.

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La realtà come avventura del senso

Redazione

domenica 28 giugno 2015

Cosa sarebbe successo se quella sera di circa quarant’anni fa, in aeroporto a Milano, don Luigi Giussani avesse rotto ogni indugio e si fosse avvicinato a Pier Paolo Pasolini per conoscerlo? Sappiamo solo che il fondatore di Cl si pentì di quella esitazione e che gli stava scrivendo una lettera quando l’intellettuale, scrittore e regista friulano sarà trovato morto sul litorale romano a inizio autunno del 1975. Non è dato di immaginare cosa sarebbe successo, ovviamente. Una cosa però è certa, secondo il poeta e intellettuale Davide Rondoni: il rapporto tra i due è più che mai significativo per l’uomo di oggi, e la sua valenza deve ancora essere adeguatamente scoperta e condivisa su larga scala. Questo è ciò che ha iniziato a fare Rondoni nella sua lezione all’annuale appuntamento di Conversazioni a Milano, la Summer School organizzata da Fondazione Ceur e Fondazione per la Sussidiarietà, dal titolo “Realismo, Educazione, Futuro. Cose urgenti per l’Italia”. Cosa c’è di tanto urgente per l’Italia che i due autori, pur diversissimi, hanno in comune? Sappiamo che la crisi epocale dell’uomo di oggi non è meramente economica, e infatti la indichiamo con parole come smarrimento e incertezza, quando non solitudine e angoscia. Giussani e Pasolini erano arrivati alla stessa conclusione: l’uomo ha perso di vista la sua realtà di uomo, è affetto da una debolezza di autocoscienza e di energia affettiva che gli impedisce un rapporto utile con la realtà. In altre parole, è come se il dialogo tra quello che la vita, la realtà gli offre e i suoi desideri profondi si fosse interrotto. La realtà non parla davvero e l’uomo non è più capace di ascoltarla. Non è un caso quindi che la sfida culturale lanciata dai due sia incentrata proprio sulla parola “realismo”. C’è un cambiamento epocale avvenuto negli anni in cui Giussani e Pasolini portano avanti la loro azione educativa: il superamento della civiltà contadina. “C’è più differenza tra me e mio nonno che tra mio nonno e un uomo di mille anni fa”, osserva efficacemente Rondoni. E c’è anche una trasformazione esistenziale e spirituale all’origine della crisi: ad un certo punto l’uomo ha pensato di non dover più essere salvato, di avere dentro di sé un nucleo “a posto”, che deve solo saper tirare fuori per arrivare al compimento. Da qui s’interrompe la relazione tra l’uomo e il mondo, che rimangono due realtà separate; il loro rapporto, con queste premesse, non serve più. Ed è proprio contro questo punto che i due si scagliano. E’ importante notare che non si tratta di un’invettiva morale quella che mettono in campo. Giussani — con grande plauso di alcuni e grandi critiche di altri — non si focalizzò mai sull’aspetto morale, ma si attestò sempre su un piano più profondo, originario: quello che riguarda la natura della persona. In una parola: un essere umano è fatto in modo tale che può davvero fare esperienza della realtà? Il contributo che entrambi danno, utile a guardare correttamente il problema dell’assetto dell’uomo di fronte al reale — ha detto Rondoni — “ha a che fare con la natura dell’io”. Giussani parlando di sé, disse: “Mi accorgo che la mia origine è come un seme di un potente dinamismo che non mi lascia tregua e mi spinge verso un termine ignoto…”. Pasolini parlò di se stesso come di un urlo: “è certo che qualunque cosa questo mio urlo voglia significare, esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine. Una definizione di me stesso? E’ come domandare una definizione dell’infinito… E’ impossibile definirmi”. Entrambi, più che speculando vivendo intensamente, hanno creduto nell’esperienza, nella realtà come ambito in cui poter intraprendere l’avventura del senso. La realtà corrisponde, non necessariamente perché piace ma perché è leggibile. E invita a un oltre. L’io non è già pre-salvato, ma ha bisogno di inoltrarsi in questo rapporto con la realtà. Ed è l’esperienza come rapporto ricco, profondo con il mondo, che è il sacro, ciò che Rondoni ritiene essere stata la vera pietra di scandalo che Pasolini rappresentò, non tanto il suo attacco al potere costituito (non l’avrebbero ospitato sulla prima pagina del Corriere della Sera, osserva), nonostante il suo attacco alla società capitalista sia stato spietato. Pasolini è stato il primo, ad esempio, a rendersi conto delle conseguenze socio-economiche della crisi antropologica, del fatto che si fosse intrapresa una strada pericolosa, quella dello sviluppo senza progresso, di una vita ridotta a merce. E di uomo ammalato dentro, colpito da una strana debolezza che, come le radiazioni di Chernobyl menzionate da Giussani, ha messo a dura prova la sua libertà, la sua energia di adesione alla realtà. Chissà cosa c’entra questo con l’esperienza del “carnale irraggiungibile” di cui patì Pasolini, con la sua lucida ma “disperata vitalità” fatta di tratti personali specifici, unici, contingenti, che riguardavano solo l’uomo Pier Paolo Pasolini. (Silvia Becciu) 

La nostalgia di essere figlio

Fernando De Haro

martedì 24 marzo 2015

Era sulle rive di un affluente del Po, il Ticino, un fiume che va dalla Svizzera all’Italia settentrionale: è sorprendente che qualcosa che è accaduto 35 anni fa – un’età geologica per come concepiamo ora il tempo – in un luogo lontano sia in realtà così attuale rispetto a quel che accade in Spagna. 

Allora l’Europa era ancora divisa, il furore ideologico della contestazione era ancora caldo. Ora invece è tutto liquido, non esiste un centro. Eppure quella conversazione (pubblicata con il titolo “Il senso della nascita”) svoltasi sulle rive del Ticino tra il drammaturgo Testori e il sacerdote Giussani può fornire indizi per comprendere questa nuova epoca priva di punti di riferimento, orfana di qualcosa di solido. Forse i due protagonisti già vedevano il principio di quello che sarebbe accaduto.

Testori, omosessuale, era una di quelle menti brillanti che come Pasolini aveva notato il genocidio antropologico subito dalla seconda generazione nata dopo la guerra. Laico, dotato di una straordinaria sensibilità, parla con un Giussani che condivide con lo scrittore un acutissimo sguardo pieno di speranza sulla vibrazione essenziale che definisce il tempo presente.

Testori osserva che la società prima ha indotto i giovani – e anche gli adulti – a perdere la percezione di essere amati e poi non ha offerto loro che “prigioni”. Manca il senso di essere stati generati, di nascere come figli – dice Giussani – e da qui scaturisce un lamento per una presenza che non hanno, che non abbiamo. Testori aggiunge che un uomo non si uccide per un’assenza, ma per una nostalgia: la nostalgia di essere figlio.

Ci siamo comportati, dicono entrambi, come se questa nostalgia non ci fosse. Una dimenticanza obbligata in Spagna, dato che questo desiderio è stato accusato di aver generato una sanguinosa guerra civile e un secolo scuro, il XIX. Ignacio Carbajosa alcuni mesi fa, in un articolo su ABC, ha spiegato che noi spagnoli, per una sorta di autocensura, ci siamo imposti un limite nelle relazioni pubbliche: possiamo parlare di ciò che ci accomuna, di quel che è “naturale”, sempre che questo non porti a una domanda religiosa.

Nonostante tutto, però, e forse questa è la grande novità, oggi in Spagna si comincia a riconoscere quella che Testori chiamava la fatica che comporta il dimenticarci che siamo amati. Il drammaturgo spiegava che ci sono negazioni che sono piene di desiderio. E non è difficile trovarle sui media. Alcuni giorni fa Leila Guerrero, una degli editorialisti più anticlericali de El Pais, ha scritto un articolo sulla salvezza, sostenendo che una persona non può salvarne un’altra: la gente si salva da sola. Parole a cui Testori, dal Ticino, in qualche modo replicava spiegando che il momento in cui si avverte un’assenza è forse quello in cui si può scoprire con maggior forza la presenza che abbiamo lasciato sparire.

La stessa Leila qualche giorno dopo aveva spiegato come aveva conosciuto il mare: “Si aprì la porta e in mezzo alla luce del crepuscolo apparve mio padre: il primo di tutti noi (mio fratello, mia madre, mio nonno e io) ad aver visto il mare. Corsi dal lui, lo abbracciai e gli chiesi: ‘Com’è? Com’è?’. Lui non mi rispose, alzò solamente la mano e la avvicinò alla mia testa e mi disse: ‘Ascolta’, appoggiando una grande conchiglia bianca al mio orecchio. E io ascoltai. Passarono molti anni prima che potessi vedere il mare, ma per tutto quel tempo avevo avuto qualcosa di meglio: avevo avuto mio padre che mi raccontava com’era. A volte la gente chiede perché uno scrive e io penso che sia per cose come queste”.

La nostalgia del figlio è evidente nella nuova letteratura, tanto che alcuni critici parlano già di un nuovo paradigma. Nelle opere dello scrittore José Mateos ciò è evidente. In una delle sue raccolte di racconti (dal titolo significativo “Storie di un Dio decadente”) uno dei suoi personaggi confessa: “Ho posseduto quasi tutto quello si potrebbe desiderare. Ma è curioso quando mi guardo indietro e mi chiedo cosa ho fatto della mia vita e qual è stato il suo significato: non mi ricordo degli anni di università, né delle città che ho visitato e fotografato, ma di quei giorni orribili in cui mi sentivo così piena, così al culmine di me stessa accanto al letto in cui mamma stava morendo”. Un altro dei personaggi, un terrorista che si chiede se ci sarà la resurrezione poco prima di essere ucciso da un compagno, “aveva l’impressione che quel vento, che gli scompigliava i capelli, avesse compassione di lui”. Maternità e compassione.

In uno dei romanzi di gran moda in questi ultimi mesi, “Intemperie” di Jesus Carrasco, l’esperienza della filiazione la fa da padrona. Un bambino è protetto da un capraio che dà la vita per salvarlo e il protagonista si chiede: “Perché si era mosso in suo aiuto?”. Questa condizione, quella di sapersi figlio, è anche quella che permette a Felipe Díaz Carrión, il protagonista di “Occhi che non vedono” (un capolavoro nel descrivere la tragedia dell’Eta), il romanzo di Ángel González Sainz, di non cedere al nulla che sembra così allettante.

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Un amico che ama il mio destino, per questo lo seguo

È oggi con noi il sacerdote spagnolo Julián Carrón, attuale presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ad appena due giorni da un indimenticabile incontro con papa Francesco in Piazza San Pietro, presenti oltre 80.000 membri di questo movimento giunti da tutto il mondo.

Il Papa ha chiesto ai membri del movimento di essere le mani, i piedi, le braccia, la mente e il cuore di una Chiesa in uscita. Come pensa che questa richiesta del Papa possa tradursi nella vita quotidiana del movimento?
Fondamentalmente in continuità con quello che è il Dna del movimento stesso. Il movimento è nato proprio nelle periferie, in ambienti come la scuola, l’università, i luoghi di lavoro, rispondendo a tanti bisogni che vediamo nei quartieri: persone senza lavoro, che non arrivano alla fine del mese, che sono in cerca di una speranza, che hanno bisogno di trovare un senso della vita, gli immigrati… Tutto ciò fa già parte del nostro modo di stare nella realtà e di vivere ciò che ci è accaduto. Perciò in questa ulteriore indicazione del Papa recepiamo uno stimolo a vivere quello che già siamo e viviamo, ma con una maggiore consapevolezza.

Che differenza c’è tra il mantenere viva la freschezza e la vitalità del carisma, ora che don Giussani non è più presente, e pietrificarlo, come ammoniva sabato il Papa? Come sente questa sua responsabilità?
Mi sembra che questa sia la responsabilità propria di ogni cristiano per il quale l’avvenimento di Cristo non si riduca a qualcosa che appartiene al passato, ma sia un fatto presente che determina la vita. Ce lo dice l’esperienza umana. Una cosa è innamorarsi di una persona come un fatto presente, che ben sappiamo in che misura determina la vita, rendendola piena di una presenza così presente da farci traboccare di gioia e di letizia; ma sappiamo bene che cosa accade quando tutto questo si riduce semplicemente a un ricordo, si pietrifica, o si converte in qualcosa di arido, senza la novità, la freschezza dell’inizio. E questo accade anche con il cristianesimo. Se il cristianesimo è solo un ricordo del passato e non un avvenimento presente, ultimamente non interesserà; non sarà in grado di attrarre il cuore, di afferrarlo con tutta la sua umanità, e quindi il cristianesimo non interesserà. Siamo andati a Roma proprio con il desiderio di chiedere questo, perché siamo consapevoli che non ce lo possiamo dare da soli. Così come è stato un dono l’averlo ricevuto attraverso il carisma di don Giussani, dobbiamo chiederlo, come lui ci ha insegnato a chiederlo, perché questo dono che abbiamo ricevuto sia sempre quel fuoco di cui ci ha parlato il Papa.

Quelli che conoscono meno la realtà di CL potrebbero pensare che si tratti di un fenomeno tipicamente italiano, anche se il fatto che lei sia qui già appare come una smentita, così come lo è quella piazza in cui vi erano persone di ogni continente; le chiederei allora di fare un piccolo zoom, di tracciare un piccolo atlante della presenza di CL nel mondo.
Il movimento è cresciuto considerevolmente negli ultimi anni, toccando ottanta Paesi, ovviamente con presenze diverse anche numericamente tra un Paese e l’altro. In alcuni è una realtà iniziale, in altri una presenza più consolidata. Indipendentemente dai numeri, che dipenderanno da come il Signore vorrà usare di questa grazia che ci ha dato, quello che ci interessa è la verifica di quello che abbiamo ricevuto, cioè che quando uno vive il cristianesimo, come ci ha insegnato don Giussani, negli elementi più essenziali, più elementari della fede, può incontrare il cuore di qualunque uomo, in qualunque continente, in qualunque cultura, in qualunque situazione in cui sia chiamato a vivere la vita. E questo per noi è una sorpresa continua. Sabato in piazza c’erano persone che venivano dalla Cina, dalla Nuova Zelanda, dagli Stati Uniti, dall’America Latina o dalla Russia. E questo dice che il cuore dell’uomo, di ogni uomo a qualsiasi latitudine, attende un incontro che possa dargli il gusto di vivere.

Papa Francesco ha detto che la morale cristiana non è uno sforzo titanico per essere coerenti con una serie di principi, ma la risposta commossa dell’uomo alla misericordia imprevedibile di Dio. Ho la sensazione che questo sia un punto che oggi in alcuni ambiti ecclesiali è scottante, fa discutere, e certamente mostra una sintonia particolare con la percezione che aveva don Giussani.
Siamo i primi a essere profondamente commossi per il fatto che qualcosa che don Giussani ci diceva molti anni fa, e che ci ha sorpreso quando lo abbiamo udito la prima volta sino al punto da commuoverci perché ci siamo sentiti abbracciati nella nostra umanità e nel nostro peccato, sia detta oggi dal Papa a tutta la Chiesa. E questo ci dice una cosa fondamentale per capire il cristianesimo: che il cristianesimo può essere ridotto, come hanno già sottolineato i pontefici precedenti, a cominciare da Giovanni Paolo I, poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a un’etica. Don Giussani ci ricordava sempre la famosa affermazione di Giovanni Paolo I, secondo cui la Chiesa nel tentativo di presentarsi moderna ha trasformato lo stupore dell’inizio in una serie di regole, nello sforzo titanico dell’uomo. Su questo hanno insistito in tante occasioni Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: quando il cristianesimo si riduce solo a questo, perde la sua vera natura di avvenimento che cambia la vita. Sabato il Papa ha citato la famosa scena della Vocazione di Matteo dipinta da Caravaggio, nella quale lo stesso Matteo, un peccatore per il mestiere stesso che faceva, l’esattore delle imposte, è pieno dello stupore nel sentirsi chiamato, proprio lui, da Gesù che conosceva tutto il suo male. Posso immaginare quello che è accaduto sabato in piazza in alcuni detenuti nelle carceri italiane che hanno avuto occasione di incontrare il movimento, che cosa avranno provato quando il Papa li ha abbracciati. È l’esperienza di Matteo, come di ogni peccatore della storia davanti a Cristo, come di ognuno di noi. Per questo l’esperienza che si porta a casa, che conserva negli occhi e in ogni fibra del proprio essere, chi ha partecipato a un gesto come quello che abbiamo vissuto sabato in Piazza San Pietro, è questo abbraccio pieno di tenerezza, della misericordia di Cristo che ci ha raggiunto un’altra volta attraverso papa Francesco.

http://www.tracce.it/default.asp?id=302&id_n=46614

CL dal Papa

Discorso di papa Francesco all’Udienza con il movimento di Comunione e Liberazione. Piazza San Pietro, 7 marzo 2015

Francesco www.vatican.va

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Do il benvenuto a tutti voi e vi ringrazio per il vostro affetto caloroso! Rivolgo il mio cordiale saluto ai Cardinali e ai Vescovi. Saluto Don Julián Carrón, Presidente della vostra Fraternità, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti; e La ringrazio anche, Don Julián, per quella bella lettera che Lei ha scritto a tutti, invitandoli a venire. Grazie tante!

Il mio primo pensiero va al vostro Fondatore, Mons. Luigi Giussani, ricordando il decimo anniversario della sua nascita al Cielo. Sono riconoscente a Don Giussani per varie ragioni. La prima, più personale, è il bene che quest’uomo ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. L’altra ragione è che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà. Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita.

Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui… O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.

E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio. Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.

Oggi voi ricordate anche i sessant’anni dell’inizio del vostro Movimento, «nato nella Chiesa – come vi disse Benedetto XVI –non da una volontà organizzativa della Gerarchia, ma originato da un incontro rinnovato con Cristo e così, possiamo dire, da un impulso derivante ultimamente dallo Spirito Santo» ((Discorso al pellegrinaggio di Comunione e Liberazione, 24 marzo 2007: Insegnamenti III, 1 [2007], 557).

Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore! Per questo, quando Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla dei carismi, di questa realtà così bella della Chiesa, del Corpo Mistico, termina parlando dell’amore, cioè di quello che viene da Dio, ciò che è proprio di Dio, e che ci permette di imitarlo. Non dimenticatevi mai di questo, di essere decentrati!

E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!

Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.

“Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG.

Cari amici, vorrei finire con due citazioni molto significative di Don Giussani, una degli inizi e una della fine della sua vita.

La prima: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo» ((Porta la speranza. Primi scritti(, Genova 1967, 119). Questa sarà intorno al 1967.

La seconda del 2004: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» ((Lettera a Giovanni Paolo II(, 26 gennaio 2004, in occasione dei 50 anni di Comunione e Liberazione).

Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Grazie.

http://it.clonline.org/default.asp?id=743&id_n=21361