Con gli occhi fissi sulle cose

Valerio Capasa

lunedì 3 novembre 2014

La poesia interessa soltanto a chi ha qualcosa di più interessante della poesia: la vita, le cose.

Di Sherwood Anderson Pavese osservava che «nessuno è più lontano dalla letteratura e più vivente di lui, nessuno più innamorato delle cose e del mondo, in un modo ch’è quasi sensuale. Giunge al punto di dire, quest’uomo, che per far lo scrittore è anche bene leggere libri». Sì, perché la scrittura non nasce dalla lettura (come nel retorico suggerimento di tanti insegnanti: “per imparare a scrivere bisogna leggere”) ma dalla realtà (il che chiede di spostare lo sguardo dai libri al mondo).

Quando il postino interpretato da Massimo Troisi chiede a Pablo Neruda come si diventa poeti, si sente rispondere: «Prova a camminare lentamente sulla riva fino alla baia, guardando attorno a te». Guardare è l’origine: se non guardi, non hai nulla da dire. Pavese lo notava a proposito di Leopardi:

«Dev’essere importante che un giovanotto sempre intento a studiare, a voltar pagine, a cavarsi gli occhi, facesse la sua grande poesia sui momenti in cui usciva al balcone o sotto il cespuglio o sul rialto o in verde zolla. (Silvia, Infinito, Vita solitaria, Ricordanze). La poesia nasce non dall’our life’s work, dalla normalità delle nostre occupazioni, ma dagli istanti in cui leviamo il capo e scopriamo con stupore la vita. (Anche la normalità diventa poesia quando si fa contemplazione, cioè cessa di essere normalità e diventa prodigio)».

Clamorosa, nella sua semplicità disarmante, la pagina proprio di Sherwood Anderson sul «materiale del mestiere di un narratore»:

«Si è andati a passeggio per strada e si è vissuto intensamente. Che storie raccontano le facce nelle strade! Come sono significative le facce delle case! I muri delle case son spazzati via dalla forza dell’immaginazione e si vede e si sente tutta la vita all’interno. Che universale rivelazione di segreti! Tutto è sentito, tutto è conosciuto. Si cessa di esser consci della vita fisica del proprio corpo. La vita esterna è tutto, ogni cosa».

Andare a passeggio per strada sappiamo farlo tutti, ma è quell’intensità che abbiamo bisogno di reimparare. Sia io che Anderson giriamo per strada, ma la vera differenza non sta nella sua capacità di scrivere, quanto nella sua capacità di guardare le facce fino a coglierne la storia. Perché chi scrive, più che raccontare, cerca di afferrare quello che le cose e le persone raccontano. «Da dove la prendi la musica?» chiede, nella Leggenda del pianista sull’oceano, il trombettista al pianista. E lui lo invita a guardare le persone che affollano la nave: «Sapeva leggere Novecento: non i libri (quelli sono buoni tutti). Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia, tutta scritta addosso».

Leggere un libro, per questo, vuol dire leggere ciò che sta fuori dal libro: risalire dalle parole ai fatti. Perché raccontare — questa volta Pavese lo dice di Calvino — vuol dire «trasformare dei fatti in parole», cioè «mettere nelle parole tutta la vita che si respira a questo mondo». Infatti Anderson continua così:

«Datemi la penna o la matita e la carta, e vi farò sentire questo che sento ora – ah, proprio quel ragazzo là e che cos’ha nell’anima mentre corre ad affacciarsi alla finestra della casa vicina, sul far della sera; proprio cosa sta pensando quella donna mentre siede nella veranda di quell’altra casa tenendo in braccio il bambino; proprio le cupe cose celate nell’anima di quell’operaio che va a casa sotto quegli alberi. Sta invecchiando ed è nato Americano. Perché non si è fatto strada nel mondo e non è diventato padrone o almeno direttore di una fabbrica, e non possiede un’automobile?

Sono tornato di corsa a casa in camera mia, e ho acceso la luce. Le parole s’affollano. […] Mentre camminavo per la strada mi venivano tante parole, già tutte schierate! Ve lo dico io: le parole hanno colore, hanno odore; a volte si possono sentire con le dita come si tocca la guancia di un bimbo.

Non c’è ragione che non sia stato capace, mediante queste piccole parole, che non sia stato capace di darvi l’odore stesso della stradicciuola in cui ho camminato ora, di farvi sentire proprio il modo in cui la luce serale cadeva sulle facce delle case e della gente: la mezzaluna attraverso i rami di quel vecchio ciliegio tutto morto tranne un ramo vivo, il ramo che toccava la finestra in cui il ragazzo stava col piede sollevato, allacciandosi una scarpa. E c’era il cane che dormiva nella polvere della strada ed emetteva piccoli lamenti tra i sogni, e la ragazza in una strada vicina che imparava ad andare in bicicletta. Non si poteva vederla, ma dei suoi fratellini ridevano forte ogni volta che cadeva sul selciato.

La «fede nelle parole» è propria di chi ha fede nelle cose, cioè di chi vuole imparare a guardare. Per questo legge, per questo scrive: «je veux êter poète, et je travaille à me rendre Voyant» disse Rimbaud. Con gli occhi fissi sulle cose, perché i poeti non aprono piacevoli parentesi rispetto alla realtà ma ci affondano il coltello dello sguardo (io sono convinto che Omero non fosse cieco, ma ci vedesse benissimo).

Non vorrei mai che una debolezza dello sguardo frenasse lo stupore per le cose, come quando — ha ragione Pascoli — «a volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, si chiudono a sognare e a cercare lontano. Ma pur nelle cose vicine era quello che cercavano, e non avervelo trovato, fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi».

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/11/3/LETTURE-Pavese-e-il-Postino-se-non-guardi-non-hai-nulla-da-dire-/print/550220/

Più in là

Primo Soldi

sabato 1 novembre 2014

Nelle nostre case mettiamo in bella evidenza il ritratto dei nostri cari defunti; non passiamo mai con indifferenza di fronte ai loro volti, ci rechiamo a pregare davanti alle loro tombe o alle loro ceneri, li onoriamo con i fiori. Anche chi non crede, davanti al mistero della morte sente nella coscienza una voce che gli dice: “Più in là” vai oltre l’apparenza. È proprio “un ermo colle” su cui bisogna incamminarsi, superando la siepe dell’ateismo pratico che da tanta parte esclude lo sguardo dell’ultimo orizzonte.

Questi due giorni sacri, misteriosi, invitano non a mascherarsi, bensì a buttare giù dal volto la maschera dell’ipocrisia e della presunzione, a fermarsi, ad ammirare “interminati spazi” di là da quella siepe del materialismo che tutti soffoca e condiziona. Di fronte al numero incalcolabile dei santi, a questi protagonisti della vita della Chiesa del mondo restiamo in un sovrumano silenzio.

Camminando poi per i sentieri dei nostri cimiteri è inevitabile chiedersi: Dove sono i miei cari ora? E io che cosa faccio qui al mondo, che senso ha la mia vita? Che cosa conosco di tutto ciò che conosco? “Come il vento odo stormir tra queste piante, io quell’infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno”. La realtà di questi giorni, come suggerisce la stupenda poesia di Leopardi, ci scuote dal nostro solito torpore, e come una frustata di vento  risuonano queste parole: “Quale grande amore ci ha dato il padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente…. Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è” (1Gv. 3, 1-3).

E allora mi sento accompagnare sul colle dell’eterno da una moltitudine di amici che vengono dalla grande tribolazione del mondo, da tutte le regioni del mondo, da tutte le razze, di tutte le età; la Chiesa li indica solennemente come uomini e donne da indicare nella loro umanità, a loro ha dedicato templi, santuari, basiliche. “Si isti et istae cur non ego?” si chiedeva Sant’Agostino. “Isti sunt agni novelli… repleti sunt charitate”, canta un bellissimo inno della liturgia.

Non li incontri solo nelle chiese, ma vivono accanto a te, in metropolitana, sui banchi della scuola, in carcere detenuti per blasfemia come Asia Bibi, sotto le tende dei campi profughi. Quella voce grida: “Beati, beati, beati… grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Basta averne incontrato uno di questi santi e non lo lasci più, lo segui.

La vita allora è uno splendido cammino come quello che la Chiesa ti indica nel giorno dei santi, in questa età barbarica che avanza per l’oscuramento della percezione del nostro io. Solo l’avvenimento di Cristo rende consistente il nostro io nei suoi fattori costitutivi: il bisogno di una pace che trovi solo nella preghiera, e nella appartenenza a Cristo. Siamo su una strada bella, ed è più bello percorrerla insieme a tanti nostri amici. Questi giorni ci danno una grande gioia e una grande speranza. Ci fanno guardare all’ultimo orizzonte della vita, là dove ogni giorno tutto rinasce dall’amore di Dio per noi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/11/1/Dove-sono-i-miei-cari-ora-/548591/

Quella speranza che solo un’amicizia può dare

Paolo Vites

lunedì 27 ottobre 2014

Reyhaneh Jabbari era una bella ragazza iraniana di 27 anni, il fisico un po’ appesantito e provato dai lunghi anni passati nel braccio della morte. Brittany Maynard è una bella ragazza americana di 29 anni, anche lei il fisico un po’ appesantito dalle cure per il tumore che l’ha colpita al cervello.

Reyhaneh Jabbari è stata impiccata all’alba di qualche giorno fa, Brittany Maynard si toglierà la vita il prossimo 1° novembre, il giorno dopo il compleanno del marito. Reyhaneh Jabbari voleva vivere e non glie l’hanno permesso, Brittany Maynard non vuole più vivere e ha deciso di darsi il permesso di morire.

Se oggi c’è una differenza tra terzo mondo — ma esiste davvero ancora? — e mondo ricco — anche questo esiste ancora? — è quella tra chi la vita se la vede togliere per volontà di altri e chi la vita può permettersi il lusso di togliersela da solo.

Si dirà: Brittany è una malata terminale e sta compiendo una scelta dignitosa, quella di porre fine alla sua esistenza prima che la malattia la devasti nel dolore fisico e mentale. Si dirà anche che i contorni giudiziari del caso che ha coinvolto Reyhaneh Jabbari non sono chiari: omicidio premeditato, il coltello con cui ha ucciso l’uomo l’aveva comprato il giorno prima, c’era una terza persona coinvolta nell’uccisione e quant’altro. Non è così semplice ovviamente: la donna sosteneva invece di essere stata oggetto di tentativo di stupro e l’uomo ucciso apparteneva ai servizi segreti iraniani, dunque, visto il clima che si respira in quel paese, un intoccabile, un essere superiore, e chi ha l’ardire di toccarne uno va punito.

Ma c’è una costante nelle due storie, che è quella della morte, data e voluta. Perché la morte è la costante in questo mondo del terzo millennio che ci troviamo a vivere. Una morte cattiva, tracimante, un ghigno fastidioso che emerge da ogni notiziario: chi ad esempio ridarà una vita e una speranza alle oltre duecento ragazzine rapite in Nigeria nel momento più bello della loro vita, quello della scuola?

In America e in Europa invece ci siamo dati un lusso, quello di toglierci la vita quando essa ci sembra diventata insopportabile. Ci sembra, perché la vita in realtà non è mai insopportabile, anche nelle situazioni più estreme. Di fatto oggi in quelle che una volta erano le ricche e opulente società avanzate la vita è insopportabile, malattie a parte. C’è una disperazione silenziosa  e strisciante che si sta impossessando di ognuno di noi.

“Dopo un’operazione e un ciclo di cure, in aprile i medici le hanno detto che il cancro era tornato più aggressivo di prima, e le restavano solo sei mesi di vita, da trascorrere tra atroci dolori. Brittany ha effettuato delle ricerche, scoprendo che non esiste un trattamento in grado di salvarle la vita, mentre con le cure prescritte dai medici le sue capacità intellettive sarebbero decadute inesorabilmente” si legge in giro.

E’ un modo di riportare una notizia evidentemente tendenzioso che nega ogni possibilità. Ecco dove sta la morte, in questo modo di riportare fatti e realtà. A senso unico tanto da togliere voglia di vivere a chiunque.

Nei giorni scorsi un seminarista americano ha scritto una lettera aperta a Brittany che in pochi hanno letto. Anche lui è malato di tumore al cervello, però lo è da sei anni. Anche a lui avevano dato pochi mesi di vita, ma è ancora vivo. Bizzarro? Può darsi.

Nella sua lunga lettera Philip Johnson chiede a Brittany di non uccidersi per non negare a quelli come lui la speranza. Ogni gesto, aggiungiamo noi, anche negli angoli più remoti del mondo, ha delle conseguenze che si ripercuotono poi su tutti. Poi le dice che lui, in questi anni di malattia in cui ha spesso pianto, maledetto Dio — sì, lui, un seminarista — per il dolore e la paura di morire ha avuto qualcosa per cui è stato comunque contento di vivere nelle sue condizioni. Gli amici, la famiglia, Dio, la sua Chiesa. Non è mai stato solo, dice. “Cara Brittany, se sceglierai di combattere questa malattia la tua vita e la tua testimonianza sarebbero un esempio incredibile per innumerevoli altri nella tua situazione, saresti certamente di ispirazione per me che continuo la mia lotta contro il cancro” scrive Philip. E aggiunge: “Ho camminato nei panni di Brittany ma non ho mai dovuto camminare da solo. Tale è la bellezza della Chiesa, delle nostre famiglie e il sostegno che ci diamo l’uno con l’altro tramite la preghiera. Noi non siamo soli neanche nel dolore”.

Alla fine forse è tutto qua: non essere soli. Anche Brittany non è sola, ha una famiglia e degli amici, ma la scelta è diversa.

Non farlo, Brittany, se non altro in rispetto di Reyhaneh Jabbari. Lei voleva vivere, ma non glie lo hanno permesso. Lei amava la bellezza. Lei che aveva scritto ai suoi parenti, dal braccio della morte: “Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/10/27/IL-CASO-Reyhaneh-Jabbari-e-Brittany-Maynard-il-si-alla-vita-e-un-amicizia/print/547436/

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La salvezza guarda il desiderio

Federico Pichetto

martedì 21 ottobre 2014

Caro direttore,
il Sinodo straordinario sulla famiglia conclusosi domenica con la beatificazione di Paolo VI ci ha consegnato una relazione profonda e dettagliata della discussione interna, con il puntuale e inedito resoconto dei voti sui singoli punti del documento finale.

Tutto questo è successo mentre a Roma il sindaco Marino, seguito a ruota (almeno nelle dichiarazioni) da numerosi altri primi cittadini d’Italia, trascriveva nei registri del Comune le unioni omosessuali di sedici coppie “congiuntesi in matrimonio” all’estero. Ora, volendo andare oltre questi fatti di cronaca — su cui chi di dovere ha già preso posizione ampia e articolata — e volendo invece essere fedele al mandato del Papa (che ci ha detto di far maturare e di far crescere quanto ci è stato consegnato dal Sinodo) vorrei offrire tre piccole riflessioni come contributo a questa maturazione chiestaci dal Santo Padre Francesco.

1. La prima riflessione è “di fondo”: mai come in questo Sinodo la Chiesa è tornata a mostrarsi per quello che è, ossia un fenomeno plurale. Lo stesso fatto di Gesù Cristo, la sua vita, come la Sua morte e la Sua Resurrezione, non ci sono giunti attraverso un’unica narrazione, bensì attraverso quattro racconti teologici che abbiamo chiamato “Vangeli”. In ciascuno di essi, pur descrivendo il medesimo evento e pur concordando sulle questioni essenziali, si sviluppano quattro teologie destinate a determinare fortemente lo sviluppo della Chiesa antica. Ogni volta che, quindi, abbiamo paura di essere plurali, di ascoltare un pensiero o un’esperienza che si dà con modi o accenti diversi dai nostri, abbiamo paura del Vangelo, abbiamo paura di quello che la Chiesa essenzialmente è.

Nessun Vangelo, da solo, si può erigere a “canone” — ossia a criterio di paragone ultimo — dell’esperienza cristiana. Così nessuna delle diverse posizioni espresse dal Sinodo possono avvalersi dell’ultima parola nelle materie discusse dall’Assemblea straordinaria. Lo stesso Papa ci ha messo in guardia, nel suo splendido discorso di chiusura, da ogni estremismo, e ci ha invitato ancora una volta a pregare e a far germogliare in noi i semi che il dibattito di questi giorni ci ha donato.

Credo che questo sia, dunque, l’atteggiamento con cui dobbiamo guardare a questo anno che inizia: non la difesa delle parole che ci piacciono di più nel documento finale del Sinodo, ma l’apertura a incontrare e a comprendere quelle che ci piacciono di meno per poterle riesprimere con termini rispettosi e della dottrina e delle ferite concrete di una moltitudine di gente.

2. Una seconda riflessione, invece, riguarda il linguaggio del confronto sinodale. Da sempre, infatti, nella storia della Chiesa, le definizioni dogmatiche o pastorali hanno cercato di avvalersi di due strumenti: l’autorità della Sacra Scrittura e il linguaggio della cultura contemporanea. Parole come “omousios” o “transustanziazione” non ci sono nella Bibbia, eppure sono diventate, in forza della riflessione biblica operata da teologi e da padri conciliari, parole cardine per esprimere con precisione alcune realtà fondamentali della nostra fede.

In questi ultimi decenni, al contrario, si è avvertita nell’aria troppa “autoreferenzialità”: si vuole parlare al mondo con le sole parole della Scrittura, conferendole un’autorità indiscussa che purtroppo essa non ha più per i nostri interlocutori.

Abbiamo quindi bisogno di trovare parole nuove, termini nuovi, per poterci confrontare col nostro tempo e per poter annunciare al mondo la bellezza e la forza dell’incontro con Cristo. Senza questo cambio di linguaggio, continuando a dire semplicemente che “maschio e femmina li creò” o che “non è lecito separare all’uomo ciò che Dio ha unito” avremmo sicuramente raggiunto il risultato di un discorso rassicurante, ma saremo sempre più lontani dal vero obiettivo del Sinodo e di tutto il cristianesimo: annunciare la salvezza di Cristo ad ogni uomo. Proprio per questo non bisogna certamente accantonare le parole della Scrittura, ma accompagnarle con altre che possano renderle condivisibili e foriere di letizia anche per l’uomo post-moderno. Noi abbiamo bisogno di cambiare, abbiamo bisogno di tornare a parlare al cuore di ogni uomo e di ogni donna “di buona volontà”.

3. Infine è proprio nel merito che vorrei intervenire, suggerendo un elemento di confronto secondo me trascurato dal dibattito sinodale per come, fino ad adesso, si è articolato. Mi riferisco al fatto che tutti, sposati o separati, divorziati o conviventi, risposati o omosessuali, siamo uomini. La nostra umanità è il comune denominatore che ci fa incontrare e scontrare nella storia. Nella nostra umanità noi possiamo quindi ritrovare quei termini di fondo che ci aiutano a comprendere, al di là delle riduzioni giornalistiche, i punti centrali dei problemi in esame. Infatti ogni uomo, ci insegna la dottrina cattolica, è ferito dal peccato originale, è — come esito condivisibile da tutti — un essere misterioso e fragile, bisognoso di amore e ricco di desideri. Questa radice comune dell’Io – il desiderio appunto – può essere guardata o con scetticismo, come spesso ha fatto l’antropologia protestante e una parte tardiva della patristica, oppure con stima e stupore.

Nel primo caso nel desiderio umano si vede un segno di impotenza a cui si cerca di rispondere con la potenza della legge: siccome io desidero qualcosa, la legge degli uomini mi deve permettere di averlo. È questa la logica che sta dietro non sono alle rivendicazioni delle unioni civili, ma anche a tante dinamiche della nostra vita: pensare che “poter fare” una cosa che desidero coincida col compimento del desiderio stesso. In realtà la posizione di molta parte della patristica più antica ci insegna che, fin dagli albori della Chiesa, la fede ha sempre indicato nell’amore, nel “rimanere in contatto con i propri desideri e i propri bisogni” la strada per il compimento dell’Io. Ogni desiderio va guardato con amore, va guardato nella sua radicalità, per essere scoperto in modo autentico. Ogni bisogno del nostro cuore non può trasformarsi in un diritto da rivendicare, ma in una consapevolezza da far fiorire per il compimento della nostra stessa umanità.

Io, desiderando questa cosa qui, di che cosa sento davvero il bisogno? Sono disponibile ad ascoltare il mio cuore fino in fondo oppure chiedo alla legge di chiudere subito la mia domanda realizzando quello che desidero? Al bisogno umano si risponde con l’amore o con il potere?

È chiaro, direttore, che queste sono solo domande, provocazioni, riflessioni, ma forse è su questi termini che il nostro dialogo — durante questo lungo anno — si dovrebbe realmente spostare. Mi auguro di avere presto occasione di tornare su tutti questi temi. Infatti capisco sempre di più che in tutta questa vicenda non c’è in gioco anzitutto la famiglia o la conservazione della civiltà, ma il modo stesso con cui io, ogni giorno, cerco e provo ad essere felice.
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Le tonalità emotive che rendono il pensiero una realtà vivente

Costantino Esposito

Pubblicazione: martedì 14 ottobre 2014 – Ultimo aggiornamento: martedì 14 ottobre 2014, 16.28

HANNAH ARENDT – Quale oggi l’attualità del pensiero e del lavoro di Hannah Arendt? Ilsussidiario.net lo ha chiesto al professor Costantino Esposito, ordinario di Storia della filosofia all’Università di Bari ‘Aldo Moro’: “L’attualità di Hannah Arendt, detto in un sol tratto, è quella di aver aperto la politologia a un fattore che è squisitamente legato alla vita cosciente dei singoli individui”. Il professor Esposito ci spiega nel dettaglio cosa significhi: “Il fatto cioè di aver posto fortemente l’attenzione sul grande peso che il pensiero ha rispetto anche alle vicende storiche e politiche del mondo. Intendendo il pensiero non come una facoltà astratta dell’uomo ma come quella che lei chiamava la vera ‘vita della mente’, la capacità cioè che ciascun uomo ha di cercare e di cogliere un significato adeguato per vivere e per agire”. Tutto questo trova applicazione in quello che Hannah Arendt sosteneva fortemente, e cioè che “i totalitarismi nel Novecento nascono proprio dal fatto di inibire sistematicamente questa capacità del pensiero dell’uomo”. Tra le tante opere della scrittrice, filosofa ed educatrice si ricorda certamente La banalità del male (1963) che all’epoca venne criticato non poco e che è al centro anche di un film recente di Margarethe von Trotta: “Lo scritto” ci spiega Esposito “ebbe una importanza dirompente rispetto anche al contesto in cui nacque. Hannah Arendt era stata inviata dal settimanale New Yorker a seguire il processo contro il gerarca nazista Adolf Eichmann a Gerusalemme. Ma piuttosto che individuare in Eichmann, come ci si aspettava, il male assoluto, il punto di malvagità ingiustificabile, lei gettò questo sguardo impietoso ma di grandissimo realismo sul fatto che il male spesso si nasconde nelle pieghe delle decisioni ordinarie e professionali degli uomini ‘normali’”. In questo senso, spiega ancora Esposito, “le decisioni da cui Eichmann tentava di difendersi erano da lui giustificate con il fatto che stava ‘solo’ eseguendo degli ordini. Tutto questo da alcuni fu preso come una terribile giustificazione di quello che sembrava ingiustificabile, e la polemica contro Arendt divampò durissima da parte degli stessi ambienti ebraici. Tuttavia, dopo quella discussione rimane ancora viva, come un paradosso che non si può censurare, la questione da lei posta, e cioè che il male continua ad essere una possibilità terribile ma aperta di fronte alla nostra libertà, che tutti realisticamente possiamo fare”. Nei suoi anni giovanili invece Hannah Arendt scrisse uno studio intitolato Il concetto di amore in Agostino: che importanza ha nel suo lavoro complessivo? “E’ un’opera molto significativa non solo dal punto di vista filosofico ma anche esistenziale e biografico. E’ la sua tesi di laurea scritta  ad Heidelberg sotto la guida di Karl Jaspers (e pubblicata nel 1929), benché lei fosse stata – come è noto – allieva, amica e amante del filosofo Martin Heidegger. A un certo punto, lei sceglie di staccarsi da lui e scrivere la tesi con Jaspers anche perché il rapporto con Heidegger aveva preso una piega insopportabile, non essendo lui disposto a rendere pubblica la loro relazione. Tuttavia nello scritto sul concetto agostiniano di amore si avverte molto l’influsso del pensiero heideggeriano”. In particolare, aggiunge Esposito, “l’idea che il pensiero dell’uomo è sempre una conoscenza ‘affettiva’, segnata da quegli ‘stati d’animo’ o ‘tonalità emotive’ che sono ben più che condizioni psicologiche, bensì vere e proprie disposizioni ontologiche della vita, le quali fanno sì che il pensiero sia sempre una realtà vivente”. Conclude il professor Esposito: “Ma Agostino, pur essendo Arendt un’ebrea non credente, paradossalmente è sempre stato un punto di riferimento imprescindibile nella sua ricerca politologica ed esistenziale. In particolare questa frase, che lei riprende alla fine del suo grande volume su Le origini del totalitarismo (1951): ‘Initium ut esset, creatus est homo’, l’uomo è creato per cominciare, per dare inizio a qualcosa. Ogni singolo uomo è sempre come un nuovo inizio nel mondo. E’ proprio in questa stupefacente capacità di iniziare, è in questa continua ‘natività’ che risiede l’unica, vera arma contro i totalitarismi di tutti i generi”.

http://www.ilsussidiario.net/mobile/Cultura/2014/10/14/HANNAH-ARENDT-Esposito-Sant-Agostino-il-suo-punto-di-riferimento/542490/

La vera cultura è un incontro di esperienze

Pigi Colognesi

lunedì 20 ottobre 2014

Venerdì scorso, 17 ottobre, padre Romano Scalfi ha ricevuto il prestigioso Premio internazionale medaglia d’oro al merito della cultura cattolica, che da 23 anni viene attribuito dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa a illustri personalità; tra i premiati delle scorse edizioni figurano – per fare solo alcuni nomi – l’allora cardinal Ratzinger e don Giussani, Augusto del Noce e don Divo Barsotti, il regista Zanussi e il maestro Muti.

Padre Romano Scalfi ha ricevuto il prestigioso Premio internazionale medaglia d’oro al merito della cultura cattolica in ambito culturale? Non si deve pensare – come a volte ci viene da fare di fronte alla parola «cultura» – che tale merito consista in una vita trascorsa a leggere libri o a scriverne, a formulare alati pensieri standosene un po’ isolati in una torre d’avorio. La vita di padre Scalfi non è stata affatto così. Nato dal solido ceppo della fede cattolica del Trentino – qualche giorno prima di ricevere il premio ha compiuto 91 anni – e riconosciuto di avere la vocazione a farsi prete, il giovane seminarista Scalfi sembrava avviato ad un normale impegno pastorale in diocesi. Ma poi succede il fatto imprevedibile, quello che decide il corso di tutta una vita: in seminario viene a celebrare una Divina liturgia in rito orientale e a parlare delle sofferenze dei cristiani in Russia (siano nel 1946) un sacerdote del Collegio Russicum di Roma. Per Scalfi è il colpo di fulmine: è sicuro che dovrà dedicare la propria vita di sacerdote alla causa della «Russia cristiana». Prima va Roma per lo studio della lingua e della cultura russa (e anche sovietica: bisogna conoscere bene il nemico per affrontarlo adeguatamente) e poi si trasferisce a Milano per coagulare attorno a sé un gruppo di sacerdoti e di laici che condividessero i suoi scopi e iniziassero un movimento di sensibilizzazione nei confronti del grande e troppo sconosciuto passato del cristianesimo russo e dell’altrettanto misconosciuto (quando non ideologicamente negato) presente di persecuzione e di eroica testimonianza. Nasce una rivista, si insegnano i canti russi, si celebra la divina liturgia, si cerca di fare qualche avventuroso viaggio oltre cortina.

L’interesse di Scalfi – ecco qui la novità del suo modo di «fare cultura» – non è prevalentemente rivolto al dibattito delle idee (neppure in campo ecumenico; anzi, a riguardo, lo infastidiscono i dialoghi un po’ formali che prendono il via nel clima post conciliare). A lui interessa incontrare l’esperienza degli uomini che vivono, soffrono e testimoniano anche sotto il tallone sovietico. Per questo Scalfi è uno dei primi che in Italia intercetta e valorizza l’incredibile fenomeno del dissenso; per anni quasi solo la sua rivista pubblica i documenti dell’editoria clandestina (beccandosi l’accusa di essere al soldo della Cia) e invita i dissidenti espulsi per giri di conferenze.

Sempre per questo motivo l’opera di padre Scalfi – Russia Cristiana appunto – non verrà messa in crisi dalla caduta del comunismo; non si trattava, infatti, di combattere un nemico in termini ideologici, ma di permettere un incontro di esperienze. E se l’esperienza dell’altro cambia perché la storia fa una svolta imprevista – la caduta del muro – intatto resta il desiderio di conoscerlo e incontrarlo.

Padre Scalfi è stato di certo contento di aver ricevuto il premio. Ma sicuramente non per se stesso – rimane un trentino schivo -, ma per la sua opera e, soprattutto, per questo umanissimo e assolutamente non intellettualistico metodo di «fare cultura».

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/10/20/Il-nemico-dell-ideologia/print/543876/

Se il dolore è sacro

Mauro Leonardi

venerdì 17 ottobre 2014

Grazie alla nuova procedura di divorzio tramite “negoziazione assistita dagli avvocati”, qualche giorno fa in Veneto c’è stato il primo divorzio lampo. Erano due coniugi cinquantenni e ci hanno messo tre ore. Se non ci sono figli minorenni – o maggiorenni non indipendenti – ti dai appuntamento in un ufficio della tua città e puoi mettere fine al matrimonio con una firma sulle carte preparate dagli avvocati. Tre ore.

Tre ore cosa sono oggi? Cosa ci fai oggi con tre ore? Io abito a Roma e quindi ne tolgo una di traffico per andare a fare quello che devo fare. Ne rimangono due. Togli il tempo di aspettare l’autobus o di trovare parcheggio, ne rimangono una e mezzo. Togli l’attesa – una fila qualsiasi – per fare quello che devi fare, ne rimane una. Con un’ora che ci fai? Un’ora a che serve? Ma anche fossero tre? Facciamo che devo solo salire al piano di sopra per la riunione condominiale. In tre ore alla riunione condominiale non si decide nulla. Neanche dove mettere la nuova cassetta delle lettere.

Tre ore. Se tuo figlio prende quattro a scuola, capirlo con lui quanto ti richiede? Mettici il tempo che te lo confessa (il verbo è giusto, lui la vive come una confessione). Il tempo che ti calmi, il tempo che ascolti tutte le giustificazioni e l’elenco dei voti altrui (solo quelli sotto il quattro, ovvio). Il tempo che chiedi un colloquio all’insegnante e lo ottieni, il tempo che fai la fila per il colloquio, il tempo che ascolti la prof, il tempo che capisci la prof, il tempo che cerchi di capire che dire e che fare tu, genitore. Il tempo che poi torni a casa e lo spieghi al figlio perché ha preso quattro, che poi lo sapevi già: non studia. E tre ore non bastano.

Non bastano neppure per il primo step. Una giornalista, lodando il divorzio breve, ha scritto: “Ora si attende la trascrizione in anagrafe e tutto sarà finito in un lampo, come quando si dissero «sì»”. Solenne sciocchezza: la giornalista forse non si è mai sposata. Non ci si sposa in tre ore, i tempi burocratici non lo permettono. Per sposarsi, se vuoi fare le cose in grande, ci vuole un anno, festeggiamenti compresi. Se vuoi fare le cose in fretta, senza tanti orpelli, almeno otto giorni per trovare il giorno libero in cui si celebrano i matrimoni e per le pubblicazioni nell’albo della città di residenza, ce li devi mettere.

Oggi, in tre ore, si può solo divorziare. Un po’ come abortire. Scusate, l’esempio è brutto, so che per la donna abortire è un processo lungo e sofferto. Ma voglio dire che se devi fare un’ecografia in struttura pubblica, la prima ecografia quando aspetti un bambino, l’appuntamento te lo danno quando il figlio sta nascendo. Invece, per abortire, tempo una settimana o poco più e sei sul tavolo operatorio.

Sembra che quando dobbiamo scappare dal dolore (divorzio, aborto) diventiamo tutti veloci. Ma con tre ore non vivi quello che ti succede. Tre ore non sono tempo, ma assenza di tempo. Anche per dirsi “è finita”, ci vuole amore, vita, tempo. Soprattutto per il dolore, per guardarlo e capirlo, per prendergli le misure, ci vuole tempo. Cos’è questa fretta nel pulir via il dolore, la sofferenza? Che poi, con la fretta, non pulisci niente ma metti solo lo sporco sotto il tappeto. Siete mai stati al pronto soccorso con una persona cara? La lunga attesa, no, quella è crudele: però la giusta attesa, sì, ha un suo senso. Vivere il dolore, darsi il tempo di attendere, non è una cattiveria, è necessario per assestare la propria vita sulla lunghezza d’onda di ciò che ti accade. Il dolore è un sintomo. Dice che qualcosa non va: si è rotto, slogato, interrotto, metaforicamente e non. Stare seduti al pronto soccorso vicino alla barella di chi amiamo, o fuori la porta ad attendere notizie, ti fa vedere quello che non avresti visto, ascoltare quello che non avresti ascoltato, capire quello che non avresti capito.

Che il dolore è un sintomo, e non puoi buttare giù una medicina per non sentirlo più, ma devi darti il tempo di capire, di sentire, di valutare e ascoltare qualcuno che ne sa più di te o qualcuno che è vicino a te. Il tempo della medicina, il tempo della cura e della guarigione, arriva solo dopo. Dopo. Il dolore è un grande momento di verità. Il dolore illumina molto, ti vedi meglio tu e vedi meglio gli altri, forse per la prima volta.

In tre ore rischi di dire fine ad una cosa che stava avendo un nuovo inizio o per lo meno la possibile occasione di un nuovo inizio. Fantasie romantiche? Celebrazione del dolore purificante? No, solo tanta vita. Nelle orecchie, nel cuore, in lunghi pomeriggi. Pomeriggi lunghi non di tre ore. Quei pomeriggi che si fa notte. Ad ascoltare chi non ha saputo aspettare e ha buttato via con il dolore la vita che ci stava attaccata.

 http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/10/17/DIVORZIO-BREVE-Perche-quando-scappiamo-dal-dolore-tutto-e-piu-facile-/543185/

Ciò che esiste è il desiderio

Federico Pichetto

giovedì 16 ottobre 2014

Scrivo dalla mia Liguria. Quella che emerge dalla pioggia di questi giorni è una cartolina dell’Italia e della sua società profondamente variegata e in rapido mutamento. Negli ultimi dieci giorni sono tornati alla triste ribalta gli “angeli del fango” che, a Genova come in altre città colpite dal maltempo, hanno fatto in modo che – attraverso una semplice e umanissima solidarietà verso gli alluvionati – il disgusto dei cittadini per una politica amministrativa miope e idiota non diventasse seme di un malcontento sociale che avrebbe potuto, questa volta, spingersi fino alla rivolta e alla violenza.

In altre stanze, frattanto, si consumava la lotta per la riforma del mercato del lavoro in cui le vecchie contrapposizioni ideologiche dei primi anni duemila scricchiolavano sotto l’onda d’urto di un governo, di sinistra, deciso ad abbattere i tabù della sua stessa storia in nome della concreta possibilità di incentivare le aziende a offrire regolari contratti di lavoro ai più e ai meno giovani.

Ma nel nostro paese non c’è stato solo questo: il Sinodo straordinario sulla famiglia, voluto da papa Francesco, ha animato ancora una volta il dibattito in seno al mondo cattolico italiano che oscilla tra aspre contrapposizioni e gesti pubblici.

Non sto e non voglio entrare nel merito dei singoli argomenti, ma desidero sollevare una semplice preoccupazione che mi tormenta da quando – qualche giorno fa – ho chiacchierato lungamente con una classe di miei studenti sulla loro opera di aiuto agli alluvionati genovesi, chiacchierata che mi ha aperto una domanda grande sulla realtà e sull’educazione. Infatti, per ognuna delle situazioni poc’anzi descritte, si parla di gente che “sta di fronte alla realtà”, che va dentro “le cose concrete” e risponde alle provocazioni della vita con gesti inequivocabili, con dei fatti. Ma, e qui divento volutamente provocatorio, siamo sicuri che la realtà sia l’alluvione, il lavoro, la famiglia, l’amore? Siamo davvero sicuri che queste cose esistano e che il nostro compito di uomini sia rispondervi come vi stiamo rispondendo?

Secondo me queste cose non esistono. Nei miei alunni, come in chi cerca lavoro e in chi vuole difendere la famiglia e altri tipi di legami, ciò che esiste è il desiderio dell’Io. I miei studenti desiderano solo essere utili, dare una mano a chi ha perso tutto. Le Sentinelle desiderano la verità sull’amore e sulla famiglia. I lavoratori cercano giustizia, i movimenti Lgbt vogliono che sia riconosciuto dallo stato il loro desiderio di amore. E anche il Papa, che non è poco, ha convocato un Sinodo straordinario per rispondere ai desideri dell’uomo e al desiderio del cuore di Dio. Ciò che nella realtà esiste non sono le emergenze o le provocazioni storiche, ma è il desiderio. E’ dinnanzi a questo desiderio che tutti abbiamo bisogno di stare. Altrimenti spaleremo il fango, ma – come diceva una mia alunna – “alla sera non porteremo via il sacchetto della differenziata”.

Oppure veglieremo in piedi per la famiglia e, tornando a casa, non sentiremo il disagio di nostro figlio o la tristezza di nostra moglie. Faremo leggi buone, ma continueremo a lavorare per guadagnare e non per maturare umanamente, avremo i “tanto desiderati” matrimoni gay, ma continueremo a piangere perché non sappiamo amare.

Io vedo che nella società s’avanza uno strano modello educativo che punta a reagire alle situazioni con rivendicazioni o atti di eroismo piuttosto che a stare di fronte ai desideri che le circostanze fanno emergere. Si può essere buoni, si può essere giusti, saggi, misericordiosi, ma ci si può dimenticare di essere uomini. Brecht diceva: “Benedetto il mondo che non ha bisogno di eroi”. Ecco, a me sembra che tutto il nostro percorso educativo collettivo abbia questo limite: o punta a crescere degli anonimi borghesi o punta ad alimentare degli “smaniosi eroi” che, quando scoppia un’alluvione o una battaglia culturale, sono felici come quando esplode una festa. Salvo poi tornare alle proprie case con tanti fatti da raccontare, ma con nessuna esperienza.

Ci tengo a dire che quello che hanno fatto gli “Angeli” è grandioso, che i lavoratori fanno bene a incalzare l’autorità politica su decisioni fondamentali per la loro esistenza, e che capisco perfino il desiderio di quanti – nel mondo Lgbt – chiedono di poter vivere con libertà quello che per un cattolico è un oggettivo disordine. Ma detto questo, passano le alluvioni, i Sinodi, le riforme e le leggi, e noi siamo sempre fermi. Sempre uguali a quelli di ieri, mai smossi fino nel fondo del nostro Io dalla realtà stessa. Tutto questo accade perché noi riduciamo la realtà, le circostanze, all’apparenza e non abbiamo la disponibilità e l’educazione a guardare che cosa – realmente – le circostanze fanno emergere in noi stessi, il desiderio che “come una torre in campo aperto” sta e chiede risposta.

Benedetto XVI stette così tanto di fronte al suo desiderio da arrivare a dimettersi, a fare una scelta vera dentro il reale. Noi, che spaliamo, parliamo, litighiamo e rivendichiamo, non abbiamo ancora neppure scelto di rifarci davvero il letto al mattino. E questo pone a tutti, nella sua sconcertante drammaticità, la vera questione dei nostri giorni, la questione educativa.

La realtà va oltre i protocolli

Fernando De Haro

martedì 14 ottobre 2014

L’aiuto infermiera Teresa Romero è il primo caso di infezione da parte del virus Ebola che si è verificato in Europa. Ed è successo in Spagna. Non si parla d’altro per strada, nei bar e a cena in famiglia. Da una settimana la paura, la perplessità, la necessità di trovare una spiegazione, e soprattutto un colpevole, dominano l’ambiente. Ma come è potuto succedere? Come può un gesto banale, un evento così irrilevante come toccarsi il viso con il guanto che era stato in contatto con il missionario rimpatriato dalla Sierra Leone, provocare una simile tragedia?

Tanto è forte la perplessità, quanto ossessivo è il dibattito sull’adeguatezza dei protocolli sanitari adottati e sul loro corretto utilizzo, con comparazioni tra quelli usati in Spagna e le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Per ora sembra chiaro che Teresa ha commesso un errore nel togliersi la tuta protettiva. Era stata a contatto con il missionario nel momento di maggior virulenza della malattia. I controlli non erano ancora sviluppati per un virus che si conosceva poco e si sono susseguiti una serie di accidenti ed errori fatali.

Il microrganismo è però mutato, diventando il germe che solitamente fa più danni nella società spagnola: la polarizzazione politica e sociale. I sindacati incolpano il Governo. Il quale ha agito tardi e accusa l’opposizione e i sindacati di comportamento disdicevole. E la piaga dello scontro si espande.

Sull’origine dell’Ebola sappiamo ancora poco. Sembra che venga dai pipistrelli. Sappiamo sicuramente qualcosa di più della malattia antropologica che trasforma i protocolli in un’utopia che dovrebbe metterci in salvo dalla libertà e dal male. A noi uomini moderni manca la saggezza espressa dal giovane Achille poco prima della morte di Licaone: “Non vedi come anch’io sono bello e grande? […] Ma come su te, anche su me incombe la morte e la Moira potente; sarà un’aurora, una sera oppure un mezzogiorno, quando qualcuno mi toglierà la vita in battaglia”. È logico che abbiamo timore di fronte a quel momento: non siamo cose tra le cose, ma desiderio di infinito. La cosa drammatica è che abbiamo creduto che i sistemi perfetti possano salvarci dalle frecce e dalle lance, dalla fatalità, dall’errore, dal male. Quando arrivano questi fulmini noi ci ribelliamo con violenza contro i medici, il Governo o gli dei che dovevano garantire la nostra sicurezza: tutti sono colpevoli e l’ideologia soffoca la domanda di dolore dei giusti (Camus).

A noi uomini moderni hanno insegnato che tutto può essere previsto, che il male non ha bisogno di redenzione. Gli antichi erano più realisti e cercavano qualche sacrificio capace di rompere la misteriosa ingiustizia che colpisce gli innocenti. Erano ingenui e anche superstiziosi. Ma nei loro sacrifici c’era una forma di attesa per il Sacrificio definitivo, quello che realmente ha vinto l’enigma lacerante.

Lo Stato moderno ci ha fatto credere che la libertà e il male potessero essere neutralizzati attraverso il monopolio della violenza e dei protocolli. Ci ha fatto credere che non ci sarebbero state più vittime. Ma in realtà è cresciuta la spirale della colpa: la vittima diventa carnefice (Girard) in una catena senza fine. Lo abbiamo visto anche in questi giorni, quando si è arrivati a indicare il missionario rimpatriato come il responsabile ultimo di quel che è successo.

Cosa può spezzare questa catena diabolica? Ascoltare la testimonianza di coloro che seguono il Giusto. “L’effetto peggiore dell’Ebola è che ci disumanizza e ci fa fuggire da chi abbiamo di fianco”, ha detto in questi giorni José Luis Garayoa, un missionario diventato famoso per il suo lavoro in Sierra Leone. Garayoa, dopo 30 anni trascorsi in Africa, accoglie i malati di diversi villaggi con una passione per la gente che soffre che ci fa comprendere il valore di una vita impegnata.

Non siamo al sicuro dalle conseguenze della libertà. La realtà va oltre i protocolli. A volte colpisce con dolore, altre volte mostra un volto che suscita meraviglia e stupore. Quando è più vera?

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