Introdotti alla realtà

Marco Montrasi29.05.2017
Studiare Medicina esige enorme dedizione. Il processo di selezione è il più combattuto, il clima di competizione è continuo durante tutti i sei anni di corso, e alla fine ci sarà una lotta sui posti per le specializzazioni mediche.

A dicembre 2016, una delle riviste scientifiche mediche più blasonate del mondo (JAMA. 2016) ha reso noto che, in media, il 27% degli studenti di Medicina presentano i sintomi della depressione. Questo tema è tornato alla luce di recente, quando, solo nei primi tre mesi di quest’anno, si sono verificati quattro tentativi di suicidio al quarto anno del corso di Medicina dell’Università di San Paolo (USP), il più ambito del Paese. L’istituzione si è mobilitata per cercare altre persone a rischio e pensando come intervenire.

In mezzo a questa situazione, un gruppo di studenti cattolici dello stesso quarto anno (che conta 175 alunni) ha organizzato un evento pubblico con un professore di Psichiatria, intitolato: “Il nostro volto nella facoltà”. L’evento era un piccolo dettaglio nel ventaglio di proposte che i fatti stavano generando. Tuttavia, non è passato inosservato. Il loro movente è stato ben chiaro ancora prima dell’evento: «Il nostro gesto pubblico è per portare il contributo che la fede può dare in questa situazione di malessere dell’uomo di oggi». All’evento, la platea era fondamentalmente costituita da alunni e da professori, alcuni tra i più titolati dell’Università. La proposta è stata ben diversa da ciò che veniva offerto in quei giorni e parlava di una grande risorsa che abbiamo tutti ma che non utilizziamo mai: la nostra esperienza. «Che cosa è questa cosa tanto semplice e banale che chiamiamo esperienza umana? Cosa accade in me quando mi rendo conto di essa?». Ci sono state testimonianze, domande e risposte. Alla fine, la psicologa responsabile dell’assistenza agli studenti ha cercato quel gruppo di ragazzi che avevano organizzato la cosa dicendogli: «Venite ad aiutarmi con questo vostro metodo della esperienza». In mezzo a quell’ambiente scientifico, competitivo, dove non mancano le analisi, un piccolo gruppo di studenti ha portato una novità semplicemente parlando della necessità di imparare a fare esperienza: non esiste una circostanza buona e una cattiva, ma con tutto si può imparare e crescere, cioè imparare a ricercare e trovare il proprio volto dentro il quotidiano.
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo
Questo fatto verificatosi poche settimane fa descrive la situazione che viviamo e rivela una novità: ci troviamo di fronte a circostanze difficili da interpretare, davanti alle quali molte volte non sappiamo come muoverci, e questo non riguarda solo gli adolescenti o i giovani. È evidente che esiste un malessere, un’incapacità di vivere e, di conseguenza, una ricerca di soluzioni che nella maggioranza dei casi si mostrano insufficienti. Da qui nasce un grido sordo, soffocato perché non si ha il coraggio di manifestarlo, che facilmente diventa disperazione. Ma di cosa è segno questo grido? È come se non riuscissimo più a sopportare l’insoddisfazione, la mancanza di senso, il disinteresse. È il grido di chi ha bisogno di una strada per poter vivere. In fondo, è quel grido di desiderio di infinito che tutti portano dentro di sé e che ha bisogno di una risposta. Per questo, la grande parola che si deve riscoprire è la parola “educazione”.

Perché “educazione”? Un grande teologo, Jungmann, citato recentemente da papa Francesco, definiva l’educazione come «introduzione alla realtà totale». Ma entrare nella realtà totale non significa conoscere tutti i dettagli infiniti del mondo, non è questa l’idea di totalità. Io ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a percepire il significato di quel pezzo di realtà che ho da vivere: lo studio, il lavoro, le preoccupazioni, l’amore, il futuro… Io sono esigenza di una risposta totale, cioè, di una risposta che giunga fino al profondo, fino a trovare un significato.
Papa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmGPapa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmG
Educare non è trasferire nozioni. Se pensiamo concretamente a cosa sia stata l’educazione per noi, ciascuno vedrà che è stato essere introdotti a qualcosa di nuovo che è diventato proprio, generando una crescita personale. Non è stato l’aver incontrato qualcuno che ci ha passato definizioni o nozioni, ma qualcuno che ci ha aperto una ferita, perché non ci ha lasciato più tranquilli. Una non-tranquillità buona, che ha aperto una strada nuova e che ha destato la mia umanità che era addormentata. L’esperienza dell’educazione è questo: incontrare qualcuno che non mi lascia tranquillo perché mi apre a una cosa nuova, spalanca le dimensioni del mio cuore e aumenta in me la capacità di contenere qualcosa, come un bicchiere che aumentasse di dimensioni e potesse contenere di più. Per questo è drammatico, per questo è una ferita: perché aumenta la sete, di bellezza, giustizia e verità.

L’educazione si può paragonare con l’esperienza che uno fa quando è perduto e qualcun’altro mostra la strada. Quando incontri qualcuno così, in queste circostanze, facilmente dici: «Questo è un angelo»; e vorresti baciarlo e abracciarlo. Perché? Perché senza di lui tu non saresti arrivato a un altro luogo nuovo, dove avevi bisogno di andare e, più importante, dove adesso puoi tornare con le tue gambe. Educazione, con tutte queste sfumature, è essere introdotti al significato di una realtà, e questo genera l’esperienza della crescita: cresce qualcosa in me, qualcosa di me si sveglia, scopro il mio volto – per tornare all’episodio degli alunni della USP -. È l’esperienza fisica di sentirmi più grande perché divento più “io”.
L’educazione accade quando uno ti insegna un metodo, cioé un cammino. Quando parliamo di educazione, di che cosa parliamo? Di persone che incontriamo. Possiamo usare, qui, la parola “maestro”. Se ci pensiamo un attimo, ciascuno di noi potrà identificare nella propria vita un maestro. Chi è stato questo maestro? È stato qualcuno che ti ha fatto entrare nel significato di una realtà, qualcuno che ti ha insegnato un cammino, qualcuno che ti ha insegnato un metodo per crescere. Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta. E per questo quella persona ha uno sguardo che brilla, per questo affascina. Generalmente, dopo un po’ di tempo, non ci ricordiamo di quelle persone sagge o intelligenti che vivono di luce propria, i “gurú”, gli illuminati per se stessi. Esistono molte persone così, ma questo fascino passa presto. Ricordiamo e restiamo segnati da persone che hanno negli occhi un orizzonte, un’altra realtà che va oltre, un “altro” che loro stesse seguono, e questo le fa brillare. Non solo i giovani, ma anche noi adulti sentiamo la mancanza e abbiamo bisogno di queste persone oggi.
Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta
Nel libro La bellezza disarmata, Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, cita questo poema di Tagore, che esprime tutta la sfida dei tempi di oggi che è amare la libertà: «In questo mondo coloro che m’amano cercano con tutti i mezzi di tenermi avvinto a loro. Il tuo amore è più grande del loro, eppure mi lasci libero». Quando c’è questo amore, il giovane lo riconosce, perché riconosce uno che gli dà lo spazio per crescere.
La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón
Questa è la sfida che i giovani ci lanciano e che noi adulti abbiamo il dovere di accettare: «Scommettere sulla capacità del giovane di sapere giudicare», afferma Carrón nel suo libro. Questa è la cosa più affascinante, e che spesso ci manca. Manca in noi la fiducia nella capacità che i giovani hanno di sapere giudicare, la fiducia che essi hanno in sé qualcosa che possono cominciare a usare. Quando qualcuno li guarda così, quando un giovane è guardato così, si sveglia qualcosa dentro di lui, diventa più libero. Quando io sono libero per scommettere tutto su una persona – perché so che ha un cuore (quella sete di bellezza, di giustizia e di verità) col quale può comparare tutto quello che accade e giudicare -, io sono libero e lei pure diviene più libera. Ma ciò comporta un rischio.

Cosa può generare questa fiducia che sa rischiare? Cosa genera questa visione del futuro al punto di saper educare con pazienza e libertà, e, così, scommettere su questa capacità che il giovane ha, anche sbagliando, di trovare qualcosa di vero, non desistere, tornare il giorno seguente e non scoraggiarsi? È l’esperienza nel presente di qualcosa che è certo, vivo e vero, qualcosa che in primo luogo genera in noi una sovrabbondanza e una speranza. Solo con una certezza così, che sostiene tutto il futuro, senza che siamo dominati dal timore e dall’incertezza, possiamo avere questa pazienza instancabile. Questo si chiama speranza.
E solo con speranza è possibile costruire e dare il tempo perché l’altro possa capire. Abbiamo un esempio chiaro di ciò oggi: papa Francesco. O è un visionario o vive poggiato su una Presenza che gli dà la certezza rispetto a tutto il futuro, pur con tutte le domande che la storia presenta. Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare e riprendere la strada. Questa esperienza nel presente genera energia creativa in chi educa.
Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare
Tutta questa energia creativa viene da qualcosa che accade nel presente, che noi adulti possiamo scoprire. Quegli alunni di Medicina l’hanno chiamato «il contributo della fede. Loro hanno fatto una proposta. È un momento di emergenza perché è necessaria una lealtà, la lealtà di una ricerca. Devo cercare se esiste qualcuno che vive con questa speranza e con questa certezza. E, se questo mi interessa, andare fino in fondo, fino a scoprire cosa rende possibile vivere così, come chi ha scoperto un metodo che lo rende capace di vivere.

«È sufficiente una candela accesa per illuminare la notte più scura», diceva papa Francesco. Questo sono stati quegli alunni di Medicina della USP che, di fronte alla notte oscura del dramma di tanti colleghi, si sono resi protagonisti di una novità, andando dietro a chi non era rimasto dominato dal timore, ma ha proposto un cammino per una certezza e per una speranza.

Di fronte ai problemi di quell’“io” che non riesce a trovare pace, abbiamo bisogno di seguire queste “candele” con semplicità e decisione, senza restare rinchiusi in quello che giá sappiamo.

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/29/educazione-brasile-medicina

Annunci

Salvati dal vero significato

INT. Silvio Cattarina
mercoledì 15 febbraio 2017

SUICIDIO DI LAVAGNA. Il terribile episodio del ragazzo di Lavagna che si è ucciso durante una perquisizione della Guardia di finanza nella sua abitazione non lascia tranquilli. Alle analisi emotive, agli studi psicologici, al dolore si aggiunge adesso Saviano con un suo lungo articolo su Repubblica in cui sembra identificare tutta la faccenda come puro problema politico. Legalizziamo la droga leggera e nessun ragazzo si ucciderà più: “E’ più accettabile che un sedicenne possa acquistare fumo in un coffee shop o da spacciatori che hanno a che fare da con un sottobosco criminale dal quale sarebbe consigliabile tenersi alla larga?”. E ancora: “Responsabiltà politiche che si celano dietro un fatto privato”. Per Silvio Cattarina, responsabile della comunità L’Imprevisto che accoglie e riabilita tanti giovani con problemi di droga, il discorso di Saviano va totalmente ribaltato: “Non è la politica che salva la vita dei ragazzi, la politica è troppo piccola per un problema così grande”.

Cattarina, la coppa di una tragedia come quella di Lavagna è della politica come dice Saviano? E’ un dato di fatto che la droga si trova ovunque senza problemi anche per un sedicenne.
Di droga in giro ce n’è tantissima, a fiumi. Se c’è una responsabilità politica, è l’opposto di quello che dice Saviano.

Cioè?
La droga è già fin troppo libera e presente, se la legalizzassimo sarebbe peggio, fin troppo accessibile. Se la politica ha una responsabilità è quello di far troppo poco per debellare lo spaccio, per stroncare il traffico e la produzione, lo smercio . Non è invece andare verso maggiore tolleranza, abitudine all’uso e commercializzazione.

Saviano cita anche il caso Cucchi, dicendo che se ti trovano con della droga sei finito, non hai possibilità di riscatto. E’ significativo che quando si parli di questo problema non si citano mai le tante comunità che lavorano con i drogati.
La possibilità di riscatto e di rinascita c’è. Ci sono tante comunità che lavorano molto bene. Cucchi muore non perché tossico, muore perché il valore della vita è sempre meno un valore, non è più sacra, il tasso di violenza e aggressività è sempre più indice di una mancanza di conoscenza del motivo per cui si sta al mondo ed è bello vivere. Cucchi non muore perché si drogava.

Siamo in un contesto malato, da entrambe le parti?
Io non penso che questo ragazzo si sia tolto la vita perché la Guardia di finanza è entrata a casa sua. Se fosse così, ogni giorno due o tre ragazzi in ogni città si toglierebbero la vita.

Quale allora il motivo?
Secondo me il vero motivo è che nessuno ha mai detto a questo ragazzo che c’è un grande motivo per essere al mondo. E’ un fatto educativo, di mancata presenza degli adulti che non sanno comunicare ai ragazzi che c’è un grande scopo per cui si è venuti al mondo. Nella realtà c’è un grande invito a vivere, a studiare, a lavorare, a darsi da fare. Tanti ragazzi pensano di essere capitati qui inutilmente, che non ci sia nella realtà una grande chiamata per ognuno. E allora quando capita un fatto come una perquisizione della polizia, ti sembra che caschi il mondo.

Invece?
Invece il problema non è che cosa ti hanno trovato, manca prima e dopo il motivo, manca una presenza, una ragione vera per cui stare al mondo. A volte si può sbagliare ma si può sempre ricominciare. Ma se manca questa grande ragione vera che è il grande lavoro che adulti, scuola, famiglie e chiesa devono fare, dopo ti crolla tutto e ti senti un fallito.

E’ come se in quell’istante il ragazzo avesse percepito, nonostante la presenza della madre, di essere completamente solo, è d’accordo?
Uno si sente solo anche se ha tante persone intorno quando non conosce il grande motivo per cui si è venuti al mondo, una grande ragione per cui vivere. La solitudine viene da questa mancanza.

C’è ormai una mentalità diffusa che è passata attraverso ogni tipo di prevenzione, anche la famiglia, secondo la quale farsi qualche spinello non è niente di male, è così?
Anche il semplice spinello lascia una grande delusione in ogni ragazzo, una grande amarezza un grande risentimento.

In che senso?
Tutti quelli che se li fanno sanno che è una cosa sbagliata anche se lo nascondono. I miei ragazzi dopo un po’ che arrivano in comunità lo ammettono: sapevamo da sempre di fare una cosa sbagliata e drammatica. Fumare la cosiddetta droga leggera non è un fatto innocuo, perché ti lascia sempre un giudizio di miseria, di vergogna, di inadeguatezza e di tradimento verso te stesso e gli altri.

In sostanza, Saviano sembra dire che basta una legge calata dall’alto per risolvere tutto.
Nuove leggi, più severità… Discorsi astratti. Non è la politica che salva, la politica è troppo poco rispetto un problema così grande.

(Paolo Vites)

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/2/15/SUICIDIO-DI-LAVAGNA-Cattarina-caro-Saviano-non-sono-le-leggi-a-salvare-la-vita-dei-ragazzi/748618/

La vita è un tu

Silvio Cattarina
sabato 11 febbraio 2017

Caro direttore,
l’ormai nota frase di Papa Francesco “non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca” si documenta sempre più nell’ambito dell’esperienza che vivo in mezzo ai ragazzi, incontrando tanti giovani e numerose famiglie che a me si rivolgono come all’intera esperienza de l’Imprevisto.
Un tempo, nelle epoche passate, il male, il dramma, la disgrazia, il fatto grave, capitava, lo si incontrava, ci si cadeva dentro, succedeva, era sfortuna, malasorte, toccava… Ora lo sceglie la persona: è una decisione, un atto deliberato dell’interessato.
Lo si capisce, ad esempio, se si pone attenzione all’espressione usata dai ragazzi che ricorrono alle sostanze: “mi faccio”. Come se intendessero dire “mi creo io”, “mi costituisco io”, “mi costruisco io da solo, con le mie mani, solo contro tutto e tutti”. Fino ad una quindicina di anni fa non usavano il verbo “farsi”. Bensì quello più naturale e diretto di “drogarsi”. Peraltro questo verbo “farsi” ormai è entrato nella mentalità comune: ci facciamo un caffè, mi faccio un vestito, mi faccio una vacanza, ho fatto la morosa.
Lo si capisce anche riflettendo sulla modalità usata da un certo numero di ragazzi quando vengono a parlare, meglio a comunicare, a ufficializzare la scelta intrapresa e immancabilmente si esprimono con queste parole: “Ho scelto, ho deciso, ti comunico che ormai ho stabilito che voglio essere… omosessuale… bisessuale… voglio cambiare sesso… voglio essere anoressica… ho scelto di drogarmi…”.
Insomma, sanciscono solennemente e pubblicamente: la mia vita è nelle mie mani. Della vita posso decidere e disporre a mio piacimento. Essa è in mio potere e questo potere – estremo, abnorme potere – lo userò come una clava per raggiungere la soddisfazione di ogni interesse, di ogni emozione che mi passa per la testa.
Siamo riusciti a rendere la vita di questi ragazzi così sconsolatamente piatta che pensano che la realtà sia solo quello che vive dentro di loro. Niente vale se non quello che mi vive dentro.
La realtà invece è immensa, infinita, sovrabbondante di bellezza, di grazia, di incontri, di persone, di fatti belli e utili, piena di corrispondenza, di meraviglia, di interesse, di avventura, il bene che in essa vive e si manifesta è senz’altro immensamente superiore al male che pure vi alberga quanto è vero e giusto il famoso “solo lo stupore conosce!” che citava Giussani).
Non sono io a fare la vita, ma il bello e il grande è se e quando la vita fa me, mi viene incontro e mi “invita” — appunto, mi chiama dentro la vita — a grandi cose.
La vita è una chiamata, una vocazione — si diceva quando eravamo piccoli. Altro che mi faccio io, scelgo io, decido io. Ricordo ancora oggi con commozione che quand’ero piccolo tutto, veramente tutto ciò che era sulla terra e nell’intero mondo, tutto incitava a vivere, spingeva ad essere, smuoveva un interesse, spronava alla curiosità, sprigionava energie insperate e incredibili. Tutto mi guardava e mi chiamava.
La vita è un tu. E’ un Tu, una vita così Vita che ha un fascino, un’attrattiva così vasta che porta con sé anche un metodo, una strada per seguirla. Non quindi seguire i miei pensieri, i miei progetti, le miei idee, le mie immagini…

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/2/11/L-IMPREVISTO-Mi-faccio-cos-e-cambiato-nei-giovani-15-anni-dopo-/print/747742/

Fine di una storia

Giorgio Vittadini

venerdì 3 febbraio 2017

Il dibattito sull’assetto politico post referendum sembra assumere toni surreali. Pare che andare a elezioni sia diventata la cosa più urgente in questo momento, dimenticandosi però della prospettiva drammatica verso cui il nostro Paese si sta indirizzando a grandi passi, per la prima volta, dalla fine della guerra e della ricostruzione. Forse non ce ne rendiamo conto del tutto, perché siamo per lo più ancora circondati dal benessere e la solidarietà tra generazioni all’interno delle famiglie italiane ha finora tenuto. Ma basta un’occhiata ai dati per capire che la situazione è tutt’altro che rosea.
La condizione giovanile è pesantissima: il tasso di disoccupati nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni a dicembre ha superato il 40%, il livello più alto toccato dal giugno 2015. Se è vero che sono aumentati gli occupati dell’1,1% rispetto al dicembre 2015, è anche vero che su un totale di 242mila occupati, 155mila sono a tempo determinato.
I giovani non trovano un posto stabile e le competenze dei nativi digitali sono largamente ignorate da aziende e imprese.
Per vent’anni la nostra classe politica ha espresso personalismi e improvvisazioni sia a destra che a sinistra. Oggi dominano politici e comitati d’affari senza un progetto chiaro e condiviso su come uscire dalla crisi.
Cosa suggerisce questo quadro impietoso? Ci fa ricordare quello che avevano capito i padri costituenti e che è stato ribadito nel recente convegno “Repubblica e Costituzione”: si fa politica per il bene comune e per l’unità del Paese.
Allora persone che partivano da punti di vista politici e ideologici opposti avevano capito che per risollevare un Paese lacerato e distrutto dalla guerra dovevano giungere a un compromesso virtuoso. In questo modo si ottenne la Costituzione. Oggi che l’Italia rischia di scivolare in serie B, chiunque governi o andrà all’opposizione ignora ciò che c’è in gioco: la rinuncia a diritti essenziali, come il lavoro per i giovani, il diritto a casa, assistenza, salute… In questa situazione occorre aprire dialoghi fra le parti e convergere verso provvedimenti condivisi. Non basta la scaltrezza politica. Occorre recuperare tutti qualcosa che viene prima: un atteggiamento di purezza.
Davanti a una situazione che può sembrare irrisolvibile, nelle persone può scattare un sentimento di tristezza, ma la percezione che qualcosa non funzioni, può generare un nuovo impulso verso la costruzione della res publica. Questo sentimento di tristezza è spesso censurato: è meglio urlare, insultare, accusare, lasciarsi andare a reazioni di pancia. Ma l’uomo che prova tristezza più facilmente è colui che prova nostalgia per il benessere di tutti, non opera divisioni, ha una ingenuità positiva che lo porta a compiere gesti di “bellezza disarmata”, come titola il libro di Julián Carrón. Gesti quali: attivarsi spontaneamente per il prossimo, accogliere gli ultimi, ricominciare a fare impresa, riprendere a educare i giovani che nelle scuole vivono situazioni di disagio.
Cosa centra tutto questo con la legge elettorale che la Consulta ha modificato e indicato come utilizzabile?
Come hanno commentato in tanti è una legge che non permette a nessuno, in caso si voti oggi, di vincere le elezioni e di formare un governo. Non c’è partito che, realisticamente, sia in grado di arrivare da solo al 40%, come non esiste al momento alcuna coalizione che possa raggiungere il 51%. Inoltre, si perpetua la tragedia dei capi lista nominati dal partito, non scelti dal popolo per i loro meriti.
Sarebbe un disastro se si votasse oggi come chiedono in tanti. Avremmo davanti anni di ingovernabilità e di lavori parlamentari complicati e inefficaci.
Una tristezza commossa per il declino e l’impoverimento della vita politica chiede che prima di qualunque voto si arrivi a un accordo elettorale serio. Chi per qualsiasi calcolo politico si opponesse a questo disegno sarà responsabile nei confronti, non solo dell’opinione pubblica, ma anche della storia italiana.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/2/3/Italia-la-tristezza-che-c-e-in-me/print/746068/

La chimera della felicità

Salvatore Abbruzzese
mercoledì 3 agosto 2016

Perché molti imboccano la scorciatoia della droga per raggiungere il pieno benessere? Perché proprio oggi e perché proprio tra noi? Perché la cifre della tossicodipendenza negli ultimi trent’anni non hanno fatto che crescere e perché tutte le campagne antidroga non hanno dato che risultati estremamente modesti? Intervistando gli ex tossicodipendenti della Pars (una Onlus in provincia di Macerata che da oltre venticinque anni si occupa di accoglienza, riabilitazione e reinserimento di tossicodipendenti) si scopre che queste domande hanno ben più di una risposta.
La droga penetra per ragioni gravi e per altre che gravi non sono. Ci si può drogare per disperazione, ma anche per noia, per curiosità o per avere la stima di qualcun altro. Ci si può drogare se si è poveri, marginali e si abita nelle periferie, così come lo si può fare se si è ricchi, inseriti nelle metropoli più importanti e negli ambienti più qualificati. Ci si può drogare nel Nord opulento come nel Sud precario. In ogni caso l’obiettivo non è altro che quello della propria euforica e momentanea felicità. Qualsiasi connessione di tipo sociologico viene meno, qualsiasi ambiente sembra rivelarsi irrilevante nell’arrestare una simile espansione. La droga passa ovunque e filtra ovunque: con il suo diffondersi fa morire da dentro ogni progetto di città e di civiltà.
Proprio perché tutte le campagne di prevenzione, a distanza di trent’anni dal primo rapporto sulle tossicodipendenze realizzato dal ministero della Sanità, non hanno dato risultati minimamente apprezzabili, sta arrivando in discussione nel nostro Parlamento la proposta di liberalizzare l’uso della cannabis e di alcuni suoi derivati. Visto che non si riesce a convincere i giovani (perché di loro stiamo parlando) a evitare le droghe, almeno si cerca di recidere il legame tra queste e la cospicua rete di interessi criminali che, attraverso il commercio clandestino, vi si ricollega.
Ci sono momenti nella storia della modernità in cui il principio dell’utilità e della convenienza impongono sacrifici gravi. L’intera società moderna, strumentalmente razionale e quindi costantemente orientata a conseguire risultati più che a proclamare valori, non esita a sottoscrivere compromessi inqualificabili pur di evitare disastri peggiori. C’è tuttavia da chiedersi se accadrà veramente così.
Dopo aver raccolto le storie degli ex-tossicodipendenti della Pars, oggi padri e madri felici, ci si può chiedere quali risultati possa dare il facilitare ancora di più l’accesso a una sostanza alla quale, da decenni, ci si accosta con sempre maggiore superficialità.
E di superficialità sembra essercene veramente tanta in questa proposta parlamentare. A cominciare dalle centrali del crimine organizzato: veramente si ritiene che queste non provvederanno a diffondere veleni ancora più potenti e persuasivi, magari a un costo minore pur di allargare la propria clientela? Ma soprattutto, veramente si ritiene che quanti si sono avviati sulla strada dell’uso della cannabis eviteranno la letale droga di strada per preferire quella, velenosamente meno devastante, ma pur sempre mefitica, che lo Stato-papà offre loro dal bancone delle farmacie? Per di più: veramente una simile prossimità e un’implicita legittimazione delle droghe non incrementeranno il numero di quanti, per dolore, confusione, noia, superficialità si mettono alla ricerca di sostanze psicotrope?
Ma non basta. Da diversi anni il dramma della tossicodipendenza è sempre di più accompagnato da un’aura minimalista e riduzionista che ne nasconde costantemente gli effetti letali. A sentire queste riduzioni le droghe leggere non sono che ricostituenti dell’anima, antidepressivi eco-compatibili, espressioni di un diritto del singolo a scegliere la propria strada, in piena coscienza e adeguata conoscenza. Siamo certi che un tale riduzionismo che accompagna attualmente l’uso della cannabis non troverà nella vendita asettica delle farmacie un’ulteriore conferma alle diverse leggende che sta attualmente diffondendo? Non c’è qualcosa di sottilmente ipocrita e insopportabilmente falso in tutto questo?
Non si sta forse dimenticando come le droghe succhino la vita delle persone, li depotenzino privandoli, passo dopo passo, della loro umanità fino a trasformarli in anime morte alla deriva? Non si è forse all’ultima spiaggia di quell’individualismo esasperato che è la vera chiave di volta dello stupidario contemporaneo, uno stupidario che loda a ogni piè sospinto il soggetto libero e autonomo, anche a costo di avviarlo verso il suicidio a puntate di se stesso?
Vendere veleno a piccole dosi spacciandolo per il male minore, non è forse l’estrema beffa di una società che, decennio dopo decennio, ha smarrito la memoria della propria identità e del proprio progetto? Così, alle nuove generazioni verso le quali si è rivelata incapace di offrire un progetto di città e di vita comune, questa offre, a saldi di fine stagione, la droga in farmacia. Come a dire: non siamo stati capaci di indicarti la strada per vivere e realizzarti, ma, sta tranquillo, ti offriremo a prezzi modici le indicazioni viarie per andare a morire. In piena libertà e in consapevole autonomia.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/8/3/Lo-Stato-papa-che-vende-veleno/717349/

La piccola scintilla

 

Valerio Capasa

lunedì 25 gennaio 2016

“Io sono supplenza”. Sì, “io non sono leggenda”: da due mesi nun famo artro che supplì. Didatticamente assurdo, umanamente avventuroso. Non sai a che ora entri e non sai a che ora esci: è di troppo avere un orario, è di troppo avere una classe, è di troppo sapere il giorno prima cosa devi fare il giorno dopo, ed è di troppo anche saperlo il giorno stesso. È di troppo anche avere uno stipendio, che intanto non arriva da settembre. Tendenzialmente non servi: per pura pietà promettono di inventarsi dei corsi qualsiasi in cui deportare qualche malcapitato alunno pur di tenerti occupato. Mentre «il mobbing» – Checco Zalone docet – «come mi rilassa!». Sei di troppo per gli alunni, con cui devi litigare almeno venti minuti all’inizio di ogni ora, perché non riescono proprio a credere che pretendi veramente di fare lezione, quasi sbarcassi da Marte e solo tu non fossi a conoscenza dell’inveterata usanza di rubare lo stipendio facendosi i fatti propri e beatamente ignorandoli mentre loro copiano sgranocchiano amoreggiano.

Poi succede che reciti La sera del dì di festa e qualcuno si commuova fino alle lacrime. O che un’insegnante ti venga a cercare per dirti che è entrata nelle sue classi e li ha trovati colpiti, e vuole sapere chi sei tu, che sei riuscito a colpirli. Oppure una mattina trovi la scuola okkupata: inizia un dialogo surreale con gli okkupanti, dall’altra parte delle sbarre, che ti sfottono con un “lei cosa crede di cambiare con le sue supplenze?”. E a quel punto l’aiuto insperato ti arriva da un pluriripetente incappucciato steso sul cancello, che d’un tratto riemerge e fulmina l’amico in barese stretto: “lo sai cosa cambia quello? che quando è venuto in classe mia non volevo più alzarmi dalla sedia”.

Cos’è questa mezza frase rispetto a tutti i problemi della scuola? Che peso ha la lettera di una ragazza che ti ringrazia di «mettere luce in questi giorni di scuola, che ai nostri occhi sono sempre tutti uguali»? Qualcosa di impalpabile, e quasi di invisibile. Non sposterà di un millimetro il dibattito pubblico né le riforme né tutta la baracca, e nemmeno la sua classe. Ma è l’unica cosa che conta: perché l’unica cosa che conta è quando si accende una scintilla. Solo da qui potrebbe ricominciare tutto (o potrebbe anche non ricominciare, ma è certo che da nessun altro punto potrebbe ricominciare): dalla scintilla per cui ti viene voglia di alzarti la mattina, per cui inizi ad amare quel posto altrimenti insopportabile. “E mo’ chi glielo dice?” mi bisbigliano sulle scale dopo una quinta ora. “A chi?” chiedo. “Agli altri professori. Loro la classe così in silenzio non l’hanno mai vista. Non ci crederebbero nemmeno”. Torni a casa senza un’unghia di orgoglio. Perché la mattina dopo, lo sai, devi ricominciare da zero.

«Il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare daccapo: la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione. Lascio la sera i ragazzi in piena fase di ordine e volontà di sapere — partecipi, infervorati — e li trovo il giorno dopo ricaduti nella freddezza e nell’indifferenza».

Pasolini ha ragione: «per fare studiare i ragazzi volentieri, “entusiasmarli”, occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente», perché bisogna tenere «conto in concreto delle contraddizioni, dell’irrazionale e del puro vivente che è in noi». Può educare solo «chi vive nel cerchio continuamente mobile dello spirito, gli occhi sempre puntati sul gioco della Provvidenza».

L’amore è uno spreco, e non può essere diversamente. Infatti i generosi si spompano, ricattati come sono dall’illusione delle ricompense. Non c’è insegnamento che non sia darsi in pasto, fregarsene del ritorno. «Anche perché sono tutti capaci a innamorarsi di un lavoro che si sa quanto renda; difficile è innamorarsi gratuitamente» (Cesare Pavese).

Qui infatti comincia quell’enorme questione che si chiama libertà. Perché quando entri in classe da supplente non hai nessuna arma: né autorità da ostentare né voti da mettere né credibilità da difendere. Sei nessuno, e puoi puntare soltanto sul fascino di quel che hai da dire e che sei. Che poi è la drammatica incarnazione dei due criteri con cui vorrei si valutassero gli insegnanti: 1. non vede l’ora che arrivi il lunedì o non vede l’ora che arrivi il sabato? 2. è in grado di farsi ascoltare da 25 ragazzi un sabato sera senza il ricatto del registro e dei voti e dell’autorità? Eccolo avverato, ecco che vai in classe nudo: la prima volta e ancor di più la seconda, quando lo stupore precedente è sfumato come zucchero a velo. E giochi ad alzare il tiro, come se potessi tirar fuori infiniti colpi dal cilindro, e colpi di tacco senza botte sugli stinchi: come se «si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta, quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora». Tu che appunto vuoi «costruire», come canta Niccolò Fabi, sai che alla lunga così non può funzionare, e giustamente ti lamenti di essere mandato come un agnello in mezzo ai lupi, e magari a chi esagera metti pure una nota. Poi torni a casa e c’è tua figlia che, anche lei, senza alcuna ragione, non ti dà retta: e cosa fai, le metti la nota?

Ricominciare, ricominciare sempre. È «il potere dei senza potere», quello che non si fonda sulla titolarità di cattedra o sull’istituzione scuola: si fonda solo su di te. Te la giochi su quanto è più bello Dante rispetto al non fare niente, e stavolta non ci sono punti di vantaggio, non ci sono facce rispettose solo per finta: nessun filtro, al diavolo le ipocrisie svelate a ogni fine dell’anno, quando i ragazzi che fingevano un interesse finalmente stappano l’odio.

Ora lo scopri in diretta, non devi più aspettare giugno perché il cuore si mostri limpido come il volto. Te lo dicono in faccia, “non mi va”, “chi ti conosce?”, “chi crede di essere?”, “oggi non è cosa”. O nemmeno alzano lo sguardo, nemmeno si girano verso di te. E quanti insulti che ti prendi, secchi secchi, tu che ti ostini a far sentire Mozart a orecchie abituate a Lorenzo Fragola.

Ma te la giochi, finalmente te la giochi. E lo vedi bene tutto quello che manca. Forse, supplendo supplendo, lo vedi più di tutti, quando pensi che sulla libertà pura, in effetti, non si può «costruire». Troppo fragile. Perché quell'”è passata un’ora e mi sono dimenticata di andare in bagno!” andrebbe sostenuto. È una misera scintilla, su cui soffierà tutto il mondo, già fra un secondo, ora dopo ora: ci vorrebbe un occhio che la noti, un muro che la ripari, delle ossa non rassegnate al solito gelo. Dai quasi ragione al grande inquisitore di Dostoevskij, che spiegava a Gesù che loro erano riusciti a fare di più per il cristianesimo di quanto avesse fatto Lui, fallito proprio per quanto ingenuamente aveva puntato sulla libertà. Quasi quasi te ne vai pure tu appresso alla musa ispiratrice di tutti gli insegnanti, la tata Lucia, quando gracchia che «ci vogliono delle regole!». Tutto giusto: rispetto dei ruoli, continuità didattica, fine della supplentite, orario stabilito. La scuola deve essere una scuola, certo. Ma la scuola non è più la scuola, facciamocene una ragione. Chi cerca di evitare il crollo e pontifica su quel che dovrebbe essere forse non si è reso conto che la scuola è già un Bataclan, un arco di Palmira, un cadavere col respiratore ancora attaccato.

È anche vero che, come diceva la volpe al piccolo principe, «se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… ci vogliono i riti». Non si può uscire da una classe con un generico “ci vediamo”, come un saluto di fine estate: bisogna sapere quando ci si vede. Perché è vero che a tua figlia non metti una nota, ma è anche vero che tua figlia è sicura che ti rivede, che c’è una casa. Ma quanti ne hai, davanti a te, che non si fidano neanche dei genitori? C’è da rifare la scuola, son da rifare le case, siamo in un tempo in cui c’è da rifare tutto, e forse non lo rifaremo. Ma abbaiare alla luna non è mai servito, e tutte le difese istituzionali non fanno che coprire il problema: che ora invece è scoperto, incandescente. Perché ricostruiremo sulle uniche fondamenta del fascino, che nessuno ti garantisce, e della libertà di dar retta a quel fascino, che nessuno ti garantisce.

Noi non sappiamo se un giorno vedremo rinascere la scuola e la cultura e il liceo classico e le famiglie; oppure, più probabilmente, se le vedremo afflosciarsi ancora. Certo, noi saremo lì, perché «nel restare / dentro l’inferno con marmorea / volontà di capirlo, è da cercare / la salvezza. Una società / designata a perdersi è fatale / che si perda: una persona mai» (Pier Paolo Pasolini). Saremo lì, mentre tanti costruiscono castelli di sabbia o si lagnano della roccia che fu, a ricominciare in mezzo alle macerie, facendoci casa di quattro macerie. Saremo lì, in piena «selva oscura», fra molto più di tre fiere e troppe lampadine inutili, sparate sugli occhi di quei ragazzi, per non farteli vedere: saremo lì senza illuderci che la selva non sia oscura, ma offrendoci a quell’unico fra tanti abbagliati, quando ci sarà, che ci sussurrerà un «miserere di me». E lo dirà magari non nella continuità di un rapporto triennale, ma in quello spazio irripetibile — effimero ed eterno — della tua unica ora di supplenza.

La vita rinasce da un incontro

Se pensiamo di sapere già tutto corriamo il rischio di essere morti nello spirito e avvolti nella solitudine della nostra autoreferenzialità. Possiamo rimanere vivi solo se siamo disposti a lasciarci educare. Sempre». Questa la provocazione lanciata dal sociologo Mauro Magatti intervenuto, insieme ad Alberto Savorana, alla Festa dei Bambini di Bologna per parlare del genio educativo di don Giussani. La Festa, giunta alla trentottesima edizione, si è svolta nello storico parco dei Giardini Margherita con un titolo emblematico. “Sarà che mi hai guardato, come nessuno mai. La vita rinasce da un incontro”. Dopo la strage di Parigi, le condizioni tremende in cui si svolge il flusso migratorio dal Nord Africa, la persecuzione dei cristiani in diverse parti del mondo, l’inasprimento del dibattito su temi quali l’educazione, la famiglia e il matrimonio i promotori della festa si sono lasciati colpire dalle parole di papa Francesco in piazza San Pietro il 7 marzo scorso e hanno deciso che il tema doveva essere l’incontro, inteso come apertura e conoscenza dell’altro, condivisione dell’esperienza che ciascuno fa.

Sul tema del cuore Magatti e Savorana hanno dato vita ad un appassionante “ping pong”. Giussani ha dedicato la vita all’educazione «non per indottrinare, non per convincere delle sue idee i giovani che incontra appellandosi al principio di autorità, ma per insegnare una strada, un metodo, per far fare loro un cammino così che siano loro a prendere coscienza di sé e a verificare se quello che dice è vero», scandisce Savorana. Una provocazione che il sociologo condivide e rilancia. «Quando citiamo “cuore” ed “educazione” innanzitutto stiamo parlando del cuore dell’educatore: che sia un insegnante, sia un genitore, un adulto, un giovane che inizia a lavorare, un sacerdote. Il cuore di cui stiamo parlando è innanzitutto il cuore di chi si trova in questa situazione di responsabilità, peraltro molto curiosa. Ci chiede di esercitare il ruolo di chi ha più esperienza, più conoscenza, ha visto più cose, è più avanti nella strada della vita, come dire una simmetria, che è destinata, tuttavia, al suo capovolgimento». E questa, insiste Magatti, «è una cosa che richiede cuore perché per un educatore l’obiettivo principale è che quel giovane, quel figlio, quel ragazzo vada oltre se stesso. Per un genitore la cosa più bella è che un figlio percorra delle strade che noi non abbiamo percorso. E così è per un buon insegnante: cosa può desiderare un buon professore se non che dalle cose che insegna ci sia chi le raccoglie, le trasforma, le riorganizza in un mondo in continuo cambiamento?». Non è facile, ovviamente. E Savorana ricorda a questo proposito il giudizio duro di don Giussani sugli adulti, coloro che avrebbero dovuto introdurre i giovani alla realtà, all’esperienza della libertà e della ragione: «A tutte queste generazioni di uomini non è stato proposto niente. Eccetto una cosa: l’apprensione utilitaristica dei padri». Nessuno ha comunicato ai giovani un metodo. E i risultati di questa mancanza si vedono nella cultura contemporanea. «Il cuore», insiste Magatti «richiede esattamente il contrario di chi considera la conoscenza, l’esperienza, un possesso. Noi siamo talmente condizionati che pensiamo che per dare, bisogna essere particolarmente buoni. Quando in realtà il dare è un’azione originaria dell’essere umano. È il dare dell’educatore, è il dare del seminatore nella speranza che vada oltre se stesso. L’arco della famosa poesia di Gibran che permette al figlio di essere lanciato in avanti».

Per questo don Giussani si cimenta nella grande sfida dell’educazione pur consapevole che l’azione in questo campo è «rischiosa perché è abbandonata a una libertà fragile. E qui», spiega Savorana, «uno capisce il limite della propria persona e l’insondabilità del mistero dell’altro. Queste percezioni alimentano un’umiltà che non fiacca minimamente l’entusiasmo, che non mette minimamente in questione la passione, ma che rende tale entusiasmo e tale passione vera proposta e non tentativo di accattivarsi l’altro».

Per troppo tempo l’educazione è stata questo: il tentativo di convincere l’altro delle proprie idee. «E questo per don Giussani è profondamente diseducativo, perché fa violenza a quel nucleo misterioso dell’altro che è la sua libertà». Il sociologo propone una ulteriore conseguenza: «L’educazione c’entra col cuore laddove noi siamo strumento, perché chi viene dopo di noi possa intuire attraverso quello che facciamo e quello che diciamo che fondamentale per gli esseri umani è amare, cioè spendere la propria libertà per qualcosa che vale la nostra vita. Questo è il contenuto profondo dell’educazione. Noi insegniamo solo ciò che amiamo. E l’unica passione che possiamo trasmettere è questa: che vale la pena amare la vita. E che se la vita si ama, richiede anche impegno e conoscenza. È un mettersi in cammino. L’affezione creativa è l’immagine del Dio che i cristiani hanno, senza affezione creativa perché mai avrebbe dovuto creare l’uomo?». La considerazione della persona e della sua libertà è un aspetto di grande attualità nella proposta di don Giussani, conferma Savorana. Come muovere la libertà, destare l’interesse di uno studente a scuola, vincere quella stanchezza, quella apparente indifferenza che sembra una nota dominante della vita oggi. «Perché la libertà», ribadisce Savorana, «può essere conquistata solo da qualcosa che la muove, non per una obbedienza formale, per una direttiva imposta. “Ma quello che state facendo, cosa c’entra con le stelle?”, domandò don Giussani a una coppietta che si baciava per strada all’inizio degli anni Cinquanta. Anche oggi è la domanda centrale: perché il particolare scopre il suo significato solo nel rapporto con il tutto».

Di fronte al crollo delle evidenze Magatti si sofferma, infine, su un fenomeno tipico del nostro tempo. «Negli ultimi secoli abbiamo imparato a diffidare dell’esperienza, la cerchiamo, ma rimane a livello del nostro particolare, contemporaneamente ci fidiamo sempre di più dell’esperimento. Che assume il valore di una certezza, anche perché le sue conseguenze le tocchiamo con mano. Non circola più, invece, l’esperienza che rimane qualcosa di instabile e precario. C’entra col nostro particolare, manon diventa più rete. Succede negli ospedali dove non ci sono più spazi per la condivisione della malattia e della sofferenza. Dove il rischio è quello di diventare solo officine dove si sostituiscono i pezzi di ricambio. Ma anche in famiglia accade una cosa analoga: qui abbiamo ridotto le relazioni a esperienze soggettive e momentanee che tengono solo quando si sta bene insieme». La strada per Magatti è obbligata: «C’è bisogno di lavorare sulla esperienza per farla tornare un tessuto sociale. E qui giocano un ruolo di primo piano i testimoni. Non persone necessariamente straordinarie, ma capaci di riconoscere che nella loro vita sono capitate delle cose che meritano di essere raccontate. A tutti».

http://www.tracce.it/default.asp?id=302

Cosa hai imparato di bello oggi?

Perché vale la pena studiare? Venerdì 10 aprile alle 21.00 si svolgerà nella biblioteca Dino Buzzati di Busnago (MB) un incontro con il nostro collaboratore Giovanni Fighera. Il titolo dice già tutto dell’intento del convegno: “Perché è bello studiare: un’avventura sempre nuova. La scuola come luogo di crescita, di scoperta di sé e della realtà”. Qui di seguito riproponiamo un vecchio articolo di Fighera che ci pare illustri bene le tematiche dell’incontro.

Ai vostri figli non chiedete: “Come è andata a scuola?”. Ma: «Cosa hai imparato di bello oggi?»

Qualche tempo fa mi è capitato un fatto che mi ha molto interrogato. Vengo contattato dalla mamma di un mio allievo, preoccupata per l’impassibilità del ragazzo davanti ad una grave insufficienza in Latino, materia per lui ostica, di scarso valore nella vita di tutti i giorni, per la quale non si intravede lo scopo di studio. Vedo la donna concentrata sul cinismo del figlio verso la materia scolastica. Allora le espongo la mia preoccupazione che non riguarda il voto in sé. Il ragazzo pochi giorni prima, commentando la gita scolastica in una bella città, mi  aveva stupito in quanto giudicava l’esperienza inutile.

L’etica dell’utile ha ormai coinvolto tutti gli ambienti e tutti gli atteggiamenti creando uno scetticismo di fondo, un’incapacità a vivere bene e pienamente le esperienze. La madre, sola nel grande compito dell’educazione dei figli, non aveva mai pensato e prestato attenzione a questo fatto. Nel contempo, ora si sentiva in colpa e responsabile, perché lei spesso a cena aveva parlato della vita in maniera disillusa.

Ritengo quest’episodio molto significativo. In primis ci dice che spesso noi genitori siamo interessati più all’andamento scolastico dei nostri figli che alla loro vita e al loro vero bene. Riduciamo le nostre domande alla fatidica richiesta: «Come è andata la scuola?». Il ragazzo non può che trincerarsi dietro una risposta monosillabica che chiude ogni comunicazione. Se a mia figlia, che ha otto anni, io chiedo se abbia imparato qualcosa di interessante e di bello, lei è più propensa a parlare. A tavola, a cena, ognuno di noi racconta che cosa sia capitato di interessante durante la giornata. Mi sembra un modo per spalancarsi di fronte all’avventura della vita alla ricerca di ciò che ci capita e che renda bella e interessante la vita stessa.

In secondo luogo, constato che la disillusione e il cinismo abitano normalmente negli ambienti di noi adulti. La giovinezza è un atteggiamento dell’animo, che si protende con stupore e con meraviglia verso la realtà e la vita. Mia nonna, anche a novantasei anni, era sempre interessata a quanto accadeva. Può accadere ai giovani di essere più vecchi nello spirito rispetto agli anziani. Quando questo accade, la responsabilità è, però, spesso di genitori, di maestri e di educatori che coprono con la tristezza e la disillusione sulla vita l’entusiasmo e le domande tipiche della gioventù.

In terzo luogo, la cosa più grave che possa accadere all’umanità (e, quindi, a me come uomo) è la perdita del gusto di vivere. L’etica dell’utilitarismo ha seriamente intaccato la capacità dell’uomo di vivere con intensità la realtà. Il mio io non si muove più con meraviglia nel «gran mare dell’essere», come Dante chiama la realtà, ma usa gli affetti, l’amore, l’amicizia, la conoscenza, i rapporti umani per un tornaconto che abbiamo in mente. La realtà, le cose e le persone non valgono più in quanto tali, ma per i miei progetti.

L’etica dell’utilitarismo è un’altra sfaccettatura dell’ideologia imperante nell’epoca contemporanea. Così, non si conoscono più davvero le cose e le persone, ma le si sfruttano. Non può rimanere, al fondo, che tristezza. All’etica dell’utile «economico» si dovrebbe sostituire l’etica del conveniente e corrispondente a livello umano. Dovremmo chiederci: che cosa davvero mi corrisponde, che cosa può rendermi lieto, che cosa è buono per il mio destino? Giova ricordare un passo dei Promessi sposi, tratto dal capitolo XXXVIII ove Manzoni ci descrive come emblematica della situazione esistenziale dell’uomo l’immagine dell’infermo, mai soddisfatto del proprio letto e sempre alla ricerca di cambiare situazione, perché la propria è sempre insoddisfacente. Una volta che il malato ha trovato un altro letto, scopre, però, che questo è ancora più scomodo e che, forse, si stava meglio prima. Ecco perché converrebbe, ci dice il Manzoni, forse pensare a far bene, più che a star bene e forse si starebbe meglio. Questa per Manzoni è la vera convenienza e corrispondenza al cuore dell’uomo: l’amore.

Nel bellissimo film «The millionaire» un ragazzo di strada riesce a rispondere a tutte le domande poste nel concorso perché ognuna di esse riguardava un aspetto della vita che lui aveva vissuto con intensità.

Affrontare con entusiasmo e con serietà tutta la realtà che abbiamo di fronte è la posizione più umana e più intelligente, che ci permette di capire meglio noi stessi e la realtà in cui la sfida della vita ci fa inoltrare.

La responsabilità si configura come una risposta ad una realtà incontrata, come un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita da sé l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Che cosa guadagno dallo studio? Il colore dei campi di grano, per usare una celebre espressione de Il piccolo principe. Come nell’amicizia, guadagno e scopro un pezzo di realtà, guadagno e scopro un pezzo di me!

Non c’è risposta ad una domanda che non si pone. Non basta, però, porre le domande, ma occorre porle bene. E non bisogna aver paura di non trovare subito la risposta. Io ho chiesto ai miei studenti di investire tutte le materie che studiavano con la domanda di comprendere che cosa si guadagnasse dallo studio. Ho chiesto loro di verificare nell’esperienza se la stessa esperienza dello studio cambiasse con questo desiderio. Ho chiesto loro di verificare se le ore di lezione fossero differenti quando loro le affrontavano pieni del desiderio che accadesse qualcosa di bello. Per me, insegnante, accade così!

Leggi di Più: Perché è bello studiare? – Tempi.it

Un volto eccezionale

 

Quest’anno, per quelle che sembrano soprattutto ragioni casuali, il New York Encounter mi è sembrato cresciuto di colpo. È cambiato il luogo, più che altro per questioni burocratiche e sindacali, e questo fatto ha finito per cambiare tutto il tono e l’atmosfera della manifestazione. La vecchia location, il Manhattan Center, aveva degli aspetti molto belli – come l’auditorium, un vero e proprio teatro molto bello – e in qualche modo gli organizzatori ci erano affezionati, perché aveva visto muovere i primi passi dell’Encounter negli anni precedenti. Ma era anche un posto un po’ scuro e vecchio stile, che finiva per dare alla manifestazione una certa impronta: un po’ cupa, in definitiva, e per certi versi quasi funerea.

Il posto di quest’anno, il Metropolitan Pavilion, ha cambiato tutto in modo inaspettato. Un edificio luminoso e arioso, su cinque piani – di cui tre interamente occupati dall’Encounter – ha trasportato gli eventi che vi accadevano direttamente nel presente, danno un’impronta anche ai contenuti.

Il tema, “In cerca di un volto umano”, ha illuminato molte questioni e dilemmi che riguardano l’oggi. A fuoco c’era la questione dell’identità umana, sottoposta a tutte le pressioni della modernità: il ruolo della scienza, le comunicazioni di massa, il rapporto tra libertà e tradizione, la globalizzazione, il nazionalismo e l’influenza dell’identità religiosa sull’unire o dividere i popoli. C’erano incontri sulla ricerca dell’identità, sul cinema americano, il blues, la letteratura. L’evoluzione è stata oggetto sia di un dibattito che di una mostra.

L’evento che più mi ha colpito è stata una mostra: I am Exceptional: the Millennial Experience (Io sono eccezionale: l’esperienza dei “Millennials”). Un’indagine che ha scavato nell’esperienza e nei dilemmi dei “Millennial kids – i ragazzi nati tra metà anni Ottanta e metà anni Novanta – abbracciando e confrontandosi con molti punti della cultura di cui sono permeati.

Nel tentativo di dar forma a una nuova identità per sé nella cultura dei social network e degli smartphone, offrono ai loro genitori un’immagine deludente, sembrano privi di obiettivi e motivazioni, mentre forse sono la generazione con più domande dagli anni Sessanta – pur in una forma completamente diversa.

Se la generazione dei figli dei fiori poneva le questioni dell’organizzazione sociale e della libertà di costumi, i Millennialshanno ora la possibilità di arrivare ad un livello più profondo. Se apparentemente hanno a disposizione risposte preconfezionate per ogni possibile domanda tipica della gioventù, sembrano, però, respingere tali risposte al di là di ciò che a prima vista potrebbe sembrare un risentimento viziato, ma che assume sempre più i tratti della ricerca di una nuova formula.

«L’indirizzo che avevo dato alla mia vita si è rivelato una menzogna», ha scritto un ragazzo nella sua pagina Facebook. «Questo inganno mi sta conducendo a un punto che sta diventando singolarmente e straordinariamente senza importanza». La vita non li raggiunge nelle forme in cui era stato loro promesso, ma ciò genera una tensione inaspettatamente positiva. La mostra, curata da un gruppo di autentici Millennialsha offerto uno sguardo ricco di stimoli su un elemento di novità della cultura occidentale, in cui i più giovani hanno sorpreso gli adulti recuperando qualcosa che era andato perduto e traducendolo in nuovi elementi e frasi.

Questa generazione – in una forma quale non era stata adottata da nessuna generazione di giovani in epoca recente – cerca nei volti della folla il volto dell’eccezionale. A che cosa potrebbe somigliare questo volto? Chi offre qualcosa di più, e cosa potrebbe essere questo “più”? La mostra propone un paradosso: solo nella possibilità di qualcosa di eccezionale sta la speranza di qualcosa di legato alla natura dell’uomo, qualcosa che corrisponda a ciò che manca, a ciò che il cuore è incapace di trovare in questo momento storico. «Se Dio si è fatto uomo, se è venuto fra noi, se viene adesso, se si è infiltrato in questa folla ed è qui in mezzo a noi, riconoscerlo come divino dovrebbe essere semplice, proprio in virtù della sua eccezionalità incomparabile. Riconoscere che è qualcosa di eccezionale, fuori dell’ordinario, irriducibile a qualsiasi analisi, dovrebbe essere semplice…».

Questa è la preghiera dei Millennials, e forse la provocazione che meglio ha caratterizzato il New York Encounter del 2015.

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=302&id_n=45670

Chi dà valore al giorno ?

Redazione

venerdì 5 dicembre 2014

“Perché occupiamo?”. La nuova riforma, la mancanza di fondi, la scuola che cade a pezzi, il diritto allo studio. E poi la risposta reale: “Pe’ nudd” (per niente).

Bari, 1° dicembre, ore 21.30: WhatsApp e Facebook in delirio al grido di “Socrate occupato!”. È partito il mese di fuoco delle occupazioni, che travolgono in un effetto domino una scuola dopo l’altra (tra Bari e provincia finora nove istituti). Questa volta il pretesto è la riforma della “Buona Scuola” proposta dal governo. Ciò che non cambia, invece, è la dinamica dei fatti: leggiamo, discutiamo… non va bene, occupiamo! Anche se i passaggi intermedi — “discutiamo”, “non va bene” — sono pura formalità.

Così “nel mezzo del cammin di nostra vita” ci ritrovammo nella bolgia studentesca  tra ignavi neutrali e indifferenti, iracondi smaniosi di rivoluzione, accidiosi alla pigra ricerca di giustificazioni per la loro inerzia. E poi ci siamo noi, che come Dante vogliamo il Paradiso. Come Claudio, che ci ha raccontato del suo tentativo di “contro-occupazione”, nella speranza di poter studiare fuori dalla scuola occupata: “Ma mi sono trovato praticamente da solo”, con l’amara consapevolezza che “si lotta per il diritto allo studio quando questo viene negato a me studente, che non posso partecipare alle lezioni”. Perché questa è la situazione di chi prova a pensarla diversamente: quella di un viaggiatore che scende dal suo treno ed è travolto dalla folla di passeggeri diretti nel senso opposto, senza che nessuno lo noti mentre chiede “permesso?”.

L’occupazione, oltre che mettere le catene alla scuola, le mette anche alla nostra libertà.

Obiezione: “se non si collabora, non si raggiunge lo scopo”. Ma è giusto costringerci a un’azione illegale? “Certo, serve a dare un segnale forte!”. Quindi tutto è lecito? Il fine giustifica i mezzi? E poi, perché un segnale “forte”? Contro cosa combattete?

Si potrebbe occupare anche con intenzioni positive: “ci dobbiamo far sentire”, “la riforma non deve passare”. Ma questa protesta cosa risolve? Costruisce o demolisce soltanto?

Più che una proposta concreta di cambiamento, l’occupazione sembra sia diventata una moda, quasi un appuntamento fisso sul calendario scolastico. È quello che canta Luigi Tenco nella sua Ballata della moda, in cui racconta che “il cameriere Antonio, servendo a un tavolo di grandi industriali, sentì decidere che per l’estate prossima sarebbe andata di moda l’acqua blu“. Antonio, però, rideva e ripeteva: “Me ne infischio della moda, io bevo solo quello che mi va“. Con il passare del tempo, però, beveva solo acqua blu. “Le prime volte lui si era opposto, ma poi pensò: chi me lo fa fare? e da quel giorno poco a poco si abituò“.

Siamo abituati. Crediamo di essere liberi nella misura in cui corrispondiamo a un modello. Occupare la propria scuola diventa un’esperienza da vivere in gioventù, come una gita scolastica. Siamo convinti di continuare a ragionare con la nostra testa, siamo convinti di continuare a bere quello che ci va, eppure non ci accorgiamo di come il potere, la moda, continuino a offuscarci la vista.

Questa abitudine accecante è simile a quella neglegentia di cui Seneca parla a Lucilio nella prima lettera:“Quem mihi dabis […] qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori?“. Chi dà valore al giorno e comprende di morire ogni giorno? Noi non vogliamo usare inconsapevolmente il nostro tempo, non vogliamo perdere neanche un istante della nostra vita. Per citare ancora Seneca, non vogliamo esistere, ma vivere.

Ecco perché, durante questi giorni di occupazione, abbiamo deciso di incontrarci per aiutarci a studiare insieme. Volevamo una valida alternativa alla perdita di tempo. Sì, “aiutarci”. Perché anche noi in un primo momento abbiamo accolto l’occupazione con gioia. Finalmente un momento per rompere la routine, per staccare la spina, per mettere in stand by l’infinita lista di compiti in classe, dimenticarci degli esami di Stato e di tutto ciò che sarà dopo, abbandonare i dubbi della scelta universitaria. Ci siamo immerse nella vita facendo un ampio respiro e trattenendo il fiato. Eppure siamo arrivate a fine giornata con il cuore soffocato dall’insoddisfazione, accorgendoci che tutto, compreso quello che chiamano relax, “è poco e piccino all’animo proprio“.

Antonella Colangiuli,
Adriana Perrelli

Liceo classico Socrate, Bari

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/12/5/SCUOLA-Antonella-e-Adriana-occupate-se-volete-ma-almeno-lasciateci-liberi-di-studiare-/print/561933/