DAT

«In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure», «un malato non può morire di sete o di fame», «tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale». Alberto Zangrillo è un’autorità scientifica di prim’ordine e in oltre trent’anni di vita in terapia intensiva e in sala operatoria non è mai entrato in conflitto con l’articolo 32 della Costituzione (diritto al rifiuto alle cure) cercando di salvare una vita.
Direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Generale e dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Cardio-Toraco-Vascolare presso l’Irccs San Raffaele di Milano, direttore della Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, autore di Ri-animazione. Tecnica e sentimento (editrice San Raffaele, 2010), stimatissimo nel mondo scientifico e noto alle cronache per essere il medico di Silvio Berlusconi, Zangrillo è un gigante della competenza, l’etica professionale e la responsabilità del medico.

«Chi pensa di dover decidere in base ai codici o alle sentenze, per me, è bene che faccia un altro mestiere», «i soloni mediatici prima di mettere in scena la loro opera vengano in terapia intensiva o in pronto soccorso a parlare con la madre e il padre di un ragazzo che sta perdendo la vita», scriveva su Panorama qualche tempo prima che stampa e tv si occupassero della storia di Michi, il quattordicenne rianimato e salvato da Zangrillo dopo un annegamento durato 42-43 minuti nel Naviglio. “Miracolo della scienza”, titolarono in tanti: il fatto risale al 2015, oggi il ragazzo studia, «se avessi dovuto dar retta alla famiglia sarebbe morto. Come medico ho tutti gli strumenti per sapere quando è opportuno ed etico intervenire nel rispetto del mio mandato, che è salvaguardare la vita», ha ribadito Zangrillo al Corriere il 20 aprile scorso, mentre la Camera approvava con 326, contrari 37, 4 astenuti la legge sul biotestamento che introduce le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) con il diritto per i pazienti di rifiutare le cure.
Professore, come ha accolto la notizia? In base alla sua esperienza ritiene che le Dat siano utili?
Ho accolto la notizia con assoluto disinteresse. È come se ad una persona abituata a leggere i classici della letteratura mondiale venisse data la notizia di un articolo uscito su una rivista di gossip. Le deliberazioni in materia devono essere il frutto di un lavoro serio che tenga conto dei princìpi etici, morali, deontologici e professionali.
In base alla legge il paziente avrà il diritto di rifiutare preventivamente le terapie. Ma a fronte del divieto dell’accanimento terapeutico, il medico potrà appellarsi all’obiezione di coscienza e rifiutarsi di “staccare la spina”: il medico dunque può ignorare le Dat?
Nessun medico serio, preparato e competente mette in atto terapie afinalistiche col solo scopo di prolungare la vita senza salvaguardarne la qualità. In altre parole l’accanimento terapeutico, se sussiste, è figlio dell’incompetenza e va combattuto. Altro è lo sforzo quotidiano di migliorare la prognosi del paziente.
Chi decide, o dovrebbe decidere, sulla proporzionalità delle cure? Il medico ha completa discrezionalità o prevale l’autodeterminazione del malato?
Il medico ha studiato duramente per potersi assumere delle responsabilità di strategia terapeutica anche gravi e rischiose. Il medico ha l’obbligo di informare, ascoltare e decidere. In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure. Il mio dovere è non mollare mai fino a quando si intravede una ragionevole prospettiva positiva. Nei casi in cui l’emergenza di una patologia acuta non ci consenta una previsione di prognosi il dovere del medico è quello di non lasciare nulla di intentato.
Il paziente ora ha la possibilità di sospendere o rinunciare anche all’alimentazione e idratazione artificiali, indipendentemente dalla propria condizione o dall’efficacia del trattamento. Questa disposizione apre a possibili richieste di eutanasia omissiva o suicidio assistito?
Questi sono argomenti molto seri e molto difficili da trattare e come tali non dovrebbero essere oggetto di dibattito da salotto. L’idratazione e l’alimentazione di un malato devono essere sempre garantiti per evitare la sofferenza inumana che deriverebbe dalla loro sospensione. Un malato non può morire di sete o di fame. I medici sono in grado di assistere con dignità la fase terminale di una patologia maligna: nessun rianimatore competente ventilerebbe artificialmente un malato terminale o tratterebbe farmacologicamente un’aritmia maligna quando il destino è segnato.
L’obbligo di adempiere alla legge, anche nelle sue disposizioni più sensibili sotto il profilo etico, rimane per tutte le strutture sanitarie accreditate presso il Ssn, comprese quelle cattoliche. Lei cosa ne pensa?
Sono certo che esista uno spazio per consentire al medico di adempiere ai suoi doveri nel rispetto della legge e negli interessi del suo paziente. Se ciò non fosse vorrebbe dire che la legge è sbagliata ed eserciterei il mio diritto all’obiezione.
Dopo Beppino Enlaro, Saviano ha esortato gli italiani a chiedere scusa anche a Fabiano Antoniani: «Perdonaci per non essere riusciti a farti lasciare questa vita in una condizione per te umana, non dovendo affrontare un viaggio faticoso e assurdo per ottenere in Svizzera quello che avresti avuto diritto ad avere a casa tua». Il ddl sul biotestamento ha ricevuto infatti un’accelerazione dopo il suicidio assistito del dj. Lei cosa pensa di come si è sviluppato il dibattito attorno alla libertà di scelta sul fine-vita?
Il problema vero non è quello di andare in questo o quel paese a farsi uccidere, il problema reale è il dramma che vivono centinaia di malati che non hanno accesso alle cure: io chiedo scusa alle migliaia di persone sconosciute e povere che in Italia muoiono in modo inumano perché non hanno la possibilità di essere assistite ed aiutate nelle drammatiche fasi della loro malattia. Comunque tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale.
Foto Ansa
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Un malato terminale è uno scarto

Un paziente terminale, la sua volontà di accelerare la fine, il consenso di chi gli è più caro, il via libera dei medici: lo vuole, lo vogliono tutti, soffre troppo, perché non praticargli l’iniezione letale? È l’eutanasia nella formula prevista dalla legge belga (e di quella di Olanda e Lussemburgo), con la differenza che questa volta è stata praticata su un minorenne. Solo a tarda sera si è sapauto che il paziente aveva 17 anni, non si conosce però né il nome né il sesso ma solo che era malato terminale, che si tratta del primo caso in Belgio (e nel mondo, col benestare di una legge dello Stato) e che sono stati rispettati i criteri fissati dalla revisione della legge belga sull’eutanasia del 2002 riformata nel 2014 per includere anche l’accesso all’eutanasia di minori informati e consenzienti una volta acquisito il placet dei genitori e del medico curante.

Le regole votate dal Parlamento di Bruxelles prevedono che possa chiedere l’eutanasia il minore che patisce una «sofferenza fisica insopportabile» e per il quale «la morte a breve termine» sia «inevitabile». «Esistono fortunatamente pochi casi di questo tipo, ma ciò non significa che abbiamo il diritto di negare loro il diritto a una morte dignitosa», ha dichiarato Wim Distelmans, presidente della Commissione federale sul controllo e la valutazione dell’eutanasia confermando la notizia diffusa dal giornale fiammingo «Het Nieuwsblad» e rimbalzata nel giro di poche ore sui media di tutto il mondo.

Il discorso dei «pochi casi», in verità, ricorda i motivi con i quali si tentò 14 anni fa (e poi negli altri Paesi e in alcuni Stati americani dove forme di eutanasia o di suicidio assistito sono state legalizzate) di attutire l’impatto sull’opinione pubblica dell’eutanasia legale, materia nella quale sembra invece applicarsi alla lettera il teorema del “piano inclinato”: una volta imboccata una strada, per scelta anche molto ponderata e convinti di dover procedere solo in casi eccezionali, non ci si ferma più, passando in pochi anni dall’accettazione della morte a richiesta solo per pazienti adulti terminali e con sofferenze insopportabili all’attuale normativa che include anche persone con forti disagi psichici e persino i bambini.

Un ampliamento dei candidati all’eutanasia che pare inarrestabile e che è passato anche attraverso altri casi eclatanti, come il detenuto per reati gravi che ha preferito l’eutanasia al carcere a vita, ottenendo di poter morire anzitempo per mano dello Stato.

La vicenda è di soli due anni fa, ed è accaduta sempre in Belgio, a riprova che lo smantellamento di un principio – l’intangibilità della vita umana – ha conseguenze inevitabili e ormai facilmente pronosticabili.

Lo dovrebbero sapere i parlamentari che stanno sostenendo anche in Italia una legge sull’eutanasia, proposta dai radicali con una raccolta di firme e della quale la Camera ha avviato la scorsa primavera la discussione generale nelle Commissioni Giustizia e Affari sociali col supporto di Sinistra Italiana – favorevole anche all’eutanasia dei minori – e il plauso del Movimento 5 Stelle (i cui militanti si sono detti largamente favorevoli in un sondaggio online alla legalizzazione).

Il disegno di legge non sembra al momento avere chance di procedere oltre, ma intanto Montecitorio sta facendo marciare speditamente un altro progetto col quale si intendono normare le volontà di fine vita: un tema in cui l’equivoco sulle parole e le procedure è dietro l’angolo, e che potrebbe essere lo spiraglio attraverso il quale l’eutanasia entra in Italia travestita da “autodeterminazione” in “casi estremi”. Il Belgio con il primo bambino ucciso in un ospedale per decisione dei genitori e con il consenso dello Stato insegna che occorre fermarsi molto prima che sia troppo tardi.

Le reazioni
Molte le reazioni, anche in Italia.
La notizia dell’eutanasia praticata a un bambino “ci addolora e ci preoccupa: la vita è sacra e deve essere accolta, sempre, anche quando questo richiede un grande impegno”, ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei.

“Il pendio scivoloso sul quale da tempo il Belgio si è incamminato sui temi del fine vita rompe oggi un altro tabù”; sono le parole di Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita italiano. “La deriva belga dovrebbe costituire un campanello d’allarme per quanti, forse troppo superficialmente, si apprestano a promuovere la legislazione eutanasica nel Parlamento italiano. Non lascia ben sperare, purtroppo, l’esito della consultazione online degli attivisti del M5S”, prosegue Gigli.

In realtà il metodo della “democrazia diretta” ha coinvolto in questa consultazione on line 20mila votanti, di cui 19.381 hanno detto sì al testamento biologico e 18.204 sì all’eutanasia. Un po’ poco per dire, come fanno i 5 stelle, che “il Paese reale è più avanti e aperto rispetto alla politica e ai partiti”.

“Non c’è dubbio che il dolore di un figlio possa rappresentare per un genitore un vero e proprio martirio, ma proprio per questo in Italia la legge sulle cure palliative prevede una rete di centri impegnati nella lotta contro il dolore infantile. Una rete apposta per i minori, pensata per loro, capace di rispondere a tutte le loro esigenze; disposta a farsi carico delle necessità dei bambini e dei loro genitori, ma fermamente decisa a rifiutare l’eutanasia in qualunque forma possa essere proposta. E questa fermezza è anche il criterio guida che sta orientando il dibattito nel nostro Parlamento sul cosiddetto Testamento biologico o per meglio dire sulle direttive anticipate di trattamento, le cosiddette Dat”. Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare, presentatrice di uno dei disegni di legge attualmente in discussione alla Camera.

“L’eutanasia sui minori è maschera di un atto di volontà libero. La soppressione di una vita fragile non è mai accettabile”; è il parere di Alberto Gambino, presidente dell’Associazione Scienza & Vita. “Si realizza una vera e propria finzione: il diritto all’eutanasia del bambino, altro non significa che attribuire ad un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne. È solo la ‘maschera’ di una vera decisione, personale, libera e consapevole – come intendono i fautori dell’eutanasia – in quanto non è in alcun modo concepibile in capo ad un soggetto che, per il diritto e per il livello di maturità, è incapace di autodeterminarsi nel compimento di scelte a contenuto legale ed esistenziale così estreme”.

“Eutanasia di un minore in Belgio. Quando la legge arriva a questo è il segnale che una intera società sta fallendo. Occorre un esame di coscienza nella cultura occidentale”; lo afferma Mario Marazziti, presidente della commissione Affari Sociali della Camera.

La parlamentare di IDeA, Eugenia Roccella, condanna l’episodio. “Cosa giustifica l’eutanasia ad un bambino? – si chiede Roccella -. Il dolore, si sa, oramai si può controllare efficacemente; e neppure si può invocare l’autodeterminazione, per un minore, e trincerarsi dietro la sua libertà di scelta: sono i genitori a chiedere l’eutanasia, ed è bene non nascondersi ipocritamente dietro il consenso del minore, che la legge belga richiede. Si tratta di una questione culturale – prosegue la parlamentare – dilaga ormai la cultura dello scarto, quella che Papa Francesco non si stanca mai di denunciare. Chi è gravemente malato, chi non è più autosufficiente, è già stato scartato: per la nostra società
un malato terminale non è più vivo”.

 

http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/primo-caso-di-eutanasia-al-mondo-su-bambino-in-belgio.aspx

Nella speranza della rivelazione

Monica Mondo

martedì 22 dicembre 2015

Bisogna essere grati ai radicali per certe battaglie, portate avanti con determinazione e sprezzo delle conseguenze. Penso soprattutto all’insistenza sulle condizioni dei detenuti, e ai continui richiami all’indulto o all’amnistia, che per i cristiani ha un sinonimo di ben altra pregnanza, che è la misericordia. Ma il loro sguardo all’uomo è assolutamente ideologico: l’esaltazione di una Libertà totale, deificata, in nome della quale tutto è lecito, se lo si desidera. Avere un figlio se non si può, non averlo se non lo si vuole, non averlo se non lo si vuole in un certo modo, farlo avere da altri e comprarlo, o comprare pezzi d’uomo per poterlo generare.

Anche morire, se lo si ritiene, o si crede di ritenerlo una strada, se la vita non ti piace, se il dolore fisico o psicologico non riesci a reggerlo. Si chiama eutanasia, ma è un inganno: di dolce, la morte assistita in asettiche cliniche svizzere, ha ben poco. E’ invece il trionfo dell’autodeterminazione sì, ma nella solitudine, nella disperazione, nel nulla che ha avvolto la tua vita, e che avvolgerà il dopo vita. Nulla. Tu, le persone che hai amato e ti hanno amato, cancellato, come ferraglia da rottamare, di cui non lasciar traccia. E’ coraggio, il suicidio, o la forma più sottile di vigliaccheria? E chi ci specula, chi accoglie il dramma e lo smarrimento per risolverlo con un’iniezione, perché lo fa?

Per i soldi, certo. Non solo, purtroppo, cosa che avrebbe almeno una parvenza di cinica logica. Lo fa perché crede fermamente che ogni uomo sia libero di darsi la morte, se lo crede, anzi di pretenderla. Non c’è nulla di ragionevole, in questa hybris antica, perché l’evidenza ci conferma che non ci diamo la vita, e non ce la diamo come vogliamo. Ma tant’è, se non esiste un creatore, e la tua esistenza è in balia del caso, la sfida al caso diventa quasi l’affermazione di sé, il tentativo estremo di dominare l’indomabile.

Così Marco Cappato, leader storico dei radicali italiani, si  è autodenunciato per aver aiutato una donna italiana a morire in Svizzera, perché malata terminale. È successo il 15 dicembre, pare, ma il riserbo è d’obbligo, per tutelare una vicenda personale. Che i radicali non esitano a mettere in piazza per annunciare l’iniziativa di sostenere economicamente tutti i malati terminali che facciano richiesta della morte assistita, in modo che al più presto si possa ottenere una legge italiana. E’ un atto di disobbedienza civile, dicono. Lo Stato lede il principio della libertà individuale.

E’ quasi banale rispondere che in nome della mia libertà individuale posso giustificare l’omicidio, ad esempio. Che in suo nome posso decidere di farmi schiavo, o di fingermi una pupattola di 12 anni, come ha detto di sentirsi quel pazzo che ha sbandierato il transage come nuovo vessillo. E’ inutile ricordare che i medici sono tali per curare, e per aiutare a non soffrire. Che il Diritto nasce per rimediare ai mali dell’uomo, per garantire la vita, come primo e universale diritto. Nessuno ha mai pensato di fondare la giurisprudenza sul diritto alla morte.

Inutile, perché all’ideologia non risponde la ragione. Solo una resistenza antropologica, cui allenare i nostri figli, può rispondere. Solo l’educazione, e la coscienza di chi siamo, di quali desideri profondi abitino in noi, solo la pietà, o la misericordia, meglio, che connota fin dalle origini il nascere delle civiltà. Resistenza ostinata almeno quanto quella dei radicali. Mentre pare che nel vuoto, di idee e ragione e cuore tutto ci scorra addosso, e qualche decina di morti in più in Siria, un presepe di meno, una donna uccisa in una clinica svizzera, non ci riguardino. Sono esempi diversissimi, ma uniti da un filo comune: chi siamo, quali desideri albergano in noi, cosa vogliamo per i giorni che ci sono dati. Guardo a quella donna, sola, in una stanza pulita e ordinata, con i suoi pensieri, con i suoi ricordi. Chissà se ha pensato che in Avvento, da piccola, si facevano l’albero e il presepe,  a casa, e si mangiava il panettone in famiglia dopo la Messa.

Ieri sera è mancato il papà di amici, care persone. Dolorosa perdita, per un uomo ancor forte, in poco tempo,  con gran sofferenza. Ma, spiegava la figlia, l’abbiamo seguito con immenso amore, giorno dopo giorno. E’ stata dura, ma al tempo stesso un’esperienza importante. Poiché morire è fatale, e questo scandalo bisogna affrontarlo, dai barlumi della coscienza, non solo quando ci tocca da vicino. Quest’uomo è andato incontro con dignità e coraggio alla vita di cui la morte è una parte. Aspettando una rivelazione, aspettando di vedere. Che accadesse, questo compimento di una vita piena. Non era solo.

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Alla ricerca di una vera speranza dietro il nulla

BRUNO GAMBAROTTA

È il momento della parola «felicità» nei titoli dei romanzi. In quest’ultimo il laboratorio dove l’autore realizza i suoi Piccoli esperimenti di felicità è un ospizio per anziani di Amsterdam Nord. Impresa quanto mai ardua ma Hendrik Groen, «83 anni e 1/4», ci riesce in pieno, non inzuccherando la pillola ma, al contrario, adottando il linguaggio crudo consentito dalla stesura di un diario che copre l’intero anno 2013.

Il nome dell’autore e quello del protagonista coincidono; è sotto la protezione di uno pseudonimo per evitare il rischio di essere espulso da tutti gli ospizi dell’Olanda. Partendo dalla considerazione che non vale la pena di vivere senza avere un progetto, Hendrik ne mette in atto due, alternativi. Nel primo esplora cautamente con il suo medico il percorso verso l’eutanasia. Nel secondo mette in atto degli esperimenti per movimentare la vita troppo monotona dell’ospizio, aiutato dall’amico del cuore, il ribelle e sfrontato Evert.

L’incipit promette bene: «Anche quest’anno i vecchi continueranno a non piacermi», e la promessa è mantenuta fino alla fine, con gran divertimento del lettore. La pagina del 3 febbraio registra l’arrivo una nuova ospite, Eefje Brand; e grazie a lei si materializza il progetto di dare vita a un piccolo club di ribelli, il Vemamimo, ossia il «Vecchi ma non ancora morti». I sei membri organizzano a turno un’uscita ogni due settimane, facendo in modo che per gli altri cinque sia una sorpresa. Molti ospiti vorrebbero aggregarsi ma solo altri due, una coppia di coniugi buongustai, entreranno in seguito. Hanno una nemica nella direttrice, signora Stelwagen, con il suo mantra da opporre a ogni richiesta: «i regolamenti non lo consentono». Peccato che, per supposti motivi di privacy, non siano consultabili. Però la direttrice non può opporsi alle uscite del club. Che prevedono sempre un pranzo prima del rientro: all’ospizio lavora «il cuoco più insipido dei Paesi Bassi».

Tutto intorno ferve, si fa per dire, la vita dell’ospizio, narrata con un impagabile umor nero. «Ieri per il nostro ospizio è stata una giornata campale: un ictus, una frattura all’anca e un principio di soffocamento per colpa di un frollino. La signora Sitta, tra un’ambulanza e l’altra, ha chiesto se si sarebbe comunque giocato a bingo». C’è una discreta frequenza nei decessi: «La signora Schinkel esala l’ultimo respiro il venerdì santo, nello stesso momento di Gesù. Aveva una fede solida, credo l’abbia fatto apposta». Gli ospiti subiscono il fascino dei defunti: «A ogni decesso li vedi che pensano: e anche questo l’ho seppellito». Non mancano le reazioni alle novità del mondo; la signora Schouten commenta: «Ci saranno sicuramente premi meno belli alla tombola se la Grecia fallisce». Tutti guardano la tivu quando ci sono le partite, anche quelli che non s’intendono di calcio: «La signora Sluys conta quante volte i giocatori sputano a terra».

Ben altre sono le notizie che inquietano gli ospiti: anche nella ricca Olanda si parla di crisi: «Allarme, lievitano i costi della sanità per gli anziani». I politici parlano di «ricalibratura dell’assistenza». Il tempo lavora implacabile anche sui soci del circolo e l’autore ne registra gli effetti: Evert, che non ha mai fatto nulla per contrastare il diabete, subirà due amputazioni, prima a tre dita di un piede e poi di una gamba dal ginocchio in giù e sarà costretto alla carrozzella; la signora Grietje avverte i primi sintomi della demenza senile e, con l’aiuto degli amici, l’affronta con grande spirito. Tutti insieme cercano di ritardare il più possibile il momento in cui Grietje dovrà trasferirsi nell’ala dell’ospizio che ospita il reparto psichiatrico. La descrizione degli accorgimenti messi in atto – elenchi, liste, biglietti in posti strategici – è un passaggio alto del libro. Anche Eefje non sarà risparmiata.

Gli ospizi per anziani si assomigliano tutti sotto ogni latitudine. La lezione di Hendrik Groen è chiara: fino all’ultimo giorno bisogna vivere inseguendo un progetto. Nonostante il disincantato realismo dello sguardo, o forse proprio per questo, il romanzo rilascia una ventata di energia positiva. Parola di un vecchio lettore che ha appena compiuto 78 anni e 1/3.

 http://www.lastampa.it/2015/10/12/cultura/tuttolibri/humour-nero-nellospizio-olandese-con-groen-YJv5yaMoUUMBph74tFtAgI/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Cosa direbbe Ippocrate

La logica vuole che ad ogni diritto corrisponda un preciso dovere. L’esperienza insegna che se enunciare e rivendicare un diritto è semplice, assolvere il dovere corrispondente non lo è affatto. Lo dimostrano i fatti riguardanti l’eutanasia avvenuti in Svizzera, Francia e Belgio negli ultimi due giorni.

EUTANASIA IN CARCERE. In Belgio, nel carcere di Turnhout, è ancora rinchiuso Frank Van Den Bleeken, l’ergastolano di 52 anni finito sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo per aver ottenuto il permesso di farsi uccidere con l’eutanasia. Van Den Bleeken aveva in realtà chiesto di essere curato o ucciso, ma siccome non può essere trasferito all’estero in una clinica in grado di lenire «l’insopportabile sofferenza psicologica» da cui è affetto, i giudici hanno riconosciuto il suo diritto di morire.

CHI LO UCCIDE? Questo succedeva oltre due mesi fa, ma Van Den Bleeken è ancora vivo. Perché? «Non posso dire niente. I medici e la famiglia mi hanno chiesto di non parlare», ha dichiarato a La Libre il suo avvocato Jos Vander Velpen, che ci ha tenuto ad aggiungere: «Il mio cliente chiede sempre l’eutanasia».
E allora come mai il suo diritto non ha ancora portato alla sua morte? Perché l’amministrazione del carcere si è rifiutata di far morire una persona in cella e non si è ancora trovato un medico o un ospedale disposto ad assumersi la responsabilità di uccidere l’uomo.

SONDAGGIO SVIZZERO. Anche in Svizzera il passaggio dalle parole ai fatti non è scontato. Secondo un sondaggio promosso dall’Accademia svizzera di scienze mediche (Assm) e condotto tra 4.800 medici scelti a caso, dei quali solo 1.318 hanno risposto alle domande, il suicidio assistito è una pratica «difendibile». Tre quarti dei medici che hanno risposto, infatti, si sono detti favorevoli al suicidio assistito ma meno della metà sarebbero disposti a compiere il dovere corrispondente e a fornire il farmaco letale ai malati in fin di vita.
«CURARE, NON UCCIDERE». In Francia, François Hollande ha promesso di depositare un progetto di legge sul fine vita entro marzo. Un gruppo di 500 studenti gli ha risposto firmando un documento intitolato: «Curare non significa uccidere». Gli studenti, «i medici di domani», chiedono di «non legalizzare l’eutanasia né il suicidio assistito» e denunciano «la svalutazione del fine vita che tocca oggi tutta la società. In un contesto di “giovanilismo” onnipresente, dove l’integrità fisica e mentale è eretta a culto, le persone vecchie, malate, dipendenti si sentono rapidamente messe da parte. (…) La dignità dell’uomo, valore inalienabile, viene messa in dubbio da alcuni con la motivazione che una vita in una situazione di dipendenza, in condizioni fisiche che non sono quelle desiderate, non varrebbe la pena di essere vissuta».
Gli studenti, desiderando essere meglio formati «su come affrontare il fine vita e il dolore», chiedono che «tutti gli sforzi necessari siano intrapresi per sviluppare le cure palliative» e ribadiscono: «Noi vogliamo essere la mano che cura, non la mano che uccide».

COSCIENZA IRRIDUCIBILE. Non si può certo accusare Belgio, Svizzera e Francia di essere paesi insensibili a eutanasia e suicidio assistito. Anzi. I tre paesi sembrano fare a gara per allargare sempre di più le maglie del cosiddetto diritto di morire. Ma per ogni uomo a cui lo Stato riconosce il diritto di morire ce n’è un altro che ha il dovere di ucciderlo. E non tutti i medici sembrano a proprio agio con questa conseguenza.
Anche i più insospettabili sentono ancora la voce della propria coscienza. È il caso di Wim Distelmans, il re della “buona morte” in Belgio, l’uomo che non si è mai fatto scrupoli a uccidere persone sane e che ha tenuto un seminario sull’eutanasia ad Auschwitz. Anche lui non ha voluto uccidere Frank Van Den Bleeken perché «l’eutanasia non serve a risolvere i fallimenti della società. Non vorremo mica compiere l’eutanasia perché non siamo in grado di offrire un’alternativa?».

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Il cuore è fatto per la realtà e non per un diritto

Federico Pichetto

martedì 4 novembre 2014

Adesso che Brittany Maynard è morta, che il suo desiderio di “morire” è stato totalmente accolto ed accettato dalla comunità civile, forse si possono dire alcune cose chiare che ci aiutino a vedere gli esatti termini della vicenda.

Brittany Maynard, per chi non ne fosse a conoscenza, è la ventinovenne americana che, scopertasi con un terribile tumore al cervello, ha chiesto e ottenuto dallo stato dell’Oregon il permesso di praticare il suicidio assistito prima che la sua vita diventasse insopportabile e, a suo giudizio, “priva di dignità”. La sua morte è stata un incredibile evento mediatico, sostenuto da un’associazione promotrice del “diritto all’eutanasia” e trasmesso con una precisa strategia di marketing tesa a provocare nello spettatore compassione e rispetto.

La prima cosa da dire su questa storia, quindi, è che Brittany è stata “usata”, il suo dolore è servito a sfamare un vasto circuito ideologico (e commerciale) che si è nutrito di video costruiti ad arte e di servizi televisivi realizzati con il solo scopo di “vendere” e di lucrare politicamente ed economicamente dalla vicenda. Questo, comunque la si pensi, lascia chiaramente interdetti e pone una domanda cui nessuno, al momento, può di certo dare risposta: a chi è fregato davvero qualcosa del dolore di Brittany?

Se questa è la prima osservazione, certamente polemica, ce n’è però una seconda ancora più radicale: con Brittany, infatti, si è data legittimità e cittadinanza a quello che ognuno di noi percepisce trattandolo come qualcosa di vero, di reale. Dal punto di vista filosofico, ma ancor di più psicologico (e mi domando dove siano adesso tutti gli psicologi che commentano i fatti di cronaca giustificando e rendendo plausibile ogni sorta di nefandezza), è noto e risaputo che ciò che noi percepiamo della realtà spesso non solo non coincide con la realtà stessa, ma è determinato dai condizionamenti della nostra mente e della nostra storia, al punto che un rapporto autentico col reale oggi è difficilissimo e problematico. Brittany percepiva la sua condizione come insopportabile e inesorabile: si era convinta di un destino che solo le statistiche — e non la realtà — le aveva prospettato, rielaborando ogni dolore e ogni problema dentro un preciso schema mentale che la portava a sostenere come inevitabile un certo futuro e un certo stato di salute. Ora, pur tralasciando la questione di fondo (sul fatto che una vita meriti sempre e comunque di essere vissuta), chiunque è affetto da depressione o da altri disturbi psichici sa benissimo, se ne è consapevole, che il principale problema con cui si trova a combattere è proprio quello di una percezione alterata della realtà, percezione da cui si sente inesorabilmente schiacciato e definito.

Nella vita di tutti i giorni, come nel caso di Brittany, troppe volte noi trasformiamo in realtà ciò che percepiamo nel rapporto con gli altri, con le cose, con sé. Il problema non è che questo accada, ma che ci sia una società che — invece di aiutarci a “ritornare al reale” — legittimi le nostre percezioni e sulla base di esse ci consenta di agire. Il tumore, la depressione, il disturbo bipolare, il semplice “umore quotidiano” ci introducono in un clima mentale dove la realtà, nel bene e nel male, rischia di non essere sentita nella sua verità, ma solo percepita alla luce di uno schema conoscitivo danneggiato dal nostro momentaneo (o permanente) tessuto emotivo. Prima ancora dell’eutanasia ciò che è grave nella vicenda di Brittany è proprio questa legittimazione delle percezioni soggettive che nessuna comunità civile può permettersi, pena la perdita o l’aborto (lo scarto direbbe il Papa) dei suoi individui più fragili e più poveri. Ogni uomo è libero: ma la realtà è, indipendentemente da qualunque credo o ideologia, il confine entro il quale l’uomo può esercitare questa libertà. Se salta questo confine, cari amici, salta tutto, saltiamo noi, smettiamo di essere uomini.

Infine permettetemi di concludere con una considerazione teologica. La vicenda di Brittany, amata e voluta dai suoi cari, cui decine di persone hanno scritto supplicandola di ripensarci, invitandola a guardare a vite “ben peggiori” vissute con gioia e gratitudine, ci mostra non solo tutta la potenza della libertà dell’uomo — che può sempre dire di no alla vita — ma anche l’esistenza del peccato, di una riduzione strutturale (originale) del nostro bisogno di “bene” a un qualcosa che noi identifichiamo con ciò che già sappiamo e già conosciamo, un qualcosa “buono per nutrirsi, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza”. E’ questa, dunque, l’amara realtà della nostra vita: siamo segnati dalla tentazione profonda di ridurre il nostro cuore a qualcosa di semplice, di commestibile, pronto a divorare tutto pur di sentirsi per qualche istante sazio. Il fatto è che, adesso che abbiamo saziato l’appetito di Brittany e dei suoi sostenitori, ci troviamo con un diritto in più, ma con un cuore in meno. Possono farci leggere tutti i testamenti “poetici” del mondo, ma niente può sostituire questo semplice e piccolo dato: oggi su questa terra una storia si è interrotta non perché ha raggiunto il suo fine, ma perché in essa ha vinto la paura. Quella stessa paura che minaccia ognuno di noi dentro ognuna di queste grigie giornate di novembre.

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Senza un custode la vita è nulla

«Ora è solo un guscio. La luce nei suoi occhi ormai è svanita». È la prima volta che a un minore, non malato terminale, in grado di respirare autonomamente, sono interrotte le cure

La giustizia inglese si è spinta ben oltre il Parlamento che sta discutendo il disegno di legge sull’eutanasia per malati terminali. L’Alta Corte britannica ha dichiarato che era nell’interesse dei genitori e di una bambina consentire la ”dolce morte” di Nancy Wise, una dodicenne malata, ma non in fin di vita. Si tratta di una decisione inedita per il Regno Unito, perché è la prima volta che a un minore, non malato terminale, in grado di respirare autonomamente, sono interrotte le cure.
Nancy era cieca e sofferente di idrocefalo, meningite e setticemia, incapace di gestirsi autonomamente. Sua madre, Charlotte Fitzmaurice, 36 anni, e suo padre, David Wise, 47, non potevano più sopportare di «non poter alleviare le sue sofferenze». «Nel suo mondo chiuso la sua vita aveva una certa qualità. Ma purtroppo ora non è più così». Così, dopo 14 giorni di agonia, se è vero che «era diventata immune dalla morfina e dagli antidolorifici», il 21 di agosto, Nancy è stata lasciata morire di fame e di sete.

EPPUR VIVEVA. Secondo i medici del Great Ormond Street – che hanno supportato i coniugi nella loro scelta – la bambina sarebbe dovuta morire a quattro anni di vita. Nonostante ciò, la piccola, tra mille disagi, ha continuato a vivere. Anche dopo l’operazione subita nel maggio 2012 per rimuoverle i calcoli renali, che a detta dei dottori le aveva provocato un’infezione per cui non ci sarebbe stato più nulla da fare.
Ma ormai per sua madre quella «non era più mia figlia», perché «ora è solo un guscio. La luce nei suoi occhi ormai è svanita». Non potendo più Nancy essere «la figlia angelica», l’unica soluzione a cui era giunta la coppia era l’eutanasia perché, ha raccontato Charlotte, «volevo avere dei bei ricordi di lei, non di un’anima in pena». Non importa se, come ha aggiunto il padre, «Nancy non ha mai parlato, quindi non potevamo sapere come si sentisse davvero».

«NON MI PERDONERO’». Il giudice, dando ragione ai familiari e ai medici, ha dichiarato che «l’amore, la devozione e la competenza di sua madre sono evidenti», aggiungendo «grande ammirazione» e «profondo cordoglio». L’ultimo giorno, ha dichiarato la signora Fitzmaurice, «è stato il più duro della mia vita. È stato assolutamente terribile». Era «la cosa giusta da fare» anche se «ora non potrò mai perdonarlo a me stessa».

Leggi di Più: Inghilterra. Il caso dell’eutanasia di Nancy, 12 anni | Tempi.it

Quella speranza che solo un’amicizia può dare

Paolo Vites

lunedì 27 ottobre 2014

Reyhaneh Jabbari era una bella ragazza iraniana di 27 anni, il fisico un po’ appesantito e provato dai lunghi anni passati nel braccio della morte. Brittany Maynard è una bella ragazza americana di 29 anni, anche lei il fisico un po’ appesantito dalle cure per il tumore che l’ha colpita al cervello.

Reyhaneh Jabbari è stata impiccata all’alba di qualche giorno fa, Brittany Maynard si toglierà la vita il prossimo 1° novembre, il giorno dopo il compleanno del marito. Reyhaneh Jabbari voleva vivere e non glie l’hanno permesso, Brittany Maynard non vuole più vivere e ha deciso di darsi il permesso di morire.

Se oggi c’è una differenza tra terzo mondo — ma esiste davvero ancora? — e mondo ricco — anche questo esiste ancora? — è quella tra chi la vita se la vede togliere per volontà di altri e chi la vita può permettersi il lusso di togliersela da solo.

Si dirà: Brittany è una malata terminale e sta compiendo una scelta dignitosa, quella di porre fine alla sua esistenza prima che la malattia la devasti nel dolore fisico e mentale. Si dirà anche che i contorni giudiziari del caso che ha coinvolto Reyhaneh Jabbari non sono chiari: omicidio premeditato, il coltello con cui ha ucciso l’uomo l’aveva comprato il giorno prima, c’era una terza persona coinvolta nell’uccisione e quant’altro. Non è così semplice ovviamente: la donna sosteneva invece di essere stata oggetto di tentativo di stupro e l’uomo ucciso apparteneva ai servizi segreti iraniani, dunque, visto il clima che si respira in quel paese, un intoccabile, un essere superiore, e chi ha l’ardire di toccarne uno va punito.

Ma c’è una costante nelle due storie, che è quella della morte, data e voluta. Perché la morte è la costante in questo mondo del terzo millennio che ci troviamo a vivere. Una morte cattiva, tracimante, un ghigno fastidioso che emerge da ogni notiziario: chi ad esempio ridarà una vita e una speranza alle oltre duecento ragazzine rapite in Nigeria nel momento più bello della loro vita, quello della scuola?

In America e in Europa invece ci siamo dati un lusso, quello di toglierci la vita quando essa ci sembra diventata insopportabile. Ci sembra, perché la vita in realtà non è mai insopportabile, anche nelle situazioni più estreme. Di fatto oggi in quelle che una volta erano le ricche e opulente società avanzate la vita è insopportabile, malattie a parte. C’è una disperazione silenziosa  e strisciante che si sta impossessando di ognuno di noi.

“Dopo un’operazione e un ciclo di cure, in aprile i medici le hanno detto che il cancro era tornato più aggressivo di prima, e le restavano solo sei mesi di vita, da trascorrere tra atroci dolori. Brittany ha effettuato delle ricerche, scoprendo che non esiste un trattamento in grado di salvarle la vita, mentre con le cure prescritte dai medici le sue capacità intellettive sarebbero decadute inesorabilmente” si legge in giro.

E’ un modo di riportare una notizia evidentemente tendenzioso che nega ogni possibilità. Ecco dove sta la morte, in questo modo di riportare fatti e realtà. A senso unico tanto da togliere voglia di vivere a chiunque.

Nei giorni scorsi un seminarista americano ha scritto una lettera aperta a Brittany che in pochi hanno letto. Anche lui è malato di tumore al cervello, però lo è da sei anni. Anche a lui avevano dato pochi mesi di vita, ma è ancora vivo. Bizzarro? Può darsi.

Nella sua lunga lettera Philip Johnson chiede a Brittany di non uccidersi per non negare a quelli come lui la speranza. Ogni gesto, aggiungiamo noi, anche negli angoli più remoti del mondo, ha delle conseguenze che si ripercuotono poi su tutti. Poi le dice che lui, in questi anni di malattia in cui ha spesso pianto, maledetto Dio — sì, lui, un seminarista — per il dolore e la paura di morire ha avuto qualcosa per cui è stato comunque contento di vivere nelle sue condizioni. Gli amici, la famiglia, Dio, la sua Chiesa. Non è mai stato solo, dice. “Cara Brittany, se sceglierai di combattere questa malattia la tua vita e la tua testimonianza sarebbero un esempio incredibile per innumerevoli altri nella tua situazione, saresti certamente di ispirazione per me che continuo la mia lotta contro il cancro” scrive Philip. E aggiunge: “Ho camminato nei panni di Brittany ma non ho mai dovuto camminare da solo. Tale è la bellezza della Chiesa, delle nostre famiglie e il sostegno che ci diamo l’uno con l’altro tramite la preghiera. Noi non siamo soli neanche nel dolore”.

Alla fine forse è tutto qua: non essere soli. Anche Brittany non è sola, ha una famiglia e degli amici, ma la scelta è diversa.

Non farlo, Brittany, se non altro in rispetto di Reyhaneh Jabbari. Lei voleva vivere, ma non glie lo hanno permesso. Lei amava la bellezza. Lei che aveva scritto ai suoi parenti, dal braccio della morte: “Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/10/27/IL-CASO-Reyhaneh-Jabbari-e-Brittany-Maynard-il-si-alla-vita-e-un-amicizia/print/547436/

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La dignità umana irriducibile

Libertà di scelta e diritto di morire. Così è stata giustificata in Belgio la decisione di autorizzare l’eutanasia per Frank Van Den Bleeken, 52enne condannato all’ergastolo per omicidio e abuso sessuale e che perfino Wim Distelmans, principe della “buona morte” in Belgio, si è rifiutato di uccidere. A chi ha ravvisato preoccupanti somiglianze con la pena di morte è stato risposto: è il detenuto che l’ha richiesta e per la legge è tutto in regola. In realtà non è così.

CONDANNATO MA INTERNATO. Come scrive l’avvocato Jean-Paul Van de Walle sul belga La Libre, «Frank Van Den Bleeken non è stato condannato al carcere “come gli altri”. Affetto da problemi mentali, è stato “internato”: “Misura di sicurezza destinata a proteggere la società e a fare in modo che siano dispensate all’internato le cure richieste dal suo stato di salute in modo da reinserirlo nella società” (definizione legale)».

VOLONTÀ. Questa premessa è molto importante: «Una delle condizioni legali per contemplare l’eutanasia è che la domanda venga fatta in modo “volontario” e “ben ponderato”». Ma se Frank «non ha abbastanza lucidità da comprendere i suoi misfatti e quindi da subire la pena, e necessita di un trattamento medico, come può avere lucidità “sufficiente” per chiedere legalmente l’eutanasia?».

PRECEDENTE PERICOLOSO. Come si può approvare l’eutanasia di una persona quando «resta un dubbio» sulla sua capacità di intendere? Domanda Van de Walle: «Ricorriamo a una “certezza” di tipo diverso quando parliamo di persone con problemi mentali? Ci rendiamo conto del precedente che abbiamo creato? E dove ci fermeremo?». Soprattutto se si pensa che in Belgio è appena stata approvata «l’eutanasia per i minori, a condizione che si sia certi della loro “capacità di discernimento”».

«DOVETE AIUTARMI». L’avvocato di Bruxelles critica la decisione di uccidere il detenuto anche per un altro motivo, che esula dall’ambito legale e considera quello umano. Van Den Bleeken, prima dell’eutanasia, aveva chiesto di essere curato (e non ucciso) in Olanda e in Belgio. Così aveva formulato la richiesta, facendo riferimento alle terribili condizioni delle carceri belghe, nella sua prima intervista rilasciata aPanorama: «Se non ho la possibilità di andare nei Paesi Bassi [a curarmi], non essendo possibile curarmi in Belgio, allora la mia sofferenza fisica sarà “incurabile” e secondo la legge ho diritto all’eutanasia. (…) La gente si deve rendere conto che… dovete fare qualcosa. Quando internate la gente che ha commesso delitti sessuali, aiutatela anche. Aiutatela a convivere con ciò che ha fatto. Ma non lasciate semplicemente qualcuno dietro delle sbarre con ciò che ha fatto. Qui non si aiuta nessuno: né la persona stessa, né la società, né la vittima».

VIVERE IN MODO DEGNO. Questa, scrive l’avvocato Van de Walle, «sarebbe una richiesta di “eutanasia”? E per giunta “volontaria”? Permettetemi di dubitarne, ancora una volta. (…) Alcuni reclamano a gran voce una nuova “estensione” della legge per permettere alle persone come Frank di “morire in modo degno”. (…) Frank, ne sono convinto, non ha bisogno di morire in modo degno: lui ha bisogno di vivere in modo degno. Forse siamo ancora in tempo per correre in suo aiuto. Per lui e per tutti gli altri».

Leggi di Più: Belgio, eutanasia per l’ergastolano. «Ma vuole vivere» | Tempi.it
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Libertà di scelta e diritto di morire. Così è stata giustificata in Belgio la decisione di autorizzare l’eutanasia per Frank Van Den Bleeken, 52enne condannato all’ergastolo per omicidio e abuso sessuale e che perfino Wim Distelmans, principe della “buona morte” in Belgio, si è rifiutato di uccidere. A chi ha ravvisato preoccupanti somiglianze con la pena di morte è stato risposto: è il detenuto che l’ha richiesta e per la legge è tutto in regola. In realtà non è così.

CONDANNATO MA INTERNATO. Come scrive l’avvocato Jean-Paul Van de Walle sul belga La Libre, «Frank Van Den Bleeken non è stato condannato al carcere “come gli altri”. Affetto da problemi mentali, è stato “internato”: “Misura di sicurezza destinata a proteggere la società e a fare in modo che siano dispensate all’internato le cure richieste dal suo stato di salute in modo da reinserirlo nella società” (definizione legale)».

VOLONTÀ. Questa premessa è molto importante: «Una delle condizioni legali per contemplare l’eutanasia è che la domanda venga fatta in modo “volontario” e “ben ponderato”». Ma se Frank «non ha abbastanza lucidità da comprendere i suoi misfatti e quindi da subire la pena, e necessita di un trattamento medico, come può avere lucidità “sufficiente” per chiedere legalmente l’eutanasia?».

PRECEDENTE PERICOLOSO. Come si può approvare l’eutanasia di una persona quando «resta un dubbio» sulla sua capacità di intendere? Domanda Van de Walle: «Ricorriamo a una “certezza” di tipo diverso quando parliamo di persone con problemi mentali? Ci rendiamo conto del precedente che abbiamo creato? E dove ci fermeremo?». Soprattutto se si pensa che in Belgio è appena stata approvata «l’eutanasia per i minori, a condizione che si sia certi della loro “capacità di discernimento”».

«DOVETE AIUTARMI». L’avvocato di Bruxelles critica la decisione di uccidere il detenuto anche per un altro motivo, che esula dall’ambito legale e considera quello umano. Van Den Bleeken, prima dell’eutanasia, aveva chiesto di essere curato (e non ucciso) in Olanda e in Belgio. Così aveva formulato la richiesta, facendo riferimento alle terribili condizioni delle carceri belghe, nella sua prima intervista rilasciata aPanorama: «Se non ho la possibilità di andare nei Paesi Bassi [a curarmi], non essendo possibile curarmi in Belgio, allora la mia sofferenza fisica sarà “incurabile” e secondo la legge ho diritto all’eutanasia. (…) La gente si deve rendere conto che… dovete fare qualcosa. Quando internate la gente che ha commesso delitti sessuali, aiutatela anche. Aiutatela a convivere con ciò che ha fatto. Ma non lasciate semplicemente qualcuno dietro delle sbarre con ciò che ha fatto. Qui non si aiuta nessuno: né la persona stessa, né la società, né la vittima».

VIVERE IN MODO DEGNO. Questa, scrive l’avvocato Van de Walle, «sarebbe una richiesta di “eutanasia”? E per giunta “volontaria”? Permettetemi di dubitarne, ancora una volta. (…) Alcuni reclamano a gran voce una nuova “estensione” della legge per permettere alle persone come Frank di “morire in modo degno”. (…) Frank, ne sono convinto, non ha bisogno di morire in modo degno: lui ha bisogno di vivere in modo degno. Forse siamo ancora in tempo per correre in suo aiuto. Per lui e per tutti gli altri».

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Il giuramento di Ippocrate

Vincent Lambert deve morire. È questo il verdetto emesso dal “rapporteur”, il commissario del governo francese presso il Consiglio di Stato, i cui 17 magistrati sono stati chiamati a giudicare su un caso molto simile a quello di Terri Schiavo. Vincent, finito in coma cinque anni fa e ora in stato di minima coscienza, è al centro di una battaglia giudiziaria tra la moglie dell’uomo e i suoi genitori che i 17 giudici chiuderanno martedì prossimo alle 16 con una sentenza definitiva.
NESSUNA SPINA DA STACCARE. Come nel caso di Eluana, anche nel caso di Vincent non c’è nessuna spina da staccare. L’uomo di 38 anni respira in modo autonomo, risponde agli stimoli, sorride, piange ma viene nutrito e idratato in modo artificiale. La moglie di Vincent ha chiesto ai giudici che idratazione e alimentazione vengano sospese e l’uomo lasciato morire, i genitori e i fratelli vogliono invece che continui a vivere. Vincent non ha mai lasciato nessun testamento biologico e non ha mai nominato un suo tutore legale e legittimo.
COMMISSARIO DEL GOVERNO. Secondo quanto dichiarato oggi dal “rapporteur”, «interrompendo i trattamenti, i medici non uccidono [Vincent]», è lui che si avvicina «alla fine della vita». Vincent deve morire perché «per quanto forte sia l’amore di un fratello, di una sorella e soprattutto dei genitori, questo non è abbastanza per tenere in vita il paziente». Le sue «lesioni irreversibili», «senza speranza di miglioramento», fanno sì che nutrirlo diventi una forma di «accanimento terapeutico» che lo «mura nella sua solitudine e incoscienza».
«VI SEMBRA MORENTE?». Vincent in realtà non è affatto solo, visto che è accerchiato dall’affetto dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Ma per il magistrato deve comunque essere lasciato morire di fame e di sete, cosa che dalla sospensione della nutrizione avverrà «entro tre o cinque giorni». L’avvocato dei genitori ha protestato davanti a questa argomentazioni sventolando una foto di Lambert urlando: «Vi sembra che abbia l’aria morente?». Poi, per ricordare che il paziente non è affatto in uno stato di incoscienza, ha letto una email che la madre ha scritto martedì scorso: «Ho tenuto Vincent tra le mie braccia. Lui aveva gli occhi pieni di lacrime e mi guardava».
ULTIMA SPIAGGIA. Se i 17 giudici martedì seguiranno il consiglio del “rapporteur”, sarà una sentenza storica per la Francia, la prima a legalizzare di fatto un caso di eutanasia. Ai genitori e ai fratelli di Vincent rimarrebbe allora una sola possibilità: fare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, l’unica in grado di ribaltare una eventuale sentenza di morte.
@LeoneGrotti
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