Religione è amore al di là di noi

Francesco Roat
martedì 7 marzo 2017

Tradurre un’opera come Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche è, oggi al par di un tempo, impresa da far tremar le vene e i polsi. È riuscita di recente a realizzarla Susanna Mati — a mio avviso in modo egregio — dimostrando una maestria davvero esemplare, grazie a cui è oggi disponibile ai lettori una traduzione (edita da Feltrinelli) la quale non tradisce affatto l’originale ma che si rivela fedele, puntuale, attenta a cogliere ogni nuance dello scritto, riuscendo altresì nel miracolo di far emergere tutta la poesia, la vis polemica e la verve di cui è pregno il testo nietzscheano. Per non parlare dell’eccellente postfazione all’opera — vero e proprio saggio critico — realizzata sempre dalla traduttrice che, da valente filosofa qual è, ha saputo cogliere e analizzare (cioè sciogliere) i nodi principali del pensiero nietzscheano presenti nel libro. Ma veniamo dunque ad esso.
Nel febbraio 1883 Nietzsche così confessa al suo editore E. Schmeitzner, informandolo d’aver scritto lo Zarathustra: “Si tratta di una ‘composizione poetica’, o di un quinto ‘Vangelo'”. E nell’aprile del medesimo anno il filosofo ribadisce tale formula a Mavilda von Meysenbug: “io ho sfidato tutte le religioni e scritto un nuovo ‘libro sacro’!”. Quello che è considerato il capolavoro del filosofo di Röcken si può perciò cogliere quale una sorta di contro-evangelo, proposto però da lui in modo implicito, vista anche la veste di romanzo-poema che l’opera assume. Rimane pur sempre, tuttavia, un dato non marginale: Nietzsche volle farsi alfiere dell’anticristianesimo più che porsi quale anticristo, come pure egli afferma di essere in Ecce Homo e come recita il titolo dell’omonimo saggio nietzscheano, datato 1888, che doveva inaugurare una serie di quattro libri all’insegna della “trasvalutazione di tutti i valori” di cui solo il primo fu completato.
Tornando al protagonista del capolavoro di Nietzsche, va subito detto che il suo nome ricalca quello con cui viene designata la figura centrale del mondo religioso iranico preislamico — ovvero Zarathustra/Zoroastro —, estatico cantore ma al contempo profeta, nonché riformatore cultuale e culturale. Questa precisazione solo per ribadire l’intento dell’autore di fare del suo Zarathustra il nunzio di una buona novella religiosa alternativa o, appunto, di un quinto vangelo da contrapporre ai quattro tradizionali ed in cui si ribadisce la morte di Dio (già proclamata ne La gaia scienza).
Il Dio di cui Nietzsche denuncia la scomparsa si riferisce a quello della tradizione giudaico-cristiana e, in generale, al Dio di ogni teismo; anche se la predilezione, da parte del Nostro, per Dioniso potrebbe far pensare altrimenti. In ogni caso la faccenda non è poi così scontata. Ad esempio, secondo la lettura di Hans Robert Jauss, l’affermare il decesso di Dio implica inevitabilmente che prima non poteva essere morto: prova — a suo dire — ex negativo dell’esistenza di Dio.
In Ecce Homo peraltro, il Nostro cerca di puntualizzare in cosa consista il suo sentirsi ateo, ma tale chiarimento non fa che rendere più complessa/sfumata detta umbratile delucidazione. Dopo aver dichiarato il proprio disinteresse sin dall’estrema giovinezza per concetti quali Dio o al di là, egli precisa: “Non conosco affatto l’ateismo come risultato, ancor meno come avvenimento: esso mi è congeniale per istinto. Sono troppo curioso, troppo problematico, troppo irriverente, per accontentarmi di una risposta così piattamente grossolana”.
Secondo vari interpreti del pensiero del filosofo, Nietzsche è, appunto, uomo troppo complesso/sottile per limitarsi a un mero materialismo ateo; egli si espresse in termini poetico-filosofici, giungendo a dichiarare non tanto l’inesistenza di Dio, ma la sua morte. Così, nota provocatoriamente Luigi Zoja: “Un Dio che muore e rinasce non solo non corrisponde all’ateismo, ma è una delle forme più antiche di religione”. Di conseguenza, sempre a detta del noto psicoanalista italiano, “Per Nietzsche, gridare che Dio era morto significava, paradossalmente, proclamare che il problema di Dio era tragicamente vivo”. Vivo in senso psicologico, quantomeno. E verrebbe da aggiungere: se non presente forse latente, a livello psichico, non solo in Nietzsche, ma presso tutti coloro che — secondo l’aforisma 125 della Gaia scienza — avrebbero ucciso/espunto ogni traccia divina dai loro cuori o tentato di farlo.
Visto da un’angolazione ulteriore, l’annuncio nietzscheano rispetto alla scomparsa di Dio è comunque quello di un evento inquietante. L’affidarsi a Dio comporta in effetti per i fedeli la garanzia di una sicurezza ontologica e di un caposaldo cui ancorarsi stabilmente. Il venir meno della credenza nella divinità/metafisica invece fa sì che ogni fondamento (Grund) creduto tale si riveli un abisso (Abgrund). Potremmo quindi dire che per Nietzsche risultano morti Platone e al contempo la pretesa di fondare qualsiasi metafisica, cioè la pretesa di assolutezza, di giungere a verità incontrovertibili, di potersi basare su principi universalmente validi, o su dati certi e oggettivi.
Ma quale sarebbe allora l’inedita spiritualità/religiosità di Zarathustra? L’invito che il profeta del Nostro ripetutamente fa ai suoi uditori è quello di restare fedeli alla terra, tramite una “fede” (Glauben) nella vita — che non sia però superstizione (Aberglauben) — da esprimersi tramite un sì senza se o ma nei confronti di tutto quanto l’esistenza comporti. È questo contegno una sorta di stoico amor fati — che l’auspicato superuomo (Übermensch) nietzscheano dovrebbe far proprio — indicatore d’una indubbia religiosità, analoga a quella fatta propria da molti mistici. Dice peraltro bene Ronald Dworkin che ormai “Filosofi, storici e sociologi della religione si sono espressi a favore di un resoconto dell’esperienza religiosa in cui trovasse posto anche l’ateismo religioso. (…) Perciò l’espressione ‘ateismo religioso’, per quanto sorprendente, non è un ossimoro”.
Lo testimonia lo stesso sedicente ateo Nietzsche in un frammento postumo dell’estate 1875, dove il filosofo precisa cristianamente che, a suo dire, “Religione è amore al di là di noi”. Ed in un abbozzo programmatico stilato nel 1884, dove egli nota: “Il superamento dell’uomo. Nuova concezione della religione”. Che poi l’eccentrica religiosità del superuomo — di colui che procede/tende sempre oltre se stesso, mai fissandosi/fossilizzandosi in formule esistenziali o etiche rigide e definitive — sia stata poi travisata dal nazismo, non è certo colpa del Nostro.

 

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Una creatura infinitamente amabile

Come Dio ci ama
Vincent Nagle
sabato 28 gennaio 2017

La settimana scorsa sono stato ospite al New York Encounter, uno stupendo festival culturale cattolico che si tiene ogni anno a Manhattan, e lì ho avuto una conversazione pubblica con un attore ormai molto premiato e che comincia ad apparire in tanta tv importante e poi anche in qualche film, di nome Richard Cabral. L’Encounter lo aveva invitato perché ha una storia particolare. Cresciuto nei “barrios” di Los Angeles, entrò in una banda di fuorilegge a 12 anni, e dall’età di 13 anni cominciò a frequentare il carcere. A vent’anni ha affrontato una condanna a 20 anni, che poi viene commutata a soli cinque anni. Una volta uscito di prigione cerca di cambiare vita, conosce un prete molto noto che lavora con i ragazzi delle gang, trova loro lavoro e li aiuta a ricominciare a vivere. “Vedi, Father Greg ha aiutato quella piccola fiamma che c’è nel mio animo a riaccendersi… mi ha aiutato a credere nell’amore… perché se qualcuno altro mi ha amato, come non posso amare me stesso?”.
Ad un certo punto, ad una mia domanda sulla sua vita nella gang, ha dato una risposta che ha sorpreso tutti, suscitando più di un mormorio nel migliaio di persone che ci stavano ad ascoltare. “Quelli della banda — ha detto Cabral — erano le persone più amabili del mondo. Le gangs esistono per l’amore”. Dopo tutto quello che aveva detto della violenza della sua vita, delle aggressioni più o meno gratuite che ha visto e fatto, questo non me lo aspettavo. Nella mia testa vedevo uomini pericolosi, pieni di rabbia e brutalità, e perciò era scioccante guardare Richard mentre lui era commosso al pensiero dei suoi ex compagni.
E allora mi sono ricordato di mio padre, un reduce della seconda guerra mondiale che, dopo tanti anni in cui non aveva più voluto sentir parlare di quelle esperienze brutali, nell’ultima parte della sua vita cercava la compagnia di quelli che avevano fatto la guerra con lui. Era così, pensavo, perché si trattava di uomini che avrebbero dato la vita per lui e mio padre aveva ora bisogno di ricordare il tempo in cui si sentiva amato.
Ho visto in Richard una nostalgia simile a quella di mio papà. E guardando Richard, avevo il desiderio di poter guardare in volto persone minacciose come lui era stato capace di fare. Vorrei poter stare davanti a persone che portano distruzione e sangue e vedere che sono amabili, che sono le persone più amabili del mondo.
Tre giorni dopo, ho potuto celebrare la messa per il secondo anniversario della morte di un amico che è stato leader di una comunità cristiana di New York. Era un nero, cresciuto nella povertà, dedito alla droga e all’alcol, a furti e violenze con le quali si procurava le sostanze di cui era dipendente.
Poi un incontro con un prete gli ha cambiato la vita. Ha incontrato una ragazza di questa comunità, una cattolica per bene e si sono sposati. Mentre lui moriva, lei ha fatto dei video (si trovano su Youtube) sul marito parlando della vita, di Dio, dell’amore, della gratitudine, della bellezza. Si chiamava Frank Simmonds. Rivedendo questi video la cosa che più mi ha colpito era quando Frank ha dichiarato che il dono più grande che Dio gli aveva dato, e di cui era più grato, era di poter vedere se stesso come Dio lo vedeva, con lo stesso sguardo di Dio. E ciò che vedeva era una creatura infinitamente amabile.
Voglio questo. Vedere le persone, me compreso, come Dio ci vede, senza paura. Voglio scoprire come ognuno di noi è infinitamente amabile. Questa è la mia preghiera. Grazie, New York!

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La fortezza è la gioia

lunedì 16 gennaio 2017

A volte le parole della liturgia fortunatamente riescono a forare la patina spessa e opaca dell’abitudine, il marmo freddo della distrazione ed offrire, quindi, alla ragione e al cuore la loro millenaria saggezza riguardo all’uomo e alla sua esistenza. Qualche giorno fa le invocazioni finali delle Lodi, quelle che stanno prima del Padre nostro, quelle che sono recitate con l’infastidita fretta di chi aspetta la fine della cerimonia, quelle su cui spesso si sorvola perché non sono neanche parola di Dio come i salmi eccetera, proprio l’ultima di quelle invocazioni diceva: “Fa’ che sperimentiamo fin da questa mattina la tua misericordia, e la gioia che tu dai ai tuoi amici sia la nostra fortezza”. L’avevo già recitata tante volte, ma quella mattina qualcosa della saggezza liturgica mi ha toccato. Tanto che mi è venuta voglia di rileggerla con calma.
Anzitutto risulta sorprendente la seconda parte. Diamo pure per assodato che noi oranti abbiamo bisogno di fortezza — la parola finale su cui cade tutto l’accento dell’invocazione —, del resto se siamo lì a pregare Dio è perché da soli non ce la sfanghiamo tanto facilmente, ci tremano un po’ le gambe. E questo al mattino è abbastanza evidente visto che magari abbiamo fatto fatica ad alzarci, magari il primo pensiero non è stato affatto per il Padre eterno ma per i problemi e le difficoltà che ci aspettano proprio quel giorno, magari siamo impensieriti o arrabbiati per qualcosa (un acciacco, un fastidio, un dolore).
Insomma, ci sta che chiediamo la fortezza, ma certo è ben strano che essa sia generata dalla “gioia che tu dai ai tuoi amici”. La fortezza è questione di muscoli (fisici o mentali) che si possono opporre all’avversario, è questione di volontà (la famosa forza di volontà) con cui perseguire le mete desiderate, è questione di armi (mentali per carità, però alla bisogna…) con cui affrontare i nemici. Mai avremmo pensato che muscoli, volontà e armi potessero consistere nella semplice gioia. Se però osserviamo quanto sia raro e sorprendente imbattersi in un volto trasparente di gioia ci rendiamo subito conto della potenza e attrattiva di questo dono e pertanto della suprema intelligenza che è il chiederlo.
Già l’inizio dell’invocazione, comunque, è interessante. È diretto, immediato, senza preamboli: “Fa’”. Non si ricorda neppure a chi ci si rivolge: è chiaro, lo si sa fin dal principio, è Dio. Proprio per questo, però, ci si aspetterebbe un tono più moderato, più cerimonioso, più rispettoso, tipo: vorremmo, se si potesse, ci auguriamo che. E invece no, chi ha bisogno veramente non mena il can per l’aia: “Fa’”.
E poi non chiediamo un qualche fumoso stato spirituale, un sentimento interiore, una vibrante emozione; qui di chiede di “sperimentare”; la liturgia è concreta fin quasi al materialismo: vedere e toccare, constatare all’interno dello spazio reale, ovvio, comune della propria esistenza, sperimentare nel tempo concreto.
Così concreto che si chiede a Dio di farci “fare” tale esperienza “fin da questa mattina”, questa non un’altra, questa che reca con sé il tal specifico umore, la tale recondita aspettativa, la pesantezza, il dolore nascosto o l’allegrezza spontanea. Chiediamo che tutto questo serva a sperimentare “la tua misericordia”. E qui torna in mente un anno intero trascorso a sentir parlare di misericordia e la scoperta che forse non ci abbiamo capito molto, ma certamente è solo in essa che possiamo reperire la gioia che è la nostra fortezza.

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La libertà verso Dio

Stefano Arduini
mercoledì 4 gennaio 2017

Il termine parresia (pan, tutto, e rhema, il detto, discorso: quindi “dire tutto”) è termine greco che, come ricorda Michel Foucault (Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli 2005), appare in Euripide, e dunque nel mondo greco del V sec. a.C., ed ha uno sviluppo nel mondo cristiano attraverso la mediazione della Septuaginta, la versione della Bibbia in lingua greca, caratterizzando una modalità di azione che è alle origini dell’esperienza cristiana.
Nel mondo greco la parresia può essere intesa come libera testimonianza della verità. Questo sia nei confronti di chi esercita l’autorità che verso chi si ha vicino. Comporta un rischio, perché può mettere in difficoltà chi la esercita come può mettere in crisi il rapporto con l’altro. Presuppone coraggio dunque, perché bisogna essere coraggiosi nel testimoniare quello in cui si crede così come nel rifiutare le relazioni ipocrite.
La parresia implica non soltanto il dire quella che si ritiene la verità, ma la libertà di poterla dire: se sono costretto a dire la verità non esercito la parresia. Essa presuppone che non posso testimoniare il vero se non entro un orizzonte di libertà. Quindi essa implica un mettersi in gioco completamente e liberamente. Una libertà che è al tempo stesso un dovere che richiama la propria umanità.
Riassume Foucault: “La parresia è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, una certa relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica… e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere… Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà. E sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita o della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del tornaconto o dell’apatia morale”.
Il termine greco presuppone un’idea di uomo che considera la libertà nei confronti degli altri, ma anche verso se stessi, come un valore supremo. Il termine passa nella Septuaginta attraverso una riscrittura operata dal giudaismo della diaspora, che cerca di affermarsi in un contesto culturale in cui correva il pericolo della cancellazione della propria identità. In questo senso la parresia viene incorporata nel nuovo vocabolario con alcuni slittamenti concettuali che creano qualcosa che non è propriamente greco né ebraico. Ad esempio, come ricordano Kittel e Frierich (Grande Lessico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia 1967: IX, 891ss), parresia appare in Levitico 26,13 come elemento caratteristico dell’uomo libero opposto allo schiavo. In Proverbi 1,20; Proverbi 10,10 e nel Cantico 8,10, indica il parlare libero ed è in relazione con la sapienza divina. In 4 Maccabei 10,5 troviamo la parresia del martire. In Ester 8,12-13; 1 Maccabei 4,18 e 3 Maccabei 41, il verbo prende il significato di parlare in pubblico mentre in 3 Maccabei 7,12 troviamo il significato di libertà che viene data. Nella Siracide appare nella forma del verbo, unica volta nell’AT, con il senso negativo di agire in maniera arrogante, un significato, questo, già presente in Platone, quando parla della cattiva democrazia, e che ritornerà in varia letteratura cristiana: parresia cattiva alla quale si può opporre solo il silenzio.
Troviamo la vera novità concettuale nella versione greca dell’AT quando si parla di parresia verso Dio o di Dio (Kittel-Friedrich, cit.,: IX, 893). La parresia di Dio si trova quando questi si manifesta in tutto il suo splendore come nel Salmo 93 (94),1. La parresia verso Dio è quella che in qualche modo passerà anche nel NT e la troviamo in Giobbe 22,26; 27,10; Sapienza 5,1; in Proverbi 13,5; 20,9. In questi casi vi è una sottolineatura del senso di fiducia che il giusto ha nello stare davanti Dio. Questa idea di fiducia la ritroveremo in maniera interessante nella traduzione che la Vulgata farà del termine parresia nel NT traducendolo per ben 18 volte appunto con fiducia (Giuseppe Scarpat, Parrhesia greca, parrhesia cristiana, Brescia, Paideia 2001).
Nel greco del NT il termine e i suoi derivati sono presenti soprattutto in Giovanni, negli Atti e nelle Lettere di Paolo.
Giovanni usa il concetto per descrivere il modo in cui Cristo si rivela (Gv 18,20). Al tempo stesso è ciò che rivela la presenza dello Spirito perché mostra la libertà della nostra preghiera. Essa è frutto di una coscienza libera che si mostrerà anche nel momento del giudizio.
Negli Atti il verbo indica un atteggiamento già presente nel concetto greco: il coraggio e il rischio come in Paolo appena convertito 9,27; 9,28, Paolo e Barnaba davanti ai Giudei di Antiochia di Pisidia, e con i pagani della Licaonia At 14,3, il coraggio di Apollo ad Efeso (At 18,26) e di Paolo nella sinagoga della stessa città (At 19,8) e davanti a Festo e Agrippa (At 26,26).
Anche nelle Lettere di Paolo la parresia alle volte coincide con il coraggio della testimonianza (1, Ts 2,2) e in questo senso sta alla radice dell’esistenza cristiana e naturalmente di quella apostolica. È la libertà verso Dio, che fonda la libertà verso gli uomini (ad esempio 2 Cor 3,12).
Ciò che possiamo vedere come un elemento comune alle diverse accezioni, un filo rosso che collega tutto, è che la parresia implica la libertà: solo se sono libero posso esercitare la parresia. Lo è nel mondo greco dove, anche se la parresia viene dal basso, come ricorda Foucault, cioè mette in crisi l’autorità, è fondamentale che il parresiastes sia un uomo libero e uno dei migliori, che anzi mette a rischio questa sua condizione pur di poterla esercitare. Ma la libertà, nei Padri della Chiesa come per Gregorio di Nissa, è anche quella che l’uomo ha di fronte a Dio come manifestazione della propria coscienza. Dunque la parresia è ciò che manifesta la libertà stessa dell’uomo, che lo mette in rapporto con il suo destino. Fuori di essa la stessa consistenza umana viene meno.
È proprio questo aspetto che è risultato determinante nel costituirsi di quella nuova antropologia non greca né ebraica che alle origini dell’esperienza cristiana ha posto come punto centrale quello di coniugare verità e libertà, sapendo bene che la prima non può essere accostata per costrizione ma solo con la testimonianza che il parresiastes mette in gioco.

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Cuore a cuore

Marco Pozza
sabato 3 dicembre 2016

Era l’ultima speranza di un popolo disperato: tra tutti, nessun popolo ha mai avuto tante avvisaglie come Israele. Del numero di profeti a lui mandati, si è perduta presto il conteggio. Quella dei profeti e dei precursori, tra l’altro, è per davvero una triste storia: sanno ma non vedranno, preparano il trono ma non vi sederanno. Forse per questo sono feroci: sanno d’essere voce di una presenza, non la presenza stessa. Nessuna traccia d’invidia, dunque: semplicemente l’urgenza di chi intravede, nelle fessure della storia, ciò che la folla ancora non è capace di scorgere: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,1-12). Che è come dire: “Voltatevi, gente: non vi accorgete che sta passando colui che tutti stiamo attendendo?”.
Sono uomini, i profeti, dallo sguardo tagliente, attento, focoso. A loro, per grazia, capita come quando una persona ti manca assai e tu la vedi dappertutto. Sono deliri-di-onnipresenza, più che di onnipotenza: perché se la distanza è solo un problema di geometria, l’assenza — anche l’assenza di Dio — non si risolve con nessuna equazione. Per il Cielo, dopo millenni di evidenti certezze, il modo migliore per dire all’uomo “mi manchi” è farsi trovare sotto casa, cuore-a-cuore, nel gesto delicato di chi chiede permesso: “Razza di vipere, Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?”.
Il Battista mica lo potevano capire, era come il sole a mezzogiorno: troppo forte per occhi deboli, troppo diritto per un’anima storta come quella di Erode. Succede sempre così, anche al Cristo Nazareno: la luce del mondo era troppo forte per delle menti assuefatte al lume delle candele. Perché invitare l’umano alla conversione, è come invitarlo ad assistere ad una lezione-sulla-mancanza: la mancanza è un vuoto dalle dimensione esatte, è inutile riempirlo di altra roba. Si riempirà solo con quel pezzo che s’incastra alla perfezione: dunque, “fate un frutto degno della conversione”. Non un messaggio spiritoso o complicato, ma semplice, chiaro: nessun profeta, nel mentre della sua predicazione, ebbe mai l’intenzione d’impressionare l’uditorio. L’uomo spiritoso dice spiritosaggini per far pompa del suo spirito: Cristo e i profeti dicono cose semplici per accreditare la loro sapienza.
Ecco, dunque, la loro premura, che è sempre la stessa: quella che il popolo non si perda l’appuntamento con la bellezza, che non gli sfugga l’aggancio con la salvezza. C’è un Dio-in-arrivo, e il Battista ne sente i passi, ne scruta l’avvicinamento, ne fiuta quasi il respiro. Per questo al popolo non deve più bastare sentirsi dire che Dio-è-amore, hanno l’occasione di vedere l’Amore indaffarato, all’opera: “Tiene in mano la pala, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. Tutti possono vedere l’amato, ma solo chi è più intimo potrà un giorno toccarlo. Addirittura masticarlo — “Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo” — come il più umile amante, come il più inumano tra gli amori.
La salvezza poggia su dei calcoli strambi: non misura la vita dal numero di respiri che l’uomo fa, ma dal numero degli attimi che tolgono all’uomo il respiro. Compito del Battista fu quello d’intonare la voce dell’attesa, di accordare i cuori a Cristo, di preparare il tutto perché la liturgia iniziasse: per poi farsi da parte e lasciare la strada, fare-strada, all’Amico. Domani, come pegno dell’amore che gli arde in petto, cederà la testa alla lussuria di Erode: troppo complicato, come uomo, per comprendere l’umile grandezza di quella voce sciupata dal vento. Fu proprio la voce, però, la vera ascia da guerra del Battista, lo strumento col quale tentò di purificare il mondo dalla banalità delle piccole attese: è solo rimanendo piccoli che un giorno si riusciranno a scoprire le cose grandi. Tutto il resto sono sprazzi d’eternità che sfuggono a causa dell’amor-proprio: a voler essere troppo grandi, certi giorni capita di non accorgersi neppure di Dio. Dannazione.

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Il Papa chiude una porta e apre un portone

Mauro Leonardi
lunedì 21 novembre 2016

L’immagine di una porta che si chiude è l’immagine della fine di qualche cosa. Magari anche bella ma, comunque, finita. Si spengono le luci, si fanno gli ultimi saluti, si chiude la porta.
Con il Giubileo avevamo aperto una porta che ieri il Papa ha chiuso. Però finisce il Giubileo ma non finisce la Misericordia (e per questo domani il Papa farà conoscerà la sua ultima Lettera apostolica dal significativo titolo di Misericordia et misera).
Quest’anno la Misericordia è servito appena a balbettarla. È stato un anno di riscaldamento, se preferiamo la metafora sportiva. È adesso che la gara inizia per davvero.
Non avremo bisogno di un anno perché la misericordia di Dio è così piccola da poter essere vissuta anche in un solo giorno, anche in un solo istante. Basta un piccolo gesto di bontà, tenerezza, custodia, amore, amicizia, sollecitudine.
La misericordia di cui ora celebriamo la fine e contemporaneamente l’inizio è la declinazione infinitamente fantasiosa della parola carità. Solo in cielo sapremo veramente cosa voleva dire amare ma quaggiù possiamo goderne già sapore e profumo se, chiusa quella porta, apriremo cuori e mani.
Un ragazzo ieri, con la tipica lingua a sciabola dei ragazzi che tranciano giudizi mi diceva: quella famiglia è una di quelle che fanno una settimana l’anno di volontariato in Africa, lo postano su Facebook e poi per tutto l’anno stanno a posto.
Siamo così? Come questo impietoso giudizio adolescenziale? Se sì c’è una buona notizia: per la misericordia siamo ancora in tempo.
“Il Giubileo? Non ho fatto un piano. Le cose sono venute. Semplicemente mi sono lasciato portare dallo Spirito. La Chiesa è il Vangelo, non è un cammino di idee. Questo Anno sulla misericordia è un processo maturato nel tempo, dal Concilio… Anche in campo ecumenico il cammino viene da lontano, con i passi dei miei predecessori. Questo è il cammino della Chiesa. Non sono io. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior”, ha detto il Papa nella recente intervista ad Avvenire.
Lasciamo venire le cose. Le cose di Dio conoscono strade, logiche, passi, che noi non conosciamo nel concreto ma sappiamo, in generale, che sono le strade, le logiche, i passi di un padre.
E quale padre fa sbagliare strada al figlio? Quale padre inganna un figlio? Quale padre fa inciampare un figlio? Andiamo avanti e il tempo ci seguirà né troppo lento né troppo veloce. Sarà solo presente. Tutto da vivere, tutto da seminare, tutto da sperare, tutto da attendere, tutto da stare.
“Chi scopre di essere molto amato comincia a uscire dalla solitudine cattiva, dalla separazione che porta a odiare gli altri e se stessi. Spero che tante persone abbiano scoperto di essere molto amate da Gesù e si siano lasciate abbracciare da Lui. La misericordia è il nome di Dio ed è anche la sua debolezza, il suo punto debole. La sua misericordia lo porta sempre al perdono, a dimenticarsi dei nostri peccati. A me piace pensare che l’Onnipotente ha una cattiva memoria. Una volta che ti perdona, si dimentica. Perché è felice di perdonare. Per me questo basta. Come per la donna adultera del Vangelo ‘che ha molto amato’. ‘Perché Lui ha molto amato’. Tutto il cristianesimo è qui.
Non ci avevo mai pensato che Gesù e l’adultera avessero entrambi “molto amato”. Eppure lo dice il Papa, anzi lo dice il vangelo: Gesù e l’adultera sono diversi in tutto ma uguali nell’amore, entrambi hanno molto amato.
Di tutto questo giubileo vorrei che mi rimanesse appiccicato, interiorizzato, questo sentirmi uguale a Dio almeno in qualcosa, anche piccolo, anche piccolissimo, ma qualcosa di uguale: l’amore. E da lì sentire la debolezza di Dio e picchiare duro. Sulla Sua misericordia. Chiusa una porta si apre un portone, dice il detto. Il Papa chiude una porta ma si apre un portone. Voglio che sia vero anche per l’anno di Misericordia che finisce. Che si apra per tutti qualcosa di ancora più grande.

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Il Tu a Dio

Non volle affatto che la sua Grazia abbisognasse di qualcuno. In vita sua, mai accettò di diventare proprietà-privata di alcuno, nemmeno dei suoi più fidati amici. Per questo organizzò il suo mondo-di-parabole: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano” (Lc 18,9-14). Una storia d’uomini, d’intenti. Non solo. Ai suoi attori-protagonisti non regala mai la luce solo per svagare i sensi ma perché, ridendo di loro e con loro, ognuno faccia la sua scelta: “Ascoltarla, codesta parola, non è nulla; accoglierla con amore non è nulla: custodirla è tutto. Custodirla contro lo spirito impuro, uno e molteplice, formicolante” (F. Mauriac). Dio — così duro coi farisei, così dolce coi piccoli — nel frattempo si tiene libero: non è tenuto a nessuna giustificazione in merito.
Racconta storie per raccontare di Lui, dei suoi misteri, dei modi variopinti che gli uomini hanno per ri-volgersi a Lui. Mai un tentativo, da parte sua, di fare impressione sull’uditorio. Sulle labbra solamente parole scarne, pancia-a-terra, come di chi ha udito ben affinato. Nel mondo fariseo: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini”. In quello pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Farsi belli abbruttendo gli altri — lavando bene i piatti, pulendosi i gomiti, non mangiando carne il venerdì, carciofi a colazione — è una logica che nei Vangeli non arreca salvezza: col Cristo nessuno dev’essere generale se prima non ha prestato servizio nei ranghi. Diventare presenti a se stessi — ch’è la grande grazia della lucidità, il costringere il peccatore a rimasticare la sua vergogna — questa sì che è cagione di salvezza: “Questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato”. L’altro, a ragione di logica, non-giustificato: una mezza-condanna, dunque. A far la differenza tra salvezza e dannazione è una sfumatura nell’uso dei pronomi, quelli più elementari: l’io e il tu. Dall’io — “Io ringrazio, io non sono come lui, io digiuno, io pago” — al tu: “(Io pecco), tu perdonami”. Fino a sfidare il buon senso dando del tu a Dio: questo è il fatto serio della preghiera, la gran eversione che i bastardi annotarono sul conto del Cristo come gran-bestemmia. Un Dio per i miserabili: questo no, era troppo.
Nella guerra franco-prussiana — si viveva la stagione nella quale la Francia prendeva botte ovunque — sono in molti a bussare al convento per parlare con Bernadette: le chiedono risposte decisive, finali. Nel 1870 il cavaliere Gougenot des Mousseaux s’informò se alla grotta di Lourdes avesse avuto rivelazioni in merito al futuro della nazione.
La santa-donna disse no, nemmeno i prussiani-alle-porte le incutevano paura: “Io non temo che i cattivi cattolici” rispose. I cattivi-cattolici, l’altra faccia della cattiveria-dei-buoni: di chi vuol possedere a tutti i costi una cosa la cui bontà non è sua, di chi è disposto a tramutare anche Dio in proprietà-privata, fino ad ammazzare Dio in nome di Dio. Fino al punto da tener l’uomo in schiavitù, vendendogli come carità ciò che, in realtà, altro non è che l’egoismo di far diventare grande se stesso rimpicciolendo il fratello: “Per guadagnarsi il titolo di benefattori — scriveva, con penna ruggente, don Primo Mazzolari —, per farsi pagare il servizio di recupero, lo buttano a terra e lo fanno a pezzi, l’uomo”. In corso d’opera, l’uomo ha mostrato d’aver molti corteggiatori e ben pochi amici: Cristo gli è amico, ci parla con franchezza, con sincerità.
Più che a dare, aver fede sarà questione d’esser pronti a ricevere: non sono io che faccio-cose-per Dio — “Dio, ricorda bene cosa ho fatto per te” —, è Dio che fa-cose per me, nobis quoque peccatoribus. Iniziò così, nel paese delle parabole, il più beffardo tra gli sgarbi di Cristo ai farisei: il più piccolo, in fronte al più grande, diventerà eterno. La storia cambia verso: “Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Datemi il vostro nulla, vi darò il mio Tutto: il contrario — la cattiveria dei buoni — impauriva anche santa Bernadette.

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Con l’avvenimento di Dio che chiama l’uomo, nasce l’io

CRISTIANI/ Con l’avvenimento di Dio che chiama l’uomo, nasce l’io
Maurizio Vitali
martedì 23 agosto 2016

In un mondo di guerre le religioni non sono parte del problema, ma parte della soluzione. In questo senso possono e debbono collaborare. Ma tra cristiani ed ebrei il rapporto è specialissimo e non rubricabile sotto il titolo del dialogo religioso. Al punto che ci sono le basi, solide ed esplicite, per un vero e proprio “partenariato” di valore epocale. Si tratta di una svolta storica: che ieri al Meeting è stata presentata e addirittura incrementata attraverso il dialogo fra il rabbino Eugene Korn e il teologo Ignacio Carbajosa.
La base di lavoro è il documento sottoscritto a fine 2015 da 25 rabbini, tra cui lo stesso Korn, intitolato “Fare la volontà del Padre Nostro nei Cieli: verso un partenariato tra ebrei e cristiani”. “Riconosciamo — vi è scritto — che il cristianesimo non è né un incidente né un errore, ma un frutto della volontà divina e un dono per le nazioni. Noi ebrei possiamo riconoscere il perdurante valore costruttivo del cristianesimo come nostro partner nella redenzione del mondo”.
Per secoli, se non per millenni, ebrei e cristiani si sono guardati in cagnesco. C’è voluta una shoah perché la cristianità europea si rendesse conto del livello di barbarie cui il mostro nazista aveva condotto l’anti-semitismo; e ci sono voluti 50 anni di riflessione e di lavoro, nel mondo ebraico, per assimilare, apprezzare e tirare le conseguenze della novità espressa dal Concilio Vaticano II nella dichiarazione Nostra Aetate. Ieri è stato il rabbino a rileggere la “rivoluzione copernicana” del magistero conciliare: “Il Concilio ha condannato l’antisemitismo, ha cancellato l’accusa di deicidio e l’affermazione che la religione ebraica è falsa e annullata dal cristianesimo, riconoscendo invece che il cristianesimo trae linfa dalle radici ebraiche”.
Carbajosa ha indagato la “radice dell’atteggiamento ingiusto”, individuando “la svalutazione dell’Antico Testamento” che ha percorso la cultura teologica e poi filosofica europea, dall’utopia di Giacchino da Fiore, passando per Lutero fino all’illuminismo di Lessing e di Harnack. “Per il primo — ha detto il teologo spagnolo — l’antico testamento è il libro della fase infantile dell’umanità. Harnack tagliò corto: il tempo dell’ebraismo è finito. Una sentenza che, dopo Auschwitz, mette i brividi”. Carbajosa ha anche sottolineato però che “all’inizio non fu così” perché la fede di San Paolo come dei Padri della Chiesa “non conteneva avversione agli ebrei ma desiderio di penetrare insieme il mistero divino, sino alla partecipazione totale ad esso”. Ogni vera religiosità — ha detto ancora in sostanza Carbajosa — è non violenta perché accetta il mistero e non fa dire: io sono dio.
Ma tra veri ebrei e cristiani il legame profondissimo è molto più che con le altre religioni: perché “il mistero di Dio — ha notato Carbajosa — ha fatto irruzione nella storia con Abramo. E lì, con l’avvenimento di Dio che chiama un uomo, che nasce nella civiltà umana l’io”. Per Korn ebrei e cristiani possono come nessun altro affermare la dignità della persona perché immagine di Dio, la sacralità della vita perché il Creatore non è un Dio di morte, la certezza che è una follia irreligiosa uccidere in nome di Dio”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/23/EBREI-E-CRISTIANI-Con-l-avvenimento-di-Dio-che-chiama-l-uomo-nasce-l-io/print/720020/

Tu sei un bene per me

Tu sei un bene per me

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016

L’attuale momento storico è caratterizzato da una profonda crisi che ha come conseguenza una generale sfiducia nell’affrontare il presente e nel guardare al futuro. Si sgretolano modelli di convivenza sociale e civile che sin qui hanno garantito il bene comune, una intera generazione, quella dei NEET, ha rinunciato a studiare e a lavorare, il fenomeno dell’immigrazione e dei profughi sta investendo – dilagante e apparentemente inarrestabile- l’Italia e l’Europa intera, la violenza del terrorismo, anche dopo i tragici fatti di Parigi, cresce in modo sempre più minaccioso. L’altro, il diverso, ciò che è “fuori”, appare come una minaccia, viene visto e considerato in un’ottica per lo più strumentale e utilitaristica.

In queste drammatiche circostanze Papa Francesco ha indetto il Giubileo Straordinario della Misericordia. “Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”.

La natura dell’uomo e la realtà stessa indicano infatti l’inesorabilità di un rapporto, di una relazione, di un incontro continuo con la realtà come prima necessità per scoprire la verità di sé e del mondo. Famiglia, figli, amici, colleghi, il povero incontrato casualmente per strada: sono sfide con cui fare i conti quotidianamente. Spesso la sostituzione delle faticose relazioni e dei “contatti” in carne ed ossa, con quelle più comode, automatiche e sempre disponibili -ma ultimamente assenti- degli ambienti virtuali possono generare una profonda solitudine, ma anche l’illusione di autonomia, di una ultima estrema libertà senza più legami da cui dipendere. L’uomo ha bisogno dell’altro, per condividere desideri, progetti, fatiche, sacrifici, paure, dolori: per condividere il motivo per cui esiste. La comunità si forma e si crea esattamente per questo.

E dunque l’io dell’uomo esiste innanzitutto come una storia, fatta di volti, di relazioni, e di circostanze che si dispiegano nel corso del tempo.

Come è possibile guardare l’altro in modo nuovo, non semplicemente tollerando il diverso, ma intravvedendo e scommettendo sul fatto che “tu” sei e rappresenti una positività ultima di cui “io” necessito per vivere? Cosa rende possibile una posizione umana come questa appena descritta?

La storia del XX secolo, con le guerre mondiali, ricorda a noi tutti il tentativo di differenti e contrapposte ideologie di eliminarsi a vicenda, di eliminare l’altro: la memoria ci riporta ad atroci sofferenze e milioni di morti, ma anche che ad un certo punto fu possibile percepire l’altro – fino a qualche giorno prima il nemico da combattere – nella sua diversità, come una risorsa, un bene: fu esattamente in quel momento storico che nacque l’Europa. Senza una esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile infatti ripartire.

Attraverso mostre, spettacoli, tavole rotonde, testimonianze, il Meeting 2016, con i suoi vari linguaggi, racconterà storie di integrazione e di perdono, metterà a tema le grandi emergenze dell’oggi, farà parlare i protagonisti della cultura e dell’espressività, si confronterà con le sfide della tecnologia e dell’innovazione, proverà a guardare al lavoro e all’economia senza moralistiche demonizzazioni, farà incontrare spaccati di storia passata. Vorremmo che anche il prossimo Meeting potesse fare esplodere la bellezza di una positività e di una speranza capaci di attrarre la libertà di ognuno e di far desiderare un cambiamento per sé e per il mondo.
Approfondimenti

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=904

Amo la tua presenza

EDITORIALE
Contare le pecore o parlare col pastore
Marco Pozza
sabato 23 luglio 2016

Li allenò, quand’era con loro, alla testardaggine di Dio. Di quell’Amico che, all’indomani di ogni caduta della sua creatura più amata, sceglierà di non scegliere mai nessun altro all’infuori di coloro che già scelse agli inizi: il suo cruccio rimarrà, nei secoli, la creatura slabbrata. Tra chi gli fu discepolo, quasi nessuno afferrò ciò che significavano le parole del Maestro. Chi ne capì qualcosa, lo fece solo all’indomani della Pasqua: deformati dallo stupore, si capacitarono che il loro Dio era affidabile. Che l’inaffidabile era Lucifero, che, negli anni della loro amicizia con Lui, s’avventurò a più riprese nel dare dell’inaffidabile a quell’amico che, quando se li scelse, li amò per com’erano, senza volerli affatto cambiare: gente rotta, di sobborgo, mari in tempesta.
Mai parlò loro in maniera compulsiva del Dio che gli era Padre, ma visse in maniera tale che, vedendolo all’opera, era impossibile tenergli nascosto il sommo desiderio che bruciava nei petti: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” (Lc 11,1-13). Mica glielo chiesero in un attimo qualunque: attesero “quando ebbe finito (di pregare)” (liturgia della XVII domenica del tempo ordinario). S’accorgevano, infatti, che dopo quegli attimi di riservatezza l’Amico riappariva diverso: più fine nel guardare, più clemente nel parlare, più mite nell’essere loro compagno. Vollero, a tutti i costi, conoscere il segreto del suo mestiere d’essere uomo appieno. Pur figli di casati avvezzi alla pesca, la pastorizia non era loro foresta: ad andare per mari tumultuosi, infatti, s’impara a camminare sulle onde. Intuirono, pecore-disperse com’erano, che quando di notte non si riesce a dormire, c’è qualcuno che conta le pecore. C’è anche qualcuno che cessa di contare le pecore per iniziare a parlare col pastore delle pecore, il bel-Pastore: “Signore, insegnaci a pregare”.
Loro glielo chiesero come di chi ha una sete pazzesca, Lui rispose come di chi attendeva esattamente quella domanda. Insegnò loro, dunque, il come della preghiera: “Quando pregate dite: Padre nostro”. Poi basta: meno sono le parole, migliore è la preghiera. Loro, per una volta, oltre al come intuirono anche il perché di un animo orante: “Gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un perché. Perché respiro? Perché altrimenti morirei. Così è la preghiera” (S. Kierkegaard).
Avanzarono ancora oltre il come, il perché: appresero il quanto della preghiera, la misura dell’insistenza: fino a che Cristo non crollerà dalla croce, “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Come in quella storia di pani, di notti e d’apparente molestia: “Vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono”.
Ancora una volta la giusta misura mostra essere la non-misura, addirittura l’invadenza: insistenti a più-non-posso, come se tutto dipendesse da Dio, convinti che tutto dipenda da noi. Con addosso una bisaccia di poche parole: la santificazione del nome, l’attesa del mondo come lo sogna Dio, l’urgenza di un pane che vinca la fame, di una pietà che profumi di misericordia, l’auspicio di sentirsi preservare dalle fauci della tentazione. Dopo quella volta, nessun’altra preghiera è più sorta su labbra d’uomo che non fosse già racchiusa nel mistero stringato del Padre nostro: la bellezza racchiusa in una preghiera, non in un dogma. A governare con la paura han dimostrato d’essere capaci in tanti: a governare con la gioia è roba-da-Dio.
Per chi è padre, la gioia è stare con i figli. Cristo lo sa: “Ci sono momenti in cui non ho più niente da dire a Dio. Se continuassi a pregare con le parole, dovrei ripetere quanto già detto. In questi momenti è bello dire: “Posso stare insieme a te? Non ho più niente da dirti, ma amo la tua presenza” (O. Hallesby). A gente esperta di solitudini marine, un giorno l’amico Nazareno confidò loro la dolcezza dello sfogarsi in sua compagnia. Narrò loro, con parole bambine piuttosto che rabbine, di una compagnia che non falla: l’amicizia con Dio. Che non cambia le cose, ma muta lo stare dell’uomo di fronte alle cose. Uno stare con-Dio, da-Dio.

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