Cuore inquieto

Il desiderio umano tende sempre a determinati beni concreti, spesso tutt’altro che spirituali, e tuttavia si trova di fronte all’interrogativo su che cosa sia davvero «il» bene, e quindi a confrontarsi con qualcosa che è altro da sé, che l’uomo non può costruire, ma è chiamato a riconoscere. Che cosa può davvero saziare il desiderio dell’uomo? […] nemmeno la persona amata, infatti, è in grado di saziare il desiderio che alberga nel cuore umano, anzi, tanto più autentico è l’amore per l’altro, tanto maggiormente esso lascia dischiudere l’interrogativo sulla sua origine e sul suo destino, sulla possibilità che esso ha di durare per sempre. Dunque, l’esperienza umana dell’amore ha in sé un dinamismo che rimanda oltre se stessi, è esperienza di un bene che porta ad uscire da sé e a trovarsi di fronte al mistero che avvolge l’intera esistenza.
Considerazioni analoghe si potrebbero fare anche a proposito di altre esperienze umane, quali l’amicizia, l’esperienza del bello, l’amore per la conoscenza: ogni bene sperimentato dall’uomo protende verso il mistero che avvolge l’uomo stesso; ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato. Indubbiamente da tale desiderio profondo, che nasconde anche qualcosa di enigmatico, non si può arrivare direttamente alla fede. L’uomo, in definitiva, conosce bene ciò che non lo sazia, ma non può immaginare o definire ciò che gli farebbe sperimentare quella felicità di cui porta nel cuore la nostalgia. Non si può conoscere Dio a partire soltanto dal desiderio dell’uomo. Da questo punto di vista rimane il mistero: l’uomo è cercatore dell’Assoluto, un cercatore a passi piccoli e incerti. E tuttavia, già l’esperienza del desiderio, del «cuore inquieto» come lo chiamava sant’Agostino, è assai significativa. Essa ci attesta che l’uomo è, nel profondo, un essere religioso (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 28), un «mendicante di Dio». Possiamo dire con le parole di Pascal: «L’uomo supera infinitamente l’uomo» […].
Sarebbe di grande utilità, a tal fine, promuovere una sorta di pedagogia del desiderio, sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede. Una pedagogia che comprende almeno due aspetti. In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita. […] Un secondo aspetto, che va di pari passo con il precedente, è il non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto. Proprio le gioie più vere sono capaci di liberare in noi quella sana inquietudine che porta ad essere più esigenti – volere un bene più alto, più profondo – e insieme a percepire con sempre maggiore chiarezza che nulla di finito può colmare il nostro cuore. Impareremo così a tendere, disarmati, verso quel bene che non possiamo costruire o procurarci con le nostre forze […].
(Benedetto XVI, 7 novembre 2012)

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Ricominciando sempre daccapo

Giorgio Vittadini
venerdì 17 febbraio 2017

In questa stagione in Siberia fa davvero freddo. Nel piccolo villaggio di Sosnovka nella regione di Omsk si arriva anche a punte di trenta gradi sotto lo zero. Così freddo che la popolazione per tutto il lungo inverno non si muove dalle case e dal paese. I fedeli della comunità ortodossa di Sosnovka non riescono neanche ad andare fino alla città di Azov, dove c’è l’unica chiesa della zona.
Uno di loro però, Alexander Bityokhina, viveva con disagio il fatto di non avere un luogo dove potersi trovare a pregare con altri fedeli. “Voleva solo poter pregare in una chiesa” racconta la madre Tatyana, “siamo poveri e fa freddo, ma la voce dentro al suo cuore non smetteva di farsi sentire. Ecco perché ha deciso di costruire una chiesa. Ci ha pensato su parecchio, poi l’ha fatto”.
Con cosa si costruisce una chiesa in un territorio fatto solo di neve e ghiaccio? Con la materia prima più a portata di mano ovviamente: la neve. Per quasi due mesi, Alexander si è messo a lavorare anche a venti gradi sotto zero, senza sosta, usando dodici metri cubi di neve ghiacciata. A chi gli ha chiesto come ha fatto, ha risposto: “La cosa principale è pregare e poi darsi da fare in fretta”.
La parte più difficile è stata piazzare la croce in cima e costruire un altare, ha spiegato. Alla fine è venuta fuori una piccola tipica chiesetta russa. Dentro l’ha decorata con icone, immagini della Madonna e di Gesù, ci ha messo una Bibbia e un piccolo altare. L’ha dedicata alla nascita del Salvatore, poi ha chiamato l’arciprete più vicino e l’ha fatta benedire. Quando arriverà la primavera la chiesetta si scioglierà, così come tutta la neve intorno. Alexander spiega che per allora spera arrivino materiali, mattoni e legno, per costruire una struttura definitiva, altrimenti il prossimo inverno la ricostruirà. La gente del paese è contenta. Adesso hanno un luogo dove ritrovarsi a pregare: “Ha visto che avevamo una necessità e ha deciso di risolverla”. Lo chiamano il buon samaritano di Sosnovka.
A migliaia di chilometri di distanza, dove non fa così freddo, in Italia, i recenti dati Istat dicono che sempre meno persone vanno in chiesa. Quelli che la domenica partecipano alla messa sono stati nell’ultimo anno il 29 per cento della popolazione, con una flessione rispetto al 2006 del 4,4 per cento. Se si risale al 1995, la flessione è del 10,7 per cento. Sono i giovani soprattutto che hanno smesso di andarci: se gli over 65 sono ancora il 40 per cento, i fedeli fra i 18 e i 29 anni sono il 15 per cento. Ma c’è anche un altro dato: se diminuisce il numero di chi va in chiesa, non aumentano gli atei e gli agnostici, fermi da tempo al 7 per cento. Il 72 per cento degli italiani si dichiara credente, di questi l’80 per cento si dice cattolico.
Le gare dei numeri (come fanno alcuni che contano quante persone vanno in piazza San Pietro da quando c’è papa Francesco e quante ce ne andavano quando c’era Benedetto XVI) e le classifiche non sono il punto importante. Sarebbe però interessante capire a fondo quale esperienza fanno gli italiani del loro rapporto con il trascendente; come sta cambiando questo rapporto e perché; e come vivono il credo della tradizione cristiana da cui per lo più provengono.
E ancora, perché si sta perdendo il desiderio di pregare insieme, anche se non è andato perso il senso religioso? Perché si preferisce una religione fai da te a una che propone una sequela di gesti da condividere?
Ma più che ogni altra cosa viene da chiedersi perché colpisce il gesto di Alexander.
Forse perché un atto così apparentemente non necessario, fuori misura, dice che il desiderio del cuore dell’uomo sia incontenibile e vive se gli si dà spazio in gesti concreti, piccoli o grandi che siano.
Alexander senz’altro conosce il valore del sacramento e anche del ritrovarsi a pregare per tutta la tradizione cristiana. Da quanto ha detto si capisce anche che era già abituato a pregare, a vivere quotidianamente il suo rapporto con Dio. Ma è probabile che sentisse che da solo il suo affetto per Gesù andasse smarrito. E magari aveva la stessa preoccupazione per amici e parenti. Oppure era il desiderio di condividere con gli altri una cosa grande e decisiva come la fede a muoverlo.
Quando Gesù tornò al Padre, i suoi discepoli rimasero assieme, non si persero più di vista e tutti i giorni ripetevano, insieme, quel gesto che gli avevano visto fare, offrire il pane e il vino come Suo corpo e Suo sangue. E se la chiesetta la prossima primavera si scioglierà, Alexander ne farà un’altra. Ricominciando sempre daccapo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/2/17/Siberia-la-chiesa-che-non-si-scioglie/print/748872/

Tu sei un bene per me

Tu sei un bene per me

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016

L’attuale momento storico è caratterizzato da una profonda crisi che ha come conseguenza una generale sfiducia nell’affrontare il presente e nel guardare al futuro. Si sgretolano modelli di convivenza sociale e civile che sin qui hanno garantito il bene comune, una intera generazione, quella dei NEET, ha rinunciato a studiare e a lavorare, il fenomeno dell’immigrazione e dei profughi sta investendo – dilagante e apparentemente inarrestabile- l’Italia e l’Europa intera, la violenza del terrorismo, anche dopo i tragici fatti di Parigi, cresce in modo sempre più minaccioso. L’altro, il diverso, ciò che è “fuori”, appare come una minaccia, viene visto e considerato in un’ottica per lo più strumentale e utilitaristica.

In queste drammatiche circostanze Papa Francesco ha indetto il Giubileo Straordinario della Misericordia. “Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”.

La natura dell’uomo e la realtà stessa indicano infatti l’inesorabilità di un rapporto, di una relazione, di un incontro continuo con la realtà come prima necessità per scoprire la verità di sé e del mondo. Famiglia, figli, amici, colleghi, il povero incontrato casualmente per strada: sono sfide con cui fare i conti quotidianamente. Spesso la sostituzione delle faticose relazioni e dei “contatti” in carne ed ossa, con quelle più comode, automatiche e sempre disponibili -ma ultimamente assenti- degli ambienti virtuali possono generare una profonda solitudine, ma anche l’illusione di autonomia, di una ultima estrema libertà senza più legami da cui dipendere. L’uomo ha bisogno dell’altro, per condividere desideri, progetti, fatiche, sacrifici, paure, dolori: per condividere il motivo per cui esiste. La comunità si forma e si crea esattamente per questo.

E dunque l’io dell’uomo esiste innanzitutto come una storia, fatta di volti, di relazioni, e di circostanze che si dispiegano nel corso del tempo.

Come è possibile guardare l’altro in modo nuovo, non semplicemente tollerando il diverso, ma intravvedendo e scommettendo sul fatto che “tu” sei e rappresenti una positività ultima di cui “io” necessito per vivere? Cosa rende possibile una posizione umana come questa appena descritta?

La storia del XX secolo, con le guerre mondiali, ricorda a noi tutti il tentativo di differenti e contrapposte ideologie di eliminarsi a vicenda, di eliminare l’altro: la memoria ci riporta ad atroci sofferenze e milioni di morti, ma anche che ad un certo punto fu possibile percepire l’altro – fino a qualche giorno prima il nemico da combattere – nella sua diversità, come una risorsa, un bene: fu esattamente in quel momento storico che nacque l’Europa. Senza una esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile infatti ripartire.

Attraverso mostre, spettacoli, tavole rotonde, testimonianze, il Meeting 2016, con i suoi vari linguaggi, racconterà storie di integrazione e di perdono, metterà a tema le grandi emergenze dell’oggi, farà parlare i protagonisti della cultura e dell’espressività, si confronterà con le sfide della tecnologia e dell’innovazione, proverà a guardare al lavoro e all’economia senza moralistiche demonizzazioni, farà incontrare spaccati di storia passata. Vorremmo che anche il prossimo Meeting potesse fare esplodere la bellezza di una positività e di una speranza capaci di attrarre la libertà di ognuno e di far desiderare un cambiamento per sé e per il mondo.
Approfondimenti

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=904

De-sidera

Luca Doninelli

venerdì 22 aprile 2016

Il cielo stellato fornisce anche un paradigma per l’esperienza sensoriale e perfino costruttiva. L’idea stessa di “ordine” — che esista, cioè, una disposizione armonica di tutte le cose iscritta nel loro stesso sorgere, come ricorda il salmo 138 (“Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra”) — trova una conferma immediata nella forte impressione di ordine che ogni uomo riceve osservando il cielo (rinvio, a questo proposito, al meraviglioso racconto Lo Spinoza di Via del Mercato di I.B. Singer, dove questa esperienza è descritta con precisa ironia).

L’esigenza che il nostro mondo possa essere edificato secondo questa sapienza arcana si legge in certi edifici antichissimi giunti fino a noi, come la Grande Piramide di Giza, dove secondo alcuni (ed è probabile che sia così) le proporzioni dell’opera e i loro rapporti racchiudono tutta una serie di conoscenze astronomiche, accumulate nei secoli precedenti.

La metafora del cielo stellato sta anche alla base della nostra sensibilità acustica, dai ritmi in cui si scandiscono i suoni alla loro diffusione nello spazio — o forse sarebbe più esatto dire nello spazio/tempo — allo sviluppo della musica nella nostra cultura e, credo, in tutte. Nel mio romanzo Le cose semplici uno dei personaggi, l’ineffabile prof. Malinverni, si spinge in una similitudine tra il cielo stellato e l’intrico del sistema fognario di una grande città.

In conclusione, mi sembra che tra cielo stellato e civiltà esista un rapporto concreto, fattivo, che oltrepassa la psicologia (dove si parla, in questo caso, di “archetipi”) perché non riguarda solo l’architettura della nostra mente ma anche e soprattutto la corrispondenza tra questa struttura e quella della realtà tutta. E se il centro di tutto questo ordine ha sempre ricevuto il nome di Dio, è interessante il fatto che Nietzsche, che pure dichiara la morte di Dio, non può abolire l’ordine in sé, ma si limita a trasferirlo, a cambiarne il piedestallo (sempre che sia questo ciò che il grande filosofo ha fatto veramente).

Ogni grande opera letteraria — dagli antichi poemi alla Commedia al grande romanzo moderno, che ne ha raccolto l’eredità — non si è mai accontentata di fornire un ritratto della società, ma ha incarnato in qualche modo un modello cosmologico. Per questo (con una certa approssimazione) diciamo che Dante è tolemaico, che Cervantes è copernicano, e così via.

Perché questo? Perché la grande letteratura ha il compito, che gli viene non da qualche teoria letteraria ma oso dire dalla sua stessa natura, di vigilare — come la scolta dell’inizio sconvolgente dell’Orestea di Eschilo — sul nesso tra ordine universale (lo chiamo così, in tutte le sue possibili accezioni) e costruzione umana. Solo un miope potrebbe non vedere l’Universo stesso in fiamme nell’inizio di Vita e Destino.

Ma l’accenno al capolavoro di Grossman ci obbliga a ricordare che la storia umana è fatta non solo di costruzione ma anche di distruzione. Eliot appare quasi ottimista quando ci dice che “se il Tempio dev’essere abbattuto/dobbiamo prima costruire il Tempio”, rispetto al Manzoni dell’Adelchi (“Anfrido qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine sopra ruine ammucchierem: l’antica nostr’arte è questa”). La distruzione appartiene a questo rapporto: la letteratura non ci può raccontare il nesso tra noi e le stelle senza includere la distruzione, la sconfitta e la morte.

E quando una civiltà rischia di disfarsi, come appare oggi la nostra, in cui il vecchio patto sociale — fondato sulla fiducia — sembra sul punto di essere rescisso e ogni singolo elemento di essa sembra andarsene per i fatti suoi, proprio allora è il momento di fidarsi degli artisti e di tutti quelli che quel nesso non possono metterlo mai tra parentesi, quale che sia il loro pensiero e la loro mentalità.

Perché quando quel nesso si allenta, le parole (dei politici e degli intellettuali) si fanno più lontane, confuse. Gli antichi Ebrei lo sapevano, e da questo sapere — che intelligentemente includeva l’imprevedibilità di Dio — nascevano i profeti. Che non erano veggenti o indovini, secondo la ridotta prospettiva greca e romana, e nemmeno mediatori tra l’aldiquà e l’aldilà come le sacerdotesse di Apollo o le Menadi, ma uomini come noi, uomini “più di noi” perché definiti integralmente non dalla forma della società ma da quel rapporto originario.

I profeti ci ricordano che, come il cielo stellato (che è un cantiere in continuo sviluppo), anche la nostra vita sociale vive se il principio che l’ha fatta nascere agisce anche nel presente. Non è una legge sociologica, questa, ma — oso dire — una legge naturale e va ripensata. Tra le tante urgenze del tempo presente, esiste anche questa.

La metafora del cielo stellato abbraccia, credo, tutte le culture e le civiltà del mondo dalla preistoria ad oggi. E molte parole del nostro vocabolario quotidiano nascono da questa metafora. Diciamo “cosmico”, “stellare” per indicare qualcosa di straordinario. L’aggettivo “universale” riflette la persuasione antichissima che tutto il mondo visibile abbia un centro segreto. Per non dire di una delle parole più belle, “desiderio”, che fa riferimento diretto all’uomo che solleva lo sguardo verso le stelle (de-sidera).

Amore e desiderio

In Amore e responsabilità ho cercato di dimostrare almeno una cosa. Il pericolo di mescolare due definizioni sullo sfondo del pensiero, delle parole e prima di tutto delle azioni. Il pensiero, la parola e le azioni riguardanti l’amore. Soprattutto che c’è il rischio di mescolare l’amore come disposizione particolare, riferimento interpersonale o sfruttamento di una persona da parte di un’altra. Ho accettato addirittura questa contrapposizione come chiave per l’analisi dell’intero problema e mi è sembrato che spieghi questo problema in modo quanto mai concreto. Lo spiega fino in fondo, fino all’ultimo presupposto.

Mi sembra che in questo modo sia possibile notare l’adeguatezza delle norme dell’etica cattolica nell’ambito sessuale, matrimoniale e familiare. Tuttavia è chiaro che non si tratta qui soprattutto di definizioni. L’amore è prima di tutto una realtà interiore, interna alla persona. E contemporaneamente è una realtà interpersonale, da persona a persona, comunitaria. E in ogni dimensione, in questa dimensione interiore come in quella interpersonale o comunitaria, ha una propria particolarità evangelica. Ha ricevuto una certa luce. E se parliamo o di errori nel campo del pensiero, o di distorsioni nel campo della realizzazione, ci rifacciamo sempre a questa luce. Penso che così si debba comprendere per esempio l’importantissimo testo del Magistero conciliare che è il primo capitolo della seconda parte della costituzione Gaudium et spes. Il titolo stesso è significativo, parla di incoraggiamento alla dignità del matrimonio e della famiglia.

È una lettura della realtà dal punto di vista del patrimonio empirico per così dire, dell’osservazione della vita contemporanea nelle varie gamme, lettura che si riferisce a quella luce che giunge a noi dalla Rivelazione. Questo testo, proprio all’inizio, parla di tutte le distorsioni che questa grande realtà interpersonale, l’amore fra marito e moglie, l’amore familiare, ha subito e subisce, soprattutto ai nostri tempi. L’elenco di queste distorsioni probabilmente non è molto diverso da tutte le letture simili, da tutti gli elenchi che troviamo, per esempio in San Paolo nella sua Lettera ai Romani. Quindi direi che è necessario affermare, riguardo a questo tema, tutta la verità e che bisogna illuminare questo problema fino in fondo e sinceramente. E questo significa anche partire da tutte le mancanze, tutti gli errori, e tutte le distorsioni. Penso che di queste cose sia piena la vita nella coscienza umana e nell’azione dell’uomo e che ne sia piena anche questa nostra terra polacca, che ne sia piena l’intera cultura europea. Penso che solo così si spieghi la contestazione insistente dell’Enciclica Humanae vitae soprattutto in questo ambito.

Ho esaminato a Roma un’enorme massa di documenti riguardanti questo testo. Ho letto le dichiarazioni dei vescovi e degli episcopati di tutto il mondo. Alcune erano molto brevi, dei telegrammi, delle annotazioni pastorali. C’erano anche delle dichiarazioni molto lunghe, lettere, confessioni, e anche annotazioni per la pastorale. Ho notato che proprio l’ambito della cultura europea, quello a cui siamo legati molto da vicino, a cui noi dell’Oriente aderiamo, a cui in pratica apparteniamo, è l’unico ambito in cui si critica la Humanae vitae. Per quanto riguarda la nostra comunità, seguendo il primo paragrafo della seconda parte di Gaudium et spes siamo testimoni del fatto che siamo arrivati a una distorsione della definizione e pratica dell’amore, e di una paternità e maternità responsabile.

E coloro che in passato hanno collaborato alle cause di questa situazione sono quelli che oggi suonano l’allarme con forza. Penso che sarebbe una cosa molto interessante e istruttiva se comparassimo le dichiarazioni degli stessi settimanali o quotidiani nelle edizioni di quindici anni fa e di oggi: allora si invocavano i contraccettivi e li si elevava al rango di imperativo sociale. Dopo quindici anni si richiede un aumento delle nascite. A chi venne detto che bisognava evitare di avere figli nel matrimonio oggi si dice invece che bisogna avere figli e averne in abbondanza. Ma è una cosa realizzabile? L’uomo è forse un meccanismo sul quale è così facile imprimere degli ordini a livello così profondo? Alla base di tutto questo non c’è forse un orribile errore nel campo stesso della visione dell’uomo? E con che faccia possiamo poi ancora parlare di umanesimo? Questo è quanto vorrei dire nella caratterizzazione del problema perché non vorrei andare avanti su questa strada. Desidero invece tornare sul tema dell’amore, dell’insegnamento sul tema dell’amore, che dovremmo porre alla base della preparazione al matrimonio, prima di tutto della gioventù universitaria.

Quando si tratta della verità sul tema dell’amore, che tutti dobbiamo riconoscere perché fa parte della nostra fede e dobbiamo proclamarla (predicarla) nella pastorale universitaria, essa deve essere autentica, cioè evangelica. Salva reverentia(Fatta salva l’attenzione) per tutte le implicazioni filosofiche di grande valore, che ci hanno sempre aiutato nella formulazione della nostra teologia dell’amore, tutte le formulazioni capitali di eros e agape che hanno un grande significato per la spiegazione della nostra scienza evangelica sull’amore, ma non arrivano a mettersi al suo posto. Essa è assolutamente specifica, assolutamente originale. Infatti l’insegnamento evangelico sull’amore viene riassunto prima di tutto nella Rivelazione, di cui fa parte. Penso che sia necessario introdurre almeno due pensieri sulla Rivelazione che sono come la premessa a quello che intendo dire. Il primo è l’idea di San Giovanni che afferma: «Dio è amore» (1Gv 4,8). Il secondo è un pensiero dalla Lettera ai Romani di Paolo che afferma: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

Perciò, parlando di amore cioè parlandone con la nostra voce, con le nostre labbra, e anche con tutto il nostro corpo, con la coscienza di una certa voce interiore del pensiero e del cuore, noi teologi dobbiamo sempre avere davanti agli occhi l’amore umano come reale partecipazione all’amore di Dio. Tutto il vero amore umano è reale partecipazione all’amore di Dio. Anche l’amore matrimoniale è partecipazione reale all’amore di Dio. L’amore di un uomo e di una donna in tutte le tappe della vita, cominciando dai cosiddetti teenagers, fino agli anniversari che definiamo come ‘nozze d’oro’, in cui gli sposi a volte vengono nelle nostre parrocchie per ricevere una nuova benedizione. Tutta la ricchezza umana di questo amore non può nascere al di fuori di questa partecipazione all’amore di Dio. Certamente, grazie a Lui, se così si può dire, essa si libera, si sprigiona.

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/AMORE-.aspx

L’io alla ricerca della verità e del compimento

 

Lorenza Violini

domenica 24 gennaio 2016

Quasi inavvertitamente, la rivoluzione tecnologica che ha investito i processi riproduttivi della vita umana nella forma della fecondazione assistita e di tutto quanto gravita intorno ad essa sta coinvolgendo tutti gli aspetti della vita sociale e ha toccato, fino a scardinarlo, uno dei pilastri su cui per secoli la società si è retta, cioè la famiglia, quella che oggi viene comunemente chiamata la famiglia tradizionale, affiancando ad essa nuove forme di vita familiare, profondamente diverse nei loro aspetti fondamentali, primo fra tutti l’eterosessualità.

Tale cambiamento epocale è stato accompagnato e forse anche favorito da un radicale mutamento del pensiero sull’uomo, caratterizzato da una visione della persona come essenzialmente determinata dalla sua libera volontà, senza riferimenti previ alla natura, agli scopi che ogni essere umano è chiamato a perseguire, a principi morali quali il bene e il male come elementi di orientamento dell’azione.

E, così, oggi, ragionare sull’attualità politica del nostro Paese (le unioni civili, le manifestazioni pro e contro la famiglia tradizionale, la stepchild adoption, eccetera) spesso genera una sorta di disagio per l’incapacità drammaticamente percepita di offrire spunti di giudizio che tengano conto di tutto quanto c’è in gioco.

Quali i fattori di questo panorama? Si può sommariamente provare ad elencarli così come li si percepisce confusamente presenti in noi e negli altri, spesso così profondamente intrecciati che risulta difficile metterli a fuoco. E tuttavia si tratta di uno sforzo da fare, visto che da esso dipende poi la capacità di orientarsi in questo nuovo scenario.

Il primo elemento è la necessità di sgombrare il campo ad equivoci di tipo moralistico: la difesa della famiglia tradizionale, che è pure un nobilissimo scopo, non può generare (o anche solo favorire) negli interlocutori la percezione che si sia a favore di una sorta di ghetto da cui tenere fuori altri che non la pensano in questo modo. La naturale simpatia umana che sta alla base della convivenza civile rischia infatti di essere intaccata da prese di posizione che possono essere percepite come giudizi sulla bontà o meno di certi comportamenti (ad esempio l’omosessualità praticata), mentre è ovvio che nessuno può essere discriminato per concezioni o pratiche diverse da una vera o presunta maggioranza.

Se questo è vero, ne discende — come secondo fattore — che il piano su cui entrare nel discorso pubblico va modificato e portato al fondo: non basta infatti porre il problema della famiglia, dei suoi componenti, dei suoi diritti da diversificare a seconda delle tipologie familiari (tutte questioni non banali, ovviamente, ma da contestualizzare); occorre invece, ad esempio, mettere in luce le condizioni concrete che possono favorire la permanenza delle relazioni, la tanto sbandierata stabilità che differenzierebbe la coppia etero dalle coppie omosessuali e che permetterebbe di creare per i figli un ambiente adatto alla crescita e alla maturazione.

Il terzo elemento, che è ad un tempo anche una difficoltà, deriva dal fatto che questo cambio di passo non è primariamente relativo al discorso pubblico. E’ il soggetto umano, l’io, che è chiamato a riandare alla problematiche fondamentali che determinano l’esistenza personale e collettiva, al proprio desiderio e alle condizioni che lo tengono vivo, fonte di azione buona e di relazioni non adulterate. E’ nell’io che si radica la riflessione sui temi che occupano l’attualità, alla ricerca di elementi che possano essere giocati sulla piazza pubblica con coerenza ed efficacia.

In questo senso, momenti pubblici che lascino nella penombra questi elementi primigenii, dandoli per acquisiti, in un contesto che invece li nega o li considera superflui o fuori luogo, possono facilmente essere equivocati, generando divisioni, opposti schieramenti, incomunicabilità.

E’ sbagliato frequentarli? Non necessariamente. E ciò soprattutto se lo si fa con piena consapevolezza della natura e della profondità del problema, che non si esaurisce dentro il tema, pur rilevante, della definizione legislativa ma che tocca la radice stessa della concezione dell’uomo e del suo destino, del suo cammino al vero e al suo pieno compimento. Ed è interessante, per entrare nel vivo delle questioni, avere esempi da guardare. Oggi affermare la verità non può che andare di pari passo con la testimonianza, che è sempre personale, uno sguardo al tu che si incontra, come ben mostra papa Francesco, il cui messaggio tocca le coscienze perché si riconosce in lui un’inattesa capacità di abbracciare tutti, senza distinzioni e senza preconcetti.

La capacità di incidere sul discorso pubblico nasce dallo sguardo a quest’uomo, ascoltato ed amato da tutti gli uomini di buona volontà e a tutti coloro che, con lungimiranza, ce ne mostrano la pertinenza ultima alla nostra vita personale.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/1/24/UNIONI-CIVILI-Nuove-famiglie-vs-famiglia-perfetta-quell-io-che-manca-a-entrambe/print/672932/

La molla della vita è il desiderio

 

Roberto Persico

venerdì 22 gennaio 2016

I passi dell’amore, il film tratto dal libro di Nicholas Sparks uscito nel 2002, entusiasmò mia figlia. Lei, la protagonista, era una diciottenne malata di leucemia. Aveva stilato una lista delle cose che sognava di fare prima di morire. Tra queste c’erano “essere una stella” e “essere in due posti contemporaneamente”. Lui, il giovane bullo della scuola affascinato della ragazza a prima vista sciatta ma infinitamente più profonda delle altre, si dava da fare per esaudire i suoi desideri.

Ma quello era un film. Jess Fairclough era una ragazza vera. Aveva diciott’anni. Le avevano appena detto che il tumore con cui lottava da un anno le dava pochi giorni di vita. E lei ha scritto. Ha messo nero su bianco le “cose più importanti in questo momento”: “Stare con la famiglia e gli amici”, “Scrivere il mio diario”, “Leggere e ascoltare e parlare e scrivere e disegnare e ascoltar musica”. Perché “queste cose rendono gli esseri felici e io credo che sia il segreto della vita essere felici ed essere buoni il più possibile gli uni con gli altri”.

Che cosa desidera una ragazza di diciott’anni di oggi, quando la morte le chiede il conto? Le cose semplici di cui la vita è fatta: la famiglia, gli amici, i libri, la musica, volersi bene. Torna alla mente l’elenco fatto da un giovane uomo di settecento anni fa: “vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare uno augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più”. Così Dante descriveva la dinamica del desiderio umano, che parte dalle cose semplici — “perché la sua conoscenza prima è imperfetta, piccioli beni le paiono grandi, e però da quelli comincia prima a desiderare” — e poi cresce, cresce, e finisce che mai si accontenta, perché, annota Dante, “in nulla di queste cose truova quella che va cercando, e credela trovare più oltre”. Ma per quanto si salga di scala, rimane che “tutto è poco e piccino all’animo nostro”, chioserebbe Leopardi.

La molla della vita è il desiderio. Il desiderio è una cosa semplice: ama quel che vede, cerca quel che si trova davanti. Jess, a diciott’anni, ha la semplicità dei “parvuli” danteschi. Come questi desiderano “uno augellino”, “un pomo”, così lei vuole “stare con la famiglia e con gli amici”. Ora Jess vede che cosa, Chi, desiderava veramente, dentro la musica e i libri. Le cose sono buone. Le cose ci attirano. Ma le cose non bastano. Per usare l’espressione di una mia amica, sono come i sassolini di Pollicino. Sono messe lì per indicarci la strada. Sono belle, sono buone le cose. Beato chi scopre che sono i sassolini di Pollicino messi lì dal padre che ce le regala.
http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/1/22/IL-CASO-Jess-Fairclough-morta-di-tumore-ha-capito-il-segreto-di-Dante-e-Pollicino/print/672520/

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Nella speranza della rivelazione

Monica Mondo

martedì 22 dicembre 2015

Bisogna essere grati ai radicali per certe battaglie, portate avanti con determinazione e sprezzo delle conseguenze. Penso soprattutto all’insistenza sulle condizioni dei detenuti, e ai continui richiami all’indulto o all’amnistia, che per i cristiani ha un sinonimo di ben altra pregnanza, che è la misericordia. Ma il loro sguardo all’uomo è assolutamente ideologico: l’esaltazione di una Libertà totale, deificata, in nome della quale tutto è lecito, se lo si desidera. Avere un figlio se non si può, non averlo se non lo si vuole, non averlo se non lo si vuole in un certo modo, farlo avere da altri e comprarlo, o comprare pezzi d’uomo per poterlo generare.

Anche morire, se lo si ritiene, o si crede di ritenerlo una strada, se la vita non ti piace, se il dolore fisico o psicologico non riesci a reggerlo. Si chiama eutanasia, ma è un inganno: di dolce, la morte assistita in asettiche cliniche svizzere, ha ben poco. E’ invece il trionfo dell’autodeterminazione sì, ma nella solitudine, nella disperazione, nel nulla che ha avvolto la tua vita, e che avvolgerà il dopo vita. Nulla. Tu, le persone che hai amato e ti hanno amato, cancellato, come ferraglia da rottamare, di cui non lasciar traccia. E’ coraggio, il suicidio, o la forma più sottile di vigliaccheria? E chi ci specula, chi accoglie il dramma e lo smarrimento per risolverlo con un’iniezione, perché lo fa?

Per i soldi, certo. Non solo, purtroppo, cosa che avrebbe almeno una parvenza di cinica logica. Lo fa perché crede fermamente che ogni uomo sia libero di darsi la morte, se lo crede, anzi di pretenderla. Non c’è nulla di ragionevole, in questa hybris antica, perché l’evidenza ci conferma che non ci diamo la vita, e non ce la diamo come vogliamo. Ma tant’è, se non esiste un creatore, e la tua esistenza è in balia del caso, la sfida al caso diventa quasi l’affermazione di sé, il tentativo estremo di dominare l’indomabile.

Così Marco Cappato, leader storico dei radicali italiani, si  è autodenunciato per aver aiutato una donna italiana a morire in Svizzera, perché malata terminale. È successo il 15 dicembre, pare, ma il riserbo è d’obbligo, per tutelare una vicenda personale. Che i radicali non esitano a mettere in piazza per annunciare l’iniziativa di sostenere economicamente tutti i malati terminali che facciano richiesta della morte assistita, in modo che al più presto si possa ottenere una legge italiana. E’ un atto di disobbedienza civile, dicono. Lo Stato lede il principio della libertà individuale.

E’ quasi banale rispondere che in nome della mia libertà individuale posso giustificare l’omicidio, ad esempio. Che in suo nome posso decidere di farmi schiavo, o di fingermi una pupattola di 12 anni, come ha detto di sentirsi quel pazzo che ha sbandierato il transage come nuovo vessillo. E’ inutile ricordare che i medici sono tali per curare, e per aiutare a non soffrire. Che il Diritto nasce per rimediare ai mali dell’uomo, per garantire la vita, come primo e universale diritto. Nessuno ha mai pensato di fondare la giurisprudenza sul diritto alla morte.

Inutile, perché all’ideologia non risponde la ragione. Solo una resistenza antropologica, cui allenare i nostri figli, può rispondere. Solo l’educazione, e la coscienza di chi siamo, di quali desideri profondi abitino in noi, solo la pietà, o la misericordia, meglio, che connota fin dalle origini il nascere delle civiltà. Resistenza ostinata almeno quanto quella dei radicali. Mentre pare che nel vuoto, di idee e ragione e cuore tutto ci scorra addosso, e qualche decina di morti in più in Siria, un presepe di meno, una donna uccisa in una clinica svizzera, non ci riguardino. Sono esempi diversissimi, ma uniti da un filo comune: chi siamo, quali desideri albergano in noi, cosa vogliamo per i giorni che ci sono dati. Guardo a quella donna, sola, in una stanza pulita e ordinata, con i suoi pensieri, con i suoi ricordi. Chissà se ha pensato che in Avvento, da piccola, si facevano l’albero e il presepe,  a casa, e si mangiava il panettone in famiglia dopo la Messa.

Ieri sera è mancato il papà di amici, care persone. Dolorosa perdita, per un uomo ancor forte, in poco tempo,  con gran sofferenza. Ma, spiegava la figlia, l’abbiamo seguito con immenso amore, giorno dopo giorno. E’ stata dura, ma al tempo stesso un’esperienza importante. Poiché morire è fatale, e questo scandalo bisogna affrontarlo, dai barlumi della coscienza, non solo quando ci tocca da vicino. Quest’uomo è andato incontro con dignità e coraggio alla vita di cui la morte è una parte. Aspettando una rivelazione, aspettando di vedere. Che accadesse, questo compimento di una vita piena. Non era solo.

© Riproduzione riservata.

Aspettando nella profonda solennità del desiderio

Primo Soldi

sabato 19 dicembre 2015

Desiderio e attesa dominavano, determinavano la vita di alcuni del primo Avvento della storia. “Durante la loro attesa, il vecchio mondo romano aveva compiuto prodigi di abominio, opposte ambizioni si erano fatte guerra, la terra si era inchinata allo scettro di Cesare Augusto. La terra non si era ancora accorta dell’importanza di ciò che si compiva in lei. Stordita dai rumori di guerre e discordie, non si era accorta di una cosa importante che avveniva: era il silenzio di coloro che aspettavano nella profonda solennità del desiderio. La terra non sapeva nulla di questo. Se si dovesse ricominciare oggi, non lo si saprebbe più di allora. Lo si ignorerebbe con la stessa ignoranza, lo si disprezzerebbe con lo stesso disprezzo, se la costringessero ad accorgersene. Era il silenzio, dico, la vera cosa che si compiva a sua insaputa sulla sua superficie. Questo silenzio era un’autentica azione. Non era un silenzio negativo, assenza di parole; era un silenzio positivo, attivo al di là di qualunque azione. Mentre Ottaviano e Antonio si disputavano l’Impero del mondo, Simeone e Anna aspettavano. Chi tra essi agiva di più?” (E. Hello, Fisionomie dei santi, Fògola, Torino 1977, p. 59)

Nel trambusto in cui viviamo, travolti da tutto quanto succede ed è successo, la vera domanda che ci poniamo è: chi agisce di più? Come arriviamo a questo Natale? Con il desiderio che avvenga la pace, con un silenzio che ci penetra o con un trambusto che ci domina? Siamo in mezzo alla distrazione come tutti? In quanti aspettano nella profonda solennità del desiderio?

La nostra vita è dominata da una carenza di desiderio. Scriveva papa Francesco nella Evangelii Gaudium, n.2: “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore… anche i credenti corrono questo rischio e si trasformano in persone scontente senza vita”. Invece di quel silenzio che dominava la vita di Simeone e Anna la nostra vita è stordita dai rumori e questo provoca stanchezza, delusione di noi stessi. Solo l’amore dà riposo, ciò che non si ama alla lunga stanca. “La vita è esausta, spossata, afflitta da una stanchezza reattiva alle sirene dell’iperedonismo che produce anche la precarietà sociale ed economica dell’occidente” (M. Recalcati, “La stanchezza dell’occidente”, Repubblica, 6 ottobre 2013).

Ma per fortuna, come non si stanca di ripeterci papa Francesco, Dio non si stanca di noi e anche quest’anno ci raggiunge nell’apparente nulla, ma più reale di tutto ciò che è reale della Sua Presenza. Come ha detto sempre il papa parlando ai carcerati in Bolivia: “Per te, per te, per te, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, stiamo male, abbattuti, nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto”.

Sono le parole che stanno facendo il giro del mondo nel “volantone” che ha scelto quest’anno il movimento di Comunione e Liberazione, accanto a un disegno di Kandinskij. Chi è stato, chi ha avuto la grazia di passare almeno una volta da Betlemme o da Nazareth lo sa che quei posti, dove Dio si è fatto uomo, erano veramente un nulla: buche e rocce scavate nel deserto dei luoghi già allora sconosciuti al mondo. Eppure di là è partito tutto, la realtà che per sempre invaderà il mondo, raggiungendo uno per uno tutti gli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni.

Con commozione ascolteremo domani le parole del profeta Michea che invita a guardare a Betlemme, la borgata della Giudea testimone del più grande evento della storia: “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”. Mille anni prima di Cristo Betlemme aveva dato i natali al grande re Davide e ora Gesù nasce a Betlemme perché Giuseppe, lo sposo di Maria, essendo della casa di Davide, dovette recarsi in quella cittadina per il censimento, proprio nei giorni in cui Maria diede alla vita Gesù. “Egli stesso sarà la pace!” continua il profeta Michea.

Betlemme è una città-simbolo della pace, in Terra santa e nel mondo intero. “Purtroppo ai nostri giorni essa non rappresenta una pace raggiunta e stabile, ma una pace faticosamente ricercata e attesa. Dio però non si rassegna mai a questo stato di cose, perciò anche quest’anno a Betlemme e nel mondo intero si rinnoverà nella Chiesa il mistero del Natale, profezia di pace per ogni uomo, che impegna i cristiani a calarsi nelle chiusure, nei drammi e nei conflitti del contesto in cui si vive con i sentimenti di Gesù per diventare ovunque messaggeri di pace, per portare amore dove c’è odio, perdono dove c’è offesa, gioia dove c’è tristezza e verità dove c’è errore, secondo le parole di san Francesco (Benedetto XVI, 20 dicembre 2009).

Il Natale non è una favola per i bambini, ma la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca della vera pace. A noi spetta spalancare le porte per accoglierlo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/12/19/Desiderio-e-attesa/print/664852/

Cercando Uno tra i banchi di scuola

Federico Pichetto

sabato 12 settembre 2015

Ci sono veramente tanti modi di guardare ad un anno scolastico che ricomincia. Mi ricordo di un bambino che la domenica prima che iniziasse la quarta elementare aveva trascorso qualche ora al parco con alcuni suoi amici. Tornato a casa aveva trovato l’inferno: mamma e papà litigavano, urlavano, si trattavano male e lui — triste e spaventato — si mise a contare letteralmente le ore che lo separavano dal ritorno tra i banchi. Per lui la scuola era una speranza, un luogo dove provare a non sentire, neppure nel cuore, le grida di una famiglia che lo faceva solo, silenziosamente, piangere. Poi mi ricordo anche di un giovanotto che, alla vigilia della quarta superiore, aveva passato l’intera giornata con gli “amici dell’estate”. Erano arrivate le sette di sera e nessuno voleva tornare a casa perché tutti sentivano che con quel tramonto finiva una magia, l’incanto di un tempo prezioso e irripetibile. Sentivano già una nostalgia tremenda e guardavano alla scuola come a una specie di condanna.

Non saranno molti quelli che in questi giorni rientreranno sul serio a scuola. Per la stragrande maggioranza di loro la scuola è uno spunto, un’inevitabilità che fa da pretesto a tante amicizie, qualche amore e a molte aspettative nascoste. Certo, non manca in molti casi quella che Jovanotti chiama “una strana felicità” o che Gaber, con una profondità ineguagliabile, definisce “illogica allegria”, ma attorno alla campanella del primo giorno si concentrano paure, speranze, silenzi e desideri. Questo, se è vero per i ragazzi, è ancora più vero per gli insegnanti. Nessuno lo confessa, ma al di là della “Buona Scuola”, della progettazione per competenze o del rapporto di autovalutazione di istituto, ciò che un prof. teme di più — o che forse in definitiva più aspetta — è di varcare le porte di quell’aula, di entrare in classe e di cominciare. Al punto tale che anche i più navigati si domandano, si raccontano o si impongono di non pensare al “come” iniziare la prima lezione, il primo incontro.

Io qualche piccolo suggerimento posso provare a offrirlo. Evitate, ad esempio, di entrare in classe in modo ideologico, con la pretesa di cambiare e rendere “come pensate voi” i ragazzi, evitate di ribadirgli meccanicamente i loro diritti e i loro doveri, evitate di fare — “almeno” il primo giorno — il prof che vorreste essere e custodite soltanto il prof che siete. Se volete iniziare il primo giorno in modo veramente umano non entrate in classe con attese o illusioni, ma ricordatevi semplicemente di farvi accompagnare da qualcuno. Quel bambino che siete stati, quell’adolescente che avete interpretato magistralmente ai tempi del liceo, quello studente che desiderava tutto e a cui la scuola — a volte — sembrava in realtà “un po’ meno di tutto”.

Se porterete loro sarà tutta un’altra musica perché quelli lì i ragazzi li conoscono, sanno cosa sperano e cosa temono e, per questo, forse sono gli unici che il primo giorno dovrebbero poter parlare. Perché quel bambino, quel ragazzo, quel giovane, aveva un cuore così grande che nessuno è mai riuscito a penetrarne il Mistero. Aveva un cuore che appassionatamente mendicava e cercava un Tu, Qualcuno che potesse rispondere di sì all’inconfessabile domanda di trovare — tra tutti quei libri e quei quaderni — almeno un Padre, Uno da poter per lo meno seguire.

E’ così che io voglio entrare in classe il primo giorno. Ed è per questo che porterò con me il bimbo triste che contava le ore e l’adolescente pieno di nostalgia che temeva di perdere tutto. Saranno loro i miei compagni di banco del primo giorno perché quei due, tutti e due, sono me, sono parti di me, della mia storia. E gli studenti non potrebbero mai capire quanto sono felice di aver incontrato Uno che mi ha accolto e che mi ha amato se non incontrassero il mio Io, se non parlassero con quei due che “abitano da me”, se non incrociassero lo sguardo di quello che realmente sono e che sono stato, ossia uno povero peccatore pieno di gratitudine che, varcando la porta di quell’aula, desidera soltanto — fino alle lacrime — continuare a essere felice. Non perdendo di vista, ovunque si celi, la Grande Presenza che ha reso così libera la mia vita e che oggi mi fa guardare al bambino e al giovanotto con il sorriso disarmato di chi sa che tutto, ma proprio tutto, alla fine è stato salvato.
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