La moglie di Ponzio Pilato

LETTURE/ Nel sogno di Claudia la conversione di Gertrud von le Fort
Laura Cioni
lunedì 27 febbraio 2017

Sono molti ad essersi occupati di Claudia Procula. Il primo è l’evangelista Matteo che, pur non nominandola, parla di lei nel suo racconto della passione di Gesù. Poi esegeti, studiosi dei vangeli apocrifi, scrittori ne hanno precisato la figura, chi attraverso la filologia, chi rileggendone la vicenda che la lega per sempre al Salvatore. Le scrittrici in particolare sembrano essere state molto interessate alla moglie di Ponzio Pilato: le hanno dedicato un romanzo Elena Bono e Antoinette May. Ancor prima Gertrud von le Fort, il cui racconto del 1931 segue di pochi anni la conversione dell’autrice dalla fede luterana a quella cattolica. Per il lettore italiano questo testo viene pubblicato decenni più tardi, in un volume che raccoglie altri due racconti, l’uno dedicato a Bianca de la Force, l’ultima delle Carmelitane di Compiègne uccise durante la Rivoluzione francese, l’altro alla figlia di Farinata, Bice degli Uberti.
Le tre protagoniste, così diverse per contesto storico e geografico, appaiono simili nel loro ruolo femminile di mitezza e di decisione, anche a dispetto della loro fragilità. La figura della donna è centrale in tutta l’opera della scrittrice tedesca, che aveva fatto suo il motto di Leon Bloy: “Più una donna è santa, più ella è donna”.one
Lo scritto consiste in una lunga lettera scritta a una matrona romana da Prassede, la liberta greca di Claudia Procula e prende avvio dal sogno della sua signora di cui riferisce Matteo, parlando dell’interrogatorio di Pilato a Gesù: “Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: ‘Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua’” (Mt. 27,19).
La scrittrice ambienta questo sogno premonitore in vari luoghi di preghiera, in cui una folla di gente pronuncia ben chiare le parole: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto”. La donna cerca di fuggire da quella ossessione: “Mi sembrava di correre da secoli, e di dover continuare a fuggire attraverso i secoli: mi vedevo inseguita e perseguitata fino alla fine dei tempi da quel nome, tanto caro al mio cuore”. Così manda Prassede da Pilato, ma vana è l’ambasceria. Claudia Procula assiste al processo: “Lo sguardo di quell’innocente condannato l’aveva ferita e trasformata per sempre. Eppure quello sguardo non era caduto direttamente su di lei, essendo rivolto esclusivamente a suo marito; ma appunto per questo l’aveva colpita, ed ora si vedeva di che cosa fosse capace il suo amore: quel giorno ella prese su di sé la colpa del marito, senza volerlo, semplicemente perché il suo amore era uscito dai limiti in cui prima era costretto”.
Lui dimentica quella sentenza. Lei ricorda e tace, con una silenziosa dedizione che a volte rasenta il dolore. Sembra che l’immagine di quel condannato si erga tra loro.
Anche dopo il ritorno a Roma nel rapporto tra i due c’è qualcosa di sospeso: lui si gode la vita tra il circo e le feste, in un Impero che si avvita sulla sua corruzione, lei al suo fianco: “Tutto in lei faceva pensare ad una persona che ritenga suo dovere svegliare un dormiente, ma esiti al pensiero di disturbarne il riposo. Suo marito pareva indovinare in un certo senso il processo mentale che la travagliava; per un attimo sembrava che si avvicinasse fiducioso e con passo risoluto ad una porta che bisognava aprire, ma prima ancora di averla raggiunta tornava bruscamente sui suoi passi”.
Passano gli anni e nulla sembra mutare. Sfiorisce la bellezza di lei, lui si accompagna ad altre donne. Ma entrambi non pensano al divorzio: qualcosa che in apparenza li separa, li tiene invece profondamente legati. Claudia, come molti a Roma, si allontana dal culto ufficiale degli dei e frequenta i misteri orientali, interroga la sibilla cumana, cerca un approdo alla sua inquietudine. E così incontra la prima comunità dei cristiani, ma non lo sguardo misericordioso del Nazareno che l’accompagna da tutta la vita. Sono i tempi di Nerone. I cristiani sono accusati dell’incendio di Roma e Pilato viene incaricato di perseguirli. Invano sua moglie cerca di trattenerlo, ritornando finalmente in modo esplicito sul processo a Gesù e rivelando il significato dello sguardo che da allora aveva rivolto a suo marito: lo sguardo di un amore purificato e innalzato a quella pietà che una volta, davanti al Pretorio di Gerusalemme, si era riversata sul mondo intero.
Ma anche questa volta il suo intervento non è sufficiente a fermare Ponzio Pilato. Fedele al comando dell’Imperatore, esegue l’ordine di arresto dei cristiani. Tra loro, per un capriccio di Nerone, muore anche Claudia, a cui il battesimo era stato rifiutato dal diacono cristiano per il suo legame con il procuratore che aveva condannato Gesù. Cristo stesso le appare in sogno mentre si trova in prigione e con lo stesso sguardo che aveva rivolto allora a Pilato le promette, per il martirio cui va incontro, la salvezza per entrambi.
Gesù, lo sconfitto, vince su tutti i legalismi, le violenze e i dolori della terra. Ma ha bisogno dell’esile, coraggiosa figura di una donna per compiere la sua opera.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/2/27/LETTURE-Nel-sogno-di-Claudia-la-conversione-di-Gertrud-von-le-Fort/print/749810/

Annunci

Ricominciando sempre daccapo

Giorgio Vittadini
venerdì 17 febbraio 2017

In questa stagione in Siberia fa davvero freddo. Nel piccolo villaggio di Sosnovka nella regione di Omsk si arriva anche a punte di trenta gradi sotto lo zero. Così freddo che la popolazione per tutto il lungo inverno non si muove dalle case e dal paese. I fedeli della comunità ortodossa di Sosnovka non riescono neanche ad andare fino alla città di Azov, dove c’è l’unica chiesa della zona.
Uno di loro però, Alexander Bityokhina, viveva con disagio il fatto di non avere un luogo dove potersi trovare a pregare con altri fedeli. “Voleva solo poter pregare in una chiesa” racconta la madre Tatyana, “siamo poveri e fa freddo, ma la voce dentro al suo cuore non smetteva di farsi sentire. Ecco perché ha deciso di costruire una chiesa. Ci ha pensato su parecchio, poi l’ha fatto”.
Con cosa si costruisce una chiesa in un territorio fatto solo di neve e ghiaccio? Con la materia prima più a portata di mano ovviamente: la neve. Per quasi due mesi, Alexander si è messo a lavorare anche a venti gradi sotto zero, senza sosta, usando dodici metri cubi di neve ghiacciata. A chi gli ha chiesto come ha fatto, ha risposto: “La cosa principale è pregare e poi darsi da fare in fretta”.
La parte più difficile è stata piazzare la croce in cima e costruire un altare, ha spiegato. Alla fine è venuta fuori una piccola tipica chiesetta russa. Dentro l’ha decorata con icone, immagini della Madonna e di Gesù, ci ha messo una Bibbia e un piccolo altare. L’ha dedicata alla nascita del Salvatore, poi ha chiamato l’arciprete più vicino e l’ha fatta benedire. Quando arriverà la primavera la chiesetta si scioglierà, così come tutta la neve intorno. Alexander spiega che per allora spera arrivino materiali, mattoni e legno, per costruire una struttura definitiva, altrimenti il prossimo inverno la ricostruirà. La gente del paese è contenta. Adesso hanno un luogo dove ritrovarsi a pregare: “Ha visto che avevamo una necessità e ha deciso di risolverla”. Lo chiamano il buon samaritano di Sosnovka.
A migliaia di chilometri di distanza, dove non fa così freddo, in Italia, i recenti dati Istat dicono che sempre meno persone vanno in chiesa. Quelli che la domenica partecipano alla messa sono stati nell’ultimo anno il 29 per cento della popolazione, con una flessione rispetto al 2006 del 4,4 per cento. Se si risale al 1995, la flessione è del 10,7 per cento. Sono i giovani soprattutto che hanno smesso di andarci: se gli over 65 sono ancora il 40 per cento, i fedeli fra i 18 e i 29 anni sono il 15 per cento. Ma c’è anche un altro dato: se diminuisce il numero di chi va in chiesa, non aumentano gli atei e gli agnostici, fermi da tempo al 7 per cento. Il 72 per cento degli italiani si dichiara credente, di questi l’80 per cento si dice cattolico.
Le gare dei numeri (come fanno alcuni che contano quante persone vanno in piazza San Pietro da quando c’è papa Francesco e quante ce ne andavano quando c’era Benedetto XVI) e le classifiche non sono il punto importante. Sarebbe però interessante capire a fondo quale esperienza fanno gli italiani del loro rapporto con il trascendente; come sta cambiando questo rapporto e perché; e come vivono il credo della tradizione cristiana da cui per lo più provengono.
E ancora, perché si sta perdendo il desiderio di pregare insieme, anche se non è andato perso il senso religioso? Perché si preferisce una religione fai da te a una che propone una sequela di gesti da condividere?
Ma più che ogni altra cosa viene da chiedersi perché colpisce il gesto di Alexander.
Forse perché un atto così apparentemente non necessario, fuori misura, dice che il desiderio del cuore dell’uomo sia incontenibile e vive se gli si dà spazio in gesti concreti, piccoli o grandi che siano.
Alexander senz’altro conosce il valore del sacramento e anche del ritrovarsi a pregare per tutta la tradizione cristiana. Da quanto ha detto si capisce anche che era già abituato a pregare, a vivere quotidianamente il suo rapporto con Dio. Ma è probabile che sentisse che da solo il suo affetto per Gesù andasse smarrito. E magari aveva la stessa preoccupazione per amici e parenti. Oppure era il desiderio di condividere con gli altri una cosa grande e decisiva come la fede a muoverlo.
Quando Gesù tornò al Padre, i suoi discepoli rimasero assieme, non si persero più di vista e tutti i giorni ripetevano, insieme, quel gesto che gli avevano visto fare, offrire il pane e il vino come Suo corpo e Suo sangue. E se la chiesetta la prossima primavera si scioglierà, Alexander ne farà un’altra. Ricominciando sempre daccapo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/2/17/Siberia-la-chiesa-che-non-si-scioglie/print/748872/

Saporiti

Marco Pozza
sabato 4 febbraio 2017

Venuti al mondo per dare l’assalto: avventurieri, esploratori, pionieri. Nati, certi giorni, per calare le reti in mare, altri per riparare le reti sulla riva, altri a poggiare lo sguardo sul destino del mondo. Avranno il sale cucito addosso tutti gli amici del Maestro: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13-16). Nel loro volto brillerà la luce: “Voi siete la luce del mondo”. Sono arnesi — il sale e la luce — che non hanno la veemenza tipica dell’assalto ma tengono la delicatezza di chi si poggia sul bordo delle cose, sul limite del mistero: sul cibo per dare sapore, sulla superficie delle cose per darle fisionomia, spessore. Elementi primi di una vita feriale che a Dio stette tremendamente più a cuore delle vite-esagerate allora in voga.
Il sale non forza la carne: le si appoggia sopra, quasi chiedendole il permesso d’entrare. La luce non calca la superficie: le bussa tutt’intorno per chiederle se è gradita. Il sale e la luce, come l’uva del vigneto nella stagione del sole: il sole non la tocca nemmeno, eppure guardandosi il grappolo si scopre vino buono. La ricetta-del-gusto è trasparente nei Vangeli: evangelizzare non è aggiungere qualcosa che la creatura non possiede, armati di paura e forza. Parlare di Dio sarà una sfida di tutt’altra fattezza: permettere all’uomo di scoprire ciò che è già dentro di lui. Poggiarsi sull’uomo, lambire la ferita che sanguina, palpare la carne sofferente. Stare sulla soglia, pronti a tutto, capaci d’amare il tutto che accadrà: il massimo del rifiuto, l’inimmaginabile dell’accoglienza. Dio, in breve.
Nella realtà, cum grano salis. Dentro quel dramma-della-carne che per i poveri è l’unico dogma che esista: tutto il resto, anche la più fine teoria, non ha sapore se la carne non ne avverte l’urto di ciò che significa per lei. La vita vera, la vita più misera, è sempre più fascinosa della vita immaginata: dentro la storia Dio si manifesta, sulle nuvole ama dare appuntamento l’Avversario. Forse per questo Cristo, agli amici che volevano andargli dietro, ha detto d’essere luce e sale: si specializzeranno nel fare emergere ciò che già esiste, nel risvegliare il gusto delle cose, nel dare una forma all’amore-ottenebrato, nel prestare voce a chi voce non ha. Con quel modo di fare modesto che è della madre: in attesa, bussando.
Come ha fatto Lui, così faranno loro: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19). Luce-negata, bellezza-ferita, Dio-rifiutato: la luce, però, non per questo si è fatta oscura, è diventata oscurità. Ha accettato d’essere luce-negata, tanto “non può restare nascosta una città che sta sopra un monte”.
Non può, dice Cristo: che ognuno rimanga desto al suo posto, che ciascuno s’attacchi alla missione per la quale è nato: il sale per insaporire, la luce per illuminare, la barca per non addormentarsi nel porto. Che ognuno, nel giorno decisivo, si faccia trovare pronto nella sua postazione-d’attacco: esserci sarà salvarsi, distrarsi perdersi. Con l’amarezza d’aver sprecato un’avventura: “A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Sopra un monte, sul candelabro, bene in vista: saporiti. Che s’accorgano tutti cos’è l’amicizia con Dio. Felice destino quello dei cristiani: combattuti, arsi, minacciati. Crocifissi e derisi: beati voi! Gli infelici saranno tutti gli altri: quelli che nessuno contesta, coloro dei quali nessuno s’accorge, i volti di chi cerca degli amici occasionali. I primi arsi vivi sulle graticole, i secondi ignorati: mentre la carne dei primi arderà, i secondi s’intestardiranno a domandarsi come mai loro, invece, non danno problemi a nessuno. Non infastidiscono il principe-fastidioso: il che, a ben pensarci, rattrista assai dal momento che il vivere non è mai costato così tanto come il vivere-male. Il morire accorgendosi di non aver vissuto: lampade sotto il moggio, sale senza sapore. Infedeli a Dio: “Che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Vi guardino per scrutare Lui da vicino: il Creatore nella creatura, il Tutto nel frammento, Dio nell’uomo. Il sale e la luce: il primo, per dare sapore, brucia. La seconda, per far luce, smaschera: nella ferita “si nasconde, clandestinamente, la perla della nostra salvezza” (P. d’Ors). Anche della differenza cristiana: diversamente-uomini.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/2/4/Venuti-al-mondo-per-fare-cosa-/print/746405/

Un modo autenticamente vincente

Antonio Quaglio
lunedì 16 gennaio 2017

NEW YORK — “Io sono pessimista, Julián”. “No, la crisi può essere superata, è il senso della nostra sfida”. Joseph Weiler e don Julián Carrón stanno conversando-duellando ormai da un po’ nel pomeriggio domenicale del New York Encounter 2017. Il giurista e politologo della NY University e di Harvard è arrivato preparatissimo (“ventidue ore in aereo da Singapore”) su Disarming beauty, ultimo libro del presidente di Cl. È sulla crisi della famiglia che Weiler non riesce proprio a farsi contagiare da quello che pure riconosce essere un messaggio fortissimo del volume, l’appello per una nuova “missionarietà” del cristianesimo cattolico nella storia.
“Il vero problema del modello di famiglia occidentale — dice Weiler — non è l’inclusione del matrimonio fra persone dello stesso sesso, ma la caduta della natalità. Io vedo che nella famiglia cristiana sono ancora vivi i valori della fiducia nel futuro, della partecipazione con Dio alla creazione, della responsabilità e dell’educazione a una vita non materialistica. Ma sono dubbioso sul fatto che possano diffondersi con forza nella società attorno, facendola tornare anche più fertile di figli”.
“Il vero problema è testimoniarlo — ribatte Carrón —; quando una famiglia vive con autenticità il suo cristianesimo, emana una bellezza che non può non essere riconosciuta. L’emergenza educativa è qui: i genitori devono suscitare nei figli interesse vero per ciò che è autentico e bello, per ciò che contribuisce al bene comune. E la bellezza di una famiglia cristiana è attrattiva: farne presenza nella comunità degli uomini è una risposta reale contro ciò che è non reale. La sfida si vince qui, noi cristiani possiamo resistere alla crisi e aiutare la società a resistere”.

Il botta e risposta — nell’auditorium pieno del Manhattan Pavillon — è cominciato quando Weiler ha chiesto a Carrón “un tweet” sul perché ha scritto il suo libro. “Perché come tutti mi sto rendendo conto che le nostre vite sono nel mezzo di un passaggio difficile. Le crisi del passato che sono state affrontate con idee vecchie si sono trasformate in disastro. Ecco, mi premeva interrogarmi su come la fede cristiana possa essere una risposta originale alla crisi: se può cambiare il nostro modo di vivere e facilitare la soluzione della crisi del mondo contemporaneo”.
Weiler incalza: “Il 2016 è stato terribile, anche per il terrorismo in Europa”. Carrón non ha cambiato l’approccio dopo il primo attentato parigino a Charlie Hebdo. “Chi addita guerre di religione o problemi psicologici indotti dalla religioni è superficiale, fuori strada. Io continuo a pensare che il problema sia più profondamente radicato e non sia risolvibile, ad esempio, con una coalizione militare contro l’Isis. Nel mondo globalizzato un uomo che arriva da un continente in un altro deve essere accolto con il dialogo, non può trovare il vuoto. E se uno non vede nella nuova società in cui si trova a vivere, assieme ai suoi figli, una proposta, una proposta attrattiva, finisce per vivere nel vuoto. Il confronto fra l’Europa e il mondo islamico si gioca qui. Un cristianesimo vivo dentro la società europea — oggi sempre più secolarizzata — può contrastare in tutti la tentazione della violenza”.
Un aspetto del problema, sottolinea Carrón, è che “spesso i cristiani credono poco nella forza, nella bellezza, nell’attrattività della propria fede”. Si sono un po’ dimenticati di come il cristianesimo ha vissuto nei suoi primi tre secoli di vita. “I cristiani erano una minuscola comunità in Palestina, ai confini di una grande società multiculturale come l’Impero romano. Eppure, grazie alla fede, alla trasmissione personale della fede, hanno diffuso il Vangelo nell’Impero del Pantheon. Allora i cristiani sono stati capaci di offrire un modo di vivere ricco di significato: autenticamente vincente. E allora lo hanno fatto con la testimonianza, attraverso una libertà di credere potente ma anche rispettosa delle altre libertà di credere. Glielo aveva insegnato Cristo, che da invisibile si era fatto visibile, che era venuto a mostrarsi in carne e ossa, ad annunciare che una nuova vita era possibile”. Bastava seguirlo, basta seguirlo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/1/16/NEW-YORK-ENCOUNTER-Carr-n-o-l-attrattiva-di-una-Presenza-o-il-vuoto/print/742700/

Costruttori infallibili di storia

Foschi
mercoledì 24 agosto 2016

Oh, when the saints go marching in, Lord, how I want to be in that number. Che cosa hanno da dire i santi al nostro tempo scettico e distratto? Il legame che accomuna alcune mostre del Meeting dai contenuti apparentemente lontani attraversa come fiume nascosto il tempo degli uomini. Stiamo parlando di mostre come quella sulla restaurata basilica di Betlemme, la sorgente di tutto questo discorso sulla profondità del tempo, l’altra su Madre Teresa e infine la sorprendente esposizione di biografie di santi americani (American dream).
I santi non sono soltanto tipi straordinari, che sanno prendere la propria umanità esattamente come fa l’elettricista con il cavo elettrico, cioè per farci passare una corrente che non viene da loro. I santi sono anche coloro che hanno impiantato le loro virtù eroiche in mezzo alle contraddizioni della storia ordinaria. L’ordinario tramite loro è divenuto straordinario.
Attenzione, qui non stiamo accennando alla storia della chiesa o alla storia del cristianesimo, cioè ad una nobile articolazione della storia generale. Vogliamo proprio considerare l’utilità della santità ai fini della comprensione delle vicende umane sul piano politico-sociale. È questa l’ottica di cui in fondo si occupano i nostri gloriosi manuali di storia, che nel migliore dei casi includono nelle loro narrazioni la santità come eccezione.
Obiezione: ma può un manuale “laico” trattare argomenti che attengono al piano della comprensione del fenomeno religioso? La domanda è mal posta. Bisogna formularla così: può un manuale, qualunque esso sia, sottacere ciò che non riesce a spiegare? In realtà un libro di storia o geografia o arte non dovrebbe “spiegare” proprio nulla. Bensì mostrare, offrire alla comprensione del lettore — che non è stupido — anche ciò che non è immediatamente spiegabile.
Torniamo alla storia dei santi. Ripercorrendo a volo d’uccello il tempo li troviamo dappertutto, come il pulviscolo che vediamo solo quando una lama di luce lo attraversa. Hanno convertito i barbari, coniato lingue di cui tutti oggi ci serviamo, tracciato strade verso mondi sconosciuti, curato ferite, educato generazioni di bambini tra cui magari si trovano personaggi divenuti col tempo famosi.
Nel caso dei santi americani, di cui si cura la mostra-Meeting 2016, notiamo tre fattori che ne rappresentano l’identità e che in qualche modo hanno contribuito a rafforzare la struttura costitutiva dell’essere umano.
Anzitutto la loro immensa capacità di sopportazione fisica e spirituale delle condizioni avverse: attraversamento di fiumi in piena, superamento di cascate, condizioni climatiche ostili; in Quebec, dove approdarono i primi gesuiti per convertire gli Uroni, era più freddo che in Siberia. Questa paziente sopportazione della sofferenza è un fattore che spesso viene omesso quando si esaminano le vicende storiche, eppure senza che i santi lo insegnassero a tutti non avremmo avuto probabilmente né i Cook, né gli Amundsen. La sopportazione delle sconfitte non è da meno, posto che ai santi è spesso capitato di vedere fallire le loro imprese, magari ad opera degli stessi superiori del loro ordine. Se oggi capiamo che una sconfitta o un evento drammatico è un’opportunità è anche per merito loro.
Secondo: la capacità di incontrare l’altro entrando nel suo territorio senza aspettare che l’altro scenda ai nostri patti. Il sacerdote belga Damien de Veuster, morto nel 1889 e canonizzato nel 2009 anche in seguito ad una vecchia petizione di Madre Teresa, scelse di andare a vivere in un lebbrosario alle Hawaii. Bello l’ambiente, pessimo l’albergo, si potrebbe dire. Infatti qui visse e trovò ancor giovane la morte. Il santo dei lebbrosi offre alla storia un fulgido esempio di come sia possibile all’uomo entrare in dialogo con l’altro: occorre spezzare le catene psicologiche della malattia (se possibile anche quelle fisiche) e rispondere alle domande che provengono dal cuore. Damien come Madre Teresa ci risolve un piccolo problema: non siamo né quello che mangiamo, per fortuna, né quello che il potere vuole che (non) siamo. I lebbrosi li avevano relegati su un’isola proprio per non vederli, come oggi non vediamo i martiri di Aleppo o della Somalia. Quando gli europei scoprirono l’America sorse la stessa questione: gli indios non vogliamo “vederli” come uomini, perciò possiamo sfruttarli. Per fortuna arrivò Las Casas a ribaltare il concetto.
Terza questione, i santi non si crogiolano nel loro brodo buonista. Sono spesso esigenti con se stessi e con gli altri. Soprattutto sono grandi costruttori. Il fenomeno delle reductiones in Paraguay e adesso possiamo dire nell’America del Nord nasce da questo impeto costruttivo finalizzato a rispondere ai bisogni materiali. Proprio quelle risposte che nella storia i rivoluzionari hanno consegnato all’abbattimento previo della società ingiusta. I santi non hanno aspettato. Ci hanno messo la faccia, come si dice. E hanno edificato scuole, ospedali, fabbriche, banche. Per tutti, non per quelli del “giro”. Accade così che Lionel Hampton abbia studiato in una scuola eretta da santa Katharine Drexel. Senza i santi, dunque, non avremmo nemmeno il grande jazz. Oh, when the saints…

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/24/AMERICAN-DREAM-Da-Santa-Teresa-a-Damien-de-Veuster-quegli-infallibili-costruttori-di-storia/print/720170/

Un’ amicizia , la vera patria

Giuseppe Bonvegna
mercoledì 9 marzo 2016

Nel 1925, Stefan Zweig, nella Lotta col demone (un saggio su Hölderlin, Kleist e Nietzsche), ipotizzava che Friedrich Nietzsche, nei suoi frequenti spostamenti verso l’Europa del sud, cercasse, nella luminosità del Mediterraneo, la risposta a una domanda di significato che il solo sforzo della ragione aveva lasciato inevasa. Nello stesso anno, Joseph Roth tornava nella sua Austria dalle “città bianche” della Provenza, portando con sé l’idea che ciò che di più prezioso una patria può donare fosse la nostalgia.
Era stato dunque proprio il Mediterraneo a far scoprire a Roth non solo la nostalgia, ma anche e soprattutto il fatto che essa, essendo appunto ciò che di meglio ogni patria può donare, fosse probabilmente un metodo per vivere ovunque. Anche in Austria o in quelle altre città europee da dove egli, tra il 1833 e il 1838, mandava lettere all’amico viennese Zweig (recentemente pubblicate da Castelvecchi), nelle quali prendeva le distanze dalla sua rassegnazione di fronte all’avanzata del nazismo: Josef Roth e Stefan Zweig, L’amicizia è la vera patria, Castelvecchi, Roma 2015.
Secondo Roth, la causa principale della disperazione socio-politica di Zweig era il fatto che egli credeva nell’umanità e non “completamente e fermamente in Dio”. La nostalgia rothiana era quindi un metodo, proprio nella misura in cui consisteva in una sorta di ricordo di Dio, che, secondo Roth, rappresentava l’unica via attraverso la quale Zweig si sarebbe potuto salvare dalla disillusione cinica che lo contraddistingueva (“solo Dio può aiutarla”).
Zweig riteneva tuttavia più saggio non affidarsi a Dio, ma accusare Roth di cedere, nella sua opposizione al nazismo, a una violenza intellettuale che lo avrebbe portato a compiere lo stesso errore a cui voleva opporsi. Il motivo per cui, invece, Roth credeva nell’opportunità di combattere, anche a fronte di scarse garanzie di vittoria, era probabilmente da ricondurre al fatto che egli, a differenza di Zweig, era “vicino al diventare un cattolico ortodosso, forse perfino militante” e cominciava quindi a credere in Dio nella forma di un’amicizia (alternativa all’umanitarismo astratto e impotente) che poteva essere “la vera patria”. La sua arma continuava certamente a restare una “spada della ragione” che lo portava anche ad auspicare un “impero cattolico di impronta tedesca e romana” che si sarebbe potuto realizzare attraverso il ritorno degli Asburgo; ma l’amicizia della quale parlava come soluzione anche politica, essendo alternativa all’umanitarismo, portava dentro di sé un punto di fuga verso la Rivelazione.
Perché, se è vero che si è cristiani soltanto se si crede che, per avere fede in Cristo, la ragione naturale è solo una condizione necessaria e che dunque la condizione sufficiente consiste nell’incontrarlo e seguirlo nel mistero della Chiesa, è forse anche altrettanto vero che la ragione di Roth, rispetto a quella di Zweig, era più aperta all’incontro: l’amicizia di Roth “superava” infatti l’umanitarismo di Zweig nello stesso modo in cui il Lebezjàtnikov di Delitto e castigo, che “arrivava di corsa” a soccorrere la madre di Sonja in preda alla disperazione per le strade di Pietroburgo, può essere la risposta alla ricerca romantica della verità attraverso il solo sforzo della ragione presente nel preludio del Lohengrin di Wagner.
L’accostamento del tema del divino in Dostoevskij ci conduce, però, a parlare di misericordia: innanzitutto perché consente di capire in che senso quest’ultima si accompagna più alla ragione “cattolica” (alla Roth) e meno a quella “romantica” (alla Zweig). Ciò infatti da cui la misericordia non può mai essere separata è il senso del peccato, vale a dire un tipo di autocoscienza che manca del tutto alla ragione romantica e la radice cristiana della quale Dostoevskij descriveva, nei Demoni, attraverso le parole dell’ateo Kirillov, nei termini di un “dolore della paura della morte”.
Kirillov aveva capito che il suo tentativo di dimostrare la non esistenza di Dio non sarebbe riuscito se egli non avesse saputo sconfiggere il dolore per la paura della morte: proprio nel dolore per quella paura passa infatti la misericordia di Dio, sotto forma delle lacrime che l’uomo prova di fronte alla non accettazione (la paura) del limite invalicabile (la morte) che lo costituisce.
Siamo ai vertici, oggi forse non ripetibili, della letteratura e della riflessione non solo cristiana di tutti i tempi, preceduti sicuramente dal “lagrimar” di Dante di fronte a Virgilio nel primo canto dell’Inferno e dall’appello lanciato nel 1848 da John Henry Newman, in Loss and Gain, a non lasciar morire il cristianesimo, perché, senza di esso, l’uomo non avrebbe saputo dove andare, non avrebbe cioè più saputo conoscersi come bisognoso di salvezza.
La negazione del fatto che l’uomo, se vuole conoscersi, deve, in qualche modo, dispiacersi di negare il proprio limite (il proprio dover morire) porta all’affermazione di una sorta di auto-divinizzazione dell’uomo, con la quale il limite viene eliminato con mezzi umani: nel romanzo di Dostoevskij, è il suicidio di Kirillov e, nell’ateismo contemporaneo, il tentativo di rendere immortale l’uomo attraverso lo stravolgimento tecnologico della sua natura (Marx, Nietzsche, Sartre, Deleuze).
Ma il sentiero per risalire alla sorgenti della propria consapevolezza di essere qualcuno il cui limite non può essere umanamente redento resterà ancora aperto anche per l’uomo di oggi, in coloro i quali oltrepasseranno i propri peccati non per sostituirsi a Dio, ma per tornare a Lui e per affermare, con le parole di Stepan Trofimovic nei Demoni: “Non riconosco più nulla… Ma i nostri tempi torneranno e ricondurranno sulla via sicura tutta questa roba vacillante, roba di oggigiorno. Altrimenti che sarà mai?”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/3/9/LETTURE-Zwig-Roth-e-Dostoevskij-quale-ragione-ci-vuole-per-credere-in-Dio-/print/686305/

Nella nostalgia del cielo

armeni-turchia-deportazione-genocidio-shutterstock_249571189

 

Tra le più celebrate scrittrici italiane, armena di origini, Antonia Arslan è stata docente di Letteratura italiana all’Università di Padova. Con il suo primo romanzo, La masseria delle allodole, uscito nel 2004, ha inaugurato una grande indagine “storico-familiare” sulle tragiche (e a lungo censurate) vicende recenti del suo popolo, a partire dal genocidio perpetrato dall’Impero ottomano. Il terzo capitolo della serie, Il rumore delle perle di legno (Rizzoli, 17 euro), è di quest’anno.

Scenario: una notte dell’inverno 1915, a Costantinopoli, la capitale dell’impero ottomano, ma scossa dalla pesante sconfitta che l’onnipotente ministro della Guerra, Enver Pasha, aveva subìto intorno a Natale a Sarikamish, in mezzo alle nevi del Caucaso.

e truppe russe avevano avuto facilmente ragione della terza armata turca, male armata e male equipaggiata, e dei visionari e fragili sogni di vittoria di quel presuntuoso incapace del ministro, ansioso di emulare le gesta di Alessandro Magno e di Cesare, di cui teneva i busti nel suo studio. Confidando nel suo genio militare, si era gettato a corpo morto nella folle impresa di conquistare il Caucaso d’inverno, sfidando l’esercito russo, ben più assuefatto a quei luoghi e a quei climi. Ormai accerchiato dai cavalieri cosacchi, Enver si era visto perduto, ma era stato salvato all’ultimo istante da un manipolo di soldati armeni che lo avevano circondato e tratto in salvo.

Di ritorno a Costantinopoli, il patriarca della Chiesa armena fece celebrare in suo onore un solenne Te Deum nella cattedrale. Non solo Enver partecipò al rito, ma elogiò pubblicamente il valore dei soldati che lo avevano salvato: eppure in quegli stessi giorni, con gli altri due triumviri che governavano il paese, Talaat Pasha e Djemal Pasha, stava progettando la “soluzione finale” per tutto il popolo armeno, che sarebbe iniziata nel successivo gennaio 1915, proprio con il disarmo, la destinazione a campi di lavoro forzato e il successivo annientamento dei soldati e ufficiali di etnia armena arruolati nell’esercito ottomano.

Ho sempre pensato con strana attrazione a quell’inverno gravido di oscuri presagi e di minimi eventi luttuosi, che la minoranza armena cercava di esorcizzare facendo finta di niente, tirando avanti giorno per giorno, come se l’aggrapparsi alla quotidianità con le sue abitudini e i suoi riti immutabili, il lavoro giornaliero e il ritorno a casa, il calore della famiglia e del rassicurante cerchio esteriore del villaggio, rappresentassero un potente esorcismo che la racchiudeva in un cerchio magico dove nessun male sarebbe potuto penetrare.
Mi commuoveva l’ingenuità mite di mio zio Sempad il farmacista, della bellissima zia Noemi dagli occhi profondi che morì annegata nel Mar Nero perché aveva rifiutato di sposare l’assassino di suo marito, dei fratelli carpentieri che sognavano di andare in America: mi pareva impossibile che non avessero davvero capito niente del terribile futuro che incombeva su di loro, mi angosciava quella loro serena cecità che si rifletteva ai miei occhi nelle foto composte e solenni negli abiti della festa. Avrei voluto ritornare indietro, scuoterli dalla loro quiete sognante…

Ma in questi giorni, mentre l’anno del centenario del genocidio, della Aghèt (la catastrofe), sta per concludersi, e tanta gente in tutti paesi del mondo si è stretta agli armeni per ricordare quella tragedia lontana cent’anni ma ancora così attuale, credo di aver finalmente capito. Forse intuivano molte cose, quelli che parteciparono a quel Te Deum. Ma forse si abbandonarono alla volontà del Dio che invocavano, affidando a lui la loro salvezza. E divennero rassegnati martiri quando la scure del Grande Male si abbatté su di loro, e «morirono di tutte le morti del mondo», come scrisse il testimone tedesco Armin Wegner. La Chiesa apostolica armena li ha proclamati tutti santi, le vittime del genocidio: avevano l’umiltà di una minoranza sottomessa, ma anche la fierezza di essere stato il primo popolo a proclamarsi cristiano.

E nel suo capolavoro Notte sull’aia, una delle più struggenti poesie del Novecento, la voce straordinaria di Daniel Varujan tutto questo lo esprime perfettamente, attraverso la sua limpida parola di contadino-poeta:

«È squisito per il mio spirito tuffarsi nell’onda luminosa di azzurro/ naufragare – se è necessario – nei fuochi celesti;/ conoscere nuove stelle, l’antica patria perduta,/ da dove la mia anima caduta piange ancora la nostalgia del cielo».

Leggi di Più: Te Deum per gli armeni di Antonia Arslan | Tempi.it

Un patto di intimità tra Dio e l’uomo

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo il brano “Teologia dei regali di Natale” (1910) della raccolta “Lo spirito di Natale” di Gilbert Keith Chesterton. L’opera, edita da D’Ettoris Editori e pubblicata a ottobre, è a cura di Maurizio Brunetti. 

Quei moderni teologi che insistono sul fatto che il cristianesimo non consiste in un sistema dottrinale, ma in uno spirito, il più delle volte non si accorgono che, così facendo, si sottomettono a un vaglio ancor più brusco e severo di quello basato sulla dottrina stessa: prima che un uomo possa essere bruciato per le sue opinioni è almeno necessario che siano rispettati alcuni presupposti legali; al contrario, non occorrono preliminari di sorta perché un uomo possa essere ucciso da un colpo di pistola per il solo tono della sua voce.
Nell’avvertire la sgradevolezza di alcune nuove opinioni, il cristiano d’altri tempi potrebbe rivelarsi persino più rapido rispetto ai tempi necessari per stabilire il loro effettivo grado di eterodossia. È molto più semplice, infatti, individuare e detestare l’odore di un’eresia piuttosto che rintracciarne i suoi ingredienti chimici.
E quando il nuovo teologo rinuncia alla storia e alla metafisica esatta e si limita ad affermare: «Spogliato del suo formalismo, questo è il cristianesimo», rispetto al vecchio teologo è ancora più indifeso di fronte all’eventuale risposta – del tutto soggettiva e personale – dell’uomo della strada: «Se questo è il cristianesimo, è meglio che te lo porti via».

Per alcuni, la polvere da sparo è una sostanza composta da carbone, zolfo e nitrato di potassio; per altri – ad esempio, per l’intelletto più pratico di una zia nubile –, è semplicemente una cosa che finisce con uno scoppio. Ma se il filosofo dell’innovazione si vanta di non aver bisogno né di sale, né di zolfo, né di carbone, noi almeno lo scoppio lo esigiamo, e che sia di quelli buoni. Se lui dice che è in grado di far saltare in aria il Parlamento con latte, olio per l’insalata e segatura fine, lo si lasci fare. A patto, però, che il Parlamento, poi, effettivamente esploda; sul fatto che sia questa la cosa essenziale siamo tutti d’accordo.
Ora, il cristianesimo, qualunque cosa sia, è un’esplosione. Che consista oppure no nella Caduta, nell’Incarnazione e nella Risurrezione, certamente è composto di tuono, di prodigio e di fuoco. Se non è fenomenale, semplicemente non vi è in esso alcun senso. Se il Vangelo non assomiglia a una pistola che fa fuoco, è come se non fosse per nulla annunciato. E se le nuove teologie suonano come il vapore che esce lentamente da un bollitore che non tiene, allora persino l’orecchio inesperto del principiante – che non conosce né la chimica né la teologia – può rilevare la differenza tra quel suono e un’esplosione. È inutile che questo tipo di riformatori dicano di basarsi non sulla parola ma sullo spirito. Poiché sono persino più chiaramente in contrasto con lo spirito di quanto non lo siano con la parola.

A tal proposito, prendiamo un esempio fra i molti che vedono questo principio in atto: il caso dei regali di Natale. Poco tempo fa, ho letto un’affermazione della signora Eddy sull’argomento: diceva che lei non «faceva regali» nel senso grossolano, sensuale e terreno dell’espressione, ma che si sedeva immobile a pensare alla Verità e alla Purezza in modo che tutti i suoi amici sarebbero diventati, per questo, migliori. Adesso, io non dico che questo metodo sia necessariamente superstizioso o inefficace, e non c’è dubbio che, dal punto di vista economico, abbia un suo fascino. Dico solo che non è cristiano alla stessa prosaica e concreta maniera di quanto suonare una musica al contrario non sia musicale o usare un’abbreviazione come ain’t non sia grammaticalmente corretto. Non so se ci sia un testo della Scrittura o un Concilio che condanni la teoria della signora Eddy sui regali di Natale, ma la condanna sicuramente il cristianesimo, così come la vita militare condanna chi si dà alla fuga.
Le due attitudini – della signora Eddy e del cristianesimo, rispettivamente – non sono solo antagoniste a causa di differenti teologie, o di differenti scuole di pensiero: prima ancora che s’inizi a ragionare, è lo stato d’animo che è differente. La più enorme e originale delle idee alla base dell’Incarnazione è che una buona volontà s’incarni; che venga, cioè, messa in un corpo. Un regalo di Dio che può essere visto e toccato: se l’epigramma del credo cristiano ha un punto essenziale è questo. Lo stesso Cristo è stato un regalo di Natale. Una nota a favore dei regali materiali di Natale è stata buttata giù persino prima della Sua nascita, con i primi spostamenti dei saggi dell’Oriente e della stella: i Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato con sé solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana.

Questi tre doni sono stati oggetto di chissà quante omelie, ma vi è un loro aspetto cui raramente è stata riconosciuta la giusta e meritata attenzione. È alquanto bizzarro che i nostri scettici europei, mentre prendono in prestito dai filosofi orientali così tanto del loro determinismo e della loro disperazione, si prendano anche costantemente gioco dell’unico elemento orientale che il cristianesimo ha entusiasticamente incorporato, l’unico autenticamente semplice e affascinante. Intendo, cioè, l’amore degli orientali per i colori vivaci e l’eccitazione infantile che hanno di fronte al lusso. Uno dopo l’altro, gli scettici hanno invariabilmente giudicato la Gerusalemme nuova di san Giovanni un ammasso di gioielli vistosi e di cattivo gusto. Uno dopo l’altro, hanno denunciato i riti della Chiesa come esibizioni pacchiane di viola sensuale e d’oro sgargiante. In realtà, nelle sue scelte, la Chiesa si dimostrò molto più saggia sia dell’Europa che dell’Asia. Si accorse, infatti, che l’appetito orientale per il rosso, l’argento, il verde e l’oro era di per sé innocente e appassionato, sebbene dissipato dalle civiltà inferiori per il loro indulgere alla mollezza e alla tirannia. Al contrario, vide insito nella stoica sobrietà di Roma – sebbene apparentata all’equità e allo spirito pubblico della civiltà più elevata che esistesse allora – un latente pericolo di rigidità e di orgoglio. La Chiesa prese tutto l’oro multi-sfaccettato e i colori brulicanti che avevano adornato così tante poesie erotiche e tante crudeli storie d’amore in Oriente, e con quella congerie variopinta di fiaccole illuminò le gigantesche dimensioni dell’umiltà e le più grandi cromie dell’innocenza. Prese i colori dalla schiena del serpente, lasciando perdere, però, il serpente.

Il popolo europeo ha, nel suo insieme, seguito in questo la guida dell’istinto e dell’arte cristiani. Niente tira più su di morale per la nostra tradizione popolare del guardare l’Oriente come a un insieme di forme pittoresche e di colori, piuttosto che a un sistema filosofico rivale. Sebbene sia, di fatto, un tempio di vetuste cosmologie, noi lo trattiamo come un grande bazar, cioè come un enorme negozio di giocattoli. Alla gente comune, pensando al Vicino Oriente, vengono più spesso in mente le Notti arabe, piuttosto che il Profeta arabo. Costantinopoli fu conquistata da una cultura saracena che, a quel tempo, era immensamente inferiore alla nostra. Ciononostante, noi ci preoccupiamo non della cultura dei Turchi, ma dei loro tappeti. Per anni, un certo ironico agnosticismo ha pervaso l’Impero Celeste. Ma noi Europei non ci informiamo sugli enigmi della Cina, ma solo sui loro puzzle. Consideriamo l’Oriente come una sorta di colossali grandi magazzini, e facciamo bene. È la cosa che dell’Oriente è più cordiale e più umano, ed è ciò che qualcuno chiama «violenza dei suoi colori» e «cattivo gusto delle sue gemme».
Solo dagli stessi scettici moderni, che ci propongono la tetra visione del mondo dell’Oriente miscelata ai più tetri costumi dell’Occidente, potremo sapere quanto cattive siano le altre cose orientali; la ruota del destino mentale, per esempio, o le lande desolate dei dubbi della mente. Schopenhauer ci mostra il veleno del serpente senza la sua lucentezza; tutt’al contrario, la Chiesa dei primi secoli ce ne aveva invece mostrato la lucentezza senza il veleno. Cioè la lucentezza che la Cristianità era riuscita a estrarre dal groviglio delle cose orientali. L’oro si è diffuso veloce come il fuoco nella foresta fino a lambire ogni manoscritto e ogni statuto, e ha cinto stretta la testa di ogni re e di ogni santo. Ma tutto ciò ebbe origine da quel mucchietto d’oro che Melchiorre portò con sé quando attraversò il deserto per giungere a Betlemme.

Gli altri due doni sono ancor più contrassegnati dal grande segno del cristianesimo: l’apprezzamento dell’esperienza sensoriale e di ciò che è materiale. C’è persino qualcosa di sfacciatamente carnale nell’appello che l’incenso e la mirra fanno al senso dell’olfatto. Il naso non è tagliato fuori dal resto del divino corpo umano. La dignità di un organo che appare comico, per la mentalità moderna, quanto la proboscide di un elefante è invece riconosciuta con molta disinvoltura nell’immaginario orientale.
Comunque, tanto per dare un colpo al cerchio dopo averlo dato alla botte, se questa forma di asiatica luxuria è ammessa nel mistero cristiano, è solo per subordinarla a una semplicità e a una sobrietà superiore. L’oro è portato in una stalla; i re devono andare in cerca di un falegname. I Magi sono in cammino, non per trovare la saggezza, ma piuttosto una forte e santa ignoranza. Quegli uomini saggi provenivano dall’Oriente, ma si diressero verso Occidente per incontrare Dio.

Oltre a questa qualità tangibile e incarnata che rende i regali di Natale così squisitamente cristiani, c’è un altro elemento che ha un effetto spirituale analogo: intendo ciò che potremmo chiamare il loro particolarismo, la loro peculiare singolarità. Ancora una volta, a questo proposito, le nuove teorie – di cui la Scienza Cristiana è la più estesa e lucida – approdano a conclusioni sorprendentemente diverse, anzi opposte: la moderna teologia proverà a convincerci che il Bambino di Betlemme è solo un’astrazione che rappresenta la totalità dei bambini, e la Madre di Nazareth solo un simbolo metafisico della maternità.
La verità è un’altra: la narrazione della Natività ha un valore pienamente universale proprio perché riguarda una sola madre e un solo figlio, singoli e concreti. Infatti, se Betlemme non fosse particolare, non sarebbe popolare. Immaginiamo una canzone d’amore per una donna altezzosa, talmente penetrante e letale che nessun uomo – dal più umile che spinge l’aratro al principe in sella – possa fare a meno di cantarla da mane a sera; ognuno, senza eccezioni, smetterebbe immediatamente se dicessi loro che la canzone non era stata composta per una donna in particolare, ma solo, genericamente, per le donne in astratto.

Il Natale, persino nei riti più comici e casalinghi delle calze di Natale e delle scatole dei regali, è pervaso da questa particolare idea di patto d’intimità fra Dio e l’uomo – un cappello divino che si adatta perfettamente alla testa dell’uomo. Il cosmo è concepito come un ufficio postale centrale e celeste. Il sistema postale è, di fatto, rapido e vasto; ciononostante i pacchi vengono consegnati tutti, integri e sigillati. I regali di Natale sono simbolo di una protesta permanente fatta per conto del «dare» come distinto da quel mero «condividere» che i moderni sistemi di valore presentano come equivalente o superiore al primo. Il Natale rappresenta questo eccezionale e sacro paradosso: dal punto di vista spirituale, se Tommy e Molly si dessero a vicenda una moneta da sei penny, compirebbero una transazione di valore superiore rispetto alla condivisione di uno scellino.
Il Natale è qualcosa di meglio che una cosa per tutti: è una cosa per ognuno. E a chi trovi queste frasi inutili o stravaganti, o pensi che non vi sia fra di esse alcuna differenza se non la ricercatezza delle parole, l’unico riscontro possibile è quello che ho già indicato, cioè sottoporre la questione alla prova – dal valore stabile e duraturo – del popolino. Prendiamo cento ragazze a caso in una scuola e verifichiamo se non fanno alcuna distinzione fra il ricevere un fiore ciascuna o, al contrario, un giardino per tutte. Se pertanto queste nuove scuole di spiritualità intendono dimostrare di possedere lo spirito e il segreto delle feste cristiane, devono almeno provarlo non con affermazioni astratte, ma con un ceffone di quelli speciali e inequivocabili, che lascino un segno pungente e duraturo, per esempio dimostrando di essere in grado di scrivere un canto di Natale o, addirittura, di saper cucinare una torta di Natale.

Leggi di Più: Chesterton. Il Natale è un regalo di Dio | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

Mendicanti del Bene

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ultimamente più di una persona mi ha chiesto cosa mi permette di obbedire alla realtà e di chiedere aiuto senza cadere nell’autosufficienza. Nella mia vita ho imparato non solo a chiedere, ma a gridare, perché quando la vita si fa dura, o impari a cercare la persona adeguata o sei un fallito, come lo sono coloro che censurano il proprio cuore e la propria umanità. 

Nella mia vita riconosco due tappe importanti: la prima è quella dell’autosufficienza che ha coinciso con il fascino dell’ideologia, dell’utopia. Quando ho creduto che con le mie mani sarei stato capace di costruire un pezzo di mondo nuovo. Furono anni pieni di entusiasmo perché mi sentivo protagonista e non un cortigiano della storia. Però, man mano che passavano gli anni l’assalto al famoso Palazzo d’inverno e l’utopia del mondo nuovo si allontanavano sempre di più e la vita si faceva sempre più difficile.

Ciò che conta – dicevano – non è l’impegno con il proprio cuore, ma con il sociale. Il pubblico è ciò che vale non la persona: sono stati anni spesi con l’illusione di un futuro in cui finalmente il lupo avrebbe giocato con l’agnello, il bambino avrebbe potuto mettere la mano nella tana del serpente. Un sogno, una costruzione bellissima. Ma in tutto questo, il grande assente era l’Io. È da questa posizione che nasce l’ideologia, l’utopia, l’illusione che con le nostre mani avremmo potuto fare giustizia. L’autosufficienza nasce da un io senza Io.

La seconda tappa del mio cammino esistenziale ha coinciso con la grazia dell’incontro con l’avvenimento cristiano attraverso quattro ragazzi del liceo scientifico “Giovanni da Procida” di Battipaglia, quando di fronte al rifiuto di partecipare a uno sciopero contro l’imperialismo americano e la guerra del Vietnam, al quale io avevo aderito, mi risposero: «Professore, non è che cambia il mondo con lo sciopero, è il suo cuore che ha bisogno di cambiare. Ma questo è possibile solo se Cristo entra nel suo cuore». 

Rimasi apparentemente sconfitto e sorpreso perché io ero già sacerdote… Da quel momento incominciò il lento cammino della conversione, passando dall’ideologia all’incontro con la realtà. Un incontro che non solo mi aprì gli occhi, ma svegliò in me una potente esigenza di andare al fondo di quella provocazione fattami da quattro marmocchi di uno sperduto liceo del sud Italia. 

Il passaggio dall’ideologia al pensiero di Cristo è stato molto lungo perché l’ideologia mangia il cervello censurando il grido di cui è fatto il cuore e soffocando le esigenze di verità, di amore, di giustizia, di bellezza di cui è fatto l’Io. Esigenze che incominciarono a manifestarsi dopo l’incontro con il cristianesimo come avvenimento. Furono anni duri ma bellissimi, imparai a gridare come un bambino perso nel bosco. Così come mi ero consegnato tutto all’utopia, dopo l’incontro con il fatto cristiano ho affidato la mia vita a quella piccola compagnia denominata “Comunione e liberazione”. 

Dopo la lotta di classe
Non solo cercavo il volto di quei ragazzi ma sentivo l’urgenza di conoscere quell’uomo di cui con entusiasmo mi parlavano i miei alunni. Un giorno alcuni professori mi invitarono a partecipare a un incontro con don Giussani a Viterbo, dove il movimento aveva organizzato una tre giorni per gli insegnanti. Ero tutto teso e desideroso di sentire la sua voce. Fu davvero una grande sorpresa non solo per ciò che diceva ma anche per il tono della sua voce. Non avevo sentito mai nessuno parlare così. Mi venne in mente ciò che la gente diceva di Gesù: «Questo parla con autorità». La voce del Gius ci trasmetteva la sua passione per Cristo e per l’uomo, i suoi occhi brillavano di entusiasmo. Che commozione quando disse: «Amici, la liberazione è il frutto della comunione!». 

Altro che lotta di classe! Da quel momento cominciai a cercarlo, avevo bisogno di consegnargli la mia vita. Da quel primo incontro personale mi prese con sé e non mi mollò più. Avevo consegnato la mia vita a lui, qualunque cosa mi chiedeva mi incontrava disponibile. Fu il dolore che mi obbligò a cercarlo, a chiedergli aiuto, e oggi è così con don Carrón. Se l’uomo non grida nessuno lo ascolta. Ricordo un amico sacerdote che passando per una depressione andò da don Giussani raccontandogli che non riusciva a dormire. La risposta: «Se questo ti aiuta a mendicare Cristo, ti auguro di non dormire per il resto della vita».
paldo.trento@gmail.com

Leggi di Più: Aldo Trento: Non basta chiedere aiuto. Occorre gridare | Tempi.it