Senza interruzione

 
Pigi Colognesi
lunedì 27 marzo 2017

Mi hanno chiesto di chiarire meglio l’immagine — usata nell’editoriale di lunedì scorso per descrivere il cristianesimo — della “catena” che connette il mio presente con quel tempo passato in cui tutto ha avuto inizio. Provo a farlo riassumendo un racconto di Anton Cechov: Lo studente (1894).
Il protagonista, Ivan, studente all’accademia ecclesiastica, sta tornando nel suo villaggetto sperso nella vastità della pianura; è il Venerdì Santo, ma i segnali di primavera comparsi nei giorni precedenti sono stati cancellati dal repentino ritorno dell’inverno. “Gli pareva che questo freddo improvvisamente sopraggiunto avesse turbato in ogni cosa l’ordine e l’armonia, che la natura stessa fosse angosciata e perciò l’oscurità serale si fosse infittita più in fretta di quanto bisognava”. Il gelo gli suggerisce pensieri tristi: che il vento freddo che sentiva lui adesso è lo stesso che soffiava ai tempi degli antichi fondatori della madre Russia, di Ivan il Terribile e dello zar Pietro e che in tutti quei tempi “c’era già esattamente la stessa disperata povertà e fame”; non solo: anche per il futuro “la vita non sarebbe divenuta migliore per il fatto che fossero passati altri mille anni”. Il tempo è una morsa indifferente e implacabile.
Ivan passa di fronte alla casa dove la vedova Vassilissa e sua figlia Lukeria, sedute accanto al fuoco, sono intente ai lavori domestici. Ivan le saluta, parla del freddo e, trascinato dalla riflessioni che aveva appena fatto, paragona il loro presente con un passato ben noto: “Proprio allo stesso modo in una fredda notte si scaldò accanto al fuoco l’apostolo Pietro”. Le donne lo guardano interessate e lui continua il racconto di quei giorni lontani, concentrandosi su Pietro; egli “amava appassionatamente, perdutamente Gesù, ed ora vedeva da lontano come lo percotevano”. Ma poi lo rinnegò e “dice il Vangelo ‘Uscì fuori e pianse amaramente’. Immagino: un orto tutto silenzioso, tutto buio, e nel silenzio si odono appena sordi singhiozzi…”.
Coi tre puntini Cechov ci avvisa che siamo all’acme del racconto: improvvisamente Vassilissa scoppia in pianto. Ivan assume un’espressione “penosa e tesa, come quella di una persona che reprima un violento dolore”; per togliersi d’impaccio saluta le donne e prosegue il cammino. Rimugina su quello che ha visto. “Lo studente pensò che, se Vassilissa si era messa a piangere e sua figlia si era turbata, evidentemente ciò ch’egli poc’anzi aveva raccontato, ciò che era avvenuto diciannove secoli addietro, aveva un legame col presente: con le due donne e, probabilmente, con quella campagna deserta, con lui stesso, con tutti gli uomini. Se la vecchia aveva pianto, non era stato solo perché egli sapesse raccontare in modo commovente, ma perché Pietro le era caro e perché ella, con tutto l’essere suo, aveva interesse a ciò che era avvenuto nell’anima di Pietro”.
“E la gioia — conclude Cechov — tutt’a un tratto si rimescolò nel suo cuore, ed egli stesso si fermò perfino un momento, per riprender fiato. Il passato — pensava — è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi scaturiti uno dall’altro. E gli pareva di aver veduto dianzi entrambi i capi di questa catena: ne aveva appena toccato un capo, che l’altro aveva dato un sobbalzo. […] Egli pensava che la verità e la bellezza che avevano indirizzato la vita umana laggiù, nell’orto e nel cortile del gran sacerdote, erano continuate senza interruzione fino ad oggi ed evidentemente avevano costituito l’essenziale nella vita umana e, in genere, sulla terra”.

 

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La bellezza é un incontro

FRANCESCO E CARRON/ Le bellezza disarmata è la via della misericordia

INT. Massimo Borghesi
sabato 11 marzo 2017

Pubblichiamo l’intervista a Massimo Borghesi di Juan Carlos Hernandez uscita su Páginas Digital e dedicata all’ultimo libro di Julián Carrón, La bellezza disarmata (Rizzoli, 2016).

Una delle tesi principali del libro è che l’Illuminismo afferma acquisizioni fondamentali originate dal cristianesimo, come il concetto di persona o di libertà, prescindendo però dall’esperienza che aveva permesso loro di emergere pienamente. Che cosa ne pensa di questa affermazione? Se le cose stanno così, in che modo questo cambiamento di mentalità riguarda anche il popolo cristiano?
L'”autonomia” del valori cristiani rispetto alla fede era uno dei postulati della cultura illuministica. Il processo di secolarizzazione era inteso, dalla cultura europea, come appropriazione dell’umanesimo cristiano separato da Cristo. Il gioco ha funzionato finché la realtà popolare era ancora cristiana, dopodiché si è rivelato impossibile. I valori cristiani vivono nel rapporto con Cristo; separati da Lui muoiono. Era quanto scriveva con assoluta lucidità Romano Guardini negli anni del nazionalsocialismo. Nel contesto odierno il diffondersi, dopo l’89, dell’agnosticismo positivistico-libertino, tecnico-gaudente, ha portato alla scomparsa degli ultimi residui dell’etica cristiana a favore di un modello di vita fortemente selettivo. Per esso una vita è degna solo se è pienamente felice, appagata, ovvero se corrisponde ai parametri della sanità (bio-psichica), della giovinezza, del successo, della ricchezza. Fuori rimangono coloro che papa Francesco chiama gli “scarti”, i deboli che non hanno diritto di cittadinanza. Il fallimento del progetto illuminista consacra l’attualità di Nietzsche: solo i “migliori” hanno diritto di esistere. E’ il trionfo del modello tecnocratico asservito al principio del piacere. Questa equazione tra vita-potenza-felicità, una equazione che ricorda il pensiero di Spinoza, è, in realtà, una confessione di “im-potenza”. I nostri contemporanei, privi di speranza, come documenta l’agnosticismo radicale, sono indifesi di fronte alle tragedie e ai drammi della vita. E’ come se la capacità di sopportare il male e il dolore fosse scomparsa. L’Eden promesso è un palcoscenico di cartone che cade al primo rumore di vento. Di fronte a questo processo molti cristiani restano fermi all’idea di una “cristianità” che non esiste più, sono sgomenti dall’avanzare di una deriva antropologica che non riconosce alcuna sacralità alla vita. Donde un atteggiamento “reattivo” che punta tutto nella difesa di determinati valori, a livello pubblico, continuamente rimossi dalla cultura dominante.

Di fronte a quanto affermato da Ratzinger, “Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé” e in un contesto di crollo delle evidenze quale lavoro devono affrontare i cattolici per costruire la vita comune? Qual è il modo più intelligente per farlo?
Il volume di don Julián Carrón, La bellezza disarmata, indica, già nel titolo, la strada da percorrere. Essa coincide con la “via della Misericordia” proposta da papa Francesco per il tempo presente. Il cristiano, in un mondo segnato dal nichilismo e dal venir meno delle evidenze, è chiamato a rendere manifesta una modalità di esistere diversa, una modalità che si fonda sulla grazia e non sulla techne, sull’ideale utilitaristico-tecnocratico. Il cristiano è colui che rappresenta l'”eccedenza”, un di più che la società odierna ha dimenticato, che non conosce. Hans Urs von Balthasar, il più grande teologo del ‘900, affermava che dopo la via teo-cosmologica degli antichi e quella antropologica dei moderni, oggi Solo l’amore è credibile, titolo di un suo volume del 1963. Romano Guardini, nelle pagine finali de La fine dell’epoca moderna, indicava nella “carità” l’elemento ignoto, il punto di diversità del cristiano dopo il generale fallimento dei valori secolarizzati derivato dall’illuminismo. Per Carrón solo l’esperienza del Fatto cristiano, l’esperienza e non l’adesione formale ai dogmi o alla tradizione, può generare uomini in cui la fede si esprime come umanità nuova. Non cristiani “reattivi”, risentiti, amareggiati, in guerra con il mondo, ma personalità libere, appassionate ai frammenti di bene che pure sono presenti. Punti luminosi di fraternità, di compassione, di tenerezza. Medici e infermieri di quell’ospedale da campo che è, e deve essere, la Chiesa del XXI secolo.

A proposito di cattolici impegnati in ambito pubblico e politico, nel libro si parla di un compresso “critico e di contenimento, nel limite del possibile, degli effetti negativi dei semplici regolamenti e della mentalità che è alla loro origine”. Anche in politica? È utile il metodo della testimonianza? In cosa si concretizza questo lavoro “critico e di contenimento”?
La testimonianza è ecclesiale, sociale, culturale e politica. E’ una e pluriforme, secondo le modalità diverse suggerite dagli ambienti. L’errore dei cristiani “reattivi”, i cristianisti, non sta nella difesa (giusta) di certi valori, bensì nel credere che dalla loro presenza dipenda la “rinascita” cristiana oggi. In realtà la tutela della vita, nascente o morente, è un fattore di grande importanza e i cristiani debbono battersi, in sede pubblica, per la tutela di questi valori. Da essi dipende il livello di civiltà di un popolo. E, tuttavia, la civiltà non indica la rinascita della fede. Questa dipende da altro. Come afferma papa Benedetto, in Deus caritas est (1), ripreso da Papa Francesco in Evangelii gaudium (7): “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. E’ la testimonianza, una testimonianza di misericordia, che rende possibile l’incontro con una Presenza che consente, oggi, una nuova modalità di esistenza non più asservita al paradigma tecnocratico.

Le leggi anti-aborto non sono sufficienti per mantenere viva la convinzione che la vita è un bene. Bisognerebbe dare la priorità alla conversione del cuore umano più che allo sforzo nobile di cambiare le leggi?
L’opposizione all’aborto, unitamente all’impegno per rendere possibile la condizione di una maternità sostenibile, sono due momenti di un impegno nobile. E’ importante anche se non è sufficiente. Il punto è che queste leggi passano perché la vita, quella “fragile”, non è più avvertita come importante. La cultura della vita passa attraverso la testimonianza di qualcosa che “eccede” la vita. Per questo la testimonianza della fede è ciò che oggi primerea. Da qui l’invito del Papa, raccolto da Carrón, sul valore prioritario del kerygma rispetto alla dottrina morale. Prioritario non significa escludente. Non si tratta di favorire un disimpegno spiritualistico o di teorizzare la Chiesa delle catacombe, bensì di comprendere che l’impegno pubblico assume il suo senso solo all’interno di un impegno di testimonianza, personale e comunitaria, della Chiesa in generale. Mente il lavoro nelle istituzioni non concerne direttamente la Chiesa ma il laicato impegnato, il lavoro della testimonianza riguarda la totalità della Chiesa. In un mondo neopagano, postcristiano, la novità della fede può tornare secondo modalità semplici, essenziali, non gravate dal peso della tradizione e della storia. Da incontro personale ad incontro personale: come duemila anni fa.

In che misura una chiara identità di sé aiuta l’incontro con l’altro che la pensa diversamente?
“Identità” significa autocoscienza di ciò che si è incontrato. Per un cristiano questa deriva dall’esperienza di “grazia”, da qualcosa di accaduto che non dipende da noi, non è merito nostro. Diversamente l'”identità” diventa una costruzione ideologica finalizzata alla dialettica tra amico e nemico. La parola “cristiano” significa essere-di-Cristo, appartenere a Lui. Questa appartenenza non chiude ma apre al mondo, alle ferite del mondo, alla sua sete di felicità, di bene, di verità. L’incontro è semplice, umano, non pretende nulla, nemmeno che l’altro divenga cristiano perché questo è opera di Dio e non dell’uomo. L’incontro è la Misericordia di Dio che abbraccia l’umano che non crede più alla possibilità di ricominciare, di iniziare di nuovo.

(Juan Carlos Hernandez)

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La bellezza che allarga la vita

Maurizio Vitali
martedì 28 febbraio 2017

DJ FABO E’ MORTO. Vien su il magone per quella vita che, alla fine, non ha trovato un motivo per reggere al dolore. Dj Fabo, 36 anni di ascesa verso il successo, poi il terribile incidente che l’ha paralizzato e reso cieco, poi la Svizzera del suicidio assistito legale, e in mezzo tre anni senza potersi muovere né poter vedere. Vien su anche un gran desiderio di silenzio, spegnere la radio e ignorare i social: il caravanserraglio della chiacchiera a buon mercato nausea. Si è rammaricato, Dj Fabo, nel suo ultimo messaggio di aver dovuto fare tutto “senza l’aiuto del mio Stato”. Ed ecco che tutti la buttano in politica, legge sull’eutanasia, sì, no, testamento biologico, fa niente se c’entrano come i cavoli a merenda col suicidio di Dj Fabo; sotto a raccattar consensi finche ce n’è.
Non gli è venuto in mente che prima della parola Stato, c’è quella parola “aiuto”, che è un’invocazione, una preghiera?
Preghiera, sì, come quella che, ricordo benissimo, lessi con viva impressione negli occhi di Ezio Trussoni, mio caro coetaneo, caporedattore Rai, morto di Sla nel 2012, a 61 anni.
Trascrivo dai miei appunti di allora. “L’ultima volta che lo incontrai fu qualche mese prima, in occasione della presentazione del libro e del documentario di Mario Melazzini, medico anch’egli malato di Sla. Io ero il moderatore. Lo riconobbi, seduto tra il pubblico, debilitato e ben diverso nell’aspetto da un tempo pur tutt’altro che remoto, e andai subito a salutarlo, quasi stupendomi dell’imprevisto forte affetto — no, nessuna pelosa commiserazione — che provai. La cosa più atroce è che non poteva più usare la voce: lui giornalista televisivo privato della parola. Gli occhi, i suoi occhi imploranti erano il punto dove tutta la pressione tumultuosa del suo mondo interiore, del suo desiderio e della sua impotenza e del suo mistero, si concentrava e si comunicava con una intensità e una forza indicibili. Quegli occhi imploranti che guardavano me quasi scusandosi (!) erano di un uomo mendicante del Mistero. Con movenze faticose Ezio tirò fuori un i-pad e vi scrisse “E’ dura”.
Nemmeno per un istante mi apparve come lamento. Come un grido di preghiera, semmai, e di lotta, del quale per sorprendente inaspettata tenerezza volle rendermi partecipe. O forse non poté fare a meno di rendermi partecipe, perché a me, attraverso di lui, attraverso quello sguardo nuovo tra noi, il Mistero si rivelava presente. “Ma sono cose che se le racconti non le capiscono”.
Mario Melazzini. Brillante oncologo in carriera e buon alpinista, costretto alla carrozzina elettrica dalla Sla e ad essere alimentato col sondino. Anche lui, come dj Fabo, s’era rivolto a una clinica svizzera. “Si chiamava Dignitas”, annota ne Lo sguardo e la speranza (San Paolo 2015, p. 46). Una telefonata, l’appuntamento per il mese successivo, il 18 giugno, per la seduta preparatoria. Ma poi…
Dalla finestra del suo “rifugio” a Livigno guardava le montagne che aveva scalato tante volte. Punta Cassana, oltre 3000 metri. “Guardare dal basso quelle montagne mi provocava una sofferenza incredibile. Eppure non riuscivo a non guardarle. Pensavo che non sarei mai più potuto arrivare lassù, ed ero molto arrabbiato per questo”. “Abituato all’iperattività, non avevo altro da fare che vagare come un matto con la mia carrozza”.
“In realtà — racconta ancora Melazzini — la mia montagna, ma soprattutto il Mistero che mi circondava, stavano facendo il miracolo. Me ne accorsi un giorno, uguale a tutti gli altri che avevo vissuto fino a quel momento. Fu un’emozione straordinaria. Come ogni mattino ammiravo da lontano quelle cime e di colpo mi resi conto che la visione mi dava piacere. Il rancore aveva lasciato il posto ad un sentimento per cui semplicemente le trovavo belle, anche viste dal basso. Sparita la rabbia, mi prese una voglia improvvisa e vederle da vicino. Fuori c’era il sole, i prati verdi, il cielo azzurro”.
Sono tanti anni che Melazzini fa una vita durissima e attiva. “Non chiedo il miracolo, perché l’ho già ricevuto”.
Anche dj Fabo amava la bellezza. Amava la musica, tantissimo. Ma non riusciva neanche più ad ascoltarla, la musica, perché, come ha confidato lui stesso, “lo faceva commuovere troppo”. Perché temeva, forse, di essere ulteriormente ferito, troppo ferito dalla bellezza?

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La vita è un tu

Silvio Cattarina
sabato 11 febbraio 2017

Caro direttore,
l’ormai nota frase di Papa Francesco “non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca” si documenta sempre più nell’ambito dell’esperienza che vivo in mezzo ai ragazzi, incontrando tanti giovani e numerose famiglie che a me si rivolgono come all’intera esperienza de l’Imprevisto.
Un tempo, nelle epoche passate, il male, il dramma, la disgrazia, il fatto grave, capitava, lo si incontrava, ci si cadeva dentro, succedeva, era sfortuna, malasorte, toccava… Ora lo sceglie la persona: è una decisione, un atto deliberato dell’interessato.
Lo si capisce, ad esempio, se si pone attenzione all’espressione usata dai ragazzi che ricorrono alle sostanze: “mi faccio”. Come se intendessero dire “mi creo io”, “mi costituisco io”, “mi costruisco io da solo, con le mie mani, solo contro tutto e tutti”. Fino ad una quindicina di anni fa non usavano il verbo “farsi”. Bensì quello più naturale e diretto di “drogarsi”. Peraltro questo verbo “farsi” ormai è entrato nella mentalità comune: ci facciamo un caffè, mi faccio un vestito, mi faccio una vacanza, ho fatto la morosa.
Lo si capisce anche riflettendo sulla modalità usata da un certo numero di ragazzi quando vengono a parlare, meglio a comunicare, a ufficializzare la scelta intrapresa e immancabilmente si esprimono con queste parole: “Ho scelto, ho deciso, ti comunico che ormai ho stabilito che voglio essere… omosessuale… bisessuale… voglio cambiare sesso… voglio essere anoressica… ho scelto di drogarmi…”.
Insomma, sanciscono solennemente e pubblicamente: la mia vita è nelle mie mani. Della vita posso decidere e disporre a mio piacimento. Essa è in mio potere e questo potere – estremo, abnorme potere – lo userò come una clava per raggiungere la soddisfazione di ogni interesse, di ogni emozione che mi passa per la testa.
Siamo riusciti a rendere la vita di questi ragazzi così sconsolatamente piatta che pensano che la realtà sia solo quello che vive dentro di loro. Niente vale se non quello che mi vive dentro.
La realtà invece è immensa, infinita, sovrabbondante di bellezza, di grazia, di incontri, di persone, di fatti belli e utili, piena di corrispondenza, di meraviglia, di interesse, di avventura, il bene che in essa vive e si manifesta è senz’altro immensamente superiore al male che pure vi alberga quanto è vero e giusto il famoso “solo lo stupore conosce!” che citava Giussani).
Non sono io a fare la vita, ma il bello e il grande è se e quando la vita fa me, mi viene incontro e mi “invita” — appunto, mi chiama dentro la vita — a grandi cose.
La vita è una chiamata, una vocazione — si diceva quando eravamo piccoli. Altro che mi faccio io, scelgo io, decido io. Ricordo ancora oggi con commozione che quand’ero piccolo tutto, veramente tutto ciò che era sulla terra e nell’intero mondo, tutto incitava a vivere, spingeva ad essere, smuoveva un interesse, spronava alla curiosità, sprigionava energie insperate e incredibili. Tutto mi guardava e mi chiamava.
La vita è un tu. E’ un Tu, una vita così Vita che ha un fascino, un’attrattiva così vasta che porta con sé anche un metodo, una strada per seguirla. Non quindi seguire i miei pensieri, i miei progetti, le miei idee, le mie immagini…

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La bellezza fa capolino

Gianfranco Lauretano
giovedì 19 gennaio 2017

La macchina di produzione cinematografica hollywoodiana è ultimamente a corto di idee e sempre più orientata a rimasticare i classici o a dare ulteriori puntate di film di successo (tutti i supereroi, le guerre stellari e non stellari…). Si tratta di film sempre più inzeppati di effetti speciali, di azione spasmodica, di ininterrotti colpi di scena, tanto da risultare persino noiosi. Questo perché di tutti i linguaggi che costituiscono un film, tra recitazione, immagine, musica, parola, quest’ultima è la più trascurata; tanto che ciò che essa porta, soprattutto contenuti e fascino della storia, si è impoverito in modo impressionante, per l’angustia di idee, soggetti e sceneggiature.
È forse il sintomo di una generale decadenza degli americani, come mostrano le recenti vicende politiche, l’ansia guerrafondaia che non li abbandona, lo stato degenerato delle loro città, la violenza crescente, insensata e strisciante di cui molti sono fautori e vittime.
Per questo suscita un certo stupore la comparsa di un film che, benché americano, ambientato in America, incentrato sulla lingua e la letteratura americana, di americano sembra avere ben poco. Si tratta di Paterson, del regista Jim Jiarmusch, con protagonista Adam Driver, il Jedi Oscuro di uno degli strascicati sequel di Star Wars. La storia è quanto di più feriale si possa immaginare: il protagonista è un conducente di autobus, che vive con la moglie, o la compagna (il film non lo chiarisce) in una cittadina di provincia, Paterson appunto, piccola, decadente, con strade poco pulite, fili dell’alta tensione che penzolano sulle strade di un centro poco storico, zone industriali dismesse e abbandonate. E si chiama Paterson anche lui, come la città.
La storia è quanto di più ordinario ci sia: viene rappresentata, giorno per giorno, una settimana della vita dei due protagonisti. Non ci sono pistolettate, non inseguimenti in macchina, né cadute da grattacieli: Paterson si alza tutte le mattine alla stessa ora, fa colazione, va al deposito comunale degli autobus, lavora tutto il giorno, la sera porta il cane a spasso e si ferma per una birra al bar. Chiacchiera con sua moglie, ascolta casualmente i discorsi dei passeggeri o degli avventori del bar. I personaggi sono sempre gli stessi, la location pure. Ciò che di imprevisto accade è che lui scrive poesie. Su un taccuino che ha sempre con sé scrive i versi che gli vengono in mente durante la giornata, mentre sta già al volante dell’autobus aspettando il segnale di inizio corsa, o durante la pausa pranzo, sbocconcellando un sandwich. L’ispirazione può venire da ovunque: una particolare scatola di fiammiferi, la forma delle nuvole, il pensiero della sua donna.
E questo è il cuore del film: anche nell’esistenza più comune la bellezza fa capolino. È solo una questione di capacità di scorgerla e farne memoria: ecco il mestiere del poeta, dell’artista in genere, secondo il film: appuntarsi la bellezza, riscoprire di avere un’anima, persino se si vive la vita più piatta del mondo.
Non solo: durante la storia, si viene a scoprire che Paterson è una città dalla profonda memoria poetica, una piccola Recanati made in Usa: è la città di William Carlos Williams, un classico del Novecento, e Allen Ginsberg, esponente della leggendaria beat generation, ci ha trascorso del tempo; si parla di tanti poeti, persino Petrarca (c’è molta Italia nel film). E poi le persone che vengono in contatto con il protagonista, sono spesso artisti quotidiani, nascosti ma ispirati, come lui: dalla moglie che si scopre essere una pittrice originale, al cantautore rap incontrato nella lavanderia pubblica.
È un viaggio, insomma, alle sorgenti della bellezza, in cui si scopre che la bellezza dell’uomo è dappertutto e che la sua anima infinita vive anche nei luoghi più semplici e meno apparentemente poetici.

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Un modo autenticamente vincente

Antonio Quaglio
lunedì 16 gennaio 2017

NEW YORK — “Io sono pessimista, Julián”. “No, la crisi può essere superata, è il senso della nostra sfida”. Joseph Weiler e don Julián Carrón stanno conversando-duellando ormai da un po’ nel pomeriggio domenicale del New York Encounter 2017. Il giurista e politologo della NY University e di Harvard è arrivato preparatissimo (“ventidue ore in aereo da Singapore”) su Disarming beauty, ultimo libro del presidente di Cl. È sulla crisi della famiglia che Weiler non riesce proprio a farsi contagiare da quello che pure riconosce essere un messaggio fortissimo del volume, l’appello per una nuova “missionarietà” del cristianesimo cattolico nella storia.
“Il vero problema del modello di famiglia occidentale — dice Weiler — non è l’inclusione del matrimonio fra persone dello stesso sesso, ma la caduta della natalità. Io vedo che nella famiglia cristiana sono ancora vivi i valori della fiducia nel futuro, della partecipazione con Dio alla creazione, della responsabilità e dell’educazione a una vita non materialistica. Ma sono dubbioso sul fatto che possano diffondersi con forza nella società attorno, facendola tornare anche più fertile di figli”.
“Il vero problema è testimoniarlo — ribatte Carrón —; quando una famiglia vive con autenticità il suo cristianesimo, emana una bellezza che non può non essere riconosciuta. L’emergenza educativa è qui: i genitori devono suscitare nei figli interesse vero per ciò che è autentico e bello, per ciò che contribuisce al bene comune. E la bellezza di una famiglia cristiana è attrattiva: farne presenza nella comunità degli uomini è una risposta reale contro ciò che è non reale. La sfida si vince qui, noi cristiani possiamo resistere alla crisi e aiutare la società a resistere”.

Il botta e risposta — nell’auditorium pieno del Manhattan Pavillon — è cominciato quando Weiler ha chiesto a Carrón “un tweet” sul perché ha scritto il suo libro. “Perché come tutti mi sto rendendo conto che le nostre vite sono nel mezzo di un passaggio difficile. Le crisi del passato che sono state affrontate con idee vecchie si sono trasformate in disastro. Ecco, mi premeva interrogarmi su come la fede cristiana possa essere una risposta originale alla crisi: se può cambiare il nostro modo di vivere e facilitare la soluzione della crisi del mondo contemporaneo”.
Weiler incalza: “Il 2016 è stato terribile, anche per il terrorismo in Europa”. Carrón non ha cambiato l’approccio dopo il primo attentato parigino a Charlie Hebdo. “Chi addita guerre di religione o problemi psicologici indotti dalla religioni è superficiale, fuori strada. Io continuo a pensare che il problema sia più profondamente radicato e non sia risolvibile, ad esempio, con una coalizione militare contro l’Isis. Nel mondo globalizzato un uomo che arriva da un continente in un altro deve essere accolto con il dialogo, non può trovare il vuoto. E se uno non vede nella nuova società in cui si trova a vivere, assieme ai suoi figli, una proposta, una proposta attrattiva, finisce per vivere nel vuoto. Il confronto fra l’Europa e il mondo islamico si gioca qui. Un cristianesimo vivo dentro la società europea — oggi sempre più secolarizzata — può contrastare in tutti la tentazione della violenza”.
Un aspetto del problema, sottolinea Carrón, è che “spesso i cristiani credono poco nella forza, nella bellezza, nell’attrattività della propria fede”. Si sono un po’ dimenticati di come il cristianesimo ha vissuto nei suoi primi tre secoli di vita. “I cristiani erano una minuscola comunità in Palestina, ai confini di una grande società multiculturale come l’Impero romano. Eppure, grazie alla fede, alla trasmissione personale della fede, hanno diffuso il Vangelo nell’Impero del Pantheon. Allora i cristiani sono stati capaci di offrire un modo di vivere ricco di significato: autenticamente vincente. E allora lo hanno fatto con la testimonianza, attraverso una libertà di credere potente ma anche rispettosa delle altre libertà di credere. Glielo aveva insegnato Cristo, che da invisibile si era fatto visibile, che era venuto a mostrarsi in carne e ossa, ad annunciare che una nuova vita era possibile”. Bastava seguirlo, basta seguirlo.

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Costruttori infallibili di storia

Foschi
mercoledì 24 agosto 2016

Oh, when the saints go marching in, Lord, how I want to be in that number. Che cosa hanno da dire i santi al nostro tempo scettico e distratto? Il legame che accomuna alcune mostre del Meeting dai contenuti apparentemente lontani attraversa come fiume nascosto il tempo degli uomini. Stiamo parlando di mostre come quella sulla restaurata basilica di Betlemme, la sorgente di tutto questo discorso sulla profondità del tempo, l’altra su Madre Teresa e infine la sorprendente esposizione di biografie di santi americani (American dream).
I santi non sono soltanto tipi straordinari, che sanno prendere la propria umanità esattamente come fa l’elettricista con il cavo elettrico, cioè per farci passare una corrente che non viene da loro. I santi sono anche coloro che hanno impiantato le loro virtù eroiche in mezzo alle contraddizioni della storia ordinaria. L’ordinario tramite loro è divenuto straordinario.
Attenzione, qui non stiamo accennando alla storia della chiesa o alla storia del cristianesimo, cioè ad una nobile articolazione della storia generale. Vogliamo proprio considerare l’utilità della santità ai fini della comprensione delle vicende umane sul piano politico-sociale. È questa l’ottica di cui in fondo si occupano i nostri gloriosi manuali di storia, che nel migliore dei casi includono nelle loro narrazioni la santità come eccezione.
Obiezione: ma può un manuale “laico” trattare argomenti che attengono al piano della comprensione del fenomeno religioso? La domanda è mal posta. Bisogna formularla così: può un manuale, qualunque esso sia, sottacere ciò che non riesce a spiegare? In realtà un libro di storia o geografia o arte non dovrebbe “spiegare” proprio nulla. Bensì mostrare, offrire alla comprensione del lettore — che non è stupido — anche ciò che non è immediatamente spiegabile.
Torniamo alla storia dei santi. Ripercorrendo a volo d’uccello il tempo li troviamo dappertutto, come il pulviscolo che vediamo solo quando una lama di luce lo attraversa. Hanno convertito i barbari, coniato lingue di cui tutti oggi ci serviamo, tracciato strade verso mondi sconosciuti, curato ferite, educato generazioni di bambini tra cui magari si trovano personaggi divenuti col tempo famosi.
Nel caso dei santi americani, di cui si cura la mostra-Meeting 2016, notiamo tre fattori che ne rappresentano l’identità e che in qualche modo hanno contribuito a rafforzare la struttura costitutiva dell’essere umano.
Anzitutto la loro immensa capacità di sopportazione fisica e spirituale delle condizioni avverse: attraversamento di fiumi in piena, superamento di cascate, condizioni climatiche ostili; in Quebec, dove approdarono i primi gesuiti per convertire gli Uroni, era più freddo che in Siberia. Questa paziente sopportazione della sofferenza è un fattore che spesso viene omesso quando si esaminano le vicende storiche, eppure senza che i santi lo insegnassero a tutti non avremmo avuto probabilmente né i Cook, né gli Amundsen. La sopportazione delle sconfitte non è da meno, posto che ai santi è spesso capitato di vedere fallire le loro imprese, magari ad opera degli stessi superiori del loro ordine. Se oggi capiamo che una sconfitta o un evento drammatico è un’opportunità è anche per merito loro.
Secondo: la capacità di incontrare l’altro entrando nel suo territorio senza aspettare che l’altro scenda ai nostri patti. Il sacerdote belga Damien de Veuster, morto nel 1889 e canonizzato nel 2009 anche in seguito ad una vecchia petizione di Madre Teresa, scelse di andare a vivere in un lebbrosario alle Hawaii. Bello l’ambiente, pessimo l’albergo, si potrebbe dire. Infatti qui visse e trovò ancor giovane la morte. Il santo dei lebbrosi offre alla storia un fulgido esempio di come sia possibile all’uomo entrare in dialogo con l’altro: occorre spezzare le catene psicologiche della malattia (se possibile anche quelle fisiche) e rispondere alle domande che provengono dal cuore. Damien come Madre Teresa ci risolve un piccolo problema: non siamo né quello che mangiamo, per fortuna, né quello che il potere vuole che (non) siamo. I lebbrosi li avevano relegati su un’isola proprio per non vederli, come oggi non vediamo i martiri di Aleppo o della Somalia. Quando gli europei scoprirono l’America sorse la stessa questione: gli indios non vogliamo “vederli” come uomini, perciò possiamo sfruttarli. Per fortuna arrivò Las Casas a ribaltare il concetto.
Terza questione, i santi non si crogiolano nel loro brodo buonista. Sono spesso esigenti con se stessi e con gli altri. Soprattutto sono grandi costruttori. Il fenomeno delle reductiones in Paraguay e adesso possiamo dire nell’America del Nord nasce da questo impeto costruttivo finalizzato a rispondere ai bisogni materiali. Proprio quelle risposte che nella storia i rivoluzionari hanno consegnato all’abbattimento previo della società ingiusta. I santi non hanno aspettato. Ci hanno messo la faccia, come si dice. E hanno edificato scuole, ospedali, fabbriche, banche. Per tutti, non per quelli del “giro”. Accade così che Lionel Hampton abbia studiato in una scuola eretta da santa Katharine Drexel. Senza i santi, dunque, non avremmo nemmeno il grande jazz. Oh, when the saints…

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/24/AMERICAN-DREAM-Da-Santa-Teresa-a-Damien-de-Veuster-quegli-infallibili-costruttori-di-storia/print/720170/

American dream

American Dream.
In viaggio con i Santi americani

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016 Piazza A5

A cura di un team di professori e studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Svizzera.

La mostra presenta la storia di un “sogno americano” che non è stato ancora raccontato.
Da sempre l’America è stata la meta prediletta di tanti uomini e donne in cerca di libertà, lavoro e speranza; ma è stata anche la meta di uomini e donne mossi dal desiderio di far conoscere Cristo e condividere la bellezza della fede. Si tratta di Santi, cioè uomini veri.
La mostra racconta la vita di alcuni Santi, uomini e donne vissuti in America del nord tra il XVII e il XX secolo: i martiri americani Jean de Brébeuf (1593-1639), Isaac Jogues (1607-46) e Charles Garnier (1606-49), insieme a Kateri Tekakwitha (1656-80), canonizzata da Benedetto XVI; Junípero Serra (1713-1784) padre delle missioni in California, canonizzato da Papa Francesco; Damien de Veuster (1840-89), a servizio dei lebbrosi alle Hawaii; e Katharine Drexel (1858-1955), grande educatrice e costruttrice di scuole e di opere sociali. Il percorso si conclude con la storia delle apparizioni mariane presso il santuario di Our Lady of Good Help, in Wisconsin.

 

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=904&item=6507