L’eterno nel quotidiano

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La danza di due libertà. L’Eterno nel quotidiano

Riccardo Piol e Andrea D’Auria

Primo piano – Schonborn

Conversazione col cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna

Nel suo intervento al Meeting ha detto che la vocazione dell’uomo è segnata da una continua chiamata a una «felicità piccola», quotidiana, che introduce a una «felicità grande», eterna, senza la quale la felicità piccola sarebbe impossibile e illusoria. Si può dire che questa sua affermazione riecheggi quanto don Giussani scrive nella lettera alla Fraternità di Cl: «Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia»?

Il cuore umano spesso non è soddisfatto delle cose terrene. Viviamo compiendo le cose quotidiane, il lavoro come il tempo libero, ma in verità molti sentono che questo – a Parigi si dice: «boulot, métro, dodo», cioè ufficio, ore di metropolitana per andare e tornare dal lavoro, e dormire – non può essere tutto. La proposta cristiana dice: è vero che questo non è tutto, ma tu puoi trovare nel quotidiano la presenza di ciò che è più grande, di ciò a cui il cuore aspira: è l’eterno presente nel quotidiano. Per una persona che vive in questo che non è solo un orizzonte ideale, ma la presenza reale dell’eterno nell’istante, anche le cose faticose della vita possono prendere un sapore diverso, e non sono più segnate dal sentimento di una corsa senza fine e senza meta, come l’animaletto che corre nella ruota della sua piccola gabbia. Per indicare questa esperienza, noi abbiamo la grande parola biblica dell’amore, ciò che fa sì che il quotidiano sia attraversato di senso dell’eterno. Ma c’è una difficoltà ulteriore: noi aspiriamo alla felicità e pensiamo che sia poter fare ciò che vogliamo, uscire dai limiti degli obblighi della vita quotidiana, quasi prescindere dalla realtà.(..)

Tracce N 8, settembre 2003

La canzone dell’appartenenza

Canzone dell’appartenenza

Negli anni settanta eravamo tutti o cristiani o comunisti. Ci hanno detto: non potete più essere cristiani o comunisti. Ci hanno detto: non potete più appartenere ad altri se non a voi stessi. Potete essere membri di associazioni, iscritti a forum, eccetera, ma non potete più appartenere a qualcun altro. Eppure c’è una nostalgia di questa appartenenza

Sulla canzone dell’appartenenza Don Luigi Giussani ha scritto:

“L’appartenenza è un’evidenza naturale: se l’uomo non appartenesse a niente, sarebbe niente. […] Ma come si può “avere gli altri dentro di sé” – pare un miraggio – ? [Eppure] Il finale della canzone accenna l’alba di una risposta: “Sarei certo di cambiare la mia vita/ se potessi cominciare/ a dire noi”.

Canzone dell’appartenenza (Gaber – Luporini)

L’appartenenza

non è lo sforzo di un civile stare insieme

non è il conforto di un normale voler bene

l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza

non è un insieme casuale di persone

non è il consenso a un’apparente aggregazione

l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Uomini

uomini del mio passato

che avete la misura del dovere

e il senso collettivo dell’amore
io non pretendo di sembrarvi amico

mi piace immaginare

la forza di un culto così antico

e questa strada non sarebbe disperata

se in ogni uomo ci fosse un po’ della mia vita

ma piano piano il mio destino

é andare sempre più verso me stesso

e non trovar nessuno.

L’appartenenza

non è lo sforzo di un civile stare insieme

non è il conforto di un normale voler bene

l’appartenenza

è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza

è assai di più della salvezza personale

è la speranza di ogni uomo che sta male

e non gli basta esser civile.

E’ quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa

che in sé travolge ogni egoismo personale

con quell’aria più vitale che è davvero contagiosa.

Uomini

uomini del mio presente

non mi consola l’abitudine

a questa mia forzata solitudine

io non pretendo il mondo intero

vorrei soltanto un luogo un posto più sincero

dove magari un giorno molto presto

io finalmente possa dire questo è il mio posto

dove rinasca non so come e quando

il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.

L’appartenenza

non è un insieme casuale di persone

non è il consenso a un’apparente aggregazione

l’appartenenza

è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza

è un’esigenza che si avverte a poco a poco

si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo

è quella forza che prepara al grande salto decisivo

che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti

in cui ti senti ancora vivo.

La questione fondamentale

(..)Ma come risvegliare la domanda di Dio, perché sia la questione fondamentale? Cari amici, se è vero che «al- l’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimen- to, con una Persona» (Deus caritas est, 1), la domanda su Dio è risvegliata dall’incontro con chi ha il dono della fede, con chi ha un rapporto vitale con il Signore. (..)

Benedetto XVI

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L’imprevisto buono

Accade quando non speri più un imprevisto buono che riapre la partita della vita…

Franco Lastraioli, Incontro imprevisto

Il quasi nulla e l’infinito

Leopardi: il quasi nulla e l’infinito, di Davide Rondoni

 

(..)Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.

Se tu rimani ignota, anch’io sono ignoto. Cosa c’è di peggio di rimanere un ignoto amante? Tutto il pensiero di Leopardi, e sfido chiunque a leggere lo Zibaldone due volte, come ho fatto io, o l’opera. Chi legge l’opera di Leopardi capisce che il fuoco dell’opera di Leopardi era come fare ad amare se stesso, come avere amor proprio, come poter sentire in qualche modo la propria dignità. Rimanere ignoto amante è la cosa suprema come tensione, e lo smacco più grande, è la cosa più degna di un uomo, perché se ami, continui ad amare anche se rimani ignoto, desideri anche se non sai dov’è, anche se non sai dove trovarla in questo momento. La più grande dignità, ma anche la più grande pena, è essere quasi nulla, è confondersi quasi con il nulla.Amare se stessi è possibile, quando qualcuno sbuca nell’orizzonte della tua vita e ti dice tu, e quando tu, a questo tu, puoi cominciare a rispondere, perché la cosa bella della vita è poter essere l’amante di qualcuno.

Pablo Picasso , Maternity

Il segno

(..)”La libertà gioca se stessa in quell’area di gioco che si chiama segno. Ricordiamo che il mondo dimostra l’esistenza del quid ultimo, l’esistenza del mistero attraverso la modalità che si chiama “segno”. Il mondo “insegna” Dio, dimostra Dio, come il segno indica ciò di cui è segno. La libertà gioca dento quest’area: in che senso? Essa agisce nell’area della dinamica del segno in quanto il segno è avvenimento da interpretare. La libertà si gioca nell’interpretazione del segno.. L’interpretazione è la tecnica del gioco; la libertà opera dentro questa tecnica.”(..)

Luigi Giussani, Il senso religioso

 

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La grandezza

Magritte, Mania di grandezza

Non è a forza di scrupoli
Che un uomo diventerà grande.
La grandezza arriva,
a Dio piacendo,
come un bel giorno.
A. Camus

La musica e la domanda

Don Giovanni, Non mi dir ben mio

 

(..)Mozart osserva e descrive l’umano con una fedeltà fortissima: sente che nel reale c’è qualcosa che attrae e lui cerca questo ovunque. La sua musica accende il nostro desiderio di vita e di bellezza. Mozart afferma sempre altro da sé. Descrive solo quello che ha visto. Non crea nulla. Si prende cura di quello che c’è: la fedeltà di un servo (Leporello), la dolcezza di uno sguardo di una donna innamorata (l’Agnus Dei della Messa dell’Incoronazione o la Contessa nelle Nozze, è lo stesso), il Mistero dell’Incarnazione (nella K 427). La bellezza non lo ha mai spaventato o imbarazzato. Non lo ha mai messo a disagio perché ne era indegno, immorale, perché mai se la sarebbe meritata (Giussani, al riguardo, scrive: «Mozart era un figura piena di incoerenze e di umani limiti»). Ha invece sempre cercato la bellezza. E quando l’ha trovata e riconosciuta, non l’ha più abbandonata: il volto (e la voce!) delle donne che popolano il suo teatro; la tremenda maestà dell’Onnipotente, la febbre di vita e di conoscenza del Flauto Magico. Mozart guarda e segue l’attrattiva del reale. Ascoltando la sua musica Mozart ci fa amare Cristo e la Madonna come non accadeva da secoli. La musica che ha scritto è la domanda del Buon Ladrone, è l’affermazione del centurione, è lo sguardo affettuoso della Samaritana e il pianto della Maddalena. Non definiti dai propri limiti, ma affidati completamente allo straordinario che hanno incontrato.

01/06/2006, Tracce pp 80

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La tristezza

«La tristezza è una nota inevitabile e significativa della vita, perché nella vita, in ogni suo momento tu hai la percezione di qualcosa che ancora ti manca; la tristezza è un’assenza sofferta.
Che cosa rende buona la tristezza? Riconoscerla come strumento significativo del disegno di Dio. Il disegno di Dio implica questo: che la vita sia sempre, in qualsiasi caso … soggetta alla percezione di qualcosa che manca. Ed è provvidenziale questo … Che la vita sia triste è l’argomento più affascinante per farci capire che il nostro destino è qualcosa di più grande, è il mistero più grande. E quando questo mistero ci viene incontro diventando un uomo, allora questo fascino diventa cento volte più grande. Non ti toglie la tristezza, perché il modo con cui Dio diventa uomo è tale che l’hai senza averlo, l’hai già e non l’hai ancora. … Non lo vediamo – io non vedo Lui come vedo te – , so che Lui è qui perché ci sei tu, perché ci siamo noi …
La tristezza è la condizione che Dio ha collocato nel cuore dell’esistenza umana, perché l’uomo non si illuda mai tranquillamente che quello che ha gli può bastare.
La tristezza è parte integrante, non della natura del destino dell’uomo, ma dell’esistenza dell’uomo, cioè del cammino al destino, ed è presente ad ogni passo. Quanto più questo passo è bello per te, quanto più è incantevole per te, quanto più è tuo, tanto più capisci che ti manca quello che più aspetti».

(Luigi Giussani, Si può vivere così?, p. 338)

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Amore

Amore
di George Herbert (1593-1633)

L’Amore mi accolse; ma l’anima mia indietreggiò,
colpevole di polvere e peccato.
Ma chiaroveggente l’Amore, vedendomi esitare
fin dal mio primo passo, mi si accostò con dolcezza,
domandandomi se qualcosa mi mancava.
“Un invitato” risposi “degno di essere qui”.
L’Amore disse: “Tu sarai quello”.
Io, il malvagio, l’ingrato?
Ah, mio diletto, non posso guardarti.
L’Amore mi prese per mano, sorridendo, rispose:
“Chi fece quest’occhi se non io?”
“E’ vero, Signore, ma li ho insozzati;
che vada la mia vergogna dove merita”.
“E non sai tu” disse l’Amore “chi ne prese il biasimo su di sè?”
“Mio diletto, allora servirò”.
“Bisogna tu sieda, ” disse l’Amore “che tu gusti il mio cibo.”
Così sedetti e mangiai.

Piero Guccione, Incontro sulla spiaggia