LUGANO. IL PRIMO CONVEGNO SU GIUSSANI TEOLOGO

Dall’11 dicembre, alla Facoltà di Teologia fondata da Eugenio Corecco, tre giorni di studio sull’insegnamento del fondatore di CL. Il preside René Roux: «La sua non è teologia “da tavolino”, l’impatto del suo pensiero ha cambiato la vita a molta gente»
Luca Fiore06.12.2017
Si intitola “Luigi Giussani. Il percorso teologico e l’apertura ecumenica”, si tiene a Lugano all’11 al 13 dicembre ed è il primo convegno sul fondatore di Comunione e Liberazione promosso da una Facoltà di Teologia. L’occasione sono i 25 anni della fondazione della facoltà luganese, voluta da monsignor Eugenio Corecco, allora Vescovo della città, che di don Giussani era grande amico. Tre giorni di lavoro con sedici interventi dedicati alla storia e al pensiero del sacerdote di Desio che si concluderanno, mercoledì 13 alle 15.15, con una lectio magistralis di don Julián Carrón (qui il programma completo). «Le confesso che anche io andrò al convegno con la voglia di imparare», dice il professor René Roux, preside della Facoltà svizzera: «Quello di Giussani è un pensiero ampio e profondo che vale la pena di essere approfondito».

Da che interesse nasce questo convegno?
Il motivo principale, per quanto mi riguarda, è l’originalità del pensiero di Giussani dal punto di vista teologico. Originalità intesa come strada per superare certi vicoli ciechi provocati dall’assunzione acritica da parte di qualche teologo di prospettive filosofiche, diciamo di stampo kantiano, non in grado di spiegare la realtà dell’umano nella sua totalità e, a maggior ragione, la fede. La sua è una visione filosofica che consente un rinnovamento anche del pensiero teologico. Forse questa dimensione finora non è stata messa sufficientemente in rilievo.

Perché, secondo lei?
Giussani non è stato un teologo «da tavolino», come direbbe papa Francesco, ma il suo pensiero ha avuto un impatto su moltissime persone. Il suo è stato un modo di fare teologia che ha cambiato la vita a molta gente. È un aspetto particolarmente significativo: l’impatto del pensiero. Un altro aspetto interessante della figura di don Giussani è che è un autore di lingua italiana. Le facoltà teologiche si concentrano più spesso su autori tedeschi, francesi o americani. Ma la sua è una figura di rilievo mondiale e la sua importanza non potrà che crescere. L’ultimo motivo per cui è stato scelto lui per questo convegno è che ci interessava una figura con attinenza al nostro territorio, il Canton Ticino: non solo la realtà di CL è importante per la nostra regione, ma lo stesso don Giussani era legatissimo al fondatore della nostra Facoltà, monsignor Corecco. Tutte queste ragioni ci hanno convinto, nonostante qualcuno, nelle riunioni di preparazione, avesse osservato che si trattava di una «pazzia»…

In che senso?
Penso che fosse un’osservazione legata alla rilevanza generale che il movimento di CL ha soprattutto in Italia. Ragioni di politica e politica ecclesiastica. Immagino che qualcuno temesse che fosse vista come un’operazione “di parte”, che poteva suscitare reazioni negative da chi, magari, non conosce bene il pensiero e l’insegnamento di don Giussani. Dai noi questi aspetti pesano meno.

Qual è, secondo lei, la particolarità di don Giussani dal punto di vista teologico?
A questa domanda potrò rispondere meglio alla fine del convegno. Non è facile sintetizzare un pensiero così ricco e articolato. Ma secondo me la peculiarità è l’aver indicato in una sintesi nuova il rapporto che c’è tra esperienza personale e Rivelazione. L’accesso al vero avviene, secondo Giussani, tramite un incontro: una rivelazione dall’esterno, un richiamo che viene da fuori. In questo modo si indica una via per superare i limiti di una concezione della Rivelazione cristiana troppo astratta o non sufficientemente legata alla natura dell’uomo, alla sua struttura dialogica. Dove, però, questo incontro esterno è un incontro con la realtà, che non avviene cioè nel proprio mondo di idee. Ma sarà interessante vedere che cosa si dirà al convegno, anche perché l’ambizione è che gli atti poi diventino un punto di riferimento per chi vorrà approfondire la ricchezza di pensiero di questo autore.

Il convegno ne valorizza l’apertura ecumenica. Perché?
Il suo insegnamento è stato recepito e accolto anche fuori dai confini della Chiesa cattolica. È un dato della realtà. Per questo abbiamo invitato personalità che spiegassero questo fenomeno e che provengono dall’ortodossia, dall’anglicanesimo e dal mondo arabo.

Lei interverrà sul tema “L’ermeneutica della Scrittura in Giussani”. Ci può anticipare brevemente di cosa parlerà?
Sono stato molto attirato dal modo in cui Giussani fa uso e spiega i passi scritturistici. Soprattutto dal fatto che, nel riferirsi a eventi narrati nelle Scritture e ai i personaggi biblici, lui si preoccupi di cercare di capire qual è l’esperienza umana che sta alla base di quanto leggiamo. È un modo interessante non solo di avvicinarsi alle Scritture, ma anche di superare una grossa difficoltà che a livello esegetico era emersa dagli anni Cinquanta. Io cercherò di mettere in rilievo gli aspetti di questo approccio inquadrandoli dal punto di vista del contesto storico.

Diceva del superamento della concezione kantiana. Perché è importante?
La mia impressione è che la teologia cristiana, e in alcuni casi quella cattolica, che lavorano con concetti e paradigmi di origine filosofica, abbiano corso il rischio di accettare riduzioni di quel genere. Quando si assume una visione filosofica, una prospettiva epistemologica derivata dall’illuminismo, dal marxismo, o da qualunque altro tipo di filosofia, ci sono sicuramente elementi utili, ma ci sono anche elementi che rischiano di far perdere qualche cosa. Per certe forme di vulgata del pensiero di Immanuel Kant l’uomo conosce soltanto la propria mente e la realtà esterna resta irraggiungibile. Così questioni come Dio, l’anima o il mondo diventano costrutti della mente dell’uomo. È chiaro che se si riflette in questa prospettiva, come Kant ha fatto, la religione è ridotta a un insieme di insegnamenti morali. Valori magari universali, ma che di fatto non hanno rapporto con la realtà. Così il cristianesimo si riduce a una serie di comandamenti. Giussani invece ha rimesso al centro la realtà umana originaria, che è quella dell’incontro. Quando io incontro un’altra persona non sono davanti a un’invenzione della mia mente. È un’esperienza fondamentale che diventa una categoria che si applica alla Rivelazione.

https://it.clonline.org/news/chiesa/2017/12/06/luigi-giussani-facolta-teologia-lugano-convegno

Annunci

Recalcati: oltre la logica del sacrificio

Alessandro Zaccuri domenica 3 dicembre 2017
Il nuovo saggio di Massimo Recalcati: «La croce di Gesù è l’atto di donazione in cui la Legge trova compimento Ma già in Isacco viene salvaguardata la singolarità dell’essere umano»

 

Fino a un certo momento, il percorso umano e intellettuale di Massimo Recalcati è stato quello tipico della sua generazione: educazione cattolica, poi l’incontro con il pensiero di Marx e di Nietzsche, infine la pratica della psicoanalisi che segna ancora di più le distanze dalla tradizione cristiana. «Quello che non avevo previsto – dice – è che fosse proprio la psicoanalisi a farmi riscoprire il Vangelo ». È successo qualche anno fa, all’epoca della pubblicazione di Cosa resta del padre? (Cortina, 2011), un saggio che segna un punto di svolta nella produzione di Recalcati e al quale si sono successivamente affiancati titoli come Non è più come prima (2014), sul tema del tradimento e del perdono, e Il segreto del figlio (Feltrinelli, 2017), nel quale la parabola evangelica del “figlio ritrovato” diventa l’occasione per uscire dalle strettoie del complesso di Edipo. «Sto cercando di portare alla luce le radici bibliche della psicoanalisi – spiega Recalcati –, solitamente poco avvertite dagli stessi psicoanalisti». Si inserisce in questa traiettoria Contro il sacrificio (Cortina, pagine 148, euro 13,00), il saggio nel quale Recalcati approfondisce ulteriormente il rapporto fra psicoanalisi e cristianesimo. «In comune – sintetizza – hanno l’obiettivo di sacrificare il sacrificio».

Sì, ma il cristianesimo non può fare a meno della croce.

«La croce è per l’appunto il luogo in cui il sacrificio viene superato una volta per tutte. Non tanto nella prospettiva del “capro espiatorio” studiata da René Girard, ma in quella della Legge il cui compimento è annunciato e realizzato da Gesù. Il problema, semmai, è che del cristianesimo ha finito per diffondersi tutt’altra visione, incentrata proprio sulla necessità e sulla conseguente esaltazione del sacrificio: un’interpretazione colpevolizzante, che non riesce a riconoscere come nella croce venga messo a morte il sacrificio stesso».

Così non si rischia di separare il cristianesimo dalla sua storia?

«No, perché questa lettura della croce come liberazione e non come condanna appartiene a una linea di pensiero teologico che da Agostino arriva fino al Novecento, passando per Tommaso d’Aquino e Kierkegaard. Una sensibilità alla quale mi sento molto vicino e alla quale la psicoanalisi dovrebbe guardare con maggior attenzione, facendo tesoro della rielaborazione della lezione di Freud operata da Jacques Lacan».

Questo significa che il sacrificio perde ogni valore?

«La questione è un’altra e riguarda l’ambiguità fra donazione e sacrificio, a proposito della quale possono tornare utili le osservazioni di Nietzsche sulle patologie caratteristiche del cosiddetto “uomo religioso”. Lo dico con chiarezza: non condivido l’interpretazione che Nietzsche propone del cristianesimo, ma nella sua analisi ci sono elementi ancora oggi validissimi. Il sacrificio, in particolare, rientra ancora nella logica del baratto, in un contesto di economia truccata per cui la sofferenza attuale sarebbe il pegno di un risarcimento futuro. Ma una simile aspettativa svuota l’atto stesso di qualsiasi significato, perché lo sottomette a un meccanismo retributivo. La donazione, al contrario, si sottrae a questa logica, perché è l’atto che trova in sé la sua ragion d’essere, in una dimensione di dedizione assoluta a modello della quale lo stesso Nietzsche pone il rapporto tra la madre e il figlio. Ed è esattamente questo che accade sulla croce, dopo essere stato prefigurato nel sacrificio di Isacco».

Può essere più preciso?

«C’è motivo se questo episodio dell’Antico Testamento ha tanto appassionato pensatori come Kierkegaard e Derrida, ed è la sua natura di sacrificio sospeso. La mano di Abramo non sferra il colpo, perché qui la vera vittima non è Isacco, ma il dispositivo del sacrificio. In questo modo il figlio si pone come l’“insacrificabile”, per usare un’espressione cara a Jean-Luc Nancy. Ecco, il fatto che l’uomo, nella sua singolarità, sia sottratto per sempre al sacrificio rappresenta, secondo me, la più importante acquisizione politica del cristianesimo ».

Perché politica?

«Perché la mistica del sacrificio sta alla base di tutte le ideologie totalitarie, dal nazismo allo stalinismo, fino ai fondamentalismi nostri contemporanei. Nel momento in cui ci rendiamo conto che in questa accezione lo “spirito di sacrificio” è estraneo al cristianesimo, diventa impossibile cancellare l’uomo in nome di un presunto ideale. Più in profondità, il fatto di riconoscere in ogni uomo il volto di Dio ci permette di stabilire relazioni reciproche libere e feconde, che si fondano sulla consapevolezza del carattere insacrificabile della singolarità di ciascuno».

Come interviene la psicoanalisi in questo processo?

«La psicoanalisi non è un’alternativa al cristianesimo, né tanto meno si pone in conflitto rispetto al cammino di liberazione di cui il Vangelo dà testimonianza. Pensiamo a quello che Lacan afferma a proposito del Padre, sottolineando come il suo compito consista nell’“unire e non opporre il desiderio alla Legge”. Espresso in un altro linguaggio, è ancora il tema evangelico del compimento della Legge a imporsi, in una dimensione di donazione e non di sacrificio. “Unire e non opporre”, del resto, mi sembra un mandato particolarmente urgente in questo nostro tempo. Anche per quanto riguarda i rapporti fra cristianesimo e psicoanalisi vale l’invito di papa Francesco a costruire ponti anziché muri».

Quali pagine del Vangelo la colpiscono di più?

«Oltre a quella del figlio ritrovato, mi ha sempre incuriosito la parabola degli operai della decima ora. Mi ricordo come, da bambino, mi venisse spontaneo solidarizzare con le rivendicazioni sindacali, se così vogliamo definirle, dei lavoratori che si erano sacrificati sotto il sole fin dal mattino. Ma in realtà non è questo che interessa al padrone. A lui sta a cuore che ciascun operaio abbia risposto alla chiamata: che abbia agito in conformità al desiderio che lo abita, per ripetere una celebre espressione di Lacan. Dove “desiderio”, com’è evidente, non è affatto sinonimo di pulsione irrefrenabile, ma rimanda alla sfera della chiamata e del compimento. Della vocazione, insomma. Gesù lo dichiara con forza attraverso un’altra parabola, quella dei talenti. Nascondere sottoterra la moneta ricevuta equivale a non agire in conformità al desiderio autentico che ci abita».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

https://www.avvenire.it/agora/pagine/sacrificio

Avvento, il grande educatore di un popolo

NATALE/ Avvento, il grande educatore di un popolo

 

Marco Pozza

 

domenica 3 dicembre 2017

“Educare” è verbo di strappi: portare fuori, perlustrare, prendere per mano, estrarre da sotto. E’ verbo di scultore, mestiere del minatore, passione d’artista: una sorta di liberazione da qualcosa che intrappola, da una sorta di prigionia: “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo” (N. Mandela). Mentre lo si declina — “Io educo, tu educhi, noi educhiamo — è forte il sospetto che “educare” sia pure verbo di umiltà: tirare-fuori è l’opposto di mettere-dentro. Il primo suppone un’altissima percentuale di stupore: la statua è lì, nel marmo. Lo scultore è l’educatore che, estraendola, la libera dall’invisibilità: ci toglie il superfluo, fa brillare il necessario. Il secondo tradisce la smania di chi ha il vizietto di imporre: fai così, prendi questa cosa qui. Educare è un’arte, tra le più alte sotto il cielo: una faccenda del cuore, una sorta di fidanzamento.
Il carcere — questa immensa colata di ferro e cemento statale — è luogo in cui l’educare è dramma e musicalità. In nessun altro posto s’avverte l’apparire di che cosa sia l’educazione. Di più: di quanto abbia inciso l’avventura dell’educare in chi, abbindolato dalla libertà, s’è cacciato nel paese dei balocchi. “Ma quanto tempo perdete là dentro, in galera, con quella gente” mi hanno rinfacciato in un bar della città, leggendo gli ultimi fatti di cronaca dal nostro carcere. “Di più!”, ho risposto loro: la notizia della doppia revoca della semi-libertà al figlio di Riina e a Giuseppe Avignone, appartenenti alla nostra popolazione detenuta, era sotto gli occhi, scritta sui giornali, in prima pagina. Negarla, anche solo tentando qualche giustificazione, sarebbe parso intellettualmente disonesto: ammissione implicita di vergogna del tempo perso. Accettarla — “Dispiace: è il prezzo della libertà. E’ il rischio di chi educa” ho tentato di spiegare loro — non è sciacquarsi le mani: anche questo sarebbe vigliacco. L’educatore che fallisce, magari dopo aver già fallito, mica è uno scimunito per riprovarci: è semplicemente così pragmatico da intuire che se nessuna semina garantisce il raccolto, la non-semina è certezza assoluta che non ci sarà raccolto. E’ per questo che il contadino, appena dopo la seminagione, invoca la buona sorte: “A fulgure et tempestate, a peste, fame et bello (libera nos Domine!)”. Semino, poi non tutto dipende da me: aiutaci!
L’educare è, dunque, affare poco certo: nessuno, mentre la persona è nel carcere, può garantire l’esatta ricomposizione di una storia, il ringiovanimento di un’anima. Sarà solo la libertà completa a mostrare, in anteprima anche per chi ha educato, l’esatta incidenza dell’educazione, l’esatta misura di accoglienza della proposta educativa fatta. E’ poco certo: quello di chi educa — in carcere come in seminario, tra le mura di casa — è, dunque, tempo perso? Non penso, anzi: il fallimento è occasione di educazione anche per chi educa. Prima di tutto perché ci riporta coi piedi-a-terra, a fare i conti con la limitatezza dei risultati: “Noi non otteniamo mai dei risultati compatti, otteniamo delle macchie — scrive E. Albinati —: si lavora molto meglio quando si cerca di creare della vita nel momento in cui questa vita sta accadendo, non in vista del futuro”. Cioè: “Rischieremo di fallire” però ci riproviamo. Perché — è sfumatura che ci ripara dall’insuccesso — mentre educo, mi educo: educare è venire-educati, insegnare è apprendere. Il guadagno dell’arte di educare lo leggo nelle gesta di chi educo: lo avverto, però, nel cambiamento che produce in me. “E’ un educatore educato”: doppia sfida.
Oggi inizia l’Avvento: attendere è verbo d’attesa, altissimo tasso di rischio. Questa cronaca di due fallimenti — in realtà sono molti di più — è per me fonte di consolazione: “Molte volte gli uomini hanno infranto la tua alleanza, e tu invece di abbandonarli hai stretto con loro un vincolo nuovo per mezzo di Gesù” (dalla liturgia).

 

© Riproduzione riservata.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/12/3/NATALE-Avvento-il-grande-educatore-di-un-popolo/print/795473/