La cura che guarisce

I gesti di dono gratuito, come quelli del Buon Samaritano, sono la via più credibile di evangelizzazione”, esordisce Francesco, sottolineando che “la cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è ‘caro’”. “La vita è dono di Dio”, e proprio per questo “l’esistenza non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione dell’albero della vita”.

Lo scrive il Papa, nel messaggio per la prossima Giornata mondiale del malato, che si celebra in forma solenne a Calcutta al’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes.

“Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza – l’appello del Papa – il dono va posto come il paradigma in grado di sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale contemporanea, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture”. “Il dialogo, che si pone come presupposto del dono, apre spazi relazionali di crescita e sviluppo umano capaci di rompere i consolidati schemi di esercizio di potere della società”, garantisce Francesco, secondo il quale “il donare non si identifica con l’azione del regalare perché può dirsi tale solo se è dare sé stessi, non può ridursi a mero trasferimento di una proprietà o di qualche oggetto. Si differenzia dal regalare proprio perché contiene il dono di sé e suppone il desiderio di stabilire un legame”. Il dono è, quindi, “prima di tutto riconoscimento reciproco, che è il carattere indispensabile del legame sociale”: “Nel dono c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio Gesù e nella effusione dello Spirito Santo”, spiega il Papa.

La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano”. Nella parte centrale del suo Messaggio per la Giornata mondiale del malato, il Papa ringrazia e incoraggia “tutte le associazioni di volontariato che si occupano di trasporto e soccorso dei pazienti, quelle che provvedono alle donazioni di sangue, di tessuti e organi”.

“Uno speciale ambito in cui la vostra presenza esprime l’attenzione della Chiesa è quello della tutela dei diritti dei malati, soprattutto di quanti sono affetti da patologie che richiedono cure speciali, senza dimenticare il campo della sensibilizzazione e della prevenzione”, le parole di Francesco indirizzate direttamente ai volontari: “Sono di fondamentale importanza i vostri servizi di volontariato nelle strutture sanitarie e a domicilio, che vanno dall’assistenza sanitaria al sostegno spirituale. Ne beneficiano tante persone malate, sole, anziane, con fragilità psichiche e motorie”. “Vi esorto a continuare ad essere segno della presenza della Chiesa nel mondo secolarizzato”, l’invito: “Il volontario – scrive il Papa – è un amico disinteressato a cui si possono confidare pensieri ed emozioni; attraverso l’ascolto egli crea le condizioni per cui il malato, da passivo oggetto di cure, diventa soggetto attivo e protagonista di un rapporto di reciprocità, capace di recuperare la speranza, meglio disposto ad accettare le terapie. Il volontariato comunica valori, comportamenti e stili di vita che hanno al centro il fermento del donare. È anche così che si realizza l’umanizzazione delle cure”.

https://www.avvenire.it/papa/pagine/messaggio-giornata-mondiale-malato

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Il discernimento

Il discernimento in politica è come una password, illumina di umanità il cammino di un popolo, è l’arte di vagliare, princìpi, dati scientifici e il “sentire” storico di una cultura per fare scelte. E la politica è scegliere. Attraverso il discernimento si risponde ad alcune fondamentali domande: Quale decisione è utile prendere per il bene di tutti? Come evitare il male sociale e costruire il bene comune?

Santa Caterina da Siena si rivolse ai politici del suo tempo per chiedere loro di discernere: “Non si può essere buoni politici, se prima non si signoreggia se stessi. Coloro che non si governano non possono governare la città”. “Siete responsabili di cose non vostre”, ricordava agli amministratori.

Eclissare il discernimento significa far morire il prossimo, considerarlo una cosa o un pericolo da tenere lontano.

Rimettere al centro della sfera pubblica quest’arte antica significa creare una grammatica comune tra la cultura laica e quella credente. Da quando nel 1523 Ignazio di Loyola ha scritto le regole del discernimento, queste sono state utilizzate e applicate da re e regine, docenti e ministri, professionisti e commercianti, studenti e manager d’impresa.

Il Magistero della Chiesa lo ribadisce: il discernimento permette di integrare la verità e la libertà, la legge e la responsabilità, l’autorità e l’obbedienza, che, dal latino ob-audire, significa ascoltare davanti all’Altro. Lo ribadisce anche il Concilio Vaticano II con uno dei suoi testi più belli: “L’uomo ha una legge scritta da Dio dentro il suo cuore; obbedire [ad essa] è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato” (Gaudium et spes n. 16).

Quando invece l’agire politico è macchiato da forme di corruzione diffusa, concussione, accordi con la criminalità organizzata, gestione clientelare e così via, la coscienza sociale si eclissa. Il fascino del male si offre gratis nella vita sociale e politica, ma obbedire alle logiche del male lascia più vuoti e più delusi di prima, perché il male usa e poi accusa chi lo compie, costringendo a vivere in una vita di ricatti e di paure. Ignazio di Loyola, che da cavaliere di corte la vita politica l’aveva conosciuta personalmente, definiva questa dinamica una “schiavitù” alimentata da “piaceri e godimenti”. Se si ricerca il bene invece viene donato “coraggio, forza, consolazioni e pace”.

Tecnicamente, il discernimento politico si caratterizza per un fine e un metodo. Il fine è quello di compiere scelte concrete come le riforme politiche o le sentenze delle Corti costituzionali europee. Il metodo, invece, include la pianificazione, tempi, coerenza, azioni precise. Vision e mission, attuazione della scelta e verifica nel tempo dei risultati, fanno parte del metodo del discernimento.

Anche l’obiezione di coscienza rientra nel discernimento, è luce che illumina le tenebre, fa progredire i diritti umani e chiarisce i doveri. Nella storia del diritto, nasce dalla scelta di poche persone. Donne e uomini non violenti ma convinti e determinati, che hanno fatto del loro ideale buono a servizio degli altri la loro ragione di vita.

Negli anni Ottanta e Novanta gli obiettori sono stati una forza silenziosa di pace. Anche l’esercito convertì la sua azione in difesa della pace. Allo stesso modo anche oggi l’obiezione di coscienza verso ogni forma di violazione o di contrazione dei diritti acquisiti, potrà cambiare la legge e renderci più responsabili gli uni verso gli altri. Amor odit inertes (l’amore odia gli inerti).

Occorre allora ritornare a discernere e farlo nelle comunità di appartenenza. “Per diventare uomini del discernimento – ha sottolineato Francesco – bisogna essere coraggiosi, dire la verità a se stessi. Il discernimento è una scelta di coraggio”. La sfida è ripartire da qui.

Fonte: https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2019/1/7/scegliere-con-il-cuore-anche-in-politica/1831848/

L’amore che non delude

 

Fonte :https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2019/1/5/epifania-lamore-che-non-delude/1831392/

Avevo 16 anni quando mi innamorai. Lei ne aveva 14. Era appena entrata nell’orchestra di cui facevo parte con suo fratello, che suonava il trombone accanto a me. Lei suonava violino e flauto. Per più di due anni e mezzo cercai di uscire con lei senza successo. Poi, quando lei stava per compiere 17 anni ed io 19, uscimmo insieme e alla fine della sera la baciai. Da lungo avevo sognato quel momento, molti sacrifici avevo compiuto perché avvenisse. Non rimasi deluso. Era un momento coinvolgente e stravolgente.

Fra me e me avevo pensato molto a questo istante, alla possibilità di tenere l’amata nelle mie braccia per baciarla e, se Dio voleva, che lei a sua volta mi baciasse. E così fu.

Ma nonostante la bellezza e potenza che quell’avvenimento suscitava dentro di me, anche se in quel momento non lo ammettevo nemmeno davanti a me stesso, c’era qualcosa che non tornava. Per la visione della vita che avevo da ragazzo molto ingenuo, mi sembrava che il vertice dell’esistenza, l’istante che doveva rispondere a tutte le mie domande e tutti i miei dubbi sulla mia vita, fosse quello di trovarmi innamorato e amato. Senza averci riflettuto in modo molto articolato, avevo la sensazione che un’esperienza così dovesse abbracciare tutte le dimensioni della mia persona, spalancandole al compimento, senza lasciar fuori nulla. Tutto di me e del cosmo doveva essere riconciliato dentro quell’abbraccio. 

Così non fu. Sotto i fuochi artificiali mi rendevo conto di profonde dimensioni, domande struggenti, grandi paure, ferite e confusioni spaventose che quell’avvenimento non riconciliava, e che non toccava nemmeno, neanche da lontano. Anzi: ciò che era più intimo in me, rimase solo. Rimasi solo nell’abbraccio della ragazza che amavo.   

Scoprii che l’amore umano, come ogni esperienza puramente umana, può essere solo un’analogia, una immagine molto imprecisa di un’altra cosa che non arriva fino a noi senza un miracolo, un intervento, un’irruzione dentro la realtà di qualcosa che non è prodotto dalla realtà creata che teniamo fra le mani. 

Sentivo montare in me una disperazione. Cosa ci può essere nel mondo di così  vero, di così profondo da non lasciare nulla d’incompiuto, di non abbracciato, nessuna paura, ferita, umiliazione, angoscia, senza riconciliazione? Cosa ci può essere, dentro la sfera della mia esperienza, capace di riconciliarmi con la vita, la morte, il peccato, la perdita, il tradimento e tutto ciò che sembra limitare la mia esistenza ingiustamente? Cosa potrebbe liberarmi dalla ribellione talvolta rabbiosa che c’è nel mio animo?

La festa dell’Epifania è questo passo, inimmaginabile, dentro la nostra storia. Poter toccare ed essere toccati, vedere ed essere visti, abbracciare ed essere abbracciati dall’Unico capace di riconciliarci con la nostra esistenza mortale, noi che siamo fatti a immagine e somiglianza di qualcosa non limitato dai confini del mondo creato. 

“Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi”, dice la prima lettera di Giovanni.

La promessa che fu quell’abbraccio che ho vissuto così tanti anni fa, che non mi riconciliò con la mia esistenza ma mi lasciò deluso e furibondo più che mai, finisce per essere qualcosa di vero, eternamente vero. Quell’abbraccio era immagine di un’altro abbraccio, vero, che ci riconcilia col mondo intero, con l’eternità, con Dio stesso. 

E in questa festa – l’Epifania – non mettiamoci tanto a immaginare, fantasticare, speculare, nemmeno a pensare. Poiché Egli è veramente apparso e appare in mezzo a noi, facciamo una cosa infinitamente più semplice e più potente: mettiamoci con gioia a testimoniare e ad annunciare che Egli è qui, con noi, e riconcilia ogni cosa in cielo e in terra.

La differenza vera

Se c’è una cosa che non possiamo permetterci, nella situazione di malessere diffuso in cui siamo immersi, è non accorgerci dei fatti che vanno in direzione opposta. Ce li abbiamo lì davanti agli occhi, a volte persino enormi (come si può definire una raccolta di cibo per i poveri che in una giornata sola mobilita 150mila volontari e 5 milioni di donatori in tutta Italia?), eppure rischiamo di non vederne la portata. Che non sta tanto nei numeri, ma nel metodo. Se seguiamo il filo di quei fatti, se ci fermiamo a guardarli bene fino al loro punto sorgivo, avvenimenti così escono dall’estemporaneità di una “bella iniziativa”: indicano una strada. Sicuramente contromano rispetto al mainstream di diffidenza e rancore imperanti, ma reale, e aperta a tutti. Ed è la cosa più urgente, oggi.

Per questo è decisivo tornarci su, e guardare bene. La Colletta, come altri gesti che popolano la quotidianità, anche se il più delle volte restano nascosti. Perché a scavarci dentro si trova qualcosa di più della solidarietà e del volontariato. Si scopre la fonte che origina tanti rivoli di bene, piccoli e grandi, fino a sfociare – a volte – in opere che sfidano il tempo (nel “Primo Piano”, a un certo punto, parliamo del Cottolengo, ma potremmo farne decine, di esempi). Si chiama carità. Ovvero, il cuore del modo di vivere – e di condividere – che Cristo ha portato nel mondo. Facendosi Lui stesso «dono di sé, commosso» a noi uomini, come ricordava don Giussani. E rendendo possibile e desiderabile per noi uomini imitarlo.

È la carità l’impronta più forte del cristianesimo nella storia, la differenza vera. Capace di attraversare le contingenze, le epoche, i momenti bui, e di costruire, di generare un’umanità diversa. Di attrarre chi da una fede ridotta a dottrina e morale non si aspettava più nulla (si vedano l’intervista al politico basco Joséba Arregi e, nei “Percorsi”, quella al filosofo laico Salvatore Natoli). E il tutto a una sola condizione: non smarrire l’origine.

Non è un caso che prima della Colletta di fine novembre, e della Giornata mondiale dei poveri voluta da papa Francesco, don Julián Carrón avesse invitato gli aderenti al movimento di CL a partecipare a questi, e ad altri gesti, come un’occasione anzitutto di verifica della fede. Ovvero, una possibilità per approfondire il proprio legame con Cristo e, insieme, di capire meglio che cosa questo legame può offrire al mondo ferito di oggi: se una semplice “pacca sulla spalla”, qualche sprazzo di bene e di bontà qui e lì, o qualcosa di più solido, forse addirittura decisivo. Ecco, questo numero di Tracce è un piccolo viaggio in questa verifica. Un viaggio che parte da tanti fatti e testimonianze personali per arrivare fino alla società e alla politica. Perché la carità le cambia. E costruisce.

Una vera speranza

Davide Rondonigiovedì 3 gennaio 2019

Le montagne di auguri che ci siamo scambiati sono aria fritta? Pura retorica? Belle parole ma del tutto impotenti dinanzi al destino di ciascuno? Gli auguri di belle cose che hanno girato ovunque replicati, che ci han raggiunto in tutti i modi, a voce, in rete, sui social, e persino nelle pubblicità sono parole in fondo in fondo inutili, prive di potere? Questo mi domandavo, nei giorni scorsi, vedendo con quanta facilità e anche con quale spiegamento di mezzi di comunicazione ci circondavano questi “auguri”.

La parola “augurio” – antichissima – viene dall’arte divinatoria dei popoli italici preromani. Indicava la capacità di profetizzare, di vedere qualcosa nel futuro mediante la lettura di segni: nel fuoco, nelle foglie, nei voli degli uccelli. Ora invece questi auguri spesso veloci, carini per carità, ma, tranne rari casi, meditati il giusto, non hanno più tale pretesa divinatoria, non sono profezia. Bensì una sorta di ottimismo dispensato a basso costo. Eppure ognuno di noi, soprattutto guardando certi occhi o scrivendo a certe persone voleva davvero dire qualcosa che vale, profetizzare, vedere solo qualcosa di buono nel futuro di quel ragazzino, di quella ragazzina, di quel malato, di quella persona cara da tanto tempo. Auguri intensi davvero, non semplice ottimismo, ma quasi violentissima speranza: che i tuoi giorni siano pieni di bene, che tu non soffra troppo, che tu non ti perda nel bosco degli anni, che la tua anima sia lieve.

Tra l’ottimismo e la speranza ci sono alcune differenze. Specialmente in un epoca di crisi è meglio averle chiare. Di fronte alle prove, infatti, l’ottimismo è come un bambino che vuol fare il grande, somiglia a quei piccoli uomini che in certe commedie si mettono a dare pugni a dei colossi grandi il triplo. La parole d’ordine dell’ottimista sono: “non mollare mai”, oppure “pensa positivo”, tutte cose giuste e utili in un certo senso e fino a un certo punto. Di fronte ai problemi essere ottimisti è più ragionevole, anche la più ardua delle ricerche scientifiche si muove con una ipotesi positiva a riguardo di una soluzione, cioè è ottimista. Ma la speranza è invece una bambina più folle e più scaltra. Non si mette a menar colpi e basta. Specie quando il nemico, il dolore o la crisi, insomma quando la disperazione si fa grande, non perde tempo in una boxe inutile. Mira a un bersaglio più grosso. Alla vittoria definitiva. Che non si realizza solo – vertice della speranza – oltre il tempo che conosciamo, ma già ora ê il sabotaggio della disperazione.

Infatti, la speranza, bambina meravigliosa, ha gli occhi fissi su un bene che nessun dolore e nessuna prova possono rubare. La speranza punta sulla verità più profonda dell’essere umano. Non punta, come il piccolo pugnace ottimismo solo sulle proprie forze per evitare il peggio. Ma sulla verità, l’unica cosa che rende liberi e non solo dai tiranni della storia, bensì dal peggior tiranno che vuol conquistare il nostro cuore: la disperazione. Lei, bambina, fa leva sul tesoro e sulla vera energia che nessuno può rubare. Così l’augurio riguarda la certezza che – qualunque prova si attraversi – tale tesoro può splendere in un punto del cuore: «Tu sei voluto dal profondo dei cieli, e dunque il tuo valore è infinito».

La speranza infatti è mossa dalla certezza, dall’aver visto, come un augure antico, i segni di quel bene, di quell’essere voluti. Che tali segni tu possa sempre vedere, dice l’augurio della speranza. Impegnandosi a non cessare di vederli, leggerli, mostrarli.

Tu

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L’ inno dell’ultimo giorno dell’anno liturgico è il Christe, cunctorum dominator, Cristo dominatore di tutte le cose, che esprime una verità sterminata, perché anche i capelli del nostro capo sono numerati e non cade passero senza che entri in questo possesso, e il più piccolo fiore del campo entra in questo possesso, e non c’è respiro che non entri in questo possesso. E questo l’oggetto proprio della fede, perché, che esista il mistero, che esista Dio, che esista una ricognizione del bene e del male finale, queste sono cose ovvie per tutti gli uomini che non sono fuorviati dal dominio della mentalità comune. Ma che tutto sia signoria di Cristo, di questo uomo nato da una donna, questo non è così ovvio, se non avviene quel gesto supremo di apertura e di dedizione che nell’uomo si chiama fede. È come se dopo un lungo sguardo uno incominciasse a capire… allora la prima parola che può essere detta è la parola «Tu»: Tu, o Cristo. Di fronte al mistero assolutamente sconosciuto nella sua modalità originale, nel suo destino finale, nella sua consistenza attuale, la prima parola che la Madonna ha potuto dire appena l’angelo se ne partì da lei è stata certamente questo «Tu» a ciò che aveva in seno e non poteva immaginare in nessun modo. Luigi Giussani #luigigiussani #buonanno #photooftheday

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Buon nuovo tempo!

 

Costantino Esposito

Dalla camera da letto dell’appartamento dove abitavo prima, in via Garruba, settimo piano, di fronte al vecchio pastificio trasformato nella Facoltà di Lingue, non di rado capitava che sull’orlo del sonno, d’estate – le tapparelle abbassate a metà e la finestra aperta – giungesse il segnale tipico delle due note che introducono un annuncio di arrivo o di partenza dalla Stazione centrale.

Di giorno sarebbe stato impossibile distinguerlo, tra i rumori del traffico e il continuo ronzio degli studenti o degli avventori dei due bar dell’incrocio. Ma di notte, quelle notti in cui il silenzio è mosso dalla brezza umida del mare, arrivava la voce – quella voce, quando forse non c’erano ancora le sintesi vocali preregistrate, di una donna che presiedeva la notte e orchestrava il tempo. A ben pensarci, quali e quanti mai treni potevano arrivare o partire così tardi nella notte? Forse erano solo convogli di passaggio, pieni di merci, container partiti o diretti al porto. Eppure i due segnali scoccavano introducendo quella voce, ed io mi trovavo finalmente a percepire una cosa ancora più impalpabile della brezza silenziosa, e insieme più concreta dei treni che andavano passavano venivano: quella cosa così enigmatica e tuttavia così evidente che è il tempo.

In quello stato speciale di agnizione che è la soglia del sonno, quando siamo quasi addormentati, o anche quando siamo appena desti, ciò che sappiamo e che possediamo nella forma della coscienza non si trattiene più nell’ordine delle nostre consecuzioni, ma comincia a debordare; e ciò che è normalmente custodito in una certa zona e in una data sequenza della nostra memoria comincia ad associarsi liberamente, richiamando come da lontano, e risvegliando le persone, le immagini, le nozioni che gremiscono la mente, non con la pesantezza di chi debba accumulare notizie, ma con la leggerezza di chi veda il mondo dall’in su, come volando.

In una di quelle notti la signora degli annunci, la sovrana del regno che si stende da Piazza Roma sino a via De Rossi, chiamò col solito ritmo cadenzato il suo treno, perché venisse a visitarmi (era esattamente la sua ora di arrivo, finalmente senza ritardi) il vecchio Aristotele. Scoprii allora perché in effetti il grande filosofo greco arrivava sempre puntuale, giusto giusto, incrociando precisamente le attese dell’anima e le domande della ragione.

Cosa mai potrà c’entrare, mi chiederete e mi chiedo anch’io, il IV libro della Fisica di Aristotele con l’annuncio ovattato degli arrivi e delle partenze – o anche solo dei transiti, ecco sì, soprattutto dei transiti – alla Stazione di Bari centrale? Il grande greco aveva scritto che per capire il tempo bisogna partire dal movimento, dal passaggio di qualcosa che muta dalla potenza all’atto e rimane però sempre ancora in potenza verso un’altra attuazione… Eppure questo movimento, in sé, non è ancora tempo, perché per capire il tempo bisogna che quel che passa, che si muove, che muta, venga misurato come un passaggio dal “prima” al “dopo”. Ma in sé non esiste qualcosa come il prima, il durante e il dopo: essi esistono solo perché ci sono io – c’è un’anima, una psyché – che li misura. È questa misura, il tempo. O meglio, il tempo è questo esser misurato del movimento da parte di un’anima, da una voce, dalla voce della misteriosa annunciatrice che dice al movimento di volta in volta la sua misura, e in base a questa misura fa venire e fa partire.

Questo è il mistero che abita la Stazione centrale di Bari (non so dire se anche quelle delle altre città, ma della mia sì, ne sono certo): l’enigma del tempo, che è come la voce dell’annuncio. Facendo vibrare l’aria sino alla mia camera da letto, la voce del tempo apre una profondità inedita allo spazio, una quarta dimensione che lo rende vissuto. È il tempo quello che rende esperienza lo spazio, perché non ce lo fa vedere solo come una geometria di grandezze, di astratti rapporti meccanici, ma come il racconto di una storia vivente, il movimento in cui ciascuno di noi è sempre implicato, anche solo misurando e contando. – Ma che ore sono? Com’è che non dormi ancora? Troppo caffè oggi?

Ma cosa si conta col tempo? Il passato, forse: ma il passato non esiste, non è più. Il futuro allora: ma il futuro non esiste, non è ancora. Dunque il presente: Benedetto presente, perché nell’istante in cui cerco di fissarlo è già andato, è il luogo in cui qualcosa arriva per passare, arriva passando e se ne va. Ma dove va? Si dissolve nel nulla o rimane da qualche parte? Stavo cedendo al sonno quando Aristotele – non io, ve l’assicuro, ma lui, con una decisione cui non potevo che assentire – ha chiamato da lontano Agostino. Quell’Agostino che nell’XI libro delle Confessioni ha scritto che il tempo è misurato non fuori di noi, ma in noi, nel nostro animo. E ancora di più: ciò che rimane del tempo che passa, il suo “essere” stesso è la vita della mia stessa mente, il cuore del mio io. Il passato resta, come memoria, il futuro è anticipato come attesa, il presente è vivo nella mia attenzione alla realtà che mi accade ora.

E ora, posso addormentarmi; ora viene finalmente l’ultimo tratto che mi fa scivolare nel sonno. Stupito e lieto, avendo scoperto che domani ritroverò il tempo che adesso mi sembra di lasciare. Anche se al risveglio la voce dell’annunciatrice non potrò più sentirla, per il mormorio continuo delle voci e dei rumori. Non saprò ridirlo forse questo mistero, ma lo vivrò, lo sarò come ogni mattina, aspettando la prossima notte buona per accorgermi del suo dono.

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