Fratello da fratello. Uomo da uomo.

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/5/federico-giordano-quando-la-liberta-vince-sul-fango/1800417/

Ci sono storie di cui sappiamo poco, storie che incrociamo per qualche istante — poche frasi — e che restano, pertanto, avvolte in un rispettoso silenzio, che neppure il dovere di cronaca può infrangere. È il caso del giovane Federico Giordano, 15 anni, travolto due notti fa dal fango che ha ricoperto una villetta a Casteldaccia in Sicilia, durante l’ultima violenta ondata di maltempo. Stando al racconto del papà Giuseppe, unico sopravvissuto alla tragedia, il ragazzo, all’arrivo del fango, avrebbe rassicurato il padre in merito alla sorellina più piccola, Rachele, di un anno, dicendogli “Papà, non ti preoccupare: la tengo io!”. Sono le ultime parole di un figlio, stampate per sempre nella testa di un padre, che arrivano al pubblico tramite un racconto, poche battute che nulla possono rivelare rispetto all’ampiezza e alla profondità di una vita vissuta insieme.

Resta il fatto che noi sappiamo dove la storia di Federico è davvero cominciata: tutto parte in campagna, in un campo, in un tempo indefinito in cui un padre chiede conto al figlio di dove fosse suo fratello. La risposta del figlio è lapidaria: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Quella risposta ha segnato per sempre il cuore di quel padre e, con quell’infelice espressione, Caino — questo il nome del figlio — non solo ha implicitamente confessato l’omicidio di Abele suo fratello, ma ha aperto una questione decisiva per ciascuno: l’incapacità che l’uomo ha, che noi abbiamo, di prenderci davvero cura, di stare davvero di fronte al volto e al bisogno di nostro fratello.

È questo l’esito più dirompente del peccato di Adamo ed Eva, è questo il dolore più grande che Dio si porta appresso: la nostra incapacità di essere fratelli. Nei secoli c’è stato più volte come un secondo tempo di questa partita, iniziata malissimo per l’uomo. È successo con Giuda, il figlio di Giacobbe, che dopo aver assistito quasi inerme al tentato omicidio del fratello Giuseppe si offre al posto di Beniamino, suscitando tutta la commozione di Dio. È successo a Gesù, che si offre sulla Croce per ciascuno di noi, perché il male e la morte non abbiano più l’ultima parola.

Eppure tutti questi esempi non colmano l’abisso di dolore che riempie il cuore del Padre, e non convincono fino in fondo noi del fatto che sia possibile, e umanamente conveniente, essere fratelli. Ci vuole Federico, ci vogliono quelle sue poche parole che raccontano di un desiderio, di un giudizio, di un destino: sono quelle poche sillabe a riaprire per ciascuno di noi la possibilità concreta di farci carico, nella vita, gli uni degli altri. “La tengo io” non è neppure la dimostrazione di una capacità, al punto che oggi sia Rachele che Federico sono morti, bensì di una novità che si manifesta, inaspettata, all’ultimo momento, al novantesimo minuto, quando il fango è già entrato dentro casa e tutto sembra già perduto: è allora che si fa largo lo spazio di un’estrema possibilità, di un ultimo pertugio in cui ricominciare — contro tutto e tutti — ad essere umani, ad essere fratelli.

Cominciare la settimana così, tornare a scuola, in università o sul lavoro con questo fatto davanti fa impressione perché é come se ci dicesse che non esiste una situazione, un rapporto, una circostanza che, per quanto fangosa, non lasci un ultimo spazio alla nostra libertà, alla nostra umanità che ricomincia a dire Tu al fratello che si trova accanto.

Certo: papà Giuseppe ha perso tutto — strano davvero il nome di questo Padre —, ma anche qui la sfida è aperta perché il dolore di Giuseppe diventa, a questo punto, un’offerta di amicizia per tutti noi, diventa la domanda di un Cireneo, di uno sconosciuto, che sia davvero compagno e amico a quest’uomo non nel togliergli la croce, ma nel portarla con lui. Che ampiezza e che respiro si fa largo tra le parole di Federico! E che responsabilità s’affaccia nella vita di ciascuno di noi. Il compito di essere davvero, l’uno per l’altro, padre, madre, fratello. Il compito, tutt’altro che facile, che non vinca Caino, che non prevalga quell’ombra di risentimento e di cinismo che solo la speranza di un gesto gratuito e inaudito — come il perdono — può spezzare e trasformare nella luce, magari fioca, di un nuovo inizio.

La partita è apertissima: a Dio, si sa, piacciono tanto i tempi supplementari. Quelli in cui Federico ha spiazzato tutti. Fratello da fratello, uomo da uomo.

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Un abisso o un abbraccio?

 

Da :https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2018/11/2/letture-2-novembre-cosa-nasconde-il-pensiero-della-fine/1798564/

 

Anche lo splendore del “Canestro di frutta” di Caravaggio rivela nel lieve incresparsi delle foglie il segno della morte. La desolazione del tessuto musicale della “Patetica” di Čajkovskij nel suo ultimo movimento prelude alla fine dell’autore.

Ogni arte, ogni tempo, ogni uomo deve fare i conti con i limiti della natura e di se stesso. Ma semplicemente gli alberi d’autunno, le giornate più brevi, la luce sfumata annunciano che qualcosa sta per finire e la malinconia talvolta accompagna questa percezione di ciò che ci attornia. Pulvis et umbra sumus, diceva Orazio con espressione concisa: siamo polvere ed ombra.

Anche in questo l’uomo è voce di ogni creatura, come afferma la liturgia. E sebbene rifletta sulla ciclicità degli eventi naturali, sebbene assista impotente allo scioglimento dei ghiacciai e ne immagini le conseguenze, non può che guardare con maggiore turbamento alla sua propria fine. Egli sa fin dalla filosofia greca di essere immortale, sa dal cristianesimo di essere destinato alla risurrezione. Sovente lo dimentica, lo nega, vive come se ciò fosse una favola. Eppure non è tutto qui.

All’ombra dei cipressi o dentro l’urne/ confortate di pianto è forse il sonno/ della morte men duro?

Contrariamente a quanto pensava Foscolo, pare che esso sia più lieve, a giudicare dal fatto che il ricordo dei morti particolarmente in questi giorni è rimasto, insieme a un Natale impoverito, l’unica espressione collettiva di una devozione che va oltre l’effimero e riconduce verso la terra dei ricordi, degli affetti e delle nostalgie nei confronti di qualcosa che non passa, di tanti che permangono, invisibili e presenti. Fiori e lumini sono segni di bellezza e di luce e donano alla tristezza dei cimiteri un raggio di vita e di amore.

Eorum vita mutatur, non tollitur: questo insegna la Chiesa. La loro vita non è tolta, ma trasformata e su questa certezza riposa il pensiero del dotto e dell’ignorante, perché questa parola è rivolta a tutti nella sobrietà del funerale cristiano. Ciò che avviene in modo misterioso oltre il tempo, accade ogni giorno per i vivi. Ogni istante racchiude un passo verso la meta e ogni cammino, anche quello più monotono, è cambiamento.

Ma il pensiero della fine e del fine della vita non può che implicare, pur nella distrazione o nel timore, quello del giudizio. C’è una valutazione delle azioni alla quale non si può sfuggire, nel provvisorio oggi, ancor più nell’eternità definitiva. Un abisso o un abbraccio? Sta nel desiderio dell’abbraccio di Dio il criterio serio e dolce dei nostri pensieri e delle nostre opere.

Il cuore cerca il suo tesoro

Non c’è scocciatura più grande nella vita che dover fare un trasloco, eppure anche questa esperienza porta in sé una positività che viene dal trovarti tra le mani vecchie e nuove fotografie, documenti, lettere, che nemmeno pensavi più di avere e che ti seguono da molti anni. Tra quelle lettere io ho trovato un piccolo tesoro ereditato dai miei genitori, le lettere che si scrivevano al tempo del loro fidanzamento. Se mi soffermo a leggerne alcune, provo un tuffo al cuore perché scopro quanto era bello, vero, buono l’amore tra di loro, quanto era puro. Mi viene da fare il paragone con l’oggi, con esperienze con cui vengo in contatto oggi. Normalmente i tesori sono beni preziosi, antichi. Sono cose che valgono, perché hanno dentro un valore inestimabile. Che coscienza avevano due giovani innamorati negli anni Venti per scriversi: “Domenica avremmo dovuto vederci, ma so che al tuo paese verrà un missionario a predicare. Vallo a sentire, così avremmo cose più belle da raccontarci la prossima volta”. Oppure: “Desidero e non vedo l’ora di portarti all’altare pura come un angelo”.

C’è un valore inestimabile in questa esperienza. Il tesoro di cui parla Cristo non è sinonimo di ricchezza e di potere, ma è l’esperienza di un incontro che ti ha segnato e seguito per tutta la vita, sono volti di amici che non hai mai perduto, sono anche oggetti: doni che conservi con devozione. La nostra vita è fatta di cose antiche e nuove, ma ciò che stimiamo oggi, che ci affascina è soprattutto la densità del cristianesimo che hanno vissuto i nostri genitori o i nostri educatori. Questa verità non invecchia mai; è antica perché ha 50, 100, 2000 anni, ma – è questa la cosa più sorprendente – la verità è sempre nuova.

Questo tesoro di verità, di bellezza, di bontà non lo trovi dall’antiquario, ma ti è tramandato da chi ha vissuto seriamente la vita, da chi ha affrontato tutto: sacrifici, prove, guerre senza perdere la fede e la speranza, in una parola da chi ha incontrato Cristo; ha stimato questo tesoro della fede e l’ha preferita a tutto, anche ai beni di questo mondo. San Benedetto scrive nella sua regola: “Nulla anteporre a Cristo” e San Cipriano da Cartagine: “Non anteporre nulla all’amore di Cristo, perché Cristo non ha anteposto nulla a te”.

In questo trovare il tesoro nascosto o la perla preziosa non c’è un filo di moralismo. Si tratta di una scoperta che un bel giorno ti affascina, e ti colma sempre di più di stupore. Ci sono ancora famiglie che sanno consegnare ai figli il tesoro della tradizione fatto di cose antiche e di cose nuove?

Ci sono – per riferirci alla preghiera di Salomone (1 Re, 3) – capi di stato e di governo che a Dio chiedono un cuore docile per rendere giustizia al popolo, chiedono di saper distinguere il bene dal male, chiedono il discernimento nel giudicare? Se per chi governa il tesoro è solo sinonimo di potere e di ricchezza, davanti alla crisi uno è smarrito, come per lo più lo sono i governanti di oggi. Ma se il vero tesoro è il regno di Dio, esso insegna a chi ha potere di domandare ciò che è giusto per il popolo, così come ha fatto Salomone.

Quest’estate c’è un luogo dove possiamo incontrare uomini dal cuore saggio ed intelligente, uomini capaci di giudizio e di discernimento; dove si possono visitare mostre che testimoniano le perle preziose contenute nel cristianesimo; dove si possono incontrare testimoni della verità antica e sempre nuova, un luogo da dove essere rilanciati ad amare la realtà per come Dio ce la dà: è il Meeting di Rimini, dal 24 al 30 agosto e che ha come tema: “Il destino non ha lasciato solo l’uomo. Viaggio nelle periferie del mondo e dell’esistenza”. Un meeting destinato ad abbattere la globalizzazione dell’indifferenza che scopriamo in noi è attorno a noi, da cui uscire arricchiti dai testimoni che ci tramandano il tesoro nascosto del regno di Dio che è la Chiesa.

Ciò che la Chiesa trasmette nei secoli, lo chiamiamo anche “depositum fidei”, le verità contenute oggi nel nuovo catechismo della Chiesa cattolica. Queste verità non sono cristallizzate, ma sono carne, esperienza, parole conservate vive, come direbbe Péguy, e non chiuse nelle scatole dei nostri pensieri. Per questo il vangelo di domenica ci sfida tutti a chiederci se abbiamo già trovato questo tesoro e che cosa siamo disposti a vendere per acquistare quel tesoro. Il tesoro più grande, lo ripeto, è l’educazione. Nel colloquio con Scalfari, Papa Francesco ha fatto questa osservazione: l’educazione come noi la intendiamo sembra quasi aver disertato le nostre famiglie. Ciascuno è preso dalle proprie personali incombenze, spesso per assicurare alla famiglia un tenore di vita sopportabile, talvolta per perseguire un proprio personale successo, altre volte per amicizie e amori alternativi. L’educazione come compito principale verso i figli sembra fuggito via dalle case.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/7/26/La-verita-che-non-invecchia-mai/print/515944/

Il finito che apre la strada all’infinito

“ero solita credere di essere sicura di me stessa
e di ciò che è bene o male, e tu
mi hai insegnato a non esserne più sicura.
Tu mi hai tolto tutte le mie menzogne
e illusioni su me stessa,
come quando si sgombra una via dalle macerie
per qualcuno che deve passare,
qualcuno d’importante; ed ora egli è venuto,
ma sei stato tu stesso a sgombrargli la via.
Quando tu scrivi tu cerchi di essere esatto,
e mi hai insegnato a volere la verità,
e quando non dicevo la verità me l’hai detto.
Lo pensi davvero, questo?
Eri solito dire, o credi soltanto di pensarlo?
Così, vedi, è tutta colpa tua,
Maurice, è tutta colpa tua.”

Graham Greene – Fine di una storia

 

tratto da  :

http://giacabi.blogspot.it/search/label/GREENE

Chi cerchiamo ?

Ventisette giugno, festa del Sacro Cuore di Gesù: la Cattolica in festa per la tanto attesa visita di papa Francesco al “Gemelli” di Roma. Dal 4 maggio un’aria trepida aveva invaso i chiostri dell’università, cartelloni e locandine a annunciare l’evento: «A Dio piacendo mi recherò presto a visitare a Roma il Policlinico “Gemelli”, che compie 50 anni di vita e appartiene all’Università Cattolica del Sacro Cuore», aveva detto Francesco dopo il Regina Coeli.

Il Papa ci viene a trovare, che sorpresa! L’amica con cui studi si entusiasma alla notizia: «Andiamo?». «Certo che andiamo, ci chiama il Papa!», rispondi con impeto. Le vecchie mura del polo milanese si mettono in moto per l’occasione, si organizza un treno per studenti, docenti, personale, assistenti ecclesiastici. Il gran giorno ti trovi così in carrozza con altri cento amici e il loro «sì», come il tuo: «Mi chiama il Papa. Io sì, vengo». Con loro, appena arrivati, ti fiondi al “Gemelli”, subito in coda per i posti migliori.

Tra i tuoi più cari amici c’é chi è pronto a salutarlo di persona (e come sei contenta nel guardarli, tesa come se tu stessa dovessi andar con loro). Entri tra i primi, conquisti un posto in terza fila, a trenta metri dal palco: «Mai stata così vicina al Papa», pensi piena di gioia sorridendo soddisfatta ai volti che ti circondano. Comincia la lunga trepidante attesa dell’arrivo di Francesco; c’è chi è già pronto alle transenne, chi prepara gli striscioni, chi, come te, sotto il sole semplicemente aspetta, pregustando la gioia di quel che accadrà. «A Dio piacendo», aveva detto il 4 maggio; e a Dio è piaciuto diversamente (diversamente da come immaginavi, da come tutti immaginavano. Non ce l’aveva detto? «Le vostre vie non sono le Mie vie!»): il Papa è malato, celebrazione annullata. Vedi tanti andarsene delusi, le ultime file rimanere vuote. Poi vedi i “tuoi” cento che, invece, rimangono. Tu stessa rimani. Dispiaciuti, spiazzati, di primo acchito un po’ increduli, ma si rimane.

Ne incroci una che, serena, sottovoce ti dice: «Che mistero. Ci ha fatto venire fino a Roma per vederlo e non lo vediamo». Tu rimani stupita e ti nasce una sincera domanda: «Chi ci ha fatto venire fin qui? Chi ci ha chiamato? Per chi rimaniamo?». Inizia la messa, il cardinale Scola a far le veci di Francesco, a dare voce alla sua omelia. Comincia così: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti». Ecco! Ecco per Chi rimaniamo, ecco Chi ci ha chiamato: «Dio si è legato a noi, ci ha scelti, e questo legame è per sempre». E scopri così che, misteriosamente («Che mistero»), imprevedibilmente, al di là di ogni misura e aspettativa, una sola cosa cercavi venendo qui: «Il tuo volto, Signore, io cerco».

Non bramavi di vedere Francesco solo per godere del volto di Dio? E i nostri cento cuori inquieti non desideravano solo Lui? E poi di nuovo le parole del Papa: «Il senso della festa del Sacro Cuore è scoprire sempre più e farci avvolgere dalla fedeltà umile e dalla mitezza dell’amore di Cristo». Avvolti, travolti dall’amore di Cristo: questo è ciò che ci è accaduto. L’unico amore che rende ragione dell'”illogica allegria” che ti trovi addosso, e vedi stampata sui volti dei tuoi amici. Nel Papa fisicamente assente, Dio s’è fatto carnalmente presente: che paradosso le “Sue vie”! Così diverse dai nostri pensieri, e così corrispondenti ai nostri cuori.

Margherita, Milano

http://www.tracce.it/default.asp?id=344&id_n=42252