Con semplicità

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Moltiplicatore di vita e di bellezza

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/8/la-domanda-del-clochard/1802459/

 

Che cosa vale portare un pubblico da record in uno dei più bei musei italiani se poi una notte sulle scalinate di quello stesso museo un uomo muore nella solitudine? È la domanda estremamente civile che si è posto Paolo Giulierini, direttore del Museo archeologico di Napoli. La notte del 3 novembre uno dei clochard che abitualmente stazionavano sotto i portali del museo, un uomo di 56 anni, era stato trovato morto. Una notizia drammatica arrivata proprio mentre il museo e il suo direttore potevano dirsi ben contenti per i numeri straordinari di questo 2018: già superati i 550mila visitatori con un più 18 per cento sull’anno precedente. Numeri che confermano come l’Archeologico sia un’istituzione viva, capace di attrarre nuovo pubblico e di fare quindi davvero cultura. Ma capita che un museo vivo debba confrontarsi con un fatto di morte. Così il direttore ha preso carta e penna e ha scritto un qualcosa che sottintende la necessità di un cambiamento: “Tutti i colleghi hanno lavorato con l’angoscia nel cuore, costernati”, ha messo nero su bianco Giulierini. “Se vogliamo onorare la memoria di quest’uomo sfortunato, che ha scelto come tanti altri di passare la notte tra il piazzale del Mann, la Galleria antistante, i giardinetti comunali, la nostra agenda dovrà cambiare”.

Cosa significa cambiare l’agenda di un museo? Una possibile risposta l’ha data lo stesso direttore: partire dall’idea che il Museo è un bene per tutti, nessuno escluso. Di qui la proposta di aprire uno spazio, chiamato non a caso “Casa museo” in cui dare accoglienza ai clochard. Un investimento che non ha nulla a che vedere con la mission di un’istituzione culturale, ma che ha il coraggio di ristabilire quel legame che così spesso si è spezzato tra cultura e vita. “La vita non fa sconti e il Museo stesso conserva storie di soprusi e ingiustizie, di marginalità e indifferenza”, ha scritto il direttore. E non si può pensare che quelle storie non c’entrino con la quotidianità di un museo di successo.

Dietro questa consapevolezza c’è un’idea ben condivisibile di patrimonio culturale: un qualcosa che non è di pochi ma di tutti. Può esserlo in forme diverse, ma è per definizione di tutti. È interessante che una consapevolezza come questa riemerga in una città come Napoli che convive con moltissime difficoltà. Proprio Napoli è teatro di una delle più straordinarie esperienze di rivitalizzazione del patrimonio, con numeri da record, quella delle Catacombe di San Gennaro alla Sanità, gestite dai ragazzi della cooperativa La Paranza di don Antonio Loffredo. Anche le catacombe in questi giorni sono salite alla ribalta della cronaca in quanto la Pontificia Commissione per i beni archeologici ha chiesto di rivedere la convenzione che regola il rapporto con la cooperativa per avere il 50 per cento degli incassi dei biglietti. Ora si sta arrivando ad un accordo che permetterà di continuare questa straordinaria esperienza che oltretutto garantisce un posto di lavoro per 50 ragazzi. Ma questi due storie napoletane ricordano che un bene culturale, quando sia inclusivo e non venga vissuto come “proprietà”, può essere davvero un moltiplicatore di vita e di bellezza.

Fratello da fratello. Uomo da uomo.

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/5/federico-giordano-quando-la-liberta-vince-sul-fango/1800417/

Ci sono storie di cui sappiamo poco, storie che incrociamo per qualche istante — poche frasi — e che restano, pertanto, avvolte in un rispettoso silenzio, che neppure il dovere di cronaca può infrangere. È il caso del giovane Federico Giordano, 15 anni, travolto due notti fa dal fango che ha ricoperto una villetta a Casteldaccia in Sicilia, durante l’ultima violenta ondata di maltempo. Stando al racconto del papà Giuseppe, unico sopravvissuto alla tragedia, il ragazzo, all’arrivo del fango, avrebbe rassicurato il padre in merito alla sorellina più piccola, Rachele, di un anno, dicendogli “Papà, non ti preoccupare: la tengo io!”. Sono le ultime parole di un figlio, stampate per sempre nella testa di un padre, che arrivano al pubblico tramite un racconto, poche battute che nulla possono rivelare rispetto all’ampiezza e alla profondità di una vita vissuta insieme.

Resta il fatto che noi sappiamo dove la storia di Federico è davvero cominciata: tutto parte in campagna, in un campo, in un tempo indefinito in cui un padre chiede conto al figlio di dove fosse suo fratello. La risposta del figlio è lapidaria: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Quella risposta ha segnato per sempre il cuore di quel padre e, con quell’infelice espressione, Caino — questo il nome del figlio — non solo ha implicitamente confessato l’omicidio di Abele suo fratello, ma ha aperto una questione decisiva per ciascuno: l’incapacità che l’uomo ha, che noi abbiamo, di prenderci davvero cura, di stare davvero di fronte al volto e al bisogno di nostro fratello.

È questo l’esito più dirompente del peccato di Adamo ed Eva, è questo il dolore più grande che Dio si porta appresso: la nostra incapacità di essere fratelli. Nei secoli c’è stato più volte come un secondo tempo di questa partita, iniziata malissimo per l’uomo. È successo con Giuda, il figlio di Giacobbe, che dopo aver assistito quasi inerme al tentato omicidio del fratello Giuseppe si offre al posto di Beniamino, suscitando tutta la commozione di Dio. È successo a Gesù, che si offre sulla Croce per ciascuno di noi, perché il male e la morte non abbiano più l’ultima parola.

Eppure tutti questi esempi non colmano l’abisso di dolore che riempie il cuore del Padre, e non convincono fino in fondo noi del fatto che sia possibile, e umanamente conveniente, essere fratelli. Ci vuole Federico, ci vogliono quelle sue poche parole che raccontano di un desiderio, di un giudizio, di un destino: sono quelle poche sillabe a riaprire per ciascuno di noi la possibilità concreta di farci carico, nella vita, gli uni degli altri. “La tengo io” non è neppure la dimostrazione di una capacità, al punto che oggi sia Rachele che Federico sono morti, bensì di una novità che si manifesta, inaspettata, all’ultimo momento, al novantesimo minuto, quando il fango è già entrato dentro casa e tutto sembra già perduto: è allora che si fa largo lo spazio di un’estrema possibilità, di un ultimo pertugio in cui ricominciare — contro tutto e tutti — ad essere umani, ad essere fratelli.

Cominciare la settimana così, tornare a scuola, in università o sul lavoro con questo fatto davanti fa impressione perché é come se ci dicesse che non esiste una situazione, un rapporto, una circostanza che, per quanto fangosa, non lasci un ultimo spazio alla nostra libertà, alla nostra umanità che ricomincia a dire Tu al fratello che si trova accanto.

Certo: papà Giuseppe ha perso tutto — strano davvero il nome di questo Padre —, ma anche qui la sfida è aperta perché il dolore di Giuseppe diventa, a questo punto, un’offerta di amicizia per tutti noi, diventa la domanda di un Cireneo, di uno sconosciuto, che sia davvero compagno e amico a quest’uomo non nel togliergli la croce, ma nel portarla con lui. Che ampiezza e che respiro si fa largo tra le parole di Federico! E che responsabilità s’affaccia nella vita di ciascuno di noi. Il compito di essere davvero, l’uno per l’altro, padre, madre, fratello. Il compito, tutt’altro che facile, che non vinca Caino, che non prevalga quell’ombra di risentimento e di cinismo che solo la speranza di un gesto gratuito e inaudito — come il perdono — può spezzare e trasformare nella luce, magari fioca, di un nuovo inizio.

La partita è apertissima: a Dio, si sa, piacciono tanto i tempi supplementari. Quelli in cui Federico ha spiazzato tutti. Fratello da fratello, uomo da uomo.

Un abisso o un abbraccio?

 

Da :https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2018/11/2/letture-2-novembre-cosa-nasconde-il-pensiero-della-fine/1798564/

 

Anche lo splendore del “Canestro di frutta” di Caravaggio rivela nel lieve incresparsi delle foglie il segno della morte. La desolazione del tessuto musicale della “Patetica” di Čajkovskij nel suo ultimo movimento prelude alla fine dell’autore.

Ogni arte, ogni tempo, ogni uomo deve fare i conti con i limiti della natura e di se stesso. Ma semplicemente gli alberi d’autunno, le giornate più brevi, la luce sfumata annunciano che qualcosa sta per finire e la malinconia talvolta accompagna questa percezione di ciò che ci attornia. Pulvis et umbra sumus, diceva Orazio con espressione concisa: siamo polvere ed ombra.

Anche in questo l’uomo è voce di ogni creatura, come afferma la liturgia. E sebbene rifletta sulla ciclicità degli eventi naturali, sebbene assista impotente allo scioglimento dei ghiacciai e ne immagini le conseguenze, non può che guardare con maggiore turbamento alla sua propria fine. Egli sa fin dalla filosofia greca di essere immortale, sa dal cristianesimo di essere destinato alla risurrezione. Sovente lo dimentica, lo nega, vive come se ciò fosse una favola. Eppure non è tutto qui.

All’ombra dei cipressi o dentro l’urne/ confortate di pianto è forse il sonno/ della morte men duro?

Contrariamente a quanto pensava Foscolo, pare che esso sia più lieve, a giudicare dal fatto che il ricordo dei morti particolarmente in questi giorni è rimasto, insieme a un Natale impoverito, l’unica espressione collettiva di una devozione che va oltre l’effimero e riconduce verso la terra dei ricordi, degli affetti e delle nostalgie nei confronti di qualcosa che non passa, di tanti che permangono, invisibili e presenti. Fiori e lumini sono segni di bellezza e di luce e donano alla tristezza dei cimiteri un raggio di vita e di amore.

Eorum vita mutatur, non tollitur: questo insegna la Chiesa. La loro vita non è tolta, ma trasformata e su questa certezza riposa il pensiero del dotto e dell’ignorante, perché questa parola è rivolta a tutti nella sobrietà del funerale cristiano. Ciò che avviene in modo misterioso oltre il tempo, accade ogni giorno per i vivi. Ogni istante racchiude un passo verso la meta e ogni cammino, anche quello più monotono, è cambiamento.

Ma il pensiero della fine e del fine della vita non può che implicare, pur nella distrazione o nel timore, quello del giudizio. C’è una valutazione delle azioni alla quale non si può sfuggire, nel provvisorio oggi, ancor più nell’eternità definitiva. Un abisso o un abbraccio? Sta nel desiderio dell’abbraccio di Dio il criterio serio e dolce dei nostri pensieri e delle nostre opere.

Se lo spazio è Cristo

 

Sergio Cristaldi

 

martedì 9 settembre 2014

La decisiva dimensione del tempo entra necessariamente in conflitto con quella dello spazio? I processi si svolgono entro concrete coordinate. Hanno luogo. E da qualche decennio, una considerazione dello spazio ha ripreso vigore, in ambito filosofico e di teoria e critica letteraria. Per limitarsi alla più recente novità: è fresco di stampa un volume miscellaneo dedicato a un intrigante binomio, Locus-Spatium; esito di un convegno promosso dall’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo. 

A veder bene, «spazio» è categoria tipica della modernità. In una sua accezione connotata, ma emblematica, implica un’estensione neutra, dove tutti i punti risultano equivalenti; estensione disponibile alla scoperta, alla misurazione e in definitiva alla presa di possesso da parte dell’uomo, legittimato a consumarne uno sfruttamento intensivo in vista del proprio benessere. Si è parlato perciò di spazio «liscio» (prima di ogni perimetrazione e mappatura) e di spazio «striato» (in cui le demarcazioni supportano la conquista e il dominio). Il Medioevo alimenta, però, un’ottica diversa; lo aveva già rilevato lo studio ormai classico di Paul Zumthor, La misura del mondo, un contributo che non smarrisce, a poco più di vent’anni dalla sua pubblicazione, smalto e attualità. 

Persuasi a loro volta che l’uomo fosse costituito come possessor dominus mundi, i medievali fondavano questa acquisizione sulla coscienza che lo spazio era dono di Dio, prima ancora che estensione da annettersi o bene da far fruttare. Questo dono costituiva una traccia, dotata di rilievo irrecusabile in sporgenze qualificate. Ai sensi di una geografia sostanzialmente religiosa, si riconoscevano «luoghi» eminenti, dove Dio aveva stampato in maniera clamorosa la sua impronta. Un sentore del genere era già diffuso prima del cristianesimo: tutte le civiltà antiche ravvisavano «luoghi sacri», in grandiose cornici naturali, teatro di forze telluriche e paniche. La religione cristiana coniugava però congiuntamente spazio e tempo, in forza della storia della salvezza e del suo evento culminante, l’Incarnazione, con coefficiente sia storico che geografico. Il Medioevo venerava perciò «luoghi santi», quelli eletti dal progetto divino a contesto della Redenzione, anzitutto la Terrasanta, e con essa i principali sbocchi di una fede in cammino, in irradiazione, la Roma di Pietro, i santuari che ricordavano apparizioni, miracoli, esistenze scandite dalla preghiera e dalla carità.

Ma il mondo, per l’uomo medievale, era la preparazione in vista del compimento, la strada utile alla meta, tant’è vero che i teologi distinguevano tra condizione in via e condizione in patria: qui siamo stranieri, la nostra città è altrove, in cielo, anche se per raggiungerla non dobbiamo evadere dal solco in cui ci troviamo (la valle di lacrime va attraversata). «Città celeste» è evidentemente una metafora, l’aggettivo non permette di dubitarne. Ciò che questa immagine suggerisce, insieme alle consimili «dimora», «paradiso», «giardino», è forse privo di ogni esponente spaziale, di qualsiasi localizzazione?

Oggi risponderemmo senza esitazione, non per nulla la cultura più aggiornata ha elaborato la categoria di «non-luogo» e ne ha individuato un caso paradigmatico proprio nell’aldilà. Non è detto, però, che il nostro punto di vista debba colonizzare le fasi storiche che ci hanno preceduto; così come non è detto che a delimitare la sensibilità medievale rispetto a quella moderna bastino operazioni di meccanico ribaltamento.

L’escatologia del Nuovo Testamento, mentre riprende immagini di ascendenza giudaica, parlando di «paradiso», «trono», «albero della vita», «acqua», «luce», «seno di Abramo», infonde in esse un nuovo significato: come osservò Joseph Ratzinger in un agile libretto, Escatologia. Morte e vita eterna, redatto per una collana da lui diretta insieme a Johann Auer, «tutte queste immagini non descrivono dei luoghi, bensìcircoscrivono il Cristo, il quale è la luce vera e la vita vera, l’albero della vita». Era questa, in effetti, la consapevolezza maturata dai Padri e successivamente, con una messa a fuoco anche più nitida, dalla Scolastica. I teologi medievali non nutrono incertezze in merito: l’aldilà è per loro uno stato piuttosto che un luogo. Più precisamente, l’approdo escatologico attinge un rapporto personale: è l’amore di Cristo il luogo definitivamente acquisito o ceduto, è la contemplazione del Padre l’orizzonte a cui si giunge o a cui si rinuncia. Alla felicità occorre una persona, non un paese. In parallelo, la condanna eterna è colta anzitutto come separazione dal Signore, esilio dalla sua intimità, ciò che trova definizione tecnica nella formula poena damni, non senza la concorde avvertenza che una sanzione del genere è infinitamente più grave di qualsiasi altra, fuoco, gelo, tortura, sevizie. Ma il riconoscimento della centralità di Cristo comportava di necessità l’archiviazione di ogni elemento cosmologico? 

Per Tommaso d’Aquino, il Paradiso ha una sede non metaforica nell’Empireo, l’ultimo dei cieli cosmici, la decima delle sfere che circondano la terra. Il motivo di questa localizzazione – allora in auge presso tutti i maestri in sacra doctrina – viene accuratamente enucleato. La remunerazione ultraterrena, spiega Tommaso, implica, assieme alla gloria spirituale, anche una gloria corporale; la prima conosce un’anticipazione nella beatitudine degli angeli, ai quali i santi verranno equiparati, ma allora anche la seconda deve avere un preannuncio. La conclusione si profila: era conveniente che la gloria corporale avesse inizio a sua volta sin dal principio, manifestandosi almeno in un corpo, libero per intrinseca struttura dalla mutevolezza e dalla corruzione; ebbene, questo corpo è il decimo cielo, immobile perché nel suo genere perfetto, e così anticipo e pegno della finale redenzione di tutti i corpi e dell’intero cosmo. 

L’idea che dell’Empireo coltiva Dante presenta una complessità che non si può esaurire in breve, ma ci interessa qui metterne in risalto almeno un aspetto, riscontrabile nel suo trattato in lingua volgare, ilConvivio. A proposito del decimo cielo, snidiamo espressioni singolari, ancor più sorprendenti nella loro contiguità: «E quieto e pacifico è lo luogo di quella somma Deitate»; «Questo loco è di spiriti beati». 

Un luogo, dunque, condiviso da Dio stesso. Il linguaggio si tende, a costo di sfiorare l’incongruenza: Dio, come tale, non è incluso da nulla, al contrario abbraccia ogni cosa; a rigore, è l’Empireo in Dio, e non viceversa. Eppure, l’Empireo accoglie la presenza di Dio, se i beati vivono davanti a Lui, anzi in Lui, sperimentandone la contemplazione, godendo di un abbraccio che abolisce la distanza e non permette ritorno alla distanza. 

E traspare forse un’intuizione ulteriore in quelle espressioni a prima vista abnormi. Il Dio presente in tutte le cose non aderisce per questo a un indiscriminato “dovunque”; è in tutto, certo, ma insieme al di sopra di tutto. Ciò non significa, però, che non sia “da nessuna parte”, come se nella sua costitutiva imprendibilità finisse per evaporare; al contrario, possiede un suo luogo, in qualche modo identificabile. Non si ha il coraggio, oggi, di dire: perfettamente identificabile. 

 

 √http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/9/9/LETTURE-Da-Ratzinger-a-Dante-qual-e-il-luogo-di-Dio-/print/525696/

Attratti dalla gioia

 
Pigi Colognesi

 

lunedì 8 settembre 2014

Nelle ultime pagine del romanzo storico di Louis de Wohl La gloriosa follia c’è una frase particolarmente interessante. La pronuncia san Paolo; è ormai vecchio, sta andando a Roma per il processo che lo condannerà alla decapitazione; facendo tappa a Pozzuoli vi trova il vecchio amico Cassio Longino, colui che aveva trafitto Gesù in croce e poi era diventato cristiano, colui che – lo racconta la prima parte del romanzo – stava per uccidere l’allora Saulo mentre si recava a Damasco ad arrestare i seguaci del Nazareno ed era stato bloccato dall’intervento stesso di Cristo che si manifestò al persecutore facendone il suo più intraprendente apostolo. Longino è un buon soldato romano, pratico e volitivo; Paolo lo stima e proprio per questo lo corregge nel suo attivismo deluso, definendolo «così ambizioso da concedersi troppa poca gioia» e aggiunge: «Come puoi diffondere la lieta novella se non ne gioisci tu stesso?».

L’ambizioso è chi ha sempre in mente i propri obiettivi, magari giusti, ma inevitabilmente ha sul volto l’ombra della costante preoccupazione, quando non dell’arrabbiatura perché i risultati non corrispondono – nei modi e nei tempi – alle sue aspettative. I percorsi divini sono sempre strani: Longino ha educato cristianamente l’unica figlia e questa si è trovata a convivere con Nerone, avrebbe voluto fondare una comunità a Napoli e non vi è riuscito. Star troppo legati ai propri obiettivi rende tristi, impedisce di «concedersi» quella gioia che costituisce l’attrattiva per cui il cristianesimo è interessante. Infatti, come più volte ha ricordato papa Francesco, la fede non si comunica attraverso la pianificazione strategica di uomini preoccupati, ma attraverso il fascino di uomini consapevolmente gioiosi.

Quando Dante si trova in cima al paradiso, al termine del suo straordinario viaggio, viene interrogato da tre apostoli in merito alle tre virtù teologali. Sulla fede lo esamina san Pietro, il quale, dopo avergli chiesto cosa sia la fede e se lui ne sia dotato, chiede a Dante da dove l’abbia ricevuta. Il principe degli apostoli formula la domanda in questo modo: «Questa cara gioia / sopra la quale ogni virtù si fonda, / onde ti venne?». È chiaro che la «cara gioia» di cui qui si parla è la preziosa perla – gioia: gioiello – di cui dice il Vangelo, è la gemma per ottenere la quale val la pena di sacrificare tutto il resto.

Ma al lettore – e probabilmente anche all’autore – non può non tornare in mente un altro passo dellaCommedia. Proprio all’inizio del cammino, nel primo canto dell’Inferno, Dante è smarrito nella selva oscura, vede una persona e gli chiede aiuto. È Virgilio, il quale gli domanda come mai non si decida a salire «il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia». Non può perché ci sono tre belve che impediscono il passaggio e quindi il poeta fiorentino dovrà essere accompagnato per «altro viaggio». Quello, appunto, che lo porterà di fronte a san Pietro. Viaggio che ha come meta la gioia o, meglio, la felicità in cui può entrare solo chi ha trovato la perla/gioia della fede.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/9/8/La-cara-gioia-/print/525072/

 

Il sorriso che porta una Presenza

 

C’è un periodo, durante la stagione estiva, in cui al Planibel non ci sono gruppi del movimento: è la settimana del Meeting. Di solito, in quel periodo, l’hotel si riempie di persone appartenenti a un gruppo spirituale un po’ particolare. Spesso il rischio è quello di snobbarli, giudicarli a priori come quelli “strani”, e anche noi, che siamo a La Thuile per lavorare, rischiamo di guardarli solo come quelli che riempiono l’albergo quando i “veri gruppi”, quelli per cui siamo su ed è possibile lavorare bene, non ci sono. Una visione superficiale e anche un po’ ipocrita ma ammetto che qualche volta anche io l’ho pensato, specialmente i primi anni.

Nel libretto degli Esercizi, a pagina 17, quando Carrón parla dello sguardo degli occhi di cielo dice: «Aconteceu, è accaduto, quando la gente meno se lo aspettava. È accaduto un fatto nella storia che ha introdotto questo sguardo per sempre». Devo quindi raccontare di Silvio. Perché Cristo, questa volta, è venuto a prendermi proprio attraverso gruppo più sottovalutato, e per di più con un ragazzino che avrà avuto al massimo quattordici anni, disabile e costretto su una sedia a rotelle, legato con una cintura perché spesso si agita e può cadere. L’ho servito fin dalla prima sera e subito, dalla prima posata che gli ho sparecchiato, il suo sorriso e la sua attenzione per quello che stavo facendo mi hanno sorpreso. Durante la settimana, i rapidi dialoghi con lui e i suoi genitori mi ribaltavano sempre di più e facevano risuonare in me una domanda: ma come può uno in quelle condizioni essere così lieto?

L’ultima sera il padre di Silvio mi chiama e mi dice una cosa molto semplice, ringraziandomi per il servizio che gli avevo fatto e per l’attenzione con cui ero entrato in rapporto con loro: «Il nostro capo gruppo ci ha chiesto di fare un’offerta per coprire degli extra che ci sono stati e una parte l’avrebbe data in mance. Noi l’abbiamo fatta pensando a te». Sono stato molto contento, ho abbracciato e salutato tutti e sono tornato a quello che stavo facendo. Ero pieno di una buona e meritata soddisfazione, ma qualcosa strideva. Io stavo lavorando in fondo alla sala, quindi per uscire sarebbero dovuti ripassare proprio davanti a me. Lo fanno, ma Silvio con il suo abituale sorriso blocca la carrozzina, mi avvicino a lui. Lo abbraccio forte e all’orecchio gli dico: «A me della mancia non interessa, ho bisogno io di ringraziare te perché, con il tuo sorriso e con la tua faccia, mi hai fatto lavorare meglio. Io arrivavo in sala con tutti i miei pensieri, ma di fronte a te tutto acquistava un diverso spessore e allora cresceva in me a dismisura la voglia di lavorare. Di lavorare bene». Io ero commosso, Silvio pure e anche il padre, che mi ringrazia per quello che avevo detto. Poi sono tornato a lavorare. Uscendo Silvio si riferma e sorridendomi mi urla: «Marco, ti auguro di trovare tante persone come me, che ti guardino e che ti sorridano come io ho fatto con te».
Marco, Bergamo

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=285&id_n=42967

L’avventura di un padre è l’avventura di un figlio. Nel giorno del compleanno di mio figlio, 5 settembre.

Oggi è l’anniversario della morte dello scrittore francese Charles Péguy (Orléans, 7 gennaio 1873 – Villeroy, 5 settembre 1914), cui l’ultimo Meeting di Rimini ha dedicato un’importante mostra e un’intervista al filosofo francese Alain Finkielkraut
Qui di seguito vi proponiamo la lettura di un brano appartenente a Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, dedicata al padre, il vero avventuriero.

C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun perico­lo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e so­prattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,

Chi sarà tanto prode, o tanto temerario?

Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conse­guenza contro la famiglia stessa, contro la vita di fami­glia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ven­tesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nes­suno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché navi­ga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. So­no corsari. Sono a secco di vele.

Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immen­samente larga, lui solo non può assolutamente passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coin­volto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infi­schiarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio. Che impor­ta agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guer­re straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischia­no mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città pre­sente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discen­denza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella citta futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il tempo­rale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco. Gli altri scantonano sempre. Sono carene leggere, sotti­li come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico. È il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti del­l’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla for­tuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un vo­lume incredibile. Non è coinvolto solo nella cit­tà presente.

È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale deca­denza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceran­no, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri  si sentono così pienamente, così assoluta­mente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indiffe­rente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore di chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bam­bino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, chi non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E, coinvolti da ogni parte nelle sof­ferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono tutti  ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesanti­ti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano, sono circospetti, sono prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprez­zano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili, scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scan­tonano con districamenti eroici, con districamenti d’au­dacia. Temporali, scantonano verso la carriera e le domi­nazioni temporali. Spirituali, scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici, scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo.

II padre di famiglia è solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scanto­nare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella poli­tica e non riesce nell’audacia… È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e con­correnza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermi­scono; sordamente, involontariamente congiurano con­tro di lui. Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Prefe­renzialmente. E quello che chiamano la carità.

Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi ab­bindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più co­mune, l’errore più frequente, quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silen­ziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di fa­miglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo è lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diame­tralmente il contrario.

La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coin­volto nel mondo, nella storia e nel destino del mon­do quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus, non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblici­sta, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubbli­co delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria tem­porale, onore temporale; niente, meno di niente. Avan­zamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’ope­razione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demogra­fica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un po­polo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di con­siderazione li lascia abbastanza freddi. Sono abba­stanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito.

Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscura­mente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsa­bilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la crea­zione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particola­ri, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazio­ne stessa, al mistero, al segreto della creazione; una col­pevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali.

Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midol­lo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la sua regola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni peri­colose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle ma­ni, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamen­te più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamen­te concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infi­nitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra.

Allora, rin­galluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo av­verte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più si­curi, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgo­glio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinita­mente più vicino al pubblico peccatore; e reciproca­mente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunio­ne è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’al­tro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insie­me l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostag­gio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di fami­glia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardi­to, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven­turiero, che vive di avventure.

Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.

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Fare il cristianesimo

 

Fernando De Haro

 

martedì 2 settembre 2014

Negli ultimi giorni del Meeting di Rimini è stato pubblicato un articolo interessante che riapre sulle caratteristiche che deve avere una presenza cristiana. Giuliano Ferrara, difensore dei valori “non negoziabili”, si è opposto a quel che ha detto uno degli ospiti del Meeting: Pierbattista Pizzaballa. Il Custode di Terra Santa, in uno degli interventi più profondi di Rimini, ha messo in luce i limiti delle iniziative che sono state avviate in Medio Oriente per salvare “il cristianesimo e la sua cultura”. Pizzaballa ha denunciato il fatto che ci sono molti stereotipi su quanto sta accadendo nella regione, attraversata non da una guerra di religione, ma da una lotta di potere che è in contraddizione con la storia di quei territori.

Il sacerdote francescano ha respinto la demonizzazione generica dell’islam, ha rivendicato il passato di convivenza tra le diverse confessioni – basata su un’identità esplicita e non censurata come avviene in Occidente – e ha detto che l’uso della forza va condizionato dalla presenza di una prospettiva di ricostruzione. Il Custode ha portato esempi di collaborazione tra cristiani e musulmani presenti in Siria. Tutto questo nasce, ha evidenziato, da uno “sguardo religioso redento”. Uno sguardo di cui tutti abbiamo bisogno.

Ferrara si è arrabbiato e ha bollato questo sguardo redento come qualcosa di storicamente irrilevante, come un’analisi spirituale che non ha nulla a che vedere con le sfide sociali. Per il direttore de Il Foglio, l’opzione laica, l’unica che ha valore, è quella che difende il cristianesimo, in questo caso con la forza e senza troppi complimenti. 

Il caso del Medio Oriente è emblematico per molte altre questioni e al Meeting di Rimini ci sono stati diversi esempi: il nichilismo europeo, i nuovi diritti, la costruzione della democrazia. Se il cristianesimo non è un’esperienza vincente, capace di sedurre le persone per il suo valore umano, di rispondere ai nichilisti europei o a chi cerca il paradiso nei nuovi diritti, resterà sempre sulla difensiva. Finirà sempre per difendere una fortezza assediata – un sistema, piuttosto che alcuni valori o una dottrina – che diviene inospitale per chiunque.

L’alternativa tra difendere il cristianesimo e “fare il cristianesimo” (un’espressione di Peguy) riguarda anche il modo di concepire la Chiesa. Lo ha chiarito un altro ospite del Meeting di quest’anno, il gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e amico personale del Papa. Ha spiegato che ci sono due modi di intendere la Chiesa. Da una parte l’idea della Chiesa-faro, che in mezzo alla tempesta, immobile, proietta la sua luce e difende dei principi chiari.

Dall’altra l’idea di una Chiesa che si spande in numerose fiaccole e che porta la luce lì dov’è l’uomo e che lo accompagna persino quando naufraga. Questa è la Chiesa di Francesco (e anche di Benedetto XVI). È la Chiesa che non offre un sistema chiuso di valori o una dottrina come unica risposta, ma che si lascia provocare dalla realtà. Non si tratta di relativismo, ma è la conseguenza di concepire la verità come relazione.

Questo modo di intendere la Chiesa, ha suggerito Spadaro, è quello che aveva Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione. Papa Francesco, nel suo messaggio al Meeting di Rimini, ha invitato i suoi partecipanti a non difendersi dalla realtà, ma a viverla intensamente. Come raccomandava sempre Giussani.