La diversità come una risorsa

 

 

 

INT.

Giorgio Vittadini

domenica 24 agosto 2014

L’intervista di Francesco Alberti a Giorgio Vittadini uscita “Corriere della Sera” di oggi, in occasione dell’apertura della 35 edizione del Meeting di Rimini.

Lo si può anche definire “periferico” il Meeting numero 35 di Comunione e Liberazione che da oggi e per una settimana riempirà i padiglioni della Fiera di Rimini. Ma non per l’assenza del premier Renzi, compensata da una folta pattuglia di ministri, sottosegretari ed esponenti del renzismo più ortodosso, ma perché, con scelta tutt’altro che trendy, l’appuntamento riminese si prefigge di sondare “una periferia” esistenziale e culturale che, al pari delle tante periferie “fisiche” che deprimono le nostre città, presenta vuoti e macerie, rendendo necessaria una ricostruzione fondata sul confronto e la ricerca del bene. “E’ l’unica via, ma non è considerata importante: periferica, appunto…” sospira Giorgio Vittadini, 58 anni, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà dopo anni alla guida della Compagnia delle Opere e tra i fondatori del Meeting. Sarà una kermesse dal forte afflato internazionale (ospiti da 43 Paesi) che in tempi di guerre permanenti rilancia il tema del dialogo, boccia gli interventismi unilaterali e confida nel ruolo dell’Onu. Sul piano interno, rispetto a quando veniva etichettato non sempre benevolmente come “palcoscenico del potere” (“Alcuni incontri non sono stati il massimo: possiamo sbagliare ma proviamo a costruire” ammette Vittadini), ora il Meeting tende a defilarsi da formule e schieramenti (“Filogovernativi? Se fallisce questo governo di unità nazionale, rischiamo di finire nel Terzo Mondo”), imputa al centrodestra berlusconiano di “aver mancato nel 2008 l’occasione storica di una rivoluzione liberale”, non chiude del tutto ai 5 Stelle.

 

Vittadini, una febbre bellica attraversa il mondo, il Papa parla di “terza guerra mondiale”. Nel titolo del Meeting si dice che “il destino non ha lasciato solo l’uomo”: si può ripartire da qui per arrivare dove? 

“Alle parole di papa Francesco quando parla del cuore dell’uomo che è irriducibile desiderio di bene. In questo consiste la vera religiosità che Gesù Cristo è venuto nel mondo a richiamare. Senza vera religiosità è menzogna ogni pretesa di soluzione perché non si riesce a tener conto di tutti i fattori della realtà”.

 

La realtà va però in un’altra direzione: bombardamenti, teste mozzate, stragi…

“E’ quello che succede quando viene dimenticato quello che ho appena detto. In particolare è il fallimento della dottrina ‘neocon’ sulle cosiddette ‘guerre di civiltà’ (vedi i due conflitti del Golfo) e di quella ‘liberal’ che teorizza l’esportazione delle democrazie occidentali. Eppure il passato dimostra che la convivenza è possibile: penso in Egitto fino al ’56 tra ebrei, musulmani e cattolici o al Libano dalle differenti comunità. Non a caso, il Meeting sarà aperto da padre Pizzaballa, custode di Terra Santa, che ha fatto da consulente al Papa per l’invocazione alla pace pronunciata insieme da Shimon Peres e Abu Mazen”.

 

Intanto il nostro Parlamento decide l’invio delle armi ai curdi e i droni americani bombardano: è la strada giusta?

“E’ giusta la difesa di fronte ad atti di terrorismo, ma in una logica di confronto, come dice anche il papa. L’errore è la soluzione unilaterale, la prova muscolare come nella crisi tra Ucraina e Russia…”.

 

A chi affidarsi?

“La mediazione dell’Onu è fondamentale, nonostante i suoi limiti, in Libano anni fa funzionò”.

 

Venendo alla politica italiana, al Meeting non ci sarà Renzi, ma molti ministri: la solita Cl filogovernativa, da Andreotti a Berlusconi, da Letta a Monti?

“Non è questione di ideologie, è che se non si esce da questa crisi, che è peggio di quella del ’48, si finisce nel Terzo Mondo. Va sostenuto qualsiasi sforzo unitario per il bene comune. E per questo va recuperato il senso dell’umano, come si vede nella mostra che dedicheremo a Guareschi e a Jannacci: i loro personaggi, “periferici”, ma autentici, seguono quello che hanno dentro di sé, non rispondono ad alcuna ideologia. E così sono capaci di mettere a nudo l'”io” di tutti.

 

C’era una volta il Meeting dei potenti (con polemiche annesse, le ultime sul caso Formigoni): e ora?

“E’ passato di tutto. Potenti, grandi uomini e ultimi del mondo ma il Meeting rimane. Errori? Certo, alcuni incontri si potevano evitare. Come ha detto don Carrón, presidente di Cl: ‘Possiamo aver dato dei pretesti’. Ma l’errore si supera se si riscopre che l’altro nella sua verità e diversità può essere una risorsa: una strada forse è meno appariscente, ma più profonda e duratura”.

 

Come giudica i primi mesi del governo Renzi?

“Si sta dando da fare. Di riforma istituzionale se ne parlava da 30 anni. Quella della Pubblica amministrazione sarà fondamentale…”.

 

Era meglio partire dalle riforme economiche?

“E’ il fronte più sensibile, lì si vedrà se davvero potremo farcela”.

 

A proposito di fare squadra, che ne pensa dei 5 Stelle?

“Vedo istanze giuste e altre distruttive. Sono agghiaccianti quando giustificano il terrorismo o la logica del tanto peggio, tanto meglio”.

 

Anno zero per il centrodestra?

“Nel 2008 Berlusconi poteva fare la rivoluzione liberale e ha fallito. Ora devono decidere che mondo vedono e vogliono, e questo vale anche per il centrosinistra”.

 

Francesco Alberti

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2014/8/24/VITTADINI-Un-Meeting-oltre-le-ideologie/print/522297/

 
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La lieta meraviglia che ci risponde

 

Cecilia Ricci

 

Ci sono autori che, più di altri, sanno domandare, perché fissano le fratture dell’esistenza lasciandosi interrogare dalla realtà. Così facendo, rimangono immuni dalla doppia deriva postmoderna della letteratura, quella che l’ha eletta sia a luogo di un’erudizione esasperata ed iperspecialistica, sia a ricettacolo degli sfoghi narcisisti di scrittori quasi sempre improvvisati e, ancora più spesso, mediocri.

George Steiner e Flannery O’Connor sono due autori veri, la cui “arte” nasce dal tentativo di esprimere il Mistero della vita ed è tesa ad indagarne le opacità e l’umano “disorientamento”. Distanti per formazione culturale e credo religioso, ambedue finiscono per formulare una “poetica della Presenza” sostenuta da prospettive diverse.

Per la O’Connor lo scrittore deve «far sì che l’azione descritta riveli quanto più possibile del mistero dell’esistenza». Deve cioè “vedere” nella realtà i segni della Grazia. Per tale motivo la narrativa è chiamata ad “impolverarsi” con tutto ciò che è umano e quindi anche con i suoi aspetti più miseri e grotteschi, perché «la redenzione non ha senso se non trova una causa nella vita di ogni giorno».

Lontano dalla certezza della fede ma mosso da un potente senso religioso, Steiner ha condotto l’intera esistenza a indagare il significato profondo delle “intrusioni dell’altro” nelle nostre vite. Nell’arco della sua carriera non ha mai smesso di ripetere che la grande arte nasce e si alimenta solo in virtù di una “vera presenza”, ovvero di un significato ultimo che la giustifica. «Esiste la lingua, esiste l’arte, perché esiste “l’altro”» la cui esistenza è un «mistero doloroso e consolante». Dentro al dramma di chi vorrebbe invano decifrare la presenza misteriosa si nasconde la lieta meraviglia per l’incontro inatteso con un “ospite irrevocabile”, «qualcosa o qualcuno che è in grado di rispondere alle nostre aspettative inconsapevoli».

Dall’assedio del Mistero in Steiner a quello della Grazia nella O’Connor, i cui personaggi – bizzarri e spesso deformi – talvolta soccombono al loro orgoglio, talaltra abbracciano la Grazia sempre in forme paradossali. I tratti grotteschi dei personaggi e delle storie narrate recano con sé la firma del Male e di Dio perché «il diavolo getta le basi necessarie affinché la Grazia sia efficace».

Lo straniamento originario della vita, che in Steiner assurge a condizione umana universale, nella O’Connor riceve la carne e gli stracci logori di profeti improbabili, di fanatici ossessionati da Cristo e di tutta la numerosa schiera di figure ferite nella carne perché ferite nello spirito.

Eppure – nonostante sia di gran lunga più accentuata nella cattolica O’Connor la carnalità della Grazia – è incredibile come l’ebreo Steiner indugi, nelle letture di critica letteraria ed estetica, sui  dettagli carnali (come gli scarponi e la sedia dipinte da Van Gogh), letti attraverso le categorie cristiane dell’Annunciazione e della Eucarestia.

In Vere Presenze e in Grammatiche della creazione Steiner comprende perfettamente che la “sacralità dell’ordinario” può essere celebrata solo a partire dall’evento della kenosis di Dio. Tuttavia per Steiner il linguaggio cristologico rimane una “finzione”, una “metafora” tesa a cogliere il senso dell’esperienza estetica, ma priva di un assoluto valore di verità.

Nella O’Connor, invece, la carnalità della Grazia è letta interamente alla luce dell’Avvenimento cristiano ed il miracolo eucaristico, lungi dall’essere una semplice metafora, rappresenta la possibilità di guardare le cose peggiori come una promessa di Bene. Il Mistero si fa una Presenza fino ad essere “inciso” nella carne, come il volto di Cristo tatuato nella schiena di Parker. 

Ciò che sorprende di più è che nella narrativa della O’Connor il movimento centrale conduce dalla certezza alla possibilità. Infatti dal “fatto” dell’Incarnazione (la certezza) si passa all’atto libero dell’accettazione della Grazia (la possibilità del riconoscimento). Con un passaggio che potrebbe mettere a repentaglio la solidità “cristiana” della sua narrativa, la fede, resa apparentemente “debole”, diventa una questione pienamente “terrena”, la possibilità più vera offerta all’uomo. Questa carnalità del Mistero è “creduta” dalla O’Connor perché “vista” in azione.

Diversamente dalla O’Connor, in Steiner non c’è incontro con una presenza Altra che possa salvare “realmente” dal Male del mondo. Di fronte all’impossibilità di credere all’Incarnazione, la “vera presenza” rimane valida solo sul piano estetico-ermeneutico ed incapace di rispondere alla follia totalitaria del XX secolo, frantumandosi così davanti alla soglia della storia.

Nell’ottica della O’Connor il sacrificio di Cristo, poiché non è né una metafora né un’invenzione, salva realmente le dimensione ordinaria, e le sue imperfezioni diventano così il segno tangibile di una promessa di compimento. Come il volto “segnato” di Mary Ann, la bambina affetta da un male incurabile e morta a soli dodici anni. Nella sua breve esistenza la “spina” della malattia non le ha impedito di vivere con letizia. Il suo volto “grottesco” è incompiuto, esattamente come «la creazione al settimo giorno», ma nella sua imperfezione è un volto pieno di promessa perché ci ricorda che il Bene sulla terra è “qualcosa in costruzione”.

 

Stupore commosso

Febbraio è un mese di luce che inizia con la “Candelora”, festa che ricorda la Presentazione al Tempio di Gesù, acclamato dal vecchio Simeone “luce che illumina le genti”. Gesù si è offerto al Padre per diventare luce nel mondo e lo diventa nel momento del sacrificio della Croce. Non c’è luce nel mondo senza sacrificio, per questo, mentre le giornate si fanno più lunghe e luminose, abbiamo condiviso il dolore dei nostri fratelli in Emilia, in Toscana, a Roma per l’alluvione che ha colpito vaste zone dell’Italia con l’esondazione di tanti fiumi, provocando vittime e danni che fanno paragonare queste giornate a quelle del sisma del 2012.

Martedì 11 febbraio ricorre la memoria dell’apparizione della Madonna a Lourdes; anche là migliaia di ceri sono disponibili alla fiamma, si consumano nella fiamma e così diffondono la luce. Anche là l’acqua da causa di tragedia è stata donata come segno di salvezza, fatta sgorgare dalla terra nelle mani della piccola Bernardette Soubirous. Giovanni Paolo II ha voluto che l’apparizione della Madonna a Lourdes coincidesse con una Giornata mondiale di preghiera per i tutti i malati. Quella di quest’anno, la ventiduesima, indica come tema: “Fede e carità”: “anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (I GV 3, 16). Nel suo messaggio per la XXII Giornata mondiale del malato Papa Francesco ci ricorda che la Chiesa riconosce negli ammalati “una speciale presenza di Cristo sofferente (…). Quando il Figlio di Dio è salito sulla croce ha distrutto la solitudine della sofferenza e ne ha illuminato l’oscurità (…) Nel disegno d’amore di Dio anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale e ci fa affrontare ogni avversità in Sua compagnia, uniti a Lui”.

Ma l’11 febbraio non può essere separato da ciò che è accaduto lo scorso anno, quando Papa Benedetto XVI annunciò al mondo la sua intenzione di lasciare il Pontificato per rimettere questo servizio nelle mani di Cristo. Un mese dopo veniva chiamato a guidare la barca di Pietro il Vescovo di Buenos Aires che, dal 13 marzo 2013, è Papa Francesco Vescovo di Roma.

“Dare la vita per i fratelli”. Ci sono tanti modi per dare questa vita. La danno i Papi, come i volontari che soccorrono le popolazioni colpite dall’alluvione, come oggi, sabato 8 febbraio un silenzioso esercito di volontari raccoglie in oltre 3.000 farmacie i farmaci da banco che saranno poi distribuiti, attraverso gli Enti associati al Banco Farmaceutico, a oltre mezzo milione di malati poveri in Italia. Questo gesto porta aiuto a tante case, come in Via Verdi a Torino dove Gerarda si prende cura di sua sorella Ida, in coma vigile da vent’anni, bisognosa in continuazione di farmaci che senza l’aiuto del Banco Farmaceutico andrebbero a pesare moltissimo sul bilancio della famiglia.

Da ultimo, a fine mese, entreremo nella settimana piena di luce con la Festa della Cattedra di San Pietro; in quel giorno ci saranno due avvenimenti luminosi: il primo Concistoro di Papa Francesco con la creazione di sedici nuovi cardinali, fra cui l’Arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, e l’anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani (2005). Ha colpito tutti la scelta operata da Papa Francesco di tanti Vescovi di “periferia” chiamati a rivestire la porpora, per spogliare ancora di più il cardinalato da un’aurea principesca e far capire che si tratta di un servizio: consumarsi fino al sangue. “Uno che si fa prete”, dice il neo cardinale di Perugia, “è uno che vende la pelle a Cristo per darsi completamente: mi fido di Te e Ti seguo fino in fondo”. Il 22 febbraio ci riporta al giorno della morte di don Giussani, il sacerdote che irrompe nella scena della società e della Chiesa ambrosiana nel 1954 come insegnante di religione al liceo Berchet e poi all’Università Cattolica di Milano, autentico “segno di contraddizione” che educherà alla fede ed una ragione aperta migliaia e migliaia di giovani.

È impossibile in poche righe condensare quanto il vento dello Spirito ha soffiato attraverso le parole, i gesti, il movimento nato da don Giussani, quasi un turbine di vita e di luce che ha scosso e scuoterà le coscienze. Cristo, luce che illumina le genti continuerà a scuotere le coscienze e a illuminare il mondo attraverso i suoi testimoni, i suoi profeti, i suoi Santi; a squarciare le tenebre che vorrebbero far sprofondare la Chiesa in una Ong, diretta dall’Onu, una Chiesa che si adegui di volta in volta alla mentalità dominante che si nutre degli idoli del sesso, del denaro e del potere. La Vita di don Giussani scritta da Alberto Savorana per chi la accosta giorno dopo giorno spalanca la ragione ed il cuore ad uno stupore commosso. Nel Vangelo di domenica Cristo ci invita ad essere la luce del mondo e il sale della terra. Don Giussani ha fatto della sua vita un’offerta, un sacrificio così fecondo da generare un popolo che ora lo segue in tutto il mondo. Si è consumato e si è fatto amico di tutti coloro che hanno a cuore la verità e non necessariamente la pensano allo stesso suo modo.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/2/8/Tragedia-o-salvezza-/print/465109/

Le vibrazioni della verità

Ernst Bloch inizia il suo saggio Il principio speranzacon queste domande: «Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Che cosa ci aspettiamo? E che cosa ci aspetta?».

Ai nostri giorni queste domande si pongono con maggiore insistenza perché l’uomo si è scoperto nudo e solo: nudo per il tramonto delle ideologie e dei miti, presentati come apportatori di luce e di salvezza; solo per la consapevolezza di essere «un atomo irrisorio, sperduto nel cosmo».

Ma di nudità e di solitudine non si può vivere, e le domande di ieri si ripresentano, magari avvertite sotto varie vibrazioni. Indichiamone alcune, oggi particolarmente testimoniate dalla letteratura.

«La strada è la mia vita», urlava Jack Kerouac, vissuto letteralmente on the road, sulla strada, alla ricerca dell’eldorado. Il poeta Giorgio Caproni, aggirandosi per la sua Genova e osservando il monumento di Enea, vede nell’eroe troiano, che avanza portando sulle spalle il padre e trascinando il figlio per mano, il simbolo dell’uomo che fugge dalla devastazione in cerca di un’altra dimora. Ma dove? Non esistono terre felici dove porre stabile dimora; esiste soltanto questo nostro bisogno di evadere.

Suggestivo è, sull’argomento, un recente romanzo di Giuseppe Lupo dal titolo Viaggiatori di nuvole(Marsilio 2013). Si dice che i Re Magi, lasciata Betlemme, ripresero il viaggio e approdarono a un’isola sconosciuta. «Qui posero fine al loro straordinario girovagare, senza più i doni portati alla grotta, ma carichi di un libro che ciascuno di essi aveva trovato lungo il cammino: re Gaspare il Vangelo, re Melchiorre la Torah, re Baldassarre il Corano. In questo luogo decisero di costruire una chiesa, una sinagoga e una moschea (…). Dopodiché ripartirono (…) Intorno ai tre edifici nacque una città le cui mura di cinta erano colme delle lettere di tutti gli alfabeti che si parlavano sulla faccia della terra. Chiamarono la città nuovo mondo».

Il significato della leggenda è suggestivo: siamo “viaggiatori di nuvole”, inseguiamo sogni e chimere che appaghino le nostre aspirazioni radicali. In realtà, siamo tutti cercatori di un nuovo mondo, di un Eden perduto. In parole più chiare, siamo tutti cercatori di Dio, anche senza saperlo.

Un’altra vibrazione, molto avvertita nell’odierna letteratura, si riferisce al silenzio di Dio. Perché egli tace quando le sue creature, nella morsa del dolore, lo invocano? Elie Wiesel, reduce da Auschwitz, denuncia questo silenzio in un splendido oratorio. Immagina che Abramo, Isacco e Giacobbe abbiano avuto dall’Altissimo il compito di percorrere le strade del mondo e raccogliere gli echi della sofferenza degli ebrei, e poi riferirli lassù. A missione compiuta, i tre patriarchi riferiscono. Il tribunale celeste resta in silenzio. Gli interrogativi incalzano.

«Abramo parla, e Dio tace, Isacco ricorda, e Dio tace, Giacobbe s’interroga, e Dio tace. Dio tace, / Dio guarda, / Dio è, è sguardo». Allora i tre «posero a Dio la domanda più umana e più terrificante anche: Perché? Perché, Signore? Perché, Padre?» Nessuna risposta. Elie Wiesel non nega Dio, lo interroga, e si rifugia nel martirio della fede. Così avviene anche per Joseph RothShusaku Endo,padre Turoldo e per molti altri scrittori.

La loro vibrazione varia secondo la forza, la debolezza e la carenza della loro fede. Particolarmente intensa è quella fatta risuonare da Mariapia Veladiano nel romanzo Il tempo è un dio breve (Einaudi 2012). Anche se storditi, gli scrittori credenti nel silenzio di Dio percepiscono un appello all’amore che salva. Dio parla col silenzio.

Dinanzi alla produzione letteraria del nostro tempo, si ha talvolta l’impressione di trovarsi in una società nella quale Dio è sconosciuto, estraneo, ricordo scialbo. In realtà, oggi come sempre, il Dio sconosciuto ed estraneo si fa sentire in diverse maniere: inquietudine, senso di vuoto e di smarrimento, bisogno di senso e di perdono. Sull’argomento, lo scrittore Ferruccio Parazzoli, nel volume Il posto delle cornacchie. Nuovi appunti dal cuore della notte (Ares 2010), ha pagine illuminanti. Alla domanda: Dio è lontano da noi? Risponde: «E se ci fosse invece incredibilmente vicino, addosso perfino, da non poterlo distinguere? E se fosse invece in quella nostalgia che abbiamo di Lui senza di Lui?». Il rifiuto di Dio è spesso rifiuto di una maschera, di un dio da noi costruito. Negare questo dio è un atto di onestà, anzi religioso.

Éric-Emmanuel Schmitt ha composto un dramma nel quale porta sulla scena Freud e uno sconosciuto, che poi si rivela essere Dio. Il colloquio tra l’ateo Freud e lo sconosciuto (Dio) è una sequenza di affermazioni e intuizioni che fanno molto riflettere. Alla fine dell’incontro, lo sconosciuto (Dio) saluta Freud: «Me ne vado, Freud. Non ho padre, né madre, né sesso, né inconscio (…). – Mi lascia? – Non ti ho mai lasciato. – Non la vedrò più? – Tutte le volte che vorrà, ma non con gli occhi. – E come? – Ero qui Freud, sono sempre stato qui, nascosto. E tu non mi hai trovato. E non mi hai mai smarrito. E quando ti sentivo dire che non credevi in Dio, sembravi un usignolo che si lamenta di non sapere la musica». L’idea di fondo di questo testo si può così sintetizzare: Dio è inestirpabile dalla nostra mente e dal nostro cuore perché ne é il creatore, siamo sua immagine, anche se sporca e monca.

Una forte vibrazione della presenza di Dio ci viene dall’incontro con la bellezza. In merito, molto significativo è un testo di Charles Baudelaire nel suo saggio Art romantique: «È esso, è questo istinto del bello che ci fa considerare il mondo e tutte le sue bellezze come un riflesso, come una corrispondenza del cielo. La sete inestinguibile di tutto ciò che è al di là, e che ci rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità.

Con la poesia e insieme attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, l’anima intuisce la luce che splende al di là della tomba; e quando una poesia perfetta fa nascere le lacrime agli occhi, queste lacrime non sono segno di eccessiva gioia, ma piuttosto indice di una malinconia esasperata, di una esigenza nervosa, di una natura esiliata nell’imperfetto che bramerebbe possedere subito, in questo mondo, un paradiso rivelato».

Emil M. Cioran si è professato ateo e nichilista. Nel suo libro Lacrime e santi (Adelphi 1990) si leggono queste affermazioni: «Essa (la musica) è nata dal “rimpianto del paradiso”, trasmette il brivido interiore di Dio». Riferendosi a Bach, da lui molto amato, scrive: «Dopo un oratorio, una cantata o una Passione, Dio deve esistere. Altrimenti, tutta la sua opera non sarebbe che un’illusione lacerante». Dicevamo di vibrazioni che ci mettono sui sentieri di Dio, non di prove. Queste ci vengono dalla Rivelazione e dalla fede.

 

Ferdinando Castelli

Qualcuno che sta davanti a me

 

La scrittrice cambogiana scampata al genocidio di Pol Pot racconta la sua conversione, iniziata in un campo di internamento. «Io gli urlavo contro solo odio, Lui ha ascoltato la mia non-preghiera»

 
 
 

Claire LyCome da tradizione, anche nel 2013 l’ultimo numero del settimanale Tempi è interamente dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso firmati da diverse personalità del panorama sociale, culturale e civile italiano e non solo. Nella rivista che resterà in edicola per due settimane a partire dal 27 dicembre, troverete, tra gli altri, i contributi di Carlo CaffarraDomenico Dolce e Stefano GabbanaBen Weaseldon Gino RigoldiCostanza MirianoLuigi AmiconeMarina Corradi, Aldo Trento, Pippo Corigliano, Monica Mondo, Francesco BellettiAntonio SaladinoSamaan Daoud da Damasco, Claire Ly, Susanna Campus, Antonio BenvenutiFred PerriBerlicche.

Pubblichiamo qui il Te Deum di Claire Ly, ex insegnante in Cambogia, internata dal 1975 al 1979 in un campo di rieducazione dei khmer rossi e scampata a uno dei crimini più rapidi e spietati del Novecento, il genocidio del popolo cambogiano da parte del regime comunista di Pol Pot (qualcosa come due milioni di morti sui circa sette della popolazione totale, in soli quattro anni). Nei killing field Claire Ly ha perso il marito e i fratelli. Sopravvissuta insieme ai suoi due figli, dopo la fine della dittatura è emigrata in Francia dove insegna e scrive libri. E dove ha chiesto e ottenuto di entrare nella Chiesa cattolica. L’ultima sua opera uscita in Italia è La mangrovia. Una donna, due anime (Pimedit).

Mi chiamo Claire Ly, sono una cambogiana uscita viva dai campi di internamento dei khmer rossi, e ringrazio Dio perché mi ha dato una certezza che non è chiusa su se stessa, ma è aperta come una ferita. Ringrazio perché la verità non è qualcosa che io possiedo, ma qualcuno che sta davanti a me. Voglio dire che la mia fede si nutre della certezza che il Resuscitato ci precede sempre. Egli non è nostra proprietà. Non lo è nemmeno della Chiesa: lo spirito di Cristo non può essere rinchiuso da nessuna parte.

cambogia-khmer-rossi-genocidio-ossarioOggi vivo in Francia, insegno e scrivo libri. Ma fra il 1975 e il 1979 ho perso tutto: mio padre, mio marito e i miei fratelli sono stati fucilati, e nel giro di 24 ore ho dovuto lasciare il mio lavoro di insegnante e traduttrice, la mia casa, i miei vestiti, e coi capelli tagliati corti come quelli delle contadine sono stata deportata, incinta, in campagna e costretta lavorare nelle risaie. Ero buddhista, ma non potevo accettare l’interpretazione buddhista del male, la legge del karma secondo cui chi è vittima di un’ingiustizia sta ricevendo il contraccambio per le ingiustizie che ha compiuto nelle sue vite precedenti. Ero piena di rabbia, che nel buddhismo è uno dei tre veleni (gli altri due sono l’odio e l’ignoranza) che uccidono l’anima.

Per liberarmi da quel sentimento mi sono costruita un oggetto mentale su cui riversare il mio malanimo. In Occidente avreste detto che mi ero trovata un capro espiatorio. Quell’oggetto era “il Dio degli occidentali”, al quale urlavo la mia rabbia e che accusavo delle mie disgrazie. Dopo due anni di quella vita, ho cominciato a provare una strana sensazione: una presenza invisibile accanto a me. Il Dio contro il quale avevo gridato, senza chiedere mai nulla, aveva ascoltato la mia non-preghiera. All’inizio ho pensato che stavo vaneggiando, ma poi mi sono accorta che insieme alla percezione della misteriosa presenza era avvenuto in me un cambiamento: ho cominciato a commuovermi per la sofferenza altrui, non ero più chiusa su me stessa e sulle mie perdite. La Cambogia ha perso due milioni di abitanti su sette nei quattro anni del potere khmer, la mia disgrazia era la stessa di milioni di persone. Ho vissuto altri due anni nei campi, ho visto i bambini sottratti alle famiglie e mandati a vivere da soli, i neonati passati da una madre all’altra per l’allattamento perché maternità e figliolanza dovevano essere solo collettive.

Per gli occidentali il problema è conciliare l’idea di onnipotenza di Dio col fatto che Lui non impedisce il male. Io non mi ponevo questo problema: Dio poteva anche essere onnipotente, ma la mia collera era grande come Lui. L’ho semplicemente convocato, senza domandargli nulla. E imprevedibilmente ho fatto l’esperienza che questo Dio mi ascoltava. Che c’era veramente Qualcuno che mi ascoltava e mi accompagnava sulla strada della sofferenza. Che vegliava su di me come una mamma veglia il figlio malato. Senza parole, ma con tenerezza. Anche adesso, quando parlo di Dio, parlo di questo Dio della tenerezza.

Quando il regime dei khmer rossi è finito, mi sono trasferita in Francia. È lì che ho scoperto che il Dio che mi era stato compagno nelle risaie era il Dio di Gesù Cristo. Nessuno ha cercato di convertirmi. Mi sono interessata ai Vangeli perché nei giornali che gentilmente mi portavano, perché mi tenessi informata sulla Cambogia, trovai una copia dell’enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II. C’erano tante citazioni dai Vangeli, e io chiesi di poterli leggere. Così scoprii la figura di Gesù Cristo.

Gesù è uno che piange, che si arrabbia
Di lui mi ha colpito subito la libertà: nonostante le sue umili origini, nonostante la situazione politica dell’epoca, nulla lo poteva fermare. Gesù di Nazareth mi ha sedotto subito come maestro, e questo non era in contraddizione col buddhismo, che permette una pluralità di maestri: mi sono messa ad ascoltarlo. Quel che mi colpiva di lui, era la vicinanza, il fatto che era un maestro alla mia portata. Buddha è il maestro che mostra la strada verso il Nirvana, ma soltanto lui è arrivato alla saggezza suprema. Solo lui è stato capace di vivere senza mai piangere, senza mai provare rabbia. Questo lo rende lontano, un modello inarrivabile. Invece Gesù è uno che piange, che si arrabbia: l’ho sentito vicino e simile a me. Nel buddhismo l’uomo è chiamato a liberarsi da sé, nel cristianesimo Dio si incarna in Cristo per liberarci. Un giorno ho voluto partecipare a una Messa ed è lì che è successo qualcosa. Il mio desiderio è cambiato, non volevo essere semplicemente una che ascolta, ma una che segue il maestro. Ho sentito che Colui che aveva camminato per tanto tempo con me voleva che lo riconoscessi. La mia risposta è stata domandare il Battesimo, che mi è stato impartito nel 1983 nella diocesi di Nîmes.

La fede cristiana ha questo in più di qualunque altra fede religiosa: che è Dio che si abbassa fino a noi. Questo è un movimento unico fra tutte le religioni. In tutte le altre esperienze religiose si tratta sempre di salire, anche il buddhismo richiede un’ascesi continua. Invece nel cristianesimo è Dio che si colloca alla nostra portata. Di questo non prenderemo mai abbastanza coscienza.

(testo raccolto da Rodolfo Casadei)

Leggi di Più: Claire Ly: Te Deum per la Tua compagnia nel lager khmer | Tempi.it 

Quando la verità impazzisce

 

Papa Francesco, nell’omelia alla Messa alla Casa Santa Marta di oggi, ha detto che conoscere i comandamenti ma non realizzarli nella vita – così come facevano i farisei -, non solo non serve, ma «fa male». Riferendosi alle letture del giorno sul famoso esempio della casa costruita sulla sabbia o sulla roccia, il Pontefice ha spiegato che questa ipocrisia ci fa credere di «avere una bella casa», ma, in realtà, essa «non ha fondamenta».

LA CITAZIONE DI CHESTERTON. Riprendendo la prima lettura del profeta Isaia, papa Francesco ha osservato: «Isaia lo dice: “Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna!”. La roccia è Gesù Cristo! La roccia è il Signore! Una parola è forte, dà vita, può andare avanti, può tollerare tutti gli attacchi, se questa parola ha le sue radici in Gesù Cristo. Una parola cristiana che non ha le sue radici vitali in Gesù Cristo, è una parola cristiana senza Cristo! E le parole cristiane senza Cristo ingannano». E qui, papa Francesco ha citato, senza nominarlo, un celebre aforisma di G. K. Chesterton: «Uno scrittore inglese, una volta, parlando delle eresie diceva che un’eresia è una verità, una parola, che è diventata pazza. Quando le parole cristiane sono senza Cristo incominciano ad andare sul cammino della pazzia».

«LA ROCCIA E’ LUI». Le parole cristiane senza Cristo portano «alla vanità, all’orgoglio, al potere per il potere. E il Signore abbatte queste persone. Questa è una costante nella storia della Salvezza. Lo dice Anna, la mamma di Samuele; lo dice Maria nel Magnificat: il Signore abbatte la vanità, l’orgoglio di quelle persone che si credono di essere roccia. Queste persone che soltanto vanno dietro una parola, ma senza Gesù Cristo: una parola cristiana senza il rapporto con Gesù Cristo, senza la preghiera con Gesù Cristo, senza il servizio a Gesù Cristo, senza l’amore a Gesù Cristo. Questo è quello che il Signore oggi ci dice: di costruire la nostra vita su questa roccia e la roccia è Lui».

LA GRAZIA E LA PAZZIA. Anche la Chiesa può cadere in questa tentazione. Per questo dobbiamo «chiedere al Signore la grazia di aiutarci a dire parole cristiane in Gesù Cristo, non senza Gesù Cristo. Con questa umiltà di essere discepoli salvati e di andare avanti non con parole che, per credersi potenti, finiscono nella pazzia della vanità, nella pazzia dell’orgoglio. Che il Signore ci dia questa grazia dell’umiltà di dire parole con Gesù Cristo, fondate su Gesù Cristo!».

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L’incontro con i “testimoni”

La secolarizzazione delle istituzioni e la laicizzazione dei costumi sono delle evidenze manifeste. La strada che conduce davanti ai portali delle chiese e spinge a varcarli si è fatta lunga e accidentata. Passa per domande inquietanti, a volte per derive personali, in qualche caso – minoritario – per desiderio di ricerca sincera del Vero. Dire, come fa Roberto De Mattei nel suo ultimo articolo uscito sul Foglio (“Processo ai nuovi modernisti”, 26 nov.), che “l’esistenza di Dio prima di essere una verità di fede, è verità filosofica, che può essere dimostrata dalla ragione” renderebbe l’attuale scomparsa di Dio una semplice e grossolana svista filosofica, prima di essere quello che è: una totale invisibilità delle tracce della Sua presenza una volta all’interno di una società massicciamente secolarizzata. In realtà la secolarizzazione è un dato evidente e Dio è diventato veramente “il grande sconosciuto”, come ha affermato Benedetto XVI nella sua conferenza al Collège des Bernardins. Una tale mancata conoscenza non è certamente l’esito di una documentazione insufficiente, né di una formazione religiosa carente, bensì il risultato di un processo ben più grave: il venir meno delle ragioni prime della ricerca.

Detto in termini bruschi e schematici propri di noi sociologi: Dio non è più un’evidenza originaria, mentre ad essere evidente, al contrario, è proprio la sua assenza. Alla base di quest’ultima c’è un’intera società moderna che si è elaborata, strutturata e pensata etsi Deus non daretur, come se a Dio nulla dovesse essere dato. Ed in effetti è sotto gli occhi di tutti come l’intero sistema sociale nei suoi diversi ambiti (giuridico-politici, economico-produttivi, culturali-espressivi, tecnico-scientifici, valoriali e morali) possa dispiegarsi senza nessun riferimento al trascendente. Senza nemmeno la necessità di porsi la domanda sulla Sua esistenza. Come sicuramente de Mattei converrà, in questo assordante ed agghiacciante silenzio cade anche l’intera metafisica: “le ancore nel cielo” di cui parla Rémi Brague sembrano non occupare più il proscenio, mentre al loro posto si afferma il primato schiacciante della “razionalità strumentale”.

Se questo è vero, c’è allora da chiedersi da dove saltino fuori il miliardo e passa di credenti. Dalla semplice miseria materiale, come sostengono Inglehart e Norris? E quando si incontrano i credenti nel cuore dell’Occidente, o tra i ceti non svantaggiati di qualsiasi continente, da cosa sono spinti? Si tratta solo del desiderio di iscriversi in una “tradizione credente”, come sostiene Danièle Hervieu-Léger? Veramente la miseria materiale e l’affetto alla tradizione sono gli unici “compagni di strada” di un moderno desiderio di Dio o forse c’è anche altro?

Quest’altro è certamente costituito da ciò che dice de Mattei e che mi permetto di riassumere nel termine di “ricerca razionale del Vero”. Ma una tale ricerca, in un contesto di radicale assenza di Dio, non nasce nelle biblioteche ma all’interno del cammino interiore di ciascuno e non si muove, non si commuove, a partire dalla lettura di pagine sublimi, ma solo se provocata dall’impatto concreto, percepito dentro ogni propria fibra, con una speranza concreta che si è fatta carne. È l’impatto con chi crede senza riserve e ha virato la propria vita nella direzione di un rapporto serrato con la Verità rivelata che scompiglia le carte e annuncia la possibilità di incamminarsi per un sentiero che non si era mai pensato di percorrere. Detto in altri termini è l’incontro con i “testimoni” che accende il desiderio di dirigersi là dove questi indicano. Solo così il portale di una chiesa recupera, agli occhi di un uomo moderno, il proprio significato.

Ciò spiega come le attuali forme di adesione alla verità rivelata transitino sempre per la scoperta ed il riconoscimento di chi un tale incontro lo ha già fatto e lo testimonia con la propria esistenza. Sono infatti queste figure di prima linea che fanno da “compagnia” al desiderio individuale e soggettivo di verità, ne accompagnano i primi incerti passi. In qualche modo siamo molto vicini al concetto di santità e se non tutti i testimoni sono anche santi tutti i santi sono certamente testimoni. A differenza radicale dell’universo protestante che lascia l’individuo in compagnia della sua sola esperienza, il cattolicesimo mostra come non ci iscriva solo in una “tradizione credente”, ma ci si leghi anche a persone concrete, ad una chiesa carnale fatta di uomini e donne di Dio, che hanno sconvolto la loro storia, prima di sconvolgere anche la nostra. Non è un caso se, accanto ai testimoni, sono le figure dei santi e soprattutto quella, decisiva, di Maria corredentrice, a detenere un peso rilevante.

Roberto de Mattei tralascia proprio questa dimensione della testimonianza – che spesso sfocia in santità – che è parte importante dell’incontro di cui parla don Giussani. L’altro non è uno qualsiasi, ma un “santo di Dio”, inteso come qualcuno che ha buttato il cuore oltre l’ostacolo, con tutti i suoi limiti personali, ma anche con tutta la sua generosità. Seguirlo non ha alcun senso se non si guarda a ciò che questi ci indica: la Chiesa, con i suoi sacramenti, le verità di fede, ma anche la sua presenza concreta e la sua compagnia. Si comincia allora quel cammino che passa anche dentro i contenuti. Perché quando ci si tiene a qualcuno, tutto quello che dice o fa ci interessa.

È merito di don Giussani e di quelli come lui che hanno intuito come solo l’impatto con una Chiesa vissuta da una comunità di credenti, ed attraverso la straordinaria mediazione esercitata dai “santi di Dio”, si potesse consolidare quell’avvio concreto ad una partecipazione e ad una corrispondenza a misura di una società per la quale Dio è veramente “il grande sconosciuto”.

La conclusione è quindi radicalmente opposta a quella di de Mattei: non solo l’esperienza di Comunione e liberazione, esattamente come quella di altri movimenti, ha costituito un argine alla crisi, ma è proprio l’assenza di esperienze e di incontri concreti che l’ha mestamente determinata.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/11/29/IL-FOGLIO-vs-GIUSSANI-Senza-un-amico-anche-le-formule-di-De-Mattei-valgono-poco/print/447964/