La vaghezza del vivere e morire

Non si muore senza aver avuto il tempo di sapere che si sta per morire”. Così scrive Philippe Ariès nella sua intramontabile Storia della morte in Occidente. L’opera vede la luce a metà degli anni Settanta e costituisce una pietra miliare di quella storiografia tanto cara alle Annales che sonda i comportamenti umani come motore della storia e le mentalità come elemento centrale degli accadimenti e delle loro conseguenze. Una rilettura contemporanea del grande capolavoro di Ariès offre occasioni di riflessione su una questione cruciale, come la morte, che è questione culturale, antropologica e ovviamente, anche in perfetta relazione con una visione cristiana della vita presente e futura.

Il tema del morire, prima ancora che il tema della morte in sé, è infatti decisivo nella trasformazione culturale e antropologica che segna il passaggio dell’uomo da un mondo cosiddetto antico al mondo cosiddetto moderno.  “Nello specchio della propria morte – scrive Ariès – ogni uomo riscopriva il segreto della sua individualità” e perfino della sua identità. In definitiva “la morte significa riconoscimento, da parte di ognuno, di un Destinoin cui la propria personalità non è annientata, certo, ma addormentata”. Era insomma quello che il Requiem sintetizzava non solo come epitaffio scontato, ma come rappresentazione semantica di uno status effettivo, condiviso e universale.

Sul morire si è giocata una battaglia radicale che segna la misura della differenza non solo tra un mondo religiosamente orientato ed uno pienamente secolarizzato, ma anche tra un’umanità integrale ed un’umanità isterica, in cui l’idea della rottura si è insinuata nell’esperienza umana come segno distintivo di un fallimento.

Così, se la morte ha sempre generato un ordine del discorso, per dirla con un’opera fondamentale di Michel Foucault, forse il più grande studioso del passaggio critico da un mondo antico ad uno moderno che il Novecento abbia conosciuto, discorso che si era strutturato in un vero e proprio cerimoniale che dava al momento del passaggio estremo il sommo valore della solennità, oggi, in una società allergica ad ogni discorso pertinente e tanto meno ad ogni forma di cerimonia che suggella i transiti esistenziali elevando l’informale a categoria assoluta, il tema della morte si è decisamente indebolito. Si è attestato, al più, sulla mera dimensione emotiva cui sottostà una visionemorbosa dell’esistenza.

La questione ha investito la Chiesa stessa, la più grande società di discorso e la vera detentrice di un discorso pertinente alla morte e al suo esito ultimo, la Resurrezione.

L’anemia che contraddistingue la religione e la filosofia, anemia che si ripercuote inevitabilmente sulla poesia, ha reso il discorso del vivere e del morire vago. Ed è in tale vaghezza che l’uomo contemporaneo ritiene di trovare una sorta di felicità semantica. Parole deboli possono essere piegate a piacere alle proprie esigenze di sicurezza. Così un discorso vago è innanzitutto un discorso rassicurante.

Troppo spesso anche l’omiletica funeraria cede il passo a tale visione onirica ed emotiva, con raffigurazioni blande e caricaturali del Paradiso (e mai dell’Inferno e men che meno del Purgatorio) in cui i morti trovano il loro compimento, prima ancora che spirituale, professionale. Così il musicista, il giornalista, l’idraulico e via dicendo, saranno pienamente a disposizione degli angeli con la loro professionalità.

Ad un discorso debole si associa un modo nuovo di gestione della corporeità morta. Se nella società pienamente cristianizzata che sgorga dal Medioevo “la solennità della morte nel proprio letto” ha assunto “un carattere drammatico” perché “degli esseri  soprannaturali hanno invaso la camera e si affollano al capezzale del giacente” ingaggiando “una lotta cosmica fra potenze del bene e del male che si disputano il possesso del moribondo e il moribondo stesso assiste al combattimento come un estraneo per quanto rappresenti la posta in gioco” e addirittura “Dio e la sua corte sono là per constatare come si comporterà il morente durante l’ultima prova” sottoposta “ad un’ultima tentazione”, la tentazione della “disperazione” o della “vanagloria”, l’ospedalizzazione moderna della morte e il suo allontanamento dalla casa tentano di depotenziare ogni carattere tragico dell’evento.

Si tratta di un’ulteriore eterotopia, per dirla ancora con Foucault, di un’espulsione della morte dall’orizzonte presuntuosamente euforico dell’esistenza. Il morto viene così collocato nello spazio neutro delle case del commiato, che hanno orari da centro commerciale, servizi palliativi del dolore, dal caffè al ristorante. L’orizzonte dell’eterno presente in cui siamo collocati nella nostra esistenza senza età, senza ingressi e senza uscite nelle fasi di passaggio di un’esistenza che vorremmo fosse lineare e levigata, è apparentemente salvo. Finché non toccherà a noi.

https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2019/1/21/letture-aries-e-foucault-linganno-di-un-presente-senza-morte/1837641/

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Per accendere i desideri

Cari giovani,
ci stiamo avvicinando alla Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Panama il prossimo mese di gennaio e avrà come tema la risposta della Vergine Maria alla chiamata di Dio: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Le sue parole sono un “sì” coraggioso e generoso. Il sì di chi ha capito il segreto della vocazione: uscire da sé stessi e mettersi al servizio degli altri. La nostra vita trova significato solo nel servizio a Dio e al prossimo.

Ci sono molti giovani, credenti o non credenti, che al termine di un periodo di studi mostrano il desiderio di aiutare gli altri, di fare qualcosa per quelli che soffrono. Questa è la forza dei giovani, la forza di tutti voi, quella che può cambiare il mondo; questa è la rivoluzione che può sconfiggere i “poteri forti” di questa terra: la “rivoluzione” del servizio.

Mettersi al servizio del prossimo non significa soltanto essere pronti all’azione; bisogna anche mettersi in dialogo con Dio, in atteggiamento di ascolto, come ha fatto Maria. Lei ha ascoltato quello che le diceva l’angelo e poi ha risposto. Da questo rapporto con Dio nel silenzio del cuore, scopriamo la nostra identità e la vocazione a cui il Signore ci chiama, che si può esprimere in diverse forme: nel matrimonio, nella vita consacrata, nel sacerdozio… Tutti questi sono modi per seguire Gesù. L’importante è scoprire che cosa il Signore si aspetta da noi e avere il coraggio di dire “sì”.

Videomessaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Gioventù di Panama 2018-11-21 (4:07)

Maria è stata una donna felice, perché è stata generosa davanti a Dio e si è aperta al piano che aveva per lei. Le proposte di Dio per noi, come quella che ha fatto a Maria, non sono per spegnere i sogni, ma per accendere desideri; per far sì che la nostra vita porti frutto, faccia sbocciare molti sorrisi e rallegri molti cuori. Dare una risposta affermativa a Dio è il primo passo per essere felici e rendere felici molte persone.

Cari giovani, abbiate il coraggio di entrare ciascuno nel proprio intimo e chiedere a Dio: che cosa vuoi da me?Lasciate che il Signore vi parli, e vedrete la vostra vita trasformarsi e riempirsi di gioia.

Prima della Giornata Mondiale della Gioventù di Panama, ormai vicina, vi invito a prepararvi, seguendo e partecipando a tutte le iniziative che vengono realizzate. Vi aiuterà a camminare verso questa meta. Che la Vergine Maria vi accompagni in questo pellegrinaggioe che il suo esempio vi spinga a essere coraggiosi e generosi nella risposta.

Buon cammino verso Panama! E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. A presto.

Bioetica globale

Una «nuova prospettiva etica universale, attenta ai temi del creato e della vita umana», con l’obiettivo di «rilanciare con forza l’umanesimo della vita che erompe dalla passione di Dio per la creatura umana»: è l’impegno culturale al quale papa Francesco chiama la Pontificia Accademia per la Vita, a 25 anni dalla sua fondazione per opera di san Giovanni Paolo II su impulso del grande genetista Jerome Lejeune, del quale è in corso il processo di canonizzazione. In una lettera al presidente dell’Accademia monsignor Vincenzo Paglia, il Santo Padre indica tre fondamentali obiettivi ai quali l’istituzione deve puntare nel suo futuro per animare il dibattito bioetico, sapendo «elaborare argomentazioni e linguaggi che siano spendibili in un dialogo interculturale e interreligioso, oltre che interdisciplinare».

1. La bioetica globale


Il criterio di riferimento per la tutela e la promozione della vita umana, secondo il Pontefice, è oggi la ricostruzione di un umanesimo, che «in tanti decenni» è stato invece logorato e confuso «con una qualsiasi ideologia della volontà di potenza», ideologia che oggi «si avvale dell’appoggio convinto del mercato e della tecnica» e che è da «contrastare». La «differenza della vita umana – spiega Francesco – è un bene assoluto, degno di essere eticamente presidiato, prezioso per la cura di tutta la creazione». Questo nuovo «orizzonte umanistico», da «riaprire» anche «in seno alla Chiesa» e fondato sulla visione cristiana dell’uomo come creatura a immagine del Padre, è in grado di produrre una «sintesi antropologica all’altezza di questa sfida epocale». Si tratta infatti di «rendere la riflessione su questi temi sempre più attenta al contesto contemporaneo, in cui il ritmo crescente dell’innovazione tecnoscientifica e la globalizzazione moltiplicano le interazioni, da una parte, tra culture, religioni e saperi diversi, dall’altra, tra le molteplici dimensioni della famiglia umana e della casa comune che essa abita». La risposta a questo scenario è la «bioetica globale, con la sua visione ampia e l’attenzione all’impatto dell’ambiente sulla vita e sulla salute».

2. Le manipolazioni dell’umano.


La riflessione bioetica della Chiesa deve puntare sulle «nuove tecnologie oggi definite “emergenti e convergenti”. Esse – spiega il Papa – includono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le nanotecnologie, la robotica». Evidente la preoccupazione di Francesco: «Avvalendosi dei risultati ottenuti dalla fisica, dalla genetica e dalle neuroscienze, come pure della capacità di calcolo di macchine sempre più potenti, è oggi possibile intervenire molto profondamente nella materia vivente. Anche il corpo umano è suscettibile di interventi tali che possono modificare non solo le sue funzioni e prestazioni, ma anche le sue modalità di relazione, sul piano personale e sociale, esponendolo sempre più alle logiche del mercato. Occorre quindi anzitutto comprendere le trasformazioni epocali che si annunciano su queste nuove frontiere, per individuare come orientarle al servizio della persona umana, rispettando e promuovendo la sua intrinseca dignità».

3. Diritti umani e fraternità


La bioetica come riflessione sulla vita umana a partire da una riconoscibile visione dell’uomo non può prescindere secondo il Papa da una chiara visione della «giustizia che mostri il ruolo irrinunciabile della responsabilità nel discorso sui diritti umani e la loro stretta correlazione con i doveri, a partire dalla solidarietà con chi è maggiormente ferito e sofferente». Questa premessa rende possibile affermare che «la medicina e l’economia, la tecnologia e la politica che vengono elaborate al centro della moderna città dell’uomo, devono rimanere esposte anche e soprattutto al giudizio che viene pronunciato dalle periferie della terra». Giustizia e diritti umani parlano la lingua degli esclusi, anche dal progresso: «Di fatto, le molte e straordinarie risorse messe a disposizione della creatura umana dalla ricerca scientifica e tecnologica – spiega il Papa – rischiano di oscurare la gioia della condivisione fraterna e la bellezza delle imprese comuni, dal cui servizio ricavano in realtà il loro autentico significato. Dobbiamo riconoscere che la fraternità rimane la promessa mancata della modernità. Il respiro universale della fraternità che cresce nel reciproco affidamento – all’interno della cittadinanza moderna, come fra i popoli e le nazioni – appare molto indebolito. La forza della fraternità, che l’adorazione di Dio in spirito e verità genera fra gli umani, è la nuova frontiera del cristianesimo».

Il Papa ricorda anche il grande impegno dell’Accademia lungo un quarto di secolo «per la promozione e la tutela della vita umana in tutto l’arco del suo svolgersi, la denuncia dell’aborto e della soppressione del malato come mali gravissimi, che contraddicono lo Spirito della vita e ci fanno sprofondare nell’anti-cultura della morte. Su questa linea – aggiunge – occorre certamente continuare, con attenzione ad altre provocazioni che la congiuntura contemporanea offre per la maturazione della fede, per una sua più profonda comprensione e per più adeguata comunicazione agli uomini di oggi». Francesco chiede però anche di presare attenzione alla «distanza fra l’ossessione per il proprio benessere e la felicità dell’umanità condivisa», che «sembra allargarsi» sino «a far pensare che fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma». Uno sguardo umanistico ed esistenziale che allarga l’orizzonte dell’Accademia e la stessa frontiera della bioetica senza negare nulla di ciò che ha segnato il suo percorso storico ma espandendo a tutto campo l’energia della passione per l’uomo figlio di Dio.

 

Da: https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/il-papa-bioetica-globale-per-l-accademia-per-la-vita

Il luogo dove tutto diventa facile

A cosa serve pregare? Potrebbe essere ricondotta a questa domanda elementare la bellissima catechesi che papa Francesco sta tenendo nelle udienze del mercoledì sul Padre nostro. È un percorso in cui Bergoglio non dà per scontato niente, come avesse presente la condizione dell’uomo di oggi, indifeso ed esposto a tutte le mille illusioni che gli vengono continuamente proposte. Il papa per questo smonta parola per parola la preghiera che Gesù stesso aveva dettato, per farne toccare con mano la concretezza e anche l’affidabilità. Nell’udienza di ieri ad esempio, con la sua consueta capacità di lavorare attorno alle parole per farne capire tutta la portata reale, si è concentrato sull’invocazione iniziale, “padre nostro”. È una parola che in aramaico aveva una sfumatura diversa: “padre” in aramaico è “abbà”, che viene non a caso usata in due circostanze da san Paolo nelle sue Lettere. Abbà – ha detto Francesco – è qualcosa di molto più intimo, più commovente che semplicemente chiamare Dio ‘Padre’. Ecco perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria Abbà con ‘Papà’ o ‘Babbo’”. 

Se “padre” sottolinea di più l’aspetto di autorità, “abbà” invece segnala una familiarità di rapporto. “Dobbiamo immaginare che in queste parole aramaiche sia rimasta come ‘registrata’ la voce di Gesù stesso: hanno rispettato l’idioma di Gesù”, ha sottolineato Francesco in un altro passaggio della catechesi. E in quel dire “registrata” avvertiamo la commozione di un qualcosa che è scaturito da una vita e che tocca la nostra vita. In questa semplice invocazione c’è poi “una forza che attira tutto il resto della preghiera”.

Ma cosa può garantire che una volta invocato, anche dentro una relazione di familiarità, “Abbà” ci ascolti e che quindi la preghiera serva? Il papa mercoledì scorso con molta semplicità aveva sgombrato il campo dalle possibili perplessità: “Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione”, aveva detto. “Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione”. È un cambiamento riscontrabile, verificabile, nella sua concretezza su noi stessi. Dire “Abbà” (basterebbe quello, dice il Papa) è un fatto che sposta, che traghetta da una condizione ad un’altra. Per dirla con Péguy, la preghiera “è il luogo dove tutto diventa facile”.

In un certo senso possiamo dire che la preghiera è un qualcosa di così reale da poter essere toccata con mano. È indicativo ad esempio quello che sta accadendo in queste settimane in un paese iperlaicizzato come l’Olanda. Una comunità protestante dell’Aja, per proteggere una famiglia armena (padre, madre e tre figli) che si è vista rifiutare la richiesta di asilo politico dal governo olandese, da tre mesi continua una maratona di preghiere nella chiesa di Bethel.  La famiglia, che rischierebbe nel caso venisse rimpatriata in quanto il padre è oppositore politico, vive ospitata nella canonica, protetta concretamente dalle preghiere che continuano senza pausa, con centinaia di fedeli che si alternano. Infatti sinché la funzione continua, la polizia per legge non può intervenire per rimpatriare i richiedenti asilo. Ovviamente si tratta anche di un braccio di ferro con il governo. Ma se si avesse qualche dubbio rispetto al fatto che la preghiera serva, l’esperienza dell’Aja, nel suo piccolo, aiuta certamente a fugarli…

Da: https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2019/1/17/la-vittoria-sulla-disperazione/1836137/

I’ll be your mirror

https://itunes.apple.com/it/album/ill-be-your-mirror/568419091?i=568419104

Sarò il tuo specchio
rifletterò quello che sei
nel caso non lo sapessi
sarò il vento, la pioggia e il tramonto
la luce alla tua porta
per mostrarti che sei a casa
Quando credi che la notte abbia invaso la tua mente
che dentro sei confusa e inaridita
lascia che ti mostri che sei cieca
abbassa la tue mani perché ti veda

Trovo difficile
credere che tu non sia consapevole della tua bellezza
ma se non lo sei lascia che io sia i tuoi occhi
una mano nel tuo buio, così che tu non abbia paura

Quando credi che la notte abbia invaso la tua mente
quando dentro sei confusa e abbrutita
lascia che ti mostri che sei cieca
per piacere abbassa le tue mani
perché io ti vedo

Sarò il tuo specchio (rifletterò ciò che sei)

AAA- Lavoro

Giovani e meno giovani, italiani e stranieri. È la cena annuale della caritativa che aiuta chi sta cercando un impiego. C’è chi non parla italiano e chi ha imparato a cantare De Andrè. E chi si è sentita dire: «Ragazza, non ti brillano gli occhi…»Davide Grammatica

Una festa per duecento invitati. Una cena che è l’occasione per ritrovarsi: chi cerca lavoro, chi l’ha finalmente trovato, e chi ha aiutato a trovarlo. Un’amicizia che lega giovani e meno giovani, italiani e stranieri. C’è chi di italiano non sa nemmeno una parola, ma è come se fosse a casa. È la grande famiglia di “AAA-Lavoro”, la caritativa iniziata da Ugo dieci anni fa, quando, col Paese colpito dalla crisi economica, ha deciso di dare una mano: «Molta gente, di lì a poco, avrebbe perso la propria occupazione, una buona percentuale di questi non sarebbe riuscita a ritrovarla». Nasce tutto, e oggi continua, in un bar della stazione Garibaldi di Milano, ormai “sede legale”, attiva tutti i giorni dalle 7 alle 8 del mattino, dove Ugo incontra per primo «chiunque è in difficoltà per motivi lavorativi, per poi non lasciarlo solo e accompagnarlo». «Ogni persona è seguita da una coppia di nostri amici» dice Ugo, e continua: «Con fedeltà, senza la pretesa di arrivare a un chissà quale risultato, ma per aiutare a riconquistare un approccio positivo alla realtà».

Fuori dal salone dell’oratorio della parrocchia di Gesù a Nazareth fa freddo, la festa sta per iniziare e si sentono i rumori degli ultimi preparativi. Chi è arrivato in anticipo inganna il tempo con una sigaretta. «Senti, c’è un modo più semplice per ottenere il permesso di soggiorno», dice un signore a un ragazzo straniero, forse mediorientale, che però sembra sperduto. «Dico, esiste un modo più semplice, sai cosa vuol dire “semplice”?». Il ragazzo continua a non capire. «Do you speak english?». «No». «Senti, io il “bangla” non lo so», dice l’uomo, e insiste: «Ma c’è un modo più semplice per ottenere il permesso di soggiorno». In qualche modo, poi, si riuscirà a comunicare. Di questa insistenza il salone ne è pieno, ed è ciò che contraddistingue questa gente, che si racconta in storie di tenacia e coraggio. Chi se la sente, durante la cena è invitato a raccontarsi, e si racconta «non per meriti», dice Ugo per risolvere ogni ambiguità: «Ma perché noi siamo stati guardati così, e queste testimonianze sono ciò per cui è possibile ripartire». E infatti non si distingue più chi aiuta e chi è aiutato. Tutti vivono l’esperienza della carità in primo luogo per rispondere a una propria esigenza, quella di realizzare se stessi, interessandosi degli altri.

Ne è dimostrazione la storia di Marco. Laureato, dopo un mese trova lavoro, dopo nove viene promosso. Una carriera interrotta troppo presto per problemi con l’alcool, a cui si aggiunge la depressione. Perde il lavoro ed entra in contatto con Ugo, il quale lo affida a Alfredo e Antonio, che diventano per lui «un secondo e un terzo padre». Il primo periodo è un fallimento, il bere cronico è un ostacolo troppo grande. Finisce in un centro di recupero a Brescia, un «manicomio» dice Marco. Ma Alfredo e Antonio non lo abbandonano mai. Accetta il fatto di essere diventato un drop out, e accoglie un’opportunità di lavoro inconsueta: operaio. L’azienda è fuori Milano e ha bisogno di un’auto per spostarsi da Corsico. Alfredo e Antonio gliene procurano una, pagano il trapasso, la lavano, fanno il pieno e gli lasciano le chiavi. Un gesto che a Marco ancora fa commuovere. E muovere. Anche il lavoro ora è visto sotto tutt’altra prospettiva: «Odiavo fare l’operaio, mi lamentavo e basta. Poi ho capito. È come chi di lavoro spacca le pietre, e continua a lamentarsi, mentre uno a fianco, che spacca le pietre come lui, invece di lamentarsi sorride, perché è contento che grazie al suo lavoro si possa costruire una cattedrale».

Chi ringrazia di un’auto, chi di una semplice frase, il peso non cambia. Sonia è un’ex collega di Ugo, cambia lavoro e non si rivedono per quasi dieci anni. Poi la maternità, i responsabili della sua azienda in galera e la difficoltà di ritrovarsi una sistemazione, forse anche per troppa arroganza, come se il lavoro le fosse dovuto, perché lo sa fare bene. Si rimette in contatto con Ugo, mettendo l’orgoglio un momento da parte, perché le torna in mente il suo volto in un momento di difficoltà. «Ragazza, ma a te non brillano gli occhi», le dice Ugo al bar di Garibaldi. Una semplice frase che la rimette in moto, un bagno di umiltà che le fa cambiare approccio ai colloqui e che le fa arrivare più di una proposta lavorativa.

Poi ancora Conrad, che è passato dal dormire sotto un ponte a lavorare in un ostello. Michele, di Salerno, laureato in Giurisprudenza che, dopo sei anni passati a partecipare a concorsi pubblici senza risultati, ha deciso si trasferirsi a Milano in mezzo a mille difficoltà. E Godstime, africano, chiamato così dalla madre perché nato di domenica, che, diventato amico dei ragazzi del Banco alimentare mentre chiedeva l’elemosina, ora potrebbe trovarsi un lavoro come pizzaiolo o saldatore.

E poi Abdul, l’eroe della serata, che non racconta nulla.Semplicemente, alla fine della cena, prende una chitarra e si mette a cantare. Amore che vieni, amore che vai di De Andrè, la prima canzone che ha imparato per esercitarsi con l’italiano, a vent’anni dalla morte del cantautore. E lo ricorda meglio di molti altri. Solo per ringraziare. Con un sorriso che è lo stesso che sta sulla faccia di tutti quelli in sala, conquistati da un rapporto di una tale gratuità che fa ben sperare. Come se si potesse fare qualsiasi cosa, chiunque tu sia, qualunque sia il tuo problema, con un amico che ti sta a fianco.

Il coraggio di mettersi in discussione

“Benvenuta questa presa di posizione di don Carrón, perché negli ultimi tempi si era invece assistito a una certa, sia pure alla spicciolata, presa di posizione del mondo cattolico che sembrava aver fatta propria la linea della paura”. Claudio Martelli, che nel 1990 in quanto vicepresidente socialista del Consiglio affrontò l’emergenza dei 23mila albanesi sbarcati sulle coste della Puglia, reagisce così alla lettura dell’intervista che don Julián Carrón ha rilasciato al Corriere della Sera sui temi dell’Europa, del sovranismo e dell’immigrazione. “Una presa di posizione del leader di Comunione e liberazione – aggiunge subito Martelli – in cui ho ritrovato, per quel che ho conosciuto di don Giussani, quel medesimo afflato:  quell’idea cioè della Presenza, intesa come presenza di Cristo, in un’immedesimazione che ha ispirato tutta la vita di don Giussani, che spinge alla massima apertura, alla massima solidarietà, a farsi tutt’uno con chi sta vivendo il dolore, la malattia, la sofferenza, la miseria, l’infelicità. In tal senso dico benvenuta questa presa di posizione, perché non cede all’imperante malattia politica del nazionalpopulismo, termine che ho introdotto nel dibattito pubblico perché lo preferisco a sovranismo, espressione elegante del nazionalismo”.

Secondo lei, perché nazionalismi e sovranismi hanno preso il sopravvento in così pochi anni?

Qualche giorno fa Galli della Loggia, sempre sul Corriere, imputava questa responsabilità alle élites che hanno governato negli ultimi trent’anni l’Occidente nel suo senso più ampio, visto che Europa e Usa sono oggi accomunate dall’identica visione divisiva, aggressiva, identitaria, in una mescolanza, aggiungo io dal punto di vista politico, di nazionalismo e populismo. Il punto di svolta è il 1989. Il crollo dei muri e la fine del comunismo internazionale sembravano aver aperto un’era di libertà,come se avessimo messo alle spalle tutto ciò di soffocante che avevamo fino a quel momento vissuto, dalla contrapposizione in blocchi tra Est e Ovest alla corsa agli armamenti. Sembrava si potesse inaugurare un’epoca più pacifica, aperta al dialogo. Così non è stato.

Perché? Che cosa è avvenuto?

Perché, come dice Carrón, il nostro mondo, figlio dell’Illuminismo, ha prodotto questa forma di globalizzazione che ha separato gli ideali universalistici dell’Illuminismo dal loro fondamento, che poi sono gli uomini, i singoli uomini. E’ una spiegazione suggestiva, che però apre un altro interrogativo: la Chiesa, per lungo tempo, si è opposta ai valori dell’Illuminismo, l’eguaglianza, il primato della ragione, delle scienze, la modernità con il suo corredo di diritti e di spinta al progresso in tutti i campi. Tutto questo mi sembra difficile buttarlo via.

Ma il progresso non è mai magnifico e progressivo, come diceva Leopardi…

Sì, il progresso è sempre pieno di tragedie, di sangue e di sudore, dei singoli e dei popoli. La storia è multiforme e complessa, ma in linea di massima c’era una direzione. E questo non ha impedito nel Novecento l’imporsi di ideologie totalitarie come il comunismo e il fascismo, ideologia che non è del tutto morta, come vediamo. Abbiamo conosciuto tragedie immani ben peggiori di quelle attuali. Quindi per chi fa politica,  che come diceva Paolo VI è “la forma suprema di carità”, cioè di apertura verso gli altri, forse la parola che in questa temperie storica manca è la responsabilità. Ci si è sbarazzati con troppa faciloneria delle ideologie, con tutti i loro limiti, progressi e aberrazioni, ma non è che poi sia scomparso tutto, che siano sparite tutte le idee generali.

Che cosa è rimasto?

A poco a poco questo azzeramento dell’epoca dialettica, segnata dal contrasto ideologico tra comunismo e liberalismo, tra capitalismo e collettivismo, ha aperto la strada a un’unica ideologia che è sopravvissuta e che è all’origine di tutte le altre: il nazionalismo, la madre di tutte le ideologie, che ha conquistato spazio un po’ ovunque perché è la più facile da imporre, basata com’è su dati di realtà inconfutabili: una terra, una lingua, una religione, un interesse nazionale. Ma il nazionalpopulismo è la cattiva risposta alla crisi della democrazia liberale, è una forma illusoria, una specie di compenso emotivo e aggressivo di chi non sa vivere questa fase nuova e diversa della storia dell’umanità. In questo senso c’è, come sottolinea Carrón, una crisi antropologica: non saper affrontare le sfide del presente e del futuro, rifugiandosi nel passato.

Carrón parla di una “riduzione dello sguardo che impedisce di cogliere l’umano”. Una posizione che si nota, soprattutto, su un tema: i migranti, visti come numeri e non come persone. Come si può affrontare con uno sguardo adeguato il fenomeno dell’immigrazione?

L’immigrazione è un fenomeno non accidentale, le ondate migratorie sono una parte costitutiva della storia dell’umanità, da sempre. Bisogna trovare i modi di affrontarla, bisogna cercare di prevenire i guai peggiori. Oggi tutti si riempiono la bocca ricordando che tra 50 anni l’Africa avrà 2 miliardi di abitanti, che non sarà in grado di sfamarli e ciò darà vita a vere migrazioni bibliche,  paventando il timore dell’invasione nera. Tutto ciò, però, ignora i progressi che ci sono stati, anche molto significativi, in quel continente. E nel caso proprio dell’Africa occorre che questi progressi vengano consolidati, quelle esperienze positive e costruttive vengano estese, che si possa procedere, insieme, a garantire maggiori diritti umani fondamentali. Non c’è dubbio che noi occidentali abbiamo un debito immenso nei confronti dell’Africa, dovuto alla faccia cattiva della nostra civilizzazione, come è stato lo schiavismo, un abominio durato secoli. Un debito che va saldato: non è un senso di colpa, ma una riparazione.

Si era già cominciato ad affrontare questo tema negli anni Ottanta con le politiche di cooperazione rivolte proprio verso l’Africa.

Sì, ci fu uno sforzo, economico e di sostegno tecnico-professionale, imponente, anche se non sempre andato a buon fine, perché abbiamo visto vari casi di corruzione, di appropriazioni indebite da parte delle élites militari africane, di Stati corrotti, Ma poi la Ue, con l’allargamento a Est, che ha cambiato completamente la natura dell’Europa, ha dirottato quelle risorse per far recuperare ai Paesi dell’ex cortina di ferro, dopo 70 anni di comunismo, la loro arretratezza. E questo ha prodotto delle conseguenze. 

“La paura non si vince con la violenza, la chiusura, i muri, tutte espressioni di una sconfitta. La paura è sconfitta solo da una presenza”. Come giudica queste parole di Carrón?

Trovo molto suggestiva l’evocazione di una presenza, che poi è la presenza del divino, della figura di Cristo, di un Dio che si fa uomo e patisce le sofferenze dell’uomo fino all’estremo sacrificio del Calvario e della morte. E’ un messaggio che richiede un fondamento comune, metapolitico, di fede, per essere condiviso. E mi domando: solo questa fede può affrontare e vincere la paura? Credo di no, credo ci siano altre possibilità e risorse. Mi piace molto, infatti, l’immagine che Carrón usa del bambino, che avendo paura del buio, è confortato dalla presenza della madre. Ecco, qual è la madre che ci può confortare di fronte alla paura, dell’invasione, del futuro? Dovrebbe essere la responsabilità collettiva.

Subito dopo l’immagine del bambino e della madre, Carrón aggiunge: “Ciascuno dovrà scoprire nella sua vita quali presenze rispondono alle sue paure”. Per lei, quali sono?

Ho fiducia nel senso di ragionevolezza e nel dialogo come confronto libero di opinioni. Restando alla metafora del buio, se il bambino ha paura gli si può sempre dire: accendiamo la luce, e la luce è l’immagine della comprensione, del sapere. E poi bisogna insegnare anche il coraggio. Quest’anno vorrei dedicarmi a un tema, con vari interlocutori e compagni di viaggio, a cui pensavo già da molto tempo e che per secoli proprio nella nostra Europa, fin dagli antichi Greci, ci ha accompagnato: l’educazione dell’anima, intesa non in senso metafisico, ma come sensibilità, mentalità, gusto, preferenze o, appunto, coraggio, che è il coraggio delle scelte, il coraggio di aprirsi agli altri, il coraggio di mettersi in discussione.

(Marco Biscella)

Amati a prescindere

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2019/1/12/il-dito-di-dio-sulla-spalla-delluomo/1833985/

Lui che era Re per davvero si fece simile a me, che nemmeno di me stesso sono re. Festeggiò i trent’anni così: “Prese un mantello, allacciò i suoi sandali, e disse alla madre una parola d’addio che non sarà conosciuta” (François Mauriac). Pur essendo Figlio-di-Papà – “pur essendo nella condizione di Dio” – non entrò nel mondo farfugliando: “Lei non sa chi sono io!”. Vi entrò a bassa voce, in punta di piedi, sottovoce: “non ritenne un privilegio l’essere come Dio”. Ai lacrimogeni di Satana, preferì le vesti smunte, i piedi scalzi della gente qualunque, in “una condizione di servo” (Fil 2, 6-7). Insomma, fece di tutto per non farsi riconoscere, Lui che era venuto al mondo perché tutti lo conoscessero. “Dio Potente”, l’acclamerà il coro dei fedeli, perché svuotato: leggero, dunque nella condizione più favorevole per spiccare voli verso l’alto, aiutare a spiccare voli in alta quota. La storia si alza.

E’ iniziata dal basso, dal punto più basso della geografia dei Vangeli, dagli scantinati delle acque. Iniziò laggiù in basso perché nessuno potrà diventare un grande generale se prima non è stato un semplice soldato: nessuno sarà nelle condizioni di comandare se prima non ha imparato a obbedire.

Con quel gesto di-sotto sorprese il mondo intero, fece infuriare Satana e tutti i suoi ambasciatori che erano sul punto di rinfacciargli d’essere della casta. Lui – che per trent’anni si mise in testa di farsi uomo tutto d’un pezzo, che per trent’anni obbedì andando a lezione da mamma e papà – scelse di sorprendere tutti, si prese il diritto della sorpresa. Vide il mondo tutto in affanno, sentì le sue viscere rivoltarsi, si tuffò in mezzo per rimettere in sesto il mondo dal di-dentro. Fece come se fosse Lui a essere in affanno: “Talvolta, quando si è nei guai, per uscirne – ha scritto Ken Follett – bisogna fare qualcosa di folle, di così inaspettato che il nemico resti paralizzato dalla sorpresa”.

Tutti paralizzati quella volta: l’amico Battista, la folla che era tutta sozza di lordura, la Madre che capì solo di non aver capito granché. Quel pirlone di Lucifero, fregato dall’urto di quell’umiltà inarrestabile: che l’Uomo partisse da laggiù accese in Lui il sospetto che avrebbe dovuto sudarsi, lingua a terra, la sua agognata carriera di diavolo. L’Uomo – questo capì Satana – gliela avrebbe messa dura: non sarebbe stato prevedibile come lo saranno, invece, troppi di coloro che diranno d’andarGli appresso, costi quel che costi.

Non bastasse il basso, decise di scendere ancora: Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera”. S’inginocchiò, a somigliare ancor più a colui che è schiacciato dal peccato, crogiolato nella tentazione, pancia a terra. Sdraiato per terra – come lo sarà di tanti, truffati dalle piroette del Nemico – toccò il Cielo per accendere la musica, che sarà musica per gli orecchi sordi: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3, 15-22).

“Tu-sei” è tempo immediato, asserzione d’amore: l’attesa annullata da uno sguardo. “Figlio” è complemento di identità, complimento di proprietà: non più straniero, mi appartieni, hai già un pezzo di eredità. Eppoi sei “amato”: così, di brutto, ancor prima di sapere se tu mi amerai oppure no. Troppo facile aspettare la tua risposta, gioco io d’anticipo: “Non c’è da stupirsi che non ci sia nulla di più magico della sorpresa di essere amati: è il dito di Dio sulla spalla dell’uomo” (Charles Morgan).

Qualora non bastasse per cappottarsi dall’amore, il piede è sull’acceleratore, il cuore in rampa di lancio: “In te ho posto il mio compiacimento”. Che Dio si compiaccia di me – “Son fiero di te, davvero tanto. Lo vado dicendo a tutti, mai ti mortificherò sul palcoscenico della storia” – è materia per una resa incondizionata. Andatevene, se ci riuscite.

Parole tronfie, son tutto tronfio per queste parole. “Chi pensi d’essere?” va chiedendomi la gente. “Son figlio di Dio. Ho un’eredità pazzesca in tasca!” vado rispondendo. Pensano sia matto, arrogante, smisurato. Lo dicessi per davvero, sarei il più umile. Arroganza è dire: “Sono Dio”. Essergli Figlio è la dichiarazione d’inferiorità più esaltante. Per questo Satana mi detesta: gli ricordo mio Padre.