Fratello da fratello. Uomo da uomo.

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/5/federico-giordano-quando-la-liberta-vince-sul-fango/1800417/

Ci sono storie di cui sappiamo poco, storie che incrociamo per qualche istante — poche frasi — e che restano, pertanto, avvolte in un rispettoso silenzio, che neppure il dovere di cronaca può infrangere. È il caso del giovane Federico Giordano, 15 anni, travolto due notti fa dal fango che ha ricoperto una villetta a Casteldaccia in Sicilia, durante l’ultima violenta ondata di maltempo. Stando al racconto del papà Giuseppe, unico sopravvissuto alla tragedia, il ragazzo, all’arrivo del fango, avrebbe rassicurato il padre in merito alla sorellina più piccola, Rachele, di un anno, dicendogli “Papà, non ti preoccupare: la tengo io!”. Sono le ultime parole di un figlio, stampate per sempre nella testa di un padre, che arrivano al pubblico tramite un racconto, poche battute che nulla possono rivelare rispetto all’ampiezza e alla profondità di una vita vissuta insieme.

Resta il fatto che noi sappiamo dove la storia di Federico è davvero cominciata: tutto parte in campagna, in un campo, in un tempo indefinito in cui un padre chiede conto al figlio di dove fosse suo fratello. La risposta del figlio è lapidaria: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Quella risposta ha segnato per sempre il cuore di quel padre e, con quell’infelice espressione, Caino — questo il nome del figlio — non solo ha implicitamente confessato l’omicidio di Abele suo fratello, ma ha aperto una questione decisiva per ciascuno: l’incapacità che l’uomo ha, che noi abbiamo, di prenderci davvero cura, di stare davvero di fronte al volto e al bisogno di nostro fratello.

È questo l’esito più dirompente del peccato di Adamo ed Eva, è questo il dolore più grande che Dio si porta appresso: la nostra incapacità di essere fratelli. Nei secoli c’è stato più volte come un secondo tempo di questa partita, iniziata malissimo per l’uomo. È successo con Giuda, il figlio di Giacobbe, che dopo aver assistito quasi inerme al tentato omicidio del fratello Giuseppe si offre al posto di Beniamino, suscitando tutta la commozione di Dio. È successo a Gesù, che si offre sulla Croce per ciascuno di noi, perché il male e la morte non abbiano più l’ultima parola.

Eppure tutti questi esempi non colmano l’abisso di dolore che riempie il cuore del Padre, e non convincono fino in fondo noi del fatto che sia possibile, e umanamente conveniente, essere fratelli. Ci vuole Federico, ci vogliono quelle sue poche parole che raccontano di un desiderio, di un giudizio, di un destino: sono quelle poche sillabe a riaprire per ciascuno di noi la possibilità concreta di farci carico, nella vita, gli uni degli altri. “La tengo io” non è neppure la dimostrazione di una capacità, al punto che oggi sia Rachele che Federico sono morti, bensì di una novità che si manifesta, inaspettata, all’ultimo momento, al novantesimo minuto, quando il fango è già entrato dentro casa e tutto sembra già perduto: è allora che si fa largo lo spazio di un’estrema possibilità, di un ultimo pertugio in cui ricominciare — contro tutto e tutti — ad essere umani, ad essere fratelli.

Cominciare la settimana così, tornare a scuola, in università o sul lavoro con questo fatto davanti fa impressione perché é come se ci dicesse che non esiste una situazione, un rapporto, una circostanza che, per quanto fangosa, non lasci un ultimo spazio alla nostra libertà, alla nostra umanità che ricomincia a dire Tu al fratello che si trova accanto.

Certo: papà Giuseppe ha perso tutto — strano davvero il nome di questo Padre —, ma anche qui la sfida è aperta perché il dolore di Giuseppe diventa, a questo punto, un’offerta di amicizia per tutti noi, diventa la domanda di un Cireneo, di uno sconosciuto, che sia davvero compagno e amico a quest’uomo non nel togliergli la croce, ma nel portarla con lui. Che ampiezza e che respiro si fa largo tra le parole di Federico! E che responsabilità s’affaccia nella vita di ciascuno di noi. Il compito di essere davvero, l’uno per l’altro, padre, madre, fratello. Il compito, tutt’altro che facile, che non vinca Caino, che non prevalga quell’ombra di risentimento e di cinismo che solo la speranza di un gesto gratuito e inaudito — come il perdono — può spezzare e trasformare nella luce, magari fioca, di un nuovo inizio.

La partita è apertissima: a Dio, si sa, piacciono tanto i tempi supplementari. Quelli in cui Federico ha spiazzato tutti. Fratello da fratello, uomo da uomo.

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Se lo spazio è Cristo

 

Sergio Cristaldi

 

martedì 9 settembre 2014

La decisiva dimensione del tempo entra necessariamente in conflitto con quella dello spazio? I processi si svolgono entro concrete coordinate. Hanno luogo. E da qualche decennio, una considerazione dello spazio ha ripreso vigore, in ambito filosofico e di teoria e critica letteraria. Per limitarsi alla più recente novità: è fresco di stampa un volume miscellaneo dedicato a un intrigante binomio, Locus-Spatium; esito di un convegno promosso dall’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo. 

A veder bene, «spazio» è categoria tipica della modernità. In una sua accezione connotata, ma emblematica, implica un’estensione neutra, dove tutti i punti risultano equivalenti; estensione disponibile alla scoperta, alla misurazione e in definitiva alla presa di possesso da parte dell’uomo, legittimato a consumarne uno sfruttamento intensivo in vista del proprio benessere. Si è parlato perciò di spazio «liscio» (prima di ogni perimetrazione e mappatura) e di spazio «striato» (in cui le demarcazioni supportano la conquista e il dominio). Il Medioevo alimenta, però, un’ottica diversa; lo aveva già rilevato lo studio ormai classico di Paul Zumthor, La misura del mondo, un contributo che non smarrisce, a poco più di vent’anni dalla sua pubblicazione, smalto e attualità. 

Persuasi a loro volta che l’uomo fosse costituito come possessor dominus mundi, i medievali fondavano questa acquisizione sulla coscienza che lo spazio era dono di Dio, prima ancora che estensione da annettersi o bene da far fruttare. Questo dono costituiva una traccia, dotata di rilievo irrecusabile in sporgenze qualificate. Ai sensi di una geografia sostanzialmente religiosa, si riconoscevano «luoghi» eminenti, dove Dio aveva stampato in maniera clamorosa la sua impronta. Un sentore del genere era già diffuso prima del cristianesimo: tutte le civiltà antiche ravvisavano «luoghi sacri», in grandiose cornici naturali, teatro di forze telluriche e paniche. La religione cristiana coniugava però congiuntamente spazio e tempo, in forza della storia della salvezza e del suo evento culminante, l’Incarnazione, con coefficiente sia storico che geografico. Il Medioevo venerava perciò «luoghi santi», quelli eletti dal progetto divino a contesto della Redenzione, anzitutto la Terrasanta, e con essa i principali sbocchi di una fede in cammino, in irradiazione, la Roma di Pietro, i santuari che ricordavano apparizioni, miracoli, esistenze scandite dalla preghiera e dalla carità.

Ma il mondo, per l’uomo medievale, era la preparazione in vista del compimento, la strada utile alla meta, tant’è vero che i teologi distinguevano tra condizione in via e condizione in patria: qui siamo stranieri, la nostra città è altrove, in cielo, anche se per raggiungerla non dobbiamo evadere dal solco in cui ci troviamo (la valle di lacrime va attraversata). «Città celeste» è evidentemente una metafora, l’aggettivo non permette di dubitarne. Ciò che questa immagine suggerisce, insieme alle consimili «dimora», «paradiso», «giardino», è forse privo di ogni esponente spaziale, di qualsiasi localizzazione?

Oggi risponderemmo senza esitazione, non per nulla la cultura più aggiornata ha elaborato la categoria di «non-luogo» e ne ha individuato un caso paradigmatico proprio nell’aldilà. Non è detto, però, che il nostro punto di vista debba colonizzare le fasi storiche che ci hanno preceduto; così come non è detto che a delimitare la sensibilità medievale rispetto a quella moderna bastino operazioni di meccanico ribaltamento.

L’escatologia del Nuovo Testamento, mentre riprende immagini di ascendenza giudaica, parlando di «paradiso», «trono», «albero della vita», «acqua», «luce», «seno di Abramo», infonde in esse un nuovo significato: come osservò Joseph Ratzinger in un agile libretto, Escatologia. Morte e vita eterna, redatto per una collana da lui diretta insieme a Johann Auer, «tutte queste immagini non descrivono dei luoghi, bensìcircoscrivono il Cristo, il quale è la luce vera e la vita vera, l’albero della vita». Era questa, in effetti, la consapevolezza maturata dai Padri e successivamente, con una messa a fuoco anche più nitida, dalla Scolastica. I teologi medievali non nutrono incertezze in merito: l’aldilà è per loro uno stato piuttosto che un luogo. Più precisamente, l’approdo escatologico attinge un rapporto personale: è l’amore di Cristo il luogo definitivamente acquisito o ceduto, è la contemplazione del Padre l’orizzonte a cui si giunge o a cui si rinuncia. Alla felicità occorre una persona, non un paese. In parallelo, la condanna eterna è colta anzitutto come separazione dal Signore, esilio dalla sua intimità, ciò che trova definizione tecnica nella formula poena damni, non senza la concorde avvertenza che una sanzione del genere è infinitamente più grave di qualsiasi altra, fuoco, gelo, tortura, sevizie. Ma il riconoscimento della centralità di Cristo comportava di necessità l’archiviazione di ogni elemento cosmologico? 

Per Tommaso d’Aquino, il Paradiso ha una sede non metaforica nell’Empireo, l’ultimo dei cieli cosmici, la decima delle sfere che circondano la terra. Il motivo di questa localizzazione – allora in auge presso tutti i maestri in sacra doctrina – viene accuratamente enucleato. La remunerazione ultraterrena, spiega Tommaso, implica, assieme alla gloria spirituale, anche una gloria corporale; la prima conosce un’anticipazione nella beatitudine degli angeli, ai quali i santi verranno equiparati, ma allora anche la seconda deve avere un preannuncio. La conclusione si profila: era conveniente che la gloria corporale avesse inizio a sua volta sin dal principio, manifestandosi almeno in un corpo, libero per intrinseca struttura dalla mutevolezza e dalla corruzione; ebbene, questo corpo è il decimo cielo, immobile perché nel suo genere perfetto, e così anticipo e pegno della finale redenzione di tutti i corpi e dell’intero cosmo. 

L’idea che dell’Empireo coltiva Dante presenta una complessità che non si può esaurire in breve, ma ci interessa qui metterne in risalto almeno un aspetto, riscontrabile nel suo trattato in lingua volgare, ilConvivio. A proposito del decimo cielo, snidiamo espressioni singolari, ancor più sorprendenti nella loro contiguità: «E quieto e pacifico è lo luogo di quella somma Deitate»; «Questo loco è di spiriti beati». 

Un luogo, dunque, condiviso da Dio stesso. Il linguaggio si tende, a costo di sfiorare l’incongruenza: Dio, come tale, non è incluso da nulla, al contrario abbraccia ogni cosa; a rigore, è l’Empireo in Dio, e non viceversa. Eppure, l’Empireo accoglie la presenza di Dio, se i beati vivono davanti a Lui, anzi in Lui, sperimentandone la contemplazione, godendo di un abbraccio che abolisce la distanza e non permette ritorno alla distanza. 

E traspare forse un’intuizione ulteriore in quelle espressioni a prima vista abnormi. Il Dio presente in tutte le cose non aderisce per questo a un indiscriminato “dovunque”; è in tutto, certo, ma insieme al di sopra di tutto. Ciò non significa, però, che non sia “da nessuna parte”, come se nella sua costitutiva imprendibilità finisse per evaporare; al contrario, possiede un suo luogo, in qualche modo identificabile. Non si ha il coraggio, oggi, di dire: perfettamente identificabile. 

 

 √http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/9/9/LETTURE-Da-Ratzinger-a-Dante-qual-e-il-luogo-di-Dio-/print/525696/

Attratti dalla gioia

 
Pigi Colognesi

 

lunedì 8 settembre 2014

Nelle ultime pagine del romanzo storico di Louis de Wohl La gloriosa follia c’è una frase particolarmente interessante. La pronuncia san Paolo; è ormai vecchio, sta andando a Roma per il processo che lo condannerà alla decapitazione; facendo tappa a Pozzuoli vi trova il vecchio amico Cassio Longino, colui che aveva trafitto Gesù in croce e poi era diventato cristiano, colui che – lo racconta la prima parte del romanzo – stava per uccidere l’allora Saulo mentre si recava a Damasco ad arrestare i seguaci del Nazareno ed era stato bloccato dall’intervento stesso di Cristo che si manifestò al persecutore facendone il suo più intraprendente apostolo. Longino è un buon soldato romano, pratico e volitivo; Paolo lo stima e proprio per questo lo corregge nel suo attivismo deluso, definendolo «così ambizioso da concedersi troppa poca gioia» e aggiunge: «Come puoi diffondere la lieta novella se non ne gioisci tu stesso?».

L’ambizioso è chi ha sempre in mente i propri obiettivi, magari giusti, ma inevitabilmente ha sul volto l’ombra della costante preoccupazione, quando non dell’arrabbiatura perché i risultati non corrispondono – nei modi e nei tempi – alle sue aspettative. I percorsi divini sono sempre strani: Longino ha educato cristianamente l’unica figlia e questa si è trovata a convivere con Nerone, avrebbe voluto fondare una comunità a Napoli e non vi è riuscito. Star troppo legati ai propri obiettivi rende tristi, impedisce di «concedersi» quella gioia che costituisce l’attrattiva per cui il cristianesimo è interessante. Infatti, come più volte ha ricordato papa Francesco, la fede non si comunica attraverso la pianificazione strategica di uomini preoccupati, ma attraverso il fascino di uomini consapevolmente gioiosi.

Quando Dante si trova in cima al paradiso, al termine del suo straordinario viaggio, viene interrogato da tre apostoli in merito alle tre virtù teologali. Sulla fede lo esamina san Pietro, il quale, dopo avergli chiesto cosa sia la fede e se lui ne sia dotato, chiede a Dante da dove l’abbia ricevuta. Il principe degli apostoli formula la domanda in questo modo: «Questa cara gioia / sopra la quale ogni virtù si fonda, / onde ti venne?». È chiaro che la «cara gioia» di cui qui si parla è la preziosa perla – gioia: gioiello – di cui dice il Vangelo, è la gemma per ottenere la quale val la pena di sacrificare tutto il resto.

Ma al lettore – e probabilmente anche all’autore – non può non tornare in mente un altro passo dellaCommedia. Proprio all’inizio del cammino, nel primo canto dell’Inferno, Dante è smarrito nella selva oscura, vede una persona e gli chiede aiuto. È Virgilio, il quale gli domanda come mai non si decida a salire «il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia». Non può perché ci sono tre belve che impediscono il passaggio e quindi il poeta fiorentino dovrà essere accompagnato per «altro viaggio». Quello, appunto, che lo porterà di fronte a san Pietro. Viaggio che ha come meta la gioia o, meglio, la felicità in cui può entrare solo chi ha trovato la perla/gioia della fede.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/9/8/La-cara-gioia-/print/525072/

 

Il sorriso che porta una Presenza

 

C’è un periodo, durante la stagione estiva, in cui al Planibel non ci sono gruppi del movimento: è la settimana del Meeting. Di solito, in quel periodo, l’hotel si riempie di persone appartenenti a un gruppo spirituale un po’ particolare. Spesso il rischio è quello di snobbarli, giudicarli a priori come quelli “strani”, e anche noi, che siamo a La Thuile per lavorare, rischiamo di guardarli solo come quelli che riempiono l’albergo quando i “veri gruppi”, quelli per cui siamo su ed è possibile lavorare bene, non ci sono. Una visione superficiale e anche un po’ ipocrita ma ammetto che qualche volta anche io l’ho pensato, specialmente i primi anni.

Nel libretto degli Esercizi, a pagina 17, quando Carrón parla dello sguardo degli occhi di cielo dice: «Aconteceu, è accaduto, quando la gente meno se lo aspettava. È accaduto un fatto nella storia che ha introdotto questo sguardo per sempre». Devo quindi raccontare di Silvio. Perché Cristo, questa volta, è venuto a prendermi proprio attraverso gruppo più sottovalutato, e per di più con un ragazzino che avrà avuto al massimo quattordici anni, disabile e costretto su una sedia a rotelle, legato con una cintura perché spesso si agita e può cadere. L’ho servito fin dalla prima sera e subito, dalla prima posata che gli ho sparecchiato, il suo sorriso e la sua attenzione per quello che stavo facendo mi hanno sorpreso. Durante la settimana, i rapidi dialoghi con lui e i suoi genitori mi ribaltavano sempre di più e facevano risuonare in me una domanda: ma come può uno in quelle condizioni essere così lieto?

L’ultima sera il padre di Silvio mi chiama e mi dice una cosa molto semplice, ringraziandomi per il servizio che gli avevo fatto e per l’attenzione con cui ero entrato in rapporto con loro: «Il nostro capo gruppo ci ha chiesto di fare un’offerta per coprire degli extra che ci sono stati e una parte l’avrebbe data in mance. Noi l’abbiamo fatta pensando a te». Sono stato molto contento, ho abbracciato e salutato tutti e sono tornato a quello che stavo facendo. Ero pieno di una buona e meritata soddisfazione, ma qualcosa strideva. Io stavo lavorando in fondo alla sala, quindi per uscire sarebbero dovuti ripassare proprio davanti a me. Lo fanno, ma Silvio con il suo abituale sorriso blocca la carrozzina, mi avvicino a lui. Lo abbraccio forte e all’orecchio gli dico: «A me della mancia non interessa, ho bisogno io di ringraziare te perché, con il tuo sorriso e con la tua faccia, mi hai fatto lavorare meglio. Io arrivavo in sala con tutti i miei pensieri, ma di fronte a te tutto acquistava un diverso spessore e allora cresceva in me a dismisura la voglia di lavorare. Di lavorare bene». Io ero commosso, Silvio pure e anche il padre, che mi ringrazia per quello che avevo detto. Poi sono tornato a lavorare. Uscendo Silvio si riferma e sorridendomi mi urla: «Marco, ti auguro di trovare tante persone come me, che ti guardino e che ti sorridano come io ho fatto con te».
Marco, Bergamo

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=285&id_n=42967

L’avventura di un padre è l’avventura di un figlio. Nel giorno del compleanno di mio figlio, 5 settembre.

Oggi è l’anniversario della morte dello scrittore francese Charles Péguy (Orléans, 7 gennaio 1873 – Villeroy, 5 settembre 1914), cui l’ultimo Meeting di Rimini ha dedicato un’importante mostra e un’intervista al filosofo francese Alain Finkielkraut
Qui di seguito vi proponiamo la lettura di un brano appartenente a Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, dedicata al padre, il vero avventuriero.

C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun perico­lo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e so­prattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,

Chi sarà tanto prode, o tanto temerario?

Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conse­guenza contro la famiglia stessa, contro la vita di fami­glia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ven­tesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nes­suno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché navi­ga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. So­no corsari. Sono a secco di vele.

Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immen­samente larga, lui solo non può assolutamente passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coin­volto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infi­schiarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio. Che impor­ta agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guer­re straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischia­no mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città pre­sente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discen­denza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella citta futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il tempo­rale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco. Gli altri scantonano sempre. Sono carene leggere, sotti­li come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico. È il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti del­l’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla for­tuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un vo­lume incredibile. Non è coinvolto solo nella cit­tà presente.

È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale deca­denza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceran­no, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri  si sentono così pienamente, così assoluta­mente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indiffe­rente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore di chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bam­bino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, chi non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E, coinvolti da ogni parte nelle sof­ferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono tutti  ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesanti­ti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano, sono circospetti, sono prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprez­zano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili, scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scan­tonano con districamenti eroici, con districamenti d’au­dacia. Temporali, scantonano verso la carriera e le domi­nazioni temporali. Spirituali, scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici, scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo.

II padre di famiglia è solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scanto­nare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella poli­tica e non riesce nell’audacia… È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e con­correnza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermi­scono; sordamente, involontariamente congiurano con­tro di lui. Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Prefe­renzialmente. E quello che chiamano la carità.

Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi ab­bindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più co­mune, l’errore più frequente, quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silen­ziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di fa­miglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo è lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diame­tralmente il contrario.

La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coin­volto nel mondo, nella storia e nel destino del mon­do quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus, non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblici­sta, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubbli­co delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria tem­porale, onore temporale; niente, meno di niente. Avan­zamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’ope­razione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demogra­fica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un po­polo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di con­siderazione li lascia abbastanza freddi. Sono abba­stanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito.

Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscura­mente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsa­bilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la crea­zione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particola­ri, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazio­ne stessa, al mistero, al segreto della creazione; una col­pevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali.

Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midol­lo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la sua regola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni peri­colose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle ma­ni, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamen­te più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamen­te concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infi­nitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra.

Allora, rin­galluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo av­verte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più si­curi, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgo­glio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinita­mente più vicino al pubblico peccatore; e reciproca­mente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunio­ne è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’al­tro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insie­me l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostag­gio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di fami­glia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardi­to, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven­turiero, che vive di avventure.

Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.

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Fare il cristianesimo

 

Fernando De Haro

 

martedì 2 settembre 2014

Negli ultimi giorni del Meeting di Rimini è stato pubblicato un articolo interessante che riapre sulle caratteristiche che deve avere una presenza cristiana. Giuliano Ferrara, difensore dei valori “non negoziabili”, si è opposto a quel che ha detto uno degli ospiti del Meeting: Pierbattista Pizzaballa. Il Custode di Terra Santa, in uno degli interventi più profondi di Rimini, ha messo in luce i limiti delle iniziative che sono state avviate in Medio Oriente per salvare “il cristianesimo e la sua cultura”. Pizzaballa ha denunciato il fatto che ci sono molti stereotipi su quanto sta accadendo nella regione, attraversata non da una guerra di religione, ma da una lotta di potere che è in contraddizione con la storia di quei territori.

Il sacerdote francescano ha respinto la demonizzazione generica dell’islam, ha rivendicato il passato di convivenza tra le diverse confessioni – basata su un’identità esplicita e non censurata come avviene in Occidente – e ha detto che l’uso della forza va condizionato dalla presenza di una prospettiva di ricostruzione. Il Custode ha portato esempi di collaborazione tra cristiani e musulmani presenti in Siria. Tutto questo nasce, ha evidenziato, da uno “sguardo religioso redento”. Uno sguardo di cui tutti abbiamo bisogno.

Ferrara si è arrabbiato e ha bollato questo sguardo redento come qualcosa di storicamente irrilevante, come un’analisi spirituale che non ha nulla a che vedere con le sfide sociali. Per il direttore de Il Foglio, l’opzione laica, l’unica che ha valore, è quella che difende il cristianesimo, in questo caso con la forza e senza troppi complimenti. 

Il caso del Medio Oriente è emblematico per molte altre questioni e al Meeting di Rimini ci sono stati diversi esempi: il nichilismo europeo, i nuovi diritti, la costruzione della democrazia. Se il cristianesimo non è un’esperienza vincente, capace di sedurre le persone per il suo valore umano, di rispondere ai nichilisti europei o a chi cerca il paradiso nei nuovi diritti, resterà sempre sulla difensiva. Finirà sempre per difendere una fortezza assediata – un sistema, piuttosto che alcuni valori o una dottrina – che diviene inospitale per chiunque.

L’alternativa tra difendere il cristianesimo e “fare il cristianesimo” (un’espressione di Peguy) riguarda anche il modo di concepire la Chiesa. Lo ha chiarito un altro ospite del Meeting di quest’anno, il gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e amico personale del Papa. Ha spiegato che ci sono due modi di intendere la Chiesa. Da una parte l’idea della Chiesa-faro, che in mezzo alla tempesta, immobile, proietta la sua luce e difende dei principi chiari.

Dall’altra l’idea di una Chiesa che si spande in numerose fiaccole e che porta la luce lì dov’è l’uomo e che lo accompagna persino quando naufraga. Questa è la Chiesa di Francesco (e anche di Benedetto XVI). È la Chiesa che non offre un sistema chiuso di valori o una dottrina come unica risposta, ma che si lascia provocare dalla realtà. Non si tratta di relativismo, ma è la conseguenza di concepire la verità come relazione.

Questo modo di intendere la Chiesa, ha suggerito Spadaro, è quello che aveva Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione. Papa Francesco, nel suo messaggio al Meeting di Rimini, ha invitato i suoi partecipanti a non difendersi dalla realtà, ma a viverla intensamente. Come raccomandava sempre Giussani.

 

 

La promessa di felicità è un incontro reale

 

È convinto che a Dio, se esiste, sarebbe bene gridargli: «Non cambiare niente!». Nei libri di Jean D’Ormesson, tra le star letterarie di Francia, si fondono saggio, romanzo e – come dice lui – «farsa metafisica». Le domande su Dio e la meraviglia di fronte alla vita sono ripetute in ogni modo, spesso sfacciato e divertito. A volte, grato, arreso. Di certo a calamitarlo è il pensiero di essere al centro del più incredibile dei romanzi: «La storia di questo nostro mondo. Innumerevoli volte avrebbe potuto sparire per sempre», e invece, «siamo qui». 
Su una terrazza, in riva al lago di Losanna. Jean d’O (come lo chiamano in Francia) si entusiasma del sole che lo bacia seduto al tavolino. La luce è molto forte, ma si leva gli occhiali neri per guardarti negli occhi. Ha 89 anni. A 48 è entrato fra gli Immortali dell’Académie française, già per anni direttore de Le Figaro, presidente dell’Unesco, ambasciatore all’Onu. È a Losanna per presentare il suo ultimo libro:Comme un chant d’espérance. Mentre in Italia è da poco uscito il penultimo (Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto): un immaginifico e triplice romanzo sulla sua famiglia, la storia del mondo e Marie, l’amore della vita, che perde e poi ritrova. Un libro pieno di stupore per l’infanzia vissuta a Plessis-lez-Vaudreuil, quando «Dio si incaricava di tutto e ci aveva in simpatia»; pieno di amara sorpresa per come l’uomo è diventato «sempre più potente e sempre più smarrito», e di instancabile fiducia perché «le maledizioni non tardano a trasformarsi in benedizioni». Un libro che si apre con suo nonno e si chiude con le stelle. 

Da dove le viene questa meraviglia di cui parla sempre? 
È che provo ammirazione di fronte agli uomini, di fronte alle cose. Mi piacciono. Sono sempre pronto ad applaudire. Forse è il mio temperamento… Mi ricordo molto bene che a sei, sette anni, ero lì a giocare, e all’improvviso mi fermavo e dicevo: ma cosa sto facendo qui? Perché sono qui? Era un sentimento che avevo molto forte. E che ho, ancora, molto forte. Anche noi adesso, a questo tavolo, cosa ci facciamo? Mi sorprende il mistero di questa vita. Forse, semplicemente, non sono mai uscito dall’adolescenza (ride). Comunque, non conosco altro motore della letteratura e della vita se non la curiosità e l’insoddisfazione, il desiderio. 

Perché scrive? 
Non ho mai creduto che sarei diventato uno scrittore. Ci sono autori che hanno scritto romanzi e grandi classici a quindici, vent’anni. Io a venticinque non avevo la minima idea di mettermi a scrivere. Non perché non conoscessi la letteratura, la conoscevo bene, ho fatto una scuola Normale. È che non vedevo nessuna utilità nell’aggiungere qualcosa a Flaubert, per intenderci. Poi, a trent’anni, ho scritto il primo libro. Solo per piacere ad una ragazza. Piano piano, ho continuato. Gli ultimi tre libri sono dedicati al problema di Dio e dell’avventura straordinaria che è l’universo. Forse anche perché un uomo della mia generazione ha visto il mondo cambiare in cinquanta anni come non è cambiato in mille. 

In più occasioni ha detto di considerare la crisi di oggi come una crisi di spiritualità e ha definito il nostro tempo «un Medioevo senza cattedrali». 
L’epoca in cui viviamo è molto rude e difficile. Il secolo scorso è stato segnato da due cose opposte: le due Guerre Mondiali e il progresso della scienza. Ma, oggi, questi progressi fanno paura: la clonazione, innanzitutto. Non è escluso che in futuro i bambini non nascano più dall’amore tra un uomo e una donna! Che la sessualità scompaia. Questi cambiamenti causano la crisi del mondo moderno e dico che viviamo un Medioevo senza cattedrali perché mancano, profondità, altezza. L’uomo è sempre più potente e sempre più smarrito. 

Qual è la strada per recuperarle?
Io credo che i giovani di oggi non sopportino esattamente ciò che non sopportavo io da giovane: che i vecchi diano lezioni. Ed io non voglio né posso dare lezioni. Non sono fra quelli che dicono: «Prima era meglio». L’anno scorso mi sono ammalato e il medico mi ha detto che c’era una possibilità su cinque di uscirne vivo. Eccomi qui. Trent’anni fa, sarei morto. Allo stesso tempo, è certo che viviamo in un mondo duro, e il peggio è ancora possibile. Ma resta sempre una speranza. 

Quale?
Che ci sia qualcosa sopra di noi. 

Si definisce un credente «ravagé par le doute», tormentato dal dubbio. Ma al di là delle definizioni, cosa vuol dire nella sua vita che «la domanda su Dio è la sola domanda e mi abita da sempre»?
Sono stato educato nella religione cattolica e spero di morire in seno alla Chiesa cattolica, ma non sono mai stato un ragazzo pio. Tutto ciò che posso fare è sperare che esista. 

In tutto il libro, c’è questo refrain: «Se Dio esiste». Ma le ultime pagine sono una preghiera, in cui a Dio dà del “tu”: «Ah, se esisti….». E immagina di trovarsi un giorno davanti al Creatore e di ringraziarlo perché gli deve tutto, nella speranza che Lui, chinandosi, le dica: «Ti perdono». 
Il matematico Bertrand Russel, ateo, di fronte alla domanda di un giornalista («se quando muore, Dio c’è?»), ha risposto: «Non ho prove sufficienti». Non è una buona risposta. Mi ha colpito sentire quello che invece ha detto una suora di fronte alla domanda inversa: «E se alla fine scoprisse che Dio non esiste?». Ha risposto: «Peggio per Lui, io Lo amo comunque». Ecco, io spero che Dio ci sia, ma in ogni caso ho amato molto questa vita e mi sono sempre chiesto chi ringraziare. Nei miei libri c’è la risposta.

Vivere «come se Dio ci fosse», come ha consigliato Benedetto XVI ai non credenti, cambia la sua vita? 
Se non c’è niente oltre a questo mondo, non ha nessun senso quello che riceviamo, è tutto assurdo. Se c’è Dio, le cose prendono senso. Tutto, di colpo, prende senso. Ma, anche se non ci fosse, la speranza di Lui mi ha fatto vivere sopra me stesso, sopra la mia bassezza. 

Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto è anche un romanzo d’amore, del suo amore con Marie. 
Un amore che porta con sé la storia dell’universo. Perché amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme il mondo. 

Ma chi è Marie?
Questa è una domanda molto importante. Il personaggio di Marie appare in tutti i miei libri, ma su di lei non posso aggiungere nulla a quel che ho scritto. Vede, ci sono due modi di non parlare della propria vita: o tacere o parlare molto, ma senza dire l’essenziale. 

Perché è così importante per lei Marie?
Credo che abbiamo un solo modo di comunicare con Dio: passare attraverso gli uomini. Ci sono dei figli di Dio che ci sono più cari degli altri: Marie è il figlio di Dio che mi è più caro. Lei è in qualche modo inseparabile dal mio legame con Dio, è come un’incarnazione. 

Marie, alla fine del libro, dopo aver ascoltato tutta la storia dell’universo, le dice: «Quello che volevo sapere continuo a non saperlo. La vita con te è stata meravigliosa. Siamo stati felici insieme. E poi ecco: questa vita è un fallimento. Non ha senso. È assurda. Ci siamo incontrati, ci siamo amati e saremo separati per sempre e spariremo nel niente. Sono già morta poiché morirò».
Io non ho risposta per lei. So solo che abbiamo il diritto di sperare che ci sia qualcuno che si ricorda di noi per sempre. Se Dio c’è, è la memoria dell’universo, di tutto ciò che è stato e di tutti gli uomini. Delle farfalle dei fiori degli scorpioni. È possibile che non resti nulla di Bach, Mozart, Tiziano, san Giovanni, noi? Io scelgo il mistero piuttosto che l’assurdo. 

Qual è la cosa più bella della sua vita? 
Una delle cose che ho amato di più è la luce. Ho adorato nuotare nel mar Mediterraneo, sotto il sole, sciare e scendere dalla Maurienne verso l’Italia, lasciare Parigi nel mese di aprile, andare fino a Portofino per vedere il sole alzarsi e arrivare per pranzo a Roma, in piazza Navona. La bellezza è un mistero incredibile. 

Nel libro la definisce «una promessa di felicità». 
Lo riprendo da Stendhal. La bellezza, la verità, la giustizia… esistono veramente. Non le possediamo mai, non le raggiungiamo mai, ma esistono… Molti hanno creduto che il comunismo avrebbe dato la giustizia e ha dato Stalin. Allora si potrebbe pensare che la giustizia, il bene e la verità non ci siano. Invece bisogna seguirli, continuare a cercarli. Vede, io ho amato il piacere, ma può essere molto basso. C’è la felicità che è borghese, calma, annoiante. Poi, c’è la cosa più magnifica! La gioia. È quello che ci eleva. La nostalgia di un altrove. Non so dirlo diversamente: noi siamo nostalgia di un altrove. Non è possibile dire chi siamo meglio di così. 

Ha sempre detto di non credere alla possibilità della rivelazione.
(Fa un cenno con la mano, come a dire: non proprio… E sorride). I miei genitori erano cattolici liberali, di sinistra, e mi hanno insegnato solo due cose: bisogna lavorare e bisogna pensare agli altri. Un giorno, quand’ero bambino, mentre studiavo il catechismo, mio padre ha detto: «Oh, tutto questo… Non è molto sicuro». Bisogna stare attenti a quello che si dice ai bambini. Io credo che la forza del cristianesimo stia proprio in ciò che è più incomprensibile: l’Incarnazione. Dio che si fa uomo! Gesù è veramente figlio di Dio? Sarebbe magnifico. Penso ad altre divinità che si facevano umane, come Zeus, o a cose simili in altre religioni… Ma solo nel cristianesimo Dio si fa uomo per amore. 

Perché vorrebbe morire in seno alla Chiesa cattolica?
Ho assistito a dei funerali civili e li ho trovati molto tristi. Vorrei che quel giorno qualcuno suonasse Mozart e Bach e che i miei amici, dopo di me, festeggino. Perché può essere – può essere – che niente è perduto. 

 
 
 

 

E’ venuto il tempo della persona

 

Massimo Borghesi

 

venerdì 29 agosto 2014

Nella sua Vita di don Giussani (Rizzoli 2013) – che sarà presentata oggi al Meeting di Rimini -, Alberto Savorana, oltre a ripercorrere la lunga e intensa vita di colui che è stato il più grande educatore italiano della seconda metà del ‘900, ci permette anche di cogliere lo spessore di taluni suoi giudizi storici. Tra questi v’è la reazione del sacerdote di Desio al vento impetuoso del ’68, destinato a travolgere e a trascinare via gran parte dei quadri e dei militanti della Gioventù studentesca milanese (GS) che lui stesso aveva contribuito a formare.

Di fronte al ’68, che in Italia inizia in realtà nel ’69 con le occupazioni studentesche all’Università Cattolica di Milano, Giussani ha la percezione, netta, della fine di un mondo. La cristianità, quell’impasto di valori religiosi e di costume civile radicato nel popolo, bianco o rosso che fosse, era al capolinea. La contestazione, volta apparentemente contro i pseudovalori della società borghese, secolarizzata, perseguiva, in realtà, la definitiva liquidazione del compromesso cristiano-borghese degli anni 50-60, con il risultato di promuovere un mondo totalmente desacralizzato, mercificato. 

L’intuizione di questo processo porterà Giussani, alla metà degli anni 70, al desiderio di incontrare Pier Paolo Pasolini, il “corsaro” i cui articoli sul Corriere della Sera denuncianti la forza conservatrice (omologante) e, al contempo, dissolutrice del Nuovo Potere avevano suscitato, in lui, grande entusiasmo. Un appuntamento mancato, per la tragica morte di Pasolini, che Giussani rimpiangerà a lungo. 

Al pari di Pasolini anche per lui era evidente che il mondo cristiano, il popolo cristiano, era alla fine. La tradizione della Chiesa, che fino a quel momento era stata, pur in mezzo a molte lacune, fonte di vita e di sostegno spirituale e morale appariva, ai giovani barricaderi, il retaggio di un passato oppressivo da superare. Donde un giudizio, nuovo nel panorama ecclesiale di allora: quello sulla necessità di un nuovo inizio. Non si trattava di rinserrare le fila, di fare opposizione chiudendosi in una cittadella, come auspicavano settori del tradizionalismo cattolico; né tanto meno di assecondare il vento del potere – coperto dall’ideologia del “contro-potere” – come accadeva per i pseudo progressisti, ma di ricominciare secondo una dinamica che ricordava, per analogia, quella degli inizi del cristianesimo. 

Come ricorda Savorana, Giussani, già nel luglio del ’68, afferma: «A me sembra un segno dei tempi che non è più il discorso sulla tradizione, non è più la storia che fonda o che può fondare un richiamo e una adesione al fatto cristiano». Per questo, proseguiva, «occorrerà che rivediamo alla radice tutto il discorso che abbiamo sempre fatto durante l’esperienza dei dieci anni trascorsi e che ripetiamo ancora. Mi pare che non è più – dico ora, oraquello il motivo che spinge della gente, che possa spingere, che possa decidere della gente, ad aderire al cristianesimo, ad aderire al fatto cristiano».

Se all’inizio aveva detto ai ragazzi «Siamo nati in una tradizione cristiana, dunque dobbiamo innanzitutto impegnarci con essa», or questa posizione non reggeva nel suo valore esistenziale. «Infatti è un tempo, il nostro, che ha perso, che non ha più, che non ha assolutamente il senso della storia». Per questo, aggiungeva, «Quello che, adesso, mi pare, possa costituire – unicamente – motivo d’adesione, è l’incontro con un annuncio, è il cristianesimo come annuncio, non come teoria. Un annuncio, cioè un certo tipo di presenza, una certa presenza carica di messaggio». La presenza significava una modalità di essere, di “incontro”, in senso evangelico, con tutto e con tutti fuori ed oltre ogni appartenenza ideologica. L’incontro, nell’ora della fine della cristianità, costituiva il ritorno alla prospettiva del  cristianesimo delle origini, quello dove la fede si comunicava per testimonianza, per l'”attrattiva Gesù”, e non per il peso glorioso di una tradizione.

Per questo, affermerà nel 1976, «è venuto il tempo della persona». Una conclusione sorprendente, insolita, ribadita nel colloquio con Giovanni Testori, Il senso della nascita, pubblicato da Rizzoli nel 1980. «Questo  – dirà − è il tempo della rinascita della coscienza personale. È come se non si potessero far più crociate o movimenti… Crociate organizzate; movimenti organizzati. Un movimento nasce proprio con il ridestarsi della persona. È una cosa impressionante». 

Il cristianesimo, di fronte all’incalzare del processo di secolarizzazione, non poteva assumere la forma della crociata, della reazione. La fede doveva avere il sapore di un “nuovo inizio”. E ciò che ribadirà, con forza e con pazienza, fino alla fine. Fino a pochi mesi dalla morte quando, nel novembre del 2004, gravato dalla malattia e dai dolori, sceglie per il Volantone di Natale una frase di Cesare Pavese: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante».

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/8/29/Giussani-il-68-e-il-nuovo-inizio/print/522361/

Attratti dalla forza di una gioia

 

 

filippo-santoroRimini. «Dobbiamo portare alla gente l’amore del Signore morto e risorto che scalda il cuore e cura le ferite. Questa non è una frasetta da ripetere ma il metodo e il cambiamento a cui papa Francesco sta chiamando tutta la Chiesa, specie quella italiana». Se Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, già missionario per 28 anni in Brasile, ha scritto il libro La forza del fascino cristiano e l’ha presentato ieri al Meeting, è solo per un motivo, come riassume don Stefano Alberto: «Ricordare che il cristianesimo non si diffonde mai per proselitismo o per una posizione ideologica, ma per attrazione».

FORZA DEL FASCINO CRISTIANO. Il libro vuole far luce sul cammino che «Dio, attraverso papa Francesco, sta chiedendo alla Chiesa» e per farlo racconta «l’esperienza esaltante» e i contenuti della Conferenza di Aparecida, che nel 2007 per volere di Benedetto XVI ha raccolto nel santuario dove è apparsa la Madonna 250 vescovi da tutta l’America Latina, presieduti dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. In quei giorni di lavoro, «in cui avevamo davanti agli occhi tutti i giorni fino a 100 mila pellegrini», «i problemi sono stati assunti come sfide alla verità della fede. Lì ho capito che la forza del fascino cristiano è l’azione dello Spirito Santo che ci fa affezionare a Gesù e in forza di questo ci fa andare in missione dove vuole».


RISPONDERE ALLA REALTÀ.
 Il documento conclusivo, che ha determinato l’azione della Chiesa in tutta l’America Latina, «è un evento dello Spirito Santo perché mette insieme tutti i problemi della gente che avevamo davanti agli occhi, dalla povertà alla corruzione alla teologia della liberazione, partendo dalla lode al Signore che ci ha visitati e con una preferenza speciale per i poveri». È questo che monsignor Santoro, la cui fede è nata seguendo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, si è portato dietro anche quando è stato chiamato a Taranto. Qui, racconta, «non ho fatto altro che rispondere alle provocazioni della realtà».

«GIOIA CONTAGIOSA». «Tra l’Ilva e i migranti», continua Santoro, «ci siamo trovati davanti a un vero dramma umano. Io ho capito che il mio compito era quello di accogliere, come ho fatto con gli operai dell’Ilva, andando a visitarli durante le proteste, o con una signora che è venuta da me un giorno per chiedermi di pregare per la figlia caduta in coma irreversibile proprio prima di sposarsi. Abbiamo pregato in ginocchio insieme il Santissimo e la Madonna. Dopo 15 giorni quella donna è uscita dal coma».
«Ho anche cominciato a visitare sempre più spesso il carcere e siccome per la Messa ci avevano dato una stanza terribile, i detenuti l’hanno ritinteggiata. Poi mi hanno detto: “L’abbiamo fatto per lei e per Gesù”. E nelle visite seguenti mi hanno ringraziato così: “Lei ci prende la mano e non ci lascia”. Ma quella mano era di Gesù e ad afferrarli è stato il fascino di una gioia contagiosa».

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