Il bene segreto

  

PIER GIORGIO FRASSATI. IL BENE SEGRETO

L’eternità come profondità del presente, la santità come stoffa della vita quotidiana. Vita di un giovane sportivo, normalissimo, figlio della Torino laica del Novecento. Laico, cioè cristiano (da Tracce, ottobre 2001)Paola Bergamini

«Per La Stampa, grande giornale laico, Pier Giorgio Frassati è una bandiera, una persona, comunque la pensiamo, alla quale teniamo come un atto di bene da portare avanti»; così esordisce Alberto Sinigaglia, fondatore di Tutto Libri, il primo supplemento di informazione libraria del quotidiano torinese, durante la conferenza su “Pier Giorgio Frassati: un santo moderno”.

Ma perché questo attaccamento a Frassati? Cosa c’entra? È lo stesso Sinigaglia a spiegarlo: «La Stampa era di Alfredo Frassati, padre di Pier Giorgio. Era stato lui, protagonista del potere economico in Italia, a trasformare la Gazzetta Piemontesein Gazzetta Stampa e poi definitivamente ne La Stampa. Il giornale gli fu prima chiuso e poi strappato durante il regime fascista. E solo dopo la liberazione è ritornato a vivere secondo lo stile Frassati, uno stile cioè di grande onestà, forza democratica e civiltà. Ultimamente abbiamo ripubblicato il libro scritto dalla sorella di Pier Giorgio, Luciana Frassati Gawronski, Una vita mai spenta. È il racconto della morte di Pier Giorgio, una morte drammatica e rivelatrice. Proprio su questo vorrei soffermarmi».

Sinigaglia prosegue: «È il racconto di un dolore e di un grande rimorso trasformati in devozione, il dolore e il rimorso di un’intera famiglia che non aveva capito questo ragazzo. Sono giorni tristi per la famiglia Frassati. Tutti i familiari si sono stretti attorno alla nonna materna in fin di vita. Tutti meno Pier Giorgio. Che sta male, di un male che lo brucerà in pochi giorni. Nessuno se ne accorge. Anzi, qualcuno lo rimprovera di venir meno proprio in quei giorni. Solo la mamma, il giorno del funerale della nonna, intuisce che suo figlio, questo ragazzo atletico, robusto, forte, è affetto da qualcosa di grave. Ma ormai non c’è più niente da fare. A nulla servono i vari consulti medici. Papà Alfredo, il potente signore che tante volte aveva discusso animatamente con Pier Giorgio e che solo ultimamente aveva ritrovato questo suo figlio nella battaglia per la libertà de La Stampa e nella lotta contro il regime fascista, gira per casa battendo la testa contro il muro, urlando il nome del figlio che non può più sentirlo. Ma la rivelazione per la famiglia arriva il giorno del funerale. Tutta Torino si stringe intorno alla bara: non solo la Torino paludata, la Torino dei ricchi, del potere. Anche loro. C’è la povera gente, ci sono giovani, vecchi, derelitti che vanno a ringraziare».

Ma chi era Pier Giorgio Frassati? «Era un ragazzo bello, forte – continua Sinigaglia -, molto sportivo. Quello che si dice, un ragazzo normale con le sue debolezze. Ad esempio non andava molto bene a scuola, non aveva molta voglia di studiare, gli piaceva dormire fino a tardi; aveva passioni normalissime, era un bravissimo scalatore e sciatore. Gli piacevano le “goliardate”, gli scherzi, aveva fondato la Società dei Tipi Loschi. Tanto era stato distratto a scuola, tanto divenne un bravo studente universitario. Aveva scelto ingegneria mineraria per poter stare vicino ai minatori che allora erano la categoria di operai più sfruttata, la meno protetta. Voleva essere ingegnere per servire Cristo tra i minatori. Già quando studiava dai Gesuiti aveva cominciato a comunicarsi tutti i giorni, a soccorrere i poveri, a visitare i malati. Tutte cose che la famiglia scoprirà dopo la sua morte. Scoprono che se Pier Giorgio è arrivato a casa senza giacca è perché l’ha data a un povero, se è in ritardo è andato a fare un’opera di bene o ha regalato i soldi del tram… Pier Giorgio vive una vita senza risparmio. È il primo santo figlio della Torino laica. Non a caso occupa uno spazio non indifferente sulla scena della storia della città nei primi decenni del Novecento, tanto che di lui si interessano studiosi al di fuori o addirittura molto lontani dal mondo cattolico. Un esempio è il libro dello storico Angelo Dozzi per Einaudi, che lo definisce come una sorta di Gobetti cattolico». Che insegnamento ci lascia? «L’intransigenza nella sua scelta di vita è laica, ma nutrita dalla fede. Ha intelligenza, coraggio, senso etico. Il suo è il bene della porta accanto. Credo che questo bene segreto, questo bene della porta accanto, fatto in silenzio, sia oggi la rivoluzione che possiamo fare tutti in nome di Pier Giorgio. La rivoluzione più rivoluzionaria e più necessaria».

La parola passa a monsignor Stanislaw Rylko, segretario del Consiglio Pontificio per i Laici, che sottolinea come Frassati «aveva capito l’importanza di una appartenenza che faccia maturare e rinsaldi il senso della sua identità in quanto cristiano. Aveva capito l’importanza della compagnia degli amici che aiuta a crescere nella fede. Una delle caratteristiche che di Pier Giorgio colpiscono maggiormente è la profonda unità tra la sua vita e la sua fede. Mi vengono in mente le parole di Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Toronto nel 2002: “Cari giovani, nulla vi accontenti che stia al di sotto dei più grandi ideali, se conservate grandi desideri per il Signore saprete evitare la mediocrità e il conformismo così diffusi nella nostra società”. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che Pier Giorgio sia diventato compagno di strada dei giovani durante le giornate mondiali della gioventù e che sia presente anche durante questo Meeting. Il suo centesimo compleanno, celebrato lo scorso 6 aprile, ha dimostrato ancora una volta quanti giovani in tutti i continenti siano attratti dal suo esempio; si moltiplicano le associazioni che si ispirano al suo ideale di vita. Pier Giorgio continua a essere un grande dono per la Chiesa, soprattutto per la Chiesa giovane che entra nel terzo millennio dell’era cristiana».

A chiusura della tavola rotonda don Primo Soldi, che ha dedicato tempo ed energie a studiare e a far conoscere la figura di Frassati, ha sottolineato come «parlare di Pier Giorgio vuol dire parlare di tutti noi, accostare l’esperienza di un’aspirazione che è dentro ciascuno di noi, perché la santità ci appartiene totalmente». All’inizio dell’incontro aveva portato il suo saluto il professore Francesco Antonetti, presidente della Confederazione delle Confraternite d’Italia.

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Simone, mi ami tu?

 

«Simone, mi ami tu?»

Luigi Giussani, Stefano Alberto e Javier Prades

Anticipiamo un brano del nuovo libro di Luigi Giussani, Stefano Alberto, Javier Prades, Generare tracce nella storia del mondo (Rizzoli editore)

Il capitolo ventunesimo del Vangelo di Giovanni è la documentazione affascinante del sorgere storico dell’etica nuova. La storia particolare che vi si documenta è la chiave di volta della concezione cristiana dell’uomo, della sua moralità, nel suo rapporto con Dio, con la vita, con il mondo.

I discepoli erano di ritorno, all’alba, da una brutta nottata sul lago, in cui non avevano pescato nulla. Vicino alla riva, vedono sulla spiaggia una figura che s’adoperava per accendere il fuoco. Avrebbero visto dopo che sul fuoco c’erano pesci raccolti per loro, per la fame di quel primo mattino. Ad un certo punto Giovanni dice a Pietro: «Ma quello è il Signore!». Allora si aprono gli occhi di tutti e Pietro si butta in acqua, così com’è, e giunge per primo a riva. Seguono gli altri. Si dispongono in cerchio, in silenzio: nessuno parla, perché tutti sanno che è il Signore. Sdraiati per mangiare, dicono tra loro qualche parola, ma sono tutti intimiditi dall’eccezionale presenza di Gesù, Gesù risorto, che era già apparso loro in più circostanze.
Simone, che i molti errori avevano reso il più umile di tutti, steso pure lui a terra davanti al cibo preparato dal Maestro, guarda chi ha vicino e con stupore e tremore vede che è Gesù. Allora volge via lo sguardo da Lui e resta così, impacciato. Ma Gesù gli parla. Pietro pensa in cuor suo: «Dio mio, Dio mio, quanto rimprovero merito! Adesso mi dirà: “Perché mi hai tradito?”». Il tradimento era stato l’ultimo grosso errore fatto, ma tutta la sua vita, anche nella familiarità con il Maestro, era stata tribolata, per via del suo carattere impetuoso, della sua imponenza istintiva, del suo farsi avanti senza calcoli. Tutto di sé egli vedeva alla luce dei suoi difetti. Quel tradimento aveva fatto emergere con chiarezza in lui il resto dei suoi errori, quanto lui non valesse niente, quanto fosse debole, debole da far compassione. «Simone…» – chissà che brivido mentre quella parola si scandiva dentro il suo orecchio toccandogli il cuore -, «Simone…» – e qui avrà accennato a voltare verso Gesù la sua faccia -, «…mi ami tu?». Chi si sarebbe mai aspettato quella domanda? Chi si sarebbe atteso quella parola?
Pietro era un uomo di quaranta o cinquant’anni, con famiglia e figli, eppure così bambino di fronte al mistero di quel compagno incontrato per caso! Immaginiamoci come si sarà sentito trapassare da quello sguardo che lo conosceva in ogni sua parte. «Ti chiamerai Cefa»:1 il suo caratteraccio era identificato con quella parola, «pietra», e l’ultimo pensiero era per lui immaginare che cosa il mistero di Dio e il mistero di quell’Uomo – Figlio di Dio – avrebbero fatto con quella pietra, di quella pietra. Dal primo incontro Egli ingombrò tutto il suo animo, tutto il suo cuore. Con quella presenza dentro il cuore, con la memoria continua di Lui, guardava la moglie e i bambini, i compagni di lavoro, gli amici e gli estranei, i singoli e le folle, e pensava e s’addormentava. Quell’Uomo era diventato per lui come una grande, immensa rivelazione non ancora chiarita.
«Simone, mi ami tu?». «Sì, Signore, io Ti amo». Come faceva a dire così dopo tutto quello che aveva fatto? Quel «sì» era l’affermazione del riconoscimento di una eccellenza suprema, di una eccellenza innegabile, di una simpatia che travolgeva tutte le altre. Tutto restava inscritto in quel loro sguardo, coerenza e incoerenza era come se passassero finalmente in secondo ordine, dietro alla fedeltà che sentiva carne della sua carne, dietro alla forma di vita che quell’incontro aveva plasmato.
Di fatto non ci fu nessun rimprovero. Risuonò solo la stessa domanda: «Simone, mi ami tu?». Non incerto, ma timoroso e tremante, rispose di nuovo: «Sì, io Ti amo». Ma la terza volta, la terza volta che Gesù gli rivolse la domanda, dovette chiedere la conferma di Gesù stesso: «Sì, Signore, Tu lo sai, io Ti amo. Per Te è tutta la mia preferenza d’uomo, tutta la preferenza dell’animo mio, tutta la preferenza del mio cuore. Tu sei l’estrema preferenza della vita, l’eccellenza suprema delle cose. Io non lo so, non so come, non so come dirlo e non so come sia, ma nonostante tutto quello che ho fatto, nonostante quello che posso fare ancora, io Ti amo».
Questo «sì» è la scaturigine della moralità, il primo fiato di moralità sul deserto arido dell’istinto e della pura reazione. La moralità affonda la sua radice nel «sì» di Simone, e questo «sì» può attecchire nella terra dell’uomo solo per una Presenza dominante, compresa, accettata, abbracciata, servita con tutto lo slancio del proprio cuore che solo così può ritornare bambino. Senza Presenza non c’è gesto morale, non c’è moralità.
Ma perché il «sì» di Simone a Gesù è scaturigine della moralità? Non vi sono prima i criteri di coerenza e incoerenza?
Pietro ne aveva fatte di tutti i colori, eppure viveva una simpatia suprema per Cristo. Capiva che tutto in sé tendeva a Cristo, che tutto si raccoglieva in quegli occhi, in quella faccia, in quel cuore. I peccati passati non potevano costituire obiezione e nemmeno tutta l’immaginabile sua incoerenza futura: Cristo era la fonte, il luogo della sua speranza. Gli avessero pure obiettato quello che aveva fatto o quello che avrebbe potuto fare, Cristo rimaneva, attraverso le nebbie di quelle obiezioni, la fonte di luce della sua speranza. Ed egli Lo stimava sopra ogni altra cosa, dal primo momento in cui si era sentito fissato da Lui, guardato da Lui: Lo amava per questo.
«Sì, Signore, Tu sai che sei l’oggetto della mia simpatia suprema, della mia stima suprema»: così nasce la moralità. Eppure l’espressione è molto generica: «Sì, io Ti amo»; ma è tanto generica quanto generatrice di una diversità di vita perseguita. «Chiunque ha questa speranza in Lui purifica se stesso come Egli è puro».2 La nostra speranza è in Cristo, in quella Presenza che, per quanto distratti e smemorati, non riusciamo più a togliere – non fino all’ultimo briciolo, almeno – dalla terra del nostro cuore per tutta la tradizione dentro la quale Egli è giunto fino a noi. È in Lui che io ho speranza, prima di avere contato i miei errori e le mie virtù. Non c’entrano, qui, i conti numerici. Nel rapporto con Lui il numero non c’entra, il peso misurato e misurabile non c’entra, e tutta la possibilità di male che in me può realizzarsi nel futuro, anche questa non c’entra, non riesce ad usurpare il titolo primario che possiede davanti agli occhi di Cristo il «sì» di Simone, da me ripetuto. Allora viene un fiotto dal fondo di noi, come un respiro che salga dal petto e inebrii tutta la persona e la faccia agire, le faccia desiderare di agire in modo più giusto: scaturisce, scatta dal fondo del cuore, il fiore del desiderio della giustizia, dell’amore vero, autentico, della capacità di gratuità. Come l’inizio di ogni nostra mossa non è un’analisi di ciò che gli occhi vedono, ma un abbraccio di ciò che il cuore attende, così la perfezione non è l’espletare delle leggi, ma l’adesione a una Presenza.
Solo l’uomo che vive questa speranza in Cristo continua tutta la sua vita nell’ascesi, nello sforzo per il bene. E anche quando egli sia palesemente contraddittorio, desidera il bene. Questo vince sempre, nel senso che è l’ultima parola su di sé, sulla propria giornata, su quello che si fa, su quel che si è fatto, su quello che si farà. L’uomo che vive questa speranza in Cristo continua nell’ascesi. La moralità è una tensione continua al «perfetto» che nasce da un avvenimento in cui un rapporto col divino, col Mistero, è segnato.

La ragione ultima del «sì»
Qual è la ragione vera del «sì» a Cristo detto da Simone? Perché il «sì» detto a Gesù vale di più che enumerare tutti i propri errori ed elencare tutte le possibilità di errori futuri che la propria debolezza implica? Perché questo «sì» è più decisivo e più grande di tutta la responsabilità morale tradotta nei suoi particolari, tradotta in pratica concreta? La risposta a queste domande rivela l’essenza ultima del Mandato dal Padre. Cristo è il «mandato» dal Padre, è Colui che rivela il Padre agli uomini e al mondo. «Questa è la vita vera: che conoscano Te, solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo».3 La cosa più importante è «che conoscano Te», che amino Te, perché questo Tu è il senso della vita.
«Sì, io Ti amo», disse Pietro. E la ragione di questo «sì» consisteva nel fatto che egli aveva intravisto in quegli occhi che l’avevano fissato quella prima volta, e che poi lo avevano fissato tante altre volte durante le giornate e gli anni seguenti, chi era Dio, chi era Jahve, il vero Jahve: misericordia.4 In Gesù gli si svela il rapporto di Dio con la sua creatura come amore e quindi come misericordia. La misericordia è la posizione del Mistero verso qualsiasi debolezza, errore e dimenticanza dell’uomo: Dio, di fronte a qualsiasi delitto dell’uomo, lo ama.
Questo ha sentito Simone, da qui nasce il suo «Sì, io Ti amo».
Il senso del mondo e della storia è la misericordia di Cristo, Figlio del Padre, mandato dal Padre a morire per noi. Nel dramma di Milosz, a Miguel Mañara, che andava da lui tutti i giorni a lamentarsi dei suoi peccati passati, l’Abate, a un certo punto, come spazientito, dice: «Finiscila con questi lamenti da donnicciola. Tutto questo non è mai esistito». Come, «non è mai esistito»? Miguel aveva assassinato, stuprato, era stato ingiusto… «Tutto questo non è mai esistito. Egli solo è».5 Egli, Gesù, si rivolge a noi, si fa «incontro» per noi, chiedendoci una cosa sola: non «che cosa hai fatto?», ma «mi ami?».
Amarlo sopra ogni cosa, allora, non vuol dire che io non abbia peccato o che io non abbia a peccare domani. Che strano! Occorre una potenza infinita per essere questa misericordia, una potenza infinita dalla quale – in questo mondo terreno, nel tempo e nello spazio che ci è dato di vivere, negli anni, pochi o tanti che siano – noi mutuiamo, attingiamo letizia. Perché un uomo, con la coscienza di tutta la sua pochezza, è lieto di fronte all’annuncio di questa misericordia: Gesù è misericordia. Egli è mandato dal Padre per farci conoscere che l’essenza di Dio ha come caratteristica suprema per l’uomo la misericordia. «Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito – dice un Prefazio della Liturgia ambrosiana – donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina».6
Da questa letizia sorge la pace, la possibilità della pace. Anche in tutte le nostre sfortune, in tutte le nostre cattiverie, in tutte le nostre incoerenze, in tutta la nostra debolezza, in quella debolezza mortale che è l’uomo, possiamo realmente respirare e sospirare la pace, generare pace e rispetto per l’altro.
E rispettare l’altro vuol dire guardarlo con l’occhio a un’altra Presenza. «I cristiani» si dice nella Lettera a Diogneto del II secolo «si trattano con un rispetto agli altri inconcepibile».7 La parola «rispetto» (respectus, da re-spicio) ha la stessa radice di aspicio (guardare), e il re- sta a indicare che si continua a tenere lo sguardo rivolto-a, come fa colui che, camminando, tiene tuttavia lo sguardo fermo sull’oggetto. «Rispetto» vuol dire: «guardare una persona tenendone presente un’altra». È come guardare un bambino quando c’è, lì vicino, la mamma: la maestra non lo tratta come al solito, sta più attenta, ammesso che abbia un po’ di pudore (ma oggi, forse, anche questo è smarrito). Senza il rispetto di ciò che si manipola, di ciò che mi deve servire, di ciò che afferro perché mi serva, non c’è rapporto adeguato con niente. Ma il rispetto non può nascere dal fatto che ciò che ho davanti mi serva: da questo punto di vista, lo domino. No, il rispetto «sfonda» quello che uso. Così il lavoro acquista una nobiltà, una leggerezza d’animo più grande, pur in mezzo a tutte le tribolazioni con cui ci alziamo dal letto. E il rinnovarsi di questa coscienza è la preghiera del mattino. Un uomo che guardi sua moglie percependo e riconoscendo l’Altro, Gesù, dentro e oltre la figura di sua moglie, può portarle rispetto e venerazione, può avere stima per la sua libertà, che è rapporto con l’infinito, rapporto con Gesù.

L’inizio della moralità umana è un atto d’amore
Il «sì» di Simone a Gesù non può essere considerato come la nota di un sentimento, ma è l’inizio di una strada morale che o si apre con quel «sì» o non si apre. L’inizio di una morale umana non è l’analisi dei fenomeni che gremiscono l’esistenza dell’io, né l’analisi dei comportamenti umani in vista di un bene comune; questo potrebbe essere l’inizio di una astratta morale laica, ma non di una morale umana.
San Tommaso nota che «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene e in cui trova la sua più grande soddisfazione».8 L’inizio di una moralità umana è un atto d’amore. Per questo si esige una presenza, la presenza di qualcuno che colpisca la nostra persona, che raccolga tutte le nostre forze e le solleciti attraendole a un bene ignoto eppure desiderato e atteso: quel bene che è Mistero.
Il dialogo tra Gesù e Pietro termina in un modo strano. Questi, che sta per seguire Gesù, è preoccupato del più giovane, Giovanni, che era per lui come un figlio: «E, vedutolo, disse a Gesù: “Signore, e lui?”. Gesù gli risponde: “Non preoccuparti di lui, tu seguimi”».9 Quel «sì» è rivolto a una Presenza che dice: «Seguimi, abbandona la tua vita». «Jesu, tibi vivo, Jesu tibi morior, Jesu sive vivo sive morior, tuus sum».10 Sia che tu viva sia che tu muoia, sei mio. Mi appartieni. Ti ho fatto. Io sono il tuo destino. Io sono il significato di te e del mondo.
Protagonista della morale è la persona intera, l’io intero. E la persona ha come legge una parola che crediamo tutti di conoscere e di cui, dopo molto tempo, se c’è un minimo di fedeltà a ciò che è originale in noi, si incomincia a intravedere il significato: amore. La persona ha come legge l’amore. «Dio, l’Essere, è amore», scrive san Giovanni.11
L’amore è un giudizio commosso per una Presenza connessa con il destino. È un giudizio, come quando si dice: «Questo è il Monte Bianco», «questo è un mio grande amico». L’amore è un giudizio commosso per una Presenza connessa con il mio destino, che io scopro, intravedo, pre-sento connessa con il mio destino. Quando Giovanni e Andrea l’hanno visto per la prima volta e si sono sentiti dire: «Venite a casa mia. Venite a vedere», e sono rimasti tutte quelle ore a sentirlo parlare, non capivano, ma presentivano che quella persona era connessa con il loro destino. Quelli che parlavano in pubblico li avevano sentiti tutti, avevano sentito i pareri loro e di tutti i partiti; ma solo quell’Uomo era connesso con il loro destino.
La morale cristiana è la rivoluzione in terra, perché non è un elenco di leggi, ma è un amore all’essere: uno può sbagliare mille volte e sempre gli sarà perdonato, sempre sarà ripreso e riprenderà il suo passo sul cammino, se il suo cuore riparte con il «sì». L’importante di quel «Sì, Signore, io Ti amo» è una tensione di tutta la propria persona, determinata dalla coscienza che Cristo è Dio e dall’amore a quest’Uomo che è venuto per me: tutta la mia coscienza è determinata da questo, e io posso sbagliare mille volte al giorno, fino ad avere vergogna di alzare la testa, ma questa certezza non me la toglie nessuno. Soltanto, prego il Signore, prego lo Spirito che mi cambi, che mi faccia imitatore di Cristo, che la mia presenza diventi di più come quella di Cristo.
La morale è amore, è amore all’Essere diventato uomo, avvenimento nella storia, che mi raggiunge attraverso la misteriosa compagnia che storicamente si chiama Chiesa o Corpo misterioso di Cristo o Popolo di Dio: io Lo amo dentro questa compagnia. Mi possono rimproverare per centomila errori, mi possono mandare in tribunale, il giudice mi può mandare in carcere senza neanche esaminarmi, con una ingiustizia patente, senza considerare se ho fatto o non ho fatto, ma non possono togliermi questo attaccamento che continuamente mi fa sussultare di desiderio del bene, cioè dell’adesione a Lui. Perché il bene non è il «bene», ma è l’adesione a Lui, è il seguire quel volto, la sua Presenza, il portare la sua Presenza ovunque, il dirlo a chiunque, perché questa Presenza domini il mondo – la fine del mondo sarà nel momento in cui questa Presenza diventerà evidente a tutti.
Questa è la morale nuova: è un amore, non regole da seguire. E il male è offendere l’oggetto dell’amore o dimenticarlo. Si può benissimo poi, analizzando con umiltà tutti i corsi e ricorsi della vita di un uomo, dire: «Questo sarebbe male, questo sarebbe bene», elencare, mettendoli in ordine, tutti gli errori in cui l’uomo può incorrere: si può fare, cioè, un libro di morale. Ma la morale è in me, che amo Colui che mi ha fatto e che è qui. Se non fosse questo, la morale la potrei usare esclusivamente per affermare un mio vantaggio; sarebbe in ogni caso disperante. Bisognerebbe leggere Pasolini o Pavese per capirlo; no, basta ricordarsi di Giuda.

La permanenza della moralità nuova
Se l’inizio della moralità nuova è un atto di amore, di adesione, e ciò esige la Presenza di qualcuno che ci colpisca e attiri tutte le nostre forze – come Gesù ha sollecitato Simone -, diventa fondamentale rispondere alla domanda: come questo avvenimento si mantiene vivamente presente nella nostra esistenza? La risposta stabilisce la possibilità della nuova morale nel presente, qui e ora, altrimenti essa inizierebbe per noi in modo intellettualistico, astratto, discorsivo. Tale risposta è in quel termine cristiano che appartiene all’esperienza del presente, senza del quale non potremmo sapere se la nostra esperienza è concreta o fantasiosa: «memoria». Nella memoria, l’avvenimento che sperimento secondo tutta la sua ricchezza viene immerso nel flusso del tempo e dello spazio, fa parte di una storia.
La prima condizione per la moralità nuova è fare memoria di quella Presenza che eccede i termini dell’umano conoscere, vale a dire riconoscere qui e ora la Presenza che non si può ridurre a nessuna ipotesi umana.
Questa Presenza è una realtà che sta davanti a noi e, con la forza del Suo Spirito, in noi. Essa è permanente nella nostra vita ed è talmente potente da rendere possibile, nella nostra adesione ad essa, lo svolgersi di una nuova creazione in noi. Così uno può risorgere dopo l’imperfezione e l’errore, al termine di ogni azione che è sempre sproporzionata e sempre imperfetta, con un passo più giusto, perché il Suo dono continua, come sorgente fresca, senza che nessun limite nostro lo possa arrestare.
La permanenza di questa Presenza è grazia, puro avvenimento, a cui non resistiamo nell’aderire qui e ora. Lo riconosciamo e vi aderiamo. È grazia, come lo è l’incontro, lo stupore, la sua continuità, l’impeto di adesione: e tale grazia diventa nostra perché l’accettiamo. Accettare questa novità assoluta, che riaccade mille volte al giorno, è l’aspetto supremo della libertà.
Come per Giovanni e Andrea, per Simone, per Zaccheo, l’inizio del nostro cambiamento è una grazia, un dono. Abbiamo fatto un incontro che ha come scopo quello di cambiarci e di compierci. E abbiamo aderito a questa Presenza che corrisponde in modo eccezionale alle nostre attese, con una adesione resistente, come in Zaccheo, che non era più definito dall’imperfezione in cui cadeva, perché quella Presenza era lì a trapassare come un rigagnolo fresco e puro tutto il lordume della foresta della sua umanità.12
Lo stupore dell’incontro, la continuità dello stupore, l’adesione a quella Presenza che permane implicano l’abbraccio e l’unità con tutti coloro che quella Presenza stessa ci pone vicino. Essa si è resa oggetto del nostro sguardo perché attraverso noi, con i nostri difetti, e il dolore per essi, e l’impeto strano che ne deriva, sia più conosciuta e amata.

Note
1 Cfr. Gv 1,42.
2 1 Gv 3,3.
3 Gv 17,3.
4 Un brano di sant’Ambrogio può illuminare in proposito. Nel suo lungo commento alla Creazione, giunto al settimo giorno, quello in cui Dio si riposò, egli afferma: «Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un’opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo. Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati» (Sant’Ambrogio, Exameron, IX, 76, in Opera omnia di Sant’Ambrogio, vol. 1, Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova Editrice, Milano-Roma 1979, p. 419).
5 Cfr. O. Milosz, Miguel Mañara, Jaca Book, Milano 1998, pp. 48-63.
6 Prefazio della XVI domenica del tempo «per annum», in Messale Ambrosiano Festivo, Marietti-Jaca Book, Torino-Milano 1976, p. 653.
7 Epistola a Diogneto, PG 2, 1167-1186.
8 Cfr. San Tommaso, Summa Theologiae, II, IIae, q. 179, art. 1.
9 Cfr. Gv 21,20-22.
10 «Jesu tibi vivo», canto medioevale, in Canti, Coop. Edit. Nuovo Mondo, Milano 1995, p. 34.
11 1 Gv 4,8.
12 Cfr. Lc 19,1-10.

http://tracce.mobi/Default.asp?id=338&id_n=4862

Guadagnando la vita vivendo

24/08/2015 – L’esperienza della mancanza, Abramo e la possibilità di «guadagnare la vita vivendo». Il presidente della Fraternità di CL si confronta con il titolo e con l’esperienza di questi giorni 

Ha visto il Meeting, seguendo gli incontri e visitando le mostre. E oggi, lunedì 24 luglio, sarà lui stesso protagonista sul palco dell’auditorium. La guida di CL, don Julián Carrón, si confronta con le parole di Mario Luzi a tema quest’anno e con quanto sta accadendo a Rimini in questi giorni.

Don Julián, che esperienza fa del titolo del Meeting di quest’anno?
Quella che fa ogni uomo che vive cosciente di sé e che non può non sorprendere questa mancanza nella vita quotidiana. Ci manca sempre qualcosa. Anche quando le cose vanno bene. Anche quando siamo in vacanza: la mancanza c’è sempre. E se questo succede dopo l’incontro cristiano, questa mancanza cresce in modo esponenziale. Perché si introduce una tale nostalgia di Cristo che non soltanto non sminuisce la mancanza, ma la fa crescere. «Ti cerco giorno e notte», dice il Salmo. L’esperienza della mancanza è il segno più palese della Sua presenza.

Che differenza c’è tra la mancanza e il vuoto, invece?
Il vuoto è tutto diverso. Non ha nessuna capacità di apertura a un’altra cosa. Non ha niente. E se è senza niente vuol dire che uno ha bisogno di riempirlo con altro che gli dia una ragione per vivere. La mancanza, invece, è qualcosa a cui siamo costantemente richiamati. A volte vuoto e mancanza possono essere simili. La questione è capire se questa mancanza non è vuoto ma Qualcuno che mi sta chiamando, Qualcuno di cui ho nostalgia, o se è soltanto un vuoto senza fondo, oscuro, in cui non so che cosa fare, in cui devo cercare in qualsiasi modo di distrarmi o di riempirlo con altre cose perché altrimenti non lo sopporto. Invece, la nostalgia è già piena di una presenza.

In questi giorni al Meeting è emersa un’evidenza: davanti a un cuore scrostato da pregiudizi e idee, sempre in ricerca, come ci ha ricordato papa Francesco, si rende palpabile la presenza di un mistero che ci mette insieme su un cammino comune. Ci aiuta a capire cosa è successo?
Semplicemente, la prima cosa che ci mette insieme è la nostra natura comune, il sentire questa mancanza, questo desiderio, questo bisogno che abbiamo di qualcosa d’altro. L’abbiamo visto dopo le Torri Gemelle, dopo gli attentati di Parigi… La gente si raduna. È un tentativo di mettersi insieme. Il problema è che, poi, non dura. Se non si trova una risposta che dia un fondamento stabile allo stare insieme, poi ci si disperde e torniamo, ciascuno, al nostro individualismo. Non c’è più la capacità di percepire la comunione, una unità tra di noi. Solo se si risponde con una risposta adeguata a questa mancanza, allora, trova un fondamento adeguato anche lo stare insieme.

È questa l’apertura al mondo, la strada, a cui il Papa richiama continuamente i cristiani?
In un certo modo sì. Soltanto se ci sentiamo prima di tutto insieme con gli altri, che sono come noi, che hanno lo stesso desiderio, la stessa mancanza che abbiamo noi ci scopriamo compagni. Il problema è come noi guardiamo gli altri, se li guardiamo soltanto con i pregiudizi che abbiamo, per certi aspetti della loro vita, delle loro abitudini, o se andiamo al cuore di questi altri. Quando Gesù trova la samaritana, quello che gli interessa non è soltanto ciò che ha sbagliato, ma la sete di quella donna, la sua mancanza. Quando trova quelli che non hanno pane, gli interessa non soltanto rispondere alla loro fame: subito dopo gli parla di qualcosa d’altro, perché sa che il pane non basta per rispondere a tutto quello manca loro. Gli parla del pane della vita: «Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue», non potete avere vita in voi. Questo è quello che, poi, possiamo portare agli altri. Ma il primo passo è riconoscere quello che ci tiene insieme, tutti. E testimoniare agli altri quello che ci è capitato perché è ciò che risponde alla loro mancanza. Se facciamo così, entriamo costantemente in dialogo, come dice il Papa, e solo questo dialogo è in grado di dare anche a loro la possibilità di scoprire quello che a volte, a tentoni, stanno cercando.

In questo senso, come si colloca la figura di Abramo?
La figura di Abramo è l’inizio di questo dramma. Perché prima di Abramo, mancando questo “tu” che risponde alla mancanza, tutto era prevedibile. È quello che diceva Guccini: «Non sono quando non ci sei e resto coi pensieri miei». Noi abbiamo pensato che questo fosse solo una cosa spirituale, per quelli che volevano vivere più “buoni”. No, questo è per essere uomini. Quando tutto questo viene meno allora vediamo che non è soltanto una cosa per gente “più spirituale”. È per uno come Abramo, che ha trovato una Presenza che ha risvegliato tutta la capacità del suo io. Che cosa succede quando questa presenza, storica, di Dio viene meno perché l’uomo, a un certo punto, l’ha sentita ostile? Ritorniamo a prima di Abramo. Ritorniamo al torpore di cui parlano tanti contemporanei. Alla noia, al vuoto. All’accontentarsi del “prevedibile”. Soltanto se entra nella vita l’imprevedibile, la vita diventa veramente drammatica, e veramente interessante. Perché se no, come dice Eliot, «perdiamo la vita vivendo». Solo se entra una Presenza, possiamo guadagnare la vita vivendo. Altrimenti siamo tutti condannati a perderla vivendo.

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Il nuovo e il buono che viene

Pensando in questi giorni al viaggio di papa Francesco in America Latina, la prima cosa che mi viene in mente è che mi è sembrato di essere di fronte a qualcosa di nuovo. Mi spiego meglio: per cambiare occorre essere un po’ visionari. Siamo abituati a vivere a un ritmo frenetico, abbiamo poco tempo per alzare la testa, per guardare il cielo, per fissare l’orizzonte. In questo modo, diventano sempre più deboli gli stimoli per pensare, creare, immaginare. Viviamo immersi in quello che sappiamo, applicando le categorie che già conosciamo e che ci danno una certa sicurezza. Quando non abbiamo tempo nemmeno per guardare “oltre” o “l’altro”, è difficile uscire dal già saputo.
Ma alcuni uomini possono avere “visioni”. Penso che questo non sia solo un problema di intelligenza: per esempio, a volte accade che si faccia un’esperienza di pienezza talmente grande, che si percepisce un’energia creativa che fa pensare, creare, immaginare, vedere qualcosa come mai prima. Penso sia così che nasce il nuovo, penso sia così che è nato il mondo…

Ho fatto questa premessa perché mi colpisce il modo in cui il Papa parla di un cambiamento necessario e urgente. Parla del cambiamento dell’uomo ed entra nel dettaglio. Per esempio, rispetto al modello economico attuale delle società più sviluppate. È possibile un’economia solidale in cui il centro sia la persona, e non il denaro? È qualcosa di bello e di desiderabile, ma per i più è solo un’utopia. Tuttavia, nel sentirne tanto parlare, mi nascono alcune domande: chi ha detto che un’impresa deve per forza essere quotata in borsa per crescere? I parametri per misurare la produttività di un’impresa possono essere diversi da quelli che sono? O che cosa significa per un’impresa “crescere”? Tutto questo può cambiare? Possiamo cominciare a pensare che sia possibile?
Mi sembra che la sfida che il Papa ci offre sia una novità grandiosa e reale per noi. Soprattutto rispetto ad alcuni passaggi dei suoi discorsi, che mi hanno colpito in modo particolare, e che riprendo qui.

Il vino migliore deve ancora venire
«Tutta questa storia ebbe inizio perché “non avevano più vino”, e tutto si è potuto compiere perché una donna – la Vergine – è stata attenta, ha saputo porre nelle mani di Dio le sue preoccupazioni, ed ha agito saggiamente e con coraggio. Però c’è un particolare, non è da meno il dato finale: hanno gustato il vino migliore. E questa è la buona notizia: il vino migliore è quello che sta per essere bevuto, la realtà più amabile, la più profonda e la più bella per la famiglia deve ancora arrivare. (…) E il migliore dei vini sta per venire, anche se tutte le possibili variabili e le statistiche dicessero il contrario. Il vino migliore sta per venire per quelli che oggi vedono crollare tutto. Sussurratevelo fino a crederci: il vino migliore sta per arrivare. Sussurratevelo ciascuno nel suo cuore: il vino migliore sta per venire. E sussurratelo ai disperati e a quelli con poco amore: abbiate pazienza, abbiate speranza, fate come Maria, pregate, agite, aprite il cuore, perché il migliore dei vini sta per venire. (…) Gesù ha una preferenza per versare il migliore dei vini a quelli che per una ragione o per l’altra ormai sentono di avere rotto tutte le anfore» (Omelia alla messa per le famiglie, Parque de los Samanes, Guayaquil, Ecuador, 6 luglio 2015).

Come si fa a dire, nel momento storico in cui viviamo, che il vino migliore è quello che ancora deve venire? E che la realtà più amabile deve ancora arrivare? Non è che, se me lo ripeto volte, per magia finisco per crederci; qui si tratta di fede, si tratta di credere in qualcuno che lo dice con una tale certezza da cominciare a farmi accettare la possibilità che quello che dice sia reale. Aprire il cuore per credere in Qualcuno che può tutto, come ha detto il Papa nella visita al Centro di rieducazione Santa Cruz – Palmasola, in Bolivia: «Perché quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, stiamo male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto» (10 luglio 2015).

Non dimenticarti da chi sei stato “pescato”
«Non cadete nell’“alzheimer spirituale”, non perdete la memoria, soprattutto la memoria del posto da cui siete stati tratti. Quella scena del profeta Samuele, quando viene mandato a ungere il re di Israele. Va a Betlemme, alla casa di un signore che si chiama Jesse, che ha sette o otto figli, non so, e Dio gli dice che tra quei figli si trova il re. E chiaramente, li vede e dice: “Dev’essere questo”, perché il maggiore era grande, alto, prestante, sembrava coraggioso… E Dio gli dice: “No, non è lui”. Lo sguardo di Dio è diverso da quello degli uomini. E così fa passare tutti i figli e Dio gli dice: “No, non è”. Il profeta si trova a non saper che fare, e allora domanda al padre: “Non ne hai altri?” . E gli risponde: “Sì, c’è il più piccolo, là, a pascolare le capre e le pecore”. “Fallo chiamare”. E arriva il ragazzino, che poteva avere 17, 18 anni, non so, e Dio gli dice: “E’ lui”. Lo hanno preso da dietro il gregge. (…) Non dimenticatevi da dove siete stati tratti. Non rinnegate le radici!» (Incontro con il clero, i religiosi, le religiose e i seminaristi, Santuario nazionale mariano El Quinche, Ecuador, 8 luglio 2015)

Dove sono stato preso? Io ero come Davide, ero perso nelle mie cose, e la mia vita è cambiata in un incontro. Com’è vero che far memoria di dov’ero quando sono stato preso mi fa rendere conto di molte cose, che non sono accadute in modo ovvio, e questo mi fa essere meno presuntuoso, mi fa tornare a ringraziare! Ci rimette in un rapporto.

Sono io che seguo la Chiesa
«Il mondo dei movimenti popolari è una realtà; è una realtà molto grande, in tutto il mondo. Io che ho fatto? Ciò che ho fatto è dare a loro la dottrina sociale della Chiesa, lo stesso che faccio con il mondo dell’impresa. C’è una dottrina sociale della Chiesa. Se Lei legge quello che ho detto ai movimenti popolari, che è un discorso abbastanza grande, è un riassunto della dottrina sociale della Chiesa, ma applicata alla loro situazione. (…) E quando devo parlare al mondo dell’impresa dico lo stesso, cioè che cosa dice del mondo dell’impresa la dottrina sociale della Chiesa. Per esempio nella Laudato si’ c’è una parte sul bene comune e anche sul debito sociale della proprietà privata che va in quel senso; ma è applicare la dottrina sociale della Chiesa. (…) Sono io che seguo la Chiesa qui, perché semplicemente predico la dottrina sociale della Chiesa a questo movimento. Non è una mano tesa con un nemico, non è un fatto politico. No. È un fatto catechetico» (Conversazione con i giornalisti nel viaggio di ritorno da Asunción a Roma, 12 luglio).

Una sola annotazione: anch’io ho capito, parlando con molti amici, che non conosciamo la dottrina sociale della Chiesa, e che, in questo momento tanto ricco di sfide, sarà interessante approfondirla. Poi ho capito di più che il Papa non sta inventando una nuova teologia; quello che dice, lo dice in modo personale ma totalmente nel solco della Chiesa.

In questo tempo drammatico, in cui si sente una certa paura del futuro, tutti cerchiamo di rispondere alla domanda: “Come si fa a vivere?”. E quando si vede qualcuno che vive di più (e che fa vivere di più), al di là delle tante analisi su di lui, può essere un’ipotesi ragionevole seguirlo, o continuare a seguirlo per capire come vive. E, quasi per osmosi, quella speranza può diventare mia.

L’uomo di oggi ha bisogno di sentire un cuore nuovo battere dentro al suo, e non può abituarsi a stare, in fondo, solo e spaventato. «Siate liberi!», ci ha detto il Papa di recente. Possiamo abituarci a tante cose, anche allo stare da soli con le nostre interpretazioni, senza un padre. Ma qualcuno dice che il vino migliore (per chi forse si sente di aver rotto tutte le anfore) sta per venire!

*responsabile di Comunione e Liberazione in Brasile

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La giusta prospettiva

EDITORIALE
Arrivati al cuore della Laudato Si’, si trova una domanda fondamentale tra le tante questioni decisive toccate da papa Francesco: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?». Non è una domanda che «riguarda solo l’ambiente», precisa il Pontefice, «perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti».
Ma se questa domanda «viene posta con coraggio», continua il Papa, «ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? (…) Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra».

Veniamo da settimane molto intense e ne viviamo di altrettanto impegnative. C’è un clima fosco, attorno, fatto di problemi che interpellano tutti (il terrorismo jihadista, la persecuzione dei cristiani, la crisi greca) e fitto di discussioni su alcuni fondamenti della vita sociale. La famiglia, anzitutto. L’Europa. I cosiddetti “nuovi diritti”. E certe evidenze che fino a qualche tempo fa potevamo dare comunque per acquisite e condivise, anche da chi proponeva visioni diverse della vita, ma che oggi lo sono sempre meno. Eppure, a ben guardare, non c’è questione che non rimandi lì, al dramma colto dal Papa in quel paragrafo. «Per che scopo lavoriamo e lottiamo?». Che aiuto possiamo dare al mondo, a noi stessi, ai nostri figli?

Lì si apre una questione decisiva. Perché la prima reazione, inevitabile, è pensare che l’apporto stia tutto in quello che possiamo fare. Nell’analizzare, prendere iniziative, muoversi. E sono tutte cose che servono, ci mancherebbe. Ma non bastano. Ce ne accorgiamo bene quando accadono fatti che ti spostano, per aprire un’altra prospettiva. Attenzione: non un’altra strada, alternativa. Proprio una prospettiva più acuta, più profonda.
Molti di noi nei giorni scorsi hanno visto – o rivisto – un video impressionante. Una bambina di dieci anni fuggita da Qaraqosh, Iraq, dopo l’arrivo dell’Isis. Si chiama Myriam. Vive in un campo profughi. Non ha più niente: casa, scuola, amici. Nulla. Non può fare nulla. Ma vive qualcosa che cambia tutto. I terroristi? «Chiedo solo a Dio di perdonarli». Tornare a casa? «Se Dio vuole. Non quello che vogliamo noi, ma quello che vuole Dio, perché Lui sa». Il dolore? «Anche se qui stiamo soffrendo, Lui ci dà quello di cui abbiamo bisogno». E lo dice sorridendo. Anzi, cantando.
Ecco, forse guardare quella bimba inizia a rispondere alle domande del Papa. Vederla (il video è su YouTube), chiedersi da dove venga una fede così, che come sa genera un io così potente (a dieci anni!) da poter vivere e sorridere e non disperare anche quando ti viene strappato tutto nel modo più violento, può aiutarci a renderci conto. Fa capire che cosa ci stanno a fare i cristiani, al mondo.

Anche in questo Tracce troverete qualche spunto. E cambia poco che siano fatti che accadono ad Aleppo, nelle corsie di un ospedale inglese o tra i chiostri delle università. Sono fatti che, nella loro semplicità, mostrano che cosa è il cristianesimo, che cosa porta in un mondo dove tutto crolla. Insomma, dicono «perché questa terra ha bisogno di noi»: per poter cominciare, sempre. Per poter vivere.

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Buon cammino!

La grande guida di Courmayeur e “ottomilista” himalayano Pino Cheney si arrabbiava quando sentiva dire che una cima era stata conquistata. «Non sono conquiste reali», replicava: «Non sei tu che vinci la montagna, è la montagna che conquista te». Ti conquista con il desiderio della cima e poi accogliendo la tua fatica nella sua bellezza.

Il rapporto con la montagna è sempre stato caro al movimento. Le vacanze estive delle comunità si svolgono nei luoghi più belli che le cime del nostro Paese regalano, dalle Dolomiti al Monte Bianco. Una passione, ma forse sarebbe più corretto dire: un’educazione, passata dalla concezione che aveva delle montagne don Giussani. Che significato ha salire in cima insieme? Molti di noi avranno in mente i “gitoni” che caratterizzano le vacanze del movimento, dalle scuole medie fino agli adulti: con qualsiasi tempo, sotto il sole o diluvi universali,gruppi numerosi, talvolta di centinaia di persone, salgono silenziosi lungo i sentieri. Poi, il pranzo insieme, la messa, i canti. Il silenzio. Al di là della difficoltà, sia su sentieri facili che su sottili fili di creste innevate, sempre la montagna è maestra: ci insegna a seguire il passo di chi ci precede, ad essere legati l’uno all’altro nel cammino, protesi alla cima.

Per questo motivo, da alcuni amici del Piemonte accomunati dalla passione per la montagna («e per la vita», ci tengono a sottolineare), è nata la Compagnia della cima. Hanno realizzato un sito molto ricco su cui pubblicano le proprie esperienze in montagna e, con una pagina ad hocdanno tutte le indicazioni e gli itinerari (con tempi, livelli di difficoltà, suggerimenti) per organizzare le gite di gruppi numerosi.

«In montagna ho imparato di più il concetto di sequela», dice Paolo Gardino, professore di liceo e membro della Compagnia: «Quando parto con i miei compagni è chiaro lo scopo: arrivare in cima. Guardo chi mi precede in cordata, cerco di capire come ha fatto i passaggi in parete, ma sono io a salire, a scalare». È importante la cura ad ogni particolare delle gite: spesso manca il senso della fatica e si rischia di salire a “occhi bassi”, senza accorgersi di ciò che ci circonda. «È sempre meno scontato camminare in montagna, soprattutto per i più giovani. Chi organizza deve conoscere ogni caratteristica del percorso ed essere in grado di gestire gruppi numerose di persone».

Poi c’è la bellezza che si impone. Pensate al massiccio del Bianco, o al versante himalayano del Rosa visto da Macugnaga: unici, minacciosi quasi, ma allo stesso tempo magnifici. «Una volta arrivati in cima mi accorgo di Colui che ha fatto tutto: le montagne, gli amici vicini, me stesso», continua Paolo: «E sono pronto a ripartire sempre». Non c’è nulla da conquistare in una montagna. Solo qualcosa da seguire, un amico più esperto o la bellezza che ci riempie e che porta scritto in sé «più in là».

È un’esperienza che ci aiuta ad una maggiore coscienza di noi stessi, del nostro limite, fatto di muscoli e mente. Come diceva san Giovanni Paolo II ai giovani della Val d’Aosta: «Qui, nelle montagne, si viene per trovarsi davanti ad una realtà geografica che ci supera e ci provoca ad accettare questo superamento, a superare noi stessi». Di cima in cima, seguendo una Bellezza sempre più grande, veniamo educati a questo. Buon cammino.

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Un lavoro comune

«È un momento di svolta, qualcosa di storico». Così, senza sfumature o mezzi termini. Per Carlin Petrini, 65 anni, agnostico con un passato da sinistra militante, fondatore di Slow Food e anima di Terra Madre, rete globale di contadini e produttori nata proprio per ridare dignità alla terra e a chi la lavora, la Laudato si’ è «un testo che cambierà la vita a tanta gente». Lo ha detto a Tv2000, la tv dei Vescovi italiani, il giorno stesso dell’uscita dell’enciclica, e lo ha scritto su Repubblica subito dopo.

Secondo lei quel testo è pieno di «gioia rivoluzionaria»: cosa vuol dire?
È un documento di potenza straordinaria. Non parla solo ai credenti, ma a tutti. Ci richiama alle nostre responsabilità, collettive e individuali. E nello steso tempo non si limita a una predicazione morale e etica, ma entra nel vivo. Con analisi anche profonde delle cause e concause del disastro ambientale che abbiamo sotto gli occhi. In più, lo fa senza mai distogliere lo sguardo da quella parte di umanità che di questo disastro paga il dazio più di tutti: i poveri.

Cosa l’ha colpita di più?
La visione di insieme. La proposta di Francesco è una linea di nuovo umanesimo, di cui tutti avvertivamo il bisogno. Chi ha a cuore questi temi sa che non sono argomenti di settore, da addetti ai lavori: riguardano la vita intera e la politica complessiva. Lui fornisce un pensiero globale nuovo, capace di abbracciare tutta questa complessità.

Eppure molti lo stanno già infilando in panni stretti: si legge del «Papa verde» e robe simili…
Be’, chi lo scrive non ha capito niente. Siamo davanti a una cosa diversa. È la proposta di quella che chiama «ecologia integrale». L’aspetto ecologico lo collega all’esistenza di un nuovo umanesimo, di una socialità diversa e di un rispetto verso i poveri. Alla necessità di mettere fine al paradigma di «un’economia che uccide» – perché questi sono i termini che ha usato. E quindi di una responsabilità che abbiamo tutti. Perché l’altra grande questione di questa enciclica è che interpella certamente la politica e i governi, ma parla a ciascuno di noi. Ci dà speranza nel fatto che partendo da piccoli gesti individuali, «dal basso», possiamo incidere davvero sulle cose. E lo fa con una lucidità di pensiero che non trovavo da tempo.

Da dove viene questa speranza?
Lui parla di un dialogo gioioso e drammatico con il mondo. Ma io, guardandolo, do molto più peso alla gioia. La gioia del dialogare, dell’incontro con chi la pensa come te, del lavorare per costruire un cambiamento… In lui, la vedi.

Uno dei veri fili rossi del testo è «la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso»: l’uomo e Dio, l’uomo e la terra, gli uomini tra loro, ma anche l’economia e l’ambiente, la rovina della casa comune e la povertà… Lo chiama «il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose», che tecnologia e finanza, da sole, non possono comprendere. Lei cosa ne pensa?
Appunto: che siamo tutti chiamati in causa. E infatti il Papa si rivolge a tutti, credenti e non credenti. Io sono agnostico, ma ho un gran rispetto di tutte le fedi. Per dire, ci ho trovato riferimenti bellissimi alle religioni ancestrali, così vicine alla terra, che mi hanno commosso. Insisto: siamo davanti a una nuova costruzione di pensiero. E questo genererà senza dubbio comportamenti diversi, anche all’interno della stessa Chiesa. Mi immagino il lavoro che dovrà fare un parroco per informarsi sui cambiamenti climatici…

Un parroco? Perché dovrebbe farlo?
Per quello che spiega il Papa: se non capisci il cambiamento del clima, non capisci l’arrivo di quei profughi a Ventimiglia o alla stazione di Milano. Gli esodi che vediamo sono dati anche dal clima che cambia, dal disastro dell’ambiente, dalle siccità… Il disastro ambientale è pagato anzitutto dai poveri. Ma pensi a quell’altro spunto, bellissimo: quando parla del rapporto tra debito economico e debito ecologico. Il Nord e le grandi economie dettano ai Paesi del Sud del mondo ciò che devono fare, perché hanno debiti economici. Ma il Nord non paga mai la contropartita dei debiti ecologici che fa nei Paesi poveri: i disastri ambientali, lo sfruttamento della terra, lo scarico dei rifiuti… Chi paga quel debito? Nessuno. E chi ne parla, anche in politica? Nessuno. Il Papa lo fa. Sono argomenti che aveva ben chiaro quando ha assunto quel nome. Erano tutti convinti che fosse il poverello, pauperista eccetera. No, è molto di più.

Il testo ha un nucleo molto forte, in cui il Papa ripercorre «il Vangelo della creazione» e scrive cose come: «Dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio». Da non credente, come legge questi riferimenti?
Io vengo dalla Chiesa, ho militato nel vostro mondo. Il «non credere», per me, è una questione seria. Non sono ateo, non è che nego Dio: sono agnostico. Non ce la faccio a crederci, non riesco. Detto questo, mi trovo davanti a una riflessione teologica che leggo con ammirazione e curiosità. Anche perché lui lo dice chiaramente: come papa Giovanni XXIII, si rivolge «a tutti gli uomini di buona volontà». Dice: la terra è comune, ci siamo dentro tutti, mettiamoci insieme a lavorare per salvarla. Non fa una grinza.

Ma l’enciclica sposta qualcosa del modo in cui lei guarda alla Chiesa?
Si. In verità questo Papa l’ha spostata da un po’ la mia maniera di vedere la Chiesa. L’elemento del dialogo, che lui richiama sempre, è decisivo. E non parlo solo del dialogo tra credenti e non credenti ma anche, per esempio, tra cattolici e ortodossi. Il Papa ha dato una scossa a una questione millenaria. Guardi il patriarca Bartolomeo e lui, e vedi due fratelli. Quest’uomo nel dialogo crea situazioni nuove. Del resto, mi scusi, quello che dice sposta qualcosa in voi credenti, nei confronti di certi non credenti? Io credo di sì.

Senta, c’è un paragrafo-chiave in cui Francesco si chiede: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? (…) Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi». Come risponde lei a queste domande?
La mia aspirazione è vivere in un mondo in cui non si distrugga la casa comune e si trovino tutte le condizioni per generare una vita solidale vera, che non lasci indietro nessuno. E dove si possa convivere senza che ci sia gente che non ha niente da mettere sulla tavola. Perché è la più grande vergogna di questo momento storico: la «politica dello scarto», come la chiama il Papa. È una cosa senza senso. Usiamo le persone fino a quando ci servono e poi, quando non servono più, ce ne freghiamo. Questo è un discorso che fa riflettere anche me.

Il Papa le conduce fino alle conseguenze: dalla cultura dello scarto, per lui, deriva anche un tema come l’aborto, per esempio.
Certo, apre questioni che bisogna porsi e che mi pongo. Cerchiamo di capirci: per me, chi è a favore dell’aborto sbaglia. Sono fatti vitali, è bene che se ne parli. Solo che poi è nelle cose quotidiane che si generano le differenze. E si rischia di tornare ai sofismi.

Il Papa chiude parlando dei compiti che ci spettano e ne segnala uno che, in pratica, li lega tutti: l’educazione. «L’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale». Lei come vede questa necessità? Che cosa può aiutare questa educazione?
Acquisire questa coscienza non può avvenire senza la conoscenza. Se è tutto connesso, in relazione, per affrontare i problemi poi ti devi mettere a studiare, ad approfondire. L’educazione è anche prepararsi per quello: entrare nel merito. È un processo che qualcuno, magari, aveva in mente di non fare, che si pensa possa essere evitato. Invece no, è indispensabile. Ed è un lavoro enorme.

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La vita rinasce da un incontro

Se pensiamo di sapere già tutto corriamo il rischio di essere morti nello spirito e avvolti nella solitudine della nostra autoreferenzialità. Possiamo rimanere vivi solo se siamo disposti a lasciarci educare. Sempre». Questa la provocazione lanciata dal sociologo Mauro Magatti intervenuto, insieme ad Alberto Savorana, alla Festa dei Bambini di Bologna per parlare del genio educativo di don Giussani. La Festa, giunta alla trentottesima edizione, si è svolta nello storico parco dei Giardini Margherita con un titolo emblematico. “Sarà che mi hai guardato, come nessuno mai. La vita rinasce da un incontro”. Dopo la strage di Parigi, le condizioni tremende in cui si svolge il flusso migratorio dal Nord Africa, la persecuzione dei cristiani in diverse parti del mondo, l’inasprimento del dibattito su temi quali l’educazione, la famiglia e il matrimonio i promotori della festa si sono lasciati colpire dalle parole di papa Francesco in piazza San Pietro il 7 marzo scorso e hanno deciso che il tema doveva essere l’incontro, inteso come apertura e conoscenza dell’altro, condivisione dell’esperienza che ciascuno fa.

Sul tema del cuore Magatti e Savorana hanno dato vita ad un appassionante “ping pong”. Giussani ha dedicato la vita all’educazione «non per indottrinare, non per convincere delle sue idee i giovani che incontra appellandosi al principio di autorità, ma per insegnare una strada, un metodo, per far fare loro un cammino così che siano loro a prendere coscienza di sé e a verificare se quello che dice è vero», scandisce Savorana. Una provocazione che il sociologo condivide e rilancia. «Quando citiamo “cuore” ed “educazione” innanzitutto stiamo parlando del cuore dell’educatore: che sia un insegnante, sia un genitore, un adulto, un giovane che inizia a lavorare, un sacerdote. Il cuore di cui stiamo parlando è innanzitutto il cuore di chi si trova in questa situazione di responsabilità, peraltro molto curiosa. Ci chiede di esercitare il ruolo di chi ha più esperienza, più conoscenza, ha visto più cose, è più avanti nella strada della vita, come dire una simmetria, che è destinata, tuttavia, al suo capovolgimento». E questa, insiste Magatti, «è una cosa che richiede cuore perché per un educatore l’obiettivo principale è che quel giovane, quel figlio, quel ragazzo vada oltre se stesso. Per un genitore la cosa più bella è che un figlio percorra delle strade che noi non abbiamo percorso. E così è per un buon insegnante: cosa può desiderare un buon professore se non che dalle cose che insegna ci sia chi le raccoglie, le trasforma, le riorganizza in un mondo in continuo cambiamento?». Non è facile, ovviamente. E Savorana ricorda a questo proposito il giudizio duro di don Giussani sugli adulti, coloro che avrebbero dovuto introdurre i giovani alla realtà, all’esperienza della libertà e della ragione: «A tutte queste generazioni di uomini non è stato proposto niente. Eccetto una cosa: l’apprensione utilitaristica dei padri». Nessuno ha comunicato ai giovani un metodo. E i risultati di questa mancanza si vedono nella cultura contemporanea. «Il cuore», insiste Magatti «richiede esattamente il contrario di chi considera la conoscenza, l’esperienza, un possesso. Noi siamo talmente condizionati che pensiamo che per dare, bisogna essere particolarmente buoni. Quando in realtà il dare è un’azione originaria dell’essere umano. È il dare dell’educatore, è il dare del seminatore nella speranza che vada oltre se stesso. L’arco della famosa poesia di Gibran che permette al figlio di essere lanciato in avanti».

Per questo don Giussani si cimenta nella grande sfida dell’educazione pur consapevole che l’azione in questo campo è «rischiosa perché è abbandonata a una libertà fragile. E qui», spiega Savorana, «uno capisce il limite della propria persona e l’insondabilità del mistero dell’altro. Queste percezioni alimentano un’umiltà che non fiacca minimamente l’entusiasmo, che non mette minimamente in questione la passione, ma che rende tale entusiasmo e tale passione vera proposta e non tentativo di accattivarsi l’altro».

Per troppo tempo l’educazione è stata questo: il tentativo di convincere l’altro delle proprie idee. «E questo per don Giussani è profondamente diseducativo, perché fa violenza a quel nucleo misterioso dell’altro che è la sua libertà». Il sociologo propone una ulteriore conseguenza: «L’educazione c’entra col cuore laddove noi siamo strumento, perché chi viene dopo di noi possa intuire attraverso quello che facciamo e quello che diciamo che fondamentale per gli esseri umani è amare, cioè spendere la propria libertà per qualcosa che vale la nostra vita. Questo è il contenuto profondo dell’educazione. Noi insegniamo solo ciò che amiamo. E l’unica passione che possiamo trasmettere è questa: che vale la pena amare la vita. E che se la vita si ama, richiede anche impegno e conoscenza. È un mettersi in cammino. L’affezione creativa è l’immagine del Dio che i cristiani hanno, senza affezione creativa perché mai avrebbe dovuto creare l’uomo?». La considerazione della persona e della sua libertà è un aspetto di grande attualità nella proposta di don Giussani, conferma Savorana. Come muovere la libertà, destare l’interesse di uno studente a scuola, vincere quella stanchezza, quella apparente indifferenza che sembra una nota dominante della vita oggi. «Perché la libertà», ribadisce Savorana, «può essere conquistata solo da qualcosa che la muove, non per una obbedienza formale, per una direttiva imposta. “Ma quello che state facendo, cosa c’entra con le stelle?”, domandò don Giussani a una coppietta che si baciava per strada all’inizio degli anni Cinquanta. Anche oggi è la domanda centrale: perché il particolare scopre il suo significato solo nel rapporto con il tutto».

Di fronte al crollo delle evidenze Magatti si sofferma, infine, su un fenomeno tipico del nostro tempo. «Negli ultimi secoli abbiamo imparato a diffidare dell’esperienza, la cerchiamo, ma rimane a livello del nostro particolare, contemporaneamente ci fidiamo sempre di più dell’esperimento. Che assume il valore di una certezza, anche perché le sue conseguenze le tocchiamo con mano. Non circola più, invece, l’esperienza che rimane qualcosa di instabile e precario. C’entra col nostro particolare, manon diventa più rete. Succede negli ospedali dove non ci sono più spazi per la condivisione della malattia e della sofferenza. Dove il rischio è quello di diventare solo officine dove si sostituiscono i pezzi di ricambio. Ma anche in famiglia accade una cosa analoga: qui abbiamo ridotto le relazioni a esperienze soggettive e momentanee che tengono solo quando si sta bene insieme». La strada per Magatti è obbligata: «C’è bisogno di lavorare sulla esperienza per farla tornare un tessuto sociale. E qui giocano un ruolo di primo piano i testimoni. Non persone necessariamente straordinarie, ma capaci di riconoscere che nella loro vita sono capitate delle cose che meritano di essere raccontate. A tutti».

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Free2pray

Ha chiesto di non voltare la testa davanti alla testimonianza dei cristiani vittime di violenze e persecuzioni solo a causa della fede che professano. Papa Francesco ha parlato, in un appello rivolto a tutti, di «una Chiesa di martiri». Dalla Nigeria al Medioriente, dal Kenya al Pakistan, attraverso la vita e la morte di queste persone «noi riceviamo la benedizione di Dio».

Le parole del Santo Padre sono state riprese dai Vescovi italiani, con la proposta rivolta a tutti i fedeli di dedicare la prossima Veglia di Pentecoste, sabato 23 maggio, ai martiri nostri contemporanei.

Anche Comunione e Liberazione ha aderito all’invito. Come ha ricordato don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, «proprio dai cristiani perseguitati giungono continue testimonianze di persone che trovano nella fede la ragione adeguata per vivere e per morire». Una testimonianza che non può passare sotto silenzio.

Tracce ha dedicato il “primo piano” del numero di maggio a questi «nostri martiri», attraverso i volti e le storie di una tragedia che riguarda tutti. Proprio da qui nasce la proposta di una vendita speciale del giornale nelle giornate di sabato 23 e domenica 24 maggio, lasciando lo spazio alla libera iniziativa e alla creatività di ciascuna comunità.

Per aiutare a prepare questo gesto mettiamo a disposizione online, oltre ad altre testimonianze che non troverete nel giornale, anche alcuni materiali che possono essere usati per promuovere la rivista: locandine, copertina, alcuni poster e l’immagine della testata Tracce (potete scaricarli qui di seguito).

Inoltre, è possibile seguire l’evento (e contribuire) attraverso i social network, con gli hashtag #giornatatracce e #free2pray

Vale, come sempre, l’invito raccontarci tutto quello che accade intorno a questo gesto inviando una mail a filodiretto@tracce.it

  •  Locandina promozionale 1 (2,25 MB)