La verità non si può imprigionare

Da :https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2018/11/7/letture-solzenicyn-la-verita-non-si-puo-imprigionare/1801706/

 

È un anno di ricorrenze importanti questo 2018, lo si è ricordato più volte; una di queste ricorrenze, doppia, cento anni dalla nascita e dieci dalla morte, è quella legata al nome di Aleksandr Solženicyn (anche questa è stata già ricordata dal Sussidiario). Eppure non è eccessivo richiamarla ancora se un grande storico francese come François Furet, nel pieno delle polemiche suscitate dalla pubblicazione dell’Arcipelago Gulag (la grande opera di Solženicyn che uscì a Parigi tra la fine del 1973 e il 1974, prima in russo e poi in francese), arrivò a dire che nella storia della cultura e della mentalità ci sarebbero stati ormai un prima e un dopo Solženicyn.

Richiamare questo anniversario, come farà una bella mostra presentata in questi giorni a Milano e accompagnata da un convegno anch’esso doppio (in Università Statale e in Cattolica), non è eccessivo perché davvero tante sono le cose che devono ancora essere dette e ribadite su questo autore, che fu grande non solo perché denunciò in maniera inoppugnabile i campi di concentramento sovietici (altri lo avevano fatto prima di lui) e perché mise perfettamente in luce la logica del sistema (anche qui, altri avevano già iniziato a farlo prima di lui e altri ancora lo avrebbero fatto dopo di lui); Solženicyn fu grande perché, mentre segnava comunque queste pietre miliari, aveva saputo trovare un nuovo sguardo sull’uomo e sulla sua possibilità di restare uomo anche nell’inferno dei campi. E proprio perché aveva saputo trovare uno sguardo simile, quella denuncia e quella logica erano apparse così chiaramente, tanto agli occhi degli esperti quanto a quelli della gente semplice.

Nel 1962, all’uscita di Una giornata di Ivan Denisovič, il primo racconto della giornata di un detenuto in un campo staliniano, uno sconosciuto lettore scrive al Kirovskij rabočij (L’operaio di Kirovsk, un altrettanto sconosciuto settimanale pubblicato in una cittadina della regione di Murmansk): “Ormai i commenti al racconto di Solženicyn superano come numero di pagine, il racconto stesso… I fortunati possessori del numero della rivista stilano le liste di quanti, amici e sconosciuti, desiderano leggerla”. E il grande studioso Sergej Averincev, ricordando quell’evento, commentava: “era successo qualcosa di nuovo non solo nella storia delle letteratura russa, ma nella storia della Russia in quanto tale: era la prima volta dopo cinquant’anni che le parole tornavano a corrispondere alle cose”. Era semplicemente rinata la realtà, così affascinante e sorprendente tanto per l’abitante di uno sperduto buco nell’estremo nord del paese, quanto per uno dei massimi rappresentanti della cultura russa dell’ultima metà del XX secolo.

Le cose tornavano a chiamarsi col loro nome; l’uomo appariva un infinito irriducibile ad ogni presa di qualsiasi potere terreno: “vedete di spiegare a chi di dovere, più in alto, che a un uomo al quale avete tolto tutto non potete più togliere nulla: è di nuovo libero”, dice uno dei detenuti di Solženicyn ad uno dei suoi aguzzini.

La libertà si era di nuovo mostrata, non come un arbitrio irresponsabile ma come una corrispondenza dell’uomo alla propria vocazione infinita, come la riscoperta e la rinascita della coscienza, là dove, come diceva Solženicyn, “non tutto più sono io”, così che ogni volta che l’uomo dice io rimanda a qualcosa di più profondo che lo costituisce.

E la verità riscoperta in questa libertà aveva smesso di essere uno strumento di potere per essere invece l’occasione di una vita nuova. Certo, c’era stata l’ideologia, che con la sua menzogna era stata il vero cuore del regime, l’origine e la giustificazione di crimini mai visti prima; e a questa menzogna Solženicyn aveva saputo contrapporre la realtà, la verità; ma il fascino di questa operazione consisteva appunto nel fatto che essa non creava così un nuovo muro di inimicizia, ma apriva uno spazio per l’incontro tra gli uomini, per la scoperta di un punto di purezza al fondo di ogni uomo: “immagine della perfezione”, “frammento dello Spirito universale”, “cuore”, “anima”, i personaggi di Solženicyn chiamano in mille modi diversi questo punto che resta intangibile al fondo di ogni uomo, quali che siano i suoi atti, e che fa sì che ciascuno possa guardare gli altri senza condannarli e rispettandoli anche nella loro diversità, anche se hanno opinioni diverse dalle nostre; cosa che è possibile solo se la verità non è un concetto astratto, ma una persona e dietro ogni opinione c’è innanzitutto una persona; “allora le ‘opinioni’ non sono più armi ma corrispondono a presenze: si distinguono diversi modi di accostarsi all’essere, poi, a poco a poco, si uniscono in una comunione”. La riscoperta di questo nuovo spazio di umanità è esattamente una di quelle cose che rendono ancora opportuno ricordare il grande scrittore.

Il programma del convegno:
Università Statale di Milano, mercoledì 7 novembre 2018
Università Cattolica di Milano, giovedì 8 novembre 2018

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La barriera tra uomo e la realtà è una parola

«I totalitarismi sono due – comunismo e nazismo – e sono fratelli». Con queste parole il direttore esecutivo dello Study Center Vasilij Grossman, Pietro Tosco, ha spiegato cosa intendesse dire il grande autore russo nel suo capolavoro Vita e destino. «La tesi eretica, esplosiva di Grossman», contenuta nel libro che lo condannò all’emarginazione e alla povertà, ha spiegato Tosco durante una conferenza a Carate Brianza organizzata dall’Istituto Don Carlo Gnocchi, «è il pensiero che i due totalitarismi, nazismo e comunismo, sono l’uno lo specchio dell’altro», e che anzi sono «identici, perché identico è il loro principio ideologico».

COMUNISMO COME IL NAZISMO. La tesi appartiene a uno dei più grandi scrittori russi, nonché brillante corrispondente dal fronte del giornale dell’Armata rossa, e ha fatto indignare molti apologeti del comunismo sovietico. Grossman non aveva il problema di districarsi fra giustificazioni e distinzioni fra i due totalitarismi. Faceva parte dell’élite intellettuale del regime ed era uno dei giornalisti sovietici più celebri in tempo di guerra, il primo a mettere il piede in un campo di concentramento nazista, a Treblinka. Nonostante la sua posizione privilegiata, non si è tirato indietro davanti all’evidenza. Subito dopo la guerra «Grossman si rende conto che i due grandi totalitarismi, i due grandi eserciti che a Stalingrado si erano fronteggiati come due grandi nemici, in realtà hanno qualcosa in comune».

comunismo-guardian-jpg-crop_displayI TOTALITARISMI. Dell’uguaglianza fra i due totalitarismi, che ha origine nel mezzo dei combattimenti, «Grossman si accorge all’indomani della guerra mondiale», ha affermato Tosco. «La guerra è stata vinta da ciascun singolo soldato dell’Armata rossa ma viene impugnata dal partito sul banco dei vincitori per giustificare il passato». Per lo scrittore russo, Stalin, che con Hitler aveva sottoscritto il patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp (con annessa spartizione della Polonia), «non è l’elemento negativo di un processo cominciato in positivo, ma la conseguenza necessaria che in Russia è cominciata con il padre della rivoluzione, Lenin». Dunque per Grossman, ha proseguito Tosco, «è il comunismo e non lo stalinismo a essere totalitario».

LO STATO DI PARTITO. «Per lo scrittore, russo i due totalitarismi non hanno un’analogia soltanto nella violenza», ha proseguito Tosco. Grossman può tracciare la simmetria dei due regimi sulla base di un principio di identità che viene ancora prima della violenza: lo «Stato di partito». Cioè, ha ha spiegato Tosco, «una realtà che dipende dalla volontà del partito, dove l’ideologia viene eretta a principio assoluto e sostituita alla realtà stessa». Questo terreno comune fra nazismo e comunismo, Grossman lo descrive narrativamente in Vita e destino nel dialogo notturno fra il gerarca nazista Liss e il rivoluzionario bolscevico Mostovskoj. Nella conversazione il nazista Liss pone il comunista Mostovskoj di fronte a una deduzione elementare: «Noi siamo le forme differenti di un unico essere, lo Stato partitico». Grossman non si ferma qui, e fa dire a Liss: «Quando ci guardiamo in faccia l’un l’altro, noi guardiamo uno specchio», per questo «non riesco a spiegarmi il motivo della nostra inimicizia».

KULAKI ED EBREI. Dove ha inizio l’ideologia? Nelle parole. Quando il loro significato viene sostituito e «la realtà diventa quello che di essa si debba dire». Secondo Tosco, lo aveva bene in mente Grossman, che in Tutto scorre, con una riflessione sui “kulaki”, gli agricoltori “benestanti” sterminati da Stalin, scrive: «Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come quando i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini». «Dunque entrambi i regimi, per Grossman, introducono una barriera tra l’uomo e la realtà, la cui origine ha a che fare con la menzogna, con la parola», ha proseguito Tosco. «La violenza prima di essere fisica è linguistica». Così, ha affermato l’esperto dell’opera grossmaniana, «come nella Germania nazista non si parlava di sterminio di ebrei ma di “soluzione finale” così in Unione Sovietica non si diceva fucilazioni di massa ma “misura di profilassi sociale”». Come gli ebrei furono considerati nemici di fatto del nazismo e della razza ariana, «in Unione Sovietica si arrivò al principio assurdo del “nemico oggettivo”, che è tale perché esiste e non per quello che fa».

TUTTI POSSONO ESSERE IDEOLOGICI. «La forza di Grossman sta nell’individuare la dinamica ideologica non come isolata nella storia del Novecento, ma come una dinamica umana», ha continuato Tosco. «Ciascun uomo può essere ideologico» è un’affermazione che il narratore russo, ha puntualizzato l’esperto, «sosteneva sulla base della tradizione ebraica, che aveva riscoperto durante la guerra». Evidente in questo senso è «il richiamo dell’ideologia alla forza dinamica dell’idolo, di cui parlano i salmi». Come l’ideologia, l’idolo, ha spiegato Tosco, è ciò che «dice di essere qualcosa che non è, promettendo qualcosa che non può mantenere». «Alla gabbia dell’ideologia, Grossman contrapponeva non un’altra ideologia», ha concluso Tosco, «bensì ciò che nella tradizione ebraica è definito “cuore”, qualcosa che tutti gli esseri umani hanno in comune e che niente può ingabbiare, che la tradizione occidentale ha chiamato libertà».

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