DAT

«In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure», «un malato non può morire di sete o di fame», «tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale». Alberto Zangrillo è un’autorità scientifica di prim’ordine e in oltre trent’anni di vita in terapia intensiva e in sala operatoria non è mai entrato in conflitto con l’articolo 32 della Costituzione (diritto al rifiuto alle cure) cercando di salvare una vita.
Direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Generale e dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Cardio-Toraco-Vascolare presso l’Irccs San Raffaele di Milano, direttore della Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, autore di Ri-animazione. Tecnica e sentimento (editrice San Raffaele, 2010), stimatissimo nel mondo scientifico e noto alle cronache per essere il medico di Silvio Berlusconi, Zangrillo è un gigante della competenza, l’etica professionale e la responsabilità del medico.

«Chi pensa di dover decidere in base ai codici o alle sentenze, per me, è bene che faccia un altro mestiere», «i soloni mediatici prima di mettere in scena la loro opera vengano in terapia intensiva o in pronto soccorso a parlare con la madre e il padre di un ragazzo che sta perdendo la vita», scriveva su Panorama qualche tempo prima che stampa e tv si occupassero della storia di Michi, il quattordicenne rianimato e salvato da Zangrillo dopo un annegamento durato 42-43 minuti nel Naviglio. “Miracolo della scienza”, titolarono in tanti: il fatto risale al 2015, oggi il ragazzo studia, «se avessi dovuto dar retta alla famiglia sarebbe morto. Come medico ho tutti gli strumenti per sapere quando è opportuno ed etico intervenire nel rispetto del mio mandato, che è salvaguardare la vita», ha ribadito Zangrillo al Corriere il 20 aprile scorso, mentre la Camera approvava con 326, contrari 37, 4 astenuti la legge sul biotestamento che introduce le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) con il diritto per i pazienti di rifiutare le cure.
Professore, come ha accolto la notizia? In base alla sua esperienza ritiene che le Dat siano utili?
Ho accolto la notizia con assoluto disinteresse. È come se ad una persona abituata a leggere i classici della letteratura mondiale venisse data la notizia di un articolo uscito su una rivista di gossip. Le deliberazioni in materia devono essere il frutto di un lavoro serio che tenga conto dei princìpi etici, morali, deontologici e professionali.
In base alla legge il paziente avrà il diritto di rifiutare preventivamente le terapie. Ma a fronte del divieto dell’accanimento terapeutico, il medico potrà appellarsi all’obiezione di coscienza e rifiutarsi di “staccare la spina”: il medico dunque può ignorare le Dat?
Nessun medico serio, preparato e competente mette in atto terapie afinalistiche col solo scopo di prolungare la vita senza salvaguardarne la qualità. In altre parole l’accanimento terapeutico, se sussiste, è figlio dell’incompetenza e va combattuto. Altro è lo sforzo quotidiano di migliorare la prognosi del paziente.
Chi decide, o dovrebbe decidere, sulla proporzionalità delle cure? Il medico ha completa discrezionalità o prevale l’autodeterminazione del malato?
Il medico ha studiato duramente per potersi assumere delle responsabilità di strategia terapeutica anche gravi e rischiose. Il medico ha l’obbligo di informare, ascoltare e decidere. In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure. Il mio dovere è non mollare mai fino a quando si intravede una ragionevole prospettiva positiva. Nei casi in cui l’emergenza di una patologia acuta non ci consenta una previsione di prognosi il dovere del medico è quello di non lasciare nulla di intentato.
Il paziente ora ha la possibilità di sospendere o rinunciare anche all’alimentazione e idratazione artificiali, indipendentemente dalla propria condizione o dall’efficacia del trattamento. Questa disposizione apre a possibili richieste di eutanasia omissiva o suicidio assistito?
Questi sono argomenti molto seri e molto difficili da trattare e come tali non dovrebbero essere oggetto di dibattito da salotto. L’idratazione e l’alimentazione di un malato devono essere sempre garantiti per evitare la sofferenza inumana che deriverebbe dalla loro sospensione. Un malato non può morire di sete o di fame. I medici sono in grado di assistere con dignità la fase terminale di una patologia maligna: nessun rianimatore competente ventilerebbe artificialmente un malato terminale o tratterebbe farmacologicamente un’aritmia maligna quando il destino è segnato.
L’obbligo di adempiere alla legge, anche nelle sue disposizioni più sensibili sotto il profilo etico, rimane per tutte le strutture sanitarie accreditate presso il Ssn, comprese quelle cattoliche. Lei cosa ne pensa?
Sono certo che esista uno spazio per consentire al medico di adempiere ai suoi doveri nel rispetto della legge e negli interessi del suo paziente. Se ciò non fosse vorrebbe dire che la legge è sbagliata ed eserciterei il mio diritto all’obiezione.
Dopo Beppino Enlaro, Saviano ha esortato gli italiani a chiedere scusa anche a Fabiano Antoniani: «Perdonaci per non essere riusciti a farti lasciare questa vita in una condizione per te umana, non dovendo affrontare un viaggio faticoso e assurdo per ottenere in Svizzera quello che avresti avuto diritto ad avere a casa tua». Il ddl sul biotestamento ha ricevuto infatti un’accelerazione dopo il suicidio assistito del dj. Lei cosa pensa di come si è sviluppato il dibattito attorno alla libertà di scelta sul fine-vita?
Il problema vero non è quello di andare in questo o quel paese a farsi uccidere, il problema reale è il dramma che vivono centinaia di malati che non hanno accesso alle cure: io chiedo scusa alle migliaia di persone sconosciute e povere che in Italia muoiono in modo inumano perché non hanno la possibilità di essere assistite ed aiutate nelle drammatiche fasi della loro malattia. Comunque tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale.
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L’affetto è un giudizio dell’intelligenza

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non c’è bisogno di andare fino in America dove le università (sì, le università) stanno organizzando lezioni, incontri e “spazi sicuri” per dare sostegno psicologico agli studenti scioccati (sì, scioccati) dalla vittoria di Trump. Anche qui da noi, e da tempo, l’educazione mostra gravi segni della tendenza a ridursi a una sorta di guscio mentale protettivo contro l’impatto con la realtà. Basta osservare il moltiplicarsi nelle scuole italiane di corsi antibullismo, antistereotipi, antitutto, che spesso, non a caso, sono guidati da psicologi o esperti vari: più che una “guerra ai pregiudizi” ormai è una vera e propria guerra al giudizio. Cioè alla realtà. Ma è di questo che hanno bisogno i giovani? È di questo che abbiamo bisogno noi?

Ecco, in un contesto simile il libro di Giancarlo Cesana andrebbe tenuto fisso sul comodino. Insegnanti, genitori, educatori in genere, anche studenti, tutti dovrebbero averlo sempre a portata di mano. Perché Ed io che sono? (La Fontana di Siloe, 127 pagine, 10 euro, nelle librerie in questi giorni) parla proprio di psicologia e di educazione, ma senza dare istruzioni per l’uso o suggerire formule magiche antiqualcosa, semplicemente restituendo entrambe le cose al loro ambito. E a entrambe il loro fascino. Cesana ha passato una vita su questi temi, sia per professione (è medico e psicologo) sia per passione (ha affiancato per oltre trent’anni don Luigi Giussani nella conduzione di Cl). Il libro perciò è anche una testimonianza. Soprattutto, è un libro strano perché si muove appunto “tra psicologia ed educazione”, come recita il sottotitolo, ma tutto ruota attorno al problema dell’affezione, l’affetto, l’energia che principalmente sostiene la vita dell’uomo, direbbe san Tommaso.
Un giudizio dell’intelligenza
È strano perché la preoccupazione di Cesana è spiegare la differenza tra psicologia ed educazione, una differenza che non conoscono più nemmeno gli insegnanti, eppure per farlo l’autore non smette mai di parlare di affezione. Forse perché è così grande la confusione affettiva sotto il cielo, che perfino una cosa naturale come educare ormai ci sembra essere un esercizio da psicologi.
E invece Cesana dice: sbagliato appaltare l’educazione agli esperti. Perché è sbagliato pensare che l’affetto, la vita, sia un problema psicologico. L’affetto per Cesana – e qui arriva una delle definizioni spiazzanti che caratterizzano il suo approccio – «è un giudizio dell’intelligenza». L’amore non è un sentimento, non è una pulsione. È un giudizio. Un giudizio «carico di attaccamento all’altro, in quanto segno di un positivo per me». Ed è proprio «la divisione tra affezione e giudizio» l’origine della fragilità psicologica in cui siamo immersi. Infatti «tutte le patologie mentali», scrive Cesana, ultimamente «sono disturbi dell’affetto, ossia della capacità di attaccarsi e godere della realtà». E non a caso «il primo e reale rimedio al disagio psichico» è sempre un rapporto: «Senza transfert, senza affezione, non ci può essere una valida psicoterapia». E ancora: «Senza rapporto, senza essere voluto da un altro e volere un altro, l’Io non sussiste, non capisce il proprio significato».
cesana-libroLa presenza di un altro
Ma se questo è vero per il terapeuta, a maggior ragione vale, secondo Cesana, per l’educatore. «L’educazione è qualcosa di più della psicologia, di meno scientifico, ma più necessario e rischioso perché implica un’inevitabile compromissione con altri, il loro destino e le loro aspettative. Non si dovrebbe fare a meno di educare e lasciarsi educare: non solo da giovani, sempre; dovrebbe essere normale e, invece, non è scontato». E non è scontato perché «ha bisogno di qualcosa in più», e cioè la fatica dell’amicizia, verrebbe da dire leggendo il libro. Se l’uomo per consistere ha bisogno di attaccarsi a qualcosa, allora quel qualcosa deve esserci, deve essere presente. Tutta la vita di Cesana è la testimonianza di questo, un «rapporto», o meglio una «sequela», «uno sviluppo intellettuale e umano fondato sulla presenza di un altro»: la proposta cristiana «sperimentale e rischiosa» di Cl e di don Giussani («venite e vedete»); l’incontro con Emilia, «la donna che sarebbe diventata mia moglie», che «aveva un giudizio chiaro su cose e persone, ma paradossalmente senza misura» poiché «non terminava mai nella definizione, ma nella dedizione».
Per i digiuni o quasi della materia, la parte di Ed io che sono? dedicata alla psicologia è grasso che cola. Cesana è un freudiano illuminato dalla fede cattolica, oltre che dal dono della sintesi. In poche pagine riesce a rendere digeribile la «genialità dell’osservazione di Freud» perfino agli intolleranti, anche grazie a qualche appunto di chiaro stampo giussaniano. Vedi, ad esempio, il rilievo secondo cui se nell’esplorazione dell’umano «vale l’inconscio, deve valere altrettanto il conscio; anzi, deve valere di più, in quanto espressione della libertà», altrimenti si precipita nel determinismo (e il poveraccio che per un lapsus chiamasse la fidanzata con il nome della sua ex sarebbe fregato per sempre). Un motivo c’è se un grande maestro della psichiatria come Eugenio Borgna nella prefazione riempie Cesana di complimenti, elogiando in particolare il suo «assoluto rigore strutturale» e la sua «chiarezza espositiva».
La speranza dei Prigioni
Quando parla di educazione, poi, Cesana è una gran boccata di ossigeno. È specialmente per questo che ci permettiamo di suggerire il libro per un posto di riguardo sul comodino. In questa epoca di simpatici spostati ci vuole niente a convincersi che un fanciullo un po’ turbolento abbia l’Adhd o chissà quale altro inafferrabile guaio psicoidentitario. Allora ogni tanto è utile ridirsi cos’è questa benedetta educazione. Fosse anche solo per evitare di stordire i figli di pasticche quando invece avrebbero bisogno di una sculacciata (sì, nel libro di Cesana c’è anche un’apologia della sculacciata). Soprattutto, per un aiuto a essere verso i figli (e a cercare per noi) quella presenza, quella «certezza affettiva» a cui ogni persona ha bisogno di attaccarsi per crescere. Ed è vero che l’affetto, inteso nell’accezione cesaniana, per essere sano dev’essere libero, altrimenti sarebbe manipolazione, ma guai a chi crede che qualunque proposta educativa chiara equivalga a una violenza, perché – così Cesana – «la libertà, come capacità di giudicare e agire secondo criteri propri, è una potenzialità che cresce e si realizza con il tempo e l’esperienza, ma soprattutto con l’educazione, che riempie di senso il tempo e la realtà». Emblematico il fatto che questo concetto si trovi nel capitolo “psicologico”, dove si spiega perché «l’origine della malattia mentale è situata nell’infanzia». «Quanto più l’esperienza della realtà è precocemente negativa di fronte a una libertà incapace di affrontarla, come è nell’infanzia, tanto più il disordine appare grave – psicotico, appunto – come se l’espressione della personalità, la sua libertà, venisse ostruita».
Ed io che sono? racconta perché l’educazione non è affatto un problema da psicologi. Anzi. È un problema anche per loro. Perciò, invita Cesana, fatevi educare, facciamoci educare. Nella vita serve un maestro capace di “e-ducere”, condurci fuori, strapparci dalla pietra come i Prigioni di Michelangelo, che per Cesana sono «testimonianza e speranza di senso contro la grigia ottusità della materia», e cioè della vita senza uno scopo, dove tutto è dominato dal caso e dalle pulsioni. La sensazione è che più degli esperti, servono gli amici. E se ci fosse un’educazione così, forse ci sarebbero meno menti scioccabili. Don Giussani direbbe: se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio. Anche psicologicamente.
La parola più forte
Ecco, questo libro restituisce al popolo la sua educazione e le sue parole. Cesana non ha paura di scrivere che la libertà, se insegue solo l’arbitrio, gira a vuoto. «Ciò che rende possibile essere liberi, che desta la nostra libertà, è la verità». Abbiamo una ragione fatta apposta per riconoscerla, e infatti «la verità non è privilegio di alcuni, intellettuali o preti che siano, ma è laica, è popolare – laós è il popolo in greco». E se educare «significa innanzitutto trasmettere a cosa serve vivere, che nesso ha la propria vita con il mondo; introdurre al significato dei particolari che la realtà manifesta», allora «uno che voglia educare, deve anzitutto essere disposto a essere educato, a conoscere lui il significato che ha la realtà. Per imparare, a tutte le età, occorre amare la verità». La verità delle cose («il rapporto che hanno tra di loro e con tutto, fino anche alle stelle»), la verità dell’uomo. E qui inevitabilmente arriva la parola più forte: Cristo.
Oggi «ci troviamo davanti a un paradosso: più avanza la conoscenza scientifica, la fiducia nel progresso e, quindi, nel potere dominante della ragione, più avanza e cresce il senso di debolezza e di insicurezza. La ragione e l’intelligenza, non trovando quello che desiderano, si abbassano, si circoscrivono in un desiderio limitato: così il grigiore, come rinuncia al senso della vita, finisce per governare l’esistenza». Ma la risposta per Cesana non è assecondare la debolezza e l’insicurezza, nessuno in fondo desidera davvero rinchiudersi in uno spazio psicologicamente sicuro. «Principio educativo fondamentale è il respiro della proposta, che non può essere piccola, ma deve essere grande, per il mondo; una verità per cui si può dedicare la vita». Deve starci dentro tutto, senza amputazioni: desiderio, libertà, giudizio, affezione. Cesana una proposta così ce l’ha, Ed io che sono? ne è una testimonianza. «Perché le famiglie non riescono a stare insieme, a durare, a riprodursi? Perché non hanno amici, non hanno compagnia, qualcosa più grande di loro che le tenga insieme. (…) È davvero una grande fortuna per una famiglia essere parte di una comunità, in cui ci sono persone di età, temperamento e storia diversi, che però vivono per un unico grande ideale».
Foto Ansa
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Ripartire da Uno

Caro padre Aldo, mi chiamo Nicoletta, ho 35 anni. Il matrimonio non è stato rose e fiori, principalmente il problema sono stata io. I miei genitori si sono separati malamente poco dopo le mie nozze. Questo e un po’ di depressione post parto dopo la nascita del nostro primo figlio mi hanno portata per anni a trascurare il rapporto con mio marito. Ero tutta presa dalla cura dei figli, piena di sensi di colpa per le molte ore passate fuori casa per lavoro. Mio marito non esisteva proprio, ed essendo anche un tipino poco accomodante era anzi un problema. Mi chiedeva tempo ma io avevo lavoro casa e bambini in testa, il tutto condito con molta ansia. Tira e tira, qualcosa si è rotto. Lui non ne può più. La situazione è precipitata, mi ha chiesto di vivere da separati in casa, mi vuole bene ma non mi ama. A complicare tutto, ha conosciuto una persona che gli piace, non mi tradisce ma gli piace.

Questo rende oltremodo acuto il dolore per la situazione, non per i bambini (che pure soffrono perché si accorgono che qualcosa va male), per me stessa. Io sono innamorata, e lui non mi vuole. Ora capisco cosa provava lui quando era innamorato e io non lo prendevo in considerazione… per anni. Spero di averti fatto capire la situazione, ho omesso tanto per essere breve. Ti scrivo non per chiederti una soluzione al problema, ma perché questa condizione ha fatto emergere chiaramente che io non faccio esperienza di essere amata. Affatto. Anni di movimento e di Chiesa, e avevo solo questo rapporto che davvero mi faceva sentire voluta. Gesù dove sta adesso? Quello su cui vorrei, se puoi, un aiuto è questa assenza di fede. So che è un dono e un fatto, ma vorrei almeno, non so, incoraggiarlo, facilitarlo. Non riesco a pregare le preghiere. Ci penso sempre però: «Mostrati, fatti vedere e fammi vedere che Tu mi ami».
Nicoletta
Quante lettere ricevo con questo ritornello: il matrimonio non funziona più e dietro questa constatazione c’è sempre, da una delle due parti o da ambedue, una sofferenza lacerante. Ma la cosa che più mi addolora è che la maggioranza delle coppie in crisi si definiscono come la nostra amica «persone che hanno vissuto anni di movimento, di Chistanza

esa…» e all’improvviso si chiedono: «Gesú dove sta adesso?». L’aiuto che mi chiedi, Nicoletta, è una cosa buona e ci proverò, ma c’è una cosa che mi fa incazzare: l’assenza di drammaticità, il borghesismo che viviamo.
Don Giussani ci disse nel suo intervento al Meeting di Rimini: «Vi auguro di non essere mai tranquilli». Dio voglia impietosirsi di noi permettendo, come nel caso di Nicoletta, che ci cada una pietra sulla testa per svegliarci dal nostro letargo. E a questo punto basterebbe seguire con umiltà ciò che Carrón ha detto agli Esercizi della Fraternità di Cl a Rimini, rifare quel cammino perché la vita torni a rifiorire. Non è con le marce, per quanto buone e belle siano, che salviamo la famiglia in un contesto che non è più cristiano.
Il cuore come un bicchiere
Quando nel 1981 al referendum abrogativo della legge sull’aborto vinsero i “no” con il 68 per cento dei voti, il settimanale Il Sabato scrisse in copertina “Si riparte da 32”, ma il fondatore di Cl disse: «No, dobbiamo ripartire da Uno». Partire da Gesù, riscoprire Gesù, entrare in intimità con Lui: solo qui sta il problema.
Quando il 25 marzo 1989, disperato perché mi ero innamorato, andai da Giussani, lui dopo avermi fatto i complimenti mi disse: «Vedi questo bicchiere? Se è pieno di acqua fino a traboccare nessun moscerino né nient’altro può entrarci, ma se non trabocca ci può entrare di tutto. Così è il cuore dell’uomo, così è ciò che è accaduto a te». Poi, per mezz’ora, citando decine di frasi di san Paolo, mi ha fatto vibrare della sua passione per Gesù. Quella passione che a 27 anni di distanza non solo mi sostiene nel dolore, nella malattia, ma è l’origine di questo piccolo villaggio della misericordia.
Cara Nicoletta, la pietra che ti è caduta sulla testa è una grazia di Dio perché tu ti renda conto che c’è una cosa peggiore che l’avere un’anima cattiva, ed è avere un’anima bell’e fatta, come scriveva Péguy. L’abitudinarietà è la morte del cuore come il borghesismo dell’anima. Riprendi in mano la tua vita, segui ciò che ti ha affascinato.
paldo.trento@gmail.com
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