Ripartire da Uno

Caro padre Aldo, mi chiamo Nicoletta, ho 35 anni. Il matrimonio non è stato rose e fiori, principalmente il problema sono stata io. I miei genitori si sono separati malamente poco dopo le mie nozze. Questo e un po’ di depressione post parto dopo la nascita del nostro primo figlio mi hanno portata per anni a trascurare il rapporto con mio marito. Ero tutta presa dalla cura dei figli, piena di sensi di colpa per le molte ore passate fuori casa per lavoro. Mio marito non esisteva proprio, ed essendo anche un tipino poco accomodante era anzi un problema. Mi chiedeva tempo ma io avevo lavoro casa e bambini in testa, il tutto condito con molta ansia. Tira e tira, qualcosa si è rotto. Lui non ne può più. La situazione è precipitata, mi ha chiesto di vivere da separati in casa, mi vuole bene ma non mi ama. A complicare tutto, ha conosciuto una persona che gli piace, non mi tradisce ma gli piace.

Questo rende oltremodo acuto il dolore per la situazione, non per i bambini (che pure soffrono perché si accorgono che qualcosa va male), per me stessa. Io sono innamorata, e lui non mi vuole. Ora capisco cosa provava lui quando era innamorato e io non lo prendevo in considerazione… per anni. Spero di averti fatto capire la situazione, ho omesso tanto per essere breve. Ti scrivo non per chiederti una soluzione al problema, ma perché questa condizione ha fatto emergere chiaramente che io non faccio esperienza di essere amata. Affatto. Anni di movimento e di Chiesa, e avevo solo questo rapporto che davvero mi faceva sentire voluta. Gesù dove sta adesso? Quello su cui vorrei, se puoi, un aiuto è questa assenza di fede. So che è un dono e un fatto, ma vorrei almeno, non so, incoraggiarlo, facilitarlo. Non riesco a pregare le preghiere. Ci penso sempre però: «Mostrati, fatti vedere e fammi vedere che Tu mi ami».
Nicoletta
Quante lettere ricevo con questo ritornello: il matrimonio non funziona più e dietro questa constatazione c’è sempre, da una delle due parti o da ambedue, una sofferenza lacerante. Ma la cosa che più mi addolora è che la maggioranza delle coppie in crisi si definiscono come la nostra amica «persone che hanno vissuto anni di movimento, di Chistanza

esa…» e all’improvviso si chiedono: «Gesú dove sta adesso?». L’aiuto che mi chiedi, Nicoletta, è una cosa buona e ci proverò, ma c’è una cosa che mi fa incazzare: l’assenza di drammaticità, il borghesismo che viviamo.
Don Giussani ci disse nel suo intervento al Meeting di Rimini: «Vi auguro di non essere mai tranquilli». Dio voglia impietosirsi di noi permettendo, come nel caso di Nicoletta, che ci cada una pietra sulla testa per svegliarci dal nostro letargo. E a questo punto basterebbe seguire con umiltà ciò che Carrón ha detto agli Esercizi della Fraternità di Cl a Rimini, rifare quel cammino perché la vita torni a rifiorire. Non è con le marce, per quanto buone e belle siano, che salviamo la famiglia in un contesto che non è più cristiano.
Il cuore come un bicchiere
Quando nel 1981 al referendum abrogativo della legge sull’aborto vinsero i “no” con il 68 per cento dei voti, il settimanale Il Sabato scrisse in copertina “Si riparte da 32”, ma il fondatore di Cl disse: «No, dobbiamo ripartire da Uno». Partire da Gesù, riscoprire Gesù, entrare in intimità con Lui: solo qui sta il problema.
Quando il 25 marzo 1989, disperato perché mi ero innamorato, andai da Giussani, lui dopo avermi fatto i complimenti mi disse: «Vedi questo bicchiere? Se è pieno di acqua fino a traboccare nessun moscerino né nient’altro può entrarci, ma se non trabocca ci può entrare di tutto. Così è il cuore dell’uomo, così è ciò che è accaduto a te». Poi, per mezz’ora, citando decine di frasi di san Paolo, mi ha fatto vibrare della sua passione per Gesù. Quella passione che a 27 anni di distanza non solo mi sostiene nel dolore, nella malattia, ma è l’origine di questo piccolo villaggio della misericordia.
Cara Nicoletta, la pietra che ti è caduta sulla testa è una grazia di Dio perché tu ti renda conto che c’è una cosa peggiore che l’avere un’anima cattiva, ed è avere un’anima bell’e fatta, come scriveva Péguy. L’abitudinarietà è la morte del cuore come il borghesismo dell’anima. Riprendi in mano la tua vita, segui ciò che ti ha affascinato.
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Una grande madre

Picchiata per mesi e minacciata di morte dal marito e dai suoi compaesani. È stata questa, secondo la ricostruzione di Open Doors, la vita di Workitu da quando si è convertita dall’islam al cristianesimo nell’agosto del 2015. Botte e intimidazioni affinché si convincesse ad abiurare la sua nuova fede. Ma evidentemente non c’era solo questo nella vita della donna: nel cristianesimo aveva trovato qualcosa di talmente prezioso da farle accettare perfino una simile tortura. Se ne sono accorti anche i suoi due figli, che adesso, dopo la sua morte, desiderano solo poter conoscere quel Dio che la loro madre amava tanto.
MINACCE E PERCOSSE. Workitu, racconta Open Doors, era una etiope musulmana sulla cinquantina convertita di recente al cristianesimo. Viveva in un villaggio a sud di Addis Abeba, e dall’agosto dell’anno scorso, quando ha deciso di diventare cristiana, suo marito, un musulmano sposato con lei e un’altra donna, ha cominciato a maltrattarla e a minacciarla, dicendo che l’avrebbe uccisa se non fosse tornata all’islam. La donna subiva minacce anche dai vicini di casa e dagli abitanti del villaggio. I pastori della Chiesa che la donna frequentava hanno cercato di proteggerla, invitandola anche a denunciare per iscritto alle forze dell’ordine le percosse e le minacce. La polizia locale, però, secondo le fonti della Ong americana, «ha ignorato la sua richiesta di protezione e adesso nega di aver mai ricevuto la lettera».
L’OMICIDIO. Così, quando nel marzo scorso il marito ha ordinato a Workitu di vendere illegalmente gli aiuti ricevuti dal governo contro la siccità, è accaduto il peggio. Al rifiuto della moglie, l’uomo ha reagito con un furore tale che la donna è rimasta in fin di vita. Portata in fretta e furia dagli abitanti del villaggio in una clinica di un paese vicino, avrebbe dovuto essere trasferita in un ospedale della capitale. Durante il viaggio, però, Workitu è morta. La polizia ha quindi arrestato il marito con l’accusa di omicidio.
«COME SANTO STEFANO». Di fronte all’estrema testimonianza di fede della donna, i due figli Mustafa e Kedir, poco più di 20 anni il primo e 17 il secondo, hanno deciso di convertirsi al cristianesimo, esprimendo il desiderio di conoscere di più il Dio a cui la loro madre è voluta rimanere fedele fino alla morte. Anche un’amica musulmana di Workitu ha deciso di fare lo stesso: «Workitu è come Stefano», ha detto a Open Doors un membro della comunità riferendosi al primo martire cristiano. «La sua morte è stata onorata dall’aver portato i suoi figli a nuova vita. Io so che sarebbe si sarebbe molto rallegrata se avesse potuto assistere alla loro decisione di seguire Cristo».
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Negando il temporale nell’eterno

 

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«Vi sarà l’uomo nuovo, felice, superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più». «Quindi l’altro Dio esiste secondo voi?». «Non c’è, ma c’è. Nella pietra non c’è dolore, ma nella paura della pietra c’è dolore. Dio è il dolore della paura della morte. Chi vincerà il dolore e la paura, quello diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, allora ci sarà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo (…). L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente». (Fedor Dostoevskij, I demoni, 1873)

L’uomo nuovo – «colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere» – si è fatto un appartamento alla periferia est di Roma, nel quartiere Collatino, e uccide in seguito a una «fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione», con «modalità raccapriccianti», «senz’altro movente se non quello di appagare un crudele destino di malvagità». Lo scrive il giudice Riccardo Amoroso nell’ordinanza di custodia cautelare di Manuel Foffo e Marco Prato, rei confessi di avere ucciso la notte del 4 marzo, durante un party a base di alcol e coca il 23enne Luca Varani, dopo sevizie durate due ore: «Volevamo vedere l’effetto che fa».
L’uomo nuovo – «colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio» – si è fatto una vita che si può riassumere in poche pagine di quaderno, una bordata di vizi, droghe e raccapricci sufficienti a procurar loro il capestro e far tirare il fiato alla folla: 30 tra martellate e coltellate inferte a Varani, la morte per dissanguamento in seguito a sevizie perpetrate al culmine di giorni di alcol, cocaina, crystal meth, giochi erotici, sesso a tre in tacchi a spillo, cocktail micidiali, la vittima attirata con la promessa di 120 euro per prestazioni omosessuali, ogni torbido dettaglio legato alle ore folli dell’omicidio allontana da sé il mostro travestito da trentenne di buona famiglia, tutto feste, poca università e molta movida capitolina.
L’uomo nuovo – «sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più» – si è fatto, si fa. È un drogato. Investe millecinquecento euro per farsi, comprare la cocaina, cercare qualcuno da ammazzare, farlo, dormire con il cadavere, uscire, inghiottire barbiturici per cercare di morire in un albergo di piazza Bologna (Prato), confessare al padre al ritorno dal funerale dello zio che «abbiamo ammazzato un uomo» (Foffo). Ecco come si fa l’uomo nuovo. Si fa Dio con le sue stesse mani.
«“Mi faccio”. Come a dire, visto che non ho ricevuto, mi costruisco da me, con le mie mani». Silvio Cattarina lo ripete da anni «quanta rabbia, ribellione e risentimento covano dietro l’unica espressione conosciuta dai tossicodipendenti per definirsi». Quando iniziò ad occuparsi di minorenni provenienti in larga parte dal mondo della droga, circa trent’anni fa, ricorda che ci fu una ragazza che si tolse la vita nel bagno della stazione Termini a Roma, lasciando scritto sul muro con una bomboletta spray «Ho avuto tutto, il necessario e il superfluo, non l’indispensabile», e lo ricorda perché per meno dell’indispensabile la sua comunità terapeutica educativa L’imprevisto di Pesaro non avrebbe nulla da insegnare ai tanti psicologi che in questi giorni hanno analizzato dalle colonne dei giornali i disturbi di personalità dei killer del Collatino.
«Abbiamo avuto ogni dettaglio, sono state dette molte cose. Tranne quelle fondamentali: non abbiamo chiamato il Male col suo nome, non abbiamo parlato di Dio. Se Dio non c’è, tutto è permesso. Se nulla riempie il cuore, le domande essenziali dell’uomo, la vita diventa solo ciò che l’uomo riesce a conquistare con le proprie mani, una grande attesa tradita a cui rispondere misurando continuamente il proprio grado di onnipotenza. Spostando i confini. E la droga aiuta. L’assenza di una responsabilità collettiva nei confronti della droga e del suo portato negativo fa tutto il resto».
Cattarina si sporca le mani con tutto questo ogni giorno dal 1990, irrompendo negli abissi dei ragazzi che popolano L’imprevisto: 22 maschi e 15 femmine, tutti tra i 15 e i 22 anni, della comunità terapeutica educativa maschile e di quella femminile, e i 10 ragazzini delle medie del centro diurno. Dove non si ha paura di chiamare il Male con il suo nome e nemmeno di chiamare Dio per nome: «Arrivano, i ragazzi, e bestemmiano. Bestemmiano il padre e la madre, bestemmiano il nome di Dio. Ed è in questo pertugio di ribellione della libertà dell’uomo che va incastonandosi la salvezza».
Se infatti negare il cielo è una eresia senza avvenire (perché domani lo riconosceranno), negare la terra è invece una grande tentazione, è questa l’eresia dei giorni nostri, «negare il temporale dentro l’eterno», diceva Péguy, «negare la presenza nel mondo di qualcuno che ti ha voluto, per una sovrabbondanza di grazia e per un miracolo. Senza il coraggio di questo annuncio forte non c’è redenzione, non c’è possibilità di salvezza. Per nessuno dei nostri ragazzi». E per nessuno degli ex ragazzi che in una notte di marzo, fatti di droga, ridotti a narcisi, privi di ogni esperienza circa le conseguenze degli atti compiuti, «si espongono improvvidamente ad ogni cosa. E il risveglio è amarissimo». È lì che Cattarina interviene, tolta la droga, tolti i piercing, tolta la morosa, la vita diventa una cosa da riconquistare, con le proprie mani, nelle mani di un Altro: «Non “io che mi faccio” ma “Tu che mi fai», ciò che è più di me, è ciò che è più me di me stesso, è ciò per cui io sono.
Non c’è altra strada oltre alla curiosità destata dal presentimento di un Altro, e questa notizia rasserena i nostri ragazzi, che pensano che la vita sia quella cosa destinata a marcire dentro di sé. Non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere. Per questo non si può parlare dei fatti di Roma senza parlare di Dio, di chi tiene acceso il fuoco. Ed è l’unico capace di salvarti». Come scrisse nel 1983 Giovanni Testori in un articolo intitolato “Cristiani, difendiamo Luca” sul caso di Luca Casati che aveva scatenato la curiosità morbosa dei giornali: «Un aiuto, oltre che nella carità e, per chi crede, nella preghiera – scrive del diciottenne brianzolo che nel marzo dell’80 aveva ucciso a martellate la madre – può venirgli proprio dal dare a lui notizia, attraverso il nostro comportamento, che quel terribile pomeriggio del 16 marzo, là, nella sua casa di Renate, non è passato solo per la vergogna dell’uomo ma anche per la sua salvezza».
tempi-copa-delitto-romaVa di moda “normare” il Male
A Roma la vergogna dell’uomo ha il volto di due uomini imprigionati al Regina Coeli che provano a spiegare «volevo uccidere mio padre per vendicarmi di lui» (Foffo), «Manuel era impazzito, ne ero infatuato e l’ho assecondato» (Prato). Frasi commentate con dovizia da esperti e tuttavia sovrastate tutte da quell’urlo volontaristico che per affermare la propria libertà contro tutto e tutti una notte di marzo ha distrutto la vita. «A urlare è stata una grande menzogna, che porta morte e distruzione. Quando Papa Francesco invita al “corpo a corpo” contro la droga non invita a ricevere un consulto psicologico, ma richiama tutti, istituzioni pubbliche e private, a prendere una posizione netta».
La storia di Josè Berdini e delle Comunità Terapeutiche Pars nate nel 1990 nelle Marche, è proprio questa, la storia di un durissimo corpo a corpo con la droga di fronte alle risposte di comodo di un mondo in pantofole davanti alla tossicodipendenza, «un problema estremo e di ordine pubblico affrontato attraverso azioni svilenti la coscienza dell’uomo: chiudere il locale davanti a cui muore l’avventore drogato, calcolare gli interessi derivanti dalle eventuali tasse sulla droga legalizzata sognando gli incassi milionari di Stati come il Colorado. Normare il Male che l’uso di droga porta con sé è la nuova moda dell’Occidente. Che preferisce continuare a spendere una quantità esagerata di denaro per mantenere i siti pubblici dove vengono trattati pazienti che rischiano di diventare cronici dentro una prevalenza quasi totalizzante di terapie farmacologiche».
Questa vicenda della cronicità è per Berdini «una delle prime grandi riforme di cui si dovrebbe parlare in sede istituzionale: intervenire per trasformare i siti pubblici in luoghi realmente di cura e non di cronicità. Nulla come la cocaina rende evidente la decadenza delle politiche occidentali risolte in vani tentativi di terapie farmacologiche». Alla Pars, nelle cui residenze vivono 50 minori tra i 3 e i 24 anni e 80 adulti, la grande menzogna e l’anestesia delle istituzioni si combatte con ferocia con la forza di un’esperienza: «Luigi Giussani diceva “l’ultima conseguenza del nichilismo è l’imperdonabilità della colpa, una cosa atroce. Secondo me tutti gli psichismi, tutte le malattie psichiche derivano da questo: l’imperdonabilità della colpa”. È questo il punto: affrontare l’imperdonabilità della colpa non è possibile con i manuali, occorre un’esperienza viva, una relazione umana. Quando leggo che uno dei due killer, Prato, chiede “sempre dei lavori in questo carcere. Mi sono anche offerto di pulire per terra” invoca questo: occorre il riscatto dell’esperienza, occorre “sporcarsi le mani” nella miseria umana. Togliamo la droga al drogato, perché l’uomo torni a sentire la disperazione di quel grido e ad accorgersi che il sole sorge ogni giorno, nonostante il male».
Il male di cui è sempre capace l’uomo e che oggi a Roma, così come anni fa a Chiavenna, quando tre ragazzine ammazzarono una suora, ha sostituito l’«ispirazione diabolica» «all’assenza dei motivi per vivere», ha detto padre Gabriele Amorth. «Un uomo coraggioso: non è infatti questo il tempo di curarci con acque e profumi esotici ma di tornare a fare quello che vaghi spiritualismi, idealismi, moralismi, filosofismi, vogliono censurare: tornare a guardare il cielo per essere salvati sulla terra. Una salvezza possibile perché partecipata continuamente da un Dio buono e che è esperienza divina: “E il Signore si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo”, si conclude il Libro dell’Esodo».
La vulnerabilità e la droga
«Se sarà indifferente vivere o non vivere, tutti si uccideranno, ed ecco in cosa consisterà la trasformazione». È sempre I demoni, e sempre Dostoevskij, in cui continuano a ricorrere analogie inquietanti con la vicenda di Roma: anche Prato cerca di uccidersi in un albergo, proprio come il ricco e spietato Stavroghin si impicca in una stanza d’albergo in Svizzera. «Non si può dare ad un essere umano, non si può dare ad un figlio il senso dell’essere voluto, il sentimento dell’essere voluto, non si può far capire questo, se non si comunica la gioia di un destino», discuteva Giussani con Giovanni Testori ne Il senso della nascita.
«Ma lo sgretolarsi della famiglia, il suo destino sempre più incerto, ha logorato il rapporto dell’uomo con la sua origine, con la sacralità della vita e il senso della sua nascita nel mondo. Sempre più spesso registriamo disturbi legati a personalità che incontrandosi con una più facile diffusione di nuove droghe portano a progettare e realizzare azioni contro la vita stessa. Per questo a Roma non sono stati solo la droga o solo due uomini in preda a disturbi e deliri narcisistici. È stato un incontro che sempre più frequentemente segna l’insorgere di atti efferati». Commenta così Giuseppe Mammana, direttore Sert Foggia-Lucera e presidente Acudipa, l’Associazione italiana per la cura delle dipendenze patologiche.
«Un tempo questi delitti si consumavano all’interno di contesti delinquenziali, penso a certi delitti compiuti dalla banda della Magliana. Ma qui siamo di fronte a qualcosa che ammala la vita delle persone “comuni”, a una riduzione dei gradi di prossimità di ciascuno di noi dagli assassini del Collatino prima che dalla vittima. In questo le droghe e la cocaina in primis costituiscono il valore aggiunto alla maggiore o minore vulnerabilità delle persone». Nello sprofondare nel dettaglio, alla ricerca disperata di una caratterizzazione del “mostro”, «abbiamo perso di vista il cuore della vicenda di Roma: la totale perdita del valore sacro della vita, fondamento di ogni società, e l’acquisizione di aspetti voyeuristici, morbosi che sembrano annunciare l’insorgere di una società nuova, trionfante nei talk show “criminologici”, dimentica della vita e contrassegnata da aspetti decadenti e mortiferi».
I mostri e la brava gente
«Settant’anni fa – scriveva Marina Corradi su Avvenire nel 2007, all’epoca del massacro di Erba – il poeta Eliot si chiedeva se quella civiltà di cui andiamo fieri sarebbe sopravvissuta all’indebolirsi della fede in cui affonda le radici. Le ferocie insensate che con singolare frequenza squarciano la pace della nostra provincia non sono forse un segno di questo inaridimento sotterraneo? E, ovunque, che comune premura di chiamarsi fuori, di dire: sono mostri, o stranieri, o folli. Comunque, altri da noi, che siamo brava gente. Da noi, che siamo “a posto”».
Eppure, prosegue Mammana, «la gente a posto è anestetizzata di fronte agli eventi. Le istituzioni non rischiano più sull’uomo, non più il centro di politiche sociali e nemmeno destinatario di un tentativo di cura coraggiosa e integrale. Ci sono i Pietro Maso, è vero, che scontata la pena per il massacro dei genitori, torna a minacciare di morte le sorelle. Ma per ogni Maso restano migliaia di persone ancora messe in pericolo dalle droghe e dalle dipendenze. E anche migliaia di storie di redenzione».
Cattarina ricorda quella della ragazza che uccise il padre e oggi si spende con grande vergogna e dolore, ma anche gioia ritrovata, per il bene di suo marito, dei due figli, di chi era come lei prima di entrare all’Imprevisto. Berdini ricorda quella dell’ex cocainomane che oggi ha cura dell’azienda del padre e del destino delle sue decine di dipendenti. Storie ordinarie di delitti e castighi, di un Dio che c’è e di una salvezza possibile. «Rispondimi, o Dio – invoca il pastore Brand nell’omonimo dramma di Ibsen – nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?».
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La tenerezza di un vero abbraccio

 

Caro padre Aldo, ultimamente sono “innamorata”. Metto le virgolette perché è strano per me, visto che in 21 anni credo mi sia successo una sola altra volta. Quando sei innamorata cerchi di fare bella figura con lui: poesie, le più intellettuali (cielline magari, ma comunque intellettuali); film colti; canzoni ricercate. È anche vero che quando parli tanto con una persona e lo fai con l’interesse dell’“innamorato”, inevitabilmente sei costretta a spazzare via gli intellettualismi, le erudizioni, le ricercatezze e spesso a rispondere a delle provocazioni più grandi di te e che magari derivano dalle ferite dell’altro. E rimani spiazzata.

Questa posizione mi porta a riconsiderare le mie ferite e a far ritornare alla mente come queste sono state trattate. È incredibile come tutto si ribalta: rimane l’interessamento verso l’innamorato e rimane il voler essere bella ai suoi occhi, ma insorgono due cose: la necessità di far passare questo interessamento attraverso te stessa (come se conoscendo me e le mie domande conoscessi meglio lui e le sue); la – amara e spaventosa, ma intrigante – consapevolezza di poter essere bella per lui soltanto giocandomi la carta dell’essere finalmente vera.

Anche se probabilmente questo ragazzo non lo sposerò, ringrazio il Signore di avermelo fatto incontrare perché se sto scrivendo questa mail a te all’una di notte vuol dire che qualche corda profonda del mio essere l’ha mossa. Lui è una persona molto bella che ha dei problemi di depressione e siccome a te scrivono i depressi, i preti innamorati, i divorziati, ho pensato di creare io una nuova categoria: gli “innamorati dei depressi”.

Sono ciellina, i miei genitori lo sono… Insomma, ti lascio immaginare. Una delle poche cose che ho ben impressa di tutti gli eventi del movimento che ho vissuto nella mia “carriera” è la tua testimonianza al triduo pasquale di Gioventù studentesca del 2010. Non ricordo esattamente le tue parole, ma ho in mente come in quel momento ho seriamente pensato di voler essere come te. Desidero ardentemente la certezza che hai tu, padre Aldo.

«Mi prenderà per pazza»
Lui non è cattolico ed è straniero, quindi parliamo in inglese. Cercando su internet qualche tua testimonianza che possa capire anche lui, ho trovato su YouTube un tuo incontro a Washington. L’ho guardato e ho capito il perché della mia reazione quel sabato santo del 2010. Io studio medicina e ho una grande voglia di venire da te e di studiare non per fare una diagnosi ma per Cristo.

Gli ho inviato quel video e credo che mi prenderà per pazza. Ma fargli vedere una cosa rivoluzionaria non è forse l’atto più grande di voler bene? Una cosa che dici in quell’incontro è che ci auguri di avere qualcuno che ci abbracci ed è a questo che serve il movimento.

Grazie anche per avermi ricordato che una compagnia del genere io ce l’ho già.

Lettera firmata

L’atto più grande del voler bene a una persona è guardarla come la guarda Gesù. Amare il suo destino, riconoscerla come proprietà di Cristo. Nella Santa Messa diciamo «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, ogni onore e gloria». Ogni volta che mi impatto con queste parole provo una grande tenerezza: io sono suo, gli appartengo da sempre.

«Prima di formarti nel ventre di tua madre Io ho pronunciato il tuo nome». Amica cara, tutto il resto è spazzatura o elucubrazioni mentali che complicano la vita e rendono oscuro il cammino. Si può parlare molto bene di come vivere la vita, come vivere al meglio la vita e terminare suicidandosi.

Giustamente termini la lettera ricordando una semplice e bellissima affermazione detta al triduo di Gs: «Vi auguro di avere qualcuno che vi abbracci». Per questo il servo di Dio don Luigi Giussani ha dato vita a questa bellissima esperienza di Comunione e Liberazione che ci coinvolge e che è il cammino che ci permette di raggiungere quella granitica certezza per cui Gesù è tutto.

Infine, torno ad augurarti che cresca sempre più nella tua vita la coscienza che il movimento a cui appartieni, don Giussani l’ha sempre voluto come il luogo della tenerezza dove uno, sempre che lo voglia, possa godere della continuità del suo abbraccio, come è stato per me. Senza la sua tenerezza non esisterebbe niente di me e ancor meno di questo piccolo villaggio della carità, dichiarato dall’arcivescovo “Porta Santa” e “Santuario degli ammalati”.

paldo.trento@gmail.com

http://www.tempi.it/blog/lettera-di-una-ciellina-innamorata-e-risposta#.VuftN8csqbk

Stare davanti a Dio

 

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Mi è morto il pesciolino rosso. Anzi due. Se ne sono andati uno dopo l’altro a distanza di una settimana. Compassione, sì, anche per le bestiole che non so in quale paradiso siano andate. Proprio in questo tempo di memoria del sacrificio di Gesù si vorrebbe non sentirsi estranei a nessun pesciolino. Però il mondo non va da questa parte. Anzi. Le forze del “Bene” sono così strampalate che, per esempio, chiamano la morte “diritto riproduttivo” e “famiglia” l’industria degli orfani.

D’altra parte, è dura stare in piedi in mezzo a una cornice di macerie e di male, di scialuppe e di kamikaze, di famiglie sfollate forse per sempre e di bambini annegati per sempre. È dura. Esige il sacrificio di una dimenticanza straordinaria. Esige piegare la realtà a una vera e propria dittatura dei sentimenti. Tant’è, ci si diverte da morire. E addirittura si muore per “divertimento” (come ad esempio pare sia accaduto nel festino romano dove hanno trucidato un ventenne).

Chi sente il problema serio di questo mondo dostoevskiano, dove tolto Dio, tutto è diventato possibile? Hannah Arendt direbbe che «essere religiosi in un mondo del genere significa essere soli, non soltanto nel senso che si è soli davanti a Dio, ma anche nel senso che nessun altro sta davanti a Dio».

Stare davanti a Dio. Non è una specializzazione da preti. Sarebbe l’umanizzazione della vita. Infatti: quanta divisione e quanta malafede sarebbero cacciate di casa se fosse appena appena familiare lo stare davanti al Mistero da cui sorgono e vanno a finire tutti gli esseri e tutte le cose?

Ma questo non vale certamente oggi, al tempo in cui trionfa la clausola borghese dell’autosufficienza che riduce l’essere nel mondo al ruminare a vanvera, secondo le fiammate emozionali prodotte dai condizionamenti del vivere nel mondo, tutte le più altruistiche parole del mondo.

Amore, solidarietà, felicità eccetera. Tutte le parole più belle della vita sono fradice di menzogna nel tempo della vita totalmente irreligiosa. Vale a dire, quando la vita è fradicia di supponenza rispetto al Mistero da cui scaturiscono e vanno a finire tutti gli esseri e tutte le cose del mondo.

Proprio in questi giorni i cristiani rinnovano la memoria di Gesù che «patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, il terzo giorno risuscitò». L’unico problema serio. Infatti, se fosse vero quello che annuncia la Pasqua, sarebbe anche vero che nel vortice del finito che ci trascina a fondo, c’è Uno che non è finito. Come fare per capire che sostanza ha, e se ha sostanza, questa pretesa impossibile di “non-finito”?

Da quanto sta scritto (e confermiamo anche noi nella nostra umile e mortale vicenda di pesciolini prossimi ai sessant’anni), solo per esperienza si può dire se sia vero o no che «dove due o tre sono uniti nel mio nome, lì sono io». Perciò, tutte le potenze di questo mondo rimangono ben concentrate a mettere a ferro e fuoco l’unità dei cristiani.

http://www.tempi.it/perche-in-un-mondo-come-il-nostro-essere-religiosi-significa-essere-soli#.VuZ_iccsqbk

Donne selvatiche

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«Dà per nulla. Altrimenti è forse un dare? Ama per nulla. Altrimenti è forse un amare?»
(C. Péguy, Il mistero dei santi Innocenti)
Verena: 35 anni domani. Movement manager in uno dei più grandi aeroporti europei. Intelligente, pronta, rincorsa da radio e televisioni. Vita sociale intensa, dorme poco, sesso molto, amore quasi niente. Ansia moltissima: tutto deve funzionare alla perfezione, tutto deve essere controllato. Ecco chi è Verena quel giorno di nebbia feroce, mentre percorre l’asfalto stretta nella carlinga di un tailleur elegante e incurante della visibilità ridotta: la gru mobile non si accorge neppure di lei e, in un attimo, il giorno prima del suo 35esimo compleanno diventa il giorno in cui muore Verena. Inghiottita dalla nebbia nera di un grande aeroporto, circondato da fitti boschi pieni di respiri.

In alcune parti del mondo alpino, da quei fitti boschi circostanti lo spazio che fu il regno e insieme la tomba di Verena fino alle prime città del nord Italia, si raccontano storie di altre donne, donne selvatiche di particolare bellezza. «Sono le Salighe, le beate vergini delle leggende delle Dolomiti. Creature pronte a soccorrere con il loro sapere originario ogni forma di vita, a cui si donano con generosità, così come a sparire non appena qualcuno osi pensare di ricompensarle». Claudio Risé, psicanalista e scrittore milanese, conosce queste leggende fin da bambino così come fin da bambino conosce i luoghi in cui quasi trent’anni fa decise di costruire la sua casa insieme alla moglie Moidi Paregger, medico antroposofico, altoatesina. Proprio qui, sull’altopiano del Renon, poco sopra Bolzano, dominato dalle imponenti e maestose montagne dello Sciliar, il Latemar, il Rosengartner, in questi «luoghi dell’anima», dove è impossibile dubitare dell’abbondanza, della saggezza e dell’ordine delle perfette strutture della natura, i due sposi hanno scritto Donne selvatiche, un libro che nasce da una passione condivisa. Quella per la scoperta di uno spazio inviolabile dall’uomo, dove ritrovare tutto ciò che l’umano ha perduto, la bellezza della vita, la saggezza della terra feconda.
Quella per le selvatiche Salighe, immagini dello spirito e della natura incontaminata delle origini, che nelle saghe del Rosengartner si presentano come serve (custodi) offrendo doni preziosi alla vita di quei contadini che, innamorandosene, se le portavano fino a casa, al maso. E quella per i pazienti, donne e uomini che da tempo hanno smarrito la propria selvatica o il proprio selvatico, il senso della propria origine, tra i corridoi delle aziende e nelle immagini ad alta definizione della rete. «Questo libro è dedicato a loro, all’infelice Verena e alle donne che come lei battono le piste high tech di elevato successo, sicura immagine, forti guadagni e intensa solitudine. E anche agli uomini che le amano, ma non riescono a prenderle, a farle salire sul loro carro e a portarle a casa».
Ma perché ricorrere a queste leggende, al femminile selvatico della natura incontaminata proprio oggi che i progressi della scienza e della tecnica sono a portata di mano per tutti? Oggi, che il demone dell’imperfezione è il nemico da esorcizzare e abbiamo imparato a chiamare “amore”, “altruismo”, “affetto” contratti commerciali per la fornitura di figli surrogati, che abbiamo imparato a ibernare il cervello dei conigli e se nasce un bimbo senza gambe – è accaduto a Parma, la notte di Natale: nessuna ecografia aveva rilevato la malformazione del piccolo Bryan – ci interroghiamo sul “diritto negato” ai genitori di farlo non nascere: perché tornare ai boschi dove le Salighe apparivano un tempo agli abitanti dei masi? «Perché mai come oggi il primato della vita, dell’origine, delle sue domande e forze feconde è stato soffocato da quello sterile del pensiero solo razionale (e non più affettivo, ad esempio), diventato il riferimento dominante del mondo contemporaneo. I nostri contemporanei hanno cercato disperatamente di allontanare da sé il mondo della natura vivente per sostituirvi un mondo fabbricato, asettico e igienizzato. Un mondo senza vita, senza gusto per il vivente che sfocia, lo attestano le nostre casistiche di medici, nell’orrore di tutto ciò che è fecondità e nutrimento naturale».
«Voglio servire»
Il mondo del pensiero razionale, scriveva Rudolf Otto, è quello del calcolo, della misura, del controllo. L’uomo e la donna oggi pensano di poter ottenere solo nella misura in cui continuamente calcolano: nulla è dato gratuitamente, l’affidamento alla vita è considerato irresponsabilità. Anche l’amore, scriveva Simone Weil, è stato sostituito dal diritto, e così uomo e donna si sono ritrovati tutti soggetti giuridici e non più amati e amanti. Al fondo infelici, come Verena. Senza passione, a-patici, e per questo incapaci di compassione, di con-patire, soffrire insieme, prendere su di sé amore e dolore. Puliti, sterili, senza germi, incapaci di guarire perché troppo occupati a non ammalarsi. La donna selvatica, esattamente come l’uomo selvatico, invece irrompe nel mondo, offrendosi al mondo, facendosi carico della passione del mondo. «Al contadino che le chiede cosa desideri, la saliga risponde “Voglio servire”. Servire, da servus che ha origini indo-iraniane e significa “osservo” e “custodisco”. È la dimensione dell’attenzione al reale come sacro dono ricevuto da Dio e quindi del fare come dono all’altro, della gratuità, del libero dispendio di sé. Un aspetto connaturato fin dall’origine alla donna, rappresentante naturale di un mondo di abbondanze che è un inno alla vita, alla parola, al nutrimento, all’amore e alla procreazione: è attraverso questa donazione che le energie della donna intervengono nella vita degli uomini».
Donne che oppongono alla religione del dubbio – del “quando finirà?” come domanda ultima sulla vita – la fede in un’abbondanza originaria di cui non è possibile dubitare. Come raccontano le fiabe, ricorrenti in queste valli, del gomitolo donato dalla Salighe alle donne del maso: il gomitolo della vita, che si srotola e tesse all’infinito. «Ma la tessitrice – ricorda Risé – non deve pretendere di misurarlo, non deve chiedere: quando finirà? Altrimenti finisce, immediatamente, già dentro di sé come l’amore quando lo si vuole misurare. La coscienza moderna ha però rimosso la capacità di accettare il dono, di tessere creativamente e felicemente il filo della vita, e con esso la capacità di donarsi: perso nella paura della fine e nel controllo che corrisponda sempre a una idea, l’altro sparisce, non lo vediamo più. Lo smarrimento della relazione con l’abbondanza e col dono è una delle perdite più gravi della donna occidentale, che si è allontanata dalla selvatica per avventurarsi nei giochi di status e nei calcoli della metropoli». Come Verena, lo sguardo intrappolato dagli impegni e dal decollo degli aerei che da anni aveva perso il contatto con la terra, con il lumen naturae, la certezza tranquilla degli inizi e delle fini, della nascita e della morte che scaturisce dal grembo della terra, dove avviene un processo creativo paragonabile per ricchezza solo a quanto avviene nel corpo della donna che della natura fa parte.
donne-selvaticheLa grande menzogna
«Questo libro nasce sette anni fa, quando abbiamo capito che il ricongiungimento, le esperienze di immersione nel mondo selvatico, il mondo delle origini e le sue figure archetipe, portava miglioramenti, aiutava la “guarigione”. Lo abbiamo riportato in libreria oggi, edito con San Paolo, aggiungendo un nuovo capitolo. Nel corso del tempo, l’inconscio collettivo che aveva espresso le figure delle “beate vergini selvatiche” fin dai lontani secoli prima di Cristo, racconta sempre più spesso di una figura femminile, che riunisce l’archetipo della vergine “una con se stessa” presente nelle Salighe, e quella dell’archetipo della madre, generatrice di vita. La figura di Maria, madre e serva del Signore».
Maria è l’eterna compassione. Nel «fiat» dice sì alla fecondità e alla passione che subirà per la salvezza-guarigione dell’umanità intera. È la donna più selvatica perché totalmente naturale, al punto da essere preservata dal peccato originale che produce l’artificialità, la separazione dalla natura, la vergogna della propria nudità, lo scandalo del limite. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace/ così è germinato questo fiore», scrive Dante, e basterebbe guardare la cupola di Santa Maria del Fiore per riconoscere il ventre gravido di quella ragazza di Nazareth che compatendo generò: è una questione viscerale, non un pensiero astratto, una faccenda che l’umanità conosce da sempre. Ma non c’è risposta oggi al grido di queste forze primordiali: indagato come durante una biopsia medica, “pezzo per pezzo”, nel tentativo di reificarlo il più possibile, de-strutturarlo dalla sua identità più intima che invece di venire valorizzata è prostituita allo sguardo e messa sotto vetro o peggio venerata come un totem, il corpo della donna somiglia sempre più alla scocca di una macchina, un’esperienza in parte intellettuale, in parte di consumo. «Per giunta frammentato – chiosa Risé – a pezzi: l’ovulo, l’utero, che interessano all’industria della riproduzione, per non parlare delle altre parti, già sfruttate ampiamente dall’industria della comunicazione».
La chiamano “maternità surrogata”, qualcuno preferisce “gestazione conto terzi”, chiosando qualcun altro che di madre proprio non vuole sentire parlare, preferendole il termine “concetto antropologico”, tutti sono d’accordo però a chiamarlo “atto di amore”. «È questa un’altra vergognosa menzogna prodotta dalla propaganda tecnoscientifica in disprezzo dell’intelligenza dell’uomo e della natura che è madre e maestra. L’amore nella realtà nasce sempre da un’abbondanza e non da un commercio atto a compensare un vissuto di privazione come quello su cui è costruita la modernità occidentale, e la pretesa di alcune coppie omosessuali di oggettivare il figlio in un bene concreto, come altri disponibili sul mercato. Il figlio non è un avere, è il frutto di un dare che si esplicita in un servire, in una relazione di dono iscritta nelle leggi naturali costitutive dell’umano. Il fine di questa propaganda sterilizzante (che alimenta il nuovo mercato della riproduzione artificiale) è la scomparsa della madre, serva e custode della vita del generato. Tutta la storia psicanalitica attesta il rapporto di simbiosi con la madre che dura dal concepimento fino alle soglie dello sviluppo ma pochi oggi ne parlano in quanto va contro al mito delle Verena, donne moderne in carriera che ossessionate dal fantasma della privazione rinunciano al gomitolo, al filo e fiato della vita, al tessere la generazione. E restano sole. La sfida è dunque liberare la donna selvatica dalla sua condanna sociale, da un modello di vita fondato sulla fabbricazione di oggetti sostitutivi della natura vivente, perché torni a trasmettere i suoi insegnamenti eterni: come nasce e si nutre la vita, come si serve e custodisce».
Quel «fiat» senza limiti
La titanica battaglia della téchne contro la natura ha cercato di imporre nuovi giudizi di valore, da essa la bioetica ha imparato nuove norme. La tecnica oggi può fecondare artificialmente, abortire, procurare la dolce morte. Può generare, far nascere e morire. Ma c’è quel «fiat», c’è la prova di un fare, una ragazza senza tempo dalla pelle brunita da contadina che è apparsa nella storia dell’amore nel mondo e chiede (dalle paludi, dai boschi, dalle rocce), di edificare luoghi in cui guardare la Croce, la rinascita. C’è quella “beata vergine” che con suo figlio ha inaugurato una condizione dove l’uomo è alleato della natura nel cercare la soddisfazione di un desiderio, appunto, naturale. Quello di generare, amare l’altro da sé, vivere bene, morire in pace. Un desiderio tranquillamente infinito. Non pone limiti e non manipola lo scorrere del gomitolo della vita, ritrovato nel riconoscimento devoto e affettuoso dell’origine.
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Salute non è un diritto

Dopo l’approvazione alla Camera è in attesa di essere discusso al Senato il ddl sulle “Disposizioni in materia di responsabilità professionale del personale sanitario”. Il tentativo è quello di modificare la situazione attuale che, oltre a minare la fiducia tra medico e paziente, genera molti sprechi sanitari. Per alcuni (Tribunale per i Diritti del Malato) questo ddl «è una grande beffa per le vittime di errori sanitari, che saranno ancora più penalizzate», per altri (Cisl medici) «non è necessario in prima istanza richiedere l’effettuazione di esami complessi e costosi per procedere a formulare una diagnosi, basta il proprio acume e il desiderio di essere ciò che si è cercato di essere con pervicacia e scrupolo: il medico». A intervenire nel dibattito è stata anche l’associazione Medicina & Persona che riconosce «il passo avanti del ddl», ricordando però che il problema è a monte, cioè «in un’impostazione che parte da una visione errata della professione e della salute», spiega a tempi.it Fernanda Bastiani, medico di famiglia della provincia di Parma e membro dell’associazione.

COSA CAMBIA. La prima modifica legislativa accolta come necessaria da Medicina & Persona è la modifica della presunzione di colpevolezza: «Oggi in caso di denuncia le spese processuali sono a carico del medico che deve dimostrare la sua innocenza, sebbene il 90 per cento dei casi si risolvano con la constatazione della sua innocenza, a cui non segue neppure un indennizzo». Al contrario, il paziente non ci rimette anche se perde la causa. «Questa situazione porta all’esasperazione che ha messo in crisi il rapporto medico-paziente: ho assistito a pianti di miei colleghi che si trovavano a dover affrontare richieste di rimborso di uno o due milioni euro, perché accusati di non essersi accorti prima della diagnosi di una malattia. Il che contrasta con la ragionevolezza della pratica clinica, per cui è assurdo misurare l’operato precedente di un medico a partire da una diagnosi successiva».
PUBBLICITÀ DANNOSE. L’articolo 8 del ddl inserisce invece l’obbligo di riconciliazione prima del processo, per evitare cause inutili: «È positivo, perché la legge finora ha favorito la speculazione degli avvocati», che spesso seguono le cause gratuitamente e si fanno pagare in caso di vittoria. «Aumentano fuori dagli ospedali le pubblicità come questa: “Hai tempo dieci anni per denunciare il medico, telefonaci”». Molto positiva, a parere di Bastiani, anche «l’istituzione di Centri regionali per la gestione del rischio sanitario (art .2), che raccoglierebbero le lamentele dei pazienti prima che sporgano denuncia. Questo servirebbe a controllare se effettivamente ci può essere stato un errore medico o se sia da escludere del tutto». L’altra garanzia è la responsabilità attribuita anche alla struttura sanitaria, che «avendo interesse a difendersi sarà costretta a tutelare il medico dipendente». L’articolo 6 poi limita la responsabilità penale alla colpa grave. Resta invece il problema delle assicurazioni obbligatorie che costano al medico alcune migliaia di euro all’anno.
COSA MANCA. A questo punto c’è da chiedersi perché questa norma non basti a ripristinare la fiducia tra medico e paziente: «La responsabilità professionale è molto più della difesa a lavorare serenamente senza pressioni. Occorre chiedersi quale sia il bene della professione medica e quale il suo fine». Il problema è sostanzialmente di tipo culturale, aggravato da norme ingiuste. «Il tam tam mediatico sulla malasanità non ha fatto altro che generare la sfiducia e il sospetto nei pazienti rendendoli pretenziosi, il che va anche a loro discapito: infatti il medico tende a difendersi o elencando tutti i possibili rischi, generando timori inutili e scelte difensive e sbagliate del paziente, oppure prescrivendo esami diagnostici non necessari se non fuorvianti rispetto alla diagnosi, confermando che la fiducia nella tecnica è utopica».
Al contrario, i medici si tutelano anche non intervenendo e lasciando intentate delle possibilità di cura. Ma il problema fondamentale della legislazione in materia di responsabilità penale, che non viene affrontato dal ddl in discussione, è «l’oscuramento dell’evidenza del bene: ad esempio, non si scrive mai che tanti medici invece che lavorare otto ore ne lavorano dodici senza che gli sia pagato lo straordinario. Diversi dei miei colleghi fanno enormi sacrifici, cercando di essere il più disponibili possibile». Prova ne è il fatto che «il nostro sistema sanitario è il secondo al mondo per efficienza: se siamo fra i migliori nonostante la mancanza di fondi, significa che a sostenerlo sono le persone».
MEDICO NON È ONNIPOTENTE. Se non cambia la definizione di salute come diritto, che il medico dovrebbe garantire, «è ovvio che la legge possa solo provare a correre ai ripari rispetto agli sprechi economici prodotti da questa concezione distorta». Secondo Bastiani, se si tornasse a riconoscere la salute per quella che è, «un dono da cui derivano doveri per tutti, dove l’unico diritto è quello ad essere curati, non ci troveremmo a dover cercare di arginare i danni producendo ulteriori norme riparatorie». Forse, però, questa mentalità è anche dei medici. «Per questo occorre che la legge parta dal riconoscimento di un bene e da una giusta definizione del termine salute. Nello stesso tempo, però, bisogna già da ora ripristinare la fiducia perduta. Ai medici dico che i pazienti sono persone come noi, che prima di tutto desiderano essere guardate e informate, a cui spiegare che la salute è un dono, non un diritto e che il medico non è onnipotente». Bisogna poi cercare di combattere «la tentazione di delegare alla legge la responsabilità: se un paziente ha davvero bisogno di un esame devo cercare di farglielo, anche nel caso in cui si sia superato il numero massimo di prescrizioni diagnostiche consentite dalla struttura. Al contrario, quando arrivano persone, come mi è capitato, che chiedono risonanze magnetiche solo per meglio conoscere il proprio corpo devo oppormi in ogni caso». In generale, conclude Bastiani, il medico deve tornare a «prendersi le sue responsabilità e non a scaricarle sulla legge, anche se corre sempre un rischio». Quel rischio che per essere ragionevoli non dovrebbe mai essere normato.
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Il segreto dei maglioni

Non sono mai stata portata per i lavori femminili. Incapace in cucina, negata per il ricamo, ostile all’uncinetto che vedevo, nelle mani di mia madre, muoversi con geometrica e veloce precisione. Tuttavia, alle elementari c’era una volta l’ora di “applicazioni tecniche”, e mi costrinsero a imparare a lavorare a maglia.

Non fu facile. Mi ritrovai con dei ferri nelle mani, e l’obbligo di fare una sciarpa. Mia madre mi mostrò come si faceva il punto diritto. Rimasi a guardarla accigliata. Non sembrava difficile. Ma come presi in mano io il lavoro, i ferri se ne andavano per conto loro: perdevo i punti, lasciando crateri nella maglia.
Quando finalmente riuscii a lavorare, mi accorsi che se ero tranquilla i punti erano troppo laschi, e se ero nervosa – e appunto il lavorare a maglia mi rendeva nervosa – si stringevano eccessivamente, impenetrabili come nodi rabbiosi. La mia sciarpa proseguiva con esasperante lentezza. Mi venne un’idea: a qualunque donna, zia o amica passasse per casa nostra, chiedevo se non aveva voglia di lavorare un po’ a maglia. Naturalmente ogni donna aveva una “mano” diversa. La mia sciarpa somigliava a una fisarmonica, ora stretta, ora larga.
Così, appena ho potuto, ho buttato via i ferri. Sono passati i decenni, e l’altro giorno, immobile in casa con un piede ingessato, ho pensato che non mi sarebbe spiaciuto avere qualcosa da fare con le mani. Ho chiesto a mia suocera dei ferri e un gomitolo. Sorprendente, mi ricordavo ancora come si fa il punto diritto, e il rovescio. Ho iniziato il primo ferro, poi il secondo, fra le occhiate incredule dei figli.
Non male, dovendo restare ferma, avere quel filo che scorre fra le mani senza occupare i pensieri; quel ticchettio sommesso, nel silenzio della casa, quando tutti sono fuori. Devo solo guardarmi dai nostri gatti, che danno la caccia al gomitolo come fosse un topo. E un’ora coi ferri in mano passa più veloce. Che strana quiete induce questo fare monotono e silenzioso, direi quasi: che pace.
Capisco adesso le nonne e zie che vedevo lavorare, tranquille, assorte, mentre a me quel lavorio pareva così noioso. Capisco, ora, che quel metodico tramare delle dita doma e mette in ordine i pensieri. Si può perfino pregare, lavorando a maglia – ogni punto come un grano del rosario. Mi chiedo ora anzi se non fosse questo il segreto di tanti maglioni fatti in casa. Come quelli che mia nonna Dina mandava a mio padre, tenente sul fronte russo. Nelle vecchie lettere che ho trovato, mio padre dal Don diceva di quei maglioni, grato.
Chissà, mi dico, quanto i maglioni spediti al fronte da migliaia di madri e sorelle erano intessuti di preghiere. Per ogni punto una parola dell’Ave Maria, e una domanda: torna, ragazzo, torna. L’antico ticchettio dei ferri nelle case come una trama di mani e di cuori di donne, lo capisco solo ora.
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Così com’è

La perfetta verità è sempre semplice». La frase, che Ammiano Marcellino attribuisce all’imperatore Costanzo II, sottolinea la prima evidenza, che un bambino riconosce senza indugio, perché non ha pregiudizi di sorta. Nel suo senso etimologico «semplice» significa «composto di un’unica parte, che ha un’unica via, che non è doppio». Un sentiero di montagna è semplice, quando non puoi errare nella scelta della via, perché c’è un solo percorso, oppure perché è evidente quale sia la strada da percorrere. La via della verità è per questo semplice, anche perché, come scrive san Bonaventura da Bagnoregio, «è insito nell’anima l’odio della falsità». Ognuno di noi ha il desiderio innato di conoscere la verità. Appare evidente quando io racconto una storia alle mie figlie e mi chiedono: «Papà, questa storia è vera?».

Oggi, però, una strada semplice (perché non doppia, non ambigua, evidente) può diventare difficile, cioè non facile da percorrere, proprio per il clima culturale che da decenni impera. Spenti, infatti, tutti i lanternoni del passato, l’epoca contemporanea assiste all’accensione di un nuovo lanternone culturale che nega l’esistenza di qualsiasi verità assoluta, privilegia una finta tolleranza in nome di un presunto multiculturalismo, si rivolge all’esperto in ogni campo, una volta che tutte le figure di riferimento del passato sono state rifiutate. Persa di vista l’unità del sapere e il senso complessivo della cultura, si assiste ad una parcellizzazione delle discipline che non sono più riconducibili ad un unicum, che non riescono a dialogare tra loro. Se non c’è una verità o se essa non è da noi conoscibile, non è possibile una reale comunicazione tra gli uomini, perché non si può pensare di mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro.

L’assioma dell’inesistenza del vero è, di fatto, un utile paravento per poter compiere indisturbati i propri affari politici, economici, per poter distribuire ovunque i propri consigli interessati a manipolare le coscienze, agendo indisturbati e nascosti sotto l’egida del relativismo, al sicuro, anche se, aggiungo io, per poco, perché l’unica vera avversaria è la verità stessa.

Ecco allora cosa scrive papa Francesco a proposito della famiglia nel libro Il nome di Dio è misericordia: «La famiglia è l’ospedale più vicino: quando uno è malato ci si cura lì, finché si può. La famiglia è la prima scuola dei bambini, è il punto di riferimento imprescindibile per i giovani, è il miglior asilo per gli anziani […]. La famiglia è anche la prima scuola della misericordia, perché si è amati e si impara ad amare, si è perdonati e si impara a perdonare. Penso allo sguardo di una madre che si sfianca di lavoro per portare a casa il pane al figlio tossicodipendente. Lo ama, nonostante i suoi errori». Sono parole semplici e chiare, quelle di papa Francesco. Sono parole vere che evidenziano un dato di fatto incontrovertibile: la famiglia è il fondamento della persona e della società. Ciascuno di noi può riconoscerlo con semplicità.

Nella sua più recente opera dal titolo impegnativo Aletheis Dialogoi (ovvero «dialoghi veri»), edita da Cantagalli, Paolo Fedrigotti vuole evidenziare proprio la semplicità della verità che è amica di noi tutti. Per questo l’autore sceglie sette luoghi, numero non certo casuale, perché rimanda alla perfezione e al compimento. Sono luoghi della contemporaneità: la strada, il bar, l’edicola, il treno, il parco, il museo d’arte, la biblioteca. Non conosciamo il nome dei personaggi dei dialoghi. L’anonimato è voluto, chiaro segno che i protagonisti sono dei cacciatori di stelle, degli assetati di verità in mezzo ad un mondo che dà per scontato, senza averlo mai dimostrato, che la verità non esista. Per questo nel primo pungente dialogo l’autore sottolinea che la verità è la prima grande amica di noi tutti. La verità è semplice da cogliere: «Che cos’è la verità […] se non il semplice stato delle cose? Cos’è il “dire la verità” se non il riconoscere ed il riferirsi a ciò che è così com’è?… Più facile di così».

Nell’epoca contemporanea è sempre più urgente spazzare via i pregiudizi, i luoghi comuni, le tante menzogne spacciate per verità. Come scrive Chesterton una menzogna ripetuta diventa nel tempo verità. Non si può per questo continuare a tacere di fronte alle tante menzogne che oggi vengono ripetute in maniere imperterrita.

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Un sigillo sul cuore

«Sappiate, dunque, che non c’è nulla di più elevato, di più forte, di più sano e di più utile nella vita che un bel ricordo, specialmente se è un ricordo dell’infanzia, della casa paterna. A voi parlano molto della vostra educazione, però uno di questi bellissimi, santi ricordi, custodito sin dall’infanzia, probabilmente è proprio la migliore delle educazioni. Se un uomo riesce a raccogliere molti di questi ricordi per portarli con sé nella vita, egli è salvo per sempre. E anche se uno solo di questi bei ricordi rimane con noi, nel nostro cuore, anche quello solo può essere un giorno la nostra salvezza».
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, 1987 (1950), p. 160.

Più passano gli anni, più verifico queste parole monumentali, vere. Nel tempo i ricordi della mia infanzia diventano sempre più lucidi, struggenti.

Era un pomeriggio d’estate, il temporale era arrivato improvviso dalla montagna che sovrastava il paesino di Valli: le querce del bosco, agitandosi sembravano avvicinarsi minacciose intorno alla casa di nonna Ester, il grigio metallo delle nuvole e il verde cupo, quasi nero delle fronde era intriso dell’odore intenso di erba umida e terra bagnata, inconfondibile. Ci siamo rintanati in casa, una casa colma di calore, impenetrabile all’arroganza violenta del temporale che era rimasto fuori a rendere l’atmosfera, vicino al fuoco, ancora più piacevole, vibrante di una protezione che aveva sconfitto ogni ombra di paura. C’erano zii e cugini, i nonni, Ester e Alessandro (Sandruccio), papà e mamma. Nonna con il carisma del grande direttore d’orchestra rapì tutti andando trionfante in cucina al grido di: “Facciamo le frittelle!”. Con passo festoso c’era chi impastava la farina, chi metteva la pentola dell’olio sul fuoco, chi stendeva la sfoglia. Era come se la pioggia del temporale si fosse trasformata in gioia liquida che aveva intriso la casa, un clima di festa colma di un’allegria semplice e profonda, umanissima. Ora capisco perché il paradiso è un banchetto di nozze: le cateratte del cielo si erano aperte e un segmento di beatitudine celeste era penetrato nella casa di nonna Ester, illuminandola di una bellezza divina. Il male, la paura, l’oscurità entro tutto l’orizzonte dell’universo non erano mai esistiti, non esistevano e non sarebbero mai più stati.

Sono quasi tutti morti. Papà è morto di tumore di polmone dopo qualche anno. Ha esalato l’ultimo respiro mentre lo tenevo tra le braccia, lo sollevavo per le spalle perché era caduto dal letto, Mario, mio fratello, lo teneva per i piedi. La mia memoria è segnata a fuoco dal quello sguardo colmo di un dolore immenso che si trafigurava, nella rassegnazione, in pace, la Sua Pace, mentre ci lasciava per sempre. Lo avevo raccolto vivo e dopo qualche secondo l’ho deposto sul letto morto.

Potrebbero deporre ai miei piedi il mondo intero, salute, successo, fortuna, ma tutto questo vale meno di qualche chilo di maleodorante e putrido sterco davanti a quel desidero che brucia nel cuore e che brama di poter avere anche solo un attimo per riabbracciare i nostri cari, un solo attimo di quel pomeriggio a casa di nonna a mangiare frittelle.

I nostri genitori ci hanno cresciuto, con pazienza infinita ci hanno cambiato i pannolini, lavato e profumato, nutriti infilando con tenerezza e pazienza minuscoli cucchiaini di minestrina in boccucce piccole piccole, per ore, per giorni, per anni; infilandoci con pazienza minuti vestitini che sarebbero stati stretti a rubicondi bambolotti, facendo ben attenzione a far uscire le manine senza piegare malamente ditini piccoli, piccoli, fragili come steli di grano. Vegliando a lungo per notti insonni segnate da un pianto indifeso.

Crescendo non ci siamo accorti che loro invecchiavano, senza preavviso: in sordina, arriva il momento dove loro hanno bisogno di noi, per affrontare una nuova nascita, quella definitiva; il terribile passaggio della morte.

E li vediamo morire un po’ per volta. Ci illudiamo che sia una malattia che poi passerà, come l’influenza, ma ogni volta si scende un gradino più in basso, verso la soglia definitiva.

Talvolta, proprio come tanti genitori di oggi, vorremmo risparmiare loro ogni dolore, alleviare ogni fatica, anche questo, il fuggire dalla nostra umanità, non è il modo migliore per percorrere questa strada inevitabile.

Oggi la medicina ha prolungato la vita in una maniera impensabile venti, trent’anni fa: per il nostro corpo siamo riusciti a strappare anni preziosi alla morte, ma troppo spesso l’anima, il nostro io è messo da parte, finisce relegato in un angolo, abbandonato da tutti. Anche da noi stessi.

Succede a chi deve affrontare una malattia terminale e i cari, in uno sforzo disumano che li motiva ancora di più convinti di essere eroi che si sacrificano, fanno di tutto per nascondere l’amara verità, convinti di evitare loro la prova. La casa diventa un luogo di festa, di tenerezze che non ci sono mai state: con affettata nonchalance si affronta una malattia terminale dipinta di banalità: “Il dottore ha detto che ce la farai! Non è nulla”. Ma il moribondo non è stupido e sospetta, respira un clima in cui superficialmente si agitano tenerezze e coccole fuoriposto, ma dentro, al fondo, come un macigno nero e gelido, incombe l’orrore per la fine. Tutt’intorno una titanica e disperata tensione a mascherare tutto. Tra mille falsi sorrisi.

Diventa una tragedia, che nel tempo semina sempre più disperazione. Sì è persa l’occasione preziosissima, unica, di salutare per sempre chi si ama. Invece che proteggerlo dalla morte, lo abbiamo abbandonato da solo, solo, nelle sue fauci.

Sono momenti vertiginosi dove ti si strappa il cuore, ma che poi, con una pace grande come una montagna maestosa ti accompagna per tutta la vita.

Mamma intuiva che gli mancava poco, nulla lo faceva sospettare, ma tutti sapevamo che la fine si avvicinava, è morta dopo qualche mese. Ricordo perfettamente dove: mi guardò, con quella profondità con cui si guarda un panorama dall’orizzonte che giunge fino agli estremi confini, in quel momento da un’altura che io non vedevo, lei con uno sguardo abbracciò tutta la sua vita: “Sono stata una buona madre?”. Mi parlava come se ogni respiro fosse intriso dell’addio definitivo. Mi stava salutando, per sempre. Non ricordo proprio cosa gli ho detto, la facciata era composta, dentro balbettavo rotto tra le lacrime: ma so per certo che gli ho attestato tutto il mio amore e la mia gratitudine, sconfinate. Con il trasporto di un bambino. No, non mi sono tirato indietro. Le incomprensioni, le tensioni anche forti, talvolta dirompenti che ci sono state, tutto, tutto era perdonato e cancellato. Amato e abbracciato.

Accompagnare un genitore alla morte è un po’ averli bambini, li devi accudire, dare da mangiare, ma non sono bambini e non lo fai per lanciarli nella vita, lo fai per consegnarli alla fine. Attraverso un lento declino verso il buio. Eppure questi momenti che segnano il mistero della nostra vita come pochi, succubi di un mondo idiota, diventa sempre più una farsa penosa. Si diventa un rottame umano che fino alla fine afferma la propria caparbia tenacia come un immortale che non morirà mai, come se fossimo ancora nel vigore della vita, comandando a bacchetta, come un bambino capriccioso, figli e coniugi trasformati in schiavi.

Come sarà la mia fine? Ci penso spesso, con un po’ di sana apprensione ma anche con la curiosità di chi vuol sapere come finisce una storia, lieto in un Dio che abbraccia con amore ogni istante della mia miserabile esistenza liberandola da ogni paura.

Così per gli sposi: come sarà la nostra fine, chi dei due morirà prima?

Claudia abitava nel vecchio incasato, una di quelle casette fatte di stanze piccole piccole che, una sull’altra, arrivano a guardare il mare con una veduta di paradiso. La vedevo sempre in giro che portava a spasso il marito York, come lo chiamavano tutti, in carrozzella, ormai vegetale. Lo faceva con un amore e una gratitudine infinite, e lo diceva a tutti quelli che si fermavano a salutarli, a chiacchierare: “Non posso non farlo, per come quest’uomo mi ha amata!”. Lo diceva con lo sguardo di chi ancora è innamorato.

York è morto di li a poco. Claudia, lentamente ha perso la ragione, letteralmente impazzita d’amore per lui, per averlo perso. È morta dopo diversi anni, tutti consumati per lui.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.

Come non voler bene a chi ami, se non lo sorprendi come fosse la prima volta, tutte le volte che lo vedi?

In questo sguardo ogni giorno è una sorpresa, un dono. La morte non giunge mai imprevista: attesa pazientemente, non impreparati.

In quei momenti sperimenti tutta la vertiginosa grandezza di essere uomini. Quando sei vicino ai chi ami, e abbracciando tutta la loro e la tua umanità li accompagni negli ultimi momenti a solcare quella soglia dove noi non possiamo ancora entrare, dove in realtà Lui è già passato, trionfatore, incatenando quei demoni oscuri che presidiavano ferocemente il passaggio nel buio e nell’orrore. In quei momenti si può anche arrivare a sorridere, a scherzare, pieni di una inspiegabile allegria. Tutto diventa attesa, attestata graniticamente da quella Presenza che tesse la densità di ogni istante, davanti alla quale tutte le schiere infernali e diaboliche con la loro feroce invidia e odio per noi umani non possono fare nulla, nulla. L’albero della croce è piantato su questa terra e nessuno potrà più estirparlo, e noi ci siamo aggrappati, con la forza con cui stringi la persona amata.

Attesa paziente, di qualcosa di bello e grande, in cui quei ricordi di bambino diventano veri, riconosciuti come promessa di qualcosa che ci attende. Nella compagnia definitiva di Colui che ci ama.

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