DAT

«In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure», «un malato non può morire di sete o di fame», «tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale». Alberto Zangrillo è un’autorità scientifica di prim’ordine e in oltre trent’anni di vita in terapia intensiva e in sala operatoria non è mai entrato in conflitto con l’articolo 32 della Costituzione (diritto al rifiuto alle cure) cercando di salvare una vita.
Direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Generale e dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione Cardio-Toraco-Vascolare presso l’Irccs San Raffaele di Milano, direttore della Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, autore di Ri-animazione. Tecnica e sentimento (editrice San Raffaele, 2010), stimatissimo nel mondo scientifico e noto alle cronache per essere il medico di Silvio Berlusconi, Zangrillo è un gigante della competenza, l’etica professionale e la responsabilità del medico.

«Chi pensa di dover decidere in base ai codici o alle sentenze, per me, è bene che faccia un altro mestiere», «i soloni mediatici prima di mettere in scena la loro opera vengano in terapia intensiva o in pronto soccorso a parlare con la madre e il padre di un ragazzo che sta perdendo la vita», scriveva su Panorama qualche tempo prima che stampa e tv si occupassero della storia di Michi, il quattordicenne rianimato e salvato da Zangrillo dopo un annegamento durato 42-43 minuti nel Naviglio. “Miracolo della scienza”, titolarono in tanti: il fatto risale al 2015, oggi il ragazzo studia, «se avessi dovuto dar retta alla famiglia sarebbe morto. Come medico ho tutti gli strumenti per sapere quando è opportuno ed etico intervenire nel rispetto del mio mandato, che è salvaguardare la vita», ha ribadito Zangrillo al Corriere il 20 aprile scorso, mentre la Camera approvava con 326, contrari 37, 4 astenuti la legge sul biotestamento che introduce le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) con il diritto per i pazienti di rifiutare le cure.
Professore, come ha accolto la notizia? In base alla sua esperienza ritiene che le Dat siano utili?
Ho accolto la notizia con assoluto disinteresse. È come se ad una persona abituata a leggere i classici della letteratura mondiale venisse data la notizia di un articolo uscito su una rivista di gossip. Le deliberazioni in materia devono essere il frutto di un lavoro serio che tenga conto dei princìpi etici, morali, deontologici e professionali.
In base alla legge il paziente avrà il diritto di rifiutare preventivamente le terapie. Ma a fronte del divieto dell’accanimento terapeutico, il medico potrà appellarsi all’obiezione di coscienza e rifiutarsi di “staccare la spina”: il medico dunque può ignorare le Dat?
Nessun medico serio, preparato e competente mette in atto terapie afinalistiche col solo scopo di prolungare la vita senza salvaguardarne la qualità. In altre parole l’accanimento terapeutico, se sussiste, è figlio dell’incompetenza e va combattuto. Altro è lo sforzo quotidiano di migliorare la prognosi del paziente.
Chi decide, o dovrebbe decidere, sulla proporzionalità delle cure? Il medico ha completa discrezionalità o prevale l’autodeterminazione del malato?
Il medico ha studiato duramente per potersi assumere delle responsabilità di strategia terapeutica anche gravi e rischiose. Il medico ha l’obbligo di informare, ascoltare e decidere. In 34 anni di lavoro in terapia intensiva non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure. Il mio dovere è non mollare mai fino a quando si intravede una ragionevole prospettiva positiva. Nei casi in cui l’emergenza di una patologia acuta non ci consenta una previsione di prognosi il dovere del medico è quello di non lasciare nulla di intentato.
Il paziente ora ha la possibilità di sospendere o rinunciare anche all’alimentazione e idratazione artificiali, indipendentemente dalla propria condizione o dall’efficacia del trattamento. Questa disposizione apre a possibili richieste di eutanasia omissiva o suicidio assistito?
Questi sono argomenti molto seri e molto difficili da trattare e come tali non dovrebbero essere oggetto di dibattito da salotto. L’idratazione e l’alimentazione di un malato devono essere sempre garantiti per evitare la sofferenza inumana che deriverebbe dalla loro sospensione. Un malato non può morire di sete o di fame. I medici sono in grado di assistere con dignità la fase terminale di una patologia maligna: nessun rianimatore competente ventilerebbe artificialmente un malato terminale o tratterebbe farmacologicamente un’aritmia maligna quando il destino è segnato.
L’obbligo di adempiere alla legge, anche nelle sue disposizioni più sensibili sotto il profilo etico, rimane per tutte le strutture sanitarie accreditate presso il Ssn, comprese quelle cattoliche. Lei cosa ne pensa?
Sono certo che esista uno spazio per consentire al medico di adempiere ai suoi doveri nel rispetto della legge e negli interessi del suo paziente. Se ciò non fosse vorrebbe dire che la legge è sbagliata ed eserciterei il mio diritto all’obiezione.
Dopo Beppino Enlaro, Saviano ha esortato gli italiani a chiedere scusa anche a Fabiano Antoniani: «Perdonaci per non essere riusciti a farti lasciare questa vita in una condizione per te umana, non dovendo affrontare un viaggio faticoso e assurdo per ottenere in Svizzera quello che avresti avuto diritto ad avere a casa tua». Il ddl sul biotestamento ha ricevuto infatti un’accelerazione dopo il suicidio assistito del dj. Lei cosa pensa di come si è sviluppato il dibattito attorno alla libertà di scelta sul fine-vita?
Il problema vero non è quello di andare in questo o quel paese a farsi uccidere, il problema reale è il dramma che vivono centinaia di malati che non hanno accesso alle cure: io chiedo scusa alle migliaia di persone sconosciute e povere che in Italia muoiono in modo inumano perché non hanno la possibilità di essere assistite ed aiutate nelle drammatiche fasi della loro malattia. Comunque tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale.
Foto Ansa
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Orfani di senso

«Perché esistono la morte e la sofferenza? Perché gli uomini devono soffrire e morire?»: si chiedeva Louis Althusser a metà degli anni ’70 del XX secolo.
La domanda dell’epoca è la domanda di oggi in quanto è la domanda di sempre.
Tuttavia, se identica è la domanda non identica è la risposta che ad essa si è data nel corso del tempo e specialmente oggi.
Differentemente da altre epoche storiche, infatti, l’odierna etica dominante ritiene che le cose, il mondo, la vita nella sua interezza, e quindi perfino la morte che è parte della vita, siano senza alcun senso.

Questa convinzione nasce dal fatto che non esiste e non può esistere una verità di fondo alla base della vita, specialmente perché i valori mutano con il tempo e con esse l’idea del vero e del falso, come del bello e del brutto e soprattutto del bene e del male varia da persona a persona, anche perché ciascuno li ricava da se stesso e per se stesso.
Non si può dunque parlare di senso, ma semmai di sensi, cioè tutti quelli individuali che si ricavano soggettivisticamente. Si comprende che se tutti sono sensi particolari e ugualmente validi, nessuno è universale e quindi il senso semplicemente non esiste, come, del resto, lo stesso Althusser candidamente ha ammesso invitando a riconoscere che questa mancanza di senso costituisce, addirittura, l’effettiva garanzia della libera azione umana: «La condizione più sicura per poter agire nel mondo è ammettere che il mondo non ha un senso».
La parte maggioritaria e più influente dell’attuale etica laica – cioè, per intendersi, quella che si appella esclusivamente alla ragione negando ogni fondabilità morale dell’esistenza su una dimensione trascendente in genere e rivelata in particolare – muove da una tale premessa che, paradossalmente, proprio la ragione sacrifica, in quanto ritiene che essa sia non sufficiente per investigare la realtà.
Così facendo si dichiara non solo la morte del senso, ma anche quella della stessa ragione per cui tutto, in sostanza, non può che ridursi ad un immobilistico e coerente silenzio, anche e soprattutto del pensiero.
In tale prospettiva la vita intera non ha più alcun senso, e così anche la morte che diventa un evento inspiegato ed inspiegabile, almeno oltre la sua mera determinazione fisico-biologica.
La morte in senso umano, razionale ed esistenziale diventa qualcosa di inaccessibile, incomprensibile, ingiustificabile: la morte del senso porta così con sé la morte del senso della morte.
Se così fosse ci si dovrebbe necessariamente fermare qui.
Tuttavia, così non è, poiché, come ha precisato Jean-François Lyotard «c’è bisogno di filosofare perché abbiamo perso l’unità. L’origine della filosofia è la perdita dell’uno, è la morte del senso».
Quanto più è forte l’istanza che afferma la morte del senso, dunque, quanto più forte dev’essere la contro-istanza che afferma le energie del pensiero.
In questa seconda prospettiva tutto possiede un senso intelligibile tramite l’umana ragione.
La morte possiede quindi un senso che si palesa, data la complessità della natura della morte stessa, secondo diverse declinazioni o manifestazioni.
In un primo momento, il senso della morte è quello della sua datità materiale, cioè della forza della natura che pone un limite ai desideri, alle aspirazioni, alle ambizioni dell’essere umano, sancendone il confine almeno di carattere fisico e temporale.
In un secondo momento, il senso della morte viene a porsi come strumento di consapevolezza della fragilità esistenziale – non più secondo la determinazione fisico-biologica, ma secondo quella più profonda di carattere ontologico – dell’essere umano che è un essere destinato a venir meno poiché la sua vita ha una precisa origine e non può che avere una precisa fine.
In un terzo momento, ricollegandosi al punto precedente, il senso della morte viene in risalto come indice della natura relazionale dell’essere umano che come non nasce da solo, così da solo non può morire, in quanto la morte propria è tale solo quando è vissuta dall’altro, dal prossimo.
In un quarto momento, il senso della morte si propone come rivelarsi del senso della vita in almeno due direzioni: all’indietro, in quanto la morte non è l’opposto della vita, ma è parte della stessa; in avanti, in quanto la morte non è la fine della vita, ma il nodo di giuntura dei lobi della clessidra dell’intra-temporale e dell’ultra-temporale, cioè tra la vita dell’al di qua e la vita dell’al di là.
In un quinto e ultimo momento, il senso della morte esprime la dignità dell’essere umano il quale non è immortale come gli dei, né meramente contingente come il resto del creato, per cui la sua fine, la sua morte, non è di certo la fine del senso, ma non è nemmeno la fine dell’irrilevante.
La mancanza di comprensione del senso della morte che tanto caratterizza l’epoca attuale, allora, è, verosimilmente, l’altra faccia della medaglia della mancanza di comprensione del senso della vita, anzi, il doppio atteggiamento di negazione del senso della morte da un lato e del suo impossessamento dall’altro (per esempio tramite la rivendicazione del diritto di morire) rappresenta la prosecuzione con altri mezzi di quell’atteggiamento che negando il senso della vita se ne impossessa (per esempio tramite la selezione eugenetica degli embrioni), come ormai, tragicamente, da anni dimostra oltre ogni dubbio l’esperienza globale e globalizzata della biopolitica.
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Medici burattini della legge e non ispirati a scienza e coscienza

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il ruolo del medico è uno dei profili meno considerati nella discussione mediatica sulle cosiddette Dat – le disposizioni anticipate di trattamento, la proposta di legge sull’eutanasia giunta nell’aula della Camera dei deputati. Se approvata nei termini in cui è uscita dalla commissione, è una legge che stravolgerà una professione già largamente bistrattata e colpita negli ultimi decenni. Esagerazione? Partiamo dal consenso informato, di cui tratta l’articolo 1 del testo: esso richiama all’inizio le disposizioni costituzionali che sono il riferimento per disciplinare il consenso medesimo. Fra esse è menzionato l’articolo 13 della Costituzione, che fissa i fondamenti della libertà personale e impone che ogni sua limitazione sia vagliata da un giudice. Che senso ha in materia sanitaria agganciarsi a tale articolo? Forse che il medico che non esegue alla lettera le pregresse volontà suicide del paziente sia parificabile a un sequestratore di persona, dal quale difendersi più che farsi curare?

È l’unica anomalia? Pare di no, se termini come “terapia” e “cura” sono sovrapposti e non distinti: “terapia” è quel che cerca di guarire una patologia, ristabilendo le migliori condizioni di salute per il paziente e “misurandosi” sulla concreta situazione del malato, mentre “cura” chiama in causa l’assistenza al malato, indipendentemente dalle sue possibilità di guarigione e dall’esito della patologia. Sono dinamiche diverse, che qui invece sono pericolosamente confuse.
Il seguito è coerente con l’esordio: la nuova norma definisce il consenso informato “atto fondante” nel rapporto fra medico e paziente. Ora, il vero “atto fondante” del lavoro del medico è da sempre il perseguimento del bene del paziente, cioè lo sforzo – nei limiti del possibile – per recuperare la salute di chi si è rivolto al sanitario perché ammalato. Imporre per legge un canone di orientamento diverso significa ledere nell’essenza la professione: il medico è tenuto a un impegno maggiore nel far comprendere e accettare dal paziente ogni singolo passaggio della terapia o dell’intervento che gli propone, col rischio che una comprensione non perfetta – pur da lui non voluta – domani diventi oggetto di censura o di richiesta risarcitoria nei suoi confronti.
Una giustificazione inquietante
Intendiamoci: l’ammalato ha diritto di essere ben informato della patologia dalla quale è affetto, di ciò a cui il medico pensa di sottoporlo, delle controindicazioni e delle possibilità di riuscita. Ma il rapporto fra medico e paziente, se è di pari dignità quanto alle due persone, non è paritario quanto a conoscenze ed esercizio di responsabilità: ridurlo, come fa la proposta di legge in discussione, a uno schema contrattuale non significa soltanto mortificare il medico. Vuol dire pure limitarne l’operatività e rendere il medico stesso bisognoso, passo dopo passo, del parere dell’avvocato: per capire se e come il consenso si è validamente formato, e se e come nel percorso terapeutico sono rispettati i dettagli del consenso espresso, anche di fronte all’insorgere di emergenze o imprevisti. È qualcosa di non compatibile con le scelte che un professionista può essere chiamato talora a compiere nel giro di pochi minuti. Chi ne pagherà le conseguenze?
Ancora, per la legge in discussione, quando vi è una Dat «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente», e così va «esente da responsabilità civile o penale». Se il testo sente la necessità di fissare una esenzione così ampia è perché la condotta che pretende dal medico è in sé contraria al codice penale e al codice civile. La proposta non dice però che cosa succede se, a distanza di tempo da quando le disposizioni sono state redatte, il medico colga la possibilità di curare il paziente con successo: prevarrà quello a cui indurrebbero professionalità e deontologia o quello che è stato scritto anni prima in un documento svincolato dalla attuale situazione, e tuttavia per legge vincolante? Perché costringere i medici a non scegliere, come invece suggeriscono scienza e coscienza? Peraltro in una legge che non prevede l’obiezione di coscienza. Cari medici, il Parlamento sta per assestare un colpo terribile alla vostra professione. Non pensate sia il caso di alzare in modo forte e chiaro la vostra voce?
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Auguri ai papà !

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C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun perico­lo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e so­prattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,
Chi sarà tanto prode, o tanto temerario?
Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conse­guenza contro la famiglia stessa, contro la vita di fami­glia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ven­tesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nes­suno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché navi­ga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. So­no corsari. Sono a secco di vele.
Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immen­samente larga, lui solo non può assolutamente passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coin­volto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infi­schiarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio. Che impor­ta agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guer­re straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischia­no mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città pre­sente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discen­denza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella citta futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il tempo­rale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco. Gli altri scantonano sempre. Sono carene leggere, sotti­li come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico. È il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti del­l’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla for­tuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un vo­lume incredibile. Non è coinvolto solo nella cit­tà presente.
È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale deca­denza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceran­no, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri si sentono così pienamente, così assoluta­mente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indiffe­rente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore di chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bam­bino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, chi non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E, coinvolti da ogni parte nelle sof­ferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono tutti ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesanti­ti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano, sono circospetti, sono prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprez­zano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili, scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scan­tonano con districamenti eroici, con districamenti d’au­dacia. Temporali, scantonano verso la carriera e le domi­nazioni temporali. Spirituali, scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici, scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo.
II padre di famiglia è solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scanto­nare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella poli­tica e non riesce nell’audacia… È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e con­correnza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermi­scono; sordamente, involontariamente congiurano con­tro di lui. Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Prefe­renzialmente. E quello che chiamano la carità.
Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi ab­bindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più co­mune, l’errore più frequente, quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silen­ziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di fa­miglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo è lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diame­tralmente il contrario.
La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coin­volto nel mondo, nella storia e nel destino del mon­do quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus, non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblici­sta, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubbli­co delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria tem­porale, onore temporale; niente, meno di niente. Avan­zamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’ope­razione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demogra­fica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un po­polo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di con­siderazione li lascia abbastanza freddi. Sono abba­stanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito.
Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscura­mente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsa­bilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la crea­zione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particola­ri, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazio­ne stessa, al mistero, al segreto della creazione; una col­pevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali.
Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midol­lo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la sua regola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni peri­colose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle ma­ni, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamen­te più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamen­te concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infi­nitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra.
Allora, rin­galluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo av­verte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più si­curi, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgo­glio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinita­mente più vicino al pubblico peccatore; e reciproca­mente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunio­ne è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’al­tro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insie­me l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostag­gio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di fami­glia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardi­to, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven­turiero, che vive di avventure.
Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.

C. Peguy
Foto bambini da Shutterstock
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L’amore tutto cambia

La nostra storia comincia nell’estate del 1941, quando le truppe naziste raggiungono i paesi baltici «sostituendosi» al regime sovietico e vanificando le speranze di un ritorno all’indipendenza. In particolare, la Germania intende sfruttare le miniere estoni di scisto bituminoso (indispensabile per far fronte alla carenza di petrolio), e vuole trasformare il piccolo Stato baltico in area di sterminio per gli ebrei rastrellati da altri paesi. Dei circa 12.500 ebrei qui concentrati da altri paesi, oltre la metà moriranno, e verso la fine della guerra 4.600 verranno ricollocati altrove. Gli oltre 20 lager estoni sono più piccoli di quelli in territorio polacco, e dipendono dal campo principale di Vaivara, dove lavorano migliaia di detenuti raccolti dai ghetti baltici. Coloro che non sono in grado di svolgere lavori pesanti vengono trasferiti ai campi di sterminio o eliminati sul posto.

Nel settembre del 1942 in Estonia arriva il primo migliaio di ebrei dal campo cecoslovacco di Terezín, fra i quali c’è Ingeborg Sylten, una graziosa diciassettenne dai capelli castano-chiari. Proveniva da Brno, deportata con la madre e i due fratelli, mentre suo padre Robert – che cambiò il cognome ebreo Silberstein in Sylten per motivi ignoti – si è trasferito per lavoro in territorio sovietico (finirà nei lager staliniani, e nel dopoguerra avrà una vita avventurosa in Medio Oriente).
Inge e alcune sue compagne vengono assegnate per alcuni mesi al campo di Jägala, affidato a forze di polizia arruolate fra la popolazione locale. Si tratta di una situazione relativamente sopportabile: è permesso loro di indossare i propri abiti, il lavoro coatto è leggero, e grazie alla sorveglianza blanda possono persino allontanarsi a raccogliere bacche nei boschi o a chiedere cibo agli abitanti del luogo.
Successivamente le detenute sono inviate a Tallinn, dove svolgono lavori pesanti nei cantieri cittadini e al porto. Tuttavia la situazione continua ad essere ambigua: per evitare malcontento tra la popolazione estone, i nazisti permettono alle detenute di indossare i propri abiti sul posto di lavoro senza mostrare la stella gialla: ufficialmente sono semplici «operaie straniere». Possono avvicinare i civili che spesso le aiutano – alcune hanno anche il «fidanzato», qualche giovanotto del posto che porta pacchetti di viveri accompagnati da letterine d’amore. Scortate dalle guardie, possono recarsi anche dalla parrucchiera o frequentare i locali pubblici.
Una sopravvissuta ricorda come un tedesco, proprietario di una fabbrica, le ripeteva: «Se non lavori ti infiliamo in una cassa e ti trasformiamo in saponetta!». «E noi ridevamo – commenta lei – pensando che volesse spaventarci e che scherzasse… I marinai svedesi ci dicevano: “Venite via con noi, scappate”. Ma avevamo paura, e poi c’era il senso di responsabilità verso il gruppo: se scappo io, ci van di mezzo le altre».
Nell’autunno del ’43 Inge è assegnata al sottocampo di Ereda, che ospita circa 3000 detenuti. Ad attendere il contingente alla stazione c’è il comandante del campo, Heinz Drosihn, un giovanotto di bell’aspetto ma tutt’altro che tenero nei confronti degli ebrei. Alla vista di Inge, il sottufficiale nazista ha un colpo di fulmine: la invita a salire in auto e la accompagna all’infermeria del campo, dato che la ragazza appare molto provata. Drosihn le fa visita regolarmente, le dice che è preoccupato e teme che patisca il freddo e non possa alimentarsi a sufficienza, ma lei risponde che non può accettare né coperte né altro cibo se non vengono distribuiti anche alle altre detenute.
La loro conoscenza fortuita si trasforma pian piano in relazione pubblica e assume connotazioni particolari: la giovane si trasferisce di sua spontanea volontà nella residenza di Drosihn, ufficialmente gli fa da cuoca, benché la stessa mansione sia coperta dalla detenuta Gisela Danzigerová. «Secondo me – le dice Gisela – non è una buona idea andare a vivere da lui… Ma lei canticchiava, era molto giovane».
È evidente a tutti gli abitanti del campo che non si tratta di un capriccio del comandante: i due, provenienti da mondi così diversi e apparentemente inconciliabili, sono veramente innamorati l’uno dell’altra. Ormai è come se il campo, la guerra, per loro non esistessero più: Heinz si strappa persino i gradi, gira per il campo senza l’uniforme delle SS benché svolga ancora le solite mansioni, ma agisce in modo da non contrariare Inge. Le sopravvissute ricordano come un giorno lei si permette di strappargli di mano il frustino con cui sta per punire una detenuta, e da allora smette di usarlo.
Il loro rapporto affettivo supera preconcetti ed egoismi di parte, e suggerisce ad entrambi un nuovo modo di affrontare la vita che finisce per avere conseguenze positive per tutto il campo.
In inverno, un gruppo di detenute che stanno tornando da un cantiere lontano vengono colte da una tempesta di neve e alcune di loro, sfinite, non ce la fanno a rientrare; Inge, saputolo, insiste perché Heinz dia l’ordine di inviare una squadra di soccorso con slitte trainate da cavalli.
L’idillio va avanti per tre mesi, finché da Vaivara viene inviato un nuovo direttore temporaneo. All’arrivo dell’ispezione, nel febbraio 1944, Heinz non si trova al campo e da quel giorno sparisce. Trovano invece Inge nella residenza dell’amministrazione, viene interrogata e picchiata. Dopo tre giorni abbandona il campo fuggendo attraverso un cunicolo scavato dalle compagne di detenzione. Nessuno sa però la meta dei due fuggitivi. Secondo Gisela, la loro idea è quella di scappare in Svezia, paese neutrale, progetto che in inverno è difficilmente realizzabile: dovrebbero attraversare il Golfo di Finlandia ghiacciato, camminando decine di chilometri a piedi o con gli sci, oppure attendere la primavera e imbarcarsi clandestinamente su una nave.
Purtroppo la loro fuga finisce tragicamente. Non sappiamo in quali circostanze sono catturati, e nemmeno se vengono uccisi o se si suicidano. Sappiamo che le SS li seppelliscono in un punto imprecisato tra i boschi.
Scrive Grossman in Tutto scorre: «Gli uomini non volevano fare del male a nessuno, ma durante tutta la loro vita facevano del male. E tuttavia gli uomini erano uomini. E, meravigliosa, mirabile cosa: lo volessero o no, essi non lasciavano che la libertà morisse, e persino i più terribili di loro la conservavano con amore nelle loro terribili anime deturpate e tuttavia sempre umane».
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Te deum laudamus 2016 e Buon fine d’anno !

Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 29 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2016 Tempi ospita i contributi di Benedict Nivakoff, Alex Schwazer, Rone al-Sabty, Ilda Casati, Luigi Amicone, Siobhan Nash-Marshall, Therese Kang Mi-jin, Anba Macarius, Roberto Perrone, Pier Giacomo Ghirardini, Farhad Bitani, Maurizio Bezzi, Renato Farina, Pippo Corigliano, padre Aldo Trento, Mauro Grimoldi. Il prossimo numero di Tempi sarà in edicola da giovedì 12 gennaio 2017.
quanto volgere d’anni
per vivere
e poi dire
scrivere
quanto tempo di ore e minuti
per leggere
rifare la strada
e dare la propria voce
alla vita
prestarla al canto
che ciascuno è chiamato a cantare
e quanto spazio di tempo
per guardare
vedere
capire
abbreviare la parola
per regalarla

di che si narra qui dentro
di quale storia
in questa rimanenza di spazio
e di tempo
tra queste scorie precarie
di tane incerte deserte
anche noi
in mezzo a questa vita
che nullo omo vivente può
scampare
di cosa si parla
si dice di chi
di quando
di dove
se una storia c’è ancora
se non è tutto confusione
frammenti sparsi strappati dispersi
sopra un tavolo bianco
quando uno si perde
nello scuro
non c’è nessuno
soltanto cani
tutto è come perduto
finito
consumato
nel buio
nel buco
girano lupi affamati
leoni superbi e minacciosi
leopardi agili e veloci
d’improvviso
dal magma
dal niente
dal nonsisadove
nonsisacosa
che tutto sembra bruciato via
incarbonito
piante uomini e animali
vien fuori uno
uno vien su
bene trovato
nell’inferno del mondo
si prende in groppa il caos
e lo svolge in strada
via
verità
vita
che chiama che urge che ama
ce ne andremo via tristi
diremo che è troppo per noi
presuntuosamente asserragliati
nella gabbia minima
delle consuetudini
non siamo enea
non siamo paolo
siamo noi
pocaroba
pocacosa
tanto ricchi da aver paura
terribile il bene
terribile l’amore
più ancora del male
del buio
del buco
perché esiti perché ti fermi
perché temi
e tremi
se tanto amore ti ama
se tanta promessa ti promette
cedi infine alla grazia
madre amorevole della ragione
maria
che soccorri i cadenti
sostieni i pendenti
rialzi i morenti
quando
non hanno più vino
non hanno più fiato
non hanno più vita
tu porti il padrone della vigna
mandi il signore della vite
e della vita
l’ospite che abita l’adesso
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Eterno consiglio

Nel giorno più maestoso dell’anno, giorno in cui – non importa con quale coscienza o incoscienza – risorge la memoria che la vita umana ha un Amico presente e un Destino che non è il nulla, riproponiamo una lettera che don Luigi Giussani scrisse alla Fraternità di Comunione e Liberazione il 22 giugno 2003, di ritorno da un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto. Buon Natale!
Cari amici,
dopo il pellegrinaggio a Loreto, la personalità della Madre di Cristo ha giocato un ruolo che ora capisco quanto sia decisivo, chiarificatore per il carisma che la Chiesa ha riconosciuto come origine del nostro cammino.
Vi mando il testo di alcune mie riflessioni chiedendovi umilmente di domandare tutti i giorni allo Spirito che ci doni l’aiuto necessario: come ai primi Apostoli.
Vi assicuro che cercherò di offrire compagnia a qualsiasi interrogativo, dubbio o incertezza perché il nostro cuore rimanga fedele.
Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.
1) L’inno alla Vergine di Dante coincide con l’esaltazione dell’essere, con l’ultima tensione da parte della coscienza dell’uomo che è alla presenza della “realtà” – che non nasce da se stessa, ma è fatta da un focus ineffabile: la realtà, infatti, è creata -.
È il dramma supremo che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo. Questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io: l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito. La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana.
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta.
La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.
L’Essere “si coestende” al suo comunicarsi totale, l’Essere arriva a toccare tutto ciò che lo circonda e per cui è stato fatto, ed è proprio nel suo comunicarsi totale che questo (la coestensione) avviene e si realizza, ti raggiunge. Per questo la verginità – «Vergine madre» – coincide con la natura dell’essere reale nella formula della totalità del suo svelarsi. La verginità è l’essere reale. «Vergine madre»: vergine perché eterna. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace…». Per lo cui caldo: ma chi è quel poeta che usa un termine così concreto? È dalla Verginità eterna che sorge la verginità della maternità. Così «Vergine madre» indica la modalità eterna con cui Dio comunica la Sua natura. Vergine viene prima di madre: vergine è secondo la natura dell’Essere, lo splendore dell’Essere; madre è lo strumento usato dall’Essere per comunicarsi.
Vergine: non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto – sarà bello andare a leggere i brani dell’Esodo, del Deuteronomio, del Siracide, di Isaia – della verginità. La prima quota del valore di un io, del creato, di qualunque cosa creata, l’assoluto è la verginità. La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità. La verginità è materna, è madre del creato. È maternità la verginità. Qui è la consistenza espressa e raggiunta dell’Essere: la perfezione che ha come suo punto luminoso la verginità, il calore della verginità, la ricchezza della maternità.
La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo. Lei è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo. E Dante è il più grande poeta della nostra stirpe: egli fa una teologia di Maria come nessuno ha mai fatto. O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore o essa diventa una pietra che schiaccia. Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna. «Vergine madre, figlia del tuo Figlio»: questo verso indica il significato totale del creato come accettabile dall’uomo, cioè offerto all’uomo. Così nel grembo di Maria è venuto a galla lo Spirito creatore, l’evidenza dello Spirito.
«Termine fisso d’eterno consiglio»: questa è la parola che definisce la natura delle cose che sono; nella sua definitività è l’espressione della potenza creativa di Dio. Quel “fisso” non rappresenta un blocco della libertà di Maria, perché il termine fisso è un suggerimento che viene dall’Eterno, che conferma l’opera di Dio. Per questo la prima parte dell’inno di Dante è l’esaltazione dell’eterno. È questo che bisogna rinfocolare nell’animo nostro e in quello dei credenti: l’amore a Cristo, a Cristo che è l’eterno consiglio. Tutto appartiene all’eterno. Termine fisso d’eterno consiglio: questo è il disegno ultimo, primo e ultimo del creato. È un eterno consiglio, è una cosa che vibra e che si chiama eternità.
Ragionando sulla lettera del Papa per il ventennale della Fraternità mi si è chiarita la questione: lo Spirito Santo è l’attuarsi provvidenziale del termine ultimo d’eterno consiglio: è il punto fisso definito della creazione dello Spirito, del genio di Dio.
“Consiglio” è percepire la dimensione infinita, inarrivabile, invincibile dello Spirito Santo. Questo rivela la ragione che giustifica il metodo dell’Incarnazione. Senza questo passaggio la Madre di Cristo non si capirebbe.
All’uomo tutto questo non può apparire se non come supremo metodo della libertà di Dio: la libertà di Dio è l’infinito potere che fissa – stabilisce – nel suo sguardo l’opera dello Spirito: Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita…
Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà, perché Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia e questo avviene negli spazi infiniti del tempo.

2) La persona, il tu della persona è il luogo della garantita nobiltà generatrice, nella coscienza continua (sempre superiore a se stessa) della grande promessa, che domina tutta l’azione dello Spirito: Dio crea l’uomo e rappresenta l’invadenza del desiderio, è un desiderio senza fine come è per noi il fuoco di un dinamismo infinito rispetto a una sorgente provvisoria. Dio è la misura dell’invadenza del desiderio, essendo Dio la misura del desiderio. Solo tenendo presente Dio, uno si accorge che quello che ha addosso è una sorgente senza limite.
Questo vuole dire che lo Spirito suscita nell’uomo la parola, il disegno, che lo definisce. E questa parola coincide con un potere missionario, cioè ritorna sui campi della propria terra come provocante sfida.
3) La totalità dell’impegno della persona rende “uno”, un unicum, quello che sarebbe provvisoria luce partecipativa: ultima eterna formula del Mistero amoroso, la vertiginosa drammaticità in cui il tu precipita, dal di dentro di tutte le cose, in un abbraccio cosmico.
4) L’amore è così la formula partecipativa a quello che resterebbe un puro effimero.
Spiritus est Deus, lo Spirito è Dio, ma lo Spirito di Dio è amore: Deus charitas est (l’essenza della Trinità sono i tre che si amano). L’essenza dell’Essere è l’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è totalmente definita dal termine carità.
5) La carità riluce, dunque, come unica forma della moralità, che appare come estasi di speranza, inesauribile speranza. «Se’ di speranza fontana vivace».
La speranza passa come luce negli occhi e come ardenza nel cuore di quell’Essere che definisce la ricompensa dell’attesa umana: non è un premio perché l’io sia bravo, ma perché l’io vive l’estasi della speranza.
La speranza è una formula vivace, gioiosa e, nel suo impeto, nella sua purezza di contenuto, detta l’immagine di tutta l’umanità: la carità come forma della moralità.
Come quando Gesù fu di fronte al giovane ricco: «Va’, vendi tutto quello che hai e vieni con me!»; essendo quelle parole la forma della moralità, il ragazzo non aveva molta forza e non Lo seguì.
Tutto quello che accade è grazia, e tutta la grazia è in quel Tu in cui avviene l’adempimento.
6) Nel cuore dell’uomo, dalla misericordia sino al perdono e dalla ricchezza senza fondo, la gioia si addensa come luce senza confine, che assicura l’intensità della bontà creatrice.
7) La “musica” umana è il palco su cui tutto accade: e il Mistero diviene il popolo umano e il “coro” dell’Infinito. Si realizza così un’enfasi di personalità cristiana: ci si alza al mattino per andare a messa, per farsi curare, per andare a lavorare, per i figli… ci si alza per una esplosione in se stessi del fatto di Cristo!
Auguri a voi, alle vostre famiglie e alle vostre comunità.
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L’animale razionale

Articolo tratto dall’Osservatore romano – «Ogni volta che la società ha fatto fuori il divino, l’abbiamo visto tornare sotto la forma di dei poco simpatici; richiedono tutti un sacrificio umano». Con questo monito il professor Rémi Brague, filosofo francese vincitore del premio Ratzinger 2012, ha sintetizzato quello che ritiene essere all’origine della sconfitta del progetto moderno. Interveniva a una conferenza — promossa dall’Istituto Acton per lo studio della religione e della libertà insieme alla Saint Mary’s University of London e il Benedict XVI Center for religion and society — tenutasi il 1° dicembre a Londra sul tema «La crisi della libertà in Occidente». Attingendo dalla sue numerose pubblicazioni tra cui il recente volume Le règne de l’homme. Genèse et échec du projet moderne («Il regno dell’uomo. Genesi e fallimento del progetto moderno», Paris, Gallimard, 2015, pagine 416, euro 25), Brague si è soffermato sui fondamenta dell’umanesimo che prefigurano un cambiamento radicale nella percezione che l’uomo ha di se stesso e del suo relazionarsi con la natura e il cosmo. Una constatazione sviluppata dal filosofo in quest’intervista concessa al nostro giornale a margine della conferenza.

La sua opera chiama in causa il concetto stesso di valore, che appare abusato in un momento in cui quasi tutti invocano i valori per difendere tutto e il contrario di tutto. Sarebbe un’espressione di quello che G.K. Chesterton chiamava le «virtù cristiane divenute folli»?
Il concetto di valore è il mio nemico preferito. Ciò che oggi si esprime in termini di valori un tempo si esprimeva nelle due fonti della civiltà occidentale, ossia la fonte pagana e la fonte cristiana, ma con un altro vocabolario. I pagani parlano di virtù, mentre gli ebrei e i cristiani parlano di comandamenti. Ma il contenuto è esattamente lo stesso. Si potrebbe riscrivere il Decalogo nel registro delle virtù. «Non uccidere» diventerebbe così la virtù della giustizia. «Non commettere adulterio» sarebbe la virtù della temperanza. E, viceversa, si potrebbe anche riscrivere l’Etica Nicomachea di Aristotele trasponendola in un contesto ebreo o cristiano. D’altronde è ciò che si è fatto storicamente. I grandi moralisti cristiani dell’epoca patristica e del Medioevo hanno ripreso senza esitazioni concetti morali presenti in Cicerone o in Seneca, e ricopiato interi brani. Penso ad esempio al trattato di Ruggero Bacone, il moralista francescano della fine del XIII secolo, che è pieno di passi di Seneca ritrascritti parola per parola. Da queste virtù e comandamenti siamo poi passati a parlare di valori. Quando si parla di valore, si presuppone che ci sia stata una valutazione. Ciò implica che in un dato momento, un’istanza — non si sa precisamente quale — ha deciso di dare valore a qualcosa, di dire che quella cosa costerà tanto, il che è in parte un concetto di origine economica. Si tratta di quel che si dà per ottenere qualcosa. Il concetto di valore ha il grosso inconveniente di presumere che la realtà di per sé non vale nulla e che siamo noi ad attribuirle un valore. Guardate in campo economico il modo in cui John Locke spiega che il valore delle cose, dei prodotti, deriva dal lavoro umano. Ciò che la natura ci dà non ha quasi alcun valore. È il lavoro umano a dargli un valore.
E oggi, cosa definisce un valore?
Questo concetto ha raggiunto il suo apogeo in Nietzsche, che ha saputo introdurre i valori sul mercato delle idee, il che li ha resi nobili, e di cercare di determinare qual era l’istanza che conferisce il valore. Ha allora creduto di fare una scoperta molto interessante, cioè che ad attribuire valore sarebbe la volontà di potenza. È la volontà di potenza a dare valore alle cose. Devo avere quella cosa perché così affermo e aumento il campo di azione e la profondità d’influenza della mia stessa volontà di potenza. L’inconveniente è che, da questo punto di vista, i valori entrano in una dialettica che li distrugge, poiché se ciò che ha valore è ciò a cui io ho dato valore, l’attività mediante la quale valorizzo una cosa avrà più peso del valore stesso. «Il fatto di valutare è, di tutte le cose che si valutano, il valore supremo» dice Nietzsche in Così parlò Zaratustra. Ciò significa che con il gesto stesso di attribuire valore a qualcosa, io la svaluto perché l’attività della volontà di potenza in me che fissa il valore, vale più del valore stesso. Di conseguenza, il concetto di valore è trascinato, per sua costituzione, nell’autodistruzione. Ciò genera una sorta di corsa verso un valore sempre più grande poiché, dal momento in cui se ne fissa uno, si osserva che dopotutto non è granché e che ne occorre uno nuovo. È strano che questo concetto sia entrato nel discorso cristiano. Nel mondo politico oggi si parla di «nostri valori» — senza sapere realmente di cosa si tratta — e io credo che sarebbe meglio cambiare logica e smettere di parlare di valori, per riparlare di virtù o di comandamenti, o più semplicemente di bene. Non siamo noi a far sì che una cosa sia buona. A mio avviso, i valori si possono dunque eliminare.
Lei situa verso la fine del Rinascimento un capovolgimento nell’idea che l’uomo ha di se stesso, rispetto al cosmo e a Dio, e nella concezione della propria dignità. Come avviene questo cambiamento di paradigma?
Il vero cambiamento ha luogo all’inizio del XVII secolo. È la terza tappa dello sviluppo dell’idea umanistica di cui ho parlato nella conferenza. Suppongo che esista un passaggio da una dignità e da una nobiltà tranquillamente possedute a una superiorità che si deve conquistare, sottomettendo tutto il resto, conseguenza di un’evoluzione a carattere psicologico. Paragono questo fenomeno a un’immagine, ossia al personaggio che ha bisogno di mostrare di valere più degli altri: è il parvenu, il “nuovo ricco”. Pensate per esempio a Lord Grantham nella serie Downton Abbey: è l’uomo più modesto che ci sia, perché per lui la sua nobiltà è un dato fatto. Il parvenu al contrario non ha nobiltà. Lo dimostra l’origine della parola snob, sine nobilitate. Chi non ha nobiltà deve «snobbare» gli altri per dimostrare il proprio valore. Si ha la sensazione che il desiderio dell’uomo moderno — cioè l’uomo a partire dal XVII secolo — di conquistare il resto della natura potrebbe essere effettivamente dovuto a una perdita di consapevolezza della propria dignità. È interessante osservare la tradizione dei trattati come De nobilitate: nascono a metà del XV secolo e attraversano tutto il XVI secolo, e s’interrompono quando vengono sostituiti dal progetto di una dominazione tecnica della natura. L’uomo moderno è roso dal dubbio su se stesso, non è più sicuro che Dio gli abbia conferito una dignità superiore a quella degli altri oggetti della natura, e quindi rimedia a ciò cercando di dominarli. Noi siamo ancora fermi a questo tipo di figura, sebbene il movimento ecologico abbia leggermente attenuato questa tendenza. Tale movimento ha cercato di sviluppare una consapevolezza del debito che abbiamo verso la natura, ma gli manca il fondamento metafisico secondo il quale la natura è una creazione. Ebbene, se la natura non è creazione non si capisce perché si dovrebbe provare per essa una sorta di rispetto. Ma se la si concepisce come una creazione all’interno della quale l’uomo avrebbe un compito, soprattutto quello di organizzarla, ripulirla, occuparsene come ci si occuperebbe di un giardino, le cose cambiano. In caso contrario, si oscilla tra un atteggiamento di dominazione brutale e violenta della natura e una sorta di idolatria della stessa, che potrebbe arrivare al punto di desiderare l’estinzione della specie umana affinché la natura possa essere restituita a se stessa.
Ciò segnerebbe l’emergere di un nuovo paradigma che deriverebbe dal fallimento del progetto moderno o si tratta al contrario di una sorta di canto del cigno di quello stesso progetto?
Il progetto moderno ha dalla sua grandi successi. Abbiamo un debito di riconoscenza verso di esso; penso in particolare al progetto della medicina o dell’agricoltura, che permettono di nutrire un gran numero di persone che in passato non sarebbero nemmeno potute nascere. Ha anche dato la possibilità di una scienza della natura seria, molto più focalizzata delle rappresentazioni che di essa si facevano nell’Antichità. Persino Aristotele, che è un po’ il non plus ultra della fisica antica, non è più granché se accostato a Galileo. Non so se si sta delineando un nuovo paradigma, ma direi che si deve delineare.
Che cosa auspica in tal senso?
Se non si riesce a legittimare l’umano, ad apportare valide ragioni alla sua sussistenza, non avremo più motivo di continuare a esistere. La sola opzione possibile in tal senso sarebbe di organizzare la coesistenza delle persone che sono già qui, ma proibendo a noi stessi di appellarci all’esistenza delle generazioni future, alle quali non si può chiedere il parere. Non si potrebbe in alcun caso affidare il proseguo del progetto umano all’istinto, come fanno alcuni, perché siamo ormai in grado di decidere se ci saranno o meno generazioni future. L’istinto funzionava, nel senso che era per la specie umana un modo per far capire che voleva sopravvivere. Così, se è come si dice, cioè che è l’evoluzione che ha prodotto tutto ciò (il che è d’altronde un modo inappropriato di parlare, non si dice infatti che è stata la storia a produrre Napoleone), si deduce che l’interferenza di forze cieche abbia prodotto un essere intelligente. Ma proprio questo essere intelligente non ha il diritto di continuare a fare consapevolmente e liberamente ciò che ha prodotto in modo inconsapevole e senza libertà. Sarebbe veramente alto tradimento rispetto alla nostra ragione…
La cosa difficile sarebbe, se posso dirlo, dare una versione concreta alla definizione più classica dell’uomo: un animale razionale. Si tratta di conservare le due dimensioni senza che la razionalità giochi contro l’animalità. Credo che il nostro compito attuale consista proprio nel riconciliare queste due dimensioni, che hanno un po’ la tendenza ad allontanarsi. Prendete per esempio il transumanesimo, sul quale non ho un’opinione precisa perché non l’ho studiato a fondo. Non so neppure se l’idea sia fattibile, ma la cosa molto interessante è che testimonia una sorta di disperazione rispetto all’uomo così com’è attualmente, perché si propone di trascenderlo. C’è stato un tempo in cui si cercava di sviluppare l’umano, di dargli più potenza e qualità morali; da lì il duplice significato dell’aggettivo umano: si parla per esempio di trattamento umano degli animali, il che ha un significato ben preciso. Ma si ha l’impressione che ormai, come Nietzsche lo ha formulato per la prima volta, l’uomo è qualcosa che deve essere trasceso. È la famosa formula di Zaratustra, non so esattamente che cosa intendesse con essa: lui flirta con Darwin che era presente in tutta la vita intellettuale europea, per dichiarare al termine della sua vita di non avere mai voluto dire che occorreva sostituire l’uomo con una nuova specie. In tal caso avrebbe dovuto esprimersi in modo un po’ più chiaro! In particolare quando dice: «Avete percorso il cammino dal verme all’uomo: perché non andate oltre?». È comunque un’allusione molto chiara alla biologia. In ogni caso, ciò che m’interessa qui è constatare che c’è una perdita di fiducia nell’uomo perché lo si vuole sostituire con qualcos’altro. O in ogni caso lo si vuole migliorare, di modo che non ci sia più bisogno della morale, poiché a un uomo rifatto non verrebbe neppure in mente di agire in maniera malvagia, contraria alle regole del bene e del male. Nel mio libro cito soprattutto esempi curiosi, fra cui quello di Robespierre, per il quale l’ideale sarebbe fabbricare un uomo spontaneamente virtuoso, senza più il bisogno d’interrogarsi. I nostri sogni oggi sono un po’ così. Non so se la virtù è ciò che i corifei del transumanesimo vogliono in prima istanza, ma il progetto s’inscrive un po’ in questa tendenza, ed è più antico di quanto si pensi.
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L’affetto è un giudizio dell’intelligenza

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non c’è bisogno di andare fino in America dove le università (sì, le università) stanno organizzando lezioni, incontri e “spazi sicuri” per dare sostegno psicologico agli studenti scioccati (sì, scioccati) dalla vittoria di Trump. Anche qui da noi, e da tempo, l’educazione mostra gravi segni della tendenza a ridursi a una sorta di guscio mentale protettivo contro l’impatto con la realtà. Basta osservare il moltiplicarsi nelle scuole italiane di corsi antibullismo, antistereotipi, antitutto, che spesso, non a caso, sono guidati da psicologi o esperti vari: più che una “guerra ai pregiudizi” ormai è una vera e propria guerra al giudizio. Cioè alla realtà. Ma è di questo che hanno bisogno i giovani? È di questo che abbiamo bisogno noi?

Ecco, in un contesto simile il libro di Giancarlo Cesana andrebbe tenuto fisso sul comodino. Insegnanti, genitori, educatori in genere, anche studenti, tutti dovrebbero averlo sempre a portata di mano. Perché Ed io che sono? (La Fontana di Siloe, 127 pagine, 10 euro, nelle librerie in questi giorni) parla proprio di psicologia e di educazione, ma senza dare istruzioni per l’uso o suggerire formule magiche antiqualcosa, semplicemente restituendo entrambe le cose al loro ambito. E a entrambe il loro fascino. Cesana ha passato una vita su questi temi, sia per professione (è medico e psicologo) sia per passione (ha affiancato per oltre trent’anni don Luigi Giussani nella conduzione di Cl). Il libro perciò è anche una testimonianza. Soprattutto, è un libro strano perché si muove appunto “tra psicologia ed educazione”, come recita il sottotitolo, ma tutto ruota attorno al problema dell’affezione, l’affetto, l’energia che principalmente sostiene la vita dell’uomo, direbbe san Tommaso.
Un giudizio dell’intelligenza
È strano perché la preoccupazione di Cesana è spiegare la differenza tra psicologia ed educazione, una differenza che non conoscono più nemmeno gli insegnanti, eppure per farlo l’autore non smette mai di parlare di affezione. Forse perché è così grande la confusione affettiva sotto il cielo, che perfino una cosa naturale come educare ormai ci sembra essere un esercizio da psicologi.
E invece Cesana dice: sbagliato appaltare l’educazione agli esperti. Perché è sbagliato pensare che l’affetto, la vita, sia un problema psicologico. L’affetto per Cesana – e qui arriva una delle definizioni spiazzanti che caratterizzano il suo approccio – «è un giudizio dell’intelligenza». L’amore non è un sentimento, non è una pulsione. È un giudizio. Un giudizio «carico di attaccamento all’altro, in quanto segno di un positivo per me». Ed è proprio «la divisione tra affezione e giudizio» l’origine della fragilità psicologica in cui siamo immersi. Infatti «tutte le patologie mentali», scrive Cesana, ultimamente «sono disturbi dell’affetto, ossia della capacità di attaccarsi e godere della realtà». E non a caso «il primo e reale rimedio al disagio psichico» è sempre un rapporto: «Senza transfert, senza affezione, non ci può essere una valida psicoterapia». E ancora: «Senza rapporto, senza essere voluto da un altro e volere un altro, l’Io non sussiste, non capisce il proprio significato».
cesana-libroLa presenza di un altro
Ma se questo è vero per il terapeuta, a maggior ragione vale, secondo Cesana, per l’educatore. «L’educazione è qualcosa di più della psicologia, di meno scientifico, ma più necessario e rischioso perché implica un’inevitabile compromissione con altri, il loro destino e le loro aspettative. Non si dovrebbe fare a meno di educare e lasciarsi educare: non solo da giovani, sempre; dovrebbe essere normale e, invece, non è scontato». E non è scontato perché «ha bisogno di qualcosa in più», e cioè la fatica dell’amicizia, verrebbe da dire leggendo il libro. Se l’uomo per consistere ha bisogno di attaccarsi a qualcosa, allora quel qualcosa deve esserci, deve essere presente. Tutta la vita di Cesana è la testimonianza di questo, un «rapporto», o meglio una «sequela», «uno sviluppo intellettuale e umano fondato sulla presenza di un altro»: la proposta cristiana «sperimentale e rischiosa» di Cl e di don Giussani («venite e vedete»); l’incontro con Emilia, «la donna che sarebbe diventata mia moglie», che «aveva un giudizio chiaro su cose e persone, ma paradossalmente senza misura» poiché «non terminava mai nella definizione, ma nella dedizione».
Per i digiuni o quasi della materia, la parte di Ed io che sono? dedicata alla psicologia è grasso che cola. Cesana è un freudiano illuminato dalla fede cattolica, oltre che dal dono della sintesi. In poche pagine riesce a rendere digeribile la «genialità dell’osservazione di Freud» perfino agli intolleranti, anche grazie a qualche appunto di chiaro stampo giussaniano. Vedi, ad esempio, il rilievo secondo cui se nell’esplorazione dell’umano «vale l’inconscio, deve valere altrettanto il conscio; anzi, deve valere di più, in quanto espressione della libertà», altrimenti si precipita nel determinismo (e il poveraccio che per un lapsus chiamasse la fidanzata con il nome della sua ex sarebbe fregato per sempre). Un motivo c’è se un grande maestro della psichiatria come Eugenio Borgna nella prefazione riempie Cesana di complimenti, elogiando in particolare il suo «assoluto rigore strutturale» e la sua «chiarezza espositiva».
La speranza dei Prigioni
Quando parla di educazione, poi, Cesana è una gran boccata di ossigeno. È specialmente per questo che ci permettiamo di suggerire il libro per un posto di riguardo sul comodino. In questa epoca di simpatici spostati ci vuole niente a convincersi che un fanciullo un po’ turbolento abbia l’Adhd o chissà quale altro inafferrabile guaio psicoidentitario. Allora ogni tanto è utile ridirsi cos’è questa benedetta educazione. Fosse anche solo per evitare di stordire i figli di pasticche quando invece avrebbero bisogno di una sculacciata (sì, nel libro di Cesana c’è anche un’apologia della sculacciata). Soprattutto, per un aiuto a essere verso i figli (e a cercare per noi) quella presenza, quella «certezza affettiva» a cui ogni persona ha bisogno di attaccarsi per crescere. Ed è vero che l’affetto, inteso nell’accezione cesaniana, per essere sano dev’essere libero, altrimenti sarebbe manipolazione, ma guai a chi crede che qualunque proposta educativa chiara equivalga a una violenza, perché – così Cesana – «la libertà, come capacità di giudicare e agire secondo criteri propri, è una potenzialità che cresce e si realizza con il tempo e l’esperienza, ma soprattutto con l’educazione, che riempie di senso il tempo e la realtà». Emblematico il fatto che questo concetto si trovi nel capitolo “psicologico”, dove si spiega perché «l’origine della malattia mentale è situata nell’infanzia». «Quanto più l’esperienza della realtà è precocemente negativa di fronte a una libertà incapace di affrontarla, come è nell’infanzia, tanto più il disordine appare grave – psicotico, appunto – come se l’espressione della personalità, la sua libertà, venisse ostruita».
Ed io che sono? racconta perché l’educazione non è affatto un problema da psicologi. Anzi. È un problema anche per loro. Perciò, invita Cesana, fatevi educare, facciamoci educare. Nella vita serve un maestro capace di “e-ducere”, condurci fuori, strapparci dalla pietra come i Prigioni di Michelangelo, che per Cesana sono «testimonianza e speranza di senso contro la grigia ottusità della materia», e cioè della vita senza uno scopo, dove tutto è dominato dal caso e dalle pulsioni. La sensazione è che più degli esperti, servono gli amici. E se ci fosse un’educazione così, forse ci sarebbero meno menti scioccabili. Don Giussani direbbe: se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio. Anche psicologicamente.
La parola più forte
Ecco, questo libro restituisce al popolo la sua educazione e le sue parole. Cesana non ha paura di scrivere che la libertà, se insegue solo l’arbitrio, gira a vuoto. «Ciò che rende possibile essere liberi, che desta la nostra libertà, è la verità». Abbiamo una ragione fatta apposta per riconoscerla, e infatti «la verità non è privilegio di alcuni, intellettuali o preti che siano, ma è laica, è popolare – laós è il popolo in greco». E se educare «significa innanzitutto trasmettere a cosa serve vivere, che nesso ha la propria vita con il mondo; introdurre al significato dei particolari che la realtà manifesta», allora «uno che voglia educare, deve anzitutto essere disposto a essere educato, a conoscere lui il significato che ha la realtà. Per imparare, a tutte le età, occorre amare la verità». La verità delle cose («il rapporto che hanno tra di loro e con tutto, fino anche alle stelle»), la verità dell’uomo. E qui inevitabilmente arriva la parola più forte: Cristo.
Oggi «ci troviamo davanti a un paradosso: più avanza la conoscenza scientifica, la fiducia nel progresso e, quindi, nel potere dominante della ragione, più avanza e cresce il senso di debolezza e di insicurezza. La ragione e l’intelligenza, non trovando quello che desiderano, si abbassano, si circoscrivono in un desiderio limitato: così il grigiore, come rinuncia al senso della vita, finisce per governare l’esistenza». Ma la risposta per Cesana non è assecondare la debolezza e l’insicurezza, nessuno in fondo desidera davvero rinchiudersi in uno spazio psicologicamente sicuro. «Principio educativo fondamentale è il respiro della proposta, che non può essere piccola, ma deve essere grande, per il mondo; una verità per cui si può dedicare la vita». Deve starci dentro tutto, senza amputazioni: desiderio, libertà, giudizio, affezione. Cesana una proposta così ce l’ha, Ed io che sono? ne è una testimonianza. «Perché le famiglie non riescono a stare insieme, a durare, a riprodursi? Perché non hanno amici, non hanno compagnia, qualcosa più grande di loro che le tenga insieme. (…) È davvero una grande fortuna per una famiglia essere parte di una comunità, in cui ci sono persone di età, temperamento e storia diversi, che però vivono per un unico grande ideale».
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Obiezione di coscienza e dignità umana

Il Segretario di Stato di Sua Santità, il cardinale Pietro Parolin, ha inviato al professore Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, un messaggio sul tema dell’obiezione di coscienza, oggetto del convegno “Coscienza senza diritti?” che inizia oggi alle 15 nell’Aula dei gruppi a Montecitorio.
Nel messaggio, che – al pari del convegno – la cronaca di queste ore (con le polemiche anti-obiezione sollevate senza fondamento a margine della tragedia di Catania) mostra drammaticamente attuale, il cardinale Parolin ricorda che «l’obiezione di coscienza non è (…) solo una delle molte frontiere lungo le quali si decide il confronto tra una visione strutturata e valoriale della persona ed una visione molto più fluida, se non addirittura “liquida” (…) di un uomo disancorato da solidi punti di riferimento, secondo una malintesa idea di libertà. L’obiezione di coscienza è anche il luogo dove si misura il fondamento della dignità umana (…)». E aggiunge che «sarebbe invero strano, per non dire paradossale, che in un tempo in cui la volontà umana si arroga “il diritto di creare diritti” – abbattendo uno dietro l’altro limiti che la natura, l’etica, la religione e la stessa cultura umanistica hanno finora indicato – in questo stesso tempo l’uomo venga ferito anche nell’intimo della coscienza».
Il convegno di oggi sarà aperto dai saluti del questore della Camera Stefano Dambruoso e del presidente dell’Ass. Naz. Magistrati Piercamillo Davigo, cui seguiranno le relazioni del direttore dell’European Centre for Law and Justice Grégor Puppinck, del consigliere della Corte di Cassazione Giacomo Rocchi e del professore Mauro Ronco, e le testimonianze dai settori interessati in modo diretto o indiretto dal conflitto fra la norma di legge e la coscienza personale, con il presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini, il segretario generale della Federazione internazionale delle Associazioni dei Medici cattolici Ermanno Pavesi, il presidente dell’Unione cattolica Farmacisti italiani Pietro Uroda, il dirigente della P.A. Paolo Maria Floris.
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