La nascita dell’io

Una delle mostre del Meeting di Rimini 2015 (Giovedì 20 agosto 2015 – Mercoledì 26 agosto 2015) sarà Abramo. La nascita dell’io. A cura di Ignacio Carbajosa. Con la collaborazione di Giorgio Buccellati. In un contesto storico di grandi cambiamenti come quello nostro, dove una civiltà edificata sui valori cristiani sta crollando davanti ai nostri occhi, provocando lo sgomento di tanti, vale la pena tornare sulla figura di Abramo che rappresenta la modalità con cui il Mistero ha voluto salvare l’uomo.
In questo modo risulta evidente che Dio ha puntato tutto sul rapporto con un uomo, Abramo, e sulla sua libertà, tralasciando ogni calcolo geopolitico. Infatti sembrerebbe “più intelligente” scegliere il figlio di qualche imperatore per rivelare il disegno divino a tutta l’umanità. Chi avrebbe fatto una mossa così per arrivare a tutti? Chi oggi agirebbe in questo modo?
Con la figura di Abramo si identifica la nascita dell’io. E oggi più che mai sentiamo l’urgenza di questa rinascita della persona. Se il cuore dell’uomo non ritorna a battere, a desiderare, a rimettersi in gioco nelle difficoltà quotidiane sarà inutile ogni tentativo di riuscita e soluzione, perché si useranno sempre logiche di potere e strategie che riducono l’uomo e l’ampiezza del suo desiderio più vero.

Nel catalogo della Mostra al curatore don Ignacio Carbajosa viene rivolta questa domanda: Qual è la novità che viene introdotta nella storia con la chiamata di Abramo?

Come direbbe don Giussani, con la chiamata di Abramo avviene “la nascita dell’io”. In che senso? D’allora l’io si concepisce come io in rapporto, appunto, come dialogo con un Tu che li è venuto incontro. Proprio per quello, tutto l’affannarsi della vita diventa vocazione, cioè compito, risposta nella propria vita all’iniziativa di un Altro che finalmente esprime una Sua volontà: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”. Il tempo diventa storia, luogo della verifica e del compimento di una promessa. E tutto quanto all’interno del popolo che la stessa chiamata ha generato, un popolo che diventa protagonista (anche se nelle apparenze non lo sembra) della storia.

GUARDA IL VIDEO di presentazione dell’incontro con don Julian Carron e il prof. Joseph Weiler lunedì 24 agosto alle ore 17.00 sul tema della mostra.

VISITA la pagina dedicata alla Mostra nel sito di Meeting Mostre

La Mostra sarà itinerante e pronta per essere affittata da settembre in poi

tratto da : http://www.centriculturali.org/default.asp?id=355&id_n=5374#.VaYr3eLlwoU.facebook

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Se lo spazio è Cristo

 

Sergio Cristaldi

 

martedì 9 settembre 2014

La decisiva dimensione del tempo entra necessariamente in conflitto con quella dello spazio? I processi si svolgono entro concrete coordinate. Hanno luogo. E da qualche decennio, una considerazione dello spazio ha ripreso vigore, in ambito filosofico e di teoria e critica letteraria. Per limitarsi alla più recente novità: è fresco di stampa un volume miscellaneo dedicato a un intrigante binomio, Locus-Spatium; esito di un convegno promosso dall’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo. 

A veder bene, «spazio» è categoria tipica della modernità. In una sua accezione connotata, ma emblematica, implica un’estensione neutra, dove tutti i punti risultano equivalenti; estensione disponibile alla scoperta, alla misurazione e in definitiva alla presa di possesso da parte dell’uomo, legittimato a consumarne uno sfruttamento intensivo in vista del proprio benessere. Si è parlato perciò di spazio «liscio» (prima di ogni perimetrazione e mappatura) e di spazio «striato» (in cui le demarcazioni supportano la conquista e il dominio). Il Medioevo alimenta, però, un’ottica diversa; lo aveva già rilevato lo studio ormai classico di Paul Zumthor, La misura del mondo, un contributo che non smarrisce, a poco più di vent’anni dalla sua pubblicazione, smalto e attualità. 

Persuasi a loro volta che l’uomo fosse costituito come possessor dominus mundi, i medievali fondavano questa acquisizione sulla coscienza che lo spazio era dono di Dio, prima ancora che estensione da annettersi o bene da far fruttare. Questo dono costituiva una traccia, dotata di rilievo irrecusabile in sporgenze qualificate. Ai sensi di una geografia sostanzialmente religiosa, si riconoscevano «luoghi» eminenti, dove Dio aveva stampato in maniera clamorosa la sua impronta. Un sentore del genere era già diffuso prima del cristianesimo: tutte le civiltà antiche ravvisavano «luoghi sacri», in grandiose cornici naturali, teatro di forze telluriche e paniche. La religione cristiana coniugava però congiuntamente spazio e tempo, in forza della storia della salvezza e del suo evento culminante, l’Incarnazione, con coefficiente sia storico che geografico. Il Medioevo venerava perciò «luoghi santi», quelli eletti dal progetto divino a contesto della Redenzione, anzitutto la Terrasanta, e con essa i principali sbocchi di una fede in cammino, in irradiazione, la Roma di Pietro, i santuari che ricordavano apparizioni, miracoli, esistenze scandite dalla preghiera e dalla carità.

Ma il mondo, per l’uomo medievale, era la preparazione in vista del compimento, la strada utile alla meta, tant’è vero che i teologi distinguevano tra condizione in via e condizione in patria: qui siamo stranieri, la nostra città è altrove, in cielo, anche se per raggiungerla non dobbiamo evadere dal solco in cui ci troviamo (la valle di lacrime va attraversata). «Città celeste» è evidentemente una metafora, l’aggettivo non permette di dubitarne. Ciò che questa immagine suggerisce, insieme alle consimili «dimora», «paradiso», «giardino», è forse privo di ogni esponente spaziale, di qualsiasi localizzazione?

Oggi risponderemmo senza esitazione, non per nulla la cultura più aggiornata ha elaborato la categoria di «non-luogo» e ne ha individuato un caso paradigmatico proprio nell’aldilà. Non è detto, però, che il nostro punto di vista debba colonizzare le fasi storiche che ci hanno preceduto; così come non è detto che a delimitare la sensibilità medievale rispetto a quella moderna bastino operazioni di meccanico ribaltamento.

L’escatologia del Nuovo Testamento, mentre riprende immagini di ascendenza giudaica, parlando di «paradiso», «trono», «albero della vita», «acqua», «luce», «seno di Abramo», infonde in esse un nuovo significato: come osservò Joseph Ratzinger in un agile libretto, Escatologia. Morte e vita eterna, redatto per una collana da lui diretta insieme a Johann Auer, «tutte queste immagini non descrivono dei luoghi, bensìcircoscrivono il Cristo, il quale è la luce vera e la vita vera, l’albero della vita». Era questa, in effetti, la consapevolezza maturata dai Padri e successivamente, con una messa a fuoco anche più nitida, dalla Scolastica. I teologi medievali non nutrono incertezze in merito: l’aldilà è per loro uno stato piuttosto che un luogo. Più precisamente, l’approdo escatologico attinge un rapporto personale: è l’amore di Cristo il luogo definitivamente acquisito o ceduto, è la contemplazione del Padre l’orizzonte a cui si giunge o a cui si rinuncia. Alla felicità occorre una persona, non un paese. In parallelo, la condanna eterna è colta anzitutto come separazione dal Signore, esilio dalla sua intimità, ciò che trova definizione tecnica nella formula poena damni, non senza la concorde avvertenza che una sanzione del genere è infinitamente più grave di qualsiasi altra, fuoco, gelo, tortura, sevizie. Ma il riconoscimento della centralità di Cristo comportava di necessità l’archiviazione di ogni elemento cosmologico? 

Per Tommaso d’Aquino, il Paradiso ha una sede non metaforica nell’Empireo, l’ultimo dei cieli cosmici, la decima delle sfere che circondano la terra. Il motivo di questa localizzazione – allora in auge presso tutti i maestri in sacra doctrina – viene accuratamente enucleato. La remunerazione ultraterrena, spiega Tommaso, implica, assieme alla gloria spirituale, anche una gloria corporale; la prima conosce un’anticipazione nella beatitudine degli angeli, ai quali i santi verranno equiparati, ma allora anche la seconda deve avere un preannuncio. La conclusione si profila: era conveniente che la gloria corporale avesse inizio a sua volta sin dal principio, manifestandosi almeno in un corpo, libero per intrinseca struttura dalla mutevolezza e dalla corruzione; ebbene, questo corpo è il decimo cielo, immobile perché nel suo genere perfetto, e così anticipo e pegno della finale redenzione di tutti i corpi e dell’intero cosmo. 

L’idea che dell’Empireo coltiva Dante presenta una complessità che non si può esaurire in breve, ma ci interessa qui metterne in risalto almeno un aspetto, riscontrabile nel suo trattato in lingua volgare, ilConvivio. A proposito del decimo cielo, snidiamo espressioni singolari, ancor più sorprendenti nella loro contiguità: «E quieto e pacifico è lo luogo di quella somma Deitate»; «Questo loco è di spiriti beati». 

Un luogo, dunque, condiviso da Dio stesso. Il linguaggio si tende, a costo di sfiorare l’incongruenza: Dio, come tale, non è incluso da nulla, al contrario abbraccia ogni cosa; a rigore, è l’Empireo in Dio, e non viceversa. Eppure, l’Empireo accoglie la presenza di Dio, se i beati vivono davanti a Lui, anzi in Lui, sperimentandone la contemplazione, godendo di un abbraccio che abolisce la distanza e non permette ritorno alla distanza. 

E traspare forse un’intuizione ulteriore in quelle espressioni a prima vista abnormi. Il Dio presente in tutte le cose non aderisce per questo a un indiscriminato “dovunque”; è in tutto, certo, ma insieme al di sopra di tutto. Ciò non significa, però, che non sia “da nessuna parte”, come se nella sua costitutiva imprendibilità finisse per evaporare; al contrario, possiede un suo luogo, in qualche modo identificabile. Non si ha il coraggio, oggi, di dire: perfettamente identificabile. 

 

 √http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/9/9/LETTURE-Da-Ratzinger-a-Dante-qual-e-il-luogo-di-Dio-/print/525696/

Il sorriso che porta una Presenza

 

C’è un periodo, durante la stagione estiva, in cui al Planibel non ci sono gruppi del movimento: è la settimana del Meeting. Di solito, in quel periodo, l’hotel si riempie di persone appartenenti a un gruppo spirituale un po’ particolare. Spesso il rischio è quello di snobbarli, giudicarli a priori come quelli “strani”, e anche noi, che siamo a La Thuile per lavorare, rischiamo di guardarli solo come quelli che riempiono l’albergo quando i “veri gruppi”, quelli per cui siamo su ed è possibile lavorare bene, non ci sono. Una visione superficiale e anche un po’ ipocrita ma ammetto che qualche volta anche io l’ho pensato, specialmente i primi anni.

Nel libretto degli Esercizi, a pagina 17, quando Carrón parla dello sguardo degli occhi di cielo dice: «Aconteceu, è accaduto, quando la gente meno se lo aspettava. È accaduto un fatto nella storia che ha introdotto questo sguardo per sempre». Devo quindi raccontare di Silvio. Perché Cristo, questa volta, è venuto a prendermi proprio attraverso gruppo più sottovalutato, e per di più con un ragazzino che avrà avuto al massimo quattordici anni, disabile e costretto su una sedia a rotelle, legato con una cintura perché spesso si agita e può cadere. L’ho servito fin dalla prima sera e subito, dalla prima posata che gli ho sparecchiato, il suo sorriso e la sua attenzione per quello che stavo facendo mi hanno sorpreso. Durante la settimana, i rapidi dialoghi con lui e i suoi genitori mi ribaltavano sempre di più e facevano risuonare in me una domanda: ma come può uno in quelle condizioni essere così lieto?

L’ultima sera il padre di Silvio mi chiama e mi dice una cosa molto semplice, ringraziandomi per il servizio che gli avevo fatto e per l’attenzione con cui ero entrato in rapporto con loro: «Il nostro capo gruppo ci ha chiesto di fare un’offerta per coprire degli extra che ci sono stati e una parte l’avrebbe data in mance. Noi l’abbiamo fatta pensando a te». Sono stato molto contento, ho abbracciato e salutato tutti e sono tornato a quello che stavo facendo. Ero pieno di una buona e meritata soddisfazione, ma qualcosa strideva. Io stavo lavorando in fondo alla sala, quindi per uscire sarebbero dovuti ripassare proprio davanti a me. Lo fanno, ma Silvio con il suo abituale sorriso blocca la carrozzina, mi avvicino a lui. Lo abbraccio forte e all’orecchio gli dico: «A me della mancia non interessa, ho bisogno io di ringraziare te perché, con il tuo sorriso e con la tua faccia, mi hai fatto lavorare meglio. Io arrivavo in sala con tutti i miei pensieri, ma di fronte a te tutto acquistava un diverso spessore e allora cresceva in me a dismisura la voglia di lavorare. Di lavorare bene». Io ero commosso, Silvio pure e anche il padre, che mi ringrazia per quello che avevo detto. Poi sono tornato a lavorare. Uscendo Silvio si riferma e sorridendomi mi urla: «Marco, ti auguro di trovare tante persone come me, che ti guardino e che ti sorridano come io ho fatto con te».
Marco, Bergamo

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=285&id_n=42967

Attratti dalla forza di una gioia

 

 

filippo-santoroRimini. «Dobbiamo portare alla gente l’amore del Signore morto e risorto che scalda il cuore e cura le ferite. Questa non è una frasetta da ripetere ma il metodo e il cambiamento a cui papa Francesco sta chiamando tutta la Chiesa, specie quella italiana». Se Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, già missionario per 28 anni in Brasile, ha scritto il libro La forza del fascino cristiano e l’ha presentato ieri al Meeting, è solo per un motivo, come riassume don Stefano Alberto: «Ricordare che il cristianesimo non si diffonde mai per proselitismo o per una posizione ideologica, ma per attrazione».

FORZA DEL FASCINO CRISTIANO. Il libro vuole far luce sul cammino che «Dio, attraverso papa Francesco, sta chiedendo alla Chiesa» e per farlo racconta «l’esperienza esaltante» e i contenuti della Conferenza di Aparecida, che nel 2007 per volere di Benedetto XVI ha raccolto nel santuario dove è apparsa la Madonna 250 vescovi da tutta l’America Latina, presieduti dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. In quei giorni di lavoro, «in cui avevamo davanti agli occhi tutti i giorni fino a 100 mila pellegrini», «i problemi sono stati assunti come sfide alla verità della fede. Lì ho capito che la forza del fascino cristiano è l’azione dello Spirito Santo che ci fa affezionare a Gesù e in forza di questo ci fa andare in missione dove vuole».


RISPONDERE ALLA REALTÀ.
 Il documento conclusivo, che ha determinato l’azione della Chiesa in tutta l’America Latina, «è un evento dello Spirito Santo perché mette insieme tutti i problemi della gente che avevamo davanti agli occhi, dalla povertà alla corruzione alla teologia della liberazione, partendo dalla lode al Signore che ci ha visitati e con una preferenza speciale per i poveri». È questo che monsignor Santoro, la cui fede è nata seguendo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, si è portato dietro anche quando è stato chiamato a Taranto. Qui, racconta, «non ho fatto altro che rispondere alle provocazioni della realtà».

«GIOIA CONTAGIOSA». «Tra l’Ilva e i migranti», continua Santoro, «ci siamo trovati davanti a un vero dramma umano. Io ho capito che il mio compito era quello di accogliere, come ho fatto con gli operai dell’Ilva, andando a visitarli durante le proteste, o con una signora che è venuta da me un giorno per chiedermi di pregare per la figlia caduta in coma irreversibile proprio prima di sposarsi. Abbiamo pregato in ginocchio insieme il Santissimo e la Madonna. Dopo 15 giorni quella donna è uscita dal coma».
«Ho anche cominciato a visitare sempre più spesso il carcere e siccome per la Messa ci avevano dato una stanza terribile, i detenuti l’hanno ritinteggiata. Poi mi hanno detto: “L’abbiamo fatto per lei e per Gesù”. E nelle visite seguenti mi hanno ringraziato così: “Lei ci prende la mano e non ci lascia”. Ma quella mano era di Gesù e ad afferrarli è stato il fascino di una gioia contagiosa».

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L’avventura di una realtà “altra” da noi

 

È con un certo imbarazzo che prendo la parola nel dibattito sull’insegnamento della storia contemporanea ospitato da ilsussidiario.net, imbarazzo perché non ho mai insegnato nella scuola media superiore (il mio termine di paragone sono gli studenti universitari) e perché mal sopporto chi pontifica dall’esterno sui malanni della scuola italiana e sulle presunte “colpe” dei docenti. Quel che posso dire è frutto della mia esperienza di docente universitario, che per fortuna può ancora scegliere a quale argomento dedicare le proprie lezioni.
C’è il rischio che chi lavora in prima linea, a contatto con le gioie e i dolori di un rapporto educativo che si svolge nella quotidianità delle aule scolastiche, non trovi nelle mie parole elementi di effettiva utilità. Nonostante ciò, provo ad aggiungere qualche elemento di riflessione, e lo faccio perché il taglio degli interventi di chi mi ha preceduto ha fatto riaffiorare una preoccupazione di cui cerco di tener conto tutte le volte che salgo in cattedra.
I miei interlocutori sono generalmente studenti che sanno pochissimo di qualunque storia, compresa la contemporanea, e che spesso sono affetti da un’allarmante mancanza di senso del tempo, essendo abituati – credo più da internet che dai loro professori del liceo – ad appiattire il passato sul presente, un presente che si svolge in uno spazio in apparenza illimitato ma che, in realtà, è racchiuso nei limiti angusti di un punto di osservazione che non riesce ad avere un rapporto equilibrato con la dimensione della temporalità. Proprio per questo credo che ridurre la conoscenza storica a strumento per interpretare l’attualità non possa che approfondire questo squilibrio, il cui esito, paradossale, non è certo l’incremento della consapevolezza del presente.
È vero, tutta la storia è storia contemporanea, come hanno ricordato alcuni e come io stessa sono pronta a sottoscrivere. Questo però non significa che c’è una storia da privilegiare, quella contemporanea, sempre più contemporanea, e un’altra da mettere in secondo piano, perché non collegabile all’attualità e non comprensibile come un insieme di dati e di esperienze da utilizzare in funzione del presente. Credo (e sempre più fermamente, insegnando storia contemporanea a studenti generalmente attratti da ciò che è più vicino ma di cui non sanno vedere la complessità) che tutta la storia abbia a che fare con il nesso presente-passato, nesso ben più profondo di una storia ridotta a una sorta di “supermercato” delle cose utilizzabili a fini troppo attuali.
Agli studenti che arrivano all’università mancano le conoscenze necessarie a ricostruire qualsivoglia percorso storico; ma manca soprattutto il senso della durata e della complessità della storia umana. A volte se ne rammaricano, a volte raccontano che qualche professore ha cercato di attirare la loro attenzione su argomenti apparentemente più rispondenti alla sensibilità del momento – per fare solo un esempio: la storia delle donne – ma che poi non si è curato di collocarli nel contesto storico, con il risultato che quel pezzo di storia non è servito a capire presente e passato e che persino l’oggetto indagato è rimasto qualcosa di astratto e incomprensibile, perché la metodologia didattica prescelta ha spezzettato epoche e argomenti e perché il contenuto della memoria non è stato rielaborato criticamente.
E molti studenti – bisogna pur ricordarlo – non ne sono soddisfatti, vorrebbero avere punti di riferimento storici più certi, vorrebbero essere stati aiutati a fare collegamenti e paragoni tra le diverse epoche, vorrebbero saper vedere nessi e problemi sottesi agli argomenti e poter contare sia sulle cosiddette nozioni di base (di cui spesso sentono una mancanza che li lascia disorientati), sia su una percezione più ampia e profonda di continuità e rotture, di problemi interpretativi e di questioni ancora irrisolte.
Pensare la storia, del resto, può e deve abituare a confrontarsi non solo con ciò che siamo e sappiamo – o pensiamo di sapere –, ma con ciò che è e rimane diverso da noi e dalle nostre categorie: la storia, infatti, apre all’ignoto e ricostruirla significa essere disponili a un’avventura dagli esiti spessi imprevedibili, sviluppando la capacità di comprensione di una realtà “altra” dalla nostra e alimentando un interesse per la diversità umana che è importante coltivare per non rimanere bloccati su se stessi e sul proprio “mondo piccolo”. Proprio per questo vedo in alcune prese di posizione di chi mi ha preceduto il rischio di un certo determinismo storiografico, quasi che siano le urgenze dell’oggi, più o meno ideologicamente connotate, a dover dettare l’interesse per il passato. A immunizzarci da tale tentazione dovrebbe esserci la consapevolezza della metodologia tipica della ricerca storica, che è anzitutto ricerca, gusto di conoscere ciò che non si sa ancora e che non si può ingabbiare previamente dentro le proprie coordinate senza fare la fatica del paragone con le fonti e di una verifica che può anche approdare in territori inesplorati.
Certo – si potrebbe obiettare – non è questo il compito di un docente di scuola media superiore; ma c’è modo e modo di raccontare la storia, e i ragazzi sono affascinati quando il docente, ponendo le domande che lui per primo ha fatto a sé e al passato, sa comunicare non una storia soffocante perché soffocata dalla tendenza a chiudere il mondo in una stanza, ma la fame di saperne di più e la voglia di superare paletti e strettoie ideologiche che mortificano l’avventura della conoscenza.
Queste considerazioni, ovviamente, valgono quale che sia l’epoca che vogliamo ricostruire. E valgono per il Novecento, la cui storia intercetta più facilmente l’interesse degli studenti ma che, al tempo stesso, è più facilmente riducibile a strumento politico e ad espediente per consolidare appartenenze e convinzioni variamente connotate. Raccontare il Novecento avendo in mente la metodologia della ricerca storica può aiutare ad evitare questi scogli, perché significa presentare un cantiere ancora aperto, nel quale le porzioni diverse che compongono l’edificio del passato possono essere costruite quando non mancano i mattoni, a cominciare dalla disponibilità delle fonti e dalla capacità di confrontarle tra loro e con i diversi approcci interpretativi.
È anche questa la ragione dello iato di metà Novecento, che non deve trattenere dal superare le colonne d’Ercole della seconda guerra mondiale, nella consapevolezza, però, dei limiti inevitabili della nostra conoscenza man mano che ci avviciniamo all’attualità. I primi cinquant’anni del secolo sono talmente pieni della “grande storia” che si fa fatica a discostarsene. Al loro paragone, il secondo Novecento appare come un insieme di vicende un po’ grigie ed opache, meno coinvolgenti soprattutto se le si guarda dal punto di vista della storia politica. Anche il secondo Novecento, tuttavia, comincia ad essere percorribile, pur con gli accorgimenti cui si è fatto cenno, ed è capace di captare lo sguardo attento e appassionato degli studenti, a patto di non ridurlo a un’insostenibile cronologia – che non è storia – e di far affiorare i nodi problematici che, per rimanere all’Italia, sono sottesi alla lunga sequenza di crisi di governo e di alchimie politiche più o meno riuscite. E di nodi ce ne sono davvero tanti, molti dei quali rimangono per ora non scioglibili, altri, invece, affrontabili dichiarando l’approccio interpretativo di riferimento; altri, ancora, da far emergere per spiegare davvero come siamo diventati, una spiegazione che in realtà non può partire dalla cesura politica del ’45, bensì dalle trasformazioni rapide e dirompenti degli anni Sessanta e dalle conseguenze che la modernizzazione sotto specie italiana ha prodotto nella vita di milioni di persone.

 

C’è un’altra Storia, una Storia vera…

 

Oggi, 15 marzo 2014, la guerra civile che ha devastato la Siria compie tre anni. E dopo 140 mila vittime di cui 80 mila civili e 9 milioni di sfollati, non accenna a fermarsi. O forse sì. In un bell’editoriale pubblicato da Avvenire, le quattro suore trappiste italiane che vivono nel paese in un monastero vicino al confine con il Libano, parlano di «speranza».

UN’OPPORTUNITÀ DI VITA. «Il cammino del popolo siriano verso la pace è ancora lungo», scrivono le religiose. «Eppure, la stessa durata di questo conflitto, per assurdo che possa sembrare, sta diventando un’opportunità di vita». È vero che anche adesso, «in questo momento, c’è anche chi continua a uccidere, con crudeltà. C’è chi ruba, incurante del fatto che accanto a lui c’è il cadavere di un amico che magari avrebbe potuto salvare. Episodi atroci. Uomini e donne che si odiano, e provano il piacere della vendetta e della violenza. Ma ci sono tanti – tanti – che aprono gli occhi, che ricostruiscono insieme, che scelgono il bene, la vita, il perdono». Le suore riportano un episodio avvenuto «qualche giorno fa»: «Dopo la ripresa dei voli di civili tra l’aeroporto di Damasco e quello di Aleppo, uno dei piloti, intervistato, diceva: “Vorrei dire a tutti i terroristi, a tutti coloro che usano la violenza, che la cultura della vita è più forte della cultura della morte”».

DOV’È FINITA GINEVRA 2? Una battuta che – insieme ai tentativi concreti di riconciliazione in atto (alcun dei quali raccontati in questo reportage da Rodolfo Casadei) – testimonia secondo le trappiste italiane «il desiderio sincero, da parte della “gente” (o almeno di alcuni), di libertà, di verità, di uguaglianza, di bellezza».
Le quattro donne non risparmiano comunque un giudizio severo sulla comunità internazionale, che dopo l’infatuazione per la “primavera” democratica della Siria, delusa dalle clamorose contraddizioni del conflitto in atto, ha cambiato argomento: «Chi tiene i fili – osservano – non solo manipola, ma prevede, suscita, strumentalizza le nostre pur vere passioni, i nostri ideali sinceri e le nostre reazioni. Siria? Forse anche Iraq, Libia, e Africa e ora Ucraina… e forse anche Venezuela… e cos’altro? Dov’è finita Ginevra 2? Non se ne parla più. L’affare è stato spostato…».

LA “RETE” E LA STORIA VERA. «La “rete globale”», continuano le suore, «fa correre solo in orizzontale, schiacciandoci sulla superficie della Terra», è «uno strumento potente per influenzare il nostro giudizio, la nostra libertà». Perciò, si legge nell’editoriale, forse solo ora che l’attenzione della “rete” si è spostata altrove, «finalmente i nostri giudizi sono un po’ più consapevoli, un po’ più cauti. E se mai in tutto questo c’è una primavera, allora è adesso: dopo tanta morte, la vita urge, preme, e tanti siriani cominciano a dire ” basta”. Non così vogliamo fiorire: non nutrendoci del sangue dei nostri fratelli. Non così vogliamo essere liberi: non calpestando i corpi di chi ieri ci viveva accanto». Adesso è chiaro qual è la primavera che «possiamo davvero vivere con verità», raccontano le trappiste: «C’è un’altra storia, una Storia vera… Che si rinnova ogni anno da duemila anni, potente, salvifica. Sempre di primavera. Anche duemila anni fa le giornate si stavano allungando, il sole si faceva più caldo, i campi più verdi. Si preparavano giorni di festa. E un Uomo si lasciava tradire, consegnare, uccidere, per la salvezza di molti». È una speranza che «è qualcosa di reale , di concreto… I pascoli in cui nutrirsi sono già qui, fuori casa: è il fratello, diverso da te, da riscegliere, da perdonare, con cui lavorare insieme».

Leggi di Più: Siria, tre anni di guerra. Suore trappiste: ora è primavera | Tempi.it