La periferia è il mio cuore

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E’ venuto il tempo della persona

 

Massimo Borghesi

 

venerdì 29 agosto 2014

Nella sua Vita di don Giussani (Rizzoli 2013) – che sarà presentata oggi al Meeting di Rimini -, Alberto Savorana, oltre a ripercorrere la lunga e intensa vita di colui che è stato il più grande educatore italiano della seconda metà del ‘900, ci permette anche di cogliere lo spessore di taluni suoi giudizi storici. Tra questi v’è la reazione del sacerdote di Desio al vento impetuoso del ’68, destinato a travolgere e a trascinare via gran parte dei quadri e dei militanti della Gioventù studentesca milanese (GS) che lui stesso aveva contribuito a formare.

Di fronte al ’68, che in Italia inizia in realtà nel ’69 con le occupazioni studentesche all’Università Cattolica di Milano, Giussani ha la percezione, netta, della fine di un mondo. La cristianità, quell’impasto di valori religiosi e di costume civile radicato nel popolo, bianco o rosso che fosse, era al capolinea. La contestazione, volta apparentemente contro i pseudovalori della società borghese, secolarizzata, perseguiva, in realtà, la definitiva liquidazione del compromesso cristiano-borghese degli anni 50-60, con il risultato di promuovere un mondo totalmente desacralizzato, mercificato. 

L’intuizione di questo processo porterà Giussani, alla metà degli anni 70, al desiderio di incontrare Pier Paolo Pasolini, il “corsaro” i cui articoli sul Corriere della Sera denuncianti la forza conservatrice (omologante) e, al contempo, dissolutrice del Nuovo Potere avevano suscitato, in lui, grande entusiasmo. Un appuntamento mancato, per la tragica morte di Pasolini, che Giussani rimpiangerà a lungo. 

Al pari di Pasolini anche per lui era evidente che il mondo cristiano, il popolo cristiano, era alla fine. La tradizione della Chiesa, che fino a quel momento era stata, pur in mezzo a molte lacune, fonte di vita e di sostegno spirituale e morale appariva, ai giovani barricaderi, il retaggio di un passato oppressivo da superare. Donde un giudizio, nuovo nel panorama ecclesiale di allora: quello sulla necessità di un nuovo inizio. Non si trattava di rinserrare le fila, di fare opposizione chiudendosi in una cittadella, come auspicavano settori del tradizionalismo cattolico; né tanto meno di assecondare il vento del potere – coperto dall’ideologia del “contro-potere” – come accadeva per i pseudo progressisti, ma di ricominciare secondo una dinamica che ricordava, per analogia, quella degli inizi del cristianesimo. 

Come ricorda Savorana, Giussani, già nel luglio del ’68, afferma: «A me sembra un segno dei tempi che non è più il discorso sulla tradizione, non è più la storia che fonda o che può fondare un richiamo e una adesione al fatto cristiano». Per questo, proseguiva, «occorrerà che rivediamo alla radice tutto il discorso che abbiamo sempre fatto durante l’esperienza dei dieci anni trascorsi e che ripetiamo ancora. Mi pare che non è più – dico ora, oraquello il motivo che spinge della gente, che possa spingere, che possa decidere della gente, ad aderire al cristianesimo, ad aderire al fatto cristiano».

Se all’inizio aveva detto ai ragazzi «Siamo nati in una tradizione cristiana, dunque dobbiamo innanzitutto impegnarci con essa», or questa posizione non reggeva nel suo valore esistenziale. «Infatti è un tempo, il nostro, che ha perso, che non ha più, che non ha assolutamente il senso della storia». Per questo, aggiungeva, «Quello che, adesso, mi pare, possa costituire – unicamente – motivo d’adesione, è l’incontro con un annuncio, è il cristianesimo come annuncio, non come teoria. Un annuncio, cioè un certo tipo di presenza, una certa presenza carica di messaggio». La presenza significava una modalità di essere, di “incontro”, in senso evangelico, con tutto e con tutti fuori ed oltre ogni appartenenza ideologica. L’incontro, nell’ora della fine della cristianità, costituiva il ritorno alla prospettiva del  cristianesimo delle origini, quello dove la fede si comunicava per testimonianza, per l'”attrattiva Gesù”, e non per il peso glorioso di una tradizione.

Per questo, affermerà nel 1976, «è venuto il tempo della persona». Una conclusione sorprendente, insolita, ribadita nel colloquio con Giovanni Testori, Il senso della nascita, pubblicato da Rizzoli nel 1980. «Questo  – dirà − è il tempo della rinascita della coscienza personale. È come se non si potessero far più crociate o movimenti… Crociate organizzate; movimenti organizzati. Un movimento nasce proprio con il ridestarsi della persona. È una cosa impressionante». 

Il cristianesimo, di fronte all’incalzare del processo di secolarizzazione, non poteva assumere la forma della crociata, della reazione. La fede doveva avere il sapore di un “nuovo inizio”. E ciò che ribadirà, con forza e con pazienza, fino alla fine. Fino a pochi mesi dalla morte quando, nel novembre del 2004, gravato dalla malattia e dai dolori, sceglie per il Volantone di Natale una frase di Cesare Pavese: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante».

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/8/29/Giussani-il-68-e-il-nuovo-inizio/print/522361/

La diversità come una risorsa

 

 

 

INT.

Giorgio Vittadini

domenica 24 agosto 2014

L’intervista di Francesco Alberti a Giorgio Vittadini uscita “Corriere della Sera” di oggi, in occasione dell’apertura della 35 edizione del Meeting di Rimini.

Lo si può anche definire “periferico” il Meeting numero 35 di Comunione e Liberazione che da oggi e per una settimana riempirà i padiglioni della Fiera di Rimini. Ma non per l’assenza del premier Renzi, compensata da una folta pattuglia di ministri, sottosegretari ed esponenti del renzismo più ortodosso, ma perché, con scelta tutt’altro che trendy, l’appuntamento riminese si prefigge di sondare “una periferia” esistenziale e culturale che, al pari delle tante periferie “fisiche” che deprimono le nostre città, presenta vuoti e macerie, rendendo necessaria una ricostruzione fondata sul confronto e la ricerca del bene. “E’ l’unica via, ma non è considerata importante: periferica, appunto…” sospira Giorgio Vittadini, 58 anni, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà dopo anni alla guida della Compagnia delle Opere e tra i fondatori del Meeting. Sarà una kermesse dal forte afflato internazionale (ospiti da 43 Paesi) che in tempi di guerre permanenti rilancia il tema del dialogo, boccia gli interventismi unilaterali e confida nel ruolo dell’Onu. Sul piano interno, rispetto a quando veniva etichettato non sempre benevolmente come “palcoscenico del potere” (“Alcuni incontri non sono stati il massimo: possiamo sbagliare ma proviamo a costruire” ammette Vittadini), ora il Meeting tende a defilarsi da formule e schieramenti (“Filogovernativi? Se fallisce questo governo di unità nazionale, rischiamo di finire nel Terzo Mondo”), imputa al centrodestra berlusconiano di “aver mancato nel 2008 l’occasione storica di una rivoluzione liberale”, non chiude del tutto ai 5 Stelle.

 

Vittadini, una febbre bellica attraversa il mondo, il Papa parla di “terza guerra mondiale”. Nel titolo del Meeting si dice che “il destino non ha lasciato solo l’uomo”: si può ripartire da qui per arrivare dove? 

“Alle parole di papa Francesco quando parla del cuore dell’uomo che è irriducibile desiderio di bene. In questo consiste la vera religiosità che Gesù Cristo è venuto nel mondo a richiamare. Senza vera religiosità è menzogna ogni pretesa di soluzione perché non si riesce a tener conto di tutti i fattori della realtà”.

 

La realtà va però in un’altra direzione: bombardamenti, teste mozzate, stragi…

“E’ quello che succede quando viene dimenticato quello che ho appena detto. In particolare è il fallimento della dottrina ‘neocon’ sulle cosiddette ‘guerre di civiltà’ (vedi i due conflitti del Golfo) e di quella ‘liberal’ che teorizza l’esportazione delle democrazie occidentali. Eppure il passato dimostra che la convivenza è possibile: penso in Egitto fino al ’56 tra ebrei, musulmani e cattolici o al Libano dalle differenti comunità. Non a caso, il Meeting sarà aperto da padre Pizzaballa, custode di Terra Santa, che ha fatto da consulente al Papa per l’invocazione alla pace pronunciata insieme da Shimon Peres e Abu Mazen”.

 

Intanto il nostro Parlamento decide l’invio delle armi ai curdi e i droni americani bombardano: è la strada giusta?

“E’ giusta la difesa di fronte ad atti di terrorismo, ma in una logica di confronto, come dice anche il papa. L’errore è la soluzione unilaterale, la prova muscolare come nella crisi tra Ucraina e Russia…”.

 

A chi affidarsi?

“La mediazione dell’Onu è fondamentale, nonostante i suoi limiti, in Libano anni fa funzionò”.

 

Venendo alla politica italiana, al Meeting non ci sarà Renzi, ma molti ministri: la solita Cl filogovernativa, da Andreotti a Berlusconi, da Letta a Monti?

“Non è questione di ideologie, è che se non si esce da questa crisi, che è peggio di quella del ’48, si finisce nel Terzo Mondo. Va sostenuto qualsiasi sforzo unitario per il bene comune. E per questo va recuperato il senso dell’umano, come si vede nella mostra che dedicheremo a Guareschi e a Jannacci: i loro personaggi, “periferici”, ma autentici, seguono quello che hanno dentro di sé, non rispondono ad alcuna ideologia. E così sono capaci di mettere a nudo l'”io” di tutti.

 

C’era una volta il Meeting dei potenti (con polemiche annesse, le ultime sul caso Formigoni): e ora?

“E’ passato di tutto. Potenti, grandi uomini e ultimi del mondo ma il Meeting rimane. Errori? Certo, alcuni incontri si potevano evitare. Come ha detto don Carrón, presidente di Cl: ‘Possiamo aver dato dei pretesti’. Ma l’errore si supera se si riscopre che l’altro nella sua verità e diversità può essere una risorsa: una strada forse è meno appariscente, ma più profonda e duratura”.

 

Come giudica i primi mesi del governo Renzi?

“Si sta dando da fare. Di riforma istituzionale se ne parlava da 30 anni. Quella della Pubblica amministrazione sarà fondamentale…”.

 

Era meglio partire dalle riforme economiche?

“E’ il fronte più sensibile, lì si vedrà se davvero potremo farcela”.

 

A proposito di fare squadra, che ne pensa dei 5 Stelle?

“Vedo istanze giuste e altre distruttive. Sono agghiaccianti quando giustificano il terrorismo o la logica del tanto peggio, tanto meglio”.

 

Anno zero per il centrodestra?

“Nel 2008 Berlusconi poteva fare la rivoluzione liberale e ha fallito. Ora devono decidere che mondo vedono e vogliono, e questo vale anche per il centrosinistra”.

 

Francesco Alberti

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2014/8/24/VITTADINI-Un-Meeting-oltre-le-ideologie/print/522297/

 

Il destino irriducibile dell’uomo

Tommy, un simpatico scimpanzé che vive serenamente con il suo proprietario (almeno così sostiene lui) potrebbe diventare la prima scimmia con un proprio stato giuridico come qualunque essere umano: andare a votare, difendersi in tribunale, prendersi le ferie e quant’altro. Non è uno scherzo: l’associazione animalista americana Nonhuman Rights Project ha fatto domanda a un tribunale di New York perché a Tommy venga riconosciuto lo status di personalità giuridica, “legal person”. Dietro alla volontà di mettere in cattività l’animale, c’è l’affermazione che gli scimpanzé siano in grado di badare a se stessi, vivere autonomamente e autodeterminarsi nelle proprie scelte di vita. Non solo loro: l’associazione ha intenzione di chiedere altrettanto per balene, delfini, elefanti. Paolo Carozza, giurista dell’università americana di Notre Dame (Indiana, Usa) contattato da ilsussidiario.net, sostiene che questa richiesta pone la domanda di chi può essere possessore dei diritti umani, perché l’uomo cioè abbia il diritto che siano riconosciuti: “E’ l’annichilamento del senso religioso. Non c’è nessuna dimensione dell’uomo nella storia dei diritti umani pari a quella del senso religioso, che riconosce la dignità inviolabile dell’uomo data dall’avere un destino irriducibile con gli aspetti materiali e ideologici. Se si elimina questo l’uomo è solo un animale e se ha diritti l’uomo li ha anche l’animale”.

 

Professore, ci sono stati casi analoghi in precedenza negli Stati Uniti o è la prima volta?

Non è la prima volta che ci sono precedenti giuridici dove i gruppi animalisti hanno chiesto diritti per gli animali. Forse la cosa che distingue questo caso è il fatto che, come viene descritto, esso si basa sulle capacità degli animali intesi come esseri autonomi, quindi presenta il tema di chi può essere possessore di diritti a certe capacità specifiche. Si pone cioè la domanda: perché l’uomo ha questi diritti? E’ dunque una riduzione della natura dell’uomo: non si afferma il diritto dell’animale, ma si riduce quello dell’uomo.

 

Ci spieghi meglio questo passaggio.

Se l’uomo possiede diritti solo in virtù di cose molto minime come la capacità di fare scelte autonome, cose che può condividere con certi animali, allora questa è una visione molto ridotta dell’uomo: perché bisogna proteggere l’uomo con i diritti umani?

 

Non è da oggi che una certa mentalità considera l’uomo un animale fra gli altri animali.

Esattamente, la riduzione che si fa è proprio questa.

 

Una richiesta del genere un tribunale americano la può accogliere, è contemplata in qualche modo?

Facendo un paragone con il sistema giudiziario europeo, si tratterebbe di una domanda decentralizzata in prima istanza, non è una questione di diritto federale ma di uno stato singolo, in particolare quello di New York. Bisogna allora andare a vedere in quello stato quali diritti siano stati concessi in precedenza agli animali. Ci sono stati americani che in modo molto limitato hanno accolto richieste di riconoscimento di dritti per gli animali, ad esempio che essi vengano trattati in modo decente. Se sulla base di alcuni antecedenti nello stato di New York ci sono situazioni simili, allora io immagino che, seppur sia un caso estremo, questa domanda possa essere ammessa a giudizio. Nella maggior parte delle giurisdizioni americane non c’è dubbio che sarebbe rigettata dall’inizio perché non si presenta una domanda impossibile da riconoscere da parte della corte. Ma a New York non sarebbe inconcepibile ammettere una tale richiesta di riconoscimento.

 

Ma se io riconosco lo stato giuridico a un animale, mi aspetto poi che come tutti gli esseri umani questo animale applichi i suoi dritti, come andare a votare o difendersi a un processo. Non le sembra che questo renda la domanda fatta dall’associazione del tutto impraticabile?

Non esattamente, perché il diritto giudiziario prevede metodi per riconoscere la persona umana che ha bisogno necessariamente di essere tutelata o rappresentata da altri. Ad esempio un bambino o una persona che ha perso la salute mentale. Dunque questo non è necessariamente in contraddizione con la richiesta. Mi viene invece in mente quella che potrebbe essere una provocazione interessante, una cosa oggi poco conosciuta.

 

Quale?

 In passato in Europa, fino all’inizio del settecento, gli animali erano riconosciuti come portatori di diritti e di doveri. C’è infatti una storia poco conosciuta di processi contro animali per responsabilità penale, ad esempio topi che hanno mangiato il grano. Il fattore fa causa contro i topi e si fa un processo penale dove un avvocato difende i topi. Prima di distruggere i topi dunque bisognava fare un processo giuridico.

 

Perché accadeva questo?

A un primo livello c’è un certo parallelo con il caso della scimmia: gli animali riconosciuti dalla legge come portatori di diritti e doveri. D’altro canto avevamo a che fare con una concezione dell’universo morale assolutamente diversa da quella di oggi, basata sul fattore specifico dell’essere che pensa di essere autonomo (l’uomo), nell’auto-affermazione della sua vita. Invece nel modello medievale diritti e doveri erano “reali” come parte della creazione di Dio, nella quale ogni cosa aveva diritto a essere rispettata in quanto  creatura.

 

L’idea della natura che aveva San Francesco.

Esattamente. Oggi invece siamo davanti a una svolta che superficialmente sembra ripetere quel modello, invece si differenzia di 180 gradi.

 

Tornando al suo giudizio iniziale, è giusto dunque dire che la perdita di una concezione cristiana dell’uomo e della natura porti a questo tipo di affermazioni come quella fatta dall’associazione animalista americana?

Sì, ma c’è un livello ancor più radicale. Si tratta dell’annichilimento del concetto di senso religioso. Non c’è nessuna dimensione dell’uomo nella storia dei diritti umani pari a quella del senso religioso, che riconosce la dignità inviolabile dell’uomo data dall’avere un destino irriducibile con gli aspetti materiali e ideologici. Se si elimina questo, l’uomo è solo un animale e se l’uomo ha diritti allora li ha anche l’animale.
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