Densità dell’istante nell’unità del tutto

(..)Basta che lasciamo entrare anche soltanto un minuto la Sua diversità. Mi domandano ancora: «Come si fa a stare nella realtà con la ferita che abbiamo addosso, che io riconosco essere una grazia perché costringe a cercare l’amore, ma senza farsi definire dallo stato sentimentale in cui uno si trova?» Cioè, come non bloccarsi al sentimento di un momento particolare? Vedete come siamo tante volte incastrati lì? È la domanda che mi fa anche un’altra persona che scrive: «Alla Giornata d’inizio anno sono rimasta molto colpita da questa frase: “Perché qualsiasi obiezione o qualsiasi circostanza, pur dolorosa, ha sempre dentro qualcosa di vero, altrimenti non ci sarebbe”. Un passaggio precedente sulle circostanze mi descrive bene: “Perché non siamo in grado di vedere l’attrattiva che hanno dentro, tanto siamo definiti dalla ferita, le abbiamo ridotte perché noi pensiamo già di sapere che cosa sia la circostanza, pensiamo già di sapere che non c’è niente di nuovo da scoprire dentro di essa, che c’è solo da sopportare”. Sentire che la circostanza ha qualcosa di vero dentro mi ha fatto sobbalzare, perché in questo periodo troppo faticoso la circostanza per me è staccata dalla verità. Sono quasi soffocata dalla confusione e dall’elenco delle cose che non vanno come vorrei. In passato dicevo: “Ma tanto c’è Gesù!”. Il che metteva una pezza su tutto, eliminando così Gesù e me. Ma il test che fai è troppo ragionevole e non mi lascia ombra di dubbio. È vero, altrimenti non ci sarebbe. Se c’è, è perché c’è qualche cosa in più della circostanza avversa, c’è qualche cosa di vero dentro, altrimenti non ci sarebbe. Questa affermazione ricompone i pezzi. Puoi approfondire che cos’è questo “ha dentro qualcosa di vero, altrimenti non ci sarebbe”? Come avere la certezza che la verità, Cristo, è unita a ciò che accade anche nelle prove più dure?».

Sono rimasta impressionata dal fatto che la vita è veramente racchiusa in quel che tu hai detto della Maddalena. E quella commozione di cui da quest’estate tu hai cominciato a parlarci, non dura perché rileggo un testo, ma perché la vedo accadere. Sabato scorso è stato per me un momento clamoroso, tra i tanti di questo periodo, di questo riaccadere. Sono stata in un carcere a presentare la mostra sul Duomo di Milano (sei incontri nei vari bracci). La cosa che mi ha colpito è come è nata questa vicenda: due anni fa un giovane ha ucciso due persone. Si è costituito subito, è entrato in carcere e ha smesso di parlare, come annichilito da quel che aveva commesso. Alcuni dei nostri amici che fanno caritativa in carcere hanno cominciato ad andare a trovarlo. Per mesi lui continuava a non parlare, finché l’anno scorso, dopo il Meeting, mentre gli raccontavano della mostra sul Duomo di Milano e di chi l’aveva costruito − tutti uomini peccatori −, lui d’improvviso, commuovendosi, ha detto: «Mi state dicendo che uno come me può costruire una cattedrale?».

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È sentimentale, questo?!

E così, nel dialogo, proprio da lui è nata l’idea di portare la mostra sul Duomo dentro il carcere, spiegata da alcuni detenuti agli altri detenuti.
Hai detto che questo ragazzo per un anno e mezzo è stato muto, che non parlava con nessuno in carcere fin quando ha sentito del Duomo. Tanto è bloccato l’uomo davanti a una cosa così terribile come l’aver ucciso delle persone, per il giudizio che ha su di sé come una persona assolutamente senza valore! Poi sente raccontare della costruzione del Duomo: «Ma allora è possibile per me che ci sia ancora qualcosa da scoprire dentro questo mio io, che io penso non serva a niente?».

Dal “movimento” di questa persona è nata la mostra, tanto che io gli ho detto: «Tu hai cominciato a costruire la tua cattedrale». Mi ha fatto molta impressione perché andando in carcere è come se io avessi fatto un’esperienza, come non avevo mai percepito, di quanto è abissale il bisogno che noi abbiamo; noi siamo veramente gente che piange su un sepolcro, non solo lui, perché quando lo vedi succedere davanti a te, ti accorgi di quel che succede anche in te, di fronte a cui, di solito, sei così superficiale. Noi abbiamo un’impotenza radicale nei confronti degli altri e nei confronti di noi stessi. Da una parte, c’è questa nostra impotenza assoluta e, dall’altra, il fatto che noi ci portiamo addosso una Presenza per cui siamo stati guardati per questo. Tant’è che quando sono uscita ho pensato: «Io ho bisogno di Carrón che mi parla della Maddalena per leggere la realtà; e ho bisogno della realtà per leggere Carrón che ci parla della Maddalena». Così la verifica della fede non è la riuscita, ma l’autocoscienza, cioè: «Maria!».

È soltanto questo che riapre la possibilità, perché tante volte noi non abbiamo una risposta per ridestare i ragazzi a scuola che sono già tutti bloccati. Invece quando noi portiamo quello sguardo, li possiamo sbloccare; occorrerebbe dire più precisamente che non siamo noi che li possiamo sbloccare, ma quello che noi portiamo. Quello che noi portiamo come in vasi di creta è in grado di aprire perfino uno bloccato da un anno e mezzo perché vede tutta la vita attraverso il male che ha fatto. Qualcuno di noi può pensare di trovarsi in una situazione peggiore di quel carcerato? O peggiore delle donne della Rose? O peggiore di chi si trova in tante altre circostanze che uno può immaginare? Sentirsi chiamato per nome, qualsiasi sia la circostanza, è questo che ha riaperto quel giovane. Non ha avuto un’allucinazione o non so che voci ha sentito; semplicemente ha lasciato entrare nella propria vita quel che un altro raccontava. Noi possiamo andare a visitare la mostra sul Duomo come una cosa scontata, perché non abbiamo la consapevolezza del bisogno che ci troviamo addosso. Ma quando uno ha il bisogno, intercetta l’annuncio! Per questo mantenere aperta la domanda è l’unica possibilità per intercettare l’annuncio. Senza il bisogno, senza la vera consapevolezza del bisogno, lo sguardo su di noi può succedere e noi non rendercene conto. Come diceva don Giussani, partendo da una frase dell’allora cardinale Ratzinger: «“Non si può portare l’obbrobrio della vita, se non per la presenza di un amante”. Ma l’obbrobrio più grande è come si è amanti! Allora si può portare “l’obbrobrio della vita” solo alla presenza di un amante che non è “un” amante: è la presenza di Cristo […]. Solo guardando l’amata e avendo gli occhi pieni di ciò che sta dietro, Leopardi può fare l’inno “Alla sua donna”, che non è un canto alla donna, è un canto alla Donna col D maiuscolo: è un canto a ciò per cui nella donna l’uomo prova un’attrattiva che altrimenti non proverebbe [ma che cosa succede? Che per noi la circostanza è staccata dalla verità!]. C’è una tentazione in noi: considerare come astrazione l’unica ipotesi – l’unica ipotesi! – che dà concretezza alla nobiltà e alla grandezza delle cose, fino alla “densità dell’istante” [per noi è un’astrazione, perché per noi il concreto è altro!]. […] Ciò che tutta la gente [invece] sente come ovviamente concreto di fronte all’astrazione dell’ideale, questo è proprio astratto, perché astratto vuol dire strappato alla consistenza che può provenire soltanto […] dall’unità del tutto» (L. Giussani, Vivendo nella carne, Bur, Milano 1998, pp. 289-290). Quel che noi chiamiamo astratto è la cosa più concreta.  (..)

PDF – 23 ottobre 2013. Appunti SdC con Carrón (187,36 KB)

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