Vivere è ricominciare a ogni istante

Il primo giorno di scuola

Come sarà la prima ora di lezione dell’anno scolastico? Che cosa diremo ai nostri studenti dopo tre mesi di vacanza? Racconteremo loro le difficoltà, la mole di studio e i programmi che dovranno affrontare? Se sarà solo così, confermeremo loro quanto temevano, quanto i compagni più grandi hanno spesso anticipato loro, trasmetteremo il messaggio che dal suono della campanella della prima ora di scuola sono entrati in una prigione per uscire dalla quale dovranno attendere il suono della campanella dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola.

L’anno scorso, nella prima ora di lezione sono voluto partire con un augurio per me e per i miei studenti. L’augurio che il cammino dell’insegnante e del ragazzo potesse essere una vera esperienza. Da che cosa si misura un’esperienza? Dall’esito, dalle delusioni, dai risultati? Sì in parte anche da questo, ma soprattutto dal fatto che quanto si vive divenga occasione per essere più uomini e più umani, per capire un po’ meglio la propria persona e che cosa abbia a che fare quanto viviamo con il nostro desiderio di felicità.

Ho cercato di spiegare ai miei ragazzi che la scuola non è un luogo di semplice trasmissione di informazioni e di cultura, ma una realtà in cui l’io del ragazzo e dell’insegnante si deve sentire fiorire nel desiderio di scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Perché ciò avvenga è indispensabile che si rimetta al centro la persona, che si viva l’avventura dell’insegnamento come scoperta. Scoperta di sé e dell’altro, scoperta di un cuore che accomuna il ragazzo di dieci o diciotto anni all’insegnante che si avvicina per la prima volta alla cattedra o, viceversa, che sta per andare in pensione. Scoperta che studiare può essere ancora bello e interessante!

Nella prima ora è già contenuto tutto, perché è lì che si nasconde la domanda con cui noi ricominciamo l’avventura scolastica. L’anno scorso un ragazzo mi ha confidato che era la prima volta che un insegnante gli augurava un buon anno scolastico. In quell’augurio c’era già tutto, perché l’alunno si era promesso di non deludermi.

Un nuovo inizio

Scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: «È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, a ogni istante». Per tutti, insegnanti e studenti, non è possibile ricominciare, varcare la soglia della classe, incontrare compagni e colleghi, professori e alunni, senza essere animati dal desiderio che possa accadere qualcosa di grande nelle giornate. Questa è la chiave perché tutti possano affrontare le giornate animati da quello stesso entusiasmo che provavano il primo giorno di scuola.

Tra i corridoi delle scuole e nelle sale riunioni, già nei primi giorni di settembre, si vedono volti stanchi e disillusi. Prima ancora che ai giovani, la speranza manca troppo spesso a noi adulti, che ci nascondiamo poi dietro alla pigrizia dei ragazzi. Scrive il Papa emerito Benedetto XVI: «Alla radice della crisi dell’educazione c’è […] una crisi di fiducia nella vita».

Per noi insegnanti la sfida di un nuovo anno scolastico è quella di rianimare il desiderio di insegnare che avevamo quando abbiamo intuito la nostra vocazione. Ma come fare allora?

Una modalità può essere quella di incontrarsi periodicamente, con partecipazione libera, con quegli insegnanti che desiderino affrontare assieme l’avventura dell’educazione. Il metodo è questo: non avere risposte preconfezionate, ma camminare in una compagnia piena di entusiasmo e di desiderio di vita. L’uomo cresce, diventa più vivo e intenso laddove incontra altri uomini che ardono nel desiderio di conoscere e affrontare la vita. In questo modo nasce una compagnia. Così, come una classe di studenti ha bisogno di un maestro, così un gruppo di insegnanti ha bisogno di essere accompagnato nel giudizio sul proprio compito e sull’attività educativa svolta con i ragazzi.

Leggi di Più: Tra i banchi di scuola di Giovanni Fighera. 2° capitolo | Tempi.it 

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Thank you

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa. A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.
COME SI APRE UNA FREE SCHOOL. «In tutta Inghilterra sono state presentate al ministero dell’Istruzione 400 domande per fondare free school», ha esordito Rossetti. «La nostra è una delle 102 che sono state accettate». Probabilmente proprio perché «il nostro progetto rispondeva a un bisogno reale del territorio». È dal 2011, infatti, che il governo di Londra consente ad ogni singolo cittadino o gruppo di cittadini, spesso comitati composti da professori e genitori, di fondare una scuola. O, perlomeno, di provarci. Ma avviare una free school non è così semplice come può, a prima vista, sembrare. E non tutti ci riescono. Non solo perché le free school sono ancora viste da più parti come un «eccessivo tentativo di deregulation operato dalla middle class londinese», ma anche perché l’iter da seguire è complesso e puntiglioso. I controlli dell’organismo indipendente preposto a vigilare sui requisiti richiesti non lasciano scampo a nessuno.
Non appena individuato uno stabile, il primo passo, ha raccontato Rossetti è stato quello di «redigere un budget decennale, stressato del 5/10 per cento. Ci siamo riusciti, stringendo alleanze educative con altre scuole locali e ricorrendo inizialmente all’autofinanziamento e al coinvolgimento di tanti volontari, tra i quali anche un ex banchiere di Goldman Sachs in pensione e del presidente di Montessori Uk». Poi ci «siamo attivati per reclutare preside e docenti, spiegando loro che avrebbero dovuto lasciare un posto sicuro per uno in una scuola che ancora non c’era! Ma ci siamo riusciti». Rossetti e quei genitori che si sono coinvolti con lui in questa avventura sono «passati alla fase più propriamente politica, ovvero quella di dimostrare che di una scuola a Richmond c’era veramente bisogno. Perciò abbiamo incontrato le istituzioni locali, le famiglie, i residenti di lungo corso, abbiamo organizzato volantinaggi e public meeting per sensibilizzare le persone». Il riscontro è stato ancora una volta positivo.
LIBERI DI SCEGLIERE. Giunto a questo punto, Rossetti si è recato al ministero dell’Istruzione con il progetto in mano, 260 pagine con tutti i dettagli, dai corsi alla governance, fino a cosa sarebbe successo nel caso i numeri degli studenti iscritti fossero stati inferiori alle aspettative. Il faldone è stato esaminato e approvato. Ed è seguito il primo finanziamento da 220 mila sterline per provare a far partire la scuola. Si chiama fase di «pre-opening», ha spiegato ai presenti Rossetti, «ma se non raggiungi i numeri che ti eri preposto e non riesci a far partite la scuola, chiudi». Se ci riesci, invece, cosa succede? «Semplice – ha proseguito – sei bombardato da professionisti che vogliono entrare nel progetto per aggiudicarsi quei soldi». Rossetti sa benissimo che, nonostante il 25 per cento delle free school inglesi sia gestito da alleanze educative di genitori e professori e il 15 per cento da enti religiosi o caritatevoli, ci sono anche grandi gruppi commerciali che stanno provando a puntare il piede, nel caso in cui, in futuro, questo modello di istruzione dovesse dimostrarsi anche profittevole. Ma Rossetti non ha ceduto alle lusinghe.
LA SCUOLA, OGGI. Oggi la Thomson House School ha due classi, due prime elementari da 26 alunni ciascuna, e a settembre ne partiranno altre due. L’obiettivo è quello di arrivare a 364 alunni a regime nel 2019. Le immatricolazioni avvengono in base a un criterio di prossimità territoriale all’istituto. Criterio che è stato preferito a quello della lotteria. Oltre ai finanziamenti dello Stato, pari a 4 mila sterline per studente, come per le scuole totalmente gestite dal pubblico, l’istituto può fare fundraising e chiedere un contribute ai genitori (il 70 per cento ha deciso di versarlo), e può anche aspirare a fare margini di profitto tra il 5 e il 10 per cento. A patto, però, che le risorse siano reinvestite nella scuola. Se economicamente non si sostiene da sé, la scuola viene chiusa.
Un organismo indipendente monitora periodicamente i risultati assegnando un punteggio che va da outstanding (eccezionale), good (bene), need to be improved (da migliorare) a unsatisfaction (insufficiente). Così che anche i genitori possano conoscere la qualità della scuola dove iscrivere, oppure no, i loro figli. Piena, invece, è la libertà nel selezionare (e licenziare) il personale e il corpo docente. Totale l’autonomia finanziaria. Rossetti, per esempio, ha cambiato la preside due settimane prima dell’apertura, perché aveva trovato qualcuno che poteva meglio rispondere alle esigenze della scuola. È un ex preside in pensione. E ha pensato che era la persona più adatta. Le ha proposto un contratto di un anno, per valutare i risultati, cambiando in corsa.
UNA POLITICA LUNGIMIRANTE. Le free school non sono nate ieri. A spalancare le porte dell’autonomia scolastica alla pubblica istruzione inglese è stato, anzitutto, il governo conservatore del primo ministro Margaret Thatcher con un libro bianco del luglio 1988. Una riforma che, spiega Rossetti, ha avuto il merito di «devolvere poteri, che una volta appartenevano allo Stato centrale, a livello delle istituzioni scolastiche, soprattutto per quanto concerne l’amministrazione finanziaria e la gestione delle risorse umane. È così che si è venuto a creare un vero e proprio mercato del lavoro per i docenti». Che è tutt’ora la vera «precondizione necessaria perché il modello delle free school possa funzionare». Una cosa che, purtroppo, «in Italia non avete ancora, e francamente non capisco perché». Il libro bianco, inoltre, ha introdotto il principio per cui «i finanziamenti statali devono seguire l’alunno». Che è un fatto indubbiamente positivo, perché significa «riconoscere la libertà di scelta per i genitori», che così possono decidere a quale scuola iscrivere i loro figli.
L’esecutivo laburista guidato da Tony Blair ha, poi, proseguito sulla strada tracciata dalla “Lady di Ferro”, introducendo nell’ordinamento scolastico inglese le cosiddette «academy schools» o «free schools», finanziate dallo Stato ma indipendenti da esso, che sono l’equivalente delle charter school statunitensi. E lo ha fatto «devolvendo ancora più poteri alle scuole, che ora possono scegliere liberamente i programmi, a patto di rispettare determinati criteri, e anche come strutturare il tempo, la durata delle giornate e dei trimestri». Ma, soprattutto, «ha permesso agli istituti di assumere i professori anche al di fuori dei contratti statali». Una free school, del resto, spiega Rossetti, «per competere deve poter offrire condizioni, anche contrattuali, attraenti ai candidati che aspirano a entrare nel corpo docenti». L’ultimo passo, infine, è stato compiuto nel 2011 dal ministro dell’Istruzione Michael Gove, conservatore del governo di coalizione Cameron, che ha aperto a tutti i cittadini la facoltà di fondare una free school. Proprio come ha fatto Rossetti. L’Italia, invece, ha fatto notare Serena Sileoni, vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni, «non le avrà fino a che non cambierà il mercato del lavoro».
@rigaz1
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” Dar sapore”

 

La sapienza, indicata nella Bibbia come un dono prezioso, etimologicamente significa “dar sapore”. Quando ne siamo riempiti, diventiamo capaci di attribuire un senso alle cose, anche quando le apparenze suggerirebbero il contrario. Per questo, la sapienza è propria dell’uomo amato da Dio che gli permette di vedere ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo.
Col suo discorso – conciso, semplice, efficace – papa Francesco ha aiutato tutti coloro che lo hanno ascoltato a recuperare il vero “sapore” della scuola. Che si può cogliere solo se si tengono presenti le tante dimensioni che la costituiscono.
Sono quattro i passi del ragionamento del Papa.
La scuola, prima di tutto, è un luogo di incontro tra persone. Tra alunni, professori, famiglie, generazioni. Non si può arrivare ad amare la scuola e la conoscenza, ricorda il papa, se non si ha avuto la fortuna di incontrare un maestro capace di appassionarci a quello a cui lui è appassionato.
In secondo luogo, la scuola è “apertura alla realtà”. L’ignoranza, in fondo, è una prigionia, una cecità che ci impedisce di entrare in rapporto pieno con ciò che ci circonda. E, d’altra parte, nessuno, nemmeno l’insegnante più preparato, può pretendere di sapere tutto. Per questo la conoscenza comporta sempre un mettersi in cammino. Insieme. Maestro e allievo, verso quella realtà che sempre ci supera e ci interpella.
In terzo luogo, la scuola sta attenta alle trappole di quella falsa neutralità che nasconde la sua verità senza volerla dichiarare. Il vero, il bene, il bello rimangono i punti cardinali che orientano la nostra stessa conoscenza, e la rendono intelligibile.
Proprio per questo, infine, la scuola che la persona intera. Non si tratta solo di trasmettere conoscenze o, peggio, nozioni; ma anche valori e abitudini. Perché la scuola riguarda la vita e le sue tante sfaccettature. Il suo compito non è solo quello di far crescere la mente, ma anche il cuore e le mani: perché non si possono separare le diverse dimensioni dell’esperienza umana.
Sviluppando questi quatto passaggi, Francesco, con una semplicità disarmante, spiega a tutti la vera indole della “educazione cattolica”. Che è prima di tutto un incontro tra persone, sempre curiosa e aperta, rivolta al vero, al bene e al bello. Semplicemente perché il suo obiettivo è lo sviluppo della persona nella sua integralità. Da questo punto di vista, il primo passo per una vera riforma è la restituzione di una piena dignità alla scuola e alla funzione educativa.
In questo modo, Francesco indica anche come la Chiesa deve stare all’interno delle sfera pubblica. Non si tratta di essere “contro”, ha detto all’inizio del suo intervento il Papa. “Siamo qui piuttosto per fare festa, per festeggiare la scuola”.
Dunque, è proprio così che si deve fare. Davanti a un mondo tante volte smarrito, non si tratta di mettersi in contrapposizione. Né di difendere degli interessi. Si tratta, invece, di impegnarsi per recuperare tutti insieme quella profondità e quel senso − la sapienza − che rischiano sempre di andare perduti. Non come se la chiesa fosse esente dalle fatiche dell’uomo contemporaneo. Ma cercando, piuttosto, di interpretarne, illuminat

Roma , 10 Maggio 2014 Fotografia personale

Roma , 10 Maggio 2014
Fotografia personale

a dalla fede, le ansie profonde e gli interdetti più rimossi. Affinché tutti insieme si possa fare un passo in avanti, verso una umanità più piena.
Una Chiesa che, per far questo, deve aspirare a farsi pozzo di sapienza e anfora di testimonianza. Una Chiesa, insomma, coraggiosa e appassionata, amorevole, che sa camminare con il popolo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/5/11/SCUOLA-Papa-Francesco-non-lasciamoci-rubare-l-amore-per-la-scuola/print/498258/

Anch’io domani a Roma per la bellezza dell’impegno educativo

 

«Vogliamo dire la scuola che c’è. Non solo come dovrebbe essere. E com’è, è bella». Così eccoli, un gruppo di ragazzi da varie scuole di Milano, a raccontare dal palco dell’Auditorium della Provincia, martedì 6 maggio, i risultati di una “piccola” inchiesta che hanno messo in piedi qualche mese fa, all’inizio dell’anno scolastico. E lo fanno a pochi giorni dall’incontro di papa Francesco col mondo della scuola. Iniziamo a parlarne qui, ma un racconto più dettagliato potrete trovarlo sul prossimo numero di Tracce.

«La scuola è solo quella che luoghi comuni, giornali e televisione dipingono? Istituzione fatiscente piena di ragazzi svogliati e professori cinici senza attese? Non è quello che viviamo noi», spiegano introducendo il loro lavoro. Si sono trovati, piccoli redattori dei giornalini scolastici del Liceo Carducci, classico statale, del Leonardo, scientifico statale, e dell’istituto paritario Sacro Cuore. Uniti dall’hashtag #scuolaincorso. Sono partiti con interviste faccia a faccia, andando davanti a quindici scuole milanesi alla fine delle lezioni. Per poi passare al metodo del questionario, distribuendone duemila copie ai loro colleghi. Domande su tutto, dalla didattica alle strutture. E una in testa, ad aprire la serie: «A scuola, meglio vivere o sopravvivere?».

Un plebiscito: «Quasi tutti scelgono il vivere», spiegano Bernardo e Riccardo presentando i risultati: «Non c’è cinismo. Anzi, da uno a dieci il grado di “soddisfazione” per la propria scuola ha una media del 7 e mezzo. Stessa media per il voto che gli studenti danno ai loro prof». Nessuno è cieco, le carenze ci sono: «Ma questi dati, tra gli altri che abbiamo raccolto, dicono molto. Come le risposte a cosa i giovani chiedono alla scuola e dove l’ordine di importanza delle priorità è “un bagaglio culturale per affrontare la vita” (45%), la possibilità di vivere dei rapporti (34%), la formazione al lavoro (18%), mentre pochissimi la vivono come obbligo da espletare (3%)». Emerge un positivo, e a partire da questo la scuola si può ristrutturare: «L’essenziale per farlo già c’è», dicono i ragazzi alla platea di coetanei e professori andati ad ascoltarli. «E c’è il desiderio di molti che quelle quattro mura, dove alla nostra età si passa tanta parte della vita, diventino una seconda casa, ovvero un luogo dove essere se stessi e andare a fondo delle proprie passioni».

Come per Alessandro, del Carducci, che partendo dalla meraviglia nata dalla lettura dell’Idiota di Dostoevskij propone un incontro a tutta la scuola, iniziando un dialogo con la sua prof italiano in cui è costretto a dare ragione di quello che lo ha colpito. «Un fatto che nasce, all’ultimo anno del liceo, non da una predisposizione personale, ma da un metodo di approccio allo studio imparato in cinque anni». E che la vita “chiede” di avere a che fare con la scuola lo racconta anche Chiara, che partendo da un dialogo con la signora Rosa, filippina, che fa le pulizie a casa sua, con i parenti colpiti a novembre scorso dal tifone Hayan in patria, si mette in moto per una raccolta di fondi nel suo istituto, il Sacro Cuore, organizzando uno spettacolo teatrale e una cena, «e trovando una compagnia e un entusiasmo contagioso che mai mi sarei aspettata dai compagni».

Altri esempi e aneddoti per un’ora riempiono la sala della Provincia. Dalla scuola aperta del Leonardo, alla caritativa con i disabili del Moreschi, o all’esperienza del Donacibo, raccolta di viveri per i poveri, in alcune scuole. «Tutto questo parla al mio modo di insegnare», commenta Susanna Mantovani, docente della Facoltà di Scienze dell’Educazione alla Bicocca di Milano: «Forse è legato al tempo in cui viviamo, con la crisi che lo ha fatto emergere. Ma c’è un elemento positivo. È innegabile. Anche tra gli insegnanti. La scuola è bella». E chiede di averne cura. Agli insegnanti, intanto, che devono essere competenti e professionali. E alla società: «Se non curiamo la scuola il messaggio che passa è che voi, alla vostra età, in fondo, non siete importanti. E non parlo solo di fondi», spiega ai ragazzi.

Le fa eco Luca Doninelli, scrittore e giornalista, al quale i ragazzi chiedono il perché del suo stupore davanti ai risultati del loro lavoro: «È uno schiaffo salutare. Ai luoghi comuni, alla nostra pigrizia per cui tante volte non ci accorgiamo delle cose stupefacenti che ci accadono davanti agli occhi. Una bellezza in atto, che è in grado di farsi carico dei bisogni di tutti». E per cui le ombre, che pur ci sono, non sono l’ultima parola.

«Non possono esserlo», conclude Bernardo: «Come per quel ragazzo di un professionale che manifestava davanti alla scuola fatiscente con la foto del buco nel soffitto sopra il suo banco. Cosa diceva, se non che quello che accade sotto quel buco gli interessa davvero? Che gli interessa vivere, in quella classe. Il primo investimento da fare è su quel ragazzo, sull’io. È quello il capitale di speranza da cui ripartire».

http://www.tracce.it/default.asp?id=345&id_n=41139

Il grande equivoco dell’insegnamento

 

Da qualche giorno serpeggia la polemica sul romanzo Sei come sei di Melania Mazzucco, proposto al Liceo Giulio Cesare di Roma, e accusato da alcuni genitori e studenti di essere volgare e diseducativo, con ovvia controreazione di chi si atteggia a censurato. Lo schema è il solito: difensori dei diritti e delle diversità contro discriminatori e omofobi, illuminati e illuminanti contro oscurantisti. Rubando un’immagine a Charles Péguy, girano due bande di clericali: catechisti del nuovo e catechisti del vecchio, quelli che… una fellatio gay che male c’è, e quelli che una fellatio gay è la fine del mondo.
In uno degli stralci sotto l’occhio del ciclone, un «muscoloso, ruvido, stopper della squadra di calcio dell’oratorio», che «la notte si stancava la mano sulle foto di Jimi Hendrix», un pomeriggio «nello spogliatoio» a un tratto «si inginocchiò, fingendo di cercare l’accappatoio nel borsone», e invece «ficcò la testa fra le gambe di Mariani e si infilò l’uccello in bocca. Aveva un odore penetrante di urina, e un sapore dolce. Invece di dargli un pugno in testa, Mariani lasciò fare. Giose lo inghiottì fino all’ultima goccia e sentì il suo sapore in gola per giorni».
È giusto che un adolescente legga frasi come queste? “Siamo nel 2014”, pensano in tanti, “esiste di peggio”. “In che mondo siamo finiti!”, scuotono la testa altri. Qualcuno precisa che un conto è che i ragazzi guardino scene porno per i fatti loro, un altro è che gliele propinino a scuola. “Allora bisognerebbe censurare quello che non è conforme alle vostre idee?”, replicherebbero i moderni ai medievali.
La discussione andrebbe avanti all’infinito, come capita al bar. Come in un bar in cui si può litigare su tutto, dimenticandosi però se il caffè di quel barista è un buono oppure no. La scuola è diventata esattamente questo tipo di bar, e lo si capisce dal motivo per cui vengono fatti leggere certi libri: è quel motivo, più che la fellatio, che mi sembra pornografico. Perché i ragazzi, è vero, certe parole possono leggerle quando vogliono, e parlano anche più volgarmente; certe scene le possono guardare o anche filmare, sia pure per ragioni superficiali, magari per sfottersi o per sfogare i loro istinti più triviali. Gli adulti invece no: loro gliele somministrano per ammaestrarli. E ci assegnano sopra anche la prova scritta, per verificare se la cura sta funzionando.
Quando gli insegnanti si difendono affermando che quel libro sensibilizza a temi importanti come la lotta contro l’omofobia, chiariscono dove si annida il problema: per loro la letteratura non serve che a far passare una certa ideologia; la scuola non ha come fine la conoscenza della realtà ma l’indottrinamento.
Ma perché i docenti di italiano, anziché insegnare letteratura, fanno i catechisti? Perché, volendo liberarsi della vecchia morale dei preti, si mettono a fare i nuovi preti? Uno scrittore non certo puritano come Pier Paolo Pasolini individuava il grande «equivoco» dell’insegnamento della letteratura a scuola nella «preoccupazione moraleggiante, la costante didascalica… Ahimè, quale grigiore!». La scuola si è assunta il compito di sostituire ai racconti belli – e per questo, di per sé, educativi – racconti scelti in conformità ai valori con cui vuole rifare la testa dei ragazzi.
Già prima che i preti dei giornali politicamente corretti ottenessero l’implorata difesa nientemeno che del ministro dell’Istruzione, la preside del Giulio Cesare si era spinta a scomodare perfino Saffo e Catullo: «Ci accusano di divulgazione di materiale osceno perché venti righe in un libro raccontano un rapporto orale fra uomini. Allora, cosa dovremmo fare? Eliminare i versi di Saffo o di Catullo dal programma?». Questa «è educazione», ha chiosato come una madre badessa.
Ecco, appunto, il problema. Che cos’è la letteratura? Saffo e Catullo potrebbero anche essere più sconci della Mazzucco, ma siccome qui stiamo facendo letteratura e non catechismo, la questione fondamentale è se sono artisti o no, cioè quale esperienza permettono di fare. Tutti (forse) sanno fin dalle elementari che il Minotauro nacque dall’unione di una donna con un toro: ma nessun insegnante, quando racconta quel mito, lo fa per educare i suoi alunni al rispetto per le diversità e per lottare contro la torofobia. Non facciamo finta di non sapere che evidentemente quando leggiamo i carmi di Catullo non c’entrano niente le omelie sui rapporti extraconiugali di Lesbia ma scopriamo di più che cosa siamo; così come quando Saffo non prende sonno per tutta la notte, senza la sua amata, fino a vedere le Pleiadi che tramontano non scrive un inno ai gender ma ci fa stringere il cuore. Insomma, Catullo e Saffo resistono da più di due millenni non perché froci, ma perché poeti: quel libro della Mazzucco invece? Non vorrei che quella sia la scena più interessante di un libro zeppo di omaggi a temi alla moda quali l’amore omosessuale, l’utero in affitto, il bullismo omofobo: già in tanti film non può mancare la scena di sesso e al concerto del primo maggio non può mancare il discorsetto demagogico, forse per condire film e canzoni altrimenti insipide.
Sarei anacronistico se avessi paura di una scena spinta: mi fa paura piuttosto questo esercito di catechisti travestito da insegnanti, questi ghigliottinatori di omofobi coi parrucconi di Robespierre e la Mazzucco sotto braccio, che ti ficcano gli uccelli nella bocca e i valori giusti nella testa.
Questi che trasformano la scuola, come ha detto un mese fa il cardinal Bagnasco, in un «campo di rieducazione», e lo fanno per nascondere la loro incapacità di fare esperienza della letteratura: per loro il Canzoniere e l’Eneide sono lontani dall’attualità ed è meglio affrontare le tematiche degli adolescenti con libri non si sa se immensi o mediocri ma che vengano dai giri giusti; per loro la letteratura insegna ma non è; loro i libri non li leggono, loro devono farsene qualcosa. E giù gli incontri sulla legalità, sul femminicidio, sull’orientamento sessuale, sull’integrazione.
Ma non si può leggere la Mazzucco per convertire gli omofobi, come non si può leggere Dante per convertire gli atei. Che poi leggendo Dante qualcuno si converta pure, è una conseguenza dell’esperienza artistica della Commedia; altrimenti si faceva prima ad andare a messa. Quando il governatore del Lazio Zingaretti afferma che quello è «un libro contro l’omofobia», mi dà un buon motivo per non leggerlo: perché magari, se ci tolgo la lotta all’omofobia, non si tiene più in piedi, e si svela che trattasi non di arte bensì di liturgia. Allo stesso modo sarebbe ultrariduttivo leggere l’Inferno perché è un libro contro i traditori o i mangiatori di figli o i naufraghi nell’oceano.
No, cari insegnanti: «la costrizione ideologica esercitata sull’atto della poesia trasforma senz’altro i leopardi e le aquile in agnelli e tacchini». Lo dice Pavese, specificando che il poeta ha il «compito specifico di conquistatore di terra incognita». Se lo chiedono, gli insegnanti, a che altezza si vola con un’aquila come Dante e in che pollaio si finisce con i nuovi catechismi? In quale «terra incognita» si entra perfino quando all’inferno i diavoli scorreggiano o d’Annunzio perverseggia e in quali paludi di indottrinamento e di chiacchiericcio ci si infanga con altri libri?

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La scuola si mette al lavoro

L’istituto tecnico Carlo Dall’Acqua di Legnano, a quasi cento anni dalla nascita, rappresenta ancora una preziosa risorsa per la comunità e le aziende del territorio legnanese. È un istituto che dopo la riforma Gelmini ha visto nascere corsi come Amministrazione, Finanza e marketing, Turismo, nei quali la possibilità di fare esperienze di alternanza scuola-lavoro è fondamentale. Questo obiettivo, conseguito da decenni, ha portato quest’anno 11 studenti fino in Germania.
DSCN0288DUE SETTIMANE IN LEGO. Questi ragazzi delle classi terze e quarte hanno avuto la possibilità di svolgere lo stage a Norimberga, presso gli uffici di aziende come Lego, Desigual e Tally Weijl. L’anno scorso erano stati solo sei gli studenti di quarta ad andare all’estero. Per una quindicina di giorni, i ragazzi, ospitati in famiglie tedesche, hanno potuto fare pratica con la lingua tedesca, venendo anche coinvolti nelle dinamiche lavorative delle aziende: chi facendo i conti con gli ordinativi del magazzino, chi stando in negozio e chi negli uffici marketing.
In Germania questo tipo di esperienza non è nuovo, come testimonia il successo del “sistema duale”, che prevede la formazione dello studente in azienda per buona parte dell’anno. L’Audi, ad esempio, ha addirittura una scuola interna agli stabilimenti.
STUDENTI ENTUSIASTI. L’Italia è ancora lontana dall’eccellenza tedesca quanto alle pratiche di alternanza scuola-lavoro, ma qualcosa inizia a muoversi. Soprattutto per iniziativa di singoli e privati, come l’Istituto Dall’Acqua. «I ragazzi sono appena tornati da Norimberga e sono entusiasti», racconta a tempi.it Valeria Mangione, la professoressa di tedesco che ha reso possibile questa esperienza. «In particolare hanno apprezzato il fatto che lavorando hanno potuto utilizzare la lingua, verificando così i rispettivi livelli di apprendimento e scoprendo che, in realtà, capivano piuttosto bene quello che veniva detto loro e riuscivano anche a farsi comprendere».
A dimostrazione che «è proprio vero che si impara facendo, mettendo cioè in pratica quello che tante volte si è studiato solo sui libri senza mai avere avuto, purtroppo, la possibilità di applicarlo in concreto».
CULTURA DELL’ALTERNANZA. Gli studenti, continua Mangione, hanno poi voluto scriverle tutti delle lettere per ringraziare della possibilità ricevuta. Lettere che saranno utilizzate dall’istituto per preparare un report sulle due settimane in Germania da inviare alle singole aziende ospitanti, che si sono dette soddisfatte degli alunni italiani.
Purtroppo in Italia l’alternanza scuola-lavoro è poco diffusa e se la professoressa Mangione non si fosse attivata in prima persona per reperire fondi presso le aziende del legnanese e la Confindustria Alto Milanese non sarebbe stato possibile inviare quegli 11 ragazzi in Germania. Che hanno pagato soltanto una quota di 550 euro comprensiva di viaggio e alloggio.
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