Da un mondo scaturisce una cultura

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D.La prima domanda è questa: don Giussani – che strano paradosso – ho letto nei giorni scorsi un suo testo recente, dove lei nega che la fede sia una cultura, e adesso è qui a ricevere il premio della cultura cattolica…

Noi diciamo che la fede cattolica non è cultura nel senso che essa non si presenta al mondo come proposta di una cultura nuova. L’oggetto della fede «avviene», è cioè un avvenimento. Tanto che san Giovanni dice: «Chi non riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne è anticristo». Si tratta di un fatto, di un avvenimento totalizzante.

Perché se è vero che quell’uomo è Dio fatto figlio di una donna – che percorreva le strade del mondo come le percorriamo noi, anzi, ha osato dire: «Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » –, si tratta di un avvenimento totalizzante, «cattolico », per natura sua. «Cattolico» vuol dire «secondo la totalità».Questo avvenimento, infatti, investe l’uomo qua talis: che Egli sia presente tra noi mi investe come uomo così come sono, secondo la totalità dei fattori della mia personalità e secondo tutte le sue espressioni. Fede è riconoscere, quindi, una presenza.

Fede è riconoscere una presenza, la presenza in un uomo di qualcosa di più grande: è una partecipazione al Mistero che tutti per una grazia possono percepire, riconoscere, al di là del volto delle cose, del volto effimero delle cose. Omnia in ipso constant, diceva san Paolo, «Tutto consiste in Lui»: in Lui, figlio di una ragazza di quindici o diciassette anni. San Tommaso ha in proposito un’immagine abbastanza semplificante: «Se tutto lo scibile fosse scritto in un libro – egli dice –, io tralascerei la lettura di tutti gli altri libri e leggerei quel libro. Liber autem est Christus, questo libro è Cristo».

D. In che senso, allora, si dice che la fede diventa cultura, se questo libro è Cristo?

Mi sovviene un’altra frase di san Paolo: «Egli – Cristo – è morto per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e resuscitato per loro». Questa frase, per noi, è come l’insinuazione di una vera definizione di cultura: per chi l’uomo viva. Tutto è riconducibile a questa domanda: per chi l’uomo viva. Se l’uomo vive per se stesso, il punto di vista dell’orizzonte culturale è identificato da una autonomia, reale o illusoria che sia. È illusoria quando, esistenzialmente, il vivere per sé significa essere schiavi del potere di fatto, ultimamente dello Stato. Se, invece, un uomo vive per quella Presenza grande, ultima e massimamente vicina – la presenza di Cristo –, al suo sguardo umano il mondo diventa più vasto e, nello stesso tempo, più minuziosamente imponente, come lo era sotto gli occhi di Cristo, che guardava lontano, verso l’orizzonte di tutti i campi, e segnava il piccolo fiore di campo che aveva ai suoi piedi.

Le cose, quindi, diventano più vere, cioè (e questo «cioè» è molto importante nelle nostre conversazioni) più corrispondenti alle esigenze profonde dell’uomo stesso, alle esigenze profonde di quello che Dio ha creato come uomo, a quelle esigenze profonde dell’uomo che la Bibbia chiama, con un termine molto bello, «cuore». A questa corrispondenza, che fa vera una cosa in quanto la pone come risposta alle esigenze più profonde dell’io, ci sembra accennare la famosa frase di san Tommaso, che definiva la verità come adaequatio rei et intellectus: corrispondenza, diciamo noi, del reale che viene incontro alla coscienza di sé che l’uomo ha. Così s’avvera la promessa evangelica del «centuplo quaggiù». «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù.» (…)

D.Ma, stringendo, in che senso la fede diventa cultura, allora?

La fede, mi pare, è sorgente di cultura proprio in quanto diventa principio di una percezione, di una conoscenza nuova del mondo, della realtà: come origine, come dinamismo, che ne costituisce l’effimero esistere, e come scopo. Questa nuova percezione della vita come tale, della realtà che mi tocca e in cui mi imbatto come tale, è descritta di nuovo da san Paolo: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri».Questa fede che diventa cultura, dunque, è come un investimento nuovo del mondo che porta più bellezza e più utilità, più precisa utilità, a tutto. In questo senso, la fede è suggerimento anche, evidentemente, di una prassi nuova sulla realtà (spazio, tempo e uomo), di un nuovo significato vissuto di uomo. C’è una frase di Romano Guardini che illustra bene, come esempio e come simbolo, quello che io vorrei dire: «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». Se una ragazza ama un ragazzo, tutto ciò che accade a quest’ultimo, l’andare a militare, il tornare da militare, il trovare lavoro, una fatica fatta sul lavoro, se è pallido, se sta bene, se non sta bene, se va lontano perché i suoi si spostano di casa, tutto rientra: nell’esperienza di un grande amore tutto rientra, come avvenimento, nel suo ambito. Ma quale più grande amore può avere l’uomo se non quello che ha di fronte alla presenza di Cristo, questo uomo che ha detto: «Io e il Padre siamo una cosa sola», «Senza di me non potete fare niente»? Quella sera, durante l’ultima cena, al lume fioco delle fiaccole, erano là, con la testa bassa, chissà, o attenti, con gli occhi fissi su di Lui, a sentire quel loro amico dire: «Senza di me non potete fare niente». Comunque, nell’esperienza di un simile rapporto, tutto quello che accade diventa un avvenimento nel suo ambito: vivere e morire, vegliare e dormire, mangiare e bere, come dice san Paolo.

D.Questa è la cultura cattolica. Ma dove va a finire la criticità in questa presa di coscienza del reale?

Lo sguardo alla realtà con negli occhi la Sua presenza esalta l’esperienza della corrispondenza, rende più capaci di percepire la corrispondenza dell’oggetto considerato col proprio cuore, al proprio cuore. Se si guardano le cose dal di dentro del rapporto con quell’Uomo, si vedono di più, si capisce di più se sono d’accordo con quello che il nostro io aspetta, con quello che il nostro cuore esige, oppure no. Già nel primo anno di insegnamento a scuola, tutti ripetevano la definizione di critica, che noi prelevavamo, così com’era, da san Paolo: Panta dokimazete, to kalon katechete, vagliate ogni cosa e trattenete – letteralmente – il «bello».Ma il «bello» è lo splendore del «vero»: trattenete, quindi, il vero, cioè trattenete quello che corrisponde al vostro cuore. E definizione di critica più bella di questa non ho ancora trovato. (…)

D.Lei ha detto: la fede genera una cultura, una cultura nuova. Adesso ha introdotto il termine «ragione». Ecco, la fede in che rapporto sta, allora, con la razionalità?

La fede compie, salva la ragione. La compie, perché la ragione aspira a qualcosa che non riesce ad afferrare, a spiegarsi. La fede salva la razionalità, che ne è come la grande premessa. La razionalità è una premessa alla fede, è come il campo immediato in cui entra in tensione l’avvenimento di Cristo.La razionalità, infatti, noi l’abbiamo sempre definita come quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di sé; ma prende coscienza di sé secondo la totalità dei suoi fattori. Ora, fattore della realtà è anche quel «punto» che noi chiamiamo «di fuga», quel «punto di fuga», quel punto in cui la realtà diventa segno di altro e per cui la conoscenza di qualsiasi cosa segnala l’insopprimibile esigenza di qualcosa d’altro oltre i fattori razionalmente enucleabili e dimostrabili. La ratio, la ragione, non decifra il Mistero, ma rivela il segno della Sua presenza in ogni esperienza umana. «Sotto l’azzurro fitto/ del cielo qualche uccello di mare se ne va;/ né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:/ “più in là!”», diceva Montale in una poesia che i nostri ragazzi hanno spesso studiato.

Il grande poeta norvegese Pär Lagerkvist sinteticamente esprime una percezione del mondo che contiene un estraneo grido; c’è un grido dentro le cose, e non c’è nessuno che oda questo grido: «…Non c’è nessuno che ode la voce/ risonante nelle tenebre; ma perché la voce esiste?». È incomprensibile, inspiegabile; ma «perché la voce esiste? ». Nessuno riesce a udirla e a decifrarla. Perché esiste? È al di là delle nostre capacità. Ognuno di noi, in ogni sua esperienza cosciente, autocosciente, ne percepisce la presenza, come «punto di fuga » di ogni perimetro di propria esperienza. Perciò la fede, asseverando la presenza di questo Mistero attivo tra gli elementi decifrabili dalla ragione, completa la razionalità dello sguardo, intesa come singola esperienza o concezione del tutto.(..)

 

Luigi Giussani e Renato Farina, Caffè in compagnia , conversazioni sul presente e sul destino, Rizzoli

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