Il sorriso che porta una Presenza

 

C’è un periodo, durante la stagione estiva, in cui al Planibel non ci sono gruppi del movimento: è la settimana del Meeting. Di solito, in quel periodo, l’hotel si riempie di persone appartenenti a un gruppo spirituale un po’ particolare. Spesso il rischio è quello di snobbarli, giudicarli a priori come quelli “strani”, e anche noi, che siamo a La Thuile per lavorare, rischiamo di guardarli solo come quelli che riempiono l’albergo quando i “veri gruppi”, quelli per cui siamo su ed è possibile lavorare bene, non ci sono. Una visione superficiale e anche un po’ ipocrita ma ammetto che qualche volta anche io l’ho pensato, specialmente i primi anni.

Nel libretto degli Esercizi, a pagina 17, quando Carrón parla dello sguardo degli occhi di cielo dice: «Aconteceu, è accaduto, quando la gente meno se lo aspettava. È accaduto un fatto nella storia che ha introdotto questo sguardo per sempre». Devo quindi raccontare di Silvio. Perché Cristo, questa volta, è venuto a prendermi proprio attraverso gruppo più sottovalutato, e per di più con un ragazzino che avrà avuto al massimo quattordici anni, disabile e costretto su una sedia a rotelle, legato con una cintura perché spesso si agita e può cadere. L’ho servito fin dalla prima sera e subito, dalla prima posata che gli ho sparecchiato, il suo sorriso e la sua attenzione per quello che stavo facendo mi hanno sorpreso. Durante la settimana, i rapidi dialoghi con lui e i suoi genitori mi ribaltavano sempre di più e facevano risuonare in me una domanda: ma come può uno in quelle condizioni essere così lieto?

L’ultima sera il padre di Silvio mi chiama e mi dice una cosa molto semplice, ringraziandomi per il servizio che gli avevo fatto e per l’attenzione con cui ero entrato in rapporto con loro: «Il nostro capo gruppo ci ha chiesto di fare un’offerta per coprire degli extra che ci sono stati e una parte l’avrebbe data in mance. Noi l’abbiamo fatta pensando a te». Sono stato molto contento, ho abbracciato e salutato tutti e sono tornato a quello che stavo facendo. Ero pieno di una buona e meritata soddisfazione, ma qualcosa strideva. Io stavo lavorando in fondo alla sala, quindi per uscire sarebbero dovuti ripassare proprio davanti a me. Lo fanno, ma Silvio con il suo abituale sorriso blocca la carrozzina, mi avvicino a lui. Lo abbraccio forte e all’orecchio gli dico: «A me della mancia non interessa, ho bisogno io di ringraziare te perché, con il tuo sorriso e con la tua faccia, mi hai fatto lavorare meglio. Io arrivavo in sala con tutti i miei pensieri, ma di fronte a te tutto acquistava un diverso spessore e allora cresceva in me a dismisura la voglia di lavorare. Di lavorare bene». Io ero commosso, Silvio pure e anche il padre, che mi ringrazia per quello che avevo detto. Poi sono tornato a lavorare. Uscendo Silvio si riferma e sorridendomi mi urla: «Marco, ti auguro di trovare tante persone come me, che ti guardino e che ti sorridano come io ho fatto con te».
Marco, Bergamo

 

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Attratti dalla forza di una gioia

 

 

filippo-santoroRimini. «Dobbiamo portare alla gente l’amore del Signore morto e risorto che scalda il cuore e cura le ferite. Questa non è una frasetta da ripetere ma il metodo e il cambiamento a cui papa Francesco sta chiamando tutta la Chiesa, specie quella italiana». Se Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, già missionario per 28 anni in Brasile, ha scritto il libro La forza del fascino cristiano e l’ha presentato ieri al Meeting, è solo per un motivo, come riassume don Stefano Alberto: «Ricordare che il cristianesimo non si diffonde mai per proselitismo o per una posizione ideologica, ma per attrazione».

FORZA DEL FASCINO CRISTIANO. Il libro vuole far luce sul cammino che «Dio, attraverso papa Francesco, sta chiedendo alla Chiesa» e per farlo racconta «l’esperienza esaltante» e i contenuti della Conferenza di Aparecida, che nel 2007 per volere di Benedetto XVI ha raccolto nel santuario dove è apparsa la Madonna 250 vescovi da tutta l’America Latina, presieduti dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. In quei giorni di lavoro, «in cui avevamo davanti agli occhi tutti i giorni fino a 100 mila pellegrini», «i problemi sono stati assunti come sfide alla verità della fede. Lì ho capito che la forza del fascino cristiano è l’azione dello Spirito Santo che ci fa affezionare a Gesù e in forza di questo ci fa andare in missione dove vuole».


RISPONDERE ALLA REALTÀ.
 Il documento conclusivo, che ha determinato l’azione della Chiesa in tutta l’America Latina, «è un evento dello Spirito Santo perché mette insieme tutti i problemi della gente che avevamo davanti agli occhi, dalla povertà alla corruzione alla teologia della liberazione, partendo dalla lode al Signore che ci ha visitati e con una preferenza speciale per i poveri». È questo che monsignor Santoro, la cui fede è nata seguendo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, si è portato dietro anche quando è stato chiamato a Taranto. Qui, racconta, «non ho fatto altro che rispondere alle provocazioni della realtà».

«GIOIA CONTAGIOSA». «Tra l’Ilva e i migranti», continua Santoro, «ci siamo trovati davanti a un vero dramma umano. Io ho capito che il mio compito era quello di accogliere, come ho fatto con gli operai dell’Ilva, andando a visitarli durante le proteste, o con una signora che è venuta da me un giorno per chiedermi di pregare per la figlia caduta in coma irreversibile proprio prima di sposarsi. Abbiamo pregato in ginocchio insieme il Santissimo e la Madonna. Dopo 15 giorni quella donna è uscita dal coma».
«Ho anche cominciato a visitare sempre più spesso il carcere e siccome per la Messa ci avevano dato una stanza terribile, i detenuti l’hanno ritinteggiata. Poi mi hanno detto: “L’abbiamo fatto per lei e per Gesù”. E nelle visite seguenti mi hanno ringraziato così: “Lei ci prende la mano e non ci lascia”. Ma quella mano era di Gesù e ad afferrarli è stato il fascino di una gioia contagiosa».

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Il desiderio che qualcuno venga

Il moralismo non é soltanto il prevalere del punto di vista morale su ogni altra dimensione della vita, il moralismo non é neppure solo il giudizio sui comportamenti in sé, al di fuori di ogni contesto: il moralismo è il prevalere dello schema sull’esperienza, il prevalere del come una cosa o una persona dovrebbero essere rispetto a quello che sono, il moralismo è – insomma – la negazione del presente che stai vivendo in forza del passato che qualcun altro ha vissuto, e che ha deciso essere la norma del tuo tempo.

Non dico queste cose per promuovere un’etica della situazione o del contesto, ma per evidenziare come ognuno di noi soffra di moralismo, della tentazione di coprire – con la nostra verità – il rischio e la libertà dell’altro. Natale in tutto questo è un fulgido esempio. Il mercato e i consumi ci dicono, senza tanti giri di parole, come dovrebbe essere il nostro Natale: pieno di regali, con tutta la famiglia, ricco di amore e di bontà.

Questo stereotipo del Natale è micidiale: quanta gente piange o soffre perché manca loro qualcosa che il mondo ha deciso essere necessario perché sia Natale. La crisi economica che prostra famiglie e imprese, la vita di ognuno di noi – con la propria originalità e le proprie ferite – mette tanta gente fuori dallo stereotipo natalizio del mercato e condanna molti a patire la diversità e la propria unicità. Mi è capitato l’altra mattina di parlare con una bimba che ha perso il papà poco tempo fa e che mi chiedeva: “Ma che Natale sarà quest’anno per me?”. Io le ho risposto, semplicemente, “il tuo”. Infatti ciò che serve al Natale, e per cui la Chiesa ci fa passare attraverso l’Avvento, non é né un papà né una mamma, né un figlio né un lavoro: ciò che serve al Natale è un desiderio, il desiderio – magari lancinante – che qualcuno venga, che qualcosa accada.

In questo senso, senza un grande dolore non ci potrà mai essere una grande attesa. Il Natale, infatti, non ha bisogno della nostra perfezione o del nostro quadro affettivo “ordinato”, il Natale ha bisogno di me, della mia domanda. Non si può fingere festa quando nel cuore c’è dolore, né usare Gesù Cristo per distrarsi dalla vita e pensare a qualche piccolo regalo: il Natale è anzitutto il tempo della consapevolezza, il momento dell’autocoscienza.

Di che cosa ha bisogno la Tua carne ferita? Di che cosa ha bisogno la tua vita? Non delle luci, e neppure di un “miracolo natalizio”: la tua vita ha bisogno di Quel Bambino.

L’Avvento non è il momento in cui si aspetta e si organizza il Natale, l’Avvento è il tempo in cui si rientra nel Santuario del proprio Io con una domanda semplice e disarmante: ma io, che cosa voglio dalla vita? Di che cosa ho realmente bisogno? Solo un cuore che domanda e che chiede è davvero pronto al Natale, al dono di Quel Bambino solo e indifeso che – nudo – è venuto a prenderti per mano.

Il rischio, come sempre, non è quello di non essere pronti, ultimo scampolo di ogni moralismo, o cattolicamente perfetti: il rischio è quello che Lui venga e noi non siamo in casa, avendo gli occhi così pieni di ciò che ci manca, o di ciò che non abbiamo più, da non sussultare davanti a quel pianto che, squarciando quella notte, ha squarciato la nostra vita. Questo è l’Avvento. Questo è quello che ci manca: smettere di inseguire le nostre idee per permettere al nostro cuore di gioire di quella Presenza.

Il moralismo ci uccide la vita perché ci impedisce di tirare fuori e di prendere in mano la nostra esperienza. Per questo passano i Natali e noi non impariamo niente: perché il nostro cuore, alla fine, ha sempre festeggiato la festa di qualcun altro. Questa Avvento, questi giorni che ci rimangono di attesa, saranno veri, saranno grandi, non se saremo più pii o più bravi, ma se avremo il coraggio di guardare in faccia la nostra vita. Per metterla davanti a Colui che, senza tanti giri di parole, è venuto semplicemente ad abbracciarla.

 

Vivere all’altezza del desiderio

È così raro vedere la realtà per davvero, che se succede si è presi dal timore di essere visionari. Pare “troppo” che ad un certo punto tutto diventi segno. Ma se un bambino, «il più scassato di tutti», come dice suo padre Mirco, vivendo meno di un giorno ha reso più vita la vita di tanti, forse c’è una profondità che di solito non si vede. E bisogna capire cos’è successo. A Bologna. Ospedale Sant’Orsola.
Il reparto di Ginecologia è noto per le tante interruzioni di gravidanza e l’attività di fecondazione in vitro. Qui il primo ottobre è venuto al mondo Giacomino, con una malformazione incompatibile con la vita. Di solito un bambino così è scartato dall’inizio. Lui sarebbe nato, ma solo per morire. Le cose sono andate diversamente. In poche ore ha rivoluzionato il reparto, e il cuore e il lavoro di chi c’era, tanto che oggi si parla di un percorso di comfort care per neonati come lui. E qui era inimmaginabile fino al giorno prima.
Ma tutto in questa storia è stato così. «Prima che arrivasse Giacomo, stavo vivendo incastrando tutto e finendo incastrato io. Anche nel rapporto con mia moglie», racconta Mirco. Lui e Natascia hanno tre figli, Francesca, Federico e Michela, la primogenita, che è morta subito dopo la nascita undici anni fa. La notizia di aspettare il quarto arriva in uno dei momenti più difficili del loro matrimonio. «Ricominci a progettare, provi a ricomporre… È solo peggio». Ma era stata fatta a Dio una domanda molto vera sul loro rapporto. Ti dirà Natascia: «Non riuscivo a rassegnarmi che la promessa del matrimonio fosse persa, e soffrivo, perché non ci guardavamo più come ci guarda Gesù. Gridavo da due anni dentro di me: Signore, mi manchi Tu!».

In quei giorni, lei è agitata, non dorme pensando al nuovo bambino, e una mattina dice a Mirco: «Sento di dover passare da una strada stretta». All’ecografia del terzo mese, la diagnosi è spietata: anencefalia. Giacomo, come Michela, non ha la scatola cranica e non potrà vivere. Il ginecologo continua a parlare, ma loro non sentono più niente. Lui è già pronto a prenotare l’aborto, di default. «Noi lo abbiamo fermato. Ma io ero disperata», racconta Natascia, «il senso di ingiustizia era fortissimo e non era automatico continuare la gravidanza». Si isolano un po’, per decidere, ma è tutto muto. Il primo bisbiglio di bene è il dialogo con il ginecologo Patrizio Calderoni, che gli suggerisce di rivolgersi all’Arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra. Dubbiosi, vanno.
Al cardinale Natascia vuole chiedere se quella di un bambino che non può sopravvivere è vita. «Avevo stretto nelle mie braccia Michela, pensi che non lo sapessi?», dice con tenerezza: «È che cercavo una scappatoia». Però non si aspetta quella risposta di Caffarra:«Voi non avete le forze. Il Signore vi sta chiedendo di correre, ma avete i piedi lacerati. Dovete chiedere le forze a Lui. Io sono con voi. Dirò sempre una messa e quando volete sarò qui. Chiedete il miracolo. Natascia, chiedi alla Madonna, che tra donne vi intendete». Le dice di mettersi davanti alla croce e di non ragionare, di affidarsi, di dire: salvami Tu. Le mette le parole in bocca. «È quello che mi serviva, perché ero così arrabbiata che non riuscivo a chiedere».
Escono dalla Curia senza dubbi. Si aspettavano la “predica” mentre quel giorno iniziava un’amicizia impensabile. «Ha visto il nostro bisogno», dice Mirco: «Nel suo abbraccio, sono stato certo di potermi fidare». Da quel momento, li ha raccolti nei momenti più difficili, nelle decisioni, fino a come dirlo ai figli o se fare il cesareo. Questa compagnia piano piano iniziano a vederla in tutto. Ad ogni picco di dolore, accade qualcosa, «a ciclo continuo», come dice Mirco. Una mattina torna a casa dal lavoro perché Natascia è in crisi, urla e piange. Poco dopo arriva una telefonata: don Julián Carrón li riceve. «Sono partita per Milano già certa che era Cristo a rispondermi». E Mirco racconta: «Lui voleva verificare con noi che la fede vince nella vita. Mi ricordo che ho detto: se scommetto su quello che ho visto, non perderò». Escono da lì che è di nuovo cambiato tutto. «Ci sembrava di venir via dalla festa del nostro matrimonio». In treno, al ritorno, si guardano e parlano come non accadeva da tempo.

È solo l’inizio. L’ecografia del quinto mese è a colori e Natascia vede meglio le malformazioni, più gravi del previsto. «In quel momento l’ho avuto chiaro: Gesù lo vuole così, lo ama così. Sono crollata. Come una bambina quando capisce che il padre ha già deciso». Il grido si fa sempre più acuto. «Ho iniziato a chiedere solo Gesù, che non mi lasciasse». Anche Mirco ha bisogno di urlare, e va da Caffarra: «Perché Dio vuole farci innamorare di Lui così, perché per noi ha scelto questo?». E lui: «Caro Mirco». «Ecco, a me bastava quel caro… Ma ha continuato: “A questo io non ho una risposta. Nessuno su questa terra l’avrà per te. Ma quello che state sperimentando è già il centuplo, il disegno misterioso rimane”. Non poteva rispondermi. Ma non mi ha lasciato nel vuoto».
Li ha fatti guardare. Nell’attesa del miracolo della guarigione, c’è un dolore soffocante, ma nell’attesa di Giacomo, no, il loro sì diventa una strada sempre più intensa. Tutto parla dentro ad un solo grande dialogo. La dedizione degli amici, un messaggio, un caffè casuale in cui si va dritti al cuore, o Andrea, arrivata dal Paraguay per trovarli, che in stazione si inginocchia davanti al pancione. «Sembrava folle», dice Mirco: «Ma ho provato una strana corrispondenza. L’avrei capito meglio mesi dopo».
Più si apre la domanda, più scoprono compagni di cammino. Tra gli amici di sempre e altri nuovi. «È stato un abbraccio di tutta la Chiesa», continua Natascia: «Abbiamo fatto tanti incontri. Ma ognuno, a suo modo, era un tratto di Gesù. Perché era esattamente quello di cui avevo bisogno in quel momento». Alla penultima udienza, il 14 luglio, Caffarra parla loro di santa Clelia Barbieri, per la quale la sera celebrerà una messa. Li invita e si raccomanda per il parcheggio: «Ci saranno molte macchine. Dite ai vigili di farvi passare». Insiste, più volte, con preoccupazione. «Effettivamente, c’era un fiume di gente», dice Mirco, «ma vedendo il pancione, ci hanno lasciati avvicinare». Alla fine della celebrazione, il Cardinale è circondato da autorità, preti, da tutta la gente che vuole salutarlo. «Era anche stremato dal caldo, eppure appena ci ha visti ci ha chiamati per nome e ci ha chiesto: dove avete parcheggiato?». Mirco si commuove ancora. «Ma che bene è questo?». Come nella lettera che ricevono da papa Francesco. O in quella di papa Benedetto… «Abbiamo scritto al mondo intero, soprattutto ai monasteri. E gli amici facevano i pellegrinaggi. C’era tutto un popolo unito per una presenza». Che sarebbe venuta al mondo di lì a poco. Primo ottobre. Il cesareo è fissato. «Mi dispiaceva perché non si poteva fare il 2», dice Natascia. Avrebbe preferito che Giacomo nascesse al Cielo nel giorno dei santi Angeli custodi.

I cento passi di Mirco dal parcheggio al reparto sono accanto a sua moglie e al piccolo Giacomo in grembo. «Natascia era così in pace. La guardavo e lo ero anch’io. Non potevo che ringraziare». Entrano in ospedale con il miracolo più grande che esista, come diceva don Giussani: «Il dolore che diventa gratitudine». E la gratitudine che diventa «la sorgente di novità per il mondo». Natascia fa la Comunione ed entra in sala parto. Fuori gli amici dicono il Rosario con Mirco. Il bambino nasce. E piange. «Questo non ce lo aspettavamo». Il professor Guido Cocchi, responsabile della Neonatologia nel reparto di Ostetricia, è ancora emozionato: «Eravamo preparati ad un cuore che avrebbe rallentato in pochi minuti. Un decesso rapido. Invece Giacomo ha pianto. Forte». In sala operatoria c’è anche don Santo, un missionario della San Carlo a cui è stata affidata da pochi mesi la cura pastorale dei reparti di Ginecologia e Ostetricia. Lo battezza. «Che sorpresa quel bambino che viveva. Ho imparato di nuovo che la nostra pace è la Sua volontà, l’abbandonarsi a essa, perché l’ho visto nella letizia dei suoi genitori». Questo fatto dominerà il lavoro e le decisioni di tutto il personale, nelle diciannove ore in cui Giacomo vivrà, fino all’alba del giorno degli Angeli custodi.
«Questa volta è passato qualcosa di nuovo». Cocchi lavora qui da trentasei anni. Ha visto di tutto: «È stato nuovo sia per la reazione di Giacomo, sia per quello che è successo intorno a lui: la collaborazione che si è generata e l’accompagnamento che si è realizzato, per la prima volta. In Italia non esistono forme strutturate di comfort care, dove un bambino così grave, su cui non è possibile intervenire, possa vivere il tempo che gli è dato in una dimensione “normale”, insieme alla sua famiglia». Invece, dopo due ore che Giacomo scalcia e si fa sentire, lo portano con la mamma in una stanza tutta per loro del reparto ordinario. Come gli altri, senza separarli. «È stato tutto intensissimo: non per un’organizzazione, ma per una presenza che si è imposta», racconta Chiara Locatelli, neonatologa: «Di norma questi bambini vengono ricoverati in terapia intensiva». Tra i colleghi c’è qualcuno dubbioso, perché ci sono dei rischi in una scelta “fuori protocollo”. C’è la preoccupazione per Giacomo, in alcuni la grande domanda per il fatto che sia stato fatto nascere. Sembra solo un dolore inutile. Eppure chi entra in quella stanza cambia idea. Solo vedendo. «Davanti alle perplessità di una mia collega, le ho detto: vieni con me, aiutami a medicarlo. Quando è stata lì, si è commossa. Così come con un’altra, che mi ha aiutata durante la notte: era felice di poter essere utile. Perché davanti a Giacomo e alla madre c’era un’intensità unica… Ho avuto la percezione che sia stata così la notte di Natale». Piano piano, tutti quelli che si trovano coinvolti, anche se non sono d’accordo, anche se non capiscono, sono felici di dare il loro contributo, come se fosse un’occasione che aspettavano.
Anche Marika Friguglietti, ostetrica, ne è travolta. «Alla grandezza che stava accadendo, ciascuno era partecipe senza aver fatto nulla». A tal punto che telefona al marito: vieni a vedere. «A me ha cambiato il giudizio. Sui rapporti, il lavoro. Perché guardare una bellezza così rimette nella strada, fa ricominciare». Tutti in quelle ore desiderano stare con Giacomo e i suoi genitori. C’è un pellegrinaggio di amici. Li salutano, ma poi non se ne vanno. Infermieri e medici chiedono di questo bambino, ma è vivo? Come sta? Mirco non si capacita: «Perché è una notizia per tutti?». Giacomo è semplicemente lì, piange perché ha fame, cerca la mamma, ascolta la voce del papà e dei due fratellini che sono venuti a conoscerlo. «Quando eravamo noi quattro», dice Mirco, «il dolore, le fatiche di quei mesi e dei mesi prima… tutto era in pace di fronte a Giacomino».

Dopo una notte a guardarlo, Natascia vede che non respira bene. «Mi ha chiamata e io sono corsa a prendere la morfina per alleviare il dolore», racconta la Locatelli, «e mentre correvo chiedevo il miracolo, che non morisse». Ma non ha fatto in tempo ad arrivare, che Giacomino se n’era andato. «Volevo lasciarlo nelle braccia della madre il più possibile… Facevo fatica io a staccarmene». Invece Natascia glielo dà, certa, piangendo: «Lui è già dove deve essere». «Così mi sono accorta che fino all’ultimo pensi che il miracolo sia quello che vuoi tu. Invece il vero miracolo era il sì cosciente di una mamma che affida tutto di sé a Chi solo può compierlo». Dopo due mesi, Natascia si chiede ancora che cosa vedesse la gente in quella stanza. «Giacomo è proprio venuto tra noi per dire: “Io ci sono” e “sono amato come sono”. Penso che tutti abbiamo dovuto fare i conti con questo. Per tanti mesi ho chiesto al Signore di mostrarmi la sua tenerezza e potenza. Queste due parole, sempre. E mi ha esaudita. Ha trasfigurato la realtà». Giacomo ha conquistato il pezzo di mondo intorno a sé, ha generato senza saperlo, senza volerlo, come i piccoli santi innocenti di Péguy.
A un certo punto entrano in stanza la caposala, l’ostetrica e il responsabile della sala parto, Mirco e Natascia si allarmano. «No, vi vogliamo ringraziare». Giacomo è morto da poche ore, e loro si sentono dire: «Siamo commossi da voi, da ciò che ci avete testimoniato. Qui c’è stata una collaborazione mai vista. È bello lavorare così, è stato bello potervi accompagnare così. Allora vogliamo scrivere alla Direzione sanitaria per raccontare quello che è successo e iniziare un “percorso Giacomo” per i bambini come lui…». Inconcepibile, qui dove curare è solo guarire. Nelle ore di vita di Giacomo, il professor Roberto Rossini, pediatra, si era affacciato più volte in quella stanza. «Finalmente un’esperienza umana, in una mentalità che medicalizza tutto». È stato colpito «dalla consapevolezza di quei genitori» davanti al destino del figlio. Così come Mirco da lui: «È venuto a salutare mia moglie e a ringraziarla. Lo sguardo fisso a Giacomino. Mi ha commosso, per come la sua umanità vibrava davanti a quello che vedeva». Pensare che era da tempo che alcuni colleghi stavano studiando «un modo per proporre il comfort care», racconta Calderoni: «Ci eravamo trovati per la parlarne. Ma la presenza di Giacomo ha superato ogni progetto. Questo mi riaccende il desiderio di avere gli occhi sempre aperti, perché è Gesù, che mi passa accanto tutti i giorni».
A volere subito che l’esperienza di Giacomo diventi un metodo, una procedura ufficiale, è stata Maria Antonietta Graziano, la caposala. «Quel giorno è successo tutto in modo straordinario e insieme spontaneo. Naturale… Non so dire». È ostetrica da 33 anni. Non si è mai posta il problema di un bambino come Giacomo, perché i bambini gravi vengono trasferiti su altri team. Ma quando viene a sapere che la mamma non vuole separarsene, si rende disponibile. È un fiume in piena: «Vedere il sorriso di quella donna. Non si è mai lamentata, non era scostante. Non ha detto niente. Ha preso il suo bambino per mano e l’ha accompagnato all’altra vita. Guardi che dalla morte di solito si scappa! Sa che ad un certo punto mi sono dimenticata che lui aveva una patologia? È stata una cosa bellissima… Io e i miei colleghi abbiamo potuto dire sì». In che senso? «Mi sono detta: ma dov’ero io fino ad oggi? Ho capito che ero stata anonima fino al giorno prima. Capisce?». Dice che si è sentita risvegliata «da un sonno», in cui non sapeva di essere. «Mi ha aperto occhi e cuore. Ha aperto un altro modo di lavorare. Una nuova frontiera».

Tutto il contrario di qualcosa che finisce. Per questo, il giorno del funerale il Cardinale non ha voluto nessun paramento viola, né preghiere per Giacomo, ma attraverso di lui. Al cimitero, Mirco s’inginocchia pensando ad Andrea, l’amica in stazione, che aveva capito «che Gesù era venuto a farci visita». Gli manca suo figlio. «Ma quando penso a lui, penso a dove vuole rimanere attaccato il mio cuore». Un giorno di questi, Natascia si è accorta che si stavano incastrando come ai vecchi tempi e ha avuto paura: «Tutto questo ha cambiato il mondo e non ha cambiato noi? Invece, no, è un fatto. Bisogna cercarlo, guardarlo. La domanda è più grande, molto più grande, ma proprio perché il Vero l’ho visto». Mirco ripensa ad un aperitivo, preso loro due soli, verso la fine della gravidanza. Parlando, Natascia va con la mente al “dopo”: «Non so se tornerò a fare la vita di prima. Ci siamo imbruttiti e forse Giacomino è venuto per toglierci dal grigiore…». E lui si sorprende a risponderle, senza calcoli: «Ora siamo più liberi. Qualsiasi cosa sceglieremo, ovunque andremo, sappiamo chi l’ha reso possibile ». Racconta di come traballa nel quotidiano, non è che adesso vede la realtà da un piano più alto. «La domanda che io avevo prima che accadesse tutto questo era solo una: essere libero. Era la stessa quando ho saputo di Giacomo ed è la stessa ora. Il fatto è che ho visto che il Signore mi ha preso nel mio limite, mi ha dato il Suo abbraccio carnale e mi ha detto: “Con me puoi esserlo”».
Come l’immaginetta di Giacomo, un particolare del Giudizio Universale del Beato Angelico, dove un angelo custode accoglie in Cielo il suo protetto e lo abbraccia come lo attendesse da sempre, come sono stretti già ora.

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