Racconti di pace

«Quando è morto anche David, il suo migliore amico, mio figlio Elad è stato colto dalla disperazione. Nel messaggio che ci ha lasciato prima di suicidarsi, diceva di non voler più vivere in un Paese i cui figli sembrano destinati a una morte senza scopo».

A raccontare è Roni Hirschenson, di Parent’s Circle. Ha perso due figli, Amir morto in un attentato terroristico e subito dopo Elad, che si è tolto la vita perché non riusciva più a sopportare il dolore. «Nulla al mondo riuscirà a restituirmi mio figlio», continua Roni: «Ma è importante che ci incontriamo. Dobbiamo rimanere insieme, palestinesi e israeliani, sulla strada che porta alla pace». Mohammed Najiv, arabo della striscia di Gaza, ha perso suo figlio Ashraf nel 1996, in uno scontro con soldati israeliani. Anche lui è tra i fondatori di questa associazione di “genitori in lutto”.

Sono tantissime le storie che si potrebbero raccontare di questo strano gruppo di persone che s’impegnano per vivere la pace fra israeliani e palestinesi. «Noi, che abbiamo perso i nostri figli nella guerra fra i due popoli, sosteniamo la pace. Noi, madri e padri, vogliamo arrivare a un accordo fra i due popoli, perché non accada più a nessuno quanto è successo ai nostri figli». Erano in dieci nei primi anni Novanta, quando è nata l’associazione. Oggi sono più di seicento. Tutti genitori che hanno perso i figli durante il conflitto israelo-palestinese, e che nonostante tutto hanno scelto di dedicarsi al dialogo. «Abbiamo cominciato ad incontrarci vincendo le reciproche diffidenze e i pregiudizi, e abbiamo scoperto con sorpresa che avevamo molte cose in comune: un lutto e un grande dolore, innanzitutto. Io ho perso un figlio, una mia amica la figlia, chi il padre, chi la madre o la sorella… Stiamo soffrendo per lo stesso dolore, pur non parlando la stessa lingua».

Il dolore non ha razza né lingua, è identico per ciascuno. «Così come sono uguali», racconta Osama, «il nostro sangue e il nostro futuro: vogliamo vivere in pace, senza più guerre. Desideriamo vivere in pace insieme. Palestinesi e israeliani». Non con teorie, ma attraverso azioni concrete.

Per esempio, hanno attivato una linea telefonica gratuita, “Hello Peace!”, un progetto finanziato dall’Unione Europea che permette a israeliani e palestinesi di parlare di riconciliazione e pace con persone “dell’altra parte”. Basta chiamare da qualunque parte della West Bank il numero 6364 per parlare con un ragazzo israeliano, e viceversa. «Prima di chiamare non pensavo che ai Palestinesi importasse qualcosa della pace», racconta Arik, «ma ora so che hanno il mio stesso desiderio». Sammy, un ragazzo palestinese, è rimasto sbalordito quando ha sentito che «ci sono alcuni israeliani che odiano stare al check-point di guardia», e da allora ha iniziato «a guardare gli altri in modo diverso». Da quando è iniziato questo progetto, circa un anno e mezzo fa, le chiamate sono state 400mila. «Wow, ma è gente come me»: è la prima cosa che generalmente dicono dopo aver messo giù la cornetta del telefono.

Da diversi anni poi, sono attive le donazioni di sangue incrociate. Sangue palestinese per soccorrere i feriti israeliani, sangue israeliano per soccorrere i palestinesi. Chi fa parte di Parent’s Circle gira con l’ambulanza per tutto il Paese, anche se le restrizioni sugli spostamenti rendono più difficile il servizio. Eppure il messaggio resta: anziché spargere il sangue è tempo di donarlo. Ne sono convinti: «Prima o poi una soluzione a questo conflitto dovrà per forza esserci», conclude Roni: «Non siamo un partito politico, siamo solo gente che sta cercando di far arrivare ai nostri leader un messaggio: bisogna fare presto, perché altri non soffrano ancora quello che abbiamo sofferto noi».

Laila ha perso due dei tre figli durante la seconda Intifada. Uccisi mentre andavano a scuola. Incontrandola, ci ha raccontato di come ha imparato a perdonare. All’ultima figlia che le chiedeva perché non odiasse chi le aveva ucciso i fratelli, ha risposto: «Se mi mettessi a odiare anche gli assassini dei miei figli, penso che non riuscirei più a vivere. Amare è l’unico modo che ho di stare al mondo». L’unico modo per tutti i genitori di Parent’s Circle.

1. continua

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