27 gennaio

«Mi metto davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio. Ti sono riconoscente per questo, ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c’è risposta. Bisogna saper sopportare i tuoi misteri.
Dovrei proprio dormire, per giorni e giorni, dovrei lasciar andare tutto quanto. Il medico diceva ieri che ho una vita interiore troppo intensa, che vivo troppo poco sulla terra, anzi, che vivo quasi ai confini col cielo, che il mio fisico non può reggere a tutto ciò. Forse ha ragione. Quest’ultimo anno e mezzo, mio Dio! E questi ultimi due mesi, che da soli sono stati come una vita intera. E non ho forse avuto delle ore di cui ho detto: se dovessi morire tra poco, quest’ora mi è valsa una vita? Ho avuto spesso delle ore simili. E perché poi non dovrei vivere in cielo? Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere? O piuttosto: il cielo vive dentro di me. Devo pensare a un’espressione di una poesia di Rilke: “spazio interno del mondo”.
Ora devo dormire, e lasciar andare tutto. Mi gira tanto la testa. Non c’è niente che funzioni nel mio corpo. Vorrei guarire presto, ma dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre un bene. Ho imparato che un peso può esser convertito in bene se lo si sa sopportare».
(ETTY HILLESUM, Diario, 15 settembre 1942, dal campo di concentramento di Westerbork)

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Il borghesismo del diavolo

Ecco, per capire e tramandare una memoria veramente viva e veramente efficace della Shoah, sostiene la Arendt che ci viene magistralmente narrata da una grande regista e dalla strepitosa sceneggiatura di Pam Katz, bisogna ricordare e tenere sempre bene a mente questa terribile verità: per la prima volta nella storia, milioni e milioni di esseri umani inermi furono trucidati, gasati, arsi nei forni, resi polvere al vento, non per lo scatenamento di un odio irrefrenabile e apocalittico divenuto follia di massa. Ma per una grigia teoria che ha cominciato col marchiare un certo gruppo religioso e sociale, impedendogli di fare cose che fanno tutti (lavorare, salire su un autobus, scrivere, insegnare, educare secondo la propria coscienza, identità e cultura). A un certo punto, la teoria ha finito per tirare le conseguenze e ha spalancato le porte all’inferno come normalità impiegatizia. Le uccisioni di massa diventano un affare di normale procedura e organizzazione di Stato (nel caso, con tipica determinazione teutonica). Massimo impiego di poteri impersonali, straordinaria perizia logistica e immenso dispiegamento di mezzi e uomini.

adolf-eichmann-processoPossiamo immaginare cosa c’è dietro la possenza di una macchina statale impiegata nella deportazione, uccisione e cancellazione delle tracce di sei milioni di persone? Sì, se ascoltiamo Eichmann a Gersualemme: «Sì, avrei ucciso mio padre, l’avrei fatto se mi avessero dato l’ordine di farlo». In effetti, l’1 settembre 1939, Hitler ordina di ottemperare immediatamente al decreto legge che, nell’agosto dello stesso anno e con tutti i crismi medico-legali e pareri delle eminenti Corti tedesche deputate al caso, autorizzava gli organi dello Stato, medici e funzionari della sanità, a dare “la morte per grazia” ai malati mentali e incurabili. A quel punto si era trovata la “soluzione” anche per gli ebrei (in precedenza si era pensato di imbarcarli e spedirli in Madagascar).

Un’impresa “industriale”
I russi entrano a Treblinka nel luglio 1944. Verosimilmente, è la data degli ultimi “carichi”, ultimi “trasporti”, ultima fase dello sterminio di un popolo. Dunque, occorsero meno di cinque anni per trasportare, uccidere, incenerire, occultare sei milioni di persone. Facendo i conti a spanne, si è trattato di una colossale impresa “industriale” realizzata all’incredibile media di oltre un milione di uccisioni l’anno, centomila al mese, più di tremila al giorno, centocinquanta all’ora. Quasi tre persone uccise ogni minuto. Per cinque anni. E mentre caricavano treni e facevano sparire gli ebrei, i tedeschi dovevano affrontare la vita quotidiana, la guerra, l’offensiva su tutti i fronti delle potenze alleate; dovevano far sparire gli ebrei e nel contempo combattere al fronte, fare la spesa e caricare i treni, vestire i bambini e avere gli incubi per il bambino ebreo della porta accanto che loro stessi avevano denunciato alla Gestapo.

Anche solo riandare alla situazione della Germania di fine anni Trenta del secolo scorso e alla tempistica dell’Olocausto fa rabbrividire. Eppure dice Eichmann: «Non ho torto un capello a un ebreo, smaltivo carichi in via amministrativa». Questo è il brand del male per il quale un’ebrea, filosofa e storica tedesca rifugiata in America, conia il termine “totalitarismo”. Qualcosa che non si era mai visto prima. Qualcosa che si sarebbe rivisto nel comunismo di Lenin, Pol Pot, Mao Tze Tung e oggi in Corea del Nord. Qualcosa – nazismo e comunismo – di cui ha scritto il romanzo definitivo Vasilij Grossman.

Non basta. C’è una seconda parte della storia della Shoah riletta da Hannah Arendt. Ed è, tutto sommato, la parte meno interessante, anche se nel film viene rappresentata in maniera drammaticamente e storicamente impeccabile. Certo, si capisce che anche l’intelligente socialista Margarethe Von Trotta è lì lì per commettere il grande e imperdonabile peccato della modernità. Il peccato degli uomini medi diffidenti e furbi, sorta di intellettuali e caricature di filosofi che dubitano e che per alimentare i loro dubbi, la loro pseudo ricerca, la loro pensosità stupida, hanno bramosia d’informazione come di zucchero (anche questa è un’idea messa nero su bianco al tempo in cui non esisteva ancora wikipedia dalla migliore amica di Hannah Arendt, quella Mary McCarthy splendidamente interpretata nel film da Janet McTeer). Però, siccome Von Trotta è veramente intelligente e, dunque, ha accettato il dialogo con Pam Katz («con lui siamo riuscite a scrivere la sceneggiatura grazie a una sorta di “ping-pong”, per cui discutevamo il lavoro per mail, al telefono e di persona, a New York, Parigi e in Germania»), ha capito che se voleva raccontare Hannah non poteva pensare né allo zucchero, né a wikileaks, né ergersi a tribunale e avvocato dei tedeschi. E magari avrà pure riflettuto sul fatto che, in fondo, la moderna retorica sulla “totale trasparenza” e sul “diritto all’informazione” come diritto a sapere tutto di tutti, si riduce a questo: vogliono farti sapere che qualcuno ti ha tradito e sentirti rispondere “sono indignato, li denuncio, in galera”.

hannah-arendt-film-2Tutto il mondo contro
Nel caso di Hannah la questione è più seria e complicata. Voleva capire. E in più, aveva anche un motivo molto personale per approfondire la comprensione di certi fatti. Forse a guidare la cocciutaggine di Hannah (o “arroganza”, come ripetono nella pellicola i suoi detrattori) fu il pensiero del doppiopesismo con cui da una parte venne unanimemente condannato il suo “re nascosto e segreto” (l’amato Martin Heidegger) per la sua adesione al nazismo. Dall’altra era scesa una spessa coltre di silenzio sulle responsabilità di certi capi dell’ebraismo nella collaborazione con gli aguzzini degli ebrei. Argomento che durante il processo a Gerusalemme, a parere di Hannah, venne «deliberatamente e inspiegabilmente evitato». Dopo di che, ebbe certamente le sue ragioni Kurt Blumenfeld, definitivamente perduto come amico: «Hannah, questa volta hai esagerato».

Ed eccoci dunque al secondo corno spinoso del film di Von Trotta: nelle sue corrispondenze da Gerusalemme e da altre ricerche che Arendt aveva svolto in Europa (poi rifluite nel libro La banalità del male), erano emersi fatti che dimostravano l’avvenuta collaborazione all’Olocausto di alcuni capi di agenzie e consigli ebraici. Oltre che nei dialoghi, nel film questa tragedia è evocata dall’immagine di repertorio in cui si vede uno spettatore al processo che interrompe con urla e invettive la deposizione di un rabbino ungherese.

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Eppure la vita è buona

Esce in Francia dall’editore Seuil la versione integrale degli scritti di Etty Hillesum: mille pagine con molti inediti oltre a quelle già pubblicate di Diario e Lettere. Questa ragazza ebrea morta a Auschwitz è stranamente quasi sconosciuta in Italia. Forse perché, non battezzata né apertamente convertita, parla alla fine come una mistica cristiana, e dunque non convince la cultura ebraica. Forse perché, inizialmente non credente, arriva a una visione del mondo cristiana senza alcuna professione di fede – e questo poteva non piacere a certo cattolicesimo degli anni Cinquanta.

Intensamente figlia tuttavia del popolo ebraico, e affascinata dal Vangelo, Etty Hillesum lascia nei suoi quaderni e nella memoria di chi la incrocia l’orma di un’anima splendente: di una regina che riesce a dire, dalle baracche del campo olandese da cui verrà deportata: «Eppure la vita è splendidamente buona, nella sua inestricabile complessità».

L’edizione integrale francese riporta un passo – che nell’edizione italiana del Diario, pubblicata da Adelphi, non compare – in cui Etty legge il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi («Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei un bronzo che risuona, un cembalo che tintinna…») e racconta: «Leggendo, ho sentito come se, come se cosa? Queste parole lavoravano su di me come una bacchetta da rabdomante, che toccava la terra indurita del mio cuore e faceva sgorgare delle fonti nascoste. Improvvisamente sono caduta in ginocchio accanto al tavolino bianco e l’amore, liberato, si è messo a scorrere in me; in un istante liberata dall’invidia, dalle gelosie, dalle antipatie…».

La ragazza in partenza per il lager descrive uno thàuma, ciò che per gli antichi era invasione divina. E ciò che poi saprà testimoniare dal lager dimostra di un cambiamento radicale avvenuto in quella che era una agnostica, vivace ventenne innamorata sempre almeno di due uomini per volta; in una donna che abortisce e scrive al figlio: «Voglio risparmiarti il dolore. Voglio respingerti nella tranquillità del limbo, piccolo essere in divenire, e dovrai essermene grata».

Da questo nichilismo anticipatore del sentire di tante ragazze di cinquant’anni dopo, alla fanciulla del lager colma, pure nel fondo del male, di una assoluta speranza, quale rivoluzione si è compiuta? E pensi a quelle fonti segrete sgorgate alla lettura dei Corinzi, all’improvviso, mai imparato né coscientemente voluto cadere in ginocchio di una ragazza ebrea. Lei stessa subito si riprende, e commenta: «Ieri pomeriggio, ero proprio isterica».

Straordinariamente moderna, Etty Hillesum. Ha addosso una domanda possente, un desiderio infinito; ma se s’affaccia oltre a ciò che si tocca e si misura, reagisce, si difende, torna in sella alla sua razionalità positivista. Ha letto Freud: “Sei solo isterica”, si dice, dopo quell’attimo di felicità inaudita. Una sorella, vissuta cinquant’anni fa. Una che poi, nel fondo dell’inferno, in un istante vede tutto finalmente chiaro. «Siamo partiti cantando», sono le sue ultime righe, su un biglietto gettato dal treno per Auschwitz.

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