Il debole sì che cambia il mondo

Caro Direttore,
papa Francesco non smette mai di stupirci. Parlando all’udienza generale del 17 dicembre, ha detto: «L’incarnazione del Figlio di Dio apre un nuovo inizio nella storia […] in seno a una famiglia, a Nazaret […], in uno sperduto villaggio della periferia dell’Impero romano. Non a Roma, che era la capitale dell’impero, ma in una periferia quasi invisibile. […] Gesù è rimasto in quella periferia per trent’anni. L’evangelista Luca riassume questo periodo così: Gesù “era loro sottomesso” [cioè a Maria e Giuseppe]. E uno potrebbe dire: “Ma questo Dio che viene a salvarci, ha perso trent’anni lì, in quella periferia malfamata?”». Il Signore sempre scombina i piani sfidando il nostro modo di intendere che cosa sia veramente utile per la vita, per la storia e per i processi in corso. Chi di noi avrebbe mai scelto un uomo come Abramo, un semplice pastore, per cambiare il mondo? Chi avrebbe immaginato che sarebbe bastato?
Malgrado il popolo d’Israele abbia visto in tante occasioni questo modo di fare del Signore – a cominciare da quando Mosè aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù degli egiziani −, davanti a una nuova prova, l’esilio, lo scetticismo riaffiora. Geremia si fa eco della diceria del suo tempo: sì, Dio ha fatto uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto, ma adesso? Ora?
E proprio in quel momento il profeta lancia una nuova sfida, nella quale si ripete lo stesso metodo di Dio: «Susciterò da Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re […] ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra» (Ger 23,5). Su quel germoglio poggia tutta la Sua promessa. Infatti «verranno giorni − dice il Signore − nei quali non si dirà più: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto”, ma piuttosto: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire e che ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi; costoro dimoreranno nella propria terra”» (Ger 23,7-8). Il Signore si mostrerà ancora presente facendo ritornare il popolo dall’esilio.
Dio è testardo nel far vedere al Suo popolo che il metodo dell’inizio è anche quello che consente di incidere su tutti i processi successivi della storia. È così che Lui sfida lo scetticismo del popolo e cerca di sostenerne la speranza. Ma a noi questo sembra troppo poco, troppo debole, troppo inincidente, quasi ridicolo e sproporzionato rispetto alle dimensioni dei problemi con cui ci dobbiamo confrontare ogni giorno. È la ragione per cui spesso anche l’antico popolo d’Israele soccombeva alla tentazione di scendere a patti con il potere − qualsiasi fosse: Egitto o Babilonia, questo è secondario – per cercare qualcosa su cui poggiare la propria sicurezza.
Dio non cambia strada e, per continuare il suo disegno di cambiamento del mondo, ai tempi dell’Impero romano si affida al Figlio di una vergine, Maria. Senza il suo sì, che insieme a quello di Giuseppe dà credito alla promessa di Dio, non sarebbe accaduto niente. Di conseguenza, in questi giorni non ci sarebbe niente da festeggiare. E invece possiamo fare festa anche quest’anno, avendo davanti ai nostri occhi la portata della scelta di Abramo sulla scena del mondo e la profezia di quel germoglio che si è compiuta in Gesù. E passando di secolo in secolo, Lui è rimasto nella storia e oggi ci raggiunge nella vita della Chiesa, come allora, attraverso un germoglio: papa Francesco, che ci abbraccia costantemente senza avere paura di tutte le nostre fragilità e infedeltà, e senza temere il cammino della nostra libertà, proprio come fa il padre con il figliol prodigo. E rinnova la profezia antica: «Il Verbo, che trovò dimora nel grembo verginale di Maria, nella celebrazione del Natale viene a bussare nuovamente al cuore di ogni cristiano: passa e bussa. […] Quante volte Gesù passa nella nostra vita […] e quante volte non ce ne rendiamo conto, perché siamo tanto presi, immersi nei nostri pensieri, nei nostri affari» (Francesco, Angelus, 21 dicembre 2014).
È per questo che il Natale ci invita a convertire prima di tutto la modalità di concepire da dove può venire la salvezza, cioè la soluzione dei problemi che la vita quotidiana ci pone. Sfida ciascuno di noi con la grande domanda: da dove ci aspettiamo la salvezza? Dalle alleanze che facciamo l’un l’altro e dai nostri calcoli per sistemare le cose o da questo segno apparentemente impotente, una presenza quasi inosservabile ma reale, testarda, irriducibile, che il Mistero pone davanti ai nostri occhi? Tutto si gioca lì, dal primo momento fino ad ogni passo dello sviluppo di quel disegno: il nostro sì a Colui che ci chiama e che ha fatto tutto ciò che esiste, è l’unica modalità per sperare di incidere sui processi del mondo.
Come diceva don Giussani all’inizio del Sessantotto: «Veramente siamo nella condizione d’essere […] i primi di quel cambiamento profondo, di quella rivoluzione profonda che non starà mai – dico: mai – in quello che di esteriore, come realtà sociale, pretendiamo avvenga»; infatti, «non sarà mai nella cultura o nella vita della società, se non è prima […] in noi. […] Se non incomincia tra di noi […] una rivoluzione di sé, nel concepire sé […] senza preconcetto, senza mettere in salvo qualche cosa prima».
Buon Natale a tutti.

*Presidente della Fraternità
di Comunione e Liberazione

http://it.clonline.org/articoli-dalla-stampa/default.asp?id=440&id_n=21182

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“Maria”

Lei era una bambina che qualunque collina
avrebbe voluto avere come sole.
Da tempo immemorabile era bella.
E più che una bambina era una stella.

Più che una stella era qualunque cosa.
Più di qualunque cosa era amorosa,
più di qualunque amore decorosa:
di tutto l’universo era la sposa.

Ma era troppo piccola: una rosa
che sboccia appena, come ogni creatura
sospesa tra l’eterno e la paura
dei giorni che dei sogni sono mura.

Le mura di chi è nato e non gli è dato
capire più di quanto del creato
gli venga in uno spazio costruito
e dentro un tempo già determinato.

Ma i sogni la sognavano più forte
del sogno che a ogni nato è dato in sorte
prima che nel silenzio della morte
le vite si ritraggano contorte.

Quasi che solo quello si sapesse:
che tutto infine ha fine come il sole
e l’universo e tutto ciò che vuole
vivere sempre, e che vivendo muore.

Quest’era l’infinita nostalgia,
quest’era l’assoluta lontananza
prima che quella luce in quella stanza
dicesse allora e per sempre: “Maria”.

Aldo Nove, I da Maria

 

Buon Natale !

Perché il Natale continua ad attirarci e a commuoverci? Esso provoca in tutti – anche se in modi diversi e con diversi accenti – una sorta di simpatia inestirpabile, come un presentimento di bene e di pace. Una reazione che attraversa anche le differenze ideologiche o le visioni del mondo, così come trapassa i progetti e i bilanci dell’esistenza individuale, perché sembra cogliere un’attesa e un desiderio che abitano il cuore di ciascuno di noi. Un’attesa tante volte non detta o tacitata; un desiderio che si teme non potrà mai essere davvero soddisfatto. Di fronte al Natale è come se non avessimo più pudore ad ammettere quell’attesa, riconoscendo che attendiamo un incontro che possa spalancarci la vita, e riattivassimo – anche se solo per poco – quel desiderio di felicità e di compimento.

Si fa presto a dire che poi questa nostra mossa verrà letteralmente mangiata nel meccanismo consumistico, quello in cui i veri doni si trasformano in una lista di regali e l’attesa segreta dei cuori si confonde con i buoni propositi che già sappiamo non verranno mantenuti. E tuttavia, non sarebbe giusto che questa deriva ci impedisca di guardare al fondo della questione che si riaccende di fronte alla nascita di Cristo, e che viene prima di ogni riduzione: la questione su ciò che permette davvero al nostro “io” di vivere. Non si tratta dunque di richiamare, in maniera un po’ manichea, la sobrietà “autentica” di una festa spirituale rispetto al degrado materialistico di una festa solo mondana, proprio perché il Natale scompiglia ogni volta queste nostre divisioni, lo spirito e la carne, il mondano e il divino, il cielo e la terra.

Questo è l’interessante e l’inedito: proprio ciò che è accaduto nella storia del mondo duemila anni fa, e che continua a riaccadere oggi, ci permette di vedere, e di comprendere, di cosa siamo veramente in attesa, che cosa ultimamente desideriamo. Certo, il Natale non è appena l’esito della nostra attesa o il prodotto del nostro desiderio; è piuttosto la scoperta che attendere non è vano e desiderare non è assurdo, perché la realtà ha risposto – e risponde – alla domanda della ragione e del cuore dell’uomo, infinitamente di più di quanto si sarebbe potuto prevedere. Inversione della logica consueta: è la risposta che anticipa, in una sorprendente contromossa, il potere della domanda.

E’ per questo motivo che, di fronte alla nascita di Cristo, vien voglia di conoscere di più, senza mai poterlo dare per scontato, che cosa è effettivamente successo – e sta succedendo oggi. Lo direi così, perché mi colpisce di nuovo in questo modo: è la riscoperta della realtà.

In un’epoca filosofica in cui da più parti si insiste per un ritorno al “realismo”, dopo il lungo predominio moderno e “post-moderno” delle interpretazioni rispetto ai fatti, il Natale ci costringe a chiederci qual è il significato del reale, che cosa è veramente “realtà”, e ad accorgerci di come siano insufficienti le categorie in cui abitualmente la riduciamo. Da un lato infatti noi siamo soliti attribuire la parola realtà a ciò che corrisponde ai nostri schemi mentali o che riusciamo a costruire con le nostre strategie. Insomma, saremmo noi, soggettivamente, a decidere cosa esiste davvero. Dall’altro lato, però, siamo anche costretti – a motivo delle circostanze che spesso smentiscono queste nostre pretese – a ritenere che la realtà sia qualcosa di oggettivo, sì, ma come indipendente e indifferente rispetto a noi, come ciò che in definitiva resta immodificabile in sé.

Ciò che avviene con il Natale ci fa invece vedere in maniera nuova, più originale, la realtà: qualcosa che ci è “dato”, altro da noi, ma per noi, portando in sé l’invito alla nostra ragione e alla nostra libertà ad accoglierlo, per arrivare a scoprire che c’è Uno che ce la sta dando. Non il richiamo a un “cielo” indefinito, non l’appello a un lontano al di là, ma la sfida a vedere l’invisibile nel visibile. Questo non vuol dire semplicemente che la realtà è misteriosa (d’altronde, chi potrebbe mai negare l’enigma dell’esistere?), ma soprattutto che il mistero è reale, e si rende esperienza sensibile. Insomma il mistero non è un’aggiunta o una fuga dall’essere, ma la logica stessa dell’essere; ed è “mistero” non perché semplicemente ci sfugga, ma al contrario proprio perché ci raggiunge, e ci interpella a rispondere agli eventi e alle cose, così che il reale possa accadere in tutta la potenza del suo senso. C’è bisogno di un io, e del suo rapporto con l’essere, perché la realtà veramente accada.

Natale è la festa della conoscenza perché in quel punto e da quel punto è realmente iniziata una modalità nuova di conoscere questo nostro mondo. Conoscere la verità significa riconoscere l’amore (come ci testimonia con passione Papa Francesco), non come impersonale energia cosmica ma come uno sguardo da persona a persona, l’irrompere del “Tu” nell’io. Di questo Tu si può parlare non tanto per una dottrina filosofica, ma innanzitutto per un’esperienza vissuta (e grazie a questo, magari, anche in una prospettiva filosofica).

Ma non per questo il Natale cristiano risolve automaticamente il problema della realtà, quel dramma cioè che sta tutto nel decidere se essa abbia un senso ultimo e un destino di pienezza o se sia insensata e destinata al nulla. Esso piuttosto continua ad attestare che il senso non è una nostra costruzione ma una “presenza” che accade.

E se il filosofo greco poteva stupirsi, con le parole di Aristotele, per la presenza delle cose che desta meraviglia e avvia la conoscenza; e se secoli dopo il grande Leibniz poteva formulare la domanda metafisica più vertiginosa, ossia perché mai esista “qualcosa piuttosto che il nulla”, il Natale ci porta alla sorgente di quello stupore e al fondo di quella vertigine. L’essere c’è – non come un caso assurdo e irrazionale, ma come una storia che si mostra nel corso del tempo e ci tocca, ci cambia, ci strappa ogni volta dal niente.

Ad una sola condizione: che noi ci lasciamo toccare da questa presenza. Se è il Mistero infatti che prende l’iniziativa nei nostri confronti, al tempo stesso esso ci aspetta: la realtà intera aspetta, silenziosa, la risposta di un uomo che sia disponibile ad accoglierla.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/12/25/NATALE-2013-La-scoperta-che-l-attesa-non-e-vana/print/454592/

 

Dio con noi

 

  • Federico Barocci, Presepe, 1598. Pinacoteca Ambrosiana, <br> Milano (Dal Volantone di Natale di CL)Federico Barocci, Presepe, 1598. Pinacoteca Ambrosiana,
    Milano (Dal Volantone di Natale di CL)

Caro direttore,
di fronte alla quotidiana urgenza del vivere che ci accomuna tutti e che sembra azzerare ogni speranza, il Natale ha ancora qualcosa da dire? È solo un ricordo che evoca buoni sentimenti o la notizia di un fatto capace di incidere nella vita reale?

«La ragione della nostra speranza è questa: Dio è con noi. Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente. La presenza di Dio in mezzo all’umanità non si è attuata in un mondo ideale, idilliaco, ma in questo mondo reale. Egli ha scelto di abitare la nostra storia così com’è, con tutto il peso dei suoi limiti e dei suoi drammi, per risollevarci dalla polvere delle nostre miserie, delle nostre difficoltà» (Francesco, Udienza generale, 18 dicembre 2013). Per prepararmi al grande avvenimento del Natale, in questi giorni mi ripeto spesso queste parole del Santo Padre.

Al Mistero piace sfidarci costantemente «in questo mondo reale», senza tentennare nelle cose che fa! Per questo Dio sceglie quelle circostanze che possono mettere di più davanti ai nostri occhi chi è Lui e quale straordinaria novità può generare nel mondo. E questo dovrebbe rallegrare ciascuno di noi, perché significa che allora non c’è situazione, momento della vita o storia che possa impedire a Dio di generare qualcosa di nuovo. E come ci sfida?
In attesa del Natale la Chiesa rilegge le grandi vicende del popolo di Israele e ci mostra come Dio interviene nella storia. Per esempio, mettendo davanti ai nostri occhi due persone sterili, incapaci di partorire: una donna di Sorèa e Elisabetta (che diverranno le madri di Sansone, difensore del popolo ebreo, e di Giovanni il Battista, precursore di Cristo; cfr. Giudici 13,2-7.24-25a e Luca 1,5-25), due donne che non possono “aggiustare” in alcun modo le cose, nessuna loro genialità può renderle madri. È impossibile, è qualcosa di impossibile agli uomini. In questo modo il Signore vuole farci capire che a Lui tutto è possibile, e che quindi è possibile non disperare, che nessuno può dirsi abbandonato, dimenticato o condannato alla propria situazione, trovando in essa una giustificazione per non sperare più. Non c’è niente di impossibile a Uno che fa cose come queste: rendere madri due donne sterili. La loro imprevedibile maternità rappresenta la più grande sfida per la ragione e per la libertà di ciascuno. Non c’è situazione, non c’è rapporto e convivenza umana che non possano cambiare. E se qualcuno si è rassegnato pensando alla sua storia, oggi di nuovo il Signore sfida la sua mancanza di speranza.

«La tua preghiera è stata esaudita», dice l’angelo a Zaccaria, «tua moglie Elisabetta ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni». Il vangelo definisce questo «un lieto annuncio», perché noi non siamo condannati allo scetticismo e non siamo annientati dal fallimento di tutti i nostri tentativi. E non c’è solo la promessa, ma anche il suo compiersi, perché poi il figlio lo avrà davvero! Questi fatti annunciano a coloro che conservano anche solo un filo di tenerezza verso se stessi che è possibile cambiare, perché a Dio tutto è possibile; a Lui basta trovare in noi la disponibilità del cuore.

Se noi lasciamo entrare questa potenza di Dio, la nostra vita, come quella di Zaccaria, si riempirà di gioia: «Avrai gioia e esultanza». Che non è solo per noi; è data a noi anche per gli altri: «Molti si rallegreranno della sua nascita». E questa gioia dimostra chi è Dio, chi è all’opera in mezzo a noi. Giovanni «sarà colmato di Spirito Santo» e comincerà a cambiare quello che tocca.

In questo modo la liturgia della Chiesa ci introduce a guardare un’altra donna, questa volta vergine, di nome Maria, alla quale è accaduto qualcosa di non meno misterioso che alle due donne sterili: l’avvenimento dell’Incarnazione per opera dello Spirito Santo, a cui Maria semplicemente ha acconsentito, dicendo di sì. Col Natale il Signore ci porta questo lieto annuncio. Accoglierlo dipende da ciascuno di noi, dalla nostra disponibilità semplice a lasciarci sorprendere da Lui, che con la Sua iniziativa ci raggiunge costantemente qui e ora, «in questo mondo reale».

Se lo domandiamo e ci rendiamo disponibili a quello che il Signore sta per fare in mezzo a noi col Natale, tanti intorno a noi si rallegreranno della “nostra” rinascita. Solo questa novità potrà convincere ogni uomo della credibilità dell’annuncio cristiano che lo ha raggiunto. Basta pensare a quanti uomini di ogni cultura si rallegrano oggi, fino a sentirsi sfidati come mai, dell’esistenza di uno come papa Francesco, nel quale il Mistero ha trovato questa disponibilità del cuore.

http://www.tracce.it/default.asp?id=411&id_n=38679