La nascita dell’io

Una delle mostre del Meeting di Rimini 2015 (Giovedì 20 agosto 2015 – Mercoledì 26 agosto 2015) sarà Abramo. La nascita dell’io. A cura di Ignacio Carbajosa. Con la collaborazione di Giorgio Buccellati. In un contesto storico di grandi cambiamenti come quello nostro, dove una civiltà edificata sui valori cristiani sta crollando davanti ai nostri occhi, provocando lo sgomento di tanti, vale la pena tornare sulla figura di Abramo che rappresenta la modalità con cui il Mistero ha voluto salvare l’uomo.
In questo modo risulta evidente che Dio ha puntato tutto sul rapporto con un uomo, Abramo, e sulla sua libertà, tralasciando ogni calcolo geopolitico. Infatti sembrerebbe “più intelligente” scegliere il figlio di qualche imperatore per rivelare il disegno divino a tutta l’umanità. Chi avrebbe fatto una mossa così per arrivare a tutti? Chi oggi agirebbe in questo modo?
Con la figura di Abramo si identifica la nascita dell’io. E oggi più che mai sentiamo l’urgenza di questa rinascita della persona. Se il cuore dell’uomo non ritorna a battere, a desiderare, a rimettersi in gioco nelle difficoltà quotidiane sarà inutile ogni tentativo di riuscita e soluzione, perché si useranno sempre logiche di potere e strategie che riducono l’uomo e l’ampiezza del suo desiderio più vero.

Nel catalogo della Mostra al curatore don Ignacio Carbajosa viene rivolta questa domanda: Qual è la novità che viene introdotta nella storia con la chiamata di Abramo?

Come direbbe don Giussani, con la chiamata di Abramo avviene “la nascita dell’io”. In che senso? D’allora l’io si concepisce come io in rapporto, appunto, come dialogo con un Tu che li è venuto incontro. Proprio per quello, tutto l’affannarsi della vita diventa vocazione, cioè compito, risposta nella propria vita all’iniziativa di un Altro che finalmente esprime una Sua volontà: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”. Il tempo diventa storia, luogo della verifica e del compimento di una promessa. E tutto quanto all’interno del popolo che la stessa chiamata ha generato, un popolo che diventa protagonista (anche se nelle apparenze non lo sembra) della storia.

GUARDA IL VIDEO di presentazione dell’incontro con don Julian Carron e il prof. Joseph Weiler lunedì 24 agosto alle ore 17.00 sul tema della mostra.

VISITA la pagina dedicata alla Mostra nel sito di Meeting Mostre

La Mostra sarà itinerante e pronta per essere affittata da settembre in poi

tratto da : http://www.centriculturali.org/default.asp?id=355&id_n=5374#.VaYr3eLlwoU.facebook

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La libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta

 

Costantino Esposito

 

domenica 24 agosto 2014

Il pensiero di Charles Péguy costituisce uno tra i contributi più originali e rilevanti – anche se ancora in gran parte nascosto – alla filosofia del Novecento. La cosa può sembrare paradossale, se si pensa alla sua accesa polemica contro il partito degli intellettuali di professione, e la sua insofferenza ai principi astratti che pretendono di imbrigliare l’imprevedibilità della vita e la sorpresa degli eventi. Ma a ben guardare è proprio questa attitudine anti-accademica e anticlericale – di qualunque clero si tratti, quello della neo-scolastica o dello spiritualismo cattolico o del materialismo positivista – a rendere più interessante e decisivo quel contributo. Sin dall’inizio Péguy si augurava di «mantenere la giovinezza del suo appetito metafisico», quella fame dell’essere e quella sete del senso delle cose che nasce dall’impatto con il reale. Perché il reale non “è” mai semplicemente lì “fuori” di noi (ma neanche semplicemente qui “dentro” di noi), come qualcosa di già-fatto, ma appunto accade: il suo essere è dell’ordine della storia, e il suo senso ha la dimensione del tempo. La realtà è qualcosa che “si dà” a qualcuno, un evento che chiede il nostro libero sguardo per mostrare il suo senso – anzi, il suo stesso essere. 

Questo porta a due conseguenze speculari: da un lato noi non possiamo mai presumere di cogliere e conoscere la realtà del mondo una volta per tutte, perché questo è possibile solo quando misuriamo le cose con i nostri schemi a priori (come voleva il positivismo); ma ogni “scienza” esatta deve sempre fare i conti con gli eventi individuali e irripetibili dell’esperienza. Perché ogni volta che la realtà riaccade si fa esperienza – in un tempo e in uno spazio determinati – del suo senso, e questa scoperta ci permette di scoprire tutta la potenza inesauribile dell’essere. Ma specularmente, quando parliamo del senso del mondo e del valore dell’uomo non possiamo più intenderli come una costellazione di principi che ci guardino dal cielo, ma come la libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta. Lo “spirituale” (per usare i termini di Péguy) o è “carnale” o non è; e la carne dell’esperienza o porta in sé e manifesta da sé la sua verità o resta un dato inerte, anaffettivo. Ma questo sta a dire che solo la libertà può riconoscere l’essere, il senso ed i valori.

La grazia dell’esser cristiani (che a un certo punto della sua vita Péguy riconosce come l’inevitabile origine del suo sguardo e del suo cammino) è ciò che rivela la legge immanente alla natura dell’essere, cioè il suo esser-avvenimento (come ha richiamato acutamente Alain Finkielkraut). È grazie all’esperienza del cristianesimo che la grande scoperta greca della meraviglia per la presenza degli enti può attraversare tutto il dramma della modernità e riaffermarsi dentro quest’ultima, affrancandosi dalle sue riduzioni ma anche rilanciando la scoperta moderna della libertà da cui la stessa grazia alla fine misteriosamente dipende. 

Péguy intuisce il problema dell'”essere” come “storia”, con una chiarezza, una drammaticità e una passione che è propria solo di alcuni grandi pensatori del Novecento, come Henri Bergson, Edmund Husserl o Martin Heidegger. Con questi pensatori – pur in tutta la diversità delle loro prospettive – Péguy condivide la serietà con cui prende in considerazione il lavoro del pensiero, quel lavoro sui generis che è il pensiero. E quello di Péguy può ben essere considerato esso stesso come un pensiero al lavoro. Tanto più lavoro, quanto più netto è il giudizio di Péguy sul fatto che la nostra mente non può “produrre” la realtà, ma può solo farsene raggiungere, può accoglierla, può finalmente ri-conoscerla. Ma, appunto, questa “passività” originaria e permanente non solo non ci esime dalla fatica del riconoscimento (verrebbe da dire, con Hegel, dalla “fatica del concetto”), ma anzi è ciò che inaugura il vero lavoro del pensiero. 

Non si tratta dunque della mera rivendicazione della “realtà” rispetto alla ragione umana, ma della messa a fuoco dell’incontro originario tra le due. Il nome di questo incontro è avvenimento, un dato in cui è già in gioco, è già implicato e all’opera il pensiero. 

Nell’ultimo suo scritto, pubblicato postumo, la Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana, Péguy descrive la passeggiata di due amici filosofi (Julien Benda e lui stesso): «e di che mai parleranno di più pressante» – egli osserva – «se non del problema dell’essere?». Entrambi sono legati da una reciproca complicità per il fatto che «sanno dell’incomparabile dignità del pensiero e, a dispetto di tutto il resto del mondo, a dispetto di tutti i barbari, sanno che non vi è niente di più grave e di più serio del pensiero». Ma il pensiero umano per Péguy non è un’attività astratta del soggetto, bensì la sua apertura più propria, il suo stesso “stare” al mondo. Può meravigliare coloro che sono stati pigramente abituati ad annoverare Péguy tra gli autori “antimoderni” (cioè anti-illuministi, nazionalisti, vitalisti, irrazionalisti ecc.), la stima che egli nutre per la filosofia di Cartesio. Una stima critica, certo, perché Cartesio ha creduto illusoriamente di poter dedurre tutta la realtà dai principi a priori della mente umana; ma appunto per Péguy Cartesio nel far questo ha contraddetto, tradito, negato la sua stessa scoperta: che la conoscenza dell’essere avviene sempre grazie ad un “metodo”, e che questo metodo è la stessa via dell’esperienza. Il nostro pensiero è più grande delle nostre deduzioni, dei nostri meccanismi di controllo, delle nostre formalizzazioni: esso è una vita, una storia esso stesso, il luogo in cui l’essere si fa finalmente presente.

Riprendendo una felice intuizione di Hans Urs von Balthasar possiamo dire che Péguy non è mai stato tentato di innalzare dei bastioni contro il mondo moderno (come ad esempio aveva fatto Kierkegaard nei confronti di Hegel), ma «si trasferisce subito nel cuore della posizione anticristiana dell’hegelismo estremo di sinistra [quello che confluirà nella tradizione socialista abbracciata inizialmente dallo stesso Péguy] per poterlo riportare tutto intero a casa, o meglio per potervi intessere dall’interno il bozzolo cristiano». Ecco, con Péguy è come se il moderno trovasse infine la sua propria casa.

 

Solo il sensibile lo tocca

Per Ungaretti il suo stile assomiglia a un sotterraneo moltiplicarsi di radici; per il contemporaneo e acerrimo nemico Fernand Laudet era invece un martellare insistente e fastidioso basato su un’imbarazzante eterogeneità di fonti; per un fine lettore come Maurice Blanchot, allitterazioni e anafore costituiscono invece la segreta ricchezza di un testo traboccante di un’attesa ostinata, animato da un conflitto costante fra tensione poetica, vis polemica, lessico popolare e latinismi raffinati, una lotta continua contro l’indurimento interiore dell’abitudine fissata in frammenti taglienti e incisivi come aforismi. 

Colpisce sempre, negli ammiratori come anche negli appassionati detrattori di Péguy, la diversità di motivazioni, di temperamento, di cultura, di aspettative e chiavi di lettura. Solitamente si apre un libro di Péguy per il suo inconfondibile stile letterario; perché, come ha scritto il cardinale Roger Etchegaray (da sempre estimatore del suo «anticlericalismo di buona lega»), il ritmo cadenzato dei suoi alessandrini dice sempre «cose profonde e semplici, che vi accompagnano per sempre nella vita, al ritmo del passo di un soldato di fanteria infaticabile». Il contenuto del testo, però, è stato spesso frainteso o dimenticato, proprio perché non incasellabile in nessuna categoria.

«Solo il sensibile lo tocca» diceva di lui Jacques Maritain non rendendosi forse conto di nascondere dietro a una critica il più lusinghiero dei complimenti per lo scrittore di Orléans. Parole che suonano come un potente antiveleno per l’uomo postmoderno, che tende a vedere il mondo come pura e semplice disponibilità e a passeggiare nel giardino della storia senza confrontarsi davvero con niente, “turista per caso” dello spazio e del tempo senza altro orizzonte che se stesso, nella liquida, «incurabile viltà del mondo contemporaneo, per cui osiamo dir tutto all’uomo, tranne ciò che gli interessa» (Notre jeunesse, 1910).

A Péguy il Meeting di Rimini dedicherà (dal 24 al 30 agosto) la mostra «Storia di un’anima carnale», mentre il Centro Culturale di Milano gli ha reso omaggio con un e-book — Non ti ho ancora detto tutto, a cura di Giampaolo Pignatari (Firenze, Sef, 2014) — che raccoglie testi tradotti e inediti e foto d’epoca, tra cui un saggio di Hans Urs von Balthasar, secondo cui “non si è mai parlato così cristiano” come nelle opere dello scrittore di Orléans.

di Silvia Guidi

 

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Storia di un’ anima carnale

Mostre
Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy
Domenica 24 agosto 2014 – Sabato 30 agosto 2014

«Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy» è il titolo della mostra che il Meeting di Rimini propone il prossimo mese di agosto per celebrare l’anniversario di uno scrittore ben radicato nella cultura da cui il Meeting sorge e straordinariamente illuminante per il presente che viviamo.

L’apparente ossimoro della prima parte del titolo aiuta a spiegare le numerose polarità della biografia di Péguy: la povera gioventù orleanese e l’attiva maturità nel cuore della cittadella culturale parigina, il mai rinnegato socialismo e la lotta contro l’ideologia partitica, il dreyfusismo e il patriottismo, la fedeltà alla condizione di sposo e padre senza negare i sentimenti che l’hanno messa alla prova, la passione per l’amicizia e la netta rottura con chi non ne condivideva più il motivo ideale, il pungente vigore di polemista e l’afflato poetico.
Quell’apparente ossimoro dà poi ragione del filo conduttore che attraversa tutti gli scritti di Péguy: l’assoluto rispetto del reale concreto – carnale appunto – così come si pone, nell’inesausta ricerca della sua «anima». Deriva da qui la sua persistente polemica contro ogni stortura ideologica: politica o dei “sistemi” teorici, giornalistica o letteraria, pedagogica o sociologica; tutte quelle cioè che caratterizzano il «mondo moderno».

Da ultimo e soprattutto, «anima carnale» definisce compiutamente la profonda e radicale percezione dell’avvenimento cristiano propria di Péguy. Quella che gli ha permesso di scrivere le pagine indimenticabili dei Misteri e che ha suggerito a Von Balthasar di dichiarare: «Non si è mai parlato così cristiano».

La mostra riminese si pone su un registro biografico. Un percorso guidato accompagna il visitatore lungo le principali tappe di una vita (1873-1914) che, del resto, non ha avuto – a parte la morte sul campo di battaglia il primo giorno della controffensiva della Marna – eventi esterni particolarmente eclatanti, essendosi sostanzialmente consumata nel faticoso lavoro di editare i Cahiers de la quinzaine. Il percorso biografico è funzionale a far prendere contatto diretto coi testi di Péguy, autore prolifico e dalla prosa così ricca da mettere in difficoltà chi voglia estrarne degli stralci e, nel contempo, così potente da arrivare ad espressioni che suonano come indimenticabili aforismi.

Per favorire ancora di più l’immedesimazione del visitatore, la mostra offre anche quattro tappe durante le quali sarà possibile vedere la messa in scena di alcuni momenti della vita di Péguy, non tanto in chiave descrittiva, quanto piuttosto per consentire la miglior fruizione possibile del testo péguyano, che è la lettura ad alta voce.

La mostra è arricchita dal video di una intervista inedita ad Alain Finkielkraut.
L’obiettivo è, in definitiva, quello di avvicinarci il più possibile – ben consapevoli, secondo l’insegnamento di Péguy stesso, che nessuno lo può produrre a suo piacimento – ad una mostra che sia avvenimento, l’avvenimento dell’incontro con un uomo di genio.

 
A cura di Piero Cappelli, Pigi Colognesi, Flora Crescini, Massimo Morelli.

tratto da http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=5996