American dream

American Dream.
In viaggio con i Santi americani

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016 Piazza A5

A cura di un team di professori e studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Svizzera.

La mostra presenta la storia di un “sogno americano” che non è stato ancora raccontato.
Da sempre l’America è stata la meta prediletta di tanti uomini e donne in cerca di libertà, lavoro e speranza; ma è stata anche la meta di uomini e donne mossi dal desiderio di far conoscere Cristo e condividere la bellezza della fede. Si tratta di Santi, cioè uomini veri.
La mostra racconta la vita di alcuni Santi, uomini e donne vissuti in America del nord tra il XVII e il XX secolo: i martiri americani Jean de Brébeuf (1593-1639), Isaac Jogues (1607-46) e Charles Garnier (1606-49), insieme a Kateri Tekakwitha (1656-80), canonizzata da Benedetto XVI; Junípero Serra (1713-1784) padre delle missioni in California, canonizzato da Papa Francesco; Damien de Veuster (1840-89), a servizio dei lebbrosi alle Hawaii; e Katharine Drexel (1858-1955), grande educatrice e costruttrice di scuole e di opere sociali. Il percorso si conclude con la storia delle apparizioni mariane presso il santuario di Our Lady of Good Help, in Wisconsin.

 

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=904&item=6507

L’irruzione della “volontà” di Dio : la chiamata ad Abramo

La prima parola che Dio indirizza a Israele è una parola strana. E’ indirizzata a un politeista mesopotamico, Abramo, il quale viene invitato ad abbandonare la propria casa per andare verso una terra sconosciuta. L’origine di Israele, dunque, si pone in un avvenimento incastonato nella storia: la conversione di Abramo. E questo è un dato rilevante, visto  che le civiltà del territorio circostante fanno risalire le proprie origini a un tempo mitico originario, per il quale in fondo non ha senso parlare di storia o di tempo. Israele, invece, legandosi al “Dio di Abramo”, rifiuta di considerare origine del suo Dio un tempo cosmico(fuori dalla storia).

Strano! Mettendo all’origine della propria religione un avvenimento storico, la “conversione” di un uomo che rompe con la tradizione politeistica, Israele perde la possibilità di mettere il suo dio all’altezza degli altri dèi, che hanno un’origine remota.

Il paragone con le culture circostanti ci aiuta a capire meglio l’originalità di questa prima parola che Dio indirizza ad Abramo. In Abramo non si verifica l’appropriazione razionale di meccanismi che reggono l’universo. Al posto di un fatum c’è un “Dio vivente”. In questo senso quello della vocazione  di Abramo, nonostante capiti ad un abitante di quei luoghi, è un racconto totalmente a-mesopotamico, in forza del cambiamento che propone. Abramo stabilisce con la divinità un rapporto tale per cui si abbandona fiducioso a un futuro imprevedibile. (..)

Ci troviamo di fronte ad un sorprendente incrocio di natura e storia (insopportabile per Kant, Lessing e la ragione moderna). L’io è quel livello della natura dove essa prende coscienza di sé:cosa c’entra  quel livello della natura  con la storia? Come può un avvenimento storico segnare la natura dell’io? Ci è voluta una storia, un intervento di Dio nella storia perché l’io potesse svelarsi.  Solo il divino, infatti, entrando nella storia  salva l’umano.

In qualche modo si può dire  che con Abramo avviene la nascita dell’io. Il dialogo  che il Mistero comincia con Abramo (l’io come rapporto), il compito che a lui affida, la responsabilità che questo implica, la promessa, e l’attesa che da questa nasce, la storia come risposta, sono tratti che configurano il vero volto umano.

tratto da Abramo.La nascita dell’io, Mostra realizzata ed organizzata per la XXXVI edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli. A cura di Ignacio Carbajosa Pèrez

Il management delle malattie avanzate


Su Avvenire l’intervista a al Dott. Brad Stuart, che sarà al #meeting15, Martedì 25 agosto

di Elena Molinari

L’ospedale non è un buon posto per gli anziani. O per morire. Moltissime famiglie lo sanno per esperienza diretta. Ma troppe volte si sono sentite dire che per i loro cari non c’è alternativa. Quando un genitore, avanti con gli anni e indebolito da una malattia o da un quadro complesso di condizioni croniche, volge al peggio, di solito l’unica soluzione è portarlo al pronto soccorso. Ma non deve essere così. Sempre più medici sono convinti che seguendo gli anziani a casa si ottengono molti più risultati che aspettare una febbre inspiegabile o una crisi respiratoria che costringeranno al ricovero. E che, con un paziente già conosciuto, molte crisi possono essere gestite a domicilio. «Con un’assistenza professionale a casa si prevengono le emergenze più gravi, si mantiene la famiglia sotto controllo, si dà serenità all’anziano e, nel lungo termine, si fanno risparmiare soldi al sistema sanitario», spiega Brad Stuart, un internista specializzato in medicina palliativa presso la rete non profit di ospedali, cliniche e ambulatori Sutter Health, che copre oltre cento città in California. Il medico ha creato il primo “programma di management delle malattie avanzate” negli Stati Uniti. Dal 1999 l’ha fatto crescere in una struttura chiamata “Aci strategies”, che gestisce le cure di centinaia di anziati oppure malati terminali: quel 5% della popolazione americana che assorbe metà di tutti i costi sanitari. Altri medici, in altre città, hanno seguito il suo esempio, con il risultato che, se dal 1970 al 2009 la spesa sanitaria negli Usa è aumentata di oltre il 9% ogni anno, negli anni successivi è diminuita del 4% l’anno. Il medico racconterà la sua esperienza in un incontro a Rimini, durante il Meeting per l’Amicizia dei Popoli, il 23 agostro prossimo.

Dottor Stuart, in cosa consiste il suo approccio con il malato?
«È un cambiamento fondamentale, ma l’idea è semplice: costruiamo una squadra multidisciplinare che visita regolarmente i pazienti più vulnerabili e coordina i servizi relativi alla loro salute. Il concetto di base è che non si tratta di un trattamento medico ma di una cura della persona, che contribuisce a soddisfare i suoi obiettivi personali».

Come è approdato a questa soluzione?
«Durante il mio tirocinio in ospedale ho visto anziani uccisi da chemioterapie ormai inutili, o costretti a finire i loro giorni intubati, scomodi, incapaci di dire addio ai loro cari. Non ero religioso ma ho sentito il bisogno spirituale di ridare loro dignità e pace».

Lei parla di obiettivi personali dei malati. Quali possono essere? E può un medico realizzarli?
«Guardi, un malato terminale o un anziano non chiederà mai al suo dottore di guarirlo. GLi chiederà di poter rimanere a casa. Di non sentire dolore. Di essere portato all’aria aperta. Di poter parlare o scrivere senza essere immobilizzato da tubi. Il nocciolo del metodo è la volontà della persona e la comodità sua e dei suoi cari. E ci sono tanti modi per raggiungerla. Finché non si prova il sistema delle visite a domicilio non si capisce quanto si può fare».

Da chi è composta la squadra multidisciplinare?
«Un medico, infermieri, assistenti sociali, a volte uno psicologo. Il medico non deve visitare il paziente spesso, ma coordina gli interventi, in modo da poter seguire numerosi soggetti».

Perché questo approccio si sta diffondendo proprio ora?
«Sono cambiate alcune cose. Il dibattito sulla fine della vita si è fatto più maturo. Gli ospedali hanno raggiunto costi di gestione insostenibili e hanno cercato cambiamenti strutturali per ridurre le spese. E “Obamacare” (la riforma della sanità voluta dal presidente, ndr) ha aiutato molto, cambiando il modo in cui vengono rimborsati gli ospedali: non sulla base dei singoli trattamenti ma di parametri più complessi che penalizzano quei nosocomi che ricoverano ripetutamente la stessa persona».

E i risparmi sono sostanziosi?
«Riduce i ricoveri del 63%, i giorni in terapia intensiva dell’80% e le spese mediche dal 20 al 30%. Con questi numeri alla mano è diventato più facile parlare con le assicurazioni private e convincerle a rimborsare ai pazienti i costi delle cure a domicilio. Al momento sto lavorando con una grande fondazione ospedaliera che potrebbe fare adottare la nostra iniziativa a molti dei maggiori sistemi sanitari del Paese. Siamo davvero a un punto di svolta. Del resto, sono medico da 40 anni e non ho visto nessun altro investimento in attrezzature, medicine o tecnologie produrre tanti risultati come questo metodo. Allunga anche la vita delle persone».

Ha accennato a una motivazione iniziale di tipo spirituale. La anima ancora nel suo lavoro?
«Ci ho messo un po’ a capirlo, ma devo ammettere che è stato un impulso spirituale a spingermi a voler curare gli altri. Ma in ospedale mi sono sentito svuotato da questo impulso e sempre più arrabbiato. Poi mi sono reso conto che non basta curare per essere un medico. Devi avere un profondo rispetto per l’anima della persona che hai di fronte, ascoltarla con attenzione ed essere scrupoloso nel cogliere ciò che viene dal suo cuore. Con gli anni ho visto che tutti i medici migliori lo fanno e che cercano di eliminare gli ostacoli che impediscono questo ascolto. La nostra è una professione profondamente spirituale».

CURARE QUANDO NON C’È POSSIBILITÀ DI CURA ALL’INIZIO E FINE VITA
Delle nuove frontiere della sanità pubblica secondo l’esperienza dell’americano Brad Stuart (Chief medical officer of Sutter Care at Home) si discuterà il 23 agosto al Meeting di Rimini che ha per tema un verso di Mario Luzi, “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?”. Titolo dell’incontro (ore 15.00), “La cura del paziente: inizio e fine vita”, introduce Elvira Parravicini, assistente di Pediatria alla Columbia University.

http://www.meetingrimini.org/news/default.asp?id=676&id_n=16101

IN TE C’E’ PIU’ DI QUANTO TU CREDA

L’avventura umana secondo Tolkien ne “Lo Hobbit”

Cerco qualcuno con cui condividere un’avventura!
Inizia cosí, in un bel giorno apparentemente calmo e tranquillo, la chiamata inaspettata da parte di uno stregone di nome Gandalf ad un pacioso e ignaro personaggio di nome Bilbo Baggings, meglio noto come ‘lo Hobbit’. Una chiamata che ben presto si trasforma nell’avventura piú importante della vita del signor Baggins, e che grazie alla geniale penna del suo inventore, John R.R. Tolkien, continua ad incantare e affascinare da piú di settant’anni, milioni di lettori in tutto il mondo.

In un mondo disincantato come il nostro, Tolkien ci ricorda che l’uomo é ancora fatto per uscir fuori “a riveder le stelle” e che l’irruzione di qualcosa di inatteso o inaspettato nella vita di ognuno é “la porta” per scoprire che in noi c’é molto di piú di quanto noi stessi crediamo.

La mostra dedicata a ‘Lo Hobbit’ vuol ricordare che, seguendo le orme delle piccole e modeste creature protagoniste del romanzo, “la vita è la più bella delle avventure ma soltanto l’avventuriero la scopre”.

In un percorso che ripercorre le tappe salienti dell’avventura tolkieniana la mostra è egregiamente illustrata dalle mani sapienti di sei artisti accomunati dall’esperienza nelle aule del Liceo artistico veronese Nani Boccioni, chi come studente chi come insegnante, ovvero Giovanni Azzali, Nicolò Carozzi, Sara Ferro, Alessandro Vlad Hristodor, Rosanna Mutinelli e Ada Pachera.

La mostra è accompagnata da un saggio dal titolo “In te c’è più di quanto tu creda – L’avventura umana secondo Tolkien ne Lo Hobbit” della collana FuoriClasse (Delmiglio Editore). Il volume raccoglie i contributi di alcuni dei massimi esperti italiani del mondo tolkieniano, Paolo Gulisano, Chiara Nejrotti e Roberto Arduini. Le pagine, affidate dalla curatrice Roberta Tosi a questi straordinari saggisti, raccontano il viaggio di un mezzuomo chiamato, come ognuno di noi, a vivere l’avventura della propria vita.

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=1136#b15911

La nascita dell’io

Una delle mostre del Meeting di Rimini 2015 (Giovedì 20 agosto 2015 – Mercoledì 26 agosto 2015) sarà Abramo. La nascita dell’io. A cura di Ignacio Carbajosa. Con la collaborazione di Giorgio Buccellati. In un contesto storico di grandi cambiamenti come quello nostro, dove una civiltà edificata sui valori cristiani sta crollando davanti ai nostri occhi, provocando lo sgomento di tanti, vale la pena tornare sulla figura di Abramo che rappresenta la modalità con cui il Mistero ha voluto salvare l’uomo.
In questo modo risulta evidente che Dio ha puntato tutto sul rapporto con un uomo, Abramo, e sulla sua libertà, tralasciando ogni calcolo geopolitico. Infatti sembrerebbe “più intelligente” scegliere il figlio di qualche imperatore per rivelare il disegno divino a tutta l’umanità. Chi avrebbe fatto una mossa così per arrivare a tutti? Chi oggi agirebbe in questo modo?
Con la figura di Abramo si identifica la nascita dell’io. E oggi più che mai sentiamo l’urgenza di questa rinascita della persona. Se il cuore dell’uomo non ritorna a battere, a desiderare, a rimettersi in gioco nelle difficoltà quotidiane sarà inutile ogni tentativo di riuscita e soluzione, perché si useranno sempre logiche di potere e strategie che riducono l’uomo e l’ampiezza del suo desiderio più vero.

Nel catalogo della Mostra al curatore don Ignacio Carbajosa viene rivolta questa domanda: Qual è la novità che viene introdotta nella storia con la chiamata di Abramo?

Come direbbe don Giussani, con la chiamata di Abramo avviene “la nascita dell’io”. In che senso? D’allora l’io si concepisce come io in rapporto, appunto, come dialogo con un Tu che li è venuto incontro. Proprio per quello, tutto l’affannarsi della vita diventa vocazione, cioè compito, risposta nella propria vita all’iniziativa di un Altro che finalmente esprime una Sua volontà: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”. Il tempo diventa storia, luogo della verifica e del compimento di una promessa. E tutto quanto all’interno del popolo che la stessa chiamata ha generato, un popolo che diventa protagonista (anche se nelle apparenze non lo sembra) della storia.

GUARDA IL VIDEO di presentazione dell’incontro con don Julian Carron e il prof. Joseph Weiler lunedì 24 agosto alle ore 17.00 sul tema della mostra.

VISITA la pagina dedicata alla Mostra nel sito di Meeting Mostre

La Mostra sarà itinerante e pronta per essere affittata da settembre in poi

tratto da : http://www.centriculturali.org/default.asp?id=355&id_n=5374#.VaYr3eLlwoU.facebook