Una biblioteca a portata di mano – DON GIUSSANI

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Non incrimò.Salvò


Giovanna Parravicini

 

giovedì 4 settembre 2014

Al Meeting di Rimini, visitando la mostra dedicata a Charles Péguy ho ritrovato una sua frase che don Giussani ci ha ripetuto tante volte: «Gesù non perse tempo a invocare i mali dei tempi… Tagliò corto. Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo». Semplicistico? È il metodo di Dio. Punto.

Questa frase mi si è impressa perché sullo sfondo dell’aggravarsi di giorno in giorno del conflitto in Ucraina ho rivisto in trasparenza la figura di papa Francesco che anche oggi, proprio oggi, non cessa di ricondurre il cuore dell’uomo alla speranza, con gesti che ci lasciano sempre sconcertati, imbarazzati, impigliati come siamo nelle nostre misure. E come non misurare la tragicità del momento? La stampa internazionale rievoca sinistramente il 1° settembre 1939, quando in seguito al patto stipulato fra Hitler e Stalin il Terzo Reich aggredì la Polonia e pochi giorni dopo, il 17 settembre, anche le truppe sovietiche vi entrarono da occupanti. Era l’inizio della seconda guerra mondiale. Per la Russia, a sua volta, proprio il 1° settembre è caduto il decimo anniversario della strage di Beslan, massacro perpetrato da un gruppo di separatisti islamici in una scuola dell’Ossezia del Nord, che causò 400 morti tra la popolazione civile (tra cui circa 200 bambini), e 700 feriti. Ancor oggi, questa pagina è una ferita aperta, perché oltre al dolore dell’accaduto, restano tanti sospetti, tanti interrogativi insoluti sugli autori della strage e sullo svolgimento delle operazioni di soccorso.

Lo sgomento cresce, insieme al senso di impotenza che tutti proviamo di fronte al riapparire oggi del «misterium iniquitatis allora esploso sul territorio polacco, e di cui simboli sono oggi Katyn’ e Auschwitz», come hanno detto in un messaggio di questi giorni i vescovi polacchi. Fino a poco tempo fa sembrava che un conflitto mondiale fosse impossibile, scongiurato per sempre dalla consapevolezza dell’orrore di cui il mondo intero è stato testimone. Oggi nessuno sarebbe pronto a scommetterci.

Siamo di fronte a un intreccio internazionale di interessi, ambizioni, calcoli politici di cui – ci accorgiamo bene – nessuno conosce al fondo il bandolo; assistiamo allo snaturamento di parole e concetti, per cui «bene», «libertà», «identità» e «giustizia» vengono mostruosamente manipolati e alla fine si riesce a presentare un’occupazione militare come un gesto umanitario, e addirittura a riscuotere nei suoi confronti consensi nel mondo libero e civile.

In questo scenario, papa Francesco non ha «perso tempo a incriminare o ad accusare nessuno», ma ha compiuto dei gesti di salvezza: come quando all’Angelus di domenica 24 agosto non ha avuto alcun imbarazzo nel pregare a voce alta e chiara per l’Ucraina, nell’esprimere il dolore e l’angoscia partecipatigli da monsignor Svjatoslav Ševcuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina.

Questi ha poi così riassunto il contenuto della sua lettera: «Muoiono fedeli appartenenti a diverse confessioni religiose, a tante Chiese: ortodossi, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani… Volevo presentare al Santo Padre il dolore profondo del nostro popolo. Il dolore di tanti civili feriti, il dolore di tanti militari ucraini che sono fatti prigionieri: ogni giorno ne vengono torturati a decine, il dolore delle madri che perdono i loro figli, il dolore della Chiesa madre, che sta soffrendo insieme ai suoi figli. Questo ho scritto al Santo Padre, raccontando anche i fatti concreti della vita della nostra Chiesa nella regione di Donetsk».

Oppure, ancora, come quando due giorni fa a sorpresa il Papa ha scritto una lettera alla popolazione di Beslan. Una lettera in cui, travalicando confini di spazio, di cultura, di appartenenza religiosa, Francesco testimonia la responsabilità di ognuno di noi di «spegnere la brace della disperazione e dell’odio», di «estirpare la radice del risentimento e della vendetta». In lui non c’è posto per gli interrogativi e i dubbi che si ammassano nelle menti di tutti e ne ingombrano l’orizzonte, senza lasciare tempo e libertà per altro. In papa Francesco si coagula il dolore del mondo ma anche la certezza che «un mondo migliore è possibile: seminate perdono, dolcezza e accoglienza, sapendo che i frutti di questi semi si vedranno, col passare del tempo, e si moltiplicheranno».

Vladimir Solov’ev, nel 1900, scrisse la Leggenda dell’Anticristo, non perché volesse identificare l’Anticristo con Tolstoj o con un potente della terra, ma per mostrare che progressisti e conservatori, razionalisti e moralisti, laici e cristiani, se non poggiano sull’esperienza («Confessa che Cristo è il figlio di Dio», dirà lo starecGiovanni), anziché essere – come si pretendono – portatori di valori umani e cristiani, diventano complici di una menzogna che finisce per soffocarli e trasformarli in strumenti del male. La scelta tra valori sempre manipolabili, e l’irriducibilità, la densità lieta e certa dell’esperienza è il bivio radicale a cui si trova la nostra epoca. Sembra ingenuo. Ma è il metodo di Dio.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/9/4/L-Ucraina-e-il-metodo-di-Dio/print/524672/

Fare il cristianesimo

 

Fernando De Haro

 

martedì 2 settembre 2014

Negli ultimi giorni del Meeting di Rimini è stato pubblicato un articolo interessante che riapre sulle caratteristiche che deve avere una presenza cristiana. Giuliano Ferrara, difensore dei valori “non negoziabili”, si è opposto a quel che ha detto uno degli ospiti del Meeting: Pierbattista Pizzaballa. Il Custode di Terra Santa, in uno degli interventi più profondi di Rimini, ha messo in luce i limiti delle iniziative che sono state avviate in Medio Oriente per salvare “il cristianesimo e la sua cultura”. Pizzaballa ha denunciato il fatto che ci sono molti stereotipi su quanto sta accadendo nella regione, attraversata non da una guerra di religione, ma da una lotta di potere che è in contraddizione con la storia di quei territori.

Il sacerdote francescano ha respinto la demonizzazione generica dell’islam, ha rivendicato il passato di convivenza tra le diverse confessioni – basata su un’identità esplicita e non censurata come avviene in Occidente – e ha detto che l’uso della forza va condizionato dalla presenza di una prospettiva di ricostruzione. Il Custode ha portato esempi di collaborazione tra cristiani e musulmani presenti in Siria. Tutto questo nasce, ha evidenziato, da uno “sguardo religioso redento”. Uno sguardo di cui tutti abbiamo bisogno.

Ferrara si è arrabbiato e ha bollato questo sguardo redento come qualcosa di storicamente irrilevante, come un’analisi spirituale che non ha nulla a che vedere con le sfide sociali. Per il direttore de Il Foglio, l’opzione laica, l’unica che ha valore, è quella che difende il cristianesimo, in questo caso con la forza e senza troppi complimenti. 

Il caso del Medio Oriente è emblematico per molte altre questioni e al Meeting di Rimini ci sono stati diversi esempi: il nichilismo europeo, i nuovi diritti, la costruzione della democrazia. Se il cristianesimo non è un’esperienza vincente, capace di sedurre le persone per il suo valore umano, di rispondere ai nichilisti europei o a chi cerca il paradiso nei nuovi diritti, resterà sempre sulla difensiva. Finirà sempre per difendere una fortezza assediata – un sistema, piuttosto che alcuni valori o una dottrina – che diviene inospitale per chiunque.

L’alternativa tra difendere il cristianesimo e “fare il cristianesimo” (un’espressione di Peguy) riguarda anche il modo di concepire la Chiesa. Lo ha chiarito un altro ospite del Meeting di quest’anno, il gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e amico personale del Papa. Ha spiegato che ci sono due modi di intendere la Chiesa. Da una parte l’idea della Chiesa-faro, che in mezzo alla tempesta, immobile, proietta la sua luce e difende dei principi chiari.

Dall’altra l’idea di una Chiesa che si spande in numerose fiaccole e che porta la luce lì dov’è l’uomo e che lo accompagna persino quando naufraga. Questa è la Chiesa di Francesco (e anche di Benedetto XVI). È la Chiesa che non offre un sistema chiuso di valori o una dottrina come unica risposta, ma che si lascia provocare dalla realtà. Non si tratta di relativismo, ma è la conseguenza di concepire la verità come relazione.

Questo modo di intendere la Chiesa, ha suggerito Spadaro, è quello che aveva Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione. Papa Francesco, nel suo messaggio al Meeting di Rimini, ha invitato i suoi partecipanti a non difendersi dalla realtà, ma a viverla intensamente. Come raccomandava sempre Giussani.

 

 

Attratti dalla forza di una gioia

 

 

filippo-santoroRimini. «Dobbiamo portare alla gente l’amore del Signore morto e risorto che scalda il cuore e cura le ferite. Questa non è una frasetta da ripetere ma il metodo e il cambiamento a cui papa Francesco sta chiamando tutta la Chiesa, specie quella italiana». Se Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, già missionario per 28 anni in Brasile, ha scritto il libro La forza del fascino cristiano e l’ha presentato ieri al Meeting, è solo per un motivo, come riassume don Stefano Alberto: «Ricordare che il cristianesimo non si diffonde mai per proselitismo o per una posizione ideologica, ma per attrazione».

FORZA DEL FASCINO CRISTIANO. Il libro vuole far luce sul cammino che «Dio, attraverso papa Francesco, sta chiedendo alla Chiesa» e per farlo racconta «l’esperienza esaltante» e i contenuti della Conferenza di Aparecida, che nel 2007 per volere di Benedetto XVI ha raccolto nel santuario dove è apparsa la Madonna 250 vescovi da tutta l’America Latina, presieduti dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. In quei giorni di lavoro, «in cui avevamo davanti agli occhi tutti i giorni fino a 100 mila pellegrini», «i problemi sono stati assunti come sfide alla verità della fede. Lì ho capito che la forza del fascino cristiano è l’azione dello Spirito Santo che ci fa affezionare a Gesù e in forza di questo ci fa andare in missione dove vuole».


RISPONDERE ALLA REALTÀ.
 Il documento conclusivo, che ha determinato l’azione della Chiesa in tutta l’America Latina, «è un evento dello Spirito Santo perché mette insieme tutti i problemi della gente che avevamo davanti agli occhi, dalla povertà alla corruzione alla teologia della liberazione, partendo dalla lode al Signore che ci ha visitati e con una preferenza speciale per i poveri». È questo che monsignor Santoro, la cui fede è nata seguendo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, si è portato dietro anche quando è stato chiamato a Taranto. Qui, racconta, «non ho fatto altro che rispondere alle provocazioni della realtà».

«GIOIA CONTAGIOSA». «Tra l’Ilva e i migranti», continua Santoro, «ci siamo trovati davanti a un vero dramma umano. Io ho capito che il mio compito era quello di accogliere, come ho fatto con gli operai dell’Ilva, andando a visitarli durante le proteste, o con una signora che è venuta da me un giorno per chiedermi di pregare per la figlia caduta in coma irreversibile proprio prima di sposarsi. Abbiamo pregato in ginocchio insieme il Santissimo e la Madonna. Dopo 15 giorni quella donna è uscita dal coma».
«Ho anche cominciato a visitare sempre più spesso il carcere e siccome per la Messa ci avevano dato una stanza terribile, i detenuti l’hanno ritinteggiata. Poi mi hanno detto: “L’abbiamo fatto per lei e per Gesù”. E nelle visite seguenti mi hanno ringraziato così: “Lei ci prende la mano e non ci lascia”. Ma quella mano era di Gesù e ad afferrarli è stato il fascino di una gioia contagiosa».

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Una presenza che affascina

Riporto la mia prima conversazione con don Giussani in italiano. – Don Giussani, ho una domanda da fare! –Allora, cosa è? – Nel tuo intervento hai parlato molto di poter riconoscere Cristo e il cristianesimo attraverso un “di più”. Di che cosa consiste questo “di più”? – E perché mi fai questa domanda? – Beh, tu lo sai, don Giuss, che ho appena finito un Master in Teologia a Berkeley insieme con studenti di ogni sorta di dissenso dalla chiesa, dai comunisti, agli omosessuali, agli ambientalisti ecc.  E tutti in un modo o l’altro parlavano di un di più. Perciò voglio capire cosa c’è nel “di più” di cui parli tu che è veramente il “di più”. A quel punto Giussani disse, con il suo dito puntato su di me e la sua voce piena di sdegno e rabbia: – Questa tua domanda non mi interessa affatto! E se ne andò.

Insomma, per aiutarmi a vivere e a capire l’incontro con un “di più”, con Cristo, don Giussani era disposto a spendere tutto. Ma per aiutarmi a vincere un dibattito teologico era sdegnato di aver perso anche trenta secondi della sua vita.

Avevo fatto un lungo viaggio personale per arrivare ad abbracciare Cristo nella Chiesa cattolica, che mi aveva obbligato a confrontarmi fino in fondo colle posizioni teologiche, antropologiche, filosofiche del cristianesimo. Purtroppo tale viaggio mi aveva lasciato con una fede piuttosto astratta e intellettuale. Mentre portavo avanti battaglie continue per difendere la dottrina cristiana, un’amica mi disse: “Parli sempre di questo Cristo buono e pieno di amore, però in te vedo solo rabbia”. Ho mendicato Dio per un incontro con qualcuno o qualcosa che mi avrebbe dato letizia invece di rabbia, che mi avrebbe fatto aprire di più alla gente invece di difendermi dalle loro idee e posizioni.

Da lì a poco incontrai i miei primi amici del movimento di Comunione e liberazione. La prima cosa che notai frequentando la scuola di comunità era che chi guidava non era mai preoccupato di aver ragione ma, ascoltando le obiezioni o domande di chi aveva davanti, cercava di capire da che cuore veniva tale obiezione o domanda e di proporre a quel cuore una strada e una compagnia in cui la risposta alla nostra domanda ci veniva incontro. Fu durante tre giorni passati negli Stati Uniti insieme a persone che avevano incontrato il carisma di Giussani, che mi venne la domanda: queste persone amano Cristo e la sua chiesa come me ma non sono arrabbiate, non si lamentano degli altri, perché?

Durante le lodi recitate insieme ebbi la risposta: perché queste persone riconoscono una presenza qui in mezzo a noi che nessun argomento può far sparire, una evidenza contro la quale non tiene nessun dibattito.

In quel momento ho cominciato anch’io a riconoscere quella stessa presenza in mezzo a noi. L’ho imparato guardando i volti lieti, intelligenti e stupiti di persone colpite da quella evidenza. Questo era il metodo di don Giussani, una libertà radicale per andare dietro il “di più” che si rivela come Salvatore e Redentore del mondo.

Pochi mesi, dopo questi incontri, ho venduto tutto quel che avevo per venire a Milano ed incontrare don Giussani. Avevo ancora molto da capire sulla fede, come dimostra la conversazione con Giussani che ho raccontato. Ma posso comunque dire che da quel momento in poi ho capito che si trattava di una presenza evidente, invece di una posizione vincente; che il cristianesimo non era qualcosa da imparare e costruire, ma una presenza da incontrare e seguire, invitando gli altri a condividere questo sentiero. Mi ha dato una gioia che non mi ha mai lasciato.

Il mio ultimo incontro con don Giussani molti anni dopo fu un’altra lezione del suo metodo di fede. Era già molto malato. Mi parlò della Madonna e mi disse di non aver paura. Poi, con fatica enorme, si alzò dalla sua poltrona, mi accompagnò alla porta, giù per le scale, fuori, attraverso il cortile, poi fuori del cancello sul marciapiede. Là mi abbracciò di nuovo.

Andai via per la strada e quando raggiunsi l’angolo guardai indietro. Stava ancora lì, e mi salutava col suo braccio alzato. Come sempre, disposto a spendersi interamente per aiutare me, per aiutare tutti noi ad andare fino in fondo ad un incontro che si rivela come Cristo. Salvatore del mondo.

 

Filosofia realista

Tratto dall’Osservatore Romano – Il giovane prete che ha chiesto di andare a insegnare al liceo Berchet si è distinto sul campo per la condivisione della sua esperienza di fede e la comunicazione delle certezze che aveva acquisite nel seminario di Venegono. Don Giussani scopriva con costernazione il crescente divario tra la pietà formale dei giovani e la loro cultura intellettuale sempre più estranea al mistero della fede. Per superare questo divorzio tra la fede e la vita, egli ha creato un metodo originale e provocatorio che costringeva i giovani a prender posizione a seconda delle personali convinzioni. Attingendo largamente alle sorgenti dell’arte, delle scienze e della musica, egli si è appoggiato soprattutto su una filosofia realista che è colta dallo stupore di fronte al mistero dell’essere. Ma la sua punta di diamante era sempre il Mistero del Verbo incarnato che presentava ai giovani come criterio ultimo di giudizio del valore d’ogni cosa.

Requisito primo della sua pedagogia è stato quello di appoggiarsi «non su una sintesi di idee ma su delle certezze di vita». Don Giussani aveva avuto la fortuna di avvicinare maestri che sin dall’adolescenza l’avevano iniziato all’esperienza delle verità centrali del cristianesimo. Per l’intera sua vita ha conservato una riconoscenza commossa nei confronti dei Colombo, i Corti, i Figini che avevano radicato nel suo spirito la stima della ragione e le certezze della fede. Commentando in seguito il proprio insegnamento al liceo Berchet, Giussani afferma: «Le cose che dicevo loro nascevano non da una analisi del mondo studentesco, ma da quello che mi dicevano mia madre e il seminario. Si trattava, in sintesi, di parlare ad altri con parole dettate sì dalla Tradizione, ma con visibile consapevolezza, fin nelle implicazioni metodologiche».

libro_don_giussani-SavoranaUn altro aspetto significativo del suo carisma è l’approccio razionale del cristianesimo. I giovani sono segnati dalla cultura scientifica e devono di conseguenza essere condotti in modo razionale alle soglie del mistero. Il libro di Giussani su Il senso religioso stabilisce i princìpi e le tappe del suo metodo. L’autore eccelle nell’analisi religiosa dell’esperienza umana. La sua «passione del ragionevole» lo sollecita a sviluppare una metodologia realista e critica che pone al centro la domanda su Dio. Al termine della sua riflessione, pone l’ipotesi della Rivelazione come una «possibilità», o anche persino un’«attesa» legittima e ragionevole del cuore umano assetato di senso e d’infinito.

Questo primo volume del suo percorso di formazione resterà un classico dei preamboli della fede, un itinerario confermato dall’esperienza che prepara all’accoglienza della Rivelazione. Questo libro è stato oggetto di commenti fortemente lusinghieri da parte di personalità tanto diverse come l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio (qui la sua presentazione nel 1999, ndr), il rabbino David Rosen, lo scrittore Giovanni Testori e il monaco buddista Takagi Shingen.

Il discorso di Giussani su Cristo, centro della Rivelazione, fa eco ai suoi maestri di Venegono, ma anche alle sue approfondite letture di diversi autori, tra cui ortodossi e protestanti: Vladimir Solov’ëv, Karl Barth, John Henry Newman, Reinhold Niebuhr, senza dimenticare ovviamente i suoi amici Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger, che gli attribuiscono un’influsso sulla scelta del titolo della rivista Communio. La sua visione è radicalmente cristocentrica, ed essa comporta come corollario una concezione unitaria del destino dell’uomo che il concilio Vaticano II riprenderà con l’affermazione che la vocazione dell’uomo è unica e divina e che non trova piena luce che nel mistero del Verbo incarnato.

Questa profonda corrispondenza tra l’antropologia e la cristologia sarà ulteriormente confermata dall’enciclica Redemptor hominis dopo l’ascesa di Giovanni Paolo II alla cattedra di Pietro. Questi avvenimenti avranno su Giussani e la sua opera un impatto profondo e liberatorio precisamente perché egli vi ritroverà la sua comprensione della persona umana nel Cristo. Ripeteva volentieri che «al di fuori dell’avvenimento cristiano non si può capire che cos’è l’io».

La sua prospettiva antropologica supera il dualismo moderno tra la natura e il soprannaturale che ha devitalizzato il cristianesimo. Giussani esprime il rapporto dell’uomo alla grazia in termini di vita in cui l’incontro delle persone e la loro comunione sono inseparabili dalla loro relazione con Dio. Ne risulta una nuova fenomenologia della grazia, che la descrive come un «incontro» con il Cristo risorto la cui «presenza» avvolge e sollecita la vita umana in tutte le sue dimensioni. Di qui la descrizione del cristianesimo come un fatto, un evento, un’amicizia, una compagnia, una comunione con Cristo che realizza l’identità profonda delle persone nell’inserimento nella comunione ecclesiale.

Giussani non solo rinnova il vocabolario a partire dall’esperienza; egli insegna a vedere le realtà della fede in un modo che consente di provare la verità di quanto si crede e di giudicare ogni cosa in questa luce. Una simile esperienza è liberatoria perché rafforza la coscienza di appartenere al mistero di Cristo e di parteciparvi attivamente vivendo il proprio destino di comunione: «La storia per noi è la continuità della risurrezione di Cristo — scrive don Giussani —. Ogni momento della storia oramai per noi è la modalità con cui il mistero della risurrezione si compie».

Questa esperienza del Risorto nella storia conduce alla formula paolina «Cristo “tutto in tutti”» (Colossesi, 3, 11) che porta al suo vertice l’identificazione di Cristo e della Chiesa. Ecco un’altra chiave della visione di Giussani. Più egli medita il mistero di Cristo e lo fa scoprire, più sottolinea il mistero della Chiesa come l’incarnazione continuata, l’incarnazione totale si potrebbe dire, con l’avvertenza di mantenere la distinzione tra il Verbo incarnato e il suo corpo ecclesiale, costituito e animato dallo Spirito.

Al culmine della crisi post-conciliare degli anni Settanta, alcuni giovani propongono a Giussani di identificare il loro movimento con il nome di «Comunione e liberazione». Il maestro accetta la proposta dal momento che ben traduce l’esperienza dell’appartenenza totale a Cristo e alla Chiesa. «Perché comunione è liberazione», dirà Giussani, e cioè: la comunione con Cristo nella Chiesa è liberazione dai limiti dell’«io» nel «noi», a immagine della Trinità. Il cardinale Joseph Ratzinger commenterà più avanti questo nome alla luce della tradizione ambrosiana: «La libertà, per essere vera, e quindi per essere anche efficiente, ha bisogno della comunione, e non di qualunque comunione, ma ultimamente della comunione con la verità stessa, con l’amore stesso, con Cristo, col Dio trinitario. Così si costruisce comunità che crea libertà e dona gioia». Giussani ne rende testimonianza in questi termini: «Domina in noi la gratitudine per la scoperta che la Chiesa è vita che incontra la nostra vita: non è un discorso su di essa. La Chiesa è l’umanità vissuta come umanità di Cristo e questo segna per ciascuno di noi il valore del concetto di fraternità sacramentale».

Questo concetto di fraternità sacramentale applicato al Movimento corrisponde all’ecclesiologia di comunione della costituzione dogmatica Lumen gentium che estende il concetto di sacramento alla Chiesa nel suo insieme come segno efficace del Cristo risorto. Le vicissitudini politiche ed ecclesiali dell’Italia nel nostro tempo hanno condizionato l’impegno del Movimento al rischio che venga a volte dimenticato il mistero di comunione di cui invece egli stesso intende essere espressione sacramentale nel senso più pacifico e costruttivo per la Chiesa e la società. L’evoluzione del movimento nel tempo, oltre la decade degli anni Settanta, ha ristabilito l’equilibrio.

Leggi di Più: Ouellet: perché per don Giussani «comunione è liberazione» | Tempi.it