L’infinito è realtà

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Don Luigi Giussani, Il Pensiero, i discorsi, la fede , dvd,  a cura di Roberto Fontolan e Alberto Savorana, Corriere della Sera

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Scommettendo sul cuore, ragione e libertà

L’Aquila, 5 novembre, ore 18.30. Dentro le mura, nel parco del Castello, persone diversissime per età e professione cominciano ad entrare nell’auditorium costruito dopo il terremoto. Ci sono bambini, ragazzi, medici di famiglia, architetti, preti, suore. Ci sono anche il prefetto, il Vescovo, il direttore di un laboratorio d’analisi e il presidente dell’Ordine dei medici. Sono tutti riuniti per la presentazione del libro Vita di don GiussaniMa è possibile che un libro sulla vita di un prete metta insieme una massa così eterogenea? Molti tra i presenti non sono neppure cattolici.

L’incontro inizia con due canti. Il primo: Gracias a la vida, preparato da un gruppetto di universitari. Ci sono anche loro. Il secondo è La canzone degli occhi e del cuore. La strofa è affidata a un solista, ma il ritornello si canta insieme. Dalla platea si alza la voce di venti, forse trenta persone tra le duecento in sala. Proprio come nel testo della canzone, questi “cuori” sembrano pochi in mezzo all’auditorium, ma il canto è talmente bello da far vibrare quelli di tutti. Tanto che il prefetto, alla fine dell’incontro, si alzerà per dire: «Grazie! Ho ascoltato sia i canti che l’incontro ed entrambi mi hanno commosso. Torno a casa un po’ invidioso e con la curiosità di verificare ciò che ho sentito».

Nel saluto del vescovo Giuseppe Petrocchi, la sfida di portare a tutti ciò che abbiamo ricevuto: «Don Giussani è stato un dono per il nostro tempo. Ringrazio i relatori, perché con la loro testimonianza vogliono comunicarcelo».

La prima ad intervenire è Vittoriana Filoni, psicologa e insegnante in un liceo di Scienze umane. Del libro riprende il “don Giussani dei giovani” e sottolinea che non solo lui è stato un grande educatore, ma ci ha anche indicato un metodo: «Scommettere sul cuore, sulla ragione e sulla libertà dei nostri ragazzi».

Prende poi la parola Osvaldo Michelini, medico chirurgo che, per mestiere, si trova tutti i giorni a contatto con la sofferenza. Il suo libro è tutto sottolineato, pieno di post-it. Incomincia con una scoperta: il libro, all’inizio, sembra parlare di don Giussani. Poi, dice, è come se incominciasse a parlare alla persona che lo legge, tanto da provocarla: «Don Giussani parla a me, mi da del “tu”. Sono entrato in rapporto con lui». E continua con una riflessione: «Oggi a mancare non è Dio, per don Giussani manca l’Uomo con la “U” maiuscola, quello che ha coscienza che il suo cuore è nostalgia. L’ho sempre saputo ma non l’avevo mai esplicitato: il mio cuore, come quello di tutti gli uomini, cerca la felicità». E infine: «La lettura che don Giussani fa di Leopardi è geniale. Vede in lui un uomo leale con il proprio cuore, che cerca la vera bellezza». Il lettore, quasi tenuto per mano, raggiunge il vero e proprio centro intimo della vita del sacerdote di Desio: «La bellezza coincide con l’incontro con la persona di Cristo», l’unico che risponde a tutte le esigenze dell’uomo in modo totale e non parziale. Il giorno in cui don Giussani ebbe questa intuizione fu da lui chiamato «il bel giorno».

Ma ciò che forse colpisce e commuove ancora di più, è il don Giussani dei momenti dolorosi, quelli prima della morte. Michelini riprende ancora un episodio in cui don Giussani, in un momento di tregua dai crampi, confida all’infermiere che lo assiste: «Sono contento come quando avevo quindici anni e se il Signore non mi avesse dato da vivere quello che sto vivendo, non sarei così contento». Leggendo, commosso, commenta: «Da tali parole capiamo come può trasformarsi la vita, quanto possa apparire invidiabile e desiderabile nel momento in cui la persona è permeata dalla presenza di Cristo».

L’autore del libro, Alberto Savorana, prende la parola per ultimo. Nel concludere evidenzia e valorizza gli interventi precedenti e racconta altri fatti del libro. Il rapporto tra don Giussani e monsignor Corti, per esempio, legato, appunto, al “bel giorno”, o il fatto che per il fondatore di CL la figura di Gesù non era qualcosa che si aggiungeva alla vita dell’uomo, ma una risposta vera alle sue domande. E mentre lo racconta non si può non vedere un uomo trasformato dalla scrittura e dalla rilettura del libro.

Uscendo, noto un tratto comune a tutti i presenti: negli occhi, una luce diversa. C’è la dentista che doveva rimanere solo mezz’ora. Ha spostato l’impegno durante l’incontro per rimanere. E così fanno altri. C’è il direttore del laboratorio di analisi che dice: «Incontro eccezionale», e si guarda in giro: «Non è possibile». C’è anche un prete di colore che ringrazia Michelini per la sottolineatura sulla carità: «Non l’avevo mai capita in questo modo». C’è anche la vicina di casa di Angela, trasferita da poco. Inglese, da un po’ di tempo viene agli incontri perché dice: «Che sorta di “vibrazione buona” hanno queste persone, voglio sapere di più sul loro conto». E quando è riaccompagnata a casa dà un abbraccio interminabile, non si vuole staccare tanto ha il cuore pieno di gratitudine. E Simona: «A me non sembra che don Giussani sia morto, sembra più vivo che mai dentro questo piccolo popolo». E poi c’è chi, come me, guarda con occhi spalancati il nostro “bel giorno” aquilano: «La notte che ho visto le stelle non volevo più dormire, volevo salire la in alto per vedere e per capire!» Perché, come ha detto Savorana durante la presentazione, «da quando accade il “bel giorno” le domande non finiscono, ma iniziano».

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L’attrattiva in un incontro

Massimo Borghesi

martedì 4 novembre 2014

La Vita di don Giussani di Alberto Savorana (Rizzoli 2013) ha il grande pregio, tra le altre cose, di documentare episodi e incontri della vita di don Giussani, poco noti e, in molti casi, sconosciuti. Di questi incontri, taluni, tra i più significativi, avverranno dopo il ’68, dopo che, come abbiamo visto in un precedente articolo su queste pagine, il sacerdote di Desio aveva intuito che la grande contestazione stava travolgendo quanto rimaneva della “cristianità”. Ciò obbligava a ripensare una presenza cristiana non più determinata dal rapporto con la tradizione bensì modulata dalla priorità affidata all’incontro, ad una testimonianza cristiana umanamente autentica desiderosa di rapportarsi a tutti e a tutto, fuori da steccati o pregiudiziali di tipo ideologico o politico.

Questa prospettiva, assolutamente inedita nel panorama ecclesiale di allora, che troverà una formulazione, semper reformanda come mostra il volume di Savorana, nel movimento di Cl, sarà quella che porterà l’autore ad una serie cospicua di incontri con personaggi di non credenti, aventi una caratteristica in comune: quella di essere umanamente ed intellettualmente vivi, voci fuori dal coro. Tra essi Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori, ambedue omosessuali, espressioni di un mondo di sinistra certo molto lontano da quello democristiano e cattolico tradizionale.

Quello con Pasolini rimarrà, in realtà, un incontro ideale, con grande rimpianto di don Giussani. Savorana ricostruisce la cronaca di quell’appuntamento mancato. «La mattina del 3 novembre 1975, nel suo studio di via Martinengo Giussani apprende dal Corriere della Sera dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini. Con lui c’è Laura Cioni, che scorge sulla scrivania una lettera indirizzata allo scrittore, che non sarà mai completata: “Esprimeva una totale consonanza con le posizioni da lui sostenute in tanti articoli sul Corriere della Sera“». Il ricordo è confermato da Lucio Brunelli il quale «incontrando Giussani nel 1998 nella sua abitazione di Gudo Gambaredo, gli parla di Pasolini e si sente dire che “gli stava scrivendo una lettera quando arrivò improvvisa la notizia della sua morte. Nella lettera intendeva chiedergli di incontrarlo”».

Giussani si era avvicinato a Pasolini a partire dagli articoli del poeta-scrittore-regista sul Corriere della Sera, pubblicati poi nella raccolta Scritti corsari. L’editoriale del 24 giugno 1974 Il potere senza volto lo aveva entusiasmato. Come ricorda ancora Brunelli: «Mi vede passare e ballando letteralmente sulla sedia mi chiama: “Vieni Lucio, leggi qua, è l’unico intellettuale cattolico, l’unico…”». Lo colpivano la critica pasoliniana all’omologazione, alla distruzione del popolo ad opera di un nuovo potere, conservatore e dissacrante ad un tempo, per il quale l’unico dio era la merce, il consumo come forma di vita. Ne parlerà, riecheggiando il corsaro, nel suo discorso alla Democrazia Cristiana lombarda, ad Assago,  nel 1987. Riguardo al mancato incontro con lui rievocherà, con rammarico, un episodio: «Quanto mai quella sera non l’ho accostato — aspettavo l’ultimo aereo che partiva da Milano verso Roma —… Se Pasolini fosse stato a due nostri raduni, ci avrebbe investito di invettive, ma sarebbe diventato uno dei nostri capi!».

Pasolini diverrà per Giussani il paradigma di un dramma, quello di un uomo cresciuto nella tradizione cattolica, ricevuta dalla madre, abbandonata perché non confortata dall’esperienza di un nuovo incontro. «In un paese del Triveneto, cattolicissimo come ambiente, — dirà —, c’era uno che, disubbidendo a sua madre, era andato a trovare, in una certa taverna, in un paese vicino, un gruppo di tre o quattro giovani scalmanati che a lui piacevano. […] e questo nel tempo lo aveva dissuaso dall’andare in chiesa alla domenica, dall’ascoltare sempre sua madre. […] Quel ragazzo è diventato Pasolini. Egli, la tradizione cristiana genuina, avendola succhiata dal seno di sua madre, l’ha avuta, la doveva vivere, era costretto a viverla, anche se interpretava tutto in modo diverso: secondo la mentalità del gruppo. Dunque è diventato Pasolini, uno dei più grandi scrittori italiani, […] Pasolini ha incontrato un gruppo di persone che si ponevano contro la società di allora, contro la cultura di allora, come innovatori. […] ha cercato una strada sbagliata: ha detto che la verità non c’è — meglio che la verità non si sa cosa sia — […]. Ma lentamente, nella sua vita, si è sentito riecheggiare quello che diceva sua madre sulla vita, sulla verità e sulla strada da battere. Se avesse incontrato uno con la nostra passione, se fosse venuto ad un gesto della nostra comunità, soprattutto a certi momenti, Pasolini avrebbe pianto».

Non era un modo di dire. Quando Giussani parlerà così di Pasolini, nel 2000, aveva certamente presente le lacrime e  l’incontro con un altro autore, grande protagonista dell’Italia culturale del dopoguerra, Giovanni Testori, che diverrà poi una delle firme prestigiose de il Sabato degli anni 80- 90. Scoperto, anche lui, per i suoi articoli sul Corriere della Sera, e conosciuto da alcuni universitari di Cl, Giussani lo incontra nel 1978 in un ristorante di piazzale Aquileia, a Milano. «Appena lo vide, si alzò per andargli incontro. Giovanni era totalmente commosso, sino alle lacrime. Don Giussani, anche lui commosso, lo abbracciò. Testori, piangendo, continuava a dire che lui — che aveva rinnegato e bestemmiato Dio — non era degno di stare di fronte a don Giussani. E poi spiegò come avesse passato la vita a cercare di togliere dalla sua fronte quella croce che nel battesimo gli era stata impressa. E più si sforzava di eliminarla più prepotentemente veniva fuori sino a quando, con la morte di sua madre, era stato rigenerato alla vita. Disse che era come se sua madre, morendo, l’avesse partorito di nuovo». Giussani «profondamente colpito dall’umanità di Giovanni, continuava a ringraziarlo per averlo incontrato, ricordandogli che quello che lui chiamava bestemmie erano come una preghiera disperata che adesso trovava la sua risposta».

In modo misterioso, la figura della madre, come ponte verso Dio, veniva a collegare Testori a Pasolini. La madre come ultimo lembo di una tradizione cristiana spazzata via dalla storia che poteva essere ritrovata e rinnovata solo a partire da un nuovo inizio, da un “incontro” con dei testimoni, liberi, intelligenti, appassionati, del cristianesimo nel presente. Le due voci più espressive, in Italia, di intellettuali non schiavi del potere, si incrociavano, così, idealmente e realmente, con la strada del sacerdote di Desio, il don Giovanni Bosco del nostro tempo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/11/4/LETTURE-Don-Giussani-e-l-incontro-con-Pasolini-e-Testori/print/550500/

La speranza di una vita felice

La presentazione della biografia di don Giussani
a Bologna.
«A nove anni dalla morte del fondatore di Cl c’è la percezione di una storia che cammina e che continua a camminare». Questo il commento a caldo di monsignor Giovanni Silvagni, vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna, sulla presentazione in Piazza Maggiore della Vita di don Giussani scritta da Alberto Savorana.
La serata, alla quale hanno partecipato duemila persone, è introdotta da Luigi Benatti, responsabile bolognese di Cl. E inizia a sorpresa con le note di Lucio Dalla, La casa in riva al mare. Ma non è un caso o un fatto scontato. Lo rimarca lo stesso autore: «Che di un carcerato si possa cantare “e sognò la libertà” lo avrebbe sottoscritto anche don Giussani. Perché c’è una cosa che domina tutta la sua vita. Ovvero la natura indistruttibile del cuore di un uomo che neanche la galera può spegnere».

Taglio molto personale, quello scelto dal sindaco Virginio Merola, che il volume l’ha letto dalla prima all’ultima pagina. Colpito, prima di tutto, dal disagio espresso da don Giussani in una conferenza sull’educazione a Bologna, per una cultura che nega la categoria della possibilità. «Nella mia esperienza di amministratore pubblico», spiega «sono sempre più portato a vedere con infinita pazienza che la democrazia è un’esperienza, una possibilità che può arricchire la vita delle persone o può anche danneggiarla. Io credo nel progresso scritto nelle leggi della storia, ritengo che il progresso sia una possibilità, non una certezza. Dipende. E dipende da cosa? Da come l’uomo utilizza la sua libertà. E quindi prima di tutto dalle domande che si pone e dalle risposte che cerca a queste domande». Leggendo il libro, il sindaco confida di essere stato colpito dall’incontro tra Giussani e Leopardi. «Leopardi è un critico feroce dell’ideologia delle magnifiche sorti e progressive propagandate dalla ragione illuminista che si pretende autonoma, unica depositaria del progresso e della verità. Don Giussani gli testimonia la sua amicizia convenendo che si pongono la stessa domanda. La domanda di infinito e di felicità del cuore umano. Giussani crede, vede la fede come un atto concreto. Leopardi prende le distanze dalla ragione illuministica e vede la ragione come strumento principale di rapporto con la realtà. Don Giussani, e qui fa il grande salto, io invidio chi riesce a farlo, vede la fede come metodo di conoscenza. Uno con la fede, don Giussani, e l’altro con la ragione disincantata arrivano a proporre un’idea simile con parole diverse. Un’idea di fraternità e di solidarietà tra gli uomini». Per questo, conclude Merola, «don Giussani dobbiamo tenerlo nel cuore per non negarci quella categoria della possibilità. Ovvero che è possibile la speranza di una vita felice».

Monsignor Novello Pederzini, parroco bolognese, racconta della sua esperienza di studio al Seminario di Venegono. «Mi appoggiai ai giovani sacerdoti che frequentavano la facoltà teologica. In questo gruppo familiarizzai con Giacomo Biffi, Giussani ed Enrico Manfredini. Evidentemente già allora ci univa un feeling. Gaetano Corti è il professore che più di altri ha formato don Giussani con la sua convinzione che il Vangelo potesse riassumersi nella frase “Il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi”».

Il giornalista Antonio Ramenghi, direttore de Il Mattino di Padova, ricorda l’incontro tra Giussani e Dossetti avvenuto a Bologna su invito del cardinale Biffi in occasione del Congresso eucaristico diocesano del 1987. «I due», chiosa Ramenghi, «sono stati chiusi in una stanza a Montesole per tre ore. Una conversazione importante per entrambi».

Conclude l’autore, Alberto Savorana: «È un sogno parlare in Piazza Maggiore di don Giussani. Il libro è stato un mio tentativo di prendere per mano i lettori per ripercorrere la sua vita, una vita d’uomo che ha attraversato le circostanze e i momenti con cui ogni uomo ha a che fare. Per Giussani il cristianesimo diventa incomprensibile e quindi inutile se l’uomo non prende sul serio le sue domande».

Monsignor Silvagni, al termine della serata, definisce «intelligente» la scelta di far parlare persone non interne al movimento. «Questo ha consentito di raccogliere testimonianze non sospette», spiega. «Di gente che ha accostato la storia di Giussani e ne ha in qualche modo percepito un riverbero. Lasciando intravedere un frutto che ogni esperienza seria produce non solo per chi la vive ma anche per chi semplicemente l’accosta». Il vicario generale plaude, infine, all’intervento di Savorana. «Una bellissima testimonianza per tutta la città. Caratterizzata da un grande coinvolgimento personale. Come quando ha raccontato che gli pare di averlo conosciuto più adesso di quando mangiava a tavola con lui. È bello quando accade questo. Perché si intuisce che c’è una crescita della conoscenza che poi diventa approfondimento del dono della fede».

In prima fila, l’economista Stefano Zamagni: «È stato un evento il cui successo nessuno poteva prevedere. Non solo in termini di affluenza, che di per sé è già un dato significativo. Ma soprattutto per la partecipazione dei relatori. Del fondatore di Cl oggi rimane molto. Archiviato il periodo degli accidenti storici, come gli Anni di piombo e la fine della Dc, che hanno costretto il movimento a giocare in difesa, il messaggio centrale di don Giussani risplende in tutta la sua purezza. In un’epoca di dissolvimento degli apparati politici e di vuoto culturale mi aspetto che il movimento, alla vigilia di un nuovo rinascimento, conosca una seconda giovinezza, con il carisma di don Giussani ancora più capace di attrarre».

Tra i tanti in piazza c’è anche Fernando Lanzi, ciellino bolognese della prima ora, che, a metà degli anni Sessanta, don Giussani l’ha conosciuto bene. Anche perché ha celebrato il suo matrimonio e battezzato la sua prima figlia. «Un doveroso omaggio a don Giussani. Ma soprattutto un annuncio al cuore della città che con queste dimensioni non c’era mai stato», è il suo commento.

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Io non voglio vivere inutilmente

«Io non

voglio vivere

inutilmente:

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ossessione»

Appunti dall’intervento di Julián Carrón
alla Giornata d’inizio anno di Gioventù Studentesca Milano, 4 ottobre 2013

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«Io non voglio vivere inutilmente:
è la mia ossessione»

Appunti dall’intervento di Julián Carrón
alla Giornata d’inizio anno di Gioventù Studentesca Milano, 4 ottobre 2013

Razón de vivir Liberazione n. 2 La strada

Alberto Bonfanti. Innanzitutto voglio dare il benvenuto non formale a tutti voi qui presenti e a tutti coloro che sono collegati da settanta città in Italia e anche dalla Spagna. Non è formale, perché la sincerità e la lealtà con cui vivete e con cui vi raccontate, come si evince anche dai vostri contributi, dimostra che se siete qui, se siamo qui, è perché attendiamo qualcosa: che quell’inizio di risposta che abbiamo incontrato possa crescere, possa diventare sempre più espe- rienza quotidiana. È sempre commovente ed edificante leggere i vostri contributi, perché testimoniano una freschezza, una lealtà e una sincerità nel porre le domande più vere, senza reticenze. Scrivere questi contributi è un aiuto per giudicare ciò che vivete, per guardare la vostra esperienza,

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«IO NON VOGLIO VIVERE INUTILMENTE: È LA MIA OSSESSIONE»

e quindi per vincere tante paure che spesso nascono proprio, come ha scritto la nostra amica Debora, dal «non guardare l’esperienza».

Ringraziando il nostro amico don Carrón, che anche quest’anno ci ha voluto accompagnare in modo così parti- colare in questo inizio anno perché, come ci ha già detto l’anno scorso, l’inizio ci pone sempre davanti alle questioni decisive del vivere, sento di poter dire che l’anno scorso tutti siamo stati segnati da quel desiderio, da quell’esigenza di affezione a noi stessi che tu avevi descritto lo scorso ottobre, e senza della quale viviamo come se ci mancasse la terra sotto i piedi. Abbiamo fatto esperienza che questa af- fezione a noi stessi nasce dall’ospitare e riconoscere una presenza, una persona che abbiamo davanti; che nasce e cresce attraverso l’incontro con uno sguardo carico di affezione per la nostra persona, per il nostro destino. È questo sguardo che permette di vedere meglio noi stessi e la realtà, come ci siamo detti al Triduo citando sant’Agostino che, parlando dell’incontro di Zaccheo con Gesù, disse: «Egli fu guardato e allora vide» (Sant’Agostino, Discorso 174, 4.4). Come documentano i vostri contributi, da qui nasce prepotente l’esigenza della contemporaneità di questo sguardo. «Come sentirsi sempre così abbracciato, compreso, amato?», scrive uno di voi. «Io questo abbraccio voglio sperimentarlo ogni istante», dice un’altra; «desidero che questo amore sia constatabile» perché, come scrive un’altra nostra amica citando il filosofo francese Hadjadj, «l’amore più profondo implica una dimensione tattile».

Senza l’esperienza presente di questo amore la vita diventa

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GIOVENTÙ STUDENTESCA

inutile. Ma noi questa inutilità la rifiutiamo, non la tolleriamo, come abbiamo scritto nella frase di invito a questo incontro. Senza questo sguardo amoroso vince la noia, vince «il male di vivere», come ci dice Cecilia. Ma anche noi, pur toccati dal- l’esperienza di questo sguardo, in certi momenti, in certi rapporti, senza l’esperienza della contemporaneità di questa affezione, ricadiamo nella noia, così che la nostra vita, come ci ha richiamato acutamente don Medina al Triduo pasquale, oscilla continuamente tra momenti in cui viviamo tutto con grande gioia e altri in cui ci piangiamo addosso, come ci ha scritto Caterina.

Insomma, nella quotidianità della vita che è lo studio, il rapporto con i professori, con gli amici, con i genitori, i nostri interessi, le nostre passioni, spesso siamo – come ci hai detto, Julián, nel tuo saluto al Triduo – «arruffati tra i cambiamenti degli stati d’animo, imbrigliati nelle nostre reazioni» (30 marzo 2013). Ma ci hai anche detto: «Vi auguro di non arrestarvi mai all’apparenza delle cose e di assecondare in- stancabilmente quell’impeto senza tregua che è il vostro più grande alleato per l’avventura della vita. Cristo si è fatto uomo, è morto e risorto per rimanere nella storia accanto a noi e sostenere questo nostro alleato».

Allora assecondare questo impeto senza tregua è la strada per crescere nell’esperienza di questo essere guardati e abbracciati; assecondare questo impeto senza tregua è il cam- mino da compiere affinché la vita non sia inutile e non ricada nella noia. Per questo ti chiediamo: come assecondare l’impeto di compimento, di felicità, che non ci lascia tregua? Come non vivere inutilmente?

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«IO NON VOGLIO VIVERE INUTILMENTE: È LA MIA OSSESSIONE»

JULIÁN CARRÓN

NEANCHE IO VOGLIO VIVERE INUTILMENTE: IL «MAL DI VIVERE»

Salve a tutti. Sono contento di poter condividere con voi anche questa volta il pezzo di strada che il nuovo anno ci mette davanti. C’è un legame profondo tra le due domande che mi fa Albertino: «Come assecondare l’impeto di compi- mento, di felicità, che non ci lascia tregua?» e: «Come non vivere inutilmente?». Tutti intuiamo che possiamo non vivere inutilmente solo se assecondiamo questo impeto, questo impeto che ci troviamo addosso, come scrive uno di voi: «Quando ho saputo il titolo della Giornata d’inizio sono rimasto molto provocato. Neanche io voglio vivere inutilmente. Questa è l’urgenza più potente che sperimento in ogni giornata: la necessità che la mia vita sia una avventura affasci- nante». Questa urgenza è la stessa che hanno avvertito anche tutti i grandi uomini nella storia. Uno di essi, Cesare Pavese, la esprime così: «Non c’è cosa più amara / che l’inutilità. […] La lentezza dell’ora / è spietata, per chi non aspetta più nulla» (C. Pavese, «Lo steddazzu», Le poesie, Einaudi, Torino 1998, p. 104). Per questo don Giussani, con tutta la sua umanità, con quell’umanità che sentiva vibrare dentro di sé, non poteva evitare di dire quello che abbiamo scelto come titolo del nostro inizio: «Io non voglio vivere inutilmente: è la mia os- sessione» (L. Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, San Paolo, Cinisello Balsamo-Mi 2007, p. 33).

Come possiamo affrontare questa avventura in modo tale da non vivere inutilmente? Che cosa ci può aiutare di più in questa avventura, in questa urgenza di non vivere inutilmente?

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GIOVENTÙ STUDENTESCA

«In questi giorni», mi scrive una di voi, «rileggendo il messaggio che ci avevi mandato al Triduo, mi ha colpito la frase in cui dici: “Vi auguro […] di assecondare instancabil- mente quell’impeto senza tregua che è il vostro più grande alleato per l’avventura della vita”. Mi sono accorta che questa frase legge proprio tutta la mia esperienza di questo ultimo anno, in cui ho avuto infatti tanti alti e bassi: mi sono allontanata tante volte e poi sono tornata. La cosa impres- sionante è che quello che mi ha fatto tornare sempre in Gs non sono gli amici o i genitori o gli insegnanti; mi ha sempre riportato l’impeto del mio cuore, perché il mio cuore sa ciò che gli corrisponde, il mio cuore è proprio l’alleato più grande che ho per vivere. Ed è per questo che posso non avere più paura», perché anche se ho degli alti e bassi, anche se a volte mi allontano, anche se a volte posso sentire strano quello che viene proposto, il cuore sa ciò che gli corrisponde. Per questo vi avevo detto che abbiamo dentro di noi il più grande alleato, basta assecondarlo, perché il cuore grida, grida molto più di qualsiasi rumore intorno; e tutti i nostri tentativi – di ciascuno di noi e della società – di farlo tacere sono inutili, perché il cuore, anche in mezzo al rumore continuo con cui cerchiamo di distrarci, rimane costantemente lì a gridare che cosa gli corrisponde, e nessuna cosa può farlo tacere. A volte, poi, la vita ci mette davanti delle persone che hanno proprio assecondato questo cuore.

Mi ha colpito quest’estate, preparando gli Esercizi dei Memores Domini, imbattermi nella figura di Maria Maddalena, il giorno della sua festa. La liturgia della Chiesa, per introdurci a guardare questa donna, ci metteva davanti un brano di un

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libro dell’Antico Testamento, il Cantico dei Cantici, che descrive che cos’era la vita per una persona che non voleva vivere inu- tilmente − potremmo dire noi oggi −, tanto da assecondare costantemente l’impeto di compimento che aveva dentro di sé: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città [e ho chiesto]: “Avete visto l’amore dell’anima mia?”» (Ct 3,1-3).

Ascoltando questo brano, mi dicevo: come mi piacerebbe avere un po’ della passione che vibra in questa donna! Maria Maddalena ci testimonia, infatti, il cuore che ciascuno di noi desidererebbe avere nel più profondo del proprio essere, tanto l’io di ciascuno di noi è questa ricerca di un amore in grado di reggere davanti alle sfide del vivere. E di sfide, amici, ne ab- biamo eccome, e sono enormi! L’ultima è di oggi stesso: quanti bambini e ragazzi come voi, insieme a centinaia di adulti, hanno perso la vita nella tragedia di Lampedusa! Un fatto così non può non scuotere ciascuno di noi.

Per questo il nostro cuore non smette mai di sentire l’urgenza di un significato, anche per quello che è accaduto oggi. Perché? Che senso ha? Tante volte il nostro cuore si sente piccolo, im- potente, per rispondere a queste tragedie. E ci domandiamo: ma noi abbiamo qualcosa che possa reggere, che possa dare significato, che possa stare in piedi davanti a circostanze come queste che ci troviamo ad affrontare?

Proprio nella festa di Maria Maddalena il Vangelo che si leggeva era quello di Pasqua: «Il primo giorno della settimana,

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Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio». Che cosa ha mosso quella donna a non poter rimanere a letto e a mettersi in cammino mentre era ancora buio? Perché l’urgenza che sentiva dentro di sé le impediva di restare a casa tranquilla. E allora corse al sepolcro, «e vide che la pietra era stata tolta. Andò da Simon Pietro e dall’altro di- scepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva». Anche lei ha dovuto affrontare sfide non piccole; la più grande che ha dovuto affrontare è quando è morta la persona più significativa della sua vita, Gesù, che lei aveva seguito con altre donne per aiutarlo lungo la vita, come dice il Vangelo. Maria ha dovuto affrontare la Sua morte. Dunque, era normale per lei piangere, e noi potremmo dire: «Questa è la vita». Senza trovare una presenza, la presenza amata, ogni mattina sarebbe una cosa da piangere. Poi possiamo distrarci lungo la giornata, ma la nostra vita rimane una cosa da piangere, se ciascuno di noi non incontra l’amore che rende la sua vita piena di significato, di intensità, di calore.

Ma a questo punto accade l’imprevisto: «Mentre piangeva, [Maria Maddalena] si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” [La donna avrebbe potuto rispondere: «Cerco

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l’amore dell’anima mia, cerco la presenza che possa riempire la vita»; per questo la Chiesa ci introduce alla festa di Maria Maddalena con quel brano del Cantico dei Cantici che parla proprio di questa ricerca]. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e dì loro: ‘Salgo al Padre mio e Padre vostro’”. Maria di Màgdala andò [subito] ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Gv 20,11-18).

In questo brano abbiamo la risposta alle domande che urgono di più nella nostra vita: come possiamo stare davanti alle sfide del vivere? Come si fa a vivere davanti alle sfide che la vita non ci risparmia? Che cosa possiamo fare perché la nostra vita non sia inutile? Che cosa stiamo a fare al mondo? È soltanto rispondendo alla prima domanda di Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?», cioè solo trovando la presenza che ciascuno cerca, che risponde al pianto, che risponde alla urgenza di significato, che risponde al desiderio di senso, che Maria, quando Lo ha trovato, ha avuto subito qualcosa da co- municare, da andare a dire a tutti gli altri: «Ho visto il Signo- re!».

Noi ci troviamo costantemente a dover affrontare queste sfide. «Quello che sto per raccontarti», mi scrive una di voi, «si può riassumere in una semplice frase: ho il mal di vivere. Per capire le ragioni di questo mio malessere ti racconto in breve quello che è successo l’anno scorso, estate compresa,

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GIOVENTÙ STUDENTESCA

[quando una delle sue migliori amiche è andata via, all’estero]. Io ero inquieta, andavo al raggio e più ci andavo più mi sembrava di essere accerchiata da una serie di moralisti che vedevano Dio dappertutto, iniziavo a sentirmi un pesce fuor d’acqua e quindi ho deciso di allontanarmi dagli amici di Cl, infatti non sono andata nemmeno in vacanzina estiva. Inizia l’estate e certo mi sono divertita, ma un divertimento molto superficiale e che però, per tre mesi interi, ha messo da parte quel mio mal di vivere che, con l’inizio della scuola, è tornato [l’inizio della scuola è sempre il test di che cosa abbiamo fatto durante l’estate; uno può cercare di dimenticarlo, ma la scuola ritorna, la vita con le sue urgenze ritorna]. I primi giorni sono stati un trauma, non tanto per il fatto di dover andare a scuola, ma per il fatto che avevo una tristezza dentro infinita e un bisogno assurdo di essere voluta bene. [Poi] ho deciso di andare al raggio. Ed ecco che si parte con una canzone di Chieffo che descriveva perfettamente la mia si- tuazione, e io decido di raccontare questa cosa, chiedendo proprio alle persone, che pochi mesi prima avevo accusato di essere moralisti, di aiutarmi e di starmi vicino. È stato assurdo, perché è da qualche giorno ormai che mi sento guardata con quell’attenzione che io avevo richiesto. Ora, non posso dire di essere pienamente felice, ma nemmeno pienamente triste». Queste sfide, insieme al mal di vivere, sono ciò che, come Maria Maddalena, ciascuno deve affrontare; possiamo cercare di distrarci per un po’, ma il cuore non molla, col cuore non si può barare.

Per questo è una grande consolazione per ciascuno di noi quello che è accaduto a una persona, a una donna sconosciuta

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come Maria Maddalena, perché ci aiuta a capire che non c’è alcuna condizione preventiva, che non c’è bisogno di essere all’altezza di niente, che non servono doti particolari per cercarLo. Addirittura, questa ricerca può trovarsi quasi nascosta nel profondo del nostro essere, sotto tutti i detriti del nostro male o della nostra dimenticanza, ma niente può evitarla, così come nessuno poteva fermare quella donna dal cercare l’amore dell’anima sua. Per sorprendere in noi stessi questa tensione non abbiamo bisogno di altro che di quella «moralità originale», cioè di quella apertura totale, di quella coincidenza con se stessi fino in fondo, di quella non lontananza da noi stessi che portava quella donna a dire: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia». È la stessa apertura originale che possiamo rintracciare in tanti personaggi del Vangelo: sono tutti poveracci come noi, ma nessuno può im- pedire loro di cercarLo, come Zaccheo, che sale sull’albero tutto curioso di vedere Gesù, o la Samaritana, tutta assetata e desiderosa dell’unica acqua che può soddisfare la sua sete.

Davanti a questi personaggi del Vangelo non ci sono alibi: sono tutti poveracci come noi, ma sono tutti tesi a cercarLo, sono tutti definiti dalla ricerca di qualcosa, dalla ricerca di Lui, dalla passione per Lui. È una passione che ci disarma di tutte le nostre giustificazioni, dietro le quali ci nascondiamo per non cercarLo. Immaginate che cosa deve essere successo quando Zaccheo, Matteo, la Maddalena si sono sentiti chiamare per nome. È di questo che abbiamo bisogno anche noi. «Fre- quento l’ultimo anno di liceo. Il weekend successivo ai primi tre giorni siamo stati insieme con il professore e gli amici, al- l’inizio della scuola. Arrivavo da giorni in cui mi alzavo la

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mattina e mi sentivo vuoto. In questo subbuglio, in questa tempesta, io ho bisogno di un punto fermo. Ora, che mi alzo al mattino, a cosa mi serve? Io attendo di nuovo e di nuovo che il Suo volto riemerga». Ma quando c’è un momento di buio, come tutte le esperienze che avete fatto vi possono aiutare ancora? Come viene fuori per voi quel Volto ogni mattina? Come rendere quel Volto sempre più familiare? È proprio quello che a volte ci capita, come a Maria. Anche Maria Maddalena aveva visto tanti miracoli, anche lei aveva visto Gesù fare tante cose strepitose, ma davanti alla Sua morte piange. Di che cosa ha bisogno? Della stessa cosa di cui abbiamo bisogno noi: «Attendo che il Suo volto riemerga». Ed è proprio quello che succede.

UNA PRESENZA CHE CI CHIAMA PER NOME

«Maria!». Come deve avere vibrato tutta l’umanità di Gesù per poter pronunciare quel nome con un tono, con un accento, con una intensità, con una familiarità tali che Maddalena Lo ha riconosciuto subito, quando appena un istante prima lo aveva confuso con il custode del giardino. «Maria!». È come se tutta la tenerezza del Mistero che ci ha fatti arrivasse a quella donna attraverso la vibrazione dell’umanità di Gesù risorto, adesso senza veli, ma non per questo meno intensa, anzi, con tutta l’umanità di Gesù risorto vibrante del fatto che quella donna ci sia. «Maria!». Allora si capisce come mai in quel momento lei ha capito chi era. Ha potuto capire chi era perché Lui, Gesù, ha fatto vibrare tutto il suo umano (di Maria) fino a farle sentire una intensità, una pienezza, una sovrabbondanza che non aveva potuto mai immaginare

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prima, e che poteva raggiungere solo nel rapporto con Gesù. Senza di Lui non avrebbe mai potuto sapere chi era né che cosa poteva essere e diventare la vita, quale intensità e quale pienezza poteva raggiungere la vita.

Amici, che cos’è il cristianesimo se non la presenza di Gesù tutta vibrante per il destino di una donna sconosciuta, che le fa capire che cosa Lui ha portato, che cosa è Lui per la vita? Che razza di novità è entrata nella storia attraverso la modalità con cui Cristo lo comunica! Gesù ci ha fatto capire che cos’è il cristianesimo non facendoci una lezione, non facendo un elenco delle cose da fare, ma dicendo a una donna: «Maria!». È questa comunicazione dell’essere, di «più essere», di «più Maria» che svela a quella donna chi è Gesù. Non è una teoria o un discorso o una spiegazione, ma è un avvenimento che ha sconvolto tutti coloro che sono entrati, in un modo o in un altro, in rapporto con Gesù e che i Vangeli, nella loro sem- plicità disarmante, comunicano nella maniera più semplice che ci sia, semplicemente pronunciando il nome: «Maria!», «Zaccheo!», «Matteo!», «Donna, non piangere!». La comuni- cazione di sé da parte di Gesù deve essere accaduta in loro con una potenza tale che ha cambiato loro la vita, al punto di non potersi più rivolgere a niente, di non potere più guardare la realtà o guardare se stessi se non investiti da quella Presenza, da quella voce, da quella intensità con cui era stato pronunciato il loro nome. Noi lo capiamo quando, volendo bene a qualcuno, ci sorprendiamo che una tale presenza è decisiva per ciascuno di noi, per ognuno di noi; pensate, allora, quale novità deve avere portato Gesù per sconvolgere così potentemente la vita di coloro che Lo incontravano!

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Si capisce, allora, lo sconvolgimento che percorre ogni pagina del Vangelo davanti a un’esperienza come quella del- l’incontro con Cristo. Purtroppo noi abbiamo fatto l’abitudine a questi racconti e non accusiamo più, tante volte, il contraccolpo; è già tutto scontato, tutto già saputo! Ma che non sia necessa- riamente così lo vediamo quando un uomo come papa Fran- cesco ci testimonia oggi il suo stupore, per esempio quando, parlando della sua vita, dice: «La sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”. […] Io sono uno che è guardato dal Signore» («Intervista a Papa Francesco», a cura di Antonio Spadaro, La Civiltà Cattolica, III/2013, p. 451).

Tutto l’avvenimento, la modalità unica di rapportarsi all’altro di un «Io», Gesù, che entra in rapporto con un «tu», Maria, facendola diventare se stessa, quel: «Maria!» che sconvolge quella donna, quello struggimento che l’ha percossa, si vede nella modalità con cui lei risponde: «Maestro!». Nella essenzialità con cui racconta i fatti nel Vangelo, san Giovanni scrive: «Ella si voltò» sentendo pronunciare il suo nome. Questa è la con- versione, altro che moralismo! La conversione è un ricono- scimento: «Maestro!». È la risposta all’amore di Uno che, dicendo il nostro nome con una intensità affettiva mai vista, ci fa scoprire di essere noi stessi. RiconoscerLo è la risposta a questa passione di Uno per lei che ridesta tutta la capacità affettiva di Maria Maddalena.

È sotto la pressione di questa commozione, di questa affezione che Maria si rivolge a Gesù con quella passione con cui gli dice: «Maestro!». La risposta di Maria scaturisce da

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quello sconvolgimento unico che Gesù ha provocato in lei. Per questo la conversione è altro, tutt’altro che un moralismo, uno sforzo da compiere, ma è semplicemente la risposta piena di affezione a Uno che dice il nostro nome, per cui ci si volta − come la Maddalena − per non perderLo, si aderisce e non si vorrebbe più andare via da Lui.

Ma questo struggimento che si è sentita addosso quella donna, che c’era prima nell’umanità di Gesù tutta vibrante di passione per il destino di quella donna, e che è diventato carne per comunicarsi attraverso la Sua carne, attraverso la Sua commozione, attraverso il Suo sguardo, attraverso la Sua modalità di parlare, attraverso il tono della Sua voce, questa è la novità, amici, che è entrata nella storia e che oggi, come ieri, ciascuno di noi aspetta, in fondo in fondo. «L’uomo d’oggi», diceva don Giussani anni fa, «attende forse inconsa- pevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo d’oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”» (L. Giussani, L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003, p. 24).

Questo stesso avvenimento ha investito anche noi che siamo qui questa sera. Attraverso la persona di don Giussani o di coloro che lo hanno incontrato, questo avvenimento, l’eco dell’avvenimento iniziale ci ha raggiunto; è arrivato fino a noi attraverso la sua umanità e la sua vibrazione per Cristo di cui noi siamo stati testimoni, tanto è vero che non saremmo qui se non fossimo stati travolti dal modo con cui lui ci ha

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comunicato Cristo. Diventeremo più consapevoli di cosa ci è accaduto nell’incontro con don Giussani leggendo la sua biografia (Vita di don Giussani), che adesso è a nostra dispo- sizione e che forse avete già cominciato a leggere. È don Giussani che ha fatto arrivare a noi la vibrazione che raggiunse Maria, la stessa di allora, non «come» quella di allora, ma «quella» di allora, la stessa di allora, amici; lo stesso avvenimento che raggiunse Maria arriva adesso a noi. Ciascuno guardi la propria esperienza, il proprio incontro con questa diversità umana che ci ha affascinati, per vedere sorgere proprio da lì il primo albore del desiderio di appartenere a Cristo. Infatti, se noi non l’avessimo incontrato in questo modo, non saremmo qui, perché non c’è un’altra sorgente del desiderio di appartenere a Cristo, se non l’esperienza di un cristianesimo vissuto come avvenimento ora dell’incontro con uno che dice il tuo nome. E solo questo ci è bastato perché ci venisse una voglia matta di essere «Suoi», di appartenerGli, di non perderci che cosa significa Cristo per la vita, di non perdere quella intensità, quella vibrazione e pienezza che introduce nella vita il rapporto con Gesù. «Che cosa è il cristianesimo», diceva don Giussani, «se non l’avvenimento di un uomo nuovo che per sua natura diventa un protagonista nuovo sulla scena del mondo?» (Ibidem, p. 23).

LA SUA PRESENZA RILANCIA L’AVVENTURA DELLA CONOSCENZA

È soltanto, quindi, se una Presenza così potente invade la nostra vita che noi non abbiamo più bisogno di difenderci dal reale, di difenderci dai colpi delle circostanze per poter vivere. Ma tante volte siamo talmente feriti dal contraccolpo

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delle circostanze (pensiamo a quello che è successo oggi a Lampedusa) che si blocca il cammino della conoscenza, e allora tutto diventa veramente soffocante, perché è come se vedessimo la realtà solo attraverso il buco della nostra ferita. Come Maria Maddalena, che guardava la realtà attraverso il suo pianto e non vedeva più altro: neanche riconosce Gesù! Per questo appare Lui, la chiama per nome e così riapre la partita, le consente di riconoscerLo, di cominciare a guardare la realtà diversamente, perché la Sua presenza è più potente di ogni ferita, di ogni pianto; e allora ci spalanca di nuovo lo sguardo per poter vedere la realtà nella sua verità. «Fu guardato [Zaccheo] e allora vide». Come sarebbe diversa la vita, amici, se ciascuno di noi lasciasse entrare quello sguardo, qualsiasi fosse la nostra ferita, la nostra difficoltà! Quello di cui abbiamo bisogno è ciò che abbiamo cantato all’inizio: «Per continuare a camminare sotto il sole in questi deserti, per riaffermare che sono vivo in mezzo a tanti morti […] ho bisogno solamente che tu stia qui con i tuoi occhi chiari [Che tu stia qui con i tuoi occhi chiari!] […] Per alleggerire questo pesante fardello dei nostri giorni, questa solitudine che abbiamo tutti […] per evitare questa sensazione di perdere tutto […] ho bisogno solamente che tu stia qui con i tuoi occhi chiari», cioè con la Tua presenza.

Per questo don Giussani insiste: Gesù è entrato nella storia per educarci, per consentirci una conoscenza vera del reale; perché noi pensiamo di sapere già che cosa sia la realtà, ma senza di Lui ci assale la paura, come vediamo tante volte, ci blocchiamo, e quindi soffochiamo nelle circostanze, nello studio o nei rapporti. Invece con Gesù si riapre tutto, ed è

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come se Lui ci dicesse: «Guardate che io sono venuto, sono diventato carne, per educarvi al vero rapporto con il reale, a quell’atteggiamento giusto che vi consente uno sguardo nuovo sulla realtà». Se noi non facciamo questa esperienza, se cioè la Sua presenza non è così potente da riaprire costantemente la partita, se noi non lasciamo entrare costantemente il Suo sguardo, la Sua presenza, allora viviamo la realtà come tutti, cioè soffocando in ogni circostanza.

Soltanto se Gesù entra e rende possibile una conoscenza nuova, noi possiamo introdurre nel mondo una modalità diversa di stare nella realtà, perché tutte le circostanze ci vengono date per questo, cioè per provocarci a questa conoscenza nuova, per vedere che cos’è Gesù: una Presenza che ci consente di vivere il reale in un modo diverso, nuovo. E questo ci fa scoprire che tutte le circostanze non sono più una obiezione, come pensiamo tante volte solo perché non siamo in grado di vedere l’attrattiva che hanno dentro; siamo talmente definiti dalla ferita che abbiamo ridotto le circostanze pensando di sapere già che cosa siano e credendo che non ci sia niente da scoprire dentro di esse, ma si tratti solo di sop- portarle; pensiamo che resti soltanto il nostro tentativo mo- ralistico di essere all’altezza di sopportare quel soffocamento con le nostre forze.

Invece se riaccade una Presenza come quella accaduta alla Maddalena, il percorso della conoscenza si spalanca di nuovo, perché noi abbiamo molto di più del «sapere» le risposte teoriche a tutte le obiezioni e a tutte le sfide; noi abbiamo «la» risposta, ma la risposta non consiste nell’avere le «istruzioni per l’uso» per vivere, perché l’istruzione per l’uso è diventata

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carne, è una Presenza, il contenuto è una Presenza, è un Tu, il Tu di Gesù che ha raggiunto Maria Maddalena. Come vediamo anche noi quando delle persone che abbiamo accanto rendono la vita diversa! Per questo possiamo capire che cosa è successo quando Gesù ha chiamato per nome Maria e lei ha sentito la Presenza che ha cambiato tutto il suo sguardo. Perché la verità è questa relazione, come ha scritto papa Francesco al giornalista Eugenio Scalfari: «La verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione» (Francesco, «Lettera a chi non crede», la Repubblica, 11 settembre 2013, p. 2). È così anche per il bambino, il quale sa di non sapere tante cose, ma una la sa bene: che ci sono il papà e la mamma che le sanno, e allora che problema c’è? Se io sono certo di questa Presenza che invade la mia vita, posso affrontare qualsiasi circostanza, ferita, obiezione, contraccolpo, qualsiasi difficoltà, perché tutto questo mi spalanca ad attendere come il Mistero si farà vivo per suggerirmi una risposta, per accompagnarmi a entrare ovunque, perfino nel buio.

Che diversità nel modo di stare nella realtà quando uno ha delle domande, delle questioni aperte, perché allora si alza al mattino o recita l’Angelus o ascolta un amico o legge il giornale o va a scuola o incontra gli amici tutto teso a scoprire, a intercettare qualsiasi briciola di verità che possa venirgli in- contro in qualsiasi occasione! Allora, che cosa può diventare la vita? Lo dice uno di voi: «Mi aspetta un anno bello tosto, scolasticamente e non solo. Sono due le urgenze che più sento in questo periodo, due le cose che più mi premono per il nuovo anno che è appena incominciato e già mi preoccupa.

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Primo: lo studio. Mi interessa quest’anno godermi lo studio. È grande il desiderio di stare seriamente davanti al professore e di studiare bene [non appena per prendere un bel voto, ma per godersela], per poter scoprire sempre qualcosa di più, qualcosa che sia interessante per me, qualcosa di me [com’è diversa la vita, così!]. È possibile una scoperta del genere anche nello studio ed è stupendo quando accade; è stupendo quando ti accorgi che anche quella pagina lì, quell’autore lì, parla di te, è con te. [Ma per parlare di te ed essere con te, tu devi esserci, devi prendere sul serio il tuo cuore, devi essere lì, presente con tutte le tue esigenze, perché quella pagina, quel- l’autore, sta parlando con te!] La scuola può essere affascinante e io desidero ardentemente viverla con gli occhi aperti e curiosi per scoprirla e scoprirmi sempre di più. Allora il problema è la mia fragilità, la mia debolezza, la mia incapacità; cado subito. Il desiderio è grande, ma cado subito. Come può il mio desiderio avere la meglio sulla stanchezza, sulla noia [su questo decadere], che sembrano molto più forti?».

«CAMMINARE È UN’ARTE»

Guardate che cosa vi risponde il Papa: «Camminare è un’arte», diceva agli studenti delle scuole dei gesuiti, «perché, se camminiamo sempre in fretta, ci stanchiamo e non possiamo arrivare alla fine, alla fine del cammino. Invece, se ci fermiamo e non camminiamo, neppure arriviamo alla fine. Camminare è proprio l’arte di guardare l’orizzonte, pensare dove io voglio andare, ma anche sopportare la stanchezza del cammino. E tante volte, il cammino è difficile, non è facile. “Io voglio restare fedele a questo cammino, ma non è facile, senti: c’è il

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buio, ci sono giornate di buio, anche giornate di fallimento, anche qualche giornata di caduta… uno cade, cade…”. Ma pensate sempre a questo [ci dice il Papa]: non avere paura dei fallimenti; non avere paura delle cadute. Nell’arte di camminare, quello che importa non è di non cadere [che è ciò che ci blocca, che ci scandalizza], ma di non “rimanere caduti”. Alzarsi presto, subito, e continuare ad andare. E questo è bello: questo è lavorare tutti i giorni, questo è camminare umanamente. Ma anche: è brutto camminare da soli, brutto e noioso. Camminare in comunità, con gli amici, con quelli che ci vogliono bene: questo ci aiuta, ci aiuta ad arrivare proprio alla meta a cui noi dobbiamo arrivare» (Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, 7 giugno 2013).

Per questo non spaventatevi della vostra fragilità, anche i bambini sono fragili, ma non si stancano mai di alzarsi, di mettersi di nuovo in cammino; zoppicanti, ma sempre in lotta, sempre in cammino. E allora tutto diventa interessante. «Anch’io», dice un altro di voi, «voglio scoprire quella bellezza con la B maiuscola che vedo emergere dalle persone, voglio stare di fronte alle domande, all’ideale continuo di migliora- mento. È possibile? È possibile diventare sempre di più una sola cosa con Cristo?», che Cristo diventi così una sola cosa che ci accompagni nel cammino? «Voglio che la Sua presenza entri definitivamente in me e io diventi una sola cosa con Lui». È possibile? Sì, è possibile, nel tempo. Non è una cosa istantanea, non è una cosa magica, come accade anche nei rapporti: i rapporti chiedono del tempo per crescere; diversa- mente, non sarebbe umano.

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La familiarità con Gesù cresce nel tempo. E come può crescere? Usando tutto quello che accade in funzione di questa familiarità. Che ogni circostanza sia l’occasione per un rapporto con Lui, come ci ha detto ancora il Papa a Rio: quando dobbiamo affrontare delle difficoltà, delle sfide nella vita, noi «in chi riponiamo la nostra fiducia?», si domanda il Papa. E continua: «In noi stessi, nelle cose, o in Gesù? [È a questa domanda che ciascuno deve rispondere in ogni occa- sione]. Tutti abbiamo spesso la tentazione di metterci al centro, di credere che siamo l’asse dell’universo, di credere che siamo solo noi a costruire la nostra vita o di pensare che essa sia resa felice dal possedere, dai soldi, dal potere. Ma tutti sappiamo che non è così! Certo l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo “riempiti”, ma non nutriti, ed è molto triste vedere una gioventù “riempita”, ma debole. […] “Metti Cristo” nella tua vita, metti in Lui la tua fiducia e non sarai mai deluso! [Vuoi crescere nella familiarità con Lui? Metti Cristo nella tua vita, perché è solo così che potrai verificare chi è Cristo, potrai raggiungere una certezza su Cristo, potrai vedere se puoi di- ventare una sola cosa con Lui]. Vedete cari amici, la fede compie nella nostra vita una rivoluzione che potremmo chia- mare copernicana: ci toglie dal centro e mette al centro Dio; la fede ci immerge nel suo amore che ci dà sicurezza, forza, speranza. Apparentemente sembra che non cambi nulla, ma nel più profondo di noi stessi cambia tutto. Quando c’è Dio, nel nostro cuore dimora la pace, la dolcezza, la tenerezza, il

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coraggio, la serenità e la gioia» (Francesco, Omelia alla festa di accoglienza dei giovani, Rio de Janeiro, Brasile, 25 luglio 2013). E di recente, a Cagliari, papa Francesco diceva: «Un giovane senza speranza […] è invecchiato troppo presto! […] [Ci sono tanti] mercanti di morte […] che […] ti offrono una strada per quando voi siete tristi». La vera sfida è «fidarsi di Gesù. […] Io non vengo a vendervi un’illusione [ha detto il Papa ai giovani]. Io vengo qui a dire: c’è una Persona che può portarti avanti: fidati di Lui! È Gesù! Fidati di Gesù! E Gesù non è un’illusione! Fidarsi di Gesù. Il Signore è sempre con noi» (Francesco, Discorso per l’incontro con i giovani, Cagliari, 22 settembre 2013). Voi volete crescere in questa familiarità? Fidatevi di Gesù, entrate nel reale con Lui, perché è questo che ci rende sempre presenti al reale, che ci rende attenti a

tutto quello che accade.
«Di che cosa ho bisogno?», si domanda una di voi; «avere in

mente questa domanda mi ha aiutato a vivere ogni circostanza e mi sono stupita di come ero attenta», perché solo quando abbiamo domande, amici, siamo attenti. «Io desidero essere attenta in ogni istante». Solo se noi lasciamo aperte le domande, solo se non rifiutiamo le sfide, possiamo intercettare una risposta in tutto quello che ci capita nella vita. Per questo il nostro è un cammino umanissimo, non è fatto di allucinazioni o di «visioni», ma è la partecipazione a un’avventura affascinante di conoscenza, che ci fa scoprire sempre di più l’attrattiva che c’è dentro qualsiasi limite, dentro qualsiasi difficoltà, perché qualsiasi obiezione o qualsiasi circostanza, pur dolorosa, ha sempre dentro qualcosa di vero. È quello che abbiamo bisogno di scoprire. Per questo occorre cercare. «Per due anni», dice

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sempre uno di voi, «euforico, spensierato, rabbioso, ho cercato coscientemente e incoscientemente qualcosa di esistenziale per la mia vita, che mi sembrava di avere smarrito irrimedia- bilmente. Tuttavia quel che ho guadagnato in questa confusione continua è stata una tristezza di fondo, che mai mi ha abban- donato, e la consapevolezza terribile di aver perso me stesso ogni giorno di più, di aver perso la vita vivendo, come direbbe Eliot. Noi, invece, come dice Chesterton, noi tutti abbiamo bisogno di essere trovati. Io per due anni ero affannato, non mi ero mosso. Solo ora sono stato rigenerato quando, tornando in comunità, vivendo l’incontro con Gesù attraverso la com- pagnia degli amici, mi sono sentito strappare dalla confusione degli ultimi anni e sono stato restituito a me stesso [Gesù è entrato nella storia, amici, per restituirci a noi stessi!]. E ti dico “Gesù”, perché nel rapporto con l’amico professore e in quello con altri amici conosciuti durante l’estate sono rimasto tanto stupito dal loro modo di stare nel mondo, libero, ap- passionato, vivo, che non ho potuto che sorprendere in quei volti qualcosa di più che umano; un “più che umano” [cioè il divino], passava dentro e attraverso la vita di quegli uomini».

Solo così Gesù si rende presente, continua a chiamarci per nome e continua a farci compagnia nella vita affinché possiamo vivere questa avventura senza essere risucchiati dalle circostanze − qualunque esse siano −, senza perdere l’attrattiva del vivere. È solo così che possiamo non perdere la vita e non vivere inu- tilmente.

Buona avventura, amici!

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© 2013 Fraternità di Comunione e Liberazione per il testo di Julián Carrón

Il centro della libertà

” La libertà dell’uomo si verifica molto di più nell’esperienza dei rapporti con ciò che gli appartiene, che neanche direttamente con se stesso. Un uomo accetterebbe più volentieri di perdere se stesso piuttosto che  di perdere la persona amata; la sua libertà, infatti, si incentiva nel rapporto di possesso o di preferenza. Ecco :Gesù si colloca al centro di tali rapporti, come nel cuore che li origina e senza del quale non avrebbero vita.Ed è qui il punto di partenza dell’ostilità nei suoi confronti. Fino a quando  Egli si dice “maestro” e chiede “seguimi”, uno può riconoscerlo e andare con lui oppure non seguirlo, e c’è ancora spazio per la semplice indifferenza, ma quando la sua proposta si chiarisce come pretesa di entrare nel dominio della nostra libertà, allora o lo si accetta, e diventa amore, o lo si rifiuta, e diventa ostilità.”

L. Giussani, All’Origine della pretesa cristiana, pag. 79

Il mio volto

(..)
In che cosa consiste, dunque, la nostra maturazione? È la maturazione della nostra autocoscienza, è la generazione di un soggetto in grado di avere consistenza in mezzo a tutte le vicende della vita. Perché le circostanze introducono una lotta: «Allora, è la lotta che ci tiene svegli, e questa lotta è la trama normale della vita: ci tiene svegli, cioè ci matura la consapevolezza di ciò che è la nostra consistenza o la nostra dignità, che è un Altro» (L. Giussani, Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., p. 389). Le circostanze, perciò, ci sono date perché maturi in noi la consapevolezza di ciò che è la nostra consistenza, affinché noi prendiamo veramente coscienza che la nostra consistenza è un Altro.
Per vedere bene qual è la modalità con cui noi di solito affrontiamo queste sfide, basta che facciamo un paragone col canto che abbiamo appena cantato, Il mio volto, e che ci lasciamo colpire da esso. Perché questo canto – mi sono sorpreso a pensarlo spesso negli ultimi tempi – sarebbe quasi impossibile che qualcuno di noi lo scrivesse oggi… «Mio Dio, mi guardo ed ecco scopro / che non ho volto; / guardo il mio fondo e vedo il buio / senza fine [verificate che cosa facciamo noi quando vediamo il buio senza fine, come lo affrontiamo, come reagiamo, come ci agitiamo, e poi paragoniamolo con quel che dice il canto]. // Solo quando mi accorgo che tu sei, / come un’eco risento la mia voce / e rinasco» (A. Mascagni, «Il mio volto», Canti, Coop. Ed. Nuovo Mondo, Milano 2007, p. 203). Quante volte, davanti al buio, ciascuno di noi si sorprende a fare il percorso che descrive il canto? E invece quante volte arriviamo al buio e ci agitiamo cercando una conferma al di fuori dell’esperienza per aggrapparci a qualcosa? Per questo dico: oggi chi sarebbe in grado di comporre un canto così? Immaginate, invece, se ogni volta che uno è nel buio, facesse quello che il canto dice: guardare il fondo, senza rimanere a un uso ridotto della ragione, fin quando riconosce il Tu che è al fondo di ogni buio. Che autocoscienza di sé acquisterebbe ogni volta! Che capacità di vivere nella verità di sé, non determinato costantemente dal buio, non dovendo costantemente fuggire dal buio, perché ha incontrato lì, in fondo al buio, in fondo al reale, in fondo a se stesso, che cosa lo costituisce! E qual è il segno? Non che ho altri pensieri o altri sentimenti. No! Lo riconosco da un fatto reale: che io rinasco.
Come dice questa lettera: «Carissimo Julián, la vita, seguendo, diventa ogni giorno più affascinante. Ogni istante in cui prendo coscienza di chi sono e del rapporto con il Signore che, solo, rende la mia persona salda e lieta, diventa la possibilità di camminare verso il mio compimento. Sono una casalinga, ho tre figli; e sono una grande avventuriera. Non mi sono mai sentita schiacciata dalla solitudine inevitabile che la mia vita mi regala e dalla fatica di un lavoro che non risulta pubblico (come cambiare pannolini o preparare pappe ai bambini), perché davvero, finalmente, dando credito alla verità di quello che sempre ci dici (come sempre ci diceva don Gius), tutte le volte che si affaccia sull’orizzonte del quotidiano un qualche senso di soffocamento o di menzogna, mi accade di pensare a te, penso al mio io, a Chi lo sta facendo in quell’istante, e immediatamente scopro il rapporto unico e grande che mi costituisce, e tutto torna al suo giusto posto e respiro l’aria fresca della mia libertà, l’aria fresca della Sua presenza. Io voglio solo ringraziarti perché in questi anni sto iniziando realmente a conoscere e a seguire don Giussani, e perché non passa giorno in cui ogni circostanza – oserei dire anche il mio male, il mio peccato – mi accorgo e domando che possa essere la grande occasione per fare il mio passo certo e consapevole verso il mio destino. Questa è la grande speranza per me, per i miei cari e per tutto il mondo».
Allora capite perché le circostanze sono parte essenziale della vocazione: perché ci sfidano, perché se a volte non fossi nel buio più buio, potrei vivere senza accorgermi del Mistero, senza il bisogno di rendermi veramente cosciente di che cosa sono e del fatto che Lui c’è; e così rinascere. «Autocoscienza è la capacità di riflettere su di sé fino in fondo [che non vuol dire rimanere in una introspezione psicologica]. Ma se uno riflette su se stesso fino in fondo in modo totalmente cosciente, incontra un Altro, perché dicendo “io” in modo totalmente autocosciente, m’accorgo che io non mi faccio da me» (Raduno di sacerdoti, 9-16 settembre 1967, La Verna (Ar), Archivio Cl). E quando mi rendo conto che non mi sono fermato a metà strada, che sono arrivato a questo Altro? Per un ragionamento? Per un sentimento? Per un autoconvincimento? Perché rinasco!
Io mi domando: in tutto questo periodo in cui siamo stati così sfidati dalle circostanze, quante volte ci è capitato di essere costretti a fare questo percorso, fino a rinascere nel riconoscimento del Tu? Io, vi confesso, ho dovuto farlo una infinità di volte, altrimenti vi garantisco che non sarei più qua. Perché uno può essere dall’altra parte del mondo e gli arriva per email l’ultimo articolo del giornale che ci attacca pesantemente, e lì non c’è spazio per la fuga: o uno si lascia determinare dalla reazione e ridurre a questo per tutta la giornata, o ricomincia a fare un percorso e riconosce ancora una volta di non essere quello che dicono i giornali, ma legame con Uno che lo fa. Davanti a ogni circostanza e a ogni sfida, che sono costanti, io sono costretto a decidere se rimanere nel lamento oppure se guardarla come la possibilità attraverso cui il Mistero chiama me al rinnovamento della mia autocoscienza.
Il problema non è che ci tolgano il buio, o che ci risparmino certi attacchi; «il vero nostro problema è uscire dall’immaturità» (L. Giussani, «La lunga marcia della maturità», op. cit., p. 70), cioè iniziare a dire “io” da uomini veramente coscienti di quel che sono. Per questo è il tempo della persona. Perché la nostra immaturità non è generata – come a volte pensiamo – dagli altri o dalle circostanze o dagli attacchi che ci troviamo ad affrontare. Non confondetevi: gli altri non hanno il potere di generare questa nostra immaturità, ma mettono soltanto in evidenza che c’è, ci rendono coscienti fino a che punto siamo inconsistenti, ce lo fanno scoprire; ci fanno scoprire che tante volte noi siamo più determinati dalle circostanze che dall’autocoscienza. Allora la questione non è lamentarsi delle circostanze – quanto tempo perdiamo in uno sterile lamento! -, ma uscire dall’immaturità.
Il Signore vuole farci uscire dall’immaturità generando un soggetto così consistente che sia in grado di sfidare qualsiasi buio, qualsiasi circostanza, qualsiasi problema. Altrimenti noi nel reale non ci saremo, tenteremo di fuggire, come vediamo accadere intorno a noi: i medici non entrano più nelle stanze dei malati perché c’è troppa realtà per starle davanti. E noi pensiamo di poter stare davanti a tutte le sfide senza avere consistenza?
Così si introduce uno sguardo diverso sulle circostanze, e si capisce qual è il senso della vita come vocazione: «Vivere la vocazione significa tendere al destino per cui la vita è fatta. Tale destino è Mistero, non può essere descritto e immaginato. È fissato dallo stesso Mistero che ci dà la vita. Vivere la vita come vocazione significa tendere al Mistero attraverso le circostanze in cui il Signore ci fa passare, rispondendo ad esse. […] La vocazione è andare al destino abbracciando tutte le circostanze attraverso cui il destino ci fa passare» (L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, SEI, Torino 1995, pp. 49-50) (non quelle che scegliamo noi, come se le potessimo decidere noi, ma tutte).
Che il Signore ci faccia camminare al destino attraverso circostanze avverse è qualcosa di misterioso, la Bibbia ce lo ricorda sempre: «Le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). Quando facciamo attenzione ci accorgiamo che questo, paradossalmente, è così conveniente per la generazione di un soggetto che senza di questo noi ci perderemmo nella banalità più assoluta, nella distrazione più superficiale, nella riduzione più tremenda. Perché tutte le circostanze attraverso cui il Mistero ci fa camminare al destino sono per risvegliare il nostro soggetto umano, in modo tale da avere il vigore che gli consente di vivere in qualsiasi contingenza. È la verifica della fede, è la verifica dell’avvenimento cristiano: se il cristianesimo è in grado di generare un soggetto consistente, non fuori dalla realtà, non nella nostra stanza, ma nel reale così come il reale ci sfida. E qual è il vigore, qual è la forza dell’io? Dove si trova? La forza dell’io è soltanto nell’autocoscienza. Perciò tutte le circostanze per cui il Signore ci fa passare sono per maturare in noi «l’autocoscienza, una percezione chiara ed amorosa di sé, carica della consapevolezza del proprio destino e dunque capace di affezione a sé vera, liberata dall’ottusità istintiva dell’amor proprio. Se smarriamo questa identità, nulla ci giova» (L. Giussani, «È venuto il tempo della persona», op. cit., p. 12).(..)

Tratto da Tracce.it, La vita come vocazione

L’amore all’uomo

Fate bene a battere le mani, perché credo in quello che dico. «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità – dice Teilhard de Chardin – non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».

Quando ho detto questa frase mi è venuto immediatamente al cuore e alla memoria come deve essere nato storicamente l’interesse per Cristo. La gente poteva andarlo a sentirlo chiedendosi: “Cosa dice costui? Parla della Trinità, di Dio Padre, parla dell’inferno dell’anima, della responsabilità dell’uomo”. Però poteva farsi anche un’altra domanda, che trovava la risposta dentro il cuore della gente, senza che essa ne fosse cosciente: “Costui, perché dice queste cose?” E immediatamente, chi avesse formulato questa domanda si sarebbe sentito rispondere: “Perché ama l’uomo”. Prese un bambino se lo strinse al seno e disse: “Guai a colui che torce un capello al più piccolo dei bambini” e non parlava di torcere fisicamente un capello, perché in questo fatto tutti hanno un po’ di ritegno; parlava nel far del male al bambino in termini morali, là dove nessuno presta attenzione e precauzione; parlava di un rispetto assoluto di questo esserino indifeso. Oppure si scosta nel sentiero, passa un funerale, una donna singhiozza dietro il feretro e Lui domanda: “Cosa succede?” “È una donna vedova. Le è morto l’unico figlio”. Fa un passo avanti e dice: “Donna, non piangere”. O ancora: “Che importa se ti prendi tutto quello che vuoi e poi perdi te stesso?” Che cosa darà l’uomo in cambio di sé? Così è sorto nel mondo il senso del rispetto, della venerazione, dell’attaccamento, dell’amore, della fiducia, della responsabilità verso la persona.

 

La persona: l’amore all’uomo. Altrimenti non si può capire il Cristianesimo. Ma forse noi stessi non lo comprendiamo, pur tentando di viverlo, perché non partecipiamo di questa sua origine. Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l’uomo. Allora si capisce che se Cristo parlava del Padre, se parlava del bambino, se tendeva con particolare cura lo sguardo all’ammalato, al povero, era perché povero, bambino o ammalato erano, fra tutti, i meno difesi, coloro che meno avrebbero potuto imporre se stessi; proprio per questo ne sottolineava la presenza, perché il loro valore era indipendente dalla loro capacità di potere o di servire al potere. L’uomo, il figlio di donna, l’uomo concreto, come sempre insiste Giovanni Paolo II, non l’uomo alla Feuerbach o alla Marx, io, tu, l’uomo figlio di sua madre e suo padre: e l’amore all’uomo, la venerazione per l’uomo, la tenerezza per l’uomo, la passione per l’uomo, la stima assoluta per l’uomo.

 

La frase di Teilhard de Chardin mi ha richiamato una frase del Vangelo: “Vi ho detto tutte le cose che vi ho dette, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Gioia: è l’unica voce, quella cristiana, che può usare la parola gioia senza essere obbligata a dimenticare o rinnegare qualche cosa. Gesù lo dice in termini biblici: “Il loro angelo (l’angelo dei bambini) vede la faccia del Padre mio”. L’uomo è grande perché è in rapporto con l’Infinito, ma un rapporto siffatto che lo si è potuto anche definire con un paradosso: Dio ha bisogno degli uomini. Dio. Ma chi non ha paura, qualunque immagine ne abbia, ad usare questa parola? Io ne ho molta, e infatti raramente la uso.

 

Questo “insondabile mistero”, come diceva Einstein, tre giorni prima di morire al grande matematico Francesco Severi, “che sottende ogni ricerca”, questa “ombra che non si può staccare da noi” diceva Whithead, questa implicazione ultima della ragione, intesa come coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. “Tutta la legge dell’umana esistenza sta solo in questo: che l’uomo possa inchinarsi all’infinitamente grande”, diceva Dostoevskij. Proprio per questo, comunque lo si concepisca, questo infinitamente grande è legato alla nostra esistenza. Con un termine drammatico, la Bibbia parla di “alleanza”, un contratto sostanziale, essenziale ed esistenziale: l’alleanza della creazione. Questo infinitamente grande è legato alla nostra esistenza per quello stupore che assicura l’emozione della novità, senza cui la vita sarebbe noia mortale, per cui Dio ci si impone come la struggente attrattiva del reale, dell’essere; per quel brivido della ragione per cui Dio appare come la consistenza che ci mantiene sopra l’abisso del niente; per quella dipendenza inevitabile dagli avvenimenti, per cui Dio ci determina come Destino.

 

Ma dunque, se Dio è legato a noi, se ne può parlare? Se ne deve parlare, nel senso che non è possibile non parlarne, comunque lo si concepisca. C’è un solo modo per non parlarne: non pensare. “Chiuso fra cose mortali anche il cielo stellato finirà. Perché bramo Dio?” È l’interrogativo appassionato di Ungaretti che era così esplicitato da Reiner Maria Rilke: “Spegnimi gli occhi e io ti vedo ancora; rendimi sordo, ed io odo la tua voce; mozzami i piedi, ed io corro la tua strada. Senza favella, a te io scioglierei preghiere. Dirompimi le braccia ed io ti stringo col cuore mio, fatto repente mano: se fermi il cuore, batte il mio cervello, ardi anche questo ed il mio sangue allora ti accoglierà Signore in ogni stilla”. Per questo, per questa implicazione fisiologica, con timore e tremore, ripeto: Dio ha bisogno degli uomini. Così ci si è rivelato.

 

Il titolo del bellissimo e dimenticato film di Delannoy, è un paradosso, certo, ma è vero: Dio si è reso bisognoso dell’uomo per il modo in cui ha agito. Noi non possiamo che esprimerci con queste formule: aver bisogno senza che si avesse avuto bisogno è amore. L’amore nella sua purità, per tutti nostalgia tanto quanto normalmente non è esperienza, nella sua gratuità assoluta. Dio si è reso bisognoso dell’uomo perché l’ha creato libero, gli ha partecipato questa sua suprema capacità di possesso di sé, e, in secondo luogo, perché si è fatto uomo, si è reso storia! Dal Mistero dei santi innocenti di Péguy: “Chiedete a un padre se il miglior momento non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini, lui stesso, come un uomo, liberamente, gratuitamente. Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a un padre se non ci sia un’ora segreta, un momento segreto, e se non sia quando i suoi figli cominciano a diventare uomini, liberi, e lui stesso trattato come un uomo, libero! L’amano come uomo, libero, chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte, e se non sia quando la sottomissione precisamente cessa, e quando i suoi figli, divenuti uomini, l’amano, lo trattano per così dire da conoscitori, da uomo a uomo, liberamente, gratuitamente, lo stimano così. Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale uno sguardo d’uomo che incontra uno sguardo d’uomo. Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo, sono io che l’ho fatta, non chiedo loro tropo, non chiedo che il loro cuore, quando ho il cuore trovo che va bene, non sono difficile. Tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero, o piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo mi ripugnano ed io darei tutto per uno bello sguardo da uomo libero, per una bella obbedienza e tenerezza e devozione da uomo libero, per uno sguardo di San Luigi IX e anche per uno sguardo di Joinville, perché Joinville è meno santo, ma non è meno libero, e non è meno cristiano e non è meno gratuito, e mio figlio è morto anche per Joinville, A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da dei veri uomini, virili, adulti, fermi, nobili, teneri ma di una tenerezza ferma. Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho sacrificato tutto, per creare questa libertà, questa gratuità, per far agire questa libertà, questa gratuità, per insegnare all’uomo la libertà…”

 

Ma questa capacità energica di aderire all’essere, in cui sta la libertà, ha in sé un meccanismo tremendo, come un mistero, Pegury dice “mistero dei misteri”. La libertà si realizza come scelta, come opzione. Direbbe Althusser, in quel suo terribile giudizio: “La differenza tra il credere nella esistenza di Dio e il marxismo non sta in una ragione, è una pura opzione”. Scelta di che? Accettare o non accettare l’Essere. Questa è una scelta che si ripropone ogni giorno, perché noi ogni mattina ci alziamo e ci poniamo di fronte alla realtà con lo sguardo spalancato, aperto, ingenuo di un bambino, pronto a dire pane al pane, vino al vino. “Sia il vostro dire sì, no; ogni altra parola viene dalla menzogna”. Oppure ci alziamo con il gomito a coprire la faccia, guardinghi, per difenderci dalla realtà (accettare o meno l’Essere, la propria madre o Dio è lo stesso, la posizione è identica), accampando pretesti anche contro l’evidenza, naturalmente. E se si accampano pretesti, allora non è solo negazione, ma è menzogna. Le ragioni, i pretesti fondamentali, sono il dolore, in tutti i sensi, anche il dolore del proprio sentirsi venir meno, o la pretesa, la volontà di affermazione dell’uomo, non di sé, badate, non del proprio io, ma dell’uomo, appunto, alla Feuerbach.

 

Forse l’esempio più impressionante della prima ragione, il dolore dell’uomo, è una famosa poesia di Montale che mi permetto di citare: “Forse un mattino, andando in un’aria di vetro arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo; il nulla dietro di me, il vuoto alle mie spalle con un terrore di ubriaco. Poi come su uno schermo si accamperanno di gitto alberi, case, colli per l’inganno consueto, ma sarà troppo tardi. Ed io me ne andrò zitto, tra la gente che non si volta, col mio segreto”. Quando ho letto questa poesia di Montale, improvvisamente, mi è parso di comprendere; perché questa è la posizione in cui si accende l’intuizione e l’esperienza mistica, questa percezione immediata del nulla delle cose, dell’inconsistenza di tutto, dell’effimero, è anche l’inizio dell’esperienza dell’Essere di cui tutto consiste e che tutto sostiene. “Rerum Deus tenax vigor”, “O Signore, tenace consistenza di tutte le cose”: qui invece, dalla stessa identica esperienza, si ha il nichilismo: è una pura opzione. Giustamente Peguy parla del “mistero dei misteri”, la libertà.

 

Indubbiamente, da un punto di vista astratto, Montale non spiega una cosa (l’errore è costretto sempre a dimenticare o a rinnegare qualcosa): perché le cose sono, effimere (l’illusorio è già una valutazione) ma sono. Mentre un esempio tremendo dell’affermazione di sé (ma nell’affermazione di sé è l’affermazione della libertà dell’uomo), è un noto brano di Nietzche: “Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: “Questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio!” Tutta l’imponenza del mistero del reale, se l’uomo non lo riconosce, è come niente. Il vuoto dietro di me. È come un nulla, non perché non ci sia, ma perché non è riconosciuto. E in questo senso Tischner, commentando le poesie di Papa Wojtyla, dice che “per Papa Wojtyla l’uomo permette a Dio di essere un Dio”.

 

Dio, per essere riconosciuto come Dio, deve in certo qual modo attendere questa scelta, ma la negazione non può non corrispondere ad un ultimo atteggiamento di ira, sottile o clamorosa; ad una affermazione irosa, sorda, o potente. In quest’ira l’accento non è sull’affermazione di sé, della propria personale umanità, ma sul rifiuto di qua1cosa che è dato. È il rifiuto all’atto di un Altro, rifiuto della propria condizione umana in quanto è data, rifiuto della propria natura, rifiuto di una gratuità originaria. Stranamente, l’accento non è innanzitutto sull’orgoglio, sulla volontà di affermazione di sé, perché l’uomo, nella concretezza della sua persona, piuttosto si dissolve. “Chi non crede più in Dio – diceva Claudel nelle sue grandi Odi – non crede più nell’essere, e chi odia l’essere odia la propria esistenza”.

 

Ma come mi è piaciuto leggere in Un uomo di Oriana Fallaci questa osservazione: “L’amara scoperta che Dio non esiste, ha ucciso la parola destino”. Ma negare il destino è arroganza; affermare che noi siamo gli unici artefici della nostra esistenza è follia, la follia con cui Sartre diceva: “Le mie mani?! Cosa sono le mie mani? La distanza incommensurabile che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da esso per sempre”. Quanto più stringi e afferri, sei condannato a percepire, a sperimentare una lontananza: nessun nesso è possibile. È l’io che si dissolve, centro di relazione e di abbraccio, di affermazioni e di collaborazione.

 

Per questo il dissolvimento giunge fino al punto in cui Moravia ne La noia parla della “assurdità di una realtà insufficiente, ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza”. Che terribile morte della ragione misura di tutte le cose, che non ha accettato di essere coscienza ammirata e stupita di una realtà non sua, che diviene sua nella misura della sua obbedienza, del suo sguardo bramoso, desideroso, spalancato in una accettazione continua. C’è comunque un’alternativa alla negazione di Dio, c’è un’alternativa al rifiuto di una responsabilità di fronte alla domanda, al bisogno espresso di Dio verso di noi.

 

Dentro il mistero della libertà, l’alternativa alla dimenticanza e alla negazione di Dio, dice il profeta Geremia, “è prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani”. Ma nella società attuale, per il meccanismo potente in cui tutto viene articolato e organizzato, è inevitabile che questo prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani diventi prostrarsi di fronte al potere: quanto meno ne siamo coscienti, tanto più vi siamo soggetti. “Si è riusciti a far capire – dice Milosz, il grande Nobel per la poesia 1984 – all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata”. Il male, che filosofia e letteratura definiscono e descrivono, si rifrange in noi, nelle mille azioni di ogni giorno. Totalmente o in parte, esse sono strappate al disegno del mistero, all’ordine ultimo, a causa del rifiuto della gratuità.

 

Questa negatività, questa incapacità di perfezione è l’avvenimento esistenziale più tragico per l’uomo cosciente di sé. Sempre io ricordo ai miei amici giovani l’espressione letterariamente più tragica di questa consapevolezza, la finale del Brand di Ibsen, quando colui che per tutta la vita ha ricercato l’attimo perfetto, l’atto interamente umano, ritto vicino alla sua capanna, mentre il tuono della valanga che lo travolgerà oramai sta compiendosi, grida: “Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte mi travolge: può tutta la volontà di un uomo ottenere un atto solo perfetto?”. Un atto solo umano? Per questo io ricordo con emozione, e anche con umana paradossale gratitudine, le parole di una persona che stimo profondamente, a proposito del peccato: “Il peccato sono forse io”. L’affermazione sembra capovolgersi: l’uomo ha dunque bisogno di Dio per essere uomo? Come risposta Dio si fa uomo, si coinvolge. Certo, chi ha molto senso drammatico della vita, è molto vicino al cristianesimo, gli è molto più facile capirlo. Come risposta Dio si fa uomo, si coinvolge con l’uomo come compagno reale di cammino, totalmente familiare, accende un dialogo immediato senza lunghi, solitari ed ambigui spazi interpretativi. Così Dio si rende bisognoso degli uomini proprio come uomo. Ed è a questo punto che l’opzione si gioca in modo più drastico e diventa dramma storico e tragedia del pensiero.

 

In nome dell’autonomia della verità umana, in nome, cioè, del suo modo di concepire l’ultimo, quello che noi chiamiamo Dio, perché è inevitabile l’implicazione dell’ultimo nel dinamismo della ragione, l’uomo respinge con violenza, fino alla nausea, questa presenza amorosa che ha bisogno dell’uomo, ma gli chiede di amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze, come dice il Vangelo. Così, dalla onestà dei farisei, al rifiuto del giovane ricco, allo scandalo di Giuda, l’abolizione di Cristo dalla memoria che decide e guida la vita singola e sociale, diventa peccato sociale. Una ovvietà della cultura dominante: Cristo è un grande uomo, a patto che venga abolito, come Cristo, dalla memoria. Tale abolizione diventa rinuncia alla categoria suprema della ragione, la categoria della possibilità. È assurdo, è inconcepibile, è impossibile.

 

Mi ricordo, ne “La fine dell’avventura” di Graham Green, che il protagonista, 1ibero pensatore, va di sera tardi in casa dell’amico cui era morta la moglie e ci trova il confessore della moglie, un fraticello smilzo, piccolo, fragile, che lui cerca di confondere attraverso una serie di invettive contro l’immagine religiosa cristiana della vita e dell’uomo. E quel povero fraticello, approfittando di un respiro dell’artista, “libero pensatore”, esclama timidamente: “Ma mi sembra di essere più libero pensatore io di lei, perché è più libero pensiero ammettere tutte le possibilità piuttosto che precludersene qualcuna”. È dalla abolizione della memoria di Cristo come Dio-uomo che diventa possibile la lucidità isterica con cui tanta cultura moderna rinnega Dio, ma lo diceva Nietzsche: “Se togliamo Cristo, dobbiamo togliere Dio”. Ma Cristo è un impegno del mistero, irreversibile, col tempo umano; la Bibbia lo chiama “Alleanza Eterna”. Dio è fedele a se stesso, Cristo è lo svelarsi della natura del mistero verso l’uomo. Che cos’è il mistero verso l’uomo? Misericordia. La gratuità iniziale, originale, per cui l’uomo è, si svela compiutamente nel suo cuore, nella sua profondità affettiva. È misericordia.

 

La risposta negativa dell’uomo non risolve la grande questione di amore: Cristo si implica nella totalità della esistenzialità stessa dell’uomo, nella totalità della mia esistenza. L’idea che per il cristianesimo la salvezza, cioè il senso positivo del mondo è legato ad un punto infinitesimale che è il sì di una ragazza di 15, 16 o 17 anni al massimo, che viveva in uno sperduto villaggio della Palestina, basterebbe a farmi capire il divino. Così, sull’altro versante, un uomo viene baciato, in quella notte, ed esclama: “Amico, a che sei venuto? Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo”. Coinvolto con l’esistenzialità umana, col gioco della sua libertà, secondo le movenze normali, quotidiane di essa, implicato nella totalità dell’esistenza come uomo, Cristo si rende bisognoso delle concrete, visibili cose che l’uomo usa: l’acqua nel Battesimo, l’olio nella Cresima, il vino e il pane nell’Eucarestia, la parola nella Confessione; il gesto, dovunque. Ma la realtà storica totale di cui Cristo ha bisogno per compiere la sua presenza al cammino dell’uomo verso il destino, è l’unità fra tutti coloro che il Padre gli ha dato.

 

Dice il XVII capitolo di S. Giovanni: “L’unità di tutti coloro cui è stato dato di conoscerlo”. Inizio dell’unità totale dell’umanità, è l’unità fra tutti coloro che il Padre gli ha dato, la Comunità Ecclesiale, “questo ambiente dell’esistenza redenta dell’uomo”, come ci disse Giovanni Paolo II il 29 settembre, la Comunità Ecclesiale, esistenza redenta dunque non perfetta…. ambiente affascinante, dove ogni uomo trova la risposta alla domanda del significato per la sua vita, cioè Cristo centro del cosmo e della storia. Perché non c’è nessun fascino nella vita più grande che l’esplodere chiaro del significato. Perché il fascino è l’attrattiva del vero, “pulchrum splendor veri” diceva S. Tommaso.

 

Così, in un certo senso, l’inizio cristiano non è l’inizio di una religione e neanche di un’etica, ma di un’estetica. L’etica verrà, come conseguenza, da un amore destato, e l’amore è destato dalla bellezza, che è l’attrattiva propria della verità. Comunità Ecclesiale: dove tutti i temperamenti, tutte le storie, cioè tutti i movimenti, le associazioni, scaturiscono dall’unica domanda di quel significato e insieme, senza alcuna possibilità di dominio, completandosi e aiutandosi l’un l’altro come grande e appassionata compagnia, fluiscono verso l’unica foce; la testimonianza a tutto il mondo umano di Cristo morto e risorto. Ma questa Comunità Ecclesiale è un popolo, o, come diceva Paolo VI (25 luglio 1975) “una entità etnica sui generis”, un popolo di uomini: Dio non ha bisogno di santi, ha bisogno di uomini.

 

Così dunque Eliot descrive il cammino di questo popolo nel VII Coro della Rocca: “Da quel momento sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo attraverso la passione, il sacrificio, salvati a dispetto del loro essere negativo, bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati, ottusi come sempre lo furono prima, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce, spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, ritardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”. Questo Cristo ha introdotto nella nostra vita, facendosi compagno nostro, la dignità, la libertà come tensione all’infinito; se l’uomo è rapporto con l’infinito, l’unica dinamica degna è la tensione ad esso. Come un bambino che, nato, deve imparare a camminare, e mille volte cade, e mille volte riprende, ma tutto in lui è tensione al cammino e alla vita.

 

Eliot prosegue: “Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima, sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove. Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun Dio, e questo non era mai accaduto prima; che gli uomini negassero gli dei ed adorassero come dei la ragione o il denaro, il potere o ciò che chiamano vita, razza, dialettica. La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare? Deserto e vuoto, deserto e vuoto, perché deserto e vuoto è il mondo là dove non c’è ricerca di un significato, e tenebre sulla faccia dell’abisso. È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o l’umanità che ha abbandonato la Chiesa? Tutte e due. Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato tutti gli dei, tranne l’Usura, la Lussuria e il Potere”.

 

Il Dio dell’uomo è ciò che l’uomo è; ciò che l’uomo è, è il suo Dio. Ma l’uomo non è lussuria, denaro e potere. Questi dinamismi pretendono continuamente di definire l’uomo e l’uomo può diventarne, soprattutto teoricamente, schiavo, prigioniero; ma l’uomo è definito da qualche cosa di più, dove il calcolo è travolto. Nonostante tutto, nonostante che l’uomo sia attraversato continuamente dalla fame e sete della lussuria, del denaro e del potere, affermare questo più, tendere a questo più, vivere questa lotta e, nella propria fragilità, mendicare come poveri lungo le strade, è il modo umano di vivere la gratuità, di vivere cioè la propria vera natura, immagine di Dio, di vivere quel rapporto con l’infinito, creatore per grazia. Tale capacità di gratuità, questo scatto oltre il calcolo, verso l’infinitamente grande che si è reso bisognoso della nostra esistenza, è il test della vita. “Son venuto perché abbiano la vita e la abbiano in sovrabbondanza”, una vita che non sia costretta a dimenticare o rinnegare nulla.

 

Permettetemi di citare questo brano del Diario di Kierkegaard: “Il rapporto di negatività polemica che il paganesimo metteva fra l’idea di una vita futura e l’esistenza presente, si vede anche dall’obbligo che le anime avevano, giungendo ai Campi Elisi, di bere l’acqua del fiume Lete”. Per entrare nel loro paradiso i pagani credevano che le anime dovessero prima bere l’acqua del fiume Lete, che nella radice greca vuol dire “dimenticare”: per essere felici nell’al di là, bisognava dimenticare tutto. Ma questa è la norma per ogni ideologia, teorizzata o implicata nel modo di vivere. Il Cristianesimo invece insegna che dobbiamo rendere conto, che ha un valore eterno anche una parola detta per scherzo. Ciò significa, tra l’altro, la presenza totale del nostro passato, anche se un altro Lete, la misericordia, ce ne toglie il lancinante dolore: è il mutamento profondo, la conversione profonda del significato del mio stesso male.

 

Il Vangelo dice: “Anche i capelli del tuo capo sono numerati”. Una vita che diviene se stessa, cioè sempre più vita, come diceva S. Agostino: “La vita non deve passare, letteralmente, dalla giovinezza alla vecchiezza, ma è la giovinezza che deve crescere sempre di più”. Ciò che S. Agostino affermava per esperienza personale è testimoniato da una bellissima poesia di una poetessa settantenne, grande anche se naturalmente oggi dimenticata, Ada Negri, Giovinezza: “Non t’ho perduta, sei rimasta in fondo all’essere, sei tu, ma un’altra sei, senza fronda né fior, senza il riso che avevi al tempo che non torna, senza quel canto; un’altra sei, più bella. Ami, e non esigi essere amata, a ogni fiore che sboccia o frutto che rosseggia o pargolo che nasce, al Dio dei campi e delle stirpi rendi grazia in cuore; non ami il fiore perché lo cogli e lo annusi, ma perché è; non ami il frutto perché lo addenti, ma perché è; non ami il bambino perché è tuo, ma perché è”.

 

Questa è la gratuità resa vita quotidiana, che riverbero nello sguardo a chi vive vicino!, che riverbero nel pensiero e nel travaglio per gente ignota che viva lontano!, che riverbero di missione! In fondo il Cristianesimo realizza l’immagine che Victor Hugo, in un bellissimo brano del suo Le Conteplation intitolato L’Eremita, descrive. Si immagina questo eremita che si alza al mattino presto, all’alba, e cerca alla luce della candela di cominciare a leggere e meditare il suo testo. Man mano che legge, il sole si alza e cresce, e così, nello stesso tempo, nella sua anima sì fa luce, non dalla giovinezza alla vecchiezza; è la giovinezza che deve crescere sempre. “Non fidatevi dell’amore” è l’ultimo ricordo di Paul Valery ai suoi amici. “Noi abbiamo creduto all’amore” è il messaggio di Giovanni. “So bene che Dio non mi ama, come potrebbe amarmi? E tuttavia in fondo a me, qualcosa, un punto dì me, non può impedirmi di pensare, tremando di paura, che forse, malgrado tutto, mi ama”, dal primo quaderno di Simone Weil.

 

Questo è ciò su cui non può non attestarsi la nostra umanità, per quel poco di purità che mantenga. C’è un unico vero delitto, la dimenticanza del Dio che ha avuto bisogno di noi, che ha bisogno di noi. “Sento che la mia nave – dice un buon poeta spagnolo, Juan Ramòn Jiménez – ha urtato là sul fondo in qualcosa di grande”. La nostra nave che sta navigando per l’Oceano della vita ha urtato là, sul fondo, in qualcosa di grande: Dio presente. E nulla accade. Nulla, quiete, onde. Tutto come prima, tutto è già accaduto e siamo già tranquilli nel diverso, ci siamo già rassegnati? Io auguro a me e a voi di non stare mai tranquilli, mai più tranquilli.
meeting 2009, Giussani, Dio ha bisogno degli uomini
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Il giudizio dell’esperienza

L’esperienza come sviluppo della persona
La persona prima non esisteva: perciò quello che la costituisce è un dato, un prodotto d’altro.

Questa situazione originale si ripete ad ogni livello dello sviluppo della persona. Ciò che provoca la mia crescita non coincide con me, è altro da me.

Concretamente esperienza è vivere ciò che mi fa crescere.

L’esperienza realizza quindi l’incremento della persona attraverso la valorizzazione di un rapporto obiettivo.

N.B. La «esperienza» connota perciò il fatto dell’accorgersi di crescere. E ciò nei due aspetti fondamentali, la capacità di capire e la capacità di amare.

a) La persona è innanzitutto consapevolezza. Perciò quello che caratterizza l’esperienza non è tanto il fare, lo stabilire rapporti con la realtà come fatto meccanico: è l’errore implicito nella solita frase «fare delle esperienze» ove «esperienza» diventa sinonimo di «provare».

Ciò che caratterizza l’esperienza è il capire una cosa, lo scoprirne il senso. L’esperienza quindi implica intelligenza del senso delle cose.

Ora, il senso di una cosa si scopre nella sua connessione con il resto. Perciò esperienza significa scoprire a che una determinata cosa serva per il mondo.

b) Ma il senso di una cosa non lo creiamo noi: la connessione che la lega a tutte le altre cose è oggettiva.

La vera esperienza perciò è un dire di sì ad una situazione che richiama, è un far nostro ciò che ci vien detto. È dunque sì far nostre le cose, ma in modo tale da camminare dentro il loro significato oggettivo, che è la Parola di un Altro.

L’esperienza vera mobilita e incrementa la nostra capacità di aderire, la nostra capacità di amare.

La vera esperienza immerge nel ritmo del reale, e fa tendere irresistibilmente ad una unificazione fino all’ultimo aspetto delle cose, cioè fino al significato vero di una cosa.

La natura come luogo dell’esperienza
Si chiama «natura» il luogo di quei rapporti obiettivi che sviluppano la persona; cioè la «natura» è il luogo dell’esperienza.

Caratteristica della natura è quella di costituire una trama organica e gerarchica che solleciti un’esigenza di unità immanente ad ogni persona.

Tale esigenza essenziale trova corrispondenza nella affermazione di Dio; Dio è esattamente il significato unitario cui la natura nella sua obiettiva organicità richiama l’umana coscienza.

L’errore nell’esperienza umana
Ma l’esigenza di unità – anima della vita cosciente della persona – deve lottare contro forze di divisione anch’esse presenti nell’uomo; forze che lo inclinano a non considerare la connessione obiettiva e a frantumare l’organicità della trama naturale, isolandone i singoli aspetti.

Per la stessa esigenza di unità che l’uomo possiede, l’isolare un singolo rapporto tende inevitabilmente ad assolutizzarlo.

Tutto questo blocca il dinamismo del rapporto evolutivo della persona, realizzandolo in un seguito indefinito di parzialità disarticolate con abnormi affermazioni dell’uno e dell’altro momento.

Di qui tante inadeguate, anche se frequenti accezioni della parola esperienza: dove cioè per esperienza s’intende reazione immediata a cose proposte, o il moltiplicarsi di legami per mera prolificazione di iniziative, o l’improvviso fascino o disgusto delle cose nuove, o l’affermazione di una propria elaborazione o di un proprio schema, o un ricordo del passato che non rivive come valore del presente, o addirittura un avvenimento citato per bloccare un’aspirazione o per mortificare ideali.

Il mistero di Dio rivelato nel campo dell’esperienza umana
L’intervento dei profeti e di Cristo nella storia ha avuto la funzione di richiamare con assoluta chiarezza Dio come l’ultima implicazione della umana esperienza, e quindi la religiosità come dimensione inevitabile di autentica, esauriente esperienza.

Ma la eccezionalità di Cristo non sta tanto nel fatto che egli sia un richiamo a quella implicazione, quanto nel fatto che il suo avvenimento costituisce la presenza fisica di quel significato ultimo della storia.

Non c’è esauriente esperienza umana se non è valorizzazione – consapevole o no – del rapporto con questo fatto che è l’uomo-Cristo.

Il rapporto obiettivo che incrementa l’umana persona non ha più soltanto come luogo la natura, ma anche un luogo «sopra-naturale»: la storia di questo luogo si chiama Chiesa («Corpo mistico di Cristo»).

L’esperienza cristiana
L’esperienza cristiana ed ecclesiale emerge come unità d’atto vitale risultante da un triplice fattore:

a) L’incontro con un fatto obiettivo originalmente indipendente dalla persona che l’esperienza compie; fatto la cui realtà esistenziale è quella di una comunità sensibilmente documentata così come è di ogni realtà integralmente umana; comunità di cui la voce umana dell’autorità nei suoi giudizi e nelle sue direttive costituisce criterio e forma.

Non esiste versione dell’esperienza cristiana, per quanto interiore, che non implichi almeno ultimamente questo incontro con la comunità e questo riferimento all’autorità.

b) Il potere di percepire adeguatamente il significato di quell’incontro. Il valore del fatto in cui ci si imbatte trascende la forza di penetrazione dell’umana coscienza, richiede pure un gesto di Dio per la sua comprensione adeguata. Infatti lo stesso gesto con cui Dio si rende presente all’uomo nell’avvenimento cristiano esalta anche la capacità conoscitiva della coscienza, adegua l’acume dello sguardo umano alla realtà eccezionale cui lo provoca. Si dice grazia della fede.

c) La coscienza della corrispondenza tra il significato del Fatto in cui ci si imbatte e il significato della propria esistenza, – fra la realtà cristiana ed ecclesiale e la propria persona, – fra l’Incontro e il proprio destino.

È la coscienza di tale corrispondenza che verifica quella crescita di sé essenziale al fenomeno dell’esperienza.

Anche nell’esperienza cristiana, anzi massimamente in essa, appare chiaro come in un’autentica esperienza sia impegnata l’autocoscienza e la capacità critica dell’uomo, e come una autentica esperienza sia ben lontana dall’identificarsi con una impressione avuta o dal ridursi ad una ripercussione sentimentale.

È in questa «verifica» che nell’esperienza cristiana il mistero della iniziativa divina valorizza esistenzialmente la ragione dell’uomo.

Ed è in questa «verifica» che si dimostra l’umana libertà: perché la registrazione e il riconoscimento della corrispondenza esaltante tra il mistero presente e il proprio dinamismo d’uomo non possono avvenire se non nella misura in cui è presente e viva quella accettazione della propria fondamentale dipendenza, del proprio essenziale «essere fatti», nella quale consiste la semplicità, la «purità di cuore», la «povertà dello spirito».

Tutto il dramma della libertà è in questa «povertà di spirito»: ed è dramma tanto profondo da accadere quasi furtivo.

PAROLA TRA NOI, L’esperienza, Luigi Giussani, tracce.it