GMG Cracovia

Messaggio di don Julián Carrón ai partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia (26-31 luglio)

La vita è piena di imprevisti. «Il mondo è stato conquistato al cristianesimo ultimamente da questa parola riassuntiva: “misericordia”» (don Giussani). Chi avrebbe scommesso sulla misericordia per “conquistare” il mondo?
Per non finire nello smarrimento la Chiesa sempre ci propone dei gesti, che offre alla verifica della nostra esperienza. Voi avete accettato una di queste proposte: partecipare alla GMG di Cracovia insieme ai giovani di tutto il mondo.
Non dimenticate a che cosa avete detto di sì: al Papa che vi ha invitati tutti. Il vostro sì è per educarvi a un legame che per noi non è opinabile, ma sostanziale: il legame con Pietro, argine stabilito da Cristo per la sicurezza del nostro cammino. Quanti andranno a Cracovia lo fanno per scoprire ancora di più il valore della Chiesa, l’appartenenza a qualcosa di stabile, con un punto di riferimento che ha un nome preciso: papa Francesco. Senza questa coscienza la nostra appartenenza sarebbe fragile.
Andate a Cracovia con una ragione precisa: una domanda a Cristo che ci liberi. Andate a chiedere in ginocchio, a mendicare da Lui − come poveracci − la Sua misericordia. Qualcuno può forse pensare di non avere bisogno della Sua misericordia? Vorrebbe dire non riconoscere la vastità del proprio bisogno, al quale solo Cristo è risposta adeguata: «Gesù Cristo è venuto ad annunciare e realizzare il tempo perenne della grazia del Signore, portando la liberazione» (Messaggio per la GMG).
Il Papa ci invita a immergerci nell’Anno Santo della Misericordia, riconoscendo che il Signore continua ad avere pietà di noi. Noi siamo oggetto del Suo amore viscerale che non ci abbandona e si preoccupa del nostro destino. «Lasciatevi raggiungere dal suo sguardo misericordioso, che sazia la sete profonda che dimora nei vostri giovani cuori: sete di amore, di pace, di gioia, e di felicità vera» (Messaggio per la GMG).
Andando alla GMG, non abbiate fretta di trovare una risposta alle vostre domande; la fretta è segno di quella insicurezza che ci spinge a voler afferrare subito qualcosa. Come capita con la scelta dello stato di vita: devo sposarmi o no? Devo fare il prete, il monaco o il memor Domini? Preoccupatevi innanzitutto di fare la strada. Se uno fa la strada, troverà la risposta. Una risposta che il Mistero darà quando ciascuno sarà pronto a riceverla, quando sarà veramente disponibile. Domandiamo questa disponibilità del cuore. Il Mistero dà a te la vocazione – a te! – e ti farà cogliere pian piano i fattori, i dati per decidere, perché alla fine sarai tu a decidere, nessuno potrà sostituirsi a te, genitori, amici, preti o capi. Nessuno! Per questo dobbiamo domandare costantemente, imparando ad abbandonarci al Mistero che ci dà tutto il tempo di cui abbiamo bisogno.
«Signore, svegliati, non ti preoccupa che affondiamo?». «Perché avete paura, uomini di poca fede?» (cfr. Mt 8,25-27), dice Gesù ai suoi discepoli terrorizzati sul lago in tempesta. Loro sono spaventati e Lui dorme pacificamente nella barca agitata dalle onde. Oppure immaginate quando Gesù viene preso nell’orto degli ulivi e Pietro dice: «No, no, questo non può essere!». Tira fuori la spada e comincia a tagliare orecchie (cfr. Gv 18,10-11). E Gesù: «Ma sei matto?». Da dove nasce la reazione di Pietro? Dalla sua insicurezza. E la reazione opposta di Gesù? Dalla sua sicurezza: Gesù si affida al Padre. Chi aveva più fattori della realtà? Pietro o Gesù? Ma noi pensiamo di essere più intelligenti di Dio. Perché Pietro si sente da solo e smarrito nell’orto degli ulivi e Gesù no? «Il Padre e io siamo una cosa sola, il Padre non mi abbandona mai» (cfr. Gv 10,30). Gesù guarda l’essenziale, ha la consapevolezza chiara di Chi è la compagnia profonda al suo cammino nel mondo.
Prendere coscienza di questo è già introdursi alla GMG, il primo passo è aiutarsi a questo. E ricordate: chi vi aiuta a fare un passo, quello è un amico. Perché l’amicizia, ci ha detto sempre don Giussani, è camminare al destino, è una «compagnia guidata al destino».
Vi auguro di vivere le giornate della GMG come obbedienza a Cristo, alla modalità con cui il Mistero vi raggiunge oggi, bussa alla porta della vostra giovinezza e vi chiede sommessamente di poter entrare per compiere in voi la promessa che siete.
Come allenamento alla GMG vi invito a guardare in faccia le domande che il Papa vi ha rivolto nel suo Messaggio: «E tu, caro giovane, cara giovane, hai mai sentito posare su di te questo sguardo d’amore infinito, che al di là di tutti i tuoi peccati, limiti, fallimenti, continua a fidarsi di te e guardare la tua esistenza con speranza? Sei consapevole del valore che hai al cospetto di un Dio che per amore ti ha dato tutto? Come ci insegna san Paolo, “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5, 8). Ma capiamo davvero la forza di queste parole?».
Vi auguro che le parole del Papa vibrino in voi, così che al vostro ritorno possiamo riconoscere in voi degli amici veri, testimoni di ciò che a Gesù piace di più: «Lasciatevi toccare dalla sua misericordia senza limiti per diventare a vostra volta apostoli della misericordia mediante le opere, le parole e la preghiera, nel nostro mondo ferito dall’egoismo, dall’odio, e da tanta disperazione, negli ambienti della vostra vita quotidiana e sino ai confini della terra. In questa missione, io vi accompagno».

Vi accompagno anch’io, offrendo le mie giornate per il vostro cammino.

Julián Carrón

L’essenziale che dà significato alla realtà

 

L’INTERVISTA INTEGRALE / Video, Julian Carrón: senza l’essenziale il reale non c’interesserebbe

 

INT.

Julián Carrón

giovedì 28 agosto 2014

Anche don Julián Carrón è arrivato a Rimini per partecipare alla XXXV edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli. Il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, oltre ad aver vistato la mostra su Charles Péguy, ha assistito all’incontro “Nella storia, la compagnia del destino all’uomo”, a cui hanno partecipato Giorgio Buccellati e Ignacio Carbajosa Pérez. Riportiamo di seguito in esclusiva web l’intervista rilasciata al Quotidiano Meeting e il video in esclusiva dell’intervento in versione integrale al TgMeeting CLICCA QUI SOTTO PER IL VIDEO CON LA VERSIONE INTEGRALE DELL’INTERVISTA A JULIAN CARRON RILASCIATA AL TG MEETING

 

«Ci conviene seguire il Papa, altrimenti penseremo di aver conosciuto Gesù ma invece non avremo conosciuto niente». Don Julián Carrón, dai padiglioni della Fiera, lancia questo appello al popolo del Meeting. Arrivato ieri mattina, ha seguito l’incontro con Buccellati e Carbajosa Pérez. Prima di pranzo ha visitato la mostra su Péguy e nel pomeriggio quelle su Tolstoj, il Majdan e il gruppo Swap.

 

Il Papa ci invita ad andare nelle periferie. Perché è necessario? Non ci basta quello che già abbiamo?

Incontrare le periferie è la modalità attraverso cui noi incontriamo Gesù. Mi ha sempre colpito tanto una frase di don Giussani: «Noi abbiamo tutto nell’incontro con Gesù, ma cosa sia questo tutto lo capiamo solo nell’incontro e nello scontro con le circostanze». A volte abbiamo la percezione che le periferie siano un’aggiunta, qualcosa che ci distrae, ma in realtà senza la verifica di Cristo in ogni periferia noi non capiremo mai che cosa stiamo seguendo.

 

Francesco ci ha anche suggerito di guardare all’essenziale e alla verità come uniche armi con cui affrontare questo cammino.

L’essenziale è quella presenza talmente importante che senza di essa la realtà non ha significato. Ed è ciò che ci consente di entrare in qualsiasi aspetto della vita. È perché abbiamo scoperto l’essenziale che possiamo affrontare ogni periferia, ogni buio. Mi viene sempre in mente questo: che cosa deve vivere un’infermiera, che cosa di essenziale deve essergli accaduto per poter entrare in una stanza dove c’è un malato terminale? Che cosa devono aver incontrato quei cristiani che decidono di continuare a vivere in Siria? Deve essere successo qualcosa grazie al quale nessun aspetto del reale perde valore, anzi, tutto acquista dignità in funzione di esso. A volte a noi sembra che affermare l’essenziale è contro la realtà, o che affermare la realtà è contro l’essenziale. Ma non è così, basta vedere com’è il cristianesimo raccontato nei vangeli. Per Gesù l’affermare il rapporto col Padre non era una distrazione dal reale, ma era ciò che lo faceva interessare a ogni uomo. Diciamo la verità, senza essenziale noi ce ne fregheremmo della realtà perché non siamo in grado di stargli davanti.

 

Il Meeting documenta che la compagnia di Dio è una costante nella storia dell’umanità. Che cosa vuol dire per lei?

Benedetto XVI aveva detto che Dio non è mai sconfitto, lui riparte sempre prendendo nuove iniziative. Tutti i fatti della storia sono delle nuove iniziative con cui Dio cerca in modo diverso gli uomini. E questo succede ancora adesso. Dio non dipende dalle vittorie, non dipende dal risultato, il suo punto sorgivo è diverso. Dio parte da un amore sconfinato verso l’uomo e malgrado l’uomo non risponda in maniera adeguata o si dimentichi, il Signore non smette mai di cercarlo. Come tu non smetteresti mai di cercare tuo figlio qualsiasi stupidaggine abbia fatto.

 

Che cosa di quello che le hanno raccontato o di quello che ha visto al Meeting le fa capire che siamo sulla strada giusta?

Purtroppo sono riuscito a vedere poco. Mi ha colpito molto sentir parlare padre Pizzaballa, veder guardare la realtà mediorientale con quello che lui ha definito uno sguardo redento. È un grande dono avere amici come lui che ci educano a uno sguardo così, non determinati da schieramenti chiusi. Questo mi dà la certezza che possiamo stare di fronte alle sfide di oggi dando un contributo per tutti.

 

(Niccolò De Carolis)

 

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L’attrattiva che fa aprire

Pellegrinaggio Czestochowa 2014 Messaggio di Julián Carrón

Cari amici, questo è il dramma dell’uomo: desiderare qualcosa che non si può dare da sé, perché il nostro bisogno è incommensurabile a tutto ciò che possiamo fare o generare con le nostre forze. Quale sia il nostro bisogno non lo decidiamo noi, ma ce lo troviamo addosso come esperienza di una «sproporzione strutturale» − dice don Giussani − che ci rende desiderio di infinito, di totalità. Possiamo avere più o meno coscienza che questa è la questione, ma è impossibile che il desiderio della totalità non sia presente in tutto quello che facciamo. Per questo diciamo con Cesare Pavese che «ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità» (Il mestiere di vivere).

Se con tutto quello che generiamo e facciamo non siamo in grado di rispondere, l’unica possibilità è che la risposta venga da fuori di noi. Senza aprirsi a qualcosa d’altro l’uomo non può compiersi. Ma come può avvenire questa apertura, se tante volte si pensa di perdere se stessi aprendosi a un altro? Solo sperimentando un’attrattiva tale (pensiamo nell’amore) che riesce ad aprire il proprio “fortino”; solo se l’attrattiva di una presenza è così potente da vincere la tentazione di chiuderci nel nostro cerchio, l’uomo potrà aprirsi. Per questo il Mistero è entrato nella storia, ponendosi con un’attrattiva tale da rendere possibile all’uomo il rapporto con una presenza, che lo apre – diciamo −, che lo disarma dallo stare sulle barricate, sulla difensiva, per aprirsi a qualcosa che lo compie. Noi andiamo a Czestochowa a chiedere che questa Presenza sia talmente reale nella nostra vita che ci consenta di aprirci alla sua attrattiva. Perché è inevitabile che ciascuno, se non trova questo Altro, cercherà di compiere la propria vita con il suo fare, dal momento che il desiderio permane comunque, come gigante «in solitario campo» (G. Leopardi, «Il pensiero dominante»). Tutta la pretesa di Gesù è questa – non nel senso che voglia imporre qualcosa, ma perché porta una promessa –: soltanto se l’uomo lascia entrare nella propria vita la Sua presenza, si può compiere. Ma chi è disponibile a questo? Come vediamo nel Vangelo, davanti a una simile pretesa sono sorte tante resistenze, al punto tale che quasi tutti l’hanno rifiutato. Ci vuole un amore per riconoscerlo, è un problema di affezione. Il problema della vita non è la riuscita, ma è un amore; capire bene questo dall’interno della propria esperienza è cruciale.

Il pellegrinaggio è un momento privilegiato perché, per la dinamica stessa del gesto, per la stanchezza, per lo sforzo, per la durezza del cammino, ciascuno si rende più facilmente conto della natura del proprio bisogno, è facilitato a prendere consapevolezza di sé, e quindi a domandare qualcosa d’Altro.

«La vita è mia, irriducibilmente mia» («Movimento, “regola” di libertà», 1978), diceva don Giussani, e niente è così serio come la vita, perché è in gioco la felicità, cioè la ragione del vivere. Andare a Czestochowa per chiedere questa consapevolezza che ci è stata data fin dal primo momento in cui abbiamo avuto un’esperienza seria del vivere, per cui ci siamo trovati addosso un desiderio di essere felici, domandare che non venga meno questo desiderio, è la cosa che urge di più.

Vi domando di camminare verso la Madonna di Czestochowa aggiungendo a tutte le vostre intenzioni questa: che il movimento di Comunione e Liberazione, nel sessantesimo del suo inizio, rimanga fedele al carisma ricevuto, perché noi abbiamo visto con i nostri occhi la fecondità del carisma, l’abbiamo visto incarnato in don Giussani, che ci ha affascinato tutti.

Potremo dare il contributo a cui papa Francesco ci chiama – portare Cristo nelle periferie dell’esistenza, nei luoghi in cui si svolge la vita di tutti – solo se noi per primi siamo testimoni del carisma ora, di un cristianesimo vissuto con questa attrattiva.

Senza desideri non c’è la persona

Domandiamoci: la Scuola di comunità sul capitolo ottavo de All’origine della pretesa cristiana (Rizzoli, Milano 2011) ci consente di affrontare e di giudicare le sfide che si aprono davanti a noi? È possibile stare dentro le circostanze con tutta la misura umana della drammaticità della vita alla luce della Scuola di comunità?
Davanti alla realtà in cui ci troviamo a vivere, la prima questione che ciascuno di noi si deve porre è quale tipo di provocazione genera in noi, perché la realtà ci provoca comunque, e noi possiamo accettare la provocazione secondo tutta la sua portata oppure ridurla. Ciascuno di noi reagisce alla medesima provocazione in modi diversi. E quindi cerca di rispondere. In ogni gesto personale o comunitario sta davanti alla questione con la domanda su che cosa è utile o no per rispondere. Infatti non basta affermare che la realtà mi provoca perché questo, di per sé, mi faccia raggiungere qualcosa di oggettivo che apra l’io dell’altro e ridesti un rapporto. Qui ciascuno di noi fa la verifica, indipendentemente dall’opinione che possiamo avere, se la risposta che dà alla provocazione del reale è in grado di offrire veramente una risposta, di rispondere al problema che mi provoca e mi sfida.

A questo proposito, la Scuola di comunità è un esempio palese di questa dinamica, perché anche Gesù era provocato dalla realtà: «Sono come pecore senza pastore» (Mt 9,36), diceva infatti del popolo, perché non avevano il senso di se stessi, non avevano il senso della persona. E tutta la Sua risposta è proprio un tentativo di rispondere a questa provocazione. Qui emerge il valore del capitolo ottavo, perché tutto il capitolo è una risposta di don Giussani alla domanda: «Chi è Gesù?».
Sfido ciascuno di voi a verificare se in tutte le nostre risposte alle provocazioni abbiamo presente tutti i fattori elencati in questo capitolo. Se lo prendessimo davvero sul serio, incominceremmo a vedere se la nostra risposta ha presente tutti i fattori in gioco. E potremmo scoprire se essa è in grado di ridestare la persona nella realtà.
È evidente che nella nostra storia – senza dovere adesso rifare tutta la storia – abbiamo provato in tanti modi a rispondere alle provocazioni. E don Giussani ci ha sempre accompagnato e corretto in tutte queste nostre risposte alle provocazioni: abbiamo cercato di rispondere al ’68 con il raduno al Palalido del 1973 (per dirlo sinteticamente) e don Giussani, di fronte a questa risposta, ha detto: questa è una posizione totalmente reattiva, non è in grado di rispondere adeguatamente alla sfida. Noi condividevamo con i contestatori il loro desiderio di liberazione, ma questo non bastava perché la risposta fosse adeguata. E per questo alla Giornata di inizio anno abbiamo ripreso il giudizio di don Giussani del 1976 («Come nasce una presenza?», Tracce, ottobre 2013, p. X).
Ma quando nel 1982 viene pubblicato il primo Volantone di Pasqua dal titolo “Cristo la compagnia di Dio all’uomo”, tutti rimangono allibiti – e sembrava tutto chiaro già dal ’76 -. Ascoltiamo che cosa dice don Giussani: «Siamo andati avanti per dieci anni lavorando sui valori cristiani e dimenticando Cristo, senza conoscere Cristo». (Uomini senza patria. 1982-1983, Bur, Milano 2008, pp. 88-89). Tutti avremmo potuto pensare che stavamo seguendo Cristo, ma don Giussani dice: attenzione! È diverso. Chi ha potuto vedere il video trasmesso questo fine settimana da Rete4, a motivo dell’anniversario della sua morte, alla domanda della giornalista: «Che cosa darà ai giovani? Dei valori?», risponde: «Dar loro non solo dei valori, ma innanzitutto e soprattutto l’esigenza di un significato ultimo, perché i valori se non sono percepiti come l’eco di un significato ultimo lasciano ancora indifferenti e servono soltanto a un progetto caso mai parziale, politico». Non è che uno pensi di fare “politica”; ma se la risposta è parziale, finisce inevitabilmente col diventare politico in tutto quello che fa.
Per questo, mettere davanti a tutti il Volantone su Cristo è stato per don Giussani come il recupero dell’origine, come un ritorno all’origine del movimento. Don Giussani si era reso conto che nel nostro fare c’era qualcosa che non corrispondeva più all’origine; anche seguendo la vita del movimento, rispondendo alle provocazioni della vita – e non rimanendo a casa davanti al camino! -, si stava verificando una perdita dell’origine. «Il Volantone è come il recupero dell’origine, è come un ritorno all’origine del movimento»; si era dato infatti «per scontato ciò per cui il movimento è sorto» (ibidem, p. 27). «Il Volantone ha riproposto l’origine (…), ha riproposto il movimento nel suo momento originale» (ibidem, p. 61). Allora vedete che non qualsiasi risposta alle provocazioni è adeguata, la nostra storia ce lo insegna costantemente.
E ancora, dopo i referendum sul divorzio e sull’aborto, don Giussani che cosa ha fatto? Ha proseguito questa battaglia o ha spostato tutta l’attenzione sulla battaglia contro la riduzione del desiderio operata dal potere, proprio perché senza desiderio non c’è la persona? Per questo ha insistito che il potere, attraverso l’esaltazione della menzogna come strumento, riduce il desiderio, tende a ridurre il desiderio. La riduzione del desiderio o la censura di talune esigenze è l’arma del potere. E questo – diceva – è diventato mentalità dominante: che noi possiamo difendere i valori, ma avendo ridotto i desideri.
Perciò, davanti a queste cose in cui vedeva venir meno l’io perché non si lasciava provocare in tutta la sua profondità di “io”, don Giussani ha parlato di «effetto Chernobyl» per dire a ciascuno di noi: «È come se non ci fosse più nessuna evidenza reale se non la moda, perché?la moda è un progetto del potere» (L’io rinasce in un incontro. 1986-1987, Bur, Milano 2010, p. 182).
Don Giussani identifica anche due conseguenze: 1) la vita cristiana fa fatica a diventare «convinzione»; 2) «per contrasto, ci si rifugia nella compagnia come in una protezione» (ibidem, p. 181).
Allora è per questo che acquista tutta la sua portata, proprio per rispondere alla provocazione, la sua affermazione del 1987 che «la persona ritrova se stessa in un incontro vivo» (ibidem, p. 182). Questa non è una frase spirituale, non è una scappatoia per non rispondere alle provocazioni. La questione è come stiamo noi dentro al reale fino a consentire questo ridestarsi dell’io, senza del quale il potere ci può lasciare andare avanti nella nostra lotta per i valori e intanto ci svuota dal di dentro. Ed è per questo che non c’è una descrizione più realistica di che cosa sia l’uomo di quella contenuta nel capitolo ottavo deAll’origine della pretesa cristiana. In questo si dimostra chi è Cristo, e si vede come qualsiasi altro tentativo può sembrare la risposta a un aspetto del problema, ma non è una risposta cristiana; e quindi non è in grado di rispondere a tutta la drammaticità dell’uomo.
Ciascuno, poi, può decidere che cosa fare, ma il capitolo è un canto a questo, a questa comprensione senza della quale noi non faremmo – pur con tutta la nostra agitazione – niente che possa veramente rispondere a tutta la drammaticità della situazione. Per questo la Scuola di comunità dice: «Solo il divino può “salvare” l’uomo, cioè [tutte] le dimensioni vere ed essenziali dell’umana figura e del suo destino» (p. 104). Solo una Presenza può ordinare l’istintività al fine, rispondere al disordine umano; «“Chi mi libererà da questa situazione mortale?” Questo grido [dice don Giussani] è l’unica origine perché un uomo possa considerare seriamente la proposta di Cristo» (p. 121). Per questo, il capitolo ottavo non è una lezione di spiritualità o di morale! È la documentazione di chi è Cristo, perché «la religiosità cristiana sorge come unica condizione dell’umano (…), senza della quale è menzogna ogni pretesa di soluzione» (pp. 108, 124) dei problemi umani.
Capite bene che adesso non basta ripetere questa frase o cambiarla con un’altra e agitarci. No, questa è la verifica che ciascuno di noi deve fare dove è, se questo ci serve per vivere noi e se serve per gli altri, per tutti i drammi con cui la vita ci provoca ogni giorno attraverso le persone accanto a noi, se è in grado di rispondere alla provocazione del vivere. Se noi non siamo consapevoli di questo, il nostro agitarci non basterà, e per questo il potere ci consente questa agitazione – tanto, in fondo, una qualche legge la farà comunque chi ha il potere! -. Ma se non si ridesta la persona, se la persona non viene ridestata, è difficilissimo che non prevalgano altre preoccupazioni. Questo non vuol dire che, allora, non si prendano più iniziative, ma che, se non succede questo ridestarsi dell’io, saremo costantemente sconfitti.
Qui di nuovo uno potrebbe dire: «Ma davanti a certe provocazioni qualcosa occorrerà pur fare!». La prima cosa che occorre fare è giudicare la dimensione del problema – perché se noi trattiamo il tumore con la Tachipirina, può essere una risposta alla provocazione, ma quanto adeguata? -, perché la dimensione del problema che descrive il capitolo ottavo è di un calibro tale che non basta una qualsiasi «Tachipirina». È soltanto prendendo in considerazione la dimensione del problema che si capisce quale azione è proporzionata ad esso. E allora si comprende perché don Giussani ha insistito tanto sulla personalizzazione della fede: non è che non fosse realista o che non accettasse le provocazioni del reale!

Se non impariamo da questo, noi ripetiamo un tentativo che già di per sé si è dimostrato fallimentare, perché il tentativo illuministico di difendere i valori senza Cristo non è cristianesimo, è solo Kant. Perché l’Illuminismo non voleva cancellare i valori cristiani, si è illuso di poterli vivere e conservare senza Cristo.
Proprio a questo livello si colloca la correzione della Scuola di comunità: senza il divino l’umano e i suoi valori non si salvano. Solo il divino è in grado di conservare tutte le dimensioni dell’umano, come stiamo vedendo. Salvare i valori senza Cristo: che lo pensasse Kant lo capisco, mi stupisce che lo possiamo pensare noi dopo aver visto il risultato della storia nata dall’Illuminismo per cui ci allarmiamo. Quello che vediamo adesso non è altro che la documentazione del fallimento del tentativo di affermare i valori senza Cristo. Che noi possiamo pensare di riproporre quello che si è già documentato storicamente fallimentare, permettetemi di dire che mi stupisce. Perché in fondo è il prevalere in noi della mentalità dominante, illuministica, di tutti. Ma questo non è il movimento!
O recuperiamo l’origine, secondo tutte le dimensioni che la Scuola di comunità ci mette davanti, o saremo assolutamente «nessuno» nel mondo, perché significherebbe che il potere è riuscito a ridurre le esigenze dell’io, e noi finiremmo con l’essere strumentalizzati per altri scopi. Non dimentichiamo che siamo partiti tutti da leggi perfette, ma questo non è bastato perché in pochi decenni la valanga non facesse piazza pulita di tutto! E questo è un dato storico, possiamo arrabbiarci o no, ma non lo cambiamo con le nostre arrabbiature. E se noi ripetessimo quello che si è già dimostrato fallimentare, poveri noi!

Allora, il valore del capitolo ottavo è cruciale proprio per questo, perché ci offre uno sguardo completo e realista della reale situazione dell’uomo e l’indicazione da dove si può ripartire; significativamente papa Francesco a La Civiltà Cattolica ha detto: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione. (…) Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali» («Intervista a papa Francesco», a cura di A. Spadaro, La Civiltà Cattolica, III/2013, pp. 463-464). E alla luce di questa preoccupazione, nella Evangelii Gaudium sottolinea: «Il problema maggiore si verifica quando il messaggio che annunciamo sembra allora identificato con tali aspetti secondari che, pur essendo rilevanti [secondari non vuol dire che non siano rilevanti], per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Dunque, conviene essere realisti e non dare per scontato che i nostri interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo e che possano collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva» (34). Pensate che tutto questo non lo avrebbe potuto sottoscrivere don Giussani?
Quando nel 2004 Giussani ha scritto a Giovanni Paolo II che voleva semplicemente riproporre gli «aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano (…) nei suoi elementi originali, e basta» (Tracce, aprile 2004, p. 2), stava dicendo la stessa cosa. Basterebbe avere presente uno dei primi libretti del movimento, Tracce di esperienza cristiana. Più elementare di quello non c’è niente.

Leggo ancora dalla Evangelii Gaudium: «L’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa» (35). La vera sfida è se questo accade, perché noi siamo stati scelti per poterlo testimoniare, per mostrare questa radiosità per cui si può ridestare la persona. «Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo» (36).
Quando alla Messa per don Giussani il Cardinale Scola si è domandato come possiamo rispondere a tutte le sfide del vivere, ci ha detto: «Testimonianza e racconto». Ha parlato della testimonianza di una vita, e vediamo tra di noi tanti esempi di come questa vita si comunichi. Per questo ho raccontato tante volte l’episodio, per me estremamente chiarificatore, delle donne di Rose, nel quale vediamo che anche un valore così decisivo come quello della vita si può oscurare e che solo nell’incontro cristiano è ridestato in tutta la sua bellezza. Inizialmente Rose aveva pensato di rispondere alla provocazione che era stata per lei l’impatto con la malattia (l’Aids) di alcune donne di Kampala aiutandole a procurarsi le medicine, ma ben presto ha visto che questo non bastava perché, dopo averle prese qualche volta, smettevano e si lasciavano morire. Perciò, consapevole che solo il divino salva tutte le dimensioni dell’umano, ha cominciato ad annunciare loro Cristo, e questo ha ridestato in quelle donne la coscienza del valore della loro vita perché abbracciata e amata dal Mistero. Di conseguenza, hanno ricominciato a prendere le medicine. Questa stessa dinamica l’abbiamo vista accadere anche in tanti altri tra noi, come Natascia o i carcerati di Padova, che sono come una testimonianza della modalità con cui possiamo, oggi, difendere senza ambiguità la vita e la sua dignità infinita.
Riflettere su queste cose mi sembra cruciale, se non vogliamo perdere la bussola.

http://www.tracce.it/default.asp?id=411&id_n=39798

Io non voglio vivere inutilmente

«Io non

voglio vivere

inutilmente:

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ossessione»

Appunti dall’intervento di Julián Carrón
alla Giornata d’inizio anno di Gioventù Studentesca Milano, 4 ottobre 2013

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«Io non voglio vivere inutilmente:
è la mia ossessione»

Appunti dall’intervento di Julián Carrón
alla Giornata d’inizio anno di Gioventù Studentesca Milano, 4 ottobre 2013

Razón de vivir Liberazione n. 2 La strada

Alberto Bonfanti. Innanzitutto voglio dare il benvenuto non formale a tutti voi qui presenti e a tutti coloro che sono collegati da settanta città in Italia e anche dalla Spagna. Non è formale, perché la sincerità e la lealtà con cui vivete e con cui vi raccontate, come si evince anche dai vostri contributi, dimostra che se siete qui, se siamo qui, è perché attendiamo qualcosa: che quell’inizio di risposta che abbiamo incontrato possa crescere, possa diventare sempre più espe- rienza quotidiana. È sempre commovente ed edificante leggere i vostri contributi, perché testimoniano una freschezza, una lealtà e una sincerità nel porre le domande più vere, senza reticenze. Scrivere questi contributi è un aiuto per giudicare ciò che vivete, per guardare la vostra esperienza,

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«IO NON VOGLIO VIVERE INUTILMENTE: È LA MIA OSSESSIONE»

e quindi per vincere tante paure che spesso nascono proprio, come ha scritto la nostra amica Debora, dal «non guardare l’esperienza».

Ringraziando il nostro amico don Carrón, che anche quest’anno ci ha voluto accompagnare in modo così parti- colare in questo inizio anno perché, come ci ha già detto l’anno scorso, l’inizio ci pone sempre davanti alle questioni decisive del vivere, sento di poter dire che l’anno scorso tutti siamo stati segnati da quel desiderio, da quell’esigenza di affezione a noi stessi che tu avevi descritto lo scorso ottobre, e senza della quale viviamo come se ci mancasse la terra sotto i piedi. Abbiamo fatto esperienza che questa af- fezione a noi stessi nasce dall’ospitare e riconoscere una presenza, una persona che abbiamo davanti; che nasce e cresce attraverso l’incontro con uno sguardo carico di affezione per la nostra persona, per il nostro destino. È questo sguardo che permette di vedere meglio noi stessi e la realtà, come ci siamo detti al Triduo citando sant’Agostino che, parlando dell’incontro di Zaccheo con Gesù, disse: «Egli fu guardato e allora vide» (Sant’Agostino, Discorso 174, 4.4). Come documentano i vostri contributi, da qui nasce prepotente l’esigenza della contemporaneità di questo sguardo. «Come sentirsi sempre così abbracciato, compreso, amato?», scrive uno di voi. «Io questo abbraccio voglio sperimentarlo ogni istante», dice un’altra; «desidero che questo amore sia constatabile» perché, come scrive un’altra nostra amica citando il filosofo francese Hadjadj, «l’amore più profondo implica una dimensione tattile».

Senza l’esperienza presente di questo amore la vita diventa

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GIOVENTÙ STUDENTESCA

inutile. Ma noi questa inutilità la rifiutiamo, non la tolleriamo, come abbiamo scritto nella frase di invito a questo incontro. Senza questo sguardo amoroso vince la noia, vince «il male di vivere», come ci dice Cecilia. Ma anche noi, pur toccati dal- l’esperienza di questo sguardo, in certi momenti, in certi rapporti, senza l’esperienza della contemporaneità di questa affezione, ricadiamo nella noia, così che la nostra vita, come ci ha richiamato acutamente don Medina al Triduo pasquale, oscilla continuamente tra momenti in cui viviamo tutto con grande gioia e altri in cui ci piangiamo addosso, come ci ha scritto Caterina.

Insomma, nella quotidianità della vita che è lo studio, il rapporto con i professori, con gli amici, con i genitori, i nostri interessi, le nostre passioni, spesso siamo – come ci hai detto, Julián, nel tuo saluto al Triduo – «arruffati tra i cambiamenti degli stati d’animo, imbrigliati nelle nostre reazioni» (30 marzo 2013). Ma ci hai anche detto: «Vi auguro di non arrestarvi mai all’apparenza delle cose e di assecondare in- stancabilmente quell’impeto senza tregua che è il vostro più grande alleato per l’avventura della vita. Cristo si è fatto uomo, è morto e risorto per rimanere nella storia accanto a noi e sostenere questo nostro alleato».

Allora assecondare questo impeto senza tregua è la strada per crescere nell’esperienza di questo essere guardati e abbracciati; assecondare questo impeto senza tregua è il cam- mino da compiere affinché la vita non sia inutile e non ricada nella noia. Per questo ti chiediamo: come assecondare l’impeto di compimento, di felicità, che non ci lascia tregua? Come non vivere inutilmente?

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«IO NON VOGLIO VIVERE INUTILMENTE: È LA MIA OSSESSIONE»

JULIÁN CARRÓN

NEANCHE IO VOGLIO VIVERE INUTILMENTE: IL «MAL DI VIVERE»

Salve a tutti. Sono contento di poter condividere con voi anche questa volta il pezzo di strada che il nuovo anno ci mette davanti. C’è un legame profondo tra le due domande che mi fa Albertino: «Come assecondare l’impeto di compi- mento, di felicità, che non ci lascia tregua?» e: «Come non vivere inutilmente?». Tutti intuiamo che possiamo non vivere inutilmente solo se assecondiamo questo impeto, questo impeto che ci troviamo addosso, come scrive uno di voi: «Quando ho saputo il titolo della Giornata d’inizio sono rimasto molto provocato. Neanche io voglio vivere inutilmente. Questa è l’urgenza più potente che sperimento in ogni giornata: la necessità che la mia vita sia una avventura affasci- nante». Questa urgenza è la stessa che hanno avvertito anche tutti i grandi uomini nella storia. Uno di essi, Cesare Pavese, la esprime così: «Non c’è cosa più amara / che l’inutilità. […] La lentezza dell’ora / è spietata, per chi non aspetta più nulla» (C. Pavese, «Lo steddazzu», Le poesie, Einaudi, Torino 1998, p. 104). Per questo don Giussani, con tutta la sua umanità, con quell’umanità che sentiva vibrare dentro di sé, non poteva evitare di dire quello che abbiamo scelto come titolo del nostro inizio: «Io non voglio vivere inutilmente: è la mia os- sessione» (L. Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, San Paolo, Cinisello Balsamo-Mi 2007, p. 33).

Come possiamo affrontare questa avventura in modo tale da non vivere inutilmente? Che cosa ci può aiutare di più in questa avventura, in questa urgenza di non vivere inutilmente?

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«In questi giorni», mi scrive una di voi, «rileggendo il messaggio che ci avevi mandato al Triduo, mi ha colpito la frase in cui dici: “Vi auguro […] di assecondare instancabil- mente quell’impeto senza tregua che è il vostro più grande alleato per l’avventura della vita”. Mi sono accorta che questa frase legge proprio tutta la mia esperienza di questo ultimo anno, in cui ho avuto infatti tanti alti e bassi: mi sono allontanata tante volte e poi sono tornata. La cosa impres- sionante è che quello che mi ha fatto tornare sempre in Gs non sono gli amici o i genitori o gli insegnanti; mi ha sempre riportato l’impeto del mio cuore, perché il mio cuore sa ciò che gli corrisponde, il mio cuore è proprio l’alleato più grande che ho per vivere. Ed è per questo che posso non avere più paura», perché anche se ho degli alti e bassi, anche se a volte mi allontano, anche se a volte posso sentire strano quello che viene proposto, il cuore sa ciò che gli corrisponde. Per questo vi avevo detto che abbiamo dentro di noi il più grande alleato, basta assecondarlo, perché il cuore grida, grida molto più di qualsiasi rumore intorno; e tutti i nostri tentativi – di ciascuno di noi e della società – di farlo tacere sono inutili, perché il cuore, anche in mezzo al rumore continuo con cui cerchiamo di distrarci, rimane costantemente lì a gridare che cosa gli corrisponde, e nessuna cosa può farlo tacere. A volte, poi, la vita ci mette davanti delle persone che hanno proprio assecondato questo cuore.

Mi ha colpito quest’estate, preparando gli Esercizi dei Memores Domini, imbattermi nella figura di Maria Maddalena, il giorno della sua festa. La liturgia della Chiesa, per introdurci a guardare questa donna, ci metteva davanti un brano di un

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libro dell’Antico Testamento, il Cantico dei Cantici, che descrive che cos’era la vita per una persona che non voleva vivere inu- tilmente − potremmo dire noi oggi −, tanto da assecondare costantemente l’impeto di compimento che aveva dentro di sé: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città [e ho chiesto]: “Avete visto l’amore dell’anima mia?”» (Ct 3,1-3).

Ascoltando questo brano, mi dicevo: come mi piacerebbe avere un po’ della passione che vibra in questa donna! Maria Maddalena ci testimonia, infatti, il cuore che ciascuno di noi desidererebbe avere nel più profondo del proprio essere, tanto l’io di ciascuno di noi è questa ricerca di un amore in grado di reggere davanti alle sfide del vivere. E di sfide, amici, ne ab- biamo eccome, e sono enormi! L’ultima è di oggi stesso: quanti bambini e ragazzi come voi, insieme a centinaia di adulti, hanno perso la vita nella tragedia di Lampedusa! Un fatto così non può non scuotere ciascuno di noi.

Per questo il nostro cuore non smette mai di sentire l’urgenza di un significato, anche per quello che è accaduto oggi. Perché? Che senso ha? Tante volte il nostro cuore si sente piccolo, im- potente, per rispondere a queste tragedie. E ci domandiamo: ma noi abbiamo qualcosa che possa reggere, che possa dare significato, che possa stare in piedi davanti a circostanze come queste che ci troviamo ad affrontare?

Proprio nella festa di Maria Maddalena il Vangelo che si leggeva era quello di Pasqua: «Il primo giorno della settimana,

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Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio». Che cosa ha mosso quella donna a non poter rimanere a letto e a mettersi in cammino mentre era ancora buio? Perché l’urgenza che sentiva dentro di sé le impediva di restare a casa tranquilla. E allora corse al sepolcro, «e vide che la pietra era stata tolta. Andò da Simon Pietro e dall’altro di- scepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva». Anche lei ha dovuto affrontare sfide non piccole; la più grande che ha dovuto affrontare è quando è morta la persona più significativa della sua vita, Gesù, che lei aveva seguito con altre donne per aiutarlo lungo la vita, come dice il Vangelo. Maria ha dovuto affrontare la Sua morte. Dunque, era normale per lei piangere, e noi potremmo dire: «Questa è la vita». Senza trovare una presenza, la presenza amata, ogni mattina sarebbe una cosa da piangere. Poi possiamo distrarci lungo la giornata, ma la nostra vita rimane una cosa da piangere, se ciascuno di noi non incontra l’amore che rende la sua vita piena di significato, di intensità, di calore.

Ma a questo punto accade l’imprevisto: «Mentre piangeva, [Maria Maddalena] si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” [La donna avrebbe potuto rispondere: «Cerco

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l’amore dell’anima mia, cerco la presenza che possa riempire la vita»; per questo la Chiesa ci introduce alla festa di Maria Maddalena con quel brano del Cantico dei Cantici che parla proprio di questa ricerca]. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e dì loro: ‘Salgo al Padre mio e Padre vostro’”. Maria di Màgdala andò [subito] ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Gv 20,11-18).

In questo brano abbiamo la risposta alle domande che urgono di più nella nostra vita: come possiamo stare davanti alle sfide del vivere? Come si fa a vivere davanti alle sfide che la vita non ci risparmia? Che cosa possiamo fare perché la nostra vita non sia inutile? Che cosa stiamo a fare al mondo? È soltanto rispondendo alla prima domanda di Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?», cioè solo trovando la presenza che ciascuno cerca, che risponde al pianto, che risponde alla urgenza di significato, che risponde al desiderio di senso, che Maria, quando Lo ha trovato, ha avuto subito qualcosa da co- municare, da andare a dire a tutti gli altri: «Ho visto il Signo- re!».

Noi ci troviamo costantemente a dover affrontare queste sfide. «Quello che sto per raccontarti», mi scrive una di voi, «si può riassumere in una semplice frase: ho il mal di vivere. Per capire le ragioni di questo mio malessere ti racconto in breve quello che è successo l’anno scorso, estate compresa,

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[quando una delle sue migliori amiche è andata via, all’estero]. Io ero inquieta, andavo al raggio e più ci andavo più mi sembrava di essere accerchiata da una serie di moralisti che vedevano Dio dappertutto, iniziavo a sentirmi un pesce fuor d’acqua e quindi ho deciso di allontanarmi dagli amici di Cl, infatti non sono andata nemmeno in vacanzina estiva. Inizia l’estate e certo mi sono divertita, ma un divertimento molto superficiale e che però, per tre mesi interi, ha messo da parte quel mio mal di vivere che, con l’inizio della scuola, è tornato [l’inizio della scuola è sempre il test di che cosa abbiamo fatto durante l’estate; uno può cercare di dimenticarlo, ma la scuola ritorna, la vita con le sue urgenze ritorna]. I primi giorni sono stati un trauma, non tanto per il fatto di dover andare a scuola, ma per il fatto che avevo una tristezza dentro infinita e un bisogno assurdo di essere voluta bene. [Poi] ho deciso di andare al raggio. Ed ecco che si parte con una canzone di Chieffo che descriveva perfettamente la mia si- tuazione, e io decido di raccontare questa cosa, chiedendo proprio alle persone, che pochi mesi prima avevo accusato di essere moralisti, di aiutarmi e di starmi vicino. È stato assurdo, perché è da qualche giorno ormai che mi sento guardata con quell’attenzione che io avevo richiesto. Ora, non posso dire di essere pienamente felice, ma nemmeno pienamente triste». Queste sfide, insieme al mal di vivere, sono ciò che, come Maria Maddalena, ciascuno deve affrontare; possiamo cercare di distrarci per un po’, ma il cuore non molla, col cuore non si può barare.

Per questo è una grande consolazione per ciascuno di noi quello che è accaduto a una persona, a una donna sconosciuta

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come Maria Maddalena, perché ci aiuta a capire che non c’è alcuna condizione preventiva, che non c’è bisogno di essere all’altezza di niente, che non servono doti particolari per cercarLo. Addirittura, questa ricerca può trovarsi quasi nascosta nel profondo del nostro essere, sotto tutti i detriti del nostro male o della nostra dimenticanza, ma niente può evitarla, così come nessuno poteva fermare quella donna dal cercare l’amore dell’anima sua. Per sorprendere in noi stessi questa tensione non abbiamo bisogno di altro che di quella «moralità originale», cioè di quella apertura totale, di quella coincidenza con se stessi fino in fondo, di quella non lontananza da noi stessi che portava quella donna a dire: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia». È la stessa apertura originale che possiamo rintracciare in tanti personaggi del Vangelo: sono tutti poveracci come noi, ma nessuno può im- pedire loro di cercarLo, come Zaccheo, che sale sull’albero tutto curioso di vedere Gesù, o la Samaritana, tutta assetata e desiderosa dell’unica acqua che può soddisfare la sua sete.

Davanti a questi personaggi del Vangelo non ci sono alibi: sono tutti poveracci come noi, ma sono tutti tesi a cercarLo, sono tutti definiti dalla ricerca di qualcosa, dalla ricerca di Lui, dalla passione per Lui. È una passione che ci disarma di tutte le nostre giustificazioni, dietro le quali ci nascondiamo per non cercarLo. Immaginate che cosa deve essere successo quando Zaccheo, Matteo, la Maddalena si sono sentiti chiamare per nome. È di questo che abbiamo bisogno anche noi. «Fre- quento l’ultimo anno di liceo. Il weekend successivo ai primi tre giorni siamo stati insieme con il professore e gli amici, al- l’inizio della scuola. Arrivavo da giorni in cui mi alzavo la

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mattina e mi sentivo vuoto. In questo subbuglio, in questa tempesta, io ho bisogno di un punto fermo. Ora, che mi alzo al mattino, a cosa mi serve? Io attendo di nuovo e di nuovo che il Suo volto riemerga». Ma quando c’è un momento di buio, come tutte le esperienze che avete fatto vi possono aiutare ancora? Come viene fuori per voi quel Volto ogni mattina? Come rendere quel Volto sempre più familiare? È proprio quello che a volte ci capita, come a Maria. Anche Maria Maddalena aveva visto tanti miracoli, anche lei aveva visto Gesù fare tante cose strepitose, ma davanti alla Sua morte piange. Di che cosa ha bisogno? Della stessa cosa di cui abbiamo bisogno noi: «Attendo che il Suo volto riemerga». Ed è proprio quello che succede.

UNA PRESENZA CHE CI CHIAMA PER NOME

«Maria!». Come deve avere vibrato tutta l’umanità di Gesù per poter pronunciare quel nome con un tono, con un accento, con una intensità, con una familiarità tali che Maddalena Lo ha riconosciuto subito, quando appena un istante prima lo aveva confuso con il custode del giardino. «Maria!». È come se tutta la tenerezza del Mistero che ci ha fatti arrivasse a quella donna attraverso la vibrazione dell’umanità di Gesù risorto, adesso senza veli, ma non per questo meno intensa, anzi, con tutta l’umanità di Gesù risorto vibrante del fatto che quella donna ci sia. «Maria!». Allora si capisce come mai in quel momento lei ha capito chi era. Ha potuto capire chi era perché Lui, Gesù, ha fatto vibrare tutto il suo umano (di Maria) fino a farle sentire una intensità, una pienezza, una sovrabbondanza che non aveva potuto mai immaginare

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prima, e che poteva raggiungere solo nel rapporto con Gesù. Senza di Lui non avrebbe mai potuto sapere chi era né che cosa poteva essere e diventare la vita, quale intensità e quale pienezza poteva raggiungere la vita.

Amici, che cos’è il cristianesimo se non la presenza di Gesù tutta vibrante per il destino di una donna sconosciuta, che le fa capire che cosa Lui ha portato, che cosa è Lui per la vita? Che razza di novità è entrata nella storia attraverso la modalità con cui Cristo lo comunica! Gesù ci ha fatto capire che cos’è il cristianesimo non facendoci una lezione, non facendo un elenco delle cose da fare, ma dicendo a una donna: «Maria!». È questa comunicazione dell’essere, di «più essere», di «più Maria» che svela a quella donna chi è Gesù. Non è una teoria o un discorso o una spiegazione, ma è un avvenimento che ha sconvolto tutti coloro che sono entrati, in un modo o in un altro, in rapporto con Gesù e che i Vangeli, nella loro sem- plicità disarmante, comunicano nella maniera più semplice che ci sia, semplicemente pronunciando il nome: «Maria!», «Zaccheo!», «Matteo!», «Donna, non piangere!». La comuni- cazione di sé da parte di Gesù deve essere accaduta in loro con una potenza tale che ha cambiato loro la vita, al punto di non potersi più rivolgere a niente, di non potere più guardare la realtà o guardare se stessi se non investiti da quella Presenza, da quella voce, da quella intensità con cui era stato pronunciato il loro nome. Noi lo capiamo quando, volendo bene a qualcuno, ci sorprendiamo che una tale presenza è decisiva per ciascuno di noi, per ognuno di noi; pensate, allora, quale novità deve avere portato Gesù per sconvolgere così potentemente la vita di coloro che Lo incontravano!

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Si capisce, allora, lo sconvolgimento che percorre ogni pagina del Vangelo davanti a un’esperienza come quella del- l’incontro con Cristo. Purtroppo noi abbiamo fatto l’abitudine a questi racconti e non accusiamo più, tante volte, il contraccolpo; è già tutto scontato, tutto già saputo! Ma che non sia necessa- riamente così lo vediamo quando un uomo come papa Fran- cesco ci testimonia oggi il suo stupore, per esempio quando, parlando della sua vita, dice: «La sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”. […] Io sono uno che è guardato dal Signore» («Intervista a Papa Francesco», a cura di Antonio Spadaro, La Civiltà Cattolica, III/2013, p. 451).

Tutto l’avvenimento, la modalità unica di rapportarsi all’altro di un «Io», Gesù, che entra in rapporto con un «tu», Maria, facendola diventare se stessa, quel: «Maria!» che sconvolge quella donna, quello struggimento che l’ha percossa, si vede nella modalità con cui lei risponde: «Maestro!». Nella essenzialità con cui racconta i fatti nel Vangelo, san Giovanni scrive: «Ella si voltò» sentendo pronunciare il suo nome. Questa è la con- versione, altro che moralismo! La conversione è un ricono- scimento: «Maestro!». È la risposta all’amore di Uno che, dicendo il nostro nome con una intensità affettiva mai vista, ci fa scoprire di essere noi stessi. RiconoscerLo è la risposta a questa passione di Uno per lei che ridesta tutta la capacità affettiva di Maria Maddalena.

È sotto la pressione di questa commozione, di questa affezione che Maria si rivolge a Gesù con quella passione con cui gli dice: «Maestro!». La risposta di Maria scaturisce da

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quello sconvolgimento unico che Gesù ha provocato in lei. Per questo la conversione è altro, tutt’altro che un moralismo, uno sforzo da compiere, ma è semplicemente la risposta piena di affezione a Uno che dice il nostro nome, per cui ci si volta − come la Maddalena − per non perderLo, si aderisce e non si vorrebbe più andare via da Lui.

Ma questo struggimento che si è sentita addosso quella donna, che c’era prima nell’umanità di Gesù tutta vibrante di passione per il destino di quella donna, e che è diventato carne per comunicarsi attraverso la Sua carne, attraverso la Sua commozione, attraverso il Suo sguardo, attraverso la Sua modalità di parlare, attraverso il tono della Sua voce, questa è la novità, amici, che è entrata nella storia e che oggi, come ieri, ciascuno di noi aspetta, in fondo in fondo. «L’uomo d’oggi», diceva don Giussani anni fa, «attende forse inconsa- pevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo d’oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”» (L. Giussani, L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003, p. 24).

Questo stesso avvenimento ha investito anche noi che siamo qui questa sera. Attraverso la persona di don Giussani o di coloro che lo hanno incontrato, questo avvenimento, l’eco dell’avvenimento iniziale ci ha raggiunto; è arrivato fino a noi attraverso la sua umanità e la sua vibrazione per Cristo di cui noi siamo stati testimoni, tanto è vero che non saremmo qui se non fossimo stati travolti dal modo con cui lui ci ha

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comunicato Cristo. Diventeremo più consapevoli di cosa ci è accaduto nell’incontro con don Giussani leggendo la sua biografia (Vita di don Giussani), che adesso è a nostra dispo- sizione e che forse avete già cominciato a leggere. È don Giussani che ha fatto arrivare a noi la vibrazione che raggiunse Maria, la stessa di allora, non «come» quella di allora, ma «quella» di allora, la stessa di allora, amici; lo stesso avvenimento che raggiunse Maria arriva adesso a noi. Ciascuno guardi la propria esperienza, il proprio incontro con questa diversità umana che ci ha affascinati, per vedere sorgere proprio da lì il primo albore del desiderio di appartenere a Cristo. Infatti, se noi non l’avessimo incontrato in questo modo, non saremmo qui, perché non c’è un’altra sorgente del desiderio di appartenere a Cristo, se non l’esperienza di un cristianesimo vissuto come avvenimento ora dell’incontro con uno che dice il tuo nome. E solo questo ci è bastato perché ci venisse una voglia matta di essere «Suoi», di appartenerGli, di non perderci che cosa significa Cristo per la vita, di non perdere quella intensità, quella vibrazione e pienezza che introduce nella vita il rapporto con Gesù. «Che cosa è il cristianesimo», diceva don Giussani, «se non l’avvenimento di un uomo nuovo che per sua natura diventa un protagonista nuovo sulla scena del mondo?» (Ibidem, p. 23).

LA SUA PRESENZA RILANCIA L’AVVENTURA DELLA CONOSCENZA

È soltanto, quindi, se una Presenza così potente invade la nostra vita che noi non abbiamo più bisogno di difenderci dal reale, di difenderci dai colpi delle circostanze per poter vivere. Ma tante volte siamo talmente feriti dal contraccolpo

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delle circostanze (pensiamo a quello che è successo oggi a Lampedusa) che si blocca il cammino della conoscenza, e allora tutto diventa veramente soffocante, perché è come se vedessimo la realtà solo attraverso il buco della nostra ferita. Come Maria Maddalena, che guardava la realtà attraverso il suo pianto e non vedeva più altro: neanche riconosce Gesù! Per questo appare Lui, la chiama per nome e così riapre la partita, le consente di riconoscerLo, di cominciare a guardare la realtà diversamente, perché la Sua presenza è più potente di ogni ferita, di ogni pianto; e allora ci spalanca di nuovo lo sguardo per poter vedere la realtà nella sua verità. «Fu guardato [Zaccheo] e allora vide». Come sarebbe diversa la vita, amici, se ciascuno di noi lasciasse entrare quello sguardo, qualsiasi fosse la nostra ferita, la nostra difficoltà! Quello di cui abbiamo bisogno è ciò che abbiamo cantato all’inizio: «Per continuare a camminare sotto il sole in questi deserti, per riaffermare che sono vivo in mezzo a tanti morti […] ho bisogno solamente che tu stia qui con i tuoi occhi chiari [Che tu stia qui con i tuoi occhi chiari!] […] Per alleggerire questo pesante fardello dei nostri giorni, questa solitudine che abbiamo tutti […] per evitare questa sensazione di perdere tutto […] ho bisogno solamente che tu stia qui con i tuoi occhi chiari», cioè con la Tua presenza.

Per questo don Giussani insiste: Gesù è entrato nella storia per educarci, per consentirci una conoscenza vera del reale; perché noi pensiamo di sapere già che cosa sia la realtà, ma senza di Lui ci assale la paura, come vediamo tante volte, ci blocchiamo, e quindi soffochiamo nelle circostanze, nello studio o nei rapporti. Invece con Gesù si riapre tutto, ed è

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come se Lui ci dicesse: «Guardate che io sono venuto, sono diventato carne, per educarvi al vero rapporto con il reale, a quell’atteggiamento giusto che vi consente uno sguardo nuovo sulla realtà». Se noi non facciamo questa esperienza, se cioè la Sua presenza non è così potente da riaprire costantemente la partita, se noi non lasciamo entrare costantemente il Suo sguardo, la Sua presenza, allora viviamo la realtà come tutti, cioè soffocando in ogni circostanza.

Soltanto se Gesù entra e rende possibile una conoscenza nuova, noi possiamo introdurre nel mondo una modalità diversa di stare nella realtà, perché tutte le circostanze ci vengono date per questo, cioè per provocarci a questa conoscenza nuova, per vedere che cos’è Gesù: una Presenza che ci consente di vivere il reale in un modo diverso, nuovo. E questo ci fa scoprire che tutte le circostanze non sono più una obiezione, come pensiamo tante volte solo perché non siamo in grado di vedere l’attrattiva che hanno dentro; siamo talmente definiti dalla ferita che abbiamo ridotto le circostanze pensando di sapere già che cosa siano e credendo che non ci sia niente da scoprire dentro di esse, ma si tratti solo di sop- portarle; pensiamo che resti soltanto il nostro tentativo mo- ralistico di essere all’altezza di sopportare quel soffocamento con le nostre forze.

Invece se riaccade una Presenza come quella accaduta alla Maddalena, il percorso della conoscenza si spalanca di nuovo, perché noi abbiamo molto di più del «sapere» le risposte teoriche a tutte le obiezioni e a tutte le sfide; noi abbiamo «la» risposta, ma la risposta non consiste nell’avere le «istruzioni per l’uso» per vivere, perché l’istruzione per l’uso è diventata

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carne, è una Presenza, il contenuto è una Presenza, è un Tu, il Tu di Gesù che ha raggiunto Maria Maddalena. Come vediamo anche noi quando delle persone che abbiamo accanto rendono la vita diversa! Per questo possiamo capire che cosa è successo quando Gesù ha chiamato per nome Maria e lei ha sentito la Presenza che ha cambiato tutto il suo sguardo. Perché la verità è questa relazione, come ha scritto papa Francesco al giornalista Eugenio Scalfari: «La verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione» (Francesco, «Lettera a chi non crede», la Repubblica, 11 settembre 2013, p. 2). È così anche per il bambino, il quale sa di non sapere tante cose, ma una la sa bene: che ci sono il papà e la mamma che le sanno, e allora che problema c’è? Se io sono certo di questa Presenza che invade la mia vita, posso affrontare qualsiasi circostanza, ferita, obiezione, contraccolpo, qualsiasi difficoltà, perché tutto questo mi spalanca ad attendere come il Mistero si farà vivo per suggerirmi una risposta, per accompagnarmi a entrare ovunque, perfino nel buio.

Che diversità nel modo di stare nella realtà quando uno ha delle domande, delle questioni aperte, perché allora si alza al mattino o recita l’Angelus o ascolta un amico o legge il giornale o va a scuola o incontra gli amici tutto teso a scoprire, a intercettare qualsiasi briciola di verità che possa venirgli in- contro in qualsiasi occasione! Allora, che cosa può diventare la vita? Lo dice uno di voi: «Mi aspetta un anno bello tosto, scolasticamente e non solo. Sono due le urgenze che più sento in questo periodo, due le cose che più mi premono per il nuovo anno che è appena incominciato e già mi preoccupa.

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Primo: lo studio. Mi interessa quest’anno godermi lo studio. È grande il desiderio di stare seriamente davanti al professore e di studiare bene [non appena per prendere un bel voto, ma per godersela], per poter scoprire sempre qualcosa di più, qualcosa che sia interessante per me, qualcosa di me [com’è diversa la vita, così!]. È possibile una scoperta del genere anche nello studio ed è stupendo quando accade; è stupendo quando ti accorgi che anche quella pagina lì, quell’autore lì, parla di te, è con te. [Ma per parlare di te ed essere con te, tu devi esserci, devi prendere sul serio il tuo cuore, devi essere lì, presente con tutte le tue esigenze, perché quella pagina, quel- l’autore, sta parlando con te!] La scuola può essere affascinante e io desidero ardentemente viverla con gli occhi aperti e curiosi per scoprirla e scoprirmi sempre di più. Allora il problema è la mia fragilità, la mia debolezza, la mia incapacità; cado subito. Il desiderio è grande, ma cado subito. Come può il mio desiderio avere la meglio sulla stanchezza, sulla noia [su questo decadere], che sembrano molto più forti?».

«CAMMINARE È UN’ARTE»

Guardate che cosa vi risponde il Papa: «Camminare è un’arte», diceva agli studenti delle scuole dei gesuiti, «perché, se camminiamo sempre in fretta, ci stanchiamo e non possiamo arrivare alla fine, alla fine del cammino. Invece, se ci fermiamo e non camminiamo, neppure arriviamo alla fine. Camminare è proprio l’arte di guardare l’orizzonte, pensare dove io voglio andare, ma anche sopportare la stanchezza del cammino. E tante volte, il cammino è difficile, non è facile. “Io voglio restare fedele a questo cammino, ma non è facile, senti: c’è il

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buio, ci sono giornate di buio, anche giornate di fallimento, anche qualche giornata di caduta… uno cade, cade…”. Ma pensate sempre a questo [ci dice il Papa]: non avere paura dei fallimenti; non avere paura delle cadute. Nell’arte di camminare, quello che importa non è di non cadere [che è ciò che ci blocca, che ci scandalizza], ma di non “rimanere caduti”. Alzarsi presto, subito, e continuare ad andare. E questo è bello: questo è lavorare tutti i giorni, questo è camminare umanamente. Ma anche: è brutto camminare da soli, brutto e noioso. Camminare in comunità, con gli amici, con quelli che ci vogliono bene: questo ci aiuta, ci aiuta ad arrivare proprio alla meta a cui noi dobbiamo arrivare» (Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, 7 giugno 2013).

Per questo non spaventatevi della vostra fragilità, anche i bambini sono fragili, ma non si stancano mai di alzarsi, di mettersi di nuovo in cammino; zoppicanti, ma sempre in lotta, sempre in cammino. E allora tutto diventa interessante. «Anch’io», dice un altro di voi, «voglio scoprire quella bellezza con la B maiuscola che vedo emergere dalle persone, voglio stare di fronte alle domande, all’ideale continuo di migliora- mento. È possibile? È possibile diventare sempre di più una sola cosa con Cristo?», che Cristo diventi così una sola cosa che ci accompagni nel cammino? «Voglio che la Sua presenza entri definitivamente in me e io diventi una sola cosa con Lui». È possibile? Sì, è possibile, nel tempo. Non è una cosa istantanea, non è una cosa magica, come accade anche nei rapporti: i rapporti chiedono del tempo per crescere; diversa- mente, non sarebbe umano.

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La familiarità con Gesù cresce nel tempo. E come può crescere? Usando tutto quello che accade in funzione di questa familiarità. Che ogni circostanza sia l’occasione per un rapporto con Lui, come ci ha detto ancora il Papa a Rio: quando dobbiamo affrontare delle difficoltà, delle sfide nella vita, noi «in chi riponiamo la nostra fiducia?», si domanda il Papa. E continua: «In noi stessi, nelle cose, o in Gesù? [È a questa domanda che ciascuno deve rispondere in ogni occa- sione]. Tutti abbiamo spesso la tentazione di metterci al centro, di credere che siamo l’asse dell’universo, di credere che siamo solo noi a costruire la nostra vita o di pensare che essa sia resa felice dal possedere, dai soldi, dal potere. Ma tutti sappiamo che non è così! Certo l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo “riempiti”, ma non nutriti, ed è molto triste vedere una gioventù “riempita”, ma debole. […] “Metti Cristo” nella tua vita, metti in Lui la tua fiducia e non sarai mai deluso! [Vuoi crescere nella familiarità con Lui? Metti Cristo nella tua vita, perché è solo così che potrai verificare chi è Cristo, potrai raggiungere una certezza su Cristo, potrai vedere se puoi di- ventare una sola cosa con Lui]. Vedete cari amici, la fede compie nella nostra vita una rivoluzione che potremmo chia- mare copernicana: ci toglie dal centro e mette al centro Dio; la fede ci immerge nel suo amore che ci dà sicurezza, forza, speranza. Apparentemente sembra che non cambi nulla, ma nel più profondo di noi stessi cambia tutto. Quando c’è Dio, nel nostro cuore dimora la pace, la dolcezza, la tenerezza, il

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«IO NON VOGLIO VIVERE INUTILMENTE: È LA MIA OSSESSIONE»

coraggio, la serenità e la gioia» (Francesco, Omelia alla festa di accoglienza dei giovani, Rio de Janeiro, Brasile, 25 luglio 2013). E di recente, a Cagliari, papa Francesco diceva: «Un giovane senza speranza […] è invecchiato troppo presto! […] [Ci sono tanti] mercanti di morte […] che […] ti offrono una strada per quando voi siete tristi». La vera sfida è «fidarsi di Gesù. […] Io non vengo a vendervi un’illusione [ha detto il Papa ai giovani]. Io vengo qui a dire: c’è una Persona che può portarti avanti: fidati di Lui! È Gesù! Fidati di Gesù! E Gesù non è un’illusione! Fidarsi di Gesù. Il Signore è sempre con noi» (Francesco, Discorso per l’incontro con i giovani, Cagliari, 22 settembre 2013). Voi volete crescere in questa familiarità? Fidatevi di Gesù, entrate nel reale con Lui, perché è questo che ci rende sempre presenti al reale, che ci rende attenti a

tutto quello che accade.
«Di che cosa ho bisogno?», si domanda una di voi; «avere in

mente questa domanda mi ha aiutato a vivere ogni circostanza e mi sono stupita di come ero attenta», perché solo quando abbiamo domande, amici, siamo attenti. «Io desidero essere attenta in ogni istante». Solo se noi lasciamo aperte le domande, solo se non rifiutiamo le sfide, possiamo intercettare una risposta in tutto quello che ci capita nella vita. Per questo il nostro è un cammino umanissimo, non è fatto di allucinazioni o di «visioni», ma è la partecipazione a un’avventura affascinante di conoscenza, che ci fa scoprire sempre di più l’attrattiva che c’è dentro qualsiasi limite, dentro qualsiasi difficoltà, perché qualsiasi obiezione o qualsiasi circostanza, pur dolorosa, ha sempre dentro qualcosa di vero. È quello che abbiamo bisogno di scoprire. Per questo occorre cercare. «Per due anni», dice

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GIOVENTÙ STUDENTESCA

sempre uno di voi, «euforico, spensierato, rabbioso, ho cercato coscientemente e incoscientemente qualcosa di esistenziale per la mia vita, che mi sembrava di avere smarrito irrimedia- bilmente. Tuttavia quel che ho guadagnato in questa confusione continua è stata una tristezza di fondo, che mai mi ha abban- donato, e la consapevolezza terribile di aver perso me stesso ogni giorno di più, di aver perso la vita vivendo, come direbbe Eliot. Noi, invece, come dice Chesterton, noi tutti abbiamo bisogno di essere trovati. Io per due anni ero affannato, non mi ero mosso. Solo ora sono stato rigenerato quando, tornando in comunità, vivendo l’incontro con Gesù attraverso la com- pagnia degli amici, mi sono sentito strappare dalla confusione degli ultimi anni e sono stato restituito a me stesso [Gesù è entrato nella storia, amici, per restituirci a noi stessi!]. E ti dico “Gesù”, perché nel rapporto con l’amico professore e in quello con altri amici conosciuti durante l’estate sono rimasto tanto stupito dal loro modo di stare nel mondo, libero, ap- passionato, vivo, che non ho potuto che sorprendere in quei volti qualcosa di più che umano; un “più che umano” [cioè il divino], passava dentro e attraverso la vita di quegli uomini».

Solo così Gesù si rende presente, continua a chiamarci per nome e continua a farci compagnia nella vita affinché possiamo vivere questa avventura senza essere risucchiati dalle circostanze − qualunque esse siano −, senza perdere l’attrattiva del vivere. È solo così che possiamo non perdere la vita e non vivere inu- tilmente.

Buona avventura, amici!

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© 2013 Fraternità di Comunione e Liberazione per il testo di Julián Carrón

Il vero protagonista: il cuore

 

di Francesca Mortaro e Linda Stroppa

20/08/2013 – L’intervista al Presidente della Fraternità di Comunione Liberazione

  • Julián Carrón.Julián Carrón.

Come ogni anno Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha visitato il Meeting. Ha assistito all’incontro sul titolo della XXIV edizione,“Emergenza Uomo”, tenuto da John Waters, che ha poi incontrato. Prima di ripartire ha rilasciato un’intervista al Tg Meeting in cui ci richiama ad essere attenti a scoprire gli spunti di verità nelle esperienze che viviamo al Meeting. Riportiamo il testo dell’intervista.

Il Meeting è un’occasione di scoperta, qui ci sono tanti incontri, tanti avvenimenti dalla politica alla cultura, ma il Meeting può anche essere l’occasione per rispondere alla domanda con cui lei ci aveva lasciato all’inizio dell’estate: come si fa a vivere?

Io me lo auguro. Perché tutto per noi è un’occasione di trovare una risposta a quello che urge di più nella vita. Mi auguro che per ciascuno di coloro che partecipano in un modo o nell’altro al Meeting possano incominciare a trovare qualche traccia per rispondere a quella domanda. A volte attraverso un incontro che fai, una testimonianza che ascolti, una mostra che vedi puoi trovare qualche traccia di quella urgenza che abbiamo del vivere, senza la quale non c’è veramente un significato per questa vita.

Oggi il potere sembra non lasciarci spazio né di iniziativa né di manovra e allora cosa vuol dire ripartire dall’uomo?

Il potere non ha nessuna potenza su di noi se c’è un io in grado di vivere con un’autocoscienza tale da non essere determinato dal potere stesso. Dobbiamo smetterla di prendercela con il potere, in un certo senso, perché questo dimostra soltanto la nostra fragilità e la fragilità del nostro io. Se noi riusciamo a crescere nell’autocoscienza di quello che siamo, nessun potere in questo mondo potrà fermarci.

Il Papa nel messaggio al Meeting ci ha esortato ad andare nel mondo rimanendo fedeli a Cristo. Ci sono esperienze a cui guardare per imparare questo?

È questo ciò che dobbiamo scoprire anche qua. Perché qui ci sono tantissime esperienze che vengono esposte attraverso le testimonianze, attraverso le mostre, attraverso le opere, attraverso tutta una quantità sterminata di realtà, che documentano un’esperienza. A ciascuno di noi tocca essere attenti per scoprire gli spunti di verità di quelle esperienze per poter valorizzare e seguire quello che di bello, di giusto, di attraente troviamo sulla strada. Ci saranno poi realtà dove questo si documenta in modo più palese e attraverso cui il Mistero ci chiama di più, ci invita di più a seguirlo. Questa è una sfida al cuore di ciascuno, perché il cuore ha la capacità di riconoscere quello che è vero, che è bello e che è giusto per poterlo seguire. È un problema di educazione all’attenzione, più che uno sforzo moralistico titanico dell’uomo. È semplicemente come è successo dall’inizio: Giovanni e Andrea avevano la capacità di riconoscere l’unico che valeva la pena seguire. L’hanno scoperto, non hanno avuto bisogno di fare un training particolare, semplicemente lo hanno incontrato e lo hanno seguito. Il problema è se noi siamo disponibili a questo e lo seguiamo. Facile.

 

Allargare il desiderio

(..)Julián Carrón: Sono arrivate tantissime domande e come sempre, per non ripetere, abbiamo scelto fra quelle più ricorrenti la formulazione che ci è sembrata più facile da capire, più comprensibile. Allora, incominciamo.

Intervento: Mi accorgo che dire che le cose non mi bastano porta dentro il rischio del disinteresse e del disimpegno con la realtà. Per esempio: è vero che fare bene un canto (io partecipo al coro) non riempie il deside- rio di infinito del mio cuore, ma, nello stesso tempo, ho bisogno di farlo bene per riconoscere i tratti inconfondibili di Colui che, invece, mi può riempire il cuore. Per cui volevo chiederti: davanti alla realtà nulla basta fino in fondo, ma come sta insieme questo riscontro del cuore con il fatto che la realtà è una strada? Perché devo avere bisogno di una cosa che ulti- mamente non mi basta?

Carrón: Ti sono molto grato di questa domanda perché, come sempre, il primo a imparare sono io. Infatti, riflettendo su di essa mi sono reso ancora più conto di qual è stata la genialità del Mistero, perché veramente questo metodo è geniale. Immaginate il Mistero: è così contento, così fe- lice, che, come succede quando due persone sono felici (immaginate due persone sposate, vogliono diffondere la loro pienezza, e così da quella leti- zia viene fuori il desiderio di comunicarla a un figlio), vuole comunicarlo. La creazione è nata così, da questa esplosione di felicità che Dio viveva, in quel rapporto unico, misterioso, tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; così ha voluto creare gli uomini per poter condividere con loro questa Sua felicità. E quale metodo ha utilizzato per portarli a questa felicità? Noi subito pensiamo: se ha voluto condividere con noi questa felicità, perché non ci ha creati già direttamente in Cielo? Perché non ci ha dato tutto su- bito e non ci ha risparmiato il percorso? Ma se uno incomincia a guardare le cose con un po’ di calma, si domanda: se il Mistero avesse fatto così, che cosa avrebbe eliminato? La libertà, perché saremmo stati costretti a vivere così dall’inizio, senza la possibilità di aderire liberamente; ma una salvez- za che non fosse libera sarebbe umana? Ho già raccontato il dialogo che ho avuto con un taxista “teologo” a Milano: era come stupito – diciamo di più –, quasi scandalizzato dal fatto che Dio lasciasse accadere certe cose nella storia senza intervenire; era, in fondo in fondo, scandalizzato dalla libertà (perché alla fine è questo il punto: lo scandalo della libertà). Per farmi capire gli ho domandato: «Ma a lei piacerebbe che sua moglie le volesse bene per un meccanismo che non le consentisse di sbagliare o pre- ferirebbe che sua moglie le volesse bene liberamente?». E il taxista, subito: «Io preferirei che mi volesse bene liberamente». «Vede? Il Mistero, che non ha certo meno gusto di lei – invece di creare altre stelle che brillassero meccanicamente, altri esseri che ruotassero puntualmente secondo una legge fissa – ha preferito, ha voluto correre il rischio della libertà».

Quando incominciamo a guardare le cose più attentamente, vediamo che l’unica possibilità che il disegno di Dio si compisse era altro rispetto alla nostra immaginazione, allora cominciamo a capire perché il Mistero ci ha fatto con un desiderio sconfinato, con un desiderio illimitato: per condividere con noi la Sua pienezza. Ma questo desiderio doveva essere costantemente ridestato, doveva essere costantemente educato. E come poteva il Mistero rispalancare di continuo il nostro desiderio, educarci a venir fuori con tutta la nostra urgenza di pienezza? L’unica modalità era quella di servirsi delle realtà concrete; non bastava un discorso, perché un discorso non ci prende abbastanza, non ci dilata, non ci spalanca. Ci ha messo davanti delle cose concrete che ci attirassero, che ci aprissero, che spalancassero tutta la nostra capacità: della ragione, dell’affezione, tutto il desiderio sconfinato che abbiamo, e che occorre continuamente ridestare. E questo poteva accadere soltanto attraverso qualcosa di concreto che, allo stesso tempo, non ci soddisfacesse pienamente. Solo questo meto- do così reale, così concreto, così preciso, che ci prende e allarga la nostra ragione, poteva allo stesso tempo rispettare la nostra libertà, perché noi, di fronte al concreto che accade, possiamo spalancarci, possiamo aprirci a qualcosa che va oltre o possiamo rifiutarci di farlo, come quando uno riceve dei fiori (è l’esempio che facciamo spesso): i fiori sono qualcosa di concreto – possono marcire –, ma sono qualcosa di concreto che rimanda oltre, sono un segno, come diciamo. Possiamo decidere: ce li godiamo fino a quando marciscono, come facciamo tante volte con le cose e con le persone (le possediamo fino a quando si esauriscono e poi rimaniamo da soli come cani), o seguiamo quello a cui rimandano, come segno, e allora questo ci apre. Questo è un metodo consono alla natura della ragione, che si spalanca davanti al reale, ed è un metodo rispettoso della libertà. Tanto è vero (tanto è vero!) che il metodo sacramentale, questo metodo del segno, per cui qualcosa ci provoca, ci apre, ci allarga, è quello che ha seguito anche Gesù. Infatti, Gesù, legando le persone a Sé, le apriva a un dialogo ancora più misterioso con il Padre, le educava costantemente al Mistero. Don Giussani dice che la cosa fondamentale che Cristo fa, dal punto di vista educativo, è educare il nostro senso religioso; tutta la lotta accanita che Gesù ingaggia con i discepoli, quando lo vogliono ridurre a una loro misura, è per aprirli al Mistero. I discepoli, o la gente, vogliono attaccarsi a Lui e basta, lo vogliono fare re: «Che cosa vuoi di più? Ti ri- conosciamo, hai moltiplicato i pani; ti riconosciamo, da che cosa si vede? Che vogliamo farti re; riconosciamo la tua grandezza». Ma Gesù non cede mai, è così consapevole di come siamo fatti, di qual è la nostra fattura, di qual è la stoffa del nostro essere, e d’altra parte di qual è la sua natura, la sua missione, che dice: «No, no, no, questo – l’essere fatto re – riduce quello che io sono e non vi basterebbe», e allarga la misura, fino al punto quasi di scandalizzarci: «Se non bevete il mio sangue e non mangiate la mia carne non potete essere contenti». Gesù agisce allargando sempre di più il desiderio. Perché? Perché non ci vuole bene? È solo per uno sguar- do superficiale che uno può dire che non ci vuole bene. In realtà ci vuole così bene che desidera riempirci sempre di più. Questa insoddisfazione che resta, in ogni cosa o rapporto, è la modalità con cui Egli ci dice: «Ma non ti manco Io?». Per questo mi ha sempre colpito una frase che, da quando l’ho letta in un libro di don Giussani, ho ripetuto tante volte: in ogni insoddisfazione che ci lascia qualsiasi esperienza del reale, è come se il Mistero ci dicesse: «Sono Io che ti manco in ogni cosa che tu gusti, sono Io!». E qui, di nuovo, c’è di mezzo la libertà. Posso dire: «Bah!», o posso cedere alla attrattiva da cui mi sento investito. È una alternativa drammatica perché è sempre libera: non è mai deciso questo dramma, si ripropone in continuazione. Occorre volersi veramente bene, occorrepage36image23888un’affezione a sé vera, che non si accontenti con qualcosa di meno di ciò che il cuore desidera, per essere disponibili, per non essere scandalizzati da questo metodo che Dio usa per educarci, per attrarci sempre di più, per riempirci sempre di più, per allargare costantemente il nostro cuore e poterlo riempire ancora, e ancora, e ancora. Altro che l’immagine che abbiamo di una «felicità borghese»! Ma su questo ritorneremo dopo. (..)

«Qualcuno ci ha mai promesso Qualcosa? e allora, perché attendiamo?»

Esercizi degli universitari di Comunione e Liberazione , Rimini dicembre 2012

Risvegliare la grandezza dell’uomo

 

 

“Che cos’è il soggetto? Che cosa lo costituisce? Che cosa lo definisce? Il soggetto, per dirla molto semplicemente, è la sua autocoscienza. Tutta la potenza o meno del soggetto sta in quanto è consapevole di sé, del suo valore, del suo destino infinito, del suo desiderio senza confini. Non c’è un’altra cosa al mondo più importante”.

J. Carròn