La verità non si può imprigionare

Da :https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2018/11/7/letture-solzenicyn-la-verita-non-si-puo-imprigionare/1801706/

 

È un anno di ricorrenze importanti questo 2018, lo si è ricordato più volte; una di queste ricorrenze, doppia, cento anni dalla nascita e dieci dalla morte, è quella legata al nome di Aleksandr Solženicyn (anche questa è stata già ricordata dal Sussidiario). Eppure non è eccessivo richiamarla ancora se un grande storico francese come François Furet, nel pieno delle polemiche suscitate dalla pubblicazione dell’Arcipelago Gulag (la grande opera di Solženicyn che uscì a Parigi tra la fine del 1973 e il 1974, prima in russo e poi in francese), arrivò a dire che nella storia della cultura e della mentalità ci sarebbero stati ormai un prima e un dopo Solženicyn.

Richiamare questo anniversario, come farà una bella mostra presentata in questi giorni a Milano e accompagnata da un convegno anch’esso doppio (in Università Statale e in Cattolica), non è eccessivo perché davvero tante sono le cose che devono ancora essere dette e ribadite su questo autore, che fu grande non solo perché denunciò in maniera inoppugnabile i campi di concentramento sovietici (altri lo avevano fatto prima di lui) e perché mise perfettamente in luce la logica del sistema (anche qui, altri avevano già iniziato a farlo prima di lui e altri ancora lo avrebbero fatto dopo di lui); Solženicyn fu grande perché, mentre segnava comunque queste pietre miliari, aveva saputo trovare un nuovo sguardo sull’uomo e sulla sua possibilità di restare uomo anche nell’inferno dei campi. E proprio perché aveva saputo trovare uno sguardo simile, quella denuncia e quella logica erano apparse così chiaramente, tanto agli occhi degli esperti quanto a quelli della gente semplice.

Nel 1962, all’uscita di Una giornata di Ivan Denisovič, il primo racconto della giornata di un detenuto in un campo staliniano, uno sconosciuto lettore scrive al Kirovskij rabočij (L’operaio di Kirovsk, un altrettanto sconosciuto settimanale pubblicato in una cittadina della regione di Murmansk): “Ormai i commenti al racconto di Solženicyn superano come numero di pagine, il racconto stesso… I fortunati possessori del numero della rivista stilano le liste di quanti, amici e sconosciuti, desiderano leggerla”. E il grande studioso Sergej Averincev, ricordando quell’evento, commentava: “era successo qualcosa di nuovo non solo nella storia delle letteratura russa, ma nella storia della Russia in quanto tale: era la prima volta dopo cinquant’anni che le parole tornavano a corrispondere alle cose”. Era semplicemente rinata la realtà, così affascinante e sorprendente tanto per l’abitante di uno sperduto buco nell’estremo nord del paese, quanto per uno dei massimi rappresentanti della cultura russa dell’ultima metà del XX secolo.

Le cose tornavano a chiamarsi col loro nome; l’uomo appariva un infinito irriducibile ad ogni presa di qualsiasi potere terreno: “vedete di spiegare a chi di dovere, più in alto, che a un uomo al quale avete tolto tutto non potete più togliere nulla: è di nuovo libero”, dice uno dei detenuti di Solženicyn ad uno dei suoi aguzzini.

La libertà si era di nuovo mostrata, non come un arbitrio irresponsabile ma come una corrispondenza dell’uomo alla propria vocazione infinita, come la riscoperta e la rinascita della coscienza, là dove, come diceva Solženicyn, “non tutto più sono io”, così che ogni volta che l’uomo dice io rimanda a qualcosa di più profondo che lo costituisce.

E la verità riscoperta in questa libertà aveva smesso di essere uno strumento di potere per essere invece l’occasione di una vita nuova. Certo, c’era stata l’ideologia, che con la sua menzogna era stata il vero cuore del regime, l’origine e la giustificazione di crimini mai visti prima; e a questa menzogna Solženicyn aveva saputo contrapporre la realtà, la verità; ma il fascino di questa operazione consisteva appunto nel fatto che essa non creava così un nuovo muro di inimicizia, ma apriva uno spazio per l’incontro tra gli uomini, per la scoperta di un punto di purezza al fondo di ogni uomo: “immagine della perfezione”, “frammento dello Spirito universale”, “cuore”, “anima”, i personaggi di Solženicyn chiamano in mille modi diversi questo punto che resta intangibile al fondo di ogni uomo, quali che siano i suoi atti, e che fa sì che ciascuno possa guardare gli altri senza condannarli e rispettandoli anche nella loro diversità, anche se hanno opinioni diverse dalle nostre; cosa che è possibile solo se la verità non è un concetto astratto, ma una persona e dietro ogni opinione c’è innanzitutto una persona; “allora le ‘opinioni’ non sono più armi ma corrispondono a presenze: si distinguono diversi modi di accostarsi all’essere, poi, a poco a poco, si uniscono in una comunione”. La riscoperta di questo nuovo spazio di umanità è esattamente una di quelle cose che rendono ancora opportuno ricordare il grande scrittore.

Il programma del convegno:
Università Statale di Milano, mercoledì 7 novembre 2018
Università Cattolica di Milano, giovedì 8 novembre 2018

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Fratello da fratello. Uomo da uomo.

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/5/federico-giordano-quando-la-liberta-vince-sul-fango/1800417/

Ci sono storie di cui sappiamo poco, storie che incrociamo per qualche istante — poche frasi — e che restano, pertanto, avvolte in un rispettoso silenzio, che neppure il dovere di cronaca può infrangere. È il caso del giovane Federico Giordano, 15 anni, travolto due notti fa dal fango che ha ricoperto una villetta a Casteldaccia in Sicilia, durante l’ultima violenta ondata di maltempo. Stando al racconto del papà Giuseppe, unico sopravvissuto alla tragedia, il ragazzo, all’arrivo del fango, avrebbe rassicurato il padre in merito alla sorellina più piccola, Rachele, di un anno, dicendogli “Papà, non ti preoccupare: la tengo io!”. Sono le ultime parole di un figlio, stampate per sempre nella testa di un padre, che arrivano al pubblico tramite un racconto, poche battute che nulla possono rivelare rispetto all’ampiezza e alla profondità di una vita vissuta insieme.

Resta il fatto che noi sappiamo dove la storia di Federico è davvero cominciata: tutto parte in campagna, in un campo, in un tempo indefinito in cui un padre chiede conto al figlio di dove fosse suo fratello. La risposta del figlio è lapidaria: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Quella risposta ha segnato per sempre il cuore di quel padre e, con quell’infelice espressione, Caino — questo il nome del figlio — non solo ha implicitamente confessato l’omicidio di Abele suo fratello, ma ha aperto una questione decisiva per ciascuno: l’incapacità che l’uomo ha, che noi abbiamo, di prenderci davvero cura, di stare davvero di fronte al volto e al bisogno di nostro fratello.

È questo l’esito più dirompente del peccato di Adamo ed Eva, è questo il dolore più grande che Dio si porta appresso: la nostra incapacità di essere fratelli. Nei secoli c’è stato più volte come un secondo tempo di questa partita, iniziata malissimo per l’uomo. È successo con Giuda, il figlio di Giacobbe, che dopo aver assistito quasi inerme al tentato omicidio del fratello Giuseppe si offre al posto di Beniamino, suscitando tutta la commozione di Dio. È successo a Gesù, che si offre sulla Croce per ciascuno di noi, perché il male e la morte non abbiano più l’ultima parola.

Eppure tutti questi esempi non colmano l’abisso di dolore che riempie il cuore del Padre, e non convincono fino in fondo noi del fatto che sia possibile, e umanamente conveniente, essere fratelli. Ci vuole Federico, ci vogliono quelle sue poche parole che raccontano di un desiderio, di un giudizio, di un destino: sono quelle poche sillabe a riaprire per ciascuno di noi la possibilità concreta di farci carico, nella vita, gli uni degli altri. “La tengo io” non è neppure la dimostrazione di una capacità, al punto che oggi sia Rachele che Federico sono morti, bensì di una novità che si manifesta, inaspettata, all’ultimo momento, al novantesimo minuto, quando il fango è già entrato dentro casa e tutto sembra già perduto: è allora che si fa largo lo spazio di un’estrema possibilità, di un ultimo pertugio in cui ricominciare — contro tutto e tutti — ad essere umani, ad essere fratelli.

Cominciare la settimana così, tornare a scuola, in università o sul lavoro con questo fatto davanti fa impressione perché é come se ci dicesse che non esiste una situazione, un rapporto, una circostanza che, per quanto fangosa, non lasci un ultimo spazio alla nostra libertà, alla nostra umanità che ricomincia a dire Tu al fratello che si trova accanto.

Certo: papà Giuseppe ha perso tutto — strano davvero il nome di questo Padre —, ma anche qui la sfida è aperta perché il dolore di Giuseppe diventa, a questo punto, un’offerta di amicizia per tutti noi, diventa la domanda di un Cireneo, di uno sconosciuto, che sia davvero compagno e amico a quest’uomo non nel togliergli la croce, ma nel portarla con lui. Che ampiezza e che respiro si fa largo tra le parole di Federico! E che responsabilità s’affaccia nella vita di ciascuno di noi. Il compito di essere davvero, l’uno per l’altro, padre, madre, fratello. Il compito, tutt’altro che facile, che non vinca Caino, che non prevalga quell’ombra di risentimento e di cinismo che solo la speranza di un gesto gratuito e inaudito — come il perdono — può spezzare e trasformare nella luce, magari fioca, di un nuovo inizio.

La partita è apertissima: a Dio, si sa, piacciono tanto i tempi supplementari. Quelli in cui Federico ha spiazzato tutti. Fratello da fratello, uomo da uomo.

Fuoco!

 

 

Da: https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/3/il-regno-di-dio-e-un-gioco-da-bambini/1799134/
E’ uno dei giochi che fan divertire i bambini. Nascondi un oggetto facendo in modo che chi gioca, occhi tappati, non ti veda. Poi dai il via al gioco: tutti che corrono a cercare l’oggetto! L’aiuto che tu puoi dare sono due parole: acqua, se sono troppo fuori strada, fuoco se sono prossimi a trovarlo. “Vietato barare”: se bari, sei escluso per un turno. Il Regno di Dio è un gioco, nel senso più fanciullesco del termine: è ricerca, scoperta, inseguimento, agguati e appostamenti. Sono le istruzioni d’uso fornite da Dio stesso: “Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose (companatico e alloggio) vi saranno date in abbondanza” (Mt 6,33). Cercate, per divertirvi: per rallegrare l’anima. Oggi la pagina del Vangelo, di primo acchito, confonde. C’è uno scriba ad interrogare Cristo: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” L’Uomo, quello Maiuscolo, mal sopporta gli scribi: sovente li taccia d’essere troppo attenti alla lettera, poco allo spirito. Stavolta, invece, la storia finisce stringendosi la mano: “Non sei lontano dal Regno dei Cieli“. Il che è un complimento d’incoraggiamento pazzesco, che manco t’aspetteresti rivolto ad uno scriba avverso. Cristo gli dice: “Fuoco, fuoco. Sei vicino: la strada è quella giusta per arrivare al Regno”. Che sorpresa!

Cristo poteva arrestarsi alla facciata — “E’ scriba, mi fa perdere tempo” — e liquidarlo. Sceglie, invece, d’andare oltre, accreditandogli fiducia. Lo ascolta e ne apprezza l’indole spericolata, sbarazzina: perché un uomo che s’interroga, rifuggendo la comodità delle frasi-fatte, è un patrimonio d’inestimabile valore. E Cristo, questo, lo sa. Sta al gioco, che non è un gioco: nella foresta di comandi e comandamenti che la legge proponeva, accetta di buttare giù dalla torre quelli inutili, stilando la graduatoria di quelli importanti. Come fare in mezzo a tutto quell’imbarazzo di codici e cavilli? E’ un gioco da bambini per Chi conosce Dio a menadito come il Figlio suo: “Il primo è: Amerai il Signore tuo Dio“. Amare è il verbo-preferito di Dio. Mica per nulla: “L’amore — scriveva A. Einstein — è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona”. Amarlo non nonostante-tutto, ma perché anche deludendo lui è rimasto il grande cuore ch’era stato.

Poi Cristo, geniale, oltrepassa: gli dice che non basta amare, gli insegna come si fa ad amare per davvero. E’ il di più che solo Cristo può chiedere: “Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza“. Con passione, cuore e intelligenza: è il tutto che Dio chiede a chi Lo ama. Non è troppo-poco, non è troppo-tanto: è la forma massima, quella che sfiora l’impossibile. E’ tutto. E, così facendo, amerai quello che sta più a cuore al Signore stesso: “Amerai il tuo prossimo“. Lui dice che, rispettando questo ordine, non sarà così difficile amare il prossimo come la gente pensa: amando Dio, è il mondo stesso a venire amato in contemporanea. Il mondo più bello tra quelli inventati da Dio: l’uomo, l’immagine di Dio quaggiù.

L’uomo che, più di altri, è vicino a noi stessi: “Come te stesso“. E’ il colpo di tacco a fine partita. L’avvertimento: “Stai attento: non ti sarà possibile amarmi se non ami il tuo prossimo, non sarai capace di amare il prossimo se non ami te stesso”. Come è avverbio di misura, particella d’avviso: è la faccia dell’Amore maiuscolo. La persona giusta, infatti, riesce a farti innamorare due volte: prima di lei, poi di te stesso. “Hai detto bene, Maestro. (Questo) vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici“. Glielo dice lo scriba al Maestro. E il Maestro, splendido, lo incoraggia: “Fuoco!” Pazzesco Cristo! Mettendo in cima alla classifica l’amore — declamato al futuro (“Amerai“), tempo dell’Eterno — svela la sua convinzione: le forze che accendono e fanno accedere al Regno, sono le stesse che tengono in vita il cuore della storia umana. Fuoco! “Non sei lontano dal Regno di Dio” (cfr Mc 12,28-34). E’ complimento sommo, appena sotto la santità. Ad uno scriba strafottente: per come sanno guardare, gli occhi di Cristo meriterebbero di stare al Louvre.

Un abisso o un abbraccio?

 

Da :https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2018/11/2/letture-2-novembre-cosa-nasconde-il-pensiero-della-fine/1798564/

 

Anche lo splendore del “Canestro di frutta” di Caravaggio rivela nel lieve incresparsi delle foglie il segno della morte. La desolazione del tessuto musicale della “Patetica” di Čajkovskij nel suo ultimo movimento prelude alla fine dell’autore.

Ogni arte, ogni tempo, ogni uomo deve fare i conti con i limiti della natura e di se stesso. Ma semplicemente gli alberi d’autunno, le giornate più brevi, la luce sfumata annunciano che qualcosa sta per finire e la malinconia talvolta accompagna questa percezione di ciò che ci attornia. Pulvis et umbra sumus, diceva Orazio con espressione concisa: siamo polvere ed ombra.

Anche in questo l’uomo è voce di ogni creatura, come afferma la liturgia. E sebbene rifletta sulla ciclicità degli eventi naturali, sebbene assista impotente allo scioglimento dei ghiacciai e ne immagini le conseguenze, non può che guardare con maggiore turbamento alla sua propria fine. Egli sa fin dalla filosofia greca di essere immortale, sa dal cristianesimo di essere destinato alla risurrezione. Sovente lo dimentica, lo nega, vive come se ciò fosse una favola. Eppure non è tutto qui.

All’ombra dei cipressi o dentro l’urne/ confortate di pianto è forse il sonno/ della morte men duro?

Contrariamente a quanto pensava Foscolo, pare che esso sia più lieve, a giudicare dal fatto che il ricordo dei morti particolarmente in questi giorni è rimasto, insieme a un Natale impoverito, l’unica espressione collettiva di una devozione che va oltre l’effimero e riconduce verso la terra dei ricordi, degli affetti e delle nostalgie nei confronti di qualcosa che non passa, di tanti che permangono, invisibili e presenti. Fiori e lumini sono segni di bellezza e di luce e donano alla tristezza dei cimiteri un raggio di vita e di amore.

Eorum vita mutatur, non tollitur: questo insegna la Chiesa. La loro vita non è tolta, ma trasformata e su questa certezza riposa il pensiero del dotto e dell’ignorante, perché questa parola è rivolta a tutti nella sobrietà del funerale cristiano. Ciò che avviene in modo misterioso oltre il tempo, accade ogni giorno per i vivi. Ogni istante racchiude un passo verso la meta e ogni cammino, anche quello più monotono, è cambiamento.

Ma il pensiero della fine e del fine della vita non può che implicare, pur nella distrazione o nel timore, quello del giudizio. C’è una valutazione delle azioni alla quale non si può sfuggire, nel provvisorio oggi, ancor più nell’eternità definitiva. Un abisso o un abbraccio? Sta nel desiderio dell’abbraccio di Dio il criterio serio e dolce dei nostri pensieri e delle nostre opere.

Chi ci insegna l’umana convivenza?

Giuseppe Botturi
martedì 20 settembre 2016

In un suo articolo apparso su queste pagine, Giorgio Chiosso ha sostenuto che la vera missione della scuola è permettere a coloro che la frequentano di “immaginare un mondo diverso da quello consegnato loro anziché pensarli come diligenti attori pronti a inserirsi dentro un copione già tutto scritto”. Io credo, in effetti, che compito fondamentale della nostra scuola attuale, di qualsiasi ordine e grado, sia proprio aiutare un giovane ad aprire gli occhi sulla realtà, interrogandosi su di essa, così da poter pensare e immaginare il nuovo. Se questo è vero, la prima strada per insegnare quest’apertura di mente e cuore è la lingua. A scuola si parla, si legge e si scrive, e ogni disciplina richiede una lingua sua propria, un lessico specifico, che è così importante far acquisire per poter instaurare una relazione libera e intelligente con il mondo.
Ce ne offre un autorevole esempio, in negativo, Hannah Arendt nella sua famosa inchiesta La banalità del male (1963). In più passaggi la Arendt dimostra come all’origine della cieca obbedienza dei funzionari nazisti a ordini disumani vi fosse uno svuotamento della coscienza, operato per mezzo di una manomissione delle parole, e di una conseguente alterazione del loro significato.
Il primo espediente era la sostituzione di termini duri con eufemismi: “(…) tutta la corrispondenza relativa alla questione [ebraica] doveva rispettare rigorosamente un determinato ‘gergo’, e se si eccettuano i rapporti degli Einsatgruppen [le unità mobili delle SS addette allo sterminio dei paesi dell’Europa orientale] è raro trovare documenti in cui figurino parole crude come ‘sterminio’, ‘liquidazione’, ‘uccisione’. Invece di dire uccisione si dovevano usare termini come ‘soluzione finale’, ‘evacuazione’ (Aussiedlung) e ‘trattamento speciale’ (Sonderbehandlung); invece di dire deportazione bisognava usare parole come ‘trasferimento’ o ‘lavoro in oriente’ (Arbeitseinsatz im Osten) (…). Del resto, il termine stesso usato dai nazisti per dire ‘gergo’ (Sprachregelung, ossia ‘regole di linguaggio’) era in fondo un termine in codice; significava quello che nel linguaggio comune si chiamerebbe menzogna” (p. 93).
Cancellati i termini che indicano il compimento del male, era modificata la percezione stessa che gli esecutori avevano del proprio operato: “Questo sistema aveva un effetto molto importante: i nazisti implicati nella ‘soluzione finale’ si rendevano ben conto di quello che facevano, ma la loro attività, ai loro occhi, non coincideva con l’idea tradizionale del ‘delitto'” (p. 94).
Dal lessico si giunge poi alla sintassi: Himmler, il comandante delle forze di sicurezza del Terzo Reich, aveva coniato degli slogan roboanti “per risolvere i problemi di coscienza”, come “il mio onore è la mia lealtà”. E così, il singolo si abituava a pensarsi come membro di un magnifico divenire storico, per il cui successo era richiesta anche la sua devota collaborazione: “Ciò che più colpiva le menti di quegli uomini che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l’idea di essere elementi di un processo grandioso, unico nella storia del mondo (‘un compito grande, che si presenta una volta ogni duemila anni’) e perciò gravoso.” (…)
“Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler (…) era molto semplice, e, come si vide, molto efficace: consisteva nel deviare questi istinti, per così dire, verso l’io. E così, invece di pensare: che cose orribili faccio al mio prossimo!, gli assassini pensavano: che orribili cose devo vedere nell’adempimento dei miei doveri, che compito orribile grava sulle mie spalle!” (pp. 113-114).
L’imputato del processo di Gerusalemme del 1961, Adolf Eichmann, è descritto dalla Arendt come una perfetta vittima di questo sistema di ottundimento dell’identità. Direttore dell’ufficio preposto alla smistamento di ebrei verso i campi di sterminio, al suo processo Eichmann fece affermazioni non credibili, quali: “Con la liquidazione degli ebrei io non ho mai avuto a che fare; io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano; né ho mai dato l’ordine di uccidere un ebreo o un non ebreo: proprio, non l’ho mai fatto” (p. 30). Eppure, la Arendt deve rendersi conto che, nella mente dell’imputato, quelle dichiarazioni erano veritiere e rilasciate secondo coscienza, infatti per Eichmann “(…) il gergo burocratico era la sua lingua perché egli era veramente incapace di pronunziare frasi che non fossero clichés. (…) Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano” (pp. 56-57). Infine, la Arendt sa bene che il caso da lei studiato non è che uno tra molti: “Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali” (p. 282).
Alla ripresa dell’anno scolastico, è doveroso ricordare l’enorme potenziale educativo che, nonostante tutto, risiede nelle parole che ciascun maestro o professore potrà trasmettere in aula ai suoi studenti, introducendoli nella lingua della materia che insegna. La posta in gioco è alta, se la Arendt stessa, riflettendo sulla propria vicenda, afferma: “(…) se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto ove sia possibile l’umana convivenza” (p. 240).

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La donna del ritorno

Lei è una di quelle là: del lampione e delle lenzuola, degli spasimi e dei compensi, della carne lurida e della corpulenza eccitante: “Non era una bellezza mozzafiato, ma emanava una potente sensualità, dalla massa dei suoi folti capelli corvini allo scatto delle anche quando camminava” (E. Bunker). Una bagascia d’intrigo, “una donna, una peccatrice di quella città” (Lc 7,36-50): tutti a ridere dei matti in piazza, purché non siamo della loro razza. Il Nazareno accetta con gusto l’invito a cena da un fariseo: “Chissà se saprà che onore gli concedo” — medita tra sé Simone. “Chissà se avrà preparato tutto bene” — ribatte tra sé l’invitato, che in quella spavalderia mostra di starci a piacimento: “Entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola”. Certe sfide esigono il faccia a faccia.
Nell’attimo in cui la tenda si gonfia, lei è già entrata. Le uova sono già rotte nel paniere, la faccia di Simone è un circo senza biglietto d’ingresso: “Dove va? Che ci fa? Cacciatela immediatamente! Che vergogna: proprio stasera doveva arrivare questa sfaccendata?” La sfaccendata, la poco-di-serio, la scassata del Vangelo. La storia — quella immensa della salvezza, quella minima di ciascuno — non si cambia chiedendo permesso: “Stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”.
Quel Predicatore ramingo, giorni addietro, le confidò segreti nobilissimi, piantò in lei il germe di sogni più grandiosi: le pietre scartate diverranno pietre angolari, roba di sostegno. Nessuna parola le aveva così infiammato il cuore: lei gli ha dato credito, Lui non l’ha abbindolata. Rannicchiata, gli prende i piedi, ne slaccia forse i sandali, li palpa per bene: passa le dita dentro a quelle dei piedi di Lui. La furia di Simone è cieca, muta e sorda: “Adesso cosa diranno gli altri? Diranno che di notte vado con quelle donnacce. Che l’ho invitata io, che sapevo tutto, che potevo mandarla a casa e non l’ho fatto”. La bigiotteria di Simone è roba tarocca, la si riconosce dalla vetrina, tanto fumo e poco arrosto: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”. Sembrano una muta di cani inselvatichiti, la finta buona creanza di chi se l’è fatta addosso: “Maestro, dì pure!”.
Quando il gioco diventa troppo duro per tutti gli altri, è proprio allora che al Cristo inizia a piacere assai: “Vedi questa donna, (Simone)?”. La condanna di Simone inizia dalla vista: dover vedere esattamente quello che si voleva a tutti i costi far stare in ombra. Non mi hai dato l’acqua per i piedi, non mi hai dato un bacio, non mi hai profumato il capo.
“Vedi questa donna, (Simone)?”: mi ha lavato i piedi, non ha cessato di baciarmi, mi ha cosparso di profumo. Meno male c’è stata lei, Simone. Altrimenti sarei stato a disagio con voi, stasera. L’assoluzione è piena. Il fatto, un tempo, sussisteva; ora quel fatto non sussiste più: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. Il peccato, oltre al suo lordume, porge il vantaggio di guardare Dio con un occhi nuovi, al pari degli artisti: “Il nostro peccato allora diventa quasi un gioiello (…) Si fa i signori, quando si regalano i gioielli, e non è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciare vincere Dio” (Papa Francesco). Certe bagasce, in quanto a cortesia, sono più evolute dei farisei.
Nessun nome sta cucito addosso alla donna: solo informazioni-seconde su ciò che poteva essere stata prima d’allora. Informazioni di prima mano, invece, su ciò che, all’indomani di quella cena, divenne: l’incubo di Simone, l’orgoglio del Messia, l’incoraggiamento di tanti. Ammonimento: “Ah! Non insultate mai la donna che cade! Chissà sotto quale fardello quella donna cade” (V. Hugo). Più che del peccato, quella fu donna del ritorno: saputo, forse, da una comare della presenza del Guaritore, colse la palla al balzo per tornare a trovarlo. Per ridargli in profumo ciò che, anzitempo, lui le aveva donato: la leggiadria dell’annuncio che nulla era ancora tutto perduto. Era pronta per assaltare il Regno di lassù: nessuna perla si scioglie nel fango. L’ha capito anche Simone, alla fine.

Il desiderio aperto

Pigi Colognesi

lunedì 22 giugno 2015

All’inizio dell’Apocalisse l’apostolo Giovanni si rivolge a sette comunità di cristiani, indirizzando a ciascuna di esse lodi, ammonizioni, consigli. A quella di Efeso, che pure è stata perseverante, ha combattuto i falsi apostoli, ha sofferto per la fede, rimprovera di aver «abbandonato il tuo primo amore».

Il primo amore è anche il titolo di una poesia giovanile di Leopardi, poi inserita nella versione definitiva dei Canti. L’inizio – «Tornami a mente il dì che la battaglia / d’amor sentii la prima volta» – non deve trarre in inganno: il poeta non sta ricordando qualcosa di lontano nel passato; questi versi, infatti, sono stati scritti proprio nei giorni immediatamente successivi al fatto. Che il poeta descrive così: «Se questo è amore, che io non so, questa è la prima volta che io lo provo in età da farci sopra qualche considerazione; ed eccomi di diciannove anni e mezzo, innamorato». Oggetto dell’innamoramento è una cugina pesarese di 26 anni, Gertrude Cassi, che dall’11 al 14 dicembre 1817 aveva fatto visita, col marito cinquantenne, ai parenti recanatesi.

Leopardi descrive l’insorgere e lo svolgersi del suo sentimento non solo nella poesia citata, ma anche in un breve scritto intitolato Diario del primo amore, da cui ho tratto la frase sopra. Il giovane, fino ad allora esclusivamente dedito agli studi letterari, mostra in queste pagine una straordinaria acutezza nel guardare e giudicare ciò che gli sta succedendo, i sentimenti del suo cuore; che in sostanza sono «inquietudine indistinta, scontento, malinconia, qualche dolcezza, molto affetto, e desiderio non sapeva né so di che, né anche fra le cose possibili vedo niente che mi possa appagare». A Gertrude Giacomo non disse nulla, anche perché il suo sentimento nei suoi confronti gli fu chiaro solo la notte prima che lei ripartisse e poi non ebbe più occasione.

Cosa ha prodotto in lui questo nuovo sentimento – «veramente puro» scrive nel Diario, e nella poesia rinforza: «Io giuro / che voglia non m’entrò bassa nel petto» -, questa «piaghetta rimasta mezzo saldata»? Leopardi dice che i tipici sintomi dell’innamorato – notti insonni, il «mangiar meno del solito», la testa «instupidita» – non gli dispiacevano perché, di contro, constatava di avere un «animo più alto» e di ritrovarsi «non curante delle cose mondane e delle opinioni e dei disprezzi altrui». Insomma, egli rileva che «i pensieri mi si sono ingranditi, e l’animo fatto alquanto più alto e nobile dell’usato, e il cuore più aperto alle passioni».

Questa nuova altezza o grandezza dell’animo non coincide con una forma di soddisfazione; la passione infatti, scrive nelle ultime pagine del Diario, passa e lascerà nel cuore un «lungo solco che principalmente consisterà in un certo indistinto desiderio, e scontento delle cose presenti».

Nel momento stesso in cui scoccò la scintilla – la partita a carte giocata con Gertrude la sera prima che lei partisse – Leopardi, ripensandoci, rinviene una dinamica fondamentale: che se anche avesse potuto prolungare quell’attimo beato «giuocando un mese, un anno» non avrebbe mai potuto «uscirne pago». Il giovane diciannovenne ha dunque capito che il primo amore aveva sorprendentemente e acutamente svegliato in lui quelli che in una poesia successiva chiamerà «desideri infiniti».

Forse Giovanni rimproverava gli amici di Efeso anche di non aver mantenuta spalancata l’ampiezza del desiderio che la fede-primo amore aveva in loro suscitato e – come non può fare nessun amore umano – incredibilmente compie lasciandolo aperto.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/6/22/Il-primo-amore/print/618404/