Moltiplicatore di vita e di bellezza

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/8/la-domanda-del-clochard/1802459/

 

Che cosa vale portare un pubblico da record in uno dei più bei musei italiani se poi una notte sulle scalinate di quello stesso museo un uomo muore nella solitudine? È la domanda estremamente civile che si è posto Paolo Giulierini, direttore del Museo archeologico di Napoli. La notte del 3 novembre uno dei clochard che abitualmente stazionavano sotto i portali del museo, un uomo di 56 anni, era stato trovato morto. Una notizia drammatica arrivata proprio mentre il museo e il suo direttore potevano dirsi ben contenti per i numeri straordinari di questo 2018: già superati i 550mila visitatori con un più 18 per cento sull’anno precedente. Numeri che confermano come l’Archeologico sia un’istituzione viva, capace di attrarre nuovo pubblico e di fare quindi davvero cultura. Ma capita che un museo vivo debba confrontarsi con un fatto di morte. Così il direttore ha preso carta e penna e ha scritto un qualcosa che sottintende la necessità di un cambiamento: “Tutti i colleghi hanno lavorato con l’angoscia nel cuore, costernati”, ha messo nero su bianco Giulierini. “Se vogliamo onorare la memoria di quest’uomo sfortunato, che ha scelto come tanti altri di passare la notte tra il piazzale del Mann, la Galleria antistante, i giardinetti comunali, la nostra agenda dovrà cambiare”.

Cosa significa cambiare l’agenda di un museo? Una possibile risposta l’ha data lo stesso direttore: partire dall’idea che il Museo è un bene per tutti, nessuno escluso. Di qui la proposta di aprire uno spazio, chiamato non a caso “Casa museo” in cui dare accoglienza ai clochard. Un investimento che non ha nulla a che vedere con la mission di un’istituzione culturale, ma che ha il coraggio di ristabilire quel legame che così spesso si è spezzato tra cultura e vita. “La vita non fa sconti e il Museo stesso conserva storie di soprusi e ingiustizie, di marginalità e indifferenza”, ha scritto il direttore. E non si può pensare che quelle storie non c’entrino con la quotidianità di un museo di successo.

Dietro questa consapevolezza c’è un’idea ben condivisibile di patrimonio culturale: un qualcosa che non è di pochi ma di tutti. Può esserlo in forme diverse, ma è per definizione di tutti. È interessante che una consapevolezza come questa riemerga in una città come Napoli che convive con moltissime difficoltà. Proprio Napoli è teatro di una delle più straordinarie esperienze di rivitalizzazione del patrimonio, con numeri da record, quella delle Catacombe di San Gennaro alla Sanità, gestite dai ragazzi della cooperativa La Paranza di don Antonio Loffredo. Anche le catacombe in questi giorni sono salite alla ribalta della cronaca in quanto la Pontificia Commissione per i beni archeologici ha chiesto di rivedere la convenzione che regola il rapporto con la cooperativa per avere il 50 per cento degli incassi dei biglietti. Ora si sta arrivando ad un accordo che permetterà di continuare questa straordinaria esperienza che oltretutto garantisce un posto di lavoro per 50 ragazzi. Ma questi due storie napoletane ricordano che un bene culturale, quando sia inclusivo e non venga vissuto come “proprietà”, può essere davvero un moltiplicatore di vita e di bellezza.

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Non t’ho perduta

Valerio Capasa
mercoledì 25 settembre 2013

Non t’ho perduta»: così poté dire Ada Negri alla sua giovinezza. Aveva, in quel momento, settant’anni.
Eppure molte volte le era sembrato di averla persa. Come quando, sulla quarantina, si voltò a riguardare la sua adolescenza, quando si sentiva «frutto che attendeva il morso. / Oh, vivere la piena vita!… Oh, fra le / avide mani stringerla, per sete / di spremerne ogni succo, ed anche il male, / e le più aspre verità segrete!…». Quell’impeto di pienezza sembrava indistruttibile. Partire dal suo paese, tuffarsi nel mondo, avrebbe compiuto il suo sogno entusiasta: «Vide paesi, vide ampie città. / Pulsar sentì nel suo fraterno cuore / il cuore enorme dell’umanità. / Le parve d’esser cento e d’esser mille». Ma, chissà perché, la promessa non fu mantenuta e, chissà quando, la giovinezza se n’era andata: «Ma a poco a poco si trovò smarrita, / né seppe come. – Ognuno era scomparso. – / Si trovò sola, a mezzo della vita, / fra le sterpaglie d’un campo riarso».
Come avrebbe potuto far ritornare quel tempo perduto? Chi potrebbe ridarsi gli occhi un tempo infiammati di speranza? «Ora vorrebbe, ma non può tornare / al tempo di sua fiera adolescenza». La giovinezza non si mantiene per forza di volontà, per autoconvinzione, perché lo si decide o ce lo si propone. E basta essere sinceri per affogare nella vergogna: «Che direbber, vedendola, i cancelli / arrugginiti?… “Ohimè, come diversa!… / Sei tu colei che aveva occhi sì belli, / labbra sì rosse, e qui tra fronda e fronda / crebbe, ed il lembo del suo cielo scorse?”» (Il giardino dell’adolescente).
Irriconoscibile, così lontana dallo slancio con cui era venuta al mondo; in fondo in fondo, sola. La solitudine diventa una scorza, a cui poco a poco ci si abitua, perché tanto non c’è niente da fare, non c’è nessuno che possa travolgerla: «Non gridi / “Son sola” per chiamar chi ti s’accosti / e t’accompagni. Forse uno verrebbe / se lo chiamassi: o, se tu andassi a lui, / nel suo sorriso leggeresti il cuore. / Ma non lo vuoi. Non credi più. Non sai / più abbandonarti alla tremante luce / della speranza». La giovinezza si perde, appunto, così: quando si allenta la speranza, e il cinismo la soppianta; quando non c’è più niente da chiedere o, peggio, quando non c’è più qualcuno a cui chiedere, e ci si rassegna alla propria condizione.
Indipendentemente dall’età, uno è vecchio quando considera eccessive le domande e illusorie le risposte: «Ancora illuderti potessi / d’essere creatura necessaria / ad altra creatura, e quella a te! / Posare il capo su la spalla d’uno / che di te tutto sappia, anche le colpe, / e tutto ami, anche il male, anche i crudeli / segni del tempo; e tutta ti raccolga / nelle sue braccia!» (Deserto).
Ma chi potrebbe amare «tutto» di un altro? Esiste qualcuno capace di abbracciare anche il male dell’altro? Un fidanzato non lo può, di certo. O, almeno, non fu così nella vita di Ada Negri: «Notte, divina notte, / dimmi ove è nascosto il mio amore: / ch’era mio e le mie braccia / non bastarono a custodirlo, / ch’era mio ed io ero sua / e adesso non ho più nulla / e non sono più di nessuno» (Notturno della luna). Quali braccia possono custodire un amore? che cosa lo salva? come si può promettere l’eterno? di chi si può davvero, sinceramente, dire «mio»?
Per non naufragare tra le onde di questa impotenza, ci si può aggrappare al misero scoglio di una saggezza agghiacciante: «più / nel tempo inoltri e più t’ostini in questa / tua superba miseria, e più comprendi / che meglio forse era non esser nata» (Deserto). Tanto il tempo porta via tutto, corrode la giovinezza: «Giorno per giorno, anno per anno, il tempo / nostro cammina!». «Non è sorta l’alba / che piombata è la notte; e già la notte / cede al sol che ritorna, e via ne porta / la ruota insonne» (Tempo).
Il tempo lavora contro, senza che l’attesa della giovinezza venga mai realizzata: «Il dono eccelso che di giorno in giorno / e d’anno in anno da te attesi, o vita / (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza / anche il pianto), non venne: ancor non venne. / Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”: / ad ogni giorno che tramonta io dico: /”Sarà domani”». Eppure nulla accade.
Proprio qui, tuttavia, accade l’intuizione imprevedibile: quando Ada Negri realizza che il dono che attende invano, in realtà, l’ha già ricevuto. Non è qualcosa che forse verrà, chissà quando, chissà se; è qualcosa di cui accorgersi: «e forse il dono che puoi darmi, il solo / che valga, o vita, è questo sangue: questo / fluir segreto nelle vene, e battere / dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti / unicamente perché sei la vita» (Il dono). Eccolo, il dono: il fatto di esserci. Il dono è la vita, che – proprio perché è data – serve per essere a sua volta data: «Vita, dono di Dio: che ho dunque fatto / di te?». Un dono gratuito, paradossalmente, esige una responsabilità, mette sulle spine. Ed è lancinante la puntura del Rimorso: «In nome / di qual sogno t’offersi, per qual fede / a perderti fui pronta, a chi passai / la tua fiaccola ardente? Sol per questo / data mi fosti; e adesso è tardi, o vita. / Quando misera e sola innanzi al Padre / sarò, che gli dirò, qual luce in terra / avrò lasciata, a gloria sua?».
Questa vita può essere davvero mia solo quando mi rendo conto che non è mia: va data, perché diventi mia. Solo che urge sapere per che cosa dare la vita; altrimenti il tempo ce la porta via. «Ma forse / ancora è tempo di donarti, o dono / di Dio. Fin ch’io respiri, ancora è tempo». L’offerta della vita è possibile in questo istante, qualunque passato morda di amarezza. Offrirla, però, per cosa? C’è qualcosa che vale quanto la propria vita? C’è qualcosa per cui lo slancio del cuore non va sprecato, sparpagliato, disperso? «Ogni atto / di vita, in me, fu amore. Ed io credetti / fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria / terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, / o i fior, le piante, i frutti che dal sole / hanno sostanza, nutrimento e luce; / ma fu amore di Te, che in ogni cosa / e creatura sei presente». Ada Negri ha amato, ha dato la vita per la gente, per la poesia, per la patria, per la natura, per alti ideali: ma tutto era troppo poco. Dentro ognuno di questi amori ce n’era un altro, in agguato, che si nascondeva. E si è svelato piano piano: non che Ada Negri a un certo punto sia arrivata a capire questo Tu (per progressione mentale), ma sempre di più è stata lei a non potersi nascondere a questo amore che la precedeva, e la leggeva dentro: «Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta / di ciò che tace nel profondo» (Atto d’amore). Voleva inoltrarsi nel profondo, ma fece prima il suo profondo a trovarsi trapassato: «A Te solo non posso / celarmi. Oscuro smisurato è il fondo / dell’essere. Non v’ha pupilla umana, / s’io lo nascondo, che a scrutarlo arrivi. / Ma nulla al tuo tremendo / potere è tolto. Sta l’anima ignuda / sotto il divino sguardo / che la trapassa» (La verità).
È lo sguardo che l’ha sempre aspettata, paziente affinché lei lo percepisse, si rendesse conto di ciò che già era stata tutta la sua vita: «Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo / d’amarti; e l’ineffabile certezza / che tutto fu giustizia, anche il dolore, / tutto fu bene, anche il mio male, tutto / per me Tu fosti e sei, mi fa tremante / d’una gioia più grande della morte». Sono stoccate di una gravità abbacinante: il dolore è stato giusto, il male commesso è stato un bene. E poi quel «tutto», senza attenuanti, senza parentesi: non è il “quasi tutto” che ciascuno potrebbe dire a un altro. L’altro, infatti, sarà sempre, per forza di cose, un “quasi”, perlomeno perché non può salvare la giovinezza di chi ama: non può ridarla indietro, non può aggiungerle niente. Ma se c’è qualcuno che rinnova la giovinezza, allora sì, glielo si può dire: «tutto».
Infatti l’esito di questo rapporto è incredibile: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo / all’essere. Sei tu, ma un’altra sei: / senza fronda né fior, senza il lucente / riso che avevi al tempo che non torna, / senza quel canto. Un’altra sei, più bella. / Ami, e non pensi essere amata: ad ogni / fiore che sboccia o frutto che rosseggia / o pargolo che nasce, al Dio dei campi / e delle stirpi rendi grazie in cuore» (Mia giovinezza). Abissale questa indifferenza all’avere, questo bastare del dare, che non vuole niente indietro, né una corrispondenza né, almeno, un grazie.
Che strano, questo scoppio di gratitudine. Che non è ingenuo, perché sboccia come un fiore nel campo del dramma e del male, dentro una battaglia che ha lasciato i segni. Ma è un fiore che, davvero, non si può strappare. Perché non è “mio”, non è stato seminato, insomma non è nato per uno sforzo di volontà. Esige rispetto, proprio perché è stato dato. Alla domanda tutta personale e tremante dell’adolescenza («”Non verrà mai / un meriggio che sia senza tramonto?” / E quando il sole, al suo sparir, all’orlo / della cimasa mi diceva “addio”, / sempre quel dubbio m’assaliva: “O luce, / e se domani non tornassi più?”»), a questa domanda disarmante, ma tutta umana, smisuratamente umana, la risposta è venuta da fuori. Come un bene che non si cancella mai: «Fedele, ogni alba, a me tornò la luce / lungo il fiume degli anni; e fu il mio bene / più grande: il bene che non si cancella / mai, per volger di tempo e di vicende» (Il sole sul muro). La realtà, ripresentandosi ogni mattina, offrendosi ancora una volta allo sguardo, non l’ha mai tradita. La sua speranza si è offuscata ma, fedelissima, l’alba tornava ogni giorno a riprenderla. Ed è per questo che Ada Negri può gridare quel «mio», alla puntualità con cui si riaffaccia l’alba e alla sorpresa con cui riesplode la giovinezza: perché nulla è tanto nostro come quello che non facciamo noi, che non ci diamo noi, ma che risponde a una domanda che è tutta, intimamente, nostra. E a cui non sapremmo mai risponderci.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/9/25/LETTURE-Ada-Negri-il-segreto-del-tempo/print/429809/

La bellezza é un incontro

FRANCESCO E CARRON/ Le bellezza disarmata è la via della misericordia

INT. Massimo Borghesi
sabato 11 marzo 2017

Pubblichiamo l’intervista a Massimo Borghesi di Juan Carlos Hernandez uscita su Páginas Digital e dedicata all’ultimo libro di Julián Carrón, La bellezza disarmata (Rizzoli, 2016).

Una delle tesi principali del libro è che l’Illuminismo afferma acquisizioni fondamentali originate dal cristianesimo, come il concetto di persona o di libertà, prescindendo però dall’esperienza che aveva permesso loro di emergere pienamente. Che cosa ne pensa di questa affermazione? Se le cose stanno così, in che modo questo cambiamento di mentalità riguarda anche il popolo cristiano?
L'”autonomia” del valori cristiani rispetto alla fede era uno dei postulati della cultura illuministica. Il processo di secolarizzazione era inteso, dalla cultura europea, come appropriazione dell’umanesimo cristiano separato da Cristo. Il gioco ha funzionato finché la realtà popolare era ancora cristiana, dopodiché si è rivelato impossibile. I valori cristiani vivono nel rapporto con Cristo; separati da Lui muoiono. Era quanto scriveva con assoluta lucidità Romano Guardini negli anni del nazionalsocialismo. Nel contesto odierno il diffondersi, dopo l’89, dell’agnosticismo positivistico-libertino, tecnico-gaudente, ha portato alla scomparsa degli ultimi residui dell’etica cristiana a favore di un modello di vita fortemente selettivo. Per esso una vita è degna solo se è pienamente felice, appagata, ovvero se corrisponde ai parametri della sanità (bio-psichica), della giovinezza, del successo, della ricchezza. Fuori rimangono coloro che papa Francesco chiama gli “scarti”, i deboli che non hanno diritto di cittadinanza. Il fallimento del progetto illuminista consacra l’attualità di Nietzsche: solo i “migliori” hanno diritto di esistere. E’ il trionfo del modello tecnocratico asservito al principio del piacere. Questa equazione tra vita-potenza-felicità, una equazione che ricorda il pensiero di Spinoza, è, in realtà, una confessione di “im-potenza”. I nostri contemporanei, privi di speranza, come documenta l’agnosticismo radicale, sono indifesi di fronte alle tragedie e ai drammi della vita. E’ come se la capacità di sopportare il male e il dolore fosse scomparsa. L’Eden promesso è un palcoscenico di cartone che cade al primo rumore di vento. Di fronte a questo processo molti cristiani restano fermi all’idea di una “cristianità” che non esiste più, sono sgomenti dall’avanzare di una deriva antropologica che non riconosce alcuna sacralità alla vita. Donde un atteggiamento “reattivo” che punta tutto nella difesa di determinati valori, a livello pubblico, continuamente rimossi dalla cultura dominante.

Di fronte a quanto affermato da Ratzinger, “Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé” e in un contesto di crollo delle evidenze quale lavoro devono affrontare i cattolici per costruire la vita comune? Qual è il modo più intelligente per farlo?
Il volume di don Julián Carrón, La bellezza disarmata, indica, già nel titolo, la strada da percorrere. Essa coincide con la “via della Misericordia” proposta da papa Francesco per il tempo presente. Il cristiano, in un mondo segnato dal nichilismo e dal venir meno delle evidenze, è chiamato a rendere manifesta una modalità di esistere diversa, una modalità che si fonda sulla grazia e non sulla techne, sull’ideale utilitaristico-tecnocratico. Il cristiano è colui che rappresenta l'”eccedenza”, un di più che la società odierna ha dimenticato, che non conosce. Hans Urs von Balthasar, il più grande teologo del ‘900, affermava che dopo la via teo-cosmologica degli antichi e quella antropologica dei moderni, oggi Solo l’amore è credibile, titolo di un suo volume del 1963. Romano Guardini, nelle pagine finali de La fine dell’epoca moderna, indicava nella “carità” l’elemento ignoto, il punto di diversità del cristiano dopo il generale fallimento dei valori secolarizzati derivato dall’illuminismo. Per Carrón solo l’esperienza del Fatto cristiano, l’esperienza e non l’adesione formale ai dogmi o alla tradizione, può generare uomini in cui la fede si esprime come umanità nuova. Non cristiani “reattivi”, risentiti, amareggiati, in guerra con il mondo, ma personalità libere, appassionate ai frammenti di bene che pure sono presenti. Punti luminosi di fraternità, di compassione, di tenerezza. Medici e infermieri di quell’ospedale da campo che è, e deve essere, la Chiesa del XXI secolo.

A proposito di cattolici impegnati in ambito pubblico e politico, nel libro si parla di un compresso “critico e di contenimento, nel limite del possibile, degli effetti negativi dei semplici regolamenti e della mentalità che è alla loro origine”. Anche in politica? È utile il metodo della testimonianza? In cosa si concretizza questo lavoro “critico e di contenimento”?
La testimonianza è ecclesiale, sociale, culturale e politica. E’ una e pluriforme, secondo le modalità diverse suggerite dagli ambienti. L’errore dei cristiani “reattivi”, i cristianisti, non sta nella difesa (giusta) di certi valori, bensì nel credere che dalla loro presenza dipenda la “rinascita” cristiana oggi. In realtà la tutela della vita, nascente o morente, è un fattore di grande importanza e i cristiani debbono battersi, in sede pubblica, per la tutela di questi valori. Da essi dipende il livello di civiltà di un popolo. E, tuttavia, la civiltà non indica la rinascita della fede. Questa dipende da altro. Come afferma papa Benedetto, in Deus caritas est (1), ripreso da Papa Francesco in Evangelii gaudium (7): “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. E’ la testimonianza, una testimonianza di misericordia, che rende possibile l’incontro con una Presenza che consente, oggi, una nuova modalità di esistenza non più asservita al paradigma tecnocratico.

Le leggi anti-aborto non sono sufficienti per mantenere viva la convinzione che la vita è un bene. Bisognerebbe dare la priorità alla conversione del cuore umano più che allo sforzo nobile di cambiare le leggi?
L’opposizione all’aborto, unitamente all’impegno per rendere possibile la condizione di una maternità sostenibile, sono due momenti di un impegno nobile. E’ importante anche se non è sufficiente. Il punto è che queste leggi passano perché la vita, quella “fragile”, non è più avvertita come importante. La cultura della vita passa attraverso la testimonianza di qualcosa che “eccede” la vita. Per questo la testimonianza della fede è ciò che oggi primerea. Da qui l’invito del Papa, raccolto da Carrón, sul valore prioritario del kerygma rispetto alla dottrina morale. Prioritario non significa escludente. Non si tratta di favorire un disimpegno spiritualistico o di teorizzare la Chiesa delle catacombe, bensì di comprendere che l’impegno pubblico assume il suo senso solo all’interno di un impegno di testimonianza, personale e comunitaria, della Chiesa in generale. Mente il lavoro nelle istituzioni non concerne direttamente la Chiesa ma il laicato impegnato, il lavoro della testimonianza riguarda la totalità della Chiesa. In un mondo neopagano, postcristiano, la novità della fede può tornare secondo modalità semplici, essenziali, non gravate dal peso della tradizione e della storia. Da incontro personale ad incontro personale: come duemila anni fa.

In che misura una chiara identità di sé aiuta l’incontro con l’altro che la pensa diversamente?
“Identità” significa autocoscienza di ciò che si è incontrato. Per un cristiano questa deriva dall’esperienza di “grazia”, da qualcosa di accaduto che non dipende da noi, non è merito nostro. Diversamente l'”identità” diventa una costruzione ideologica finalizzata alla dialettica tra amico e nemico. La parola “cristiano” significa essere-di-Cristo, appartenere a Lui. Questa appartenenza non chiude ma apre al mondo, alle ferite del mondo, alla sua sete di felicità, di bene, di verità. L’incontro è semplice, umano, non pretende nulla, nemmeno che l’altro divenga cristiano perché questo è opera di Dio e non dell’uomo. L’incontro è la Misericordia di Dio che abbraccia l’umano che non crede più alla possibilità di ricominciare, di iniziare di nuovo.

(Juan Carlos Hernandez)

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/3/11/FRANCESCO-E-CARRON-Le-bellezza-disarmata-e-la-via-della-misericordia/print/753436/

Grati per ochette e cavallini

 

Riro Maniscalco
mercoledì 8 marzo 2017

NEW YORK — Ogni volta che vado in Minnesota e guardo i nipotini muoversi in quel mondo di casette e grandi spazi mi vengono in mente i Peanuts di Charles Schulz, immaginati e creati proprio in quel paesaggio lì, nella terra che gli indiani chiamavano “delle acque che riflettono il cielo” e “delle acque nuvolose”. Mentre guardo mi vengono in mente per liberissima ed incontrollabile associazione di idee una serie di strisce dell’autore di Charlie Brown e compagnia, cose lette chissà quanti anni fa ma che la memoria custodisce.
E così mi ritrovo a sorridere tra me e me, talvolta persino a ridere a voce alta, come l’altro giorno.
Se non avete mai letto Charlie Brown, fatelo. Se invece vi è familiare, avete presente quella striscia in cui Lucy, Linus e Charlie sono sdraiati pancia all’aria su una collinetta a guardare le nuvole?
Lucy, saccente e rompiscatole come sempre e come sempre intelligente e provocatrice apre la conversazione:
“…con un po’ di immaginazione si possono vedere un mucchio di cose nella forma delle nuvole… a te cosa sembra di vedere Linus?”
“Beh” — risponde il piccolo genio con la sua copertina di sicurezza — “quelle nuvole lassù mi sembrano la carta geografica dell’Honduras Britannico… e in quel gruppo di nuvole là in fondo vedo raffigurata la lapidazione di Santo Stefano… ecco l’apostolo in piedi da una parte… e quella nuvola là somiglia un po’ al profilo di Thomas Eakins, il famoso pittore e scultore…”.
“Uh uh… molto bene…”, commenta quella simpaticona di Lucy. “E tu cosa vedi nelle nuvole Charlie Brown?”
“Beh, io stavo per dire che ci vedo un’ochetta e un cavallino, ma ho cambiato idea!”.
Chi non si è mai sentito un po’ come Charlie Brown? Non vi viene mai in mente che nella vita abbiamo combinato pochino perché più che ochette e cavallini non siamo stati capaci di vedere? Se poi quell’incommensurabile mistero che è la nostra esistenza ci ha riservato una qualche forma di “successo”…forget it, abbiamo tante cose dietro cui poter nascondere il fantasma della nostra pochezza.
Agli occhi del mondo, ma soprattutto ai nostri perché a differenza di Charlie — che è un debole, ma col cuore semplice — noi siamo piuttosto complicati e non amiamo mostrare le nostre debolezze. Insomma, invece di vedere ochette e cavallini, essere certi di vederli ed ammetterlo, meglio adeguarsi, far finta, cambiare idea, dire che vediamo quel che non vediamo, evitare brutte figure ed omologarci.
Omologarci a chi apparentemente la sa più lunga. Così quella sindrome di Charlie Brown, quel senso di inadeguatezza intellettuale e di inconcludenza esistenziale che si insinua a volte nella nostra autocoscienza sembra poter essere anestetizzato.
Che cosa vedono i bambini di oggi nelle nuvole?
Proprio ieri un amico mi raccontava di un’esclusiva, celebrata e costosissima scuola di Brooklyn in cui giorni fa una insegnante — la Lucy di turno — radunata la classe con la stessa grazia con cui una mamma raduna un gruppetto di bimbi per farli stendere pancia all’aria su di una collinetta erbosa, ha posto a ciascuno la seguente domanda: “Ma tu, in che gender ti riconosci?”.
Mi auguro che tra tutti i bambini sulla collinetta di quella scuola qualcuno abbia avuto la semplicità di cuore di rispondere come Charlie, un’ochetta, un cavallino… senza sentirsene in colpa, senza sentirsi costretto a vedere quel che qualcun altro vuole fargli vedere.
I bambini non sanno molte cose, ma l’essenziale sì. Io prendo sempre in giro i nipoti dicendo loro che i bambini piccoli non capiscono niente. Well, non è proprio così: conoscono poco ma capiscono l’essenziale. Possono vivere benissimo con la loro curiosa vitalità e la loro capacità affettiva anche senza sapere dell’esistenza dell’Honduras Britannico e di Thomas Eakins. Verrà il tempo anche per quello, ma a cosa servirebbero tutto l’imparare ed il fare se non per dare ancora più slancio alla nostra curiosa vitalità e capacità affettiva?
Per questo le domande son più belle delle risposte. Porre una domanda traccia un’ipotesi di lavoro. Speriamo che ci sia sempre qualcuno che ci aiuti con le sue domande a domandare, guardare, vedere, paragonare con quello che abbiamo nel cuore. Grati anche per le ochette e i cavallini.

 

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La bellezza che allarga la vita

Maurizio Vitali
martedì 28 febbraio 2017

DJ FABO E’ MORTO. Vien su il magone per quella vita che, alla fine, non ha trovato un motivo per reggere al dolore. Dj Fabo, 36 anni di ascesa verso il successo, poi il terribile incidente che l’ha paralizzato e reso cieco, poi la Svizzera del suicidio assistito legale, e in mezzo tre anni senza potersi muovere né poter vedere. Vien su anche un gran desiderio di silenzio, spegnere la radio e ignorare i social: il caravanserraglio della chiacchiera a buon mercato nausea. Si è rammaricato, Dj Fabo, nel suo ultimo messaggio di aver dovuto fare tutto “senza l’aiuto del mio Stato”. Ed ecco che tutti la buttano in politica, legge sull’eutanasia, sì, no, testamento biologico, fa niente se c’entrano come i cavoli a merenda col suicidio di Dj Fabo; sotto a raccattar consensi finche ce n’è.
Non gli è venuto in mente che prima della parola Stato, c’è quella parola “aiuto”, che è un’invocazione, una preghiera?
Preghiera, sì, come quella che, ricordo benissimo, lessi con viva impressione negli occhi di Ezio Trussoni, mio caro coetaneo, caporedattore Rai, morto di Sla nel 2012, a 61 anni.
Trascrivo dai miei appunti di allora. “L’ultima volta che lo incontrai fu qualche mese prima, in occasione della presentazione del libro e del documentario di Mario Melazzini, medico anch’egli malato di Sla. Io ero il moderatore. Lo riconobbi, seduto tra il pubblico, debilitato e ben diverso nell’aspetto da un tempo pur tutt’altro che remoto, e andai subito a salutarlo, quasi stupendomi dell’imprevisto forte affetto — no, nessuna pelosa commiserazione — che provai. La cosa più atroce è che non poteva più usare la voce: lui giornalista televisivo privato della parola. Gli occhi, i suoi occhi imploranti erano il punto dove tutta la pressione tumultuosa del suo mondo interiore, del suo desiderio e della sua impotenza e del suo mistero, si concentrava e si comunicava con una intensità e una forza indicibili. Quegli occhi imploranti che guardavano me quasi scusandosi (!) erano di un uomo mendicante del Mistero. Con movenze faticose Ezio tirò fuori un i-pad e vi scrisse “E’ dura”.
Nemmeno per un istante mi apparve come lamento. Come un grido di preghiera, semmai, e di lotta, del quale per sorprendente inaspettata tenerezza volle rendermi partecipe. O forse non poté fare a meno di rendermi partecipe, perché a me, attraverso di lui, attraverso quello sguardo nuovo tra noi, il Mistero si rivelava presente. “Ma sono cose che se le racconti non le capiscono”.
Mario Melazzini. Brillante oncologo in carriera e buon alpinista, costretto alla carrozzina elettrica dalla Sla e ad essere alimentato col sondino. Anche lui, come dj Fabo, s’era rivolto a una clinica svizzera. “Si chiamava Dignitas”, annota ne Lo sguardo e la speranza (San Paolo 2015, p. 46). Una telefonata, l’appuntamento per il mese successivo, il 18 giugno, per la seduta preparatoria. Ma poi…
Dalla finestra del suo “rifugio” a Livigno guardava le montagne che aveva scalato tante volte. Punta Cassana, oltre 3000 metri. “Guardare dal basso quelle montagne mi provocava una sofferenza incredibile. Eppure non riuscivo a non guardarle. Pensavo che non sarei mai più potuto arrivare lassù, ed ero molto arrabbiato per questo”. “Abituato all’iperattività, non avevo altro da fare che vagare come un matto con la mia carrozza”.
“In realtà — racconta ancora Melazzini — la mia montagna, ma soprattutto il Mistero che mi circondava, stavano facendo il miracolo. Me ne accorsi un giorno, uguale a tutti gli altri che avevo vissuto fino a quel momento. Fu un’emozione straordinaria. Come ogni mattino ammiravo da lontano quelle cime e di colpo mi resi conto che la visione mi dava piacere. Il rancore aveva lasciato il posto ad un sentimento per cui semplicemente le trovavo belle, anche viste dal basso. Sparita la rabbia, mi prese una voglia improvvisa e vederle da vicino. Fuori c’era il sole, i prati verdi, il cielo azzurro”.
Sono tanti anni che Melazzini fa una vita durissima e attiva. “Non chiedo il miracolo, perché l’ho già ricevuto”.
Anche dj Fabo amava la bellezza. Amava la musica, tantissimo. Ma non riusciva neanche più ad ascoltarla, la musica, perché, come ha confidato lui stesso, “lo faceva commuovere troppo”. Perché temeva, forse, di essere ulteriormente ferito, troppo ferito dalla bellezza?

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La moglie di Ponzio Pilato

LETTURE/ Nel sogno di Claudia la conversione di Gertrud von le Fort
Laura Cioni
lunedì 27 febbraio 2017

Sono molti ad essersi occupati di Claudia Procula. Il primo è l’evangelista Matteo che, pur non nominandola, parla di lei nel suo racconto della passione di Gesù. Poi esegeti, studiosi dei vangeli apocrifi, scrittori ne hanno precisato la figura, chi attraverso la filologia, chi rileggendone la vicenda che la lega per sempre al Salvatore. Le scrittrici in particolare sembrano essere state molto interessate alla moglie di Ponzio Pilato: le hanno dedicato un romanzo Elena Bono e Antoinette May. Ancor prima Gertrud von le Fort, il cui racconto del 1931 segue di pochi anni la conversione dell’autrice dalla fede luterana a quella cattolica. Per il lettore italiano questo testo viene pubblicato decenni più tardi, in un volume che raccoglie altri due racconti, l’uno dedicato a Bianca de la Force, l’ultima delle Carmelitane di Compiègne uccise durante la Rivoluzione francese, l’altro alla figlia di Farinata, Bice degli Uberti.
Le tre protagoniste, così diverse per contesto storico e geografico, appaiono simili nel loro ruolo femminile di mitezza e di decisione, anche a dispetto della loro fragilità. La figura della donna è centrale in tutta l’opera della scrittrice tedesca, che aveva fatto suo il motto di Leon Bloy: “Più una donna è santa, più ella è donna”.one
Lo scritto consiste in una lunga lettera scritta a una matrona romana da Prassede, la liberta greca di Claudia Procula e prende avvio dal sogno della sua signora di cui riferisce Matteo, parlando dell’interrogatorio di Pilato a Gesù: “Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: ‘Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua’” (Mt. 27,19).
La scrittrice ambienta questo sogno premonitore in vari luoghi di preghiera, in cui una folla di gente pronuncia ben chiare le parole: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto”. La donna cerca di fuggire da quella ossessione: “Mi sembrava di correre da secoli, e di dover continuare a fuggire attraverso i secoli: mi vedevo inseguita e perseguitata fino alla fine dei tempi da quel nome, tanto caro al mio cuore”. Così manda Prassede da Pilato, ma vana è l’ambasceria. Claudia Procula assiste al processo: “Lo sguardo di quell’innocente condannato l’aveva ferita e trasformata per sempre. Eppure quello sguardo non era caduto direttamente su di lei, essendo rivolto esclusivamente a suo marito; ma appunto per questo l’aveva colpita, ed ora si vedeva di che cosa fosse capace il suo amore: quel giorno ella prese su di sé la colpa del marito, senza volerlo, semplicemente perché il suo amore era uscito dai limiti in cui prima era costretto”.
Lui dimentica quella sentenza. Lei ricorda e tace, con una silenziosa dedizione che a volte rasenta il dolore. Sembra che l’immagine di quel condannato si erga tra loro.
Anche dopo il ritorno a Roma nel rapporto tra i due c’è qualcosa di sospeso: lui si gode la vita tra il circo e le feste, in un Impero che si avvita sulla sua corruzione, lei al suo fianco: “Tutto in lei faceva pensare ad una persona che ritenga suo dovere svegliare un dormiente, ma esiti al pensiero di disturbarne il riposo. Suo marito pareva indovinare in un certo senso il processo mentale che la travagliava; per un attimo sembrava che si avvicinasse fiducioso e con passo risoluto ad una porta che bisognava aprire, ma prima ancora di averla raggiunta tornava bruscamente sui suoi passi”.
Passano gli anni e nulla sembra mutare. Sfiorisce la bellezza di lei, lui si accompagna ad altre donne. Ma entrambi non pensano al divorzio: qualcosa che in apparenza li separa, li tiene invece profondamente legati. Claudia, come molti a Roma, si allontana dal culto ufficiale degli dei e frequenta i misteri orientali, interroga la sibilla cumana, cerca un approdo alla sua inquietudine. E così incontra la prima comunità dei cristiani, ma non lo sguardo misericordioso del Nazareno che l’accompagna da tutta la vita. Sono i tempi di Nerone. I cristiani sono accusati dell’incendio di Roma e Pilato viene incaricato di perseguirli. Invano sua moglie cerca di trattenerlo, ritornando finalmente in modo esplicito sul processo a Gesù e rivelando il significato dello sguardo che da allora aveva rivolto a suo marito: lo sguardo di un amore purificato e innalzato a quella pietà che una volta, davanti al Pretorio di Gerusalemme, si era riversata sul mondo intero.
Ma anche questa volta il suo intervento non è sufficiente a fermare Ponzio Pilato. Fedele al comando dell’Imperatore, esegue l’ordine di arresto dei cristiani. Tra loro, per un capriccio di Nerone, muore anche Claudia, a cui il battesimo era stato rifiutato dal diacono cristiano per il suo legame con il procuratore che aveva condannato Gesù. Cristo stesso le appare in sogno mentre si trova in prigione e con lo stesso sguardo che aveva rivolto allora a Pilato le promette, per il martirio cui va incontro, la salvezza per entrambi.
Gesù, lo sconfitto, vince su tutti i legalismi, le violenze e i dolori della terra. Ma ha bisogno dell’esile, coraggiosa figura di una donna per compiere la sua opera.

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La missione di ogni medico

Roberto Bernocchi
giovedì 16 febbraio 2017

Irène Franchon è pneumologa all’Ospedale universitario di Brest, piccola e periferica cittadina della Bretagna, situata sulla costa occidentale francese. Nel 2009 scopre un legame tra l’assunzione del farmaco Mediator e la morte di alcuni suoi pazienti. Desiderosa di approfondire la questione e di preservare la salute delle persone di cui si prende affettuosamente cura, Irène spinge il team di ricerca dell’ospedale a studiare e dimostrare tale pericolosa coincidenza per spingere l’Agenzia francese del farmaco a ritirarlo dal mercato.
Alle evidenze empiriche, presentate dal volenteroso team bretone, si contrappongono gli interessi del colosso farmaceutico Avim, che produce il farmaco da 30 anni, e la resistenza pregiudiziale del Sistema sanitario. Un caso di cronaca francese, scoppiato anche grazie al supporto coraggioso de Le Figaro, che ha avuto grande eco in tutto il mondo.
In mano americana la storia di Irène Frachon sarebbe diventata un thriller. Sarebbero stati amplificati gli eventi drammatici, le accuse mediatiche, le paure dei protagonisti, mentre l’intreccio si sarebbe piegato per accentuare l’enorme distanza tra i buoni e i cattivi. Con 150 milligrammi Emmanuelle Bercot ha scelto invece di attenersi alla realtà, raccontando solo quello che è stato, a partire dal libro a cui si ispira e dall’approfondita ricerca sui protagonisti della vicenda.
Il dramma c’è, così come le lacrime e le accuse esplicite, ma la storia non è costruita per piacere platealmente o forse, più semplicemente, non è alimentata dalla cultura spettacolare e coinvolgente del cinema americano, vista ad esempio in Erin Brockovich. 150 milligrammi è una storia, vera, di malasanità francese: poteri forti, pronti a insabbiare problemi e anomalie evidenti, pur di conservare un business proficuo, a danno di centinaia di vittime. È la storia di una battaglia contro un farmaco, ma è soprattutto la storia di una donna qualunque, capace di inseguire la verità. Spinta da passione, orgoglio, determinazione, lucidità, amore per il proprio mestiere e per i propri pazienti. Una donna coraggiosa, senza potere, né visibilità. Una donna che ha combattuto e vinto contro l’arroganza, l’avidità e la rassegnazione.
La Bercot racconta Irène Frachon con ammirazione. La racconta mentre trova faticosamente i suoi “modesti” alleati: colleghi di periferia, giovani ricercatori, liberi giornalisti, pallidi servitori del sistema. Pochi avrebbero scommesso su di loro. La racconta quando lavora nell’oscurità e quando si illumina di notorietà, quando si sente sconfitta e quando raccoglie i primi frutti della sua grinta inarrestabile, quando cerca il conforto della famiglia o lo scontro con chi dovrebbe sostenerla. C’è molta umanità in questo personaggio che Sisde Babett Knudsen interpreta con leggerezza ed essenzialità.
150 milligrammi è una storia così comune da essere eccezionale. Nel libro dei sogni quella che scopriamo sullo schermo dovrebbe essere la missione di ogni medico, di ogni casa farmaceutica, di ogni Stato, di ogni uomo. Ma non lo è mai, o quasi mai. Quel quasi è l’eccezione che rende la speranza possibile, seppur improbabile, e la storia di Irène un esempio per tutti.

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Congdon e il Crocefisso

Pigi Colognesi
lunedì 23 gennaio 2017

L’ultimo libro di Massimo Recalcati, noto psicanalista, tratta di arte, ponendosi ad un livello profondo benché scomodo, quello della “fedeltà al compito più alto della pittura: estrarre la forma dall’informe, emancipare l’evento dell’opera dalla sua semplice presenza, custodire la sua trascendenza, esporsi all’ustione con il reale”.
Lo fa senza nascondersi che “è forse diventato un vero e proprio tabù ricordare oggi che l’opera d’arte, come sanno bene tutti i grandi artisti, intrattiene sempre un rapporto con l’assoluto”. Recalcati presenta in questo volume “nove ritratti di artisti” accomunati dal “tabù” appena ricordato e cioè, in fondo, dalla consapevolezza che l’arte è inesorabilmente ricerca e diremmo “lotta” con “il mistero delle cose” che dà il titolo al volume.
Tra i nove artisti – finalmente in compagnia di altri grandissimi come Giorgio Morandi e Alberto Burri – figura anche William Congdon, del quale Recalcati spiega la “poetica del crocefisso”. È noto infatti che il pittore di origine americana è tornato spesso (quasi duecento volte) su questo che non è un tema, ma un evento coinvolgente la vita dell’artista nel momento stesso di dipingerlo (e dello spettatore nel momento stesso di guardarlo).
Un evento di tale rilevanza che Congdon ha scritto: “Dipingo sempre il Crocefisso perché in questo sta tutto ciò che ho visto e vissuto fino al momento di dipingerlo, e tutto ciò che mai vedrò in futuro”. Ovviamente l’assunzione del soggetto di Cristo che muore sulla croce si annoda strettamente alla biografia di Congdon nel mezzo della quale sta la conversione al cattolicesimo del 1959. Molti critici l’hanno interpretata in puro stile freudiano, che Recalcati sintetizza così: “Proiezione superstiziosa di antiche angosce e idealizzazioni – Dio è il padre idealizzato che salva la vita dall’incontro traumatico e angosciante con il reale”.
Ma è interpretazione che, prosegue Recalcati, “non rende affatto giustizia all’esperienza della fede come incontro [il corsivo è suo] e non come difesa dal reale”. E il cristianesimo è esattamente l’incontro con la divinità che ha pienamente e consapevolmente assunto (per redimerla) la realtà umana in tutti i suoi aspetti, morte compresa. “Gesù non vuole proteggere la vita dalla ustioni del reale, non si offre come un riparo consolatorio. Egli è l’incarnazione della Legge del desiderio; non ci guida, ma ci attira a sé”.
La lunga e variegata serie dei crocifissi di Congdon è pittura sacra “non perché dipinge l’invisibile, ma perché restituisce lo spessore profondamente umano dell’esperienza di Cristo”. Così “profondamente umano” che ad un certo punto del suo cammino “il Bill” (permettetemi di chiamarlo come quando chiacchieravo con lui) non ha più avuto bisogno di raffigurare il soggetto del crocifisso: la dinamica passione-morte-resurrezione era diventata così esistenzialmente sua che la scorgeva (e rappresentava) nel mutare stagionale dei campi, nell’abbraccio apparentemente nullificante della nebbia, nella luna sorgente alta sopra un cimitero, nella pioggia vivificante e nei soli sgargianti che inondano le messi.
Più di tutto, forse, nei sublimi pastelli (impostigli dalla impossibilità fisica di compiere il gesto della pittura) nei quali pochi tratti dinamizzano lo spazio in una danza così armoniosa che non si può non pensare alla promessa di vita che stava già nel magma anche del più nero dei crocefissi.

 

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Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi

Maurizio Vitali
martedì 8 novembre 2016

E noi sempre qui a discutere di numeri. Quanti sono, se sono di più o di meno dell’anno scorso. E quanto ci costa andarli a ripescare, e quanto ci costa poi doverli pure mantenere. E quanti soldi alla Turchia per chiudere la via balcanica. E quanti sono quelli che hanno cambiato rotta e si riversano sulla via mediterranea, cioè su di noi? E, d’accordo, anche quanti ne sono morti in mare, di questi migranti. Quanti? Quest’anno più di 4mila; 14mila nell’ultimo decennio. Leggero moto di pietà per il mega-cimitero sommerso: che brutta fine.
Poi putacaso ti giunge una notizia che sembra da nulla, un’inezia in mezzo al quotidiano abitudinario flusso di resoconti di barconi rovesciati — tot salvati, tot cadaveri recuperati, tot dispersi — che, se ci fai caso un attimo, ti strappa dalla logica dei numeri di massa e di ricongiunge all’umano della persona. L'”inezia” è questa. Ieri su un maledetto scalcagnato gommone una giovane mamma (sui trent’anni, verosimilmente del Mali) è morta schiacciata da altri migranti che si ammassavano a prua dell’imbarcazione che, verso poppa, si stava spezzando. E’ morta schiacciata, lei, facendo del corpo scudo per proteggere i suoi due bambini, una femminuccia di nove anni e un maschietto di sei. Ha dato la vita per i suoi figli. I quali poi l’hanno vegliata per il resto del tempo della traversata sino al salvataggio da parte della nave Hos Hestia di Save the Children, come due piccoli angeli custodi a proteggere quello che dapprima credevano essere il sonno di una donna spossata e che presto però compresero essere il corpo morto della loro mamma. Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi. Lo comprese Foscolo, che non era esattamente un cattolicone, possiamo ben comprenderlo anche noi: celeste perché la vita, ogni vita, e questa capacità di amore, è rapporto con l’infinito, non anonima particella di un insieme numerico. La mamma martire per i suoi figli certifica che lassù Qualcuno li ama. E i bimbi angeli custodi della loro mamma nel sonno e nella morte certificano che lassù Qualcuno la ama. E perciò anche quaggiù…
Dallo stramaledetto barcone di cattiva gomma maleodorante di cattivo gasolio ci arriva il profumo di una grande testimonianza. Arriva a noi, dopo essere arrivato, benefico, ai disperati compagni di viaggio. “Quando si è accasciata — hanno raccontato — pensavamo fosse svenuta. Poi ci siamo accorti che era morta e lo scafista voleva farci gettare il corpo in mare ma ci siamo rifiutati. Ai bambini abbiamo detto che la loro mamma stava dormendo, ma poi hanno capito”.
I bambini intanto sono stati accolti dalle amorevoli suore del Sacro Cuore di Ragusa, nella speranza che un numero che sembrerebbe di cellulare scritto a penna sull’orlo dei pantaloni della più grandicella aiuti a rintracciare qualcuno dei familiari. Vengon buoni anche i cellulari in questa storia di tragedia e d’amore.
E vengon buoni anche i selfie. Dei quali ho sempre pensato quel che Giorgio Gaber pensava di sport un tantino snob come lo squash e il cricket: “Per praticarli non è che sia proprio necessario essere deficienti, però aiuta”. Mi ricredo sul selfie, o meglio faccio un’eccezione in questo caso. Infatti è grazie al selfie scattato da uno dei migranti che i poliziotti della squadra mobile di Ragusa hanno potuto individuare lo scafista. Messi di fronte a quella foto altri migranti, che inizialmente s’erano rifiutati di collaborare con le forze dell’ordine, hanno confermato l’identificazione del negriero, finito vivaddio nel gabbio.
La nave con i salvati e la mamma morta è approdata a Pozzallo, paesottone marittimo dell’estremo sud della Sicilia, contornato da eccezionali bellezze naturali e artistiche, i campi di pomodori di Pachino e i capolavori del barocco ragusano di Modica, Noto, Scicli, beneaugurante documento della rinascita dopo il terribile terremoto del 1693. E poi, putacaso, a Pachino nacque Giorgio La Pira, uomo politico cristiano, sindaco di Firenze negli anni Cinquanta e Sessanta, inventore dei Convegni per la pace nel Mediterraneo e nel mondo, sempre coraggiosamente attento ai bisognosi. Una volta disse parlando della sua città in risposta a chi criticava la sua sensibilità sociale: “Diecimila disoccupati, tremila sfrattati, 17mila libretti di povertà: cosa deve fare il sindaco? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista ma interclassista?”.

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Il Tu a Dio

Non volle affatto che la sua Grazia abbisognasse di qualcuno. In vita sua, mai accettò di diventare proprietà-privata di alcuno, nemmeno dei suoi più fidati amici. Per questo organizzò il suo mondo-di-parabole: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano” (Lc 18,9-14). Una storia d’uomini, d’intenti. Non solo. Ai suoi attori-protagonisti non regala mai la luce solo per svagare i sensi ma perché, ridendo di loro e con loro, ognuno faccia la sua scelta: “Ascoltarla, codesta parola, non è nulla; accoglierla con amore non è nulla: custodirla è tutto. Custodirla contro lo spirito impuro, uno e molteplice, formicolante” (F. Mauriac). Dio — così duro coi farisei, così dolce coi piccoli — nel frattempo si tiene libero: non è tenuto a nessuna giustificazione in merito.
Racconta storie per raccontare di Lui, dei suoi misteri, dei modi variopinti che gli uomini hanno per ri-volgersi a Lui. Mai un tentativo, da parte sua, di fare impressione sull’uditorio. Sulle labbra solamente parole scarne, pancia-a-terra, come di chi ha udito ben affinato. Nel mondo fariseo: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini”. In quello pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Farsi belli abbruttendo gli altri — lavando bene i piatti, pulendosi i gomiti, non mangiando carne il venerdì, carciofi a colazione — è una logica che nei Vangeli non arreca salvezza: col Cristo nessuno dev’essere generale se prima non ha prestato servizio nei ranghi. Diventare presenti a se stessi — ch’è la grande grazia della lucidità, il costringere il peccatore a rimasticare la sua vergogna — questa sì che è cagione di salvezza: “Questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato”. L’altro, a ragione di logica, non-giustificato: una mezza-condanna, dunque. A far la differenza tra salvezza e dannazione è una sfumatura nell’uso dei pronomi, quelli più elementari: l’io e il tu. Dall’io — “Io ringrazio, io non sono come lui, io digiuno, io pago” — al tu: “(Io pecco), tu perdonami”. Fino a sfidare il buon senso dando del tu a Dio: questo è il fatto serio della preghiera, la gran eversione che i bastardi annotarono sul conto del Cristo come gran-bestemmia. Un Dio per i miserabili: questo no, era troppo.
Nella guerra franco-prussiana — si viveva la stagione nella quale la Francia prendeva botte ovunque — sono in molti a bussare al convento per parlare con Bernadette: le chiedono risposte decisive, finali. Nel 1870 il cavaliere Gougenot des Mousseaux s’informò se alla grotta di Lourdes avesse avuto rivelazioni in merito al futuro della nazione.
La santa-donna disse no, nemmeno i prussiani-alle-porte le incutevano paura: “Io non temo che i cattivi cattolici” rispose. I cattivi-cattolici, l’altra faccia della cattiveria-dei-buoni: di chi vuol possedere a tutti i costi una cosa la cui bontà non è sua, di chi è disposto a tramutare anche Dio in proprietà-privata, fino ad ammazzare Dio in nome di Dio. Fino al punto da tener l’uomo in schiavitù, vendendogli come carità ciò che, in realtà, altro non è che l’egoismo di far diventare grande se stesso rimpicciolendo il fratello: “Per guadagnarsi il titolo di benefattori — scriveva, con penna ruggente, don Primo Mazzolari —, per farsi pagare il servizio di recupero, lo buttano a terra e lo fanno a pezzi, l’uomo”. In corso d’opera, l’uomo ha mostrato d’aver molti corteggiatori e ben pochi amici: Cristo gli è amico, ci parla con franchezza, con sincerità.
Più che a dare, aver fede sarà questione d’esser pronti a ricevere: non sono io che faccio-cose-per Dio — “Dio, ricorda bene cosa ho fatto per te” —, è Dio che fa-cose per me, nobis quoque peccatoribus. Iniziò così, nel paese delle parabole, il più beffardo tra gli sgarbi di Cristo ai farisei: il più piccolo, in fronte al più grande, diventerà eterno. La storia cambia verso: “Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Datemi il vostro nulla, vi darò il mio Tutto: il contrario — la cattiveria dei buoni — impauriva anche santa Bernadette.

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