La fortezza è la gioia

lunedì 16 gennaio 2017

A volte le parole della liturgia fortunatamente riescono a forare la patina spessa e opaca dell’abitudine, il marmo freddo della distrazione ed offrire, quindi, alla ragione e al cuore la loro millenaria saggezza riguardo all’uomo e alla sua esistenza. Qualche giorno fa le invocazioni finali delle Lodi, quelle che stanno prima del Padre nostro, quelle che sono recitate con l’infastidita fretta di chi aspetta la fine della cerimonia, quelle su cui spesso si sorvola perché non sono neanche parola di Dio come i salmi eccetera, proprio l’ultima di quelle invocazioni diceva: “Fa’ che sperimentiamo fin da questa mattina la tua misericordia, e la gioia che tu dai ai tuoi amici sia la nostra fortezza”. L’avevo già recitata tante volte, ma quella mattina qualcosa della saggezza liturgica mi ha toccato. Tanto che mi è venuta voglia di rileggerla con calma.
Anzitutto risulta sorprendente la seconda parte. Diamo pure per assodato che noi oranti abbiamo bisogno di fortezza — la parola finale su cui cade tutto l’accento dell’invocazione —, del resto se siamo lì a pregare Dio è perché da soli non ce la sfanghiamo tanto facilmente, ci tremano un po’ le gambe. E questo al mattino è abbastanza evidente visto che magari abbiamo fatto fatica ad alzarci, magari il primo pensiero non è stato affatto per il Padre eterno ma per i problemi e le difficoltà che ci aspettano proprio quel giorno, magari siamo impensieriti o arrabbiati per qualcosa (un acciacco, un fastidio, un dolore).
Insomma, ci sta che chiediamo la fortezza, ma certo è ben strano che essa sia generata dalla “gioia che tu dai ai tuoi amici”. La fortezza è questione di muscoli (fisici o mentali) che si possono opporre all’avversario, è questione di volontà (la famosa forza di volontà) con cui perseguire le mete desiderate, è questione di armi (mentali per carità, però alla bisogna…) con cui affrontare i nemici. Mai avremmo pensato che muscoli, volontà e armi potessero consistere nella semplice gioia. Se però osserviamo quanto sia raro e sorprendente imbattersi in un volto trasparente di gioia ci rendiamo subito conto della potenza e attrattiva di questo dono e pertanto della suprema intelligenza che è il chiederlo.
Già l’inizio dell’invocazione, comunque, è interessante. È diretto, immediato, senza preamboli: “Fa’”. Non si ricorda neppure a chi ci si rivolge: è chiaro, lo si sa fin dal principio, è Dio. Proprio per questo, però, ci si aspetterebbe un tono più moderato, più cerimonioso, più rispettoso, tipo: vorremmo, se si potesse, ci auguriamo che. E invece no, chi ha bisogno veramente non mena il can per l’aia: “Fa’”.
E poi non chiediamo un qualche fumoso stato spirituale, un sentimento interiore, una vibrante emozione; qui di chiede di “sperimentare”; la liturgia è concreta fin quasi al materialismo: vedere e toccare, constatare all’interno dello spazio reale, ovvio, comune della propria esistenza, sperimentare nel tempo concreto.
Così concreto che si chiede a Dio di farci “fare” tale esperienza “fin da questa mattina”, questa non un’altra, questa che reca con sé il tal specifico umore, la tale recondita aspettativa, la pesantezza, il dolore nascosto o l’allegrezza spontanea. Chiediamo che tutto questo serva a sperimentare “la tua misericordia”. E qui torna in mente un anno intero trascorso a sentir parlare di misericordia e la scoperta che forse non ci abbiamo capito molto, ma certamente è solo in essa che possiamo reperire la gioia che è la nostra fortezza.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/1/16/La-vera-fortezza/print/742363/

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Qualcosa di nuovo

Il segreto di Giovanni il Battista
Federico Pichetto
sabato 14 gennaio 2017

Io non lo conoscevo, ma l’ho visto. Giovanni il Battista, ancora protagonista della liturgia nella II domenica del tempo ordinario del rito romano, spiazza tutti con la sua testimonianza. Una testimonianza che ammette che nella vita, dentro la vita, ci possa essere qualcosa di nuovo. Davanti ad un tumore o alla fine di un matrimonio, davanti ad una situazione che si trascina da anni, come davanti ad una vita che ti sembra che “vada bene così”, la difficoltà è proprio ammettere — anzi scorgere — qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso.
Viviamo l’esistenza prigionieri del nostro racconto, pervasi dalle nostre impressioni, impreparati a essere seriamente sorpresi. La più grande iattura per un uomo, infatti, non è il dolore, ma l’avere smesso di attendere. Giovanni il Battista vede qualcosa che eccede la sua misura e lo riconosce con semplicità e autenticità. Il punto è che è nella natura della realtà disturbarci, spostarci, metterci in discussione. Il tempo che passa, le cose che succedono, non sono nostre nemiche, ma potenti alleati per capire di più di che cosa ha davvero bisogno il nostro cuore.
Così i mutamenti della nostra epoca, le ideologie, il male degli uomini o gli sconvolgimenti culturali dei nostri paradigmi non sono “arginabili”, perché non esiste un mondo fermo, una società ferma, un’esistenza che non cambi, ma esiste la delicatissima possibilità che si nasconde in ogni cosa e che ci è data per fare un passo, per camminare. Il segreto di Giovanni il Battista è la sua povertà, il suo non avere nulla da difendere, se non la disponibilità estrema — ultima — ad abbracciare quello che aveva dinnanzi agli occhi. Ci vuole un grande amore alla propria vita per essere così umili, ci vuole la consapevolezza che la Verità è qualcosa che ci precede e non che si possiede per smettere di essere zeloti, lottatori incalliti alla ricerca di un nemico, e diventare discepoli.
Però, e questo non è scontato, tutto inizia con un bene che sperimentiamo nella vita: una posizione culturale libera, non invasa da schemi o da preconcetti, sgomberata dalle nostalgie, non sorge per una decisione etica o per un ragionamento intellettuale, ma accade per l’imporsi di una Presenza, di qualcosa di Presente che è più forte di ogni passato, di ogni “già vissuto” o “già saputo”. L’augurio più grande è quello di ricevere la Grazia di ricominciare, proprio come ha ricominciato Giovanni il Battista, che è ripartito quando già era un “capo”, quando già “aveva ben in testa come dovessero andare le cose”. E questo è successo perché non ha smesso di essere curioso, ma ha chiesto, ha guardato, ha trafficato sempre di più.
Che ciascuno di noi possa tornare ad essere curioso della propria moglie, del proprio marito, dei propri figli, dei propri amici, di chi ci odia, di chi commette il male, di chi lotta e urla dentro questo nostro tempo malato e violento. Che questa curiosità possa incontrare la gentilezza della nostra attesa e fiorire, come nel cuore di Giovanni il Battista, allo stesso modo in cui fiorisce un’inaudita certezza. Io non lo conoscevo, ma l’ho visto. E non posso più tornare a casa ed essere quello di prima, pensare le cose di prima, dire le cose di prima. Lasciamoci cambiare da Colui che passa, dall’Agnello di Dio che vibra nel volto arrabbiato e confuso degli uomini del nostro tempo. Non temiamo di vedere che cosa si nasconde al termine del nostro viaggio. La vita non è fatta per essere consumata o divorata dalle nostre idee, la vita è fatta perché noi possiamo attraversarla, perché noi possiamo sempre maturare, ricomprendere, crescere. Un uomo rinasce quando si lascia incontrare e sconvolgere da quello che c’è. È questa la misteriosa e appassionante via di Giovanni il Battista.

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Il punto della riscossa

Giuseppe Frangi
giovedì 12 gennaio 2017

Capita a volte che cose che ci sembrano stranote, riescano a prenderti in contropiede e a sorprenderti. Qualche giorno fa (scusate il riferimento personale ma mi è necessario per spiegare) mi è stato chiesto da parte di un gruppo di amici di raccontare nuovamente il rapporto tra Giovanni Testori e don Luigi Giussani. Ricostruita la catena sorprendente di fatti che s’innescò a partire da quel maggio 1978 quando un gruppo di universitari avevano suonato allo studio di Testori dopo aver letto un suo articolo sul Corriere all’indomani dell’assassinio di Moro, mi è sembrato opportuno che ci addentrassimo soprattutto nel Senso della Nascita.
Per chi non lo conoscesse, Il Senso della Nascita è un libro in cui Giovanni Testori dialoga con don Giussani e che venne pubblicato nel 1980. Alcuni dettagli però fanno capire meglio la natura di questo libro. Innanzitutto Testori ne è l’autore, perché è lui a prendere l’iniziativa e a chiedere a don Giussani un dialogo che in realtà è un qualcosa che sta a metà tra la confessione e l’interrogatorio. Testori interroga Giussani sulle grandi domande che lo hanno reso intellettuale inquieto e “senza patria”. La prima di queste domande è proprio quella espressa nel titolo del libro. Il “senso della nascita” è perciò innanzitutto quello che Testori cercava per se stesso, era una domanda aperta, che bruciava sulla sua pelle. In questo il titolo esprimeva un’urgenza, non una risposta.
Da qui nasce il ritmo che il libro assume. Un ritmo incalzante, senza pause e senza rilassamenti. Testori e Giussani si espongono su tutte le questioni della vita, senza sconti e senza nascondersi niente. Si avverte tra le pagine una libertà che è davvero raro trovare nel rapporto tra due personaggi pubblici di quel peso e carisma.
Il “perché sono nato”, il “chi ha voluto che io nascessi” sono sempre state domande che hanno assediato la storia e il cuore di Testori. Quando nel 1972 aveva scritto per Franco Parenti la sua rilettura dell’Amleto, aveva immaginato che il dialogo con il padre, da cui prende il via la tragedia shakespeariana, fosse in realtà una regressione di Amleto sino a tornare ad essere seme. Per chiedere così conto a suo padre del perché lo avesse fatto nascere. Quello era il Testori pre “conversione”, ma la domanda di fondo non era diversa da quella che avrebbe posto al centro del suo dialogo con Giussani. Del resto, quando in una stagione più pacificata della sua vita scrisse Interrogatorio a Maria, ancora una volta le domande riguardavano proprio il momento di un concepimento, quello di Gesù: un figlio esito di un “sì”. E di interrogatorio comunque si trattava… Nulla di scontato, nulla di pre-acquisito.
Nel dialogo Testori porta intuizioni che fanno sobbalzare Giussani, come quando gli confessa di aver spesso pensato che ognuno di noi viene concepito in un momento di sperdutezza, “che è una gioia oltre quella che si sa”. “Sperdutezza! È bellissimo, perché è la parola che indica l’altra forza che compie quel fatto, perché la forza del mistero di Dio”. Ma poi il dialogo allarga il campo. E la dimensione del nascere diventa esperienza di ogni giorno e di ogni istante. Il senso della nascita non è coscienza acquisita e “garantita”, ma è un cammino fatto sempre di nuovi inizi. È a questo punto che Giussani, in una delle pagine più belle del dialogo, introduce l’idea che la nascita coincida con il ridestarsi della persona, “la cosa più piccola è risibile che ci sia, la cosa più sproporzionata che non ha nessuna possibilità di riuscita”, eppure la persona “è il punto della riscossa”. E ciò che chiamiamo “movimento” è innanzitutto movimento della persona.
Così a questo punto quel libro, come in un balzo che scavalca i quasi 40anni che ci separano da lui, arriva su di noi. Lo scopriamo un libro ancora totalmente per noi. Una sorpresa inaspettata da quei due uomini liberi e veri.

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Il bene radicale

Salvatore Abbruzzese
domenica 8 gennaio 2017

In un passaggio televisivo di pochi secondi una madre, una giovane operaia di una fabbrica di Molvena nel vicentino, parla di Nicole, la figlia di sei anni affetta da tetraparesi spastica e spentasi la vigilia di Natale. Colpiscono le sue parole e la sua serenità quieta: “ti amerò per sempre, un giorno ci rincontreremo… Nicole mi ha insegnato che la felicità resiste anche al dolore”.
Alla base di una tale limpidezza il gesto dei suoi colleghi di fabbrica che le avevano donato i loro giorni di ferie, affinché potesse assistere la figlia che aveva bisogno di assistenza continua. Come è già accaduto in Francia, nel 2009 con il caso Mathys, anche qui i legami sono quasi anonimi: “Molti dipendenti li conosco soltanto di vista, eppure hanno saputo fare un gesto di puro altruismo, arrivando a rinunciare, per me, a un po’ del tempo che invece avrebbero potuto trascorrere con le loro famiglie”.
Dinanzi ad un simile gesto è opportuno fermarsi a pensare, in silenzio, perché il silenzio aiuta a sentire il proprio cuore.
Si è trattato di un gesto di umanità assoluta che squarcia la notte della morte di Nicole e che ha consentito alla madre di realizzare il suo sogno più grande: quello di stare accanto alla figlia fino alla fine. Si è trattato di vere e proprie scintille di bene che questi colleghi hanno saputo produrre rinunciando a qualcosa di più grande del danaro: i giorni di ferie. Un aspetto di importanza decisiva quando si lavora in fabbrica.
Questo gesto di solidarietà gratuita, che ha significato molto per la madre, insegna molto anche a noi.
Una simile umanità dice molto sull’essere umano. Una tale radicalità di bene, una tale capacità di gratuita umanità testimonia la presenza di un’eccedenza del cuore dinanzi alla quale qualsiasi ringraziamento appare insufficiente. Non basta infatti congratularsi per un gesto così bello e profondo al tempo stesso. Forse non basta nemmeno che la notizia circoli — com’è sacrosanto — tra i giornali, raggiungendo le reti televisive.
Credo che tanta umanità abbia bisogno di qualcosa di più di tutta la riconoscenza, pur sincera, che possiamo esprimere. Credo che possa essere soddisfatta solo dal dono più alto: quello che consente alla madre di pronunciare la frase più bella e densa: “un giorno ci rincontreremo”. Dandole così la certezza di una vittoria sulla morte della figlia e quindi, riappropriandosi di quest’ultima.
Credo che sia per gente come questa, per queste scintille anonime di bene, che Cristo si sia fatto uomo. Credo che sia proprio per questa capacità di umanità gratuita e profonda che Dio ha posto nel cuore dell’uomo che ci sia stato bisogno che suo figlio si incarnasse. Credo che sia proprio in ragione di quest’umanità che sia stato necessario che la promessa si facesse carne e venisse a riannodare i legami tra cielo e terra, restituendo a quella madre, ed alle mille altre che l’hanno preceduta in una strada così aspra e dolorosa, la certezza che non siamo fatti per la morte, ma per la vita.
E ancora non basta. Quando infatti questa madre dice che “Nicole mi ha insegnato che la felicità resiste anche al dolore” non squarcia solo il velo della morte con la speranza del futuro, ma anche quello dell’oggi, cioè della nostra vita quotidiana, del nostro presente. Una felicità che resiste anche al dolore, dichiarata con semplicità da una madre che ha perso la figlia — cioè, che ha visto recidere il legame più caro e potente che esista negli esseri umani — apre le porte del divino fin da questo momento.
Solo il divino può dare una simile forza. E non si tratta di un divino annunciato nel Libro e presente alla coscienza dei credenti, ma si tratta di un divino incontrato, sperimentato; un divino nel quale ci si è imbattuti attraverso il bene dei propri colleghi di lavoro. Questi colleghi infatti, con il loro gesto semplice ma per nulla banale né tantomeno scontato, hanno permesso alla madre di riconciliarsi con la morte, rivelandole la certezza di un legame di solidarietà profonda che dice la verità ultima anche di quello tra lei e la figlia: “un giorno di rincontreremo”.
Non è importante sapere se gli operai di Molvena siano cattolici o meno. Se pratichino o meno le funzioni liturgiche. È certo che la grazia di Dio è passata attraverso di loro, attraverso la loro umanità. È certo che il loro cuore, ha rivelato la presenza di un bene che li sovrasta e li inonda. Hanno dato retta al loro cuore, liberando quella vocazione al bene che un Altro ha donato loro ed alla quale, semplicemente, hanno detto di sì. Ed è in questa meravigliosa compagnia che Dio si è incarnato.

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La libertà verso Dio

Stefano Arduini
mercoledì 4 gennaio 2017

Il termine parresia (pan, tutto, e rhema, il detto, discorso: quindi “dire tutto”) è termine greco che, come ricorda Michel Foucault (Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli 2005), appare in Euripide, e dunque nel mondo greco del V sec. a.C., ed ha uno sviluppo nel mondo cristiano attraverso la mediazione della Septuaginta, la versione della Bibbia in lingua greca, caratterizzando una modalità di azione che è alle origini dell’esperienza cristiana.
Nel mondo greco la parresia può essere intesa come libera testimonianza della verità. Questo sia nei confronti di chi esercita l’autorità che verso chi si ha vicino. Comporta un rischio, perché può mettere in difficoltà chi la esercita come può mettere in crisi il rapporto con l’altro. Presuppone coraggio dunque, perché bisogna essere coraggiosi nel testimoniare quello in cui si crede così come nel rifiutare le relazioni ipocrite.
La parresia implica non soltanto il dire quella che si ritiene la verità, ma la libertà di poterla dire: se sono costretto a dire la verità non esercito la parresia. Essa presuppone che non posso testimoniare il vero se non entro un orizzonte di libertà. Quindi essa implica un mettersi in gioco completamente e liberamente. Una libertà che è al tempo stesso un dovere che richiama la propria umanità.
Riassume Foucault: “La parresia è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, una certa relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica… e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere… Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà. E sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita o della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del tornaconto o dell’apatia morale”.
Il termine greco presuppone un’idea di uomo che considera la libertà nei confronti degli altri, ma anche verso se stessi, come un valore supremo. Il termine passa nella Septuaginta attraverso una riscrittura operata dal giudaismo della diaspora, che cerca di affermarsi in un contesto culturale in cui correva il pericolo della cancellazione della propria identità. In questo senso la parresia viene incorporata nel nuovo vocabolario con alcuni slittamenti concettuali che creano qualcosa che non è propriamente greco né ebraico. Ad esempio, come ricordano Kittel e Frierich (Grande Lessico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia 1967: IX, 891ss), parresia appare in Levitico 26,13 come elemento caratteristico dell’uomo libero opposto allo schiavo. In Proverbi 1,20; Proverbi 10,10 e nel Cantico 8,10, indica il parlare libero ed è in relazione con la sapienza divina. In 4 Maccabei 10,5 troviamo la parresia del martire. In Ester 8,12-13; 1 Maccabei 4,18 e 3 Maccabei 41, il verbo prende il significato di parlare in pubblico mentre in 3 Maccabei 7,12 troviamo il significato di libertà che viene data. Nella Siracide appare nella forma del verbo, unica volta nell’AT, con il senso negativo di agire in maniera arrogante, un significato, questo, già presente in Platone, quando parla della cattiva democrazia, e che ritornerà in varia letteratura cristiana: parresia cattiva alla quale si può opporre solo il silenzio.
Troviamo la vera novità concettuale nella versione greca dell’AT quando si parla di parresia verso Dio o di Dio (Kittel-Friedrich, cit.,: IX, 893). La parresia di Dio si trova quando questi si manifesta in tutto il suo splendore come nel Salmo 93 (94),1. La parresia verso Dio è quella che in qualche modo passerà anche nel NT e la troviamo in Giobbe 22,26; 27,10; Sapienza 5,1; in Proverbi 13,5; 20,9. In questi casi vi è una sottolineatura del senso di fiducia che il giusto ha nello stare davanti Dio. Questa idea di fiducia la ritroveremo in maniera interessante nella traduzione che la Vulgata farà del termine parresia nel NT traducendolo per ben 18 volte appunto con fiducia (Giuseppe Scarpat, Parrhesia greca, parrhesia cristiana, Brescia, Paideia 2001).
Nel greco del NT il termine e i suoi derivati sono presenti soprattutto in Giovanni, negli Atti e nelle Lettere di Paolo.
Giovanni usa il concetto per descrivere il modo in cui Cristo si rivela (Gv 18,20). Al tempo stesso è ciò che rivela la presenza dello Spirito perché mostra la libertà della nostra preghiera. Essa è frutto di una coscienza libera che si mostrerà anche nel momento del giudizio.
Negli Atti il verbo indica un atteggiamento già presente nel concetto greco: il coraggio e il rischio come in Paolo appena convertito 9,27; 9,28, Paolo e Barnaba davanti ai Giudei di Antiochia di Pisidia, e con i pagani della Licaonia At 14,3, il coraggio di Apollo ad Efeso (At 18,26) e di Paolo nella sinagoga della stessa città (At 19,8) e davanti a Festo e Agrippa (At 26,26).
Anche nelle Lettere di Paolo la parresia alle volte coincide con il coraggio della testimonianza (1, Ts 2,2) e in questo senso sta alla radice dell’esistenza cristiana e naturalmente di quella apostolica. È la libertà verso Dio, che fonda la libertà verso gli uomini (ad esempio 2 Cor 3,12).
Ciò che possiamo vedere come un elemento comune alle diverse accezioni, un filo rosso che collega tutto, è che la parresia implica la libertà: solo se sono libero posso esercitare la parresia. Lo è nel mondo greco dove, anche se la parresia viene dal basso, come ricorda Foucault, cioè mette in crisi l’autorità, è fondamentale che il parresiastes sia un uomo libero e uno dei migliori, che anzi mette a rischio questa sua condizione pur di poterla esercitare. Ma la libertà, nei Padri della Chiesa come per Gregorio di Nissa, è anche quella che l’uomo ha di fronte a Dio come manifestazione della propria coscienza. Dunque la parresia è ciò che manifesta la libertà stessa dell’uomo, che lo mette in rapporto con il suo destino. Fuori di essa la stessa consistenza umana viene meno.
È proprio questo aspetto che è risultato determinante nel costituirsi di quella nuova antropologia non greca né ebraica che alle origini dell’esperienza cristiana ha posto come punto centrale quello di coniugare verità e libertà, sapendo bene che la prima non può essere accostata per costrizione ma solo con la testimonianza che il parresiastes mette in gioco.

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Lo sguardo che pietà disserra

Pigi Colognesi
lunedì 26 dicembre 2016

SANTO STEFANO E DANTE. “Poi vidi genti accese in foco d’ira / con pietre un giovinetto ancider, forte / gridando a sé pur: ‘Martira, martira!'”. Siamo nel Purgatorio e Dante è appena entrato nel terzo girone, cioè salito sulla terza rientranza che la gran montagna della penitenza fa per raccogliere le anime purganti un determinato peccato. Da quanto è successo nei gironi precedenti sappiamo che proprio all’ingresso di un nuovo “settore” purgatoriale il poeta pellegrino incontra qualcosa che gli ricorda la virtù esattamente opposta al vizio che lì si espia; l’umiltà — antitetica alla superbia dei penitenti del primo girone — è raffigurata in mirabili bassorilievi così perfetti che le statue sembrano muoversi e persino parlare; l’amore generoso — il contrario dell’invidia crudele — è stato esemplificato, nel secondo cerchio, da voci parlanti simili a un vento che passa e se ne va. Qui invece Dante ha “visioni estatiche” cioè pur continuando a camminare, sebbene un po’ frastornato, vede dentro di sé tre scene. La terza inizia con le parole che ho appena citato. È subito chiaro che la virtù (e reciproco vizio) di cui qui si parlerà è la mansuetudine opposta all’ira che “accende” come il fuoco le “genti” che appaiono in visione al poeta. Il fuoco dell’ira, dell’improvvisa arrabbiatura, produce un fumo acre, denso, quasi pungente in cui — Dante lo vedrà tra poco — soffrono i penitenti di questo girone.
La folla furibonda sta uccidendo a sassate un giovinetto, incitandosi con urla selvagge. È evidente che si sta parlando di santo Stefano; Dante non ha bisogno di citarne il nome, basta il verbo usato della folla: equivale ad un “Uccidiamolo! A morte!”, ma Dante sceglie il verbo che qualifica Stefano, primo testimone (proto-martire) di Cristo fino all’effusione del sangue.
Spostandosi dalla folla urlante per posarsi sul protagonista della scena, lo sguardo di Dante lo coglie nel momento in cui, piegandosi a terra sfinito per i colpi, tiene tuttavia i giovani occhi rivolti al cielo. “E lui vedea chinarsi, per la morte / che l’aggravava già, inver la terra / ma degli occhi facea sempre al ciel porte”. Spettacolare quest’ultima espressione; Dante non dice semplicemente che Stefano guardava in cielo ma che spalancava i propri occhi perché il cielo vi si potesse rovesciare in tutta la sua bellezza. Gli Atti degli apostoli non riferiscono questo particolare del martirio di Stefano, ma narrano che, concluso il suo discorso davanti al sinedrio, Stefano aveva detto: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”; esattamente a queste parole i sinedriti gridarono forte e, preso il giovane, “lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo”.
La terzina seguente spiega perché questo esempio introduce al girone degli iracondi: la virtù opposta all’ira non è calma distaccata, ma amore così attivo che giunge al perdono. Dunque Dante vede il giovane che cadendo a terra guarda in alto “orando a l’alto Sire, in tanta guerra, / che perdonasse a’ suoi persecutori”. C’è una “guerra” in corso, Stefano lo sa e Dante lo sottolinea, e ci sarà sempre nella storia dei cristiani; essa si può vincere solo imitando quello che ha fatto il Maestro, che sulla croce chiese all'”alto Sire” per coloro che l’uccidevano la misericordia del perdono. Questo incredibile atteggiamento costituisce il vero testimone (martire), che non ha la faccia triste di chi ci sta perdendo o quella arrabbiata di chi ce l’ha col mondo intero; Stefano, come Dante l’ha visto, muore provocando compassione: “con quello aspetto che pietà disserra”.

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Cuore a cuore

Marco Pozza
sabato 3 dicembre 2016

Era l’ultima speranza di un popolo disperato: tra tutti, nessun popolo ha mai avuto tante avvisaglie come Israele. Del numero di profeti a lui mandati, si è perduta presto il conteggio. Quella dei profeti e dei precursori, tra l’altro, è per davvero una triste storia: sanno ma non vedranno, preparano il trono ma non vi sederanno. Forse per questo sono feroci: sanno d’essere voce di una presenza, non la presenza stessa. Nessuna traccia d’invidia, dunque: semplicemente l’urgenza di chi intravede, nelle fessure della storia, ciò che la folla ancora non è capace di scorgere: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,1-12). Che è come dire: “Voltatevi, gente: non vi accorgete che sta passando colui che tutti stiamo attendendo?”.
Sono uomini, i profeti, dallo sguardo tagliente, attento, focoso. A loro, per grazia, capita come quando una persona ti manca assai e tu la vedi dappertutto. Sono deliri-di-onnipresenza, più che di onnipotenza: perché se la distanza è solo un problema di geometria, l’assenza — anche l’assenza di Dio — non si risolve con nessuna equazione. Per il Cielo, dopo millenni di evidenti certezze, il modo migliore per dire all’uomo “mi manchi” è farsi trovare sotto casa, cuore-a-cuore, nel gesto delicato di chi chiede permesso: “Razza di vipere, Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?”.
Il Battista mica lo potevano capire, era come il sole a mezzogiorno: troppo forte per occhi deboli, troppo diritto per un’anima storta come quella di Erode. Succede sempre così, anche al Cristo Nazareno: la luce del mondo era troppo forte per delle menti assuefatte al lume delle candele. Perché invitare l’umano alla conversione, è come invitarlo ad assistere ad una lezione-sulla-mancanza: la mancanza è un vuoto dalle dimensione esatte, è inutile riempirlo di altra roba. Si riempirà solo con quel pezzo che s’incastra alla perfezione: dunque, “fate un frutto degno della conversione”. Non un messaggio spiritoso o complicato, ma semplice, chiaro: nessun profeta, nel mentre della sua predicazione, ebbe mai l’intenzione d’impressionare l’uditorio. L’uomo spiritoso dice spiritosaggini per far pompa del suo spirito: Cristo e i profeti dicono cose semplici per accreditare la loro sapienza.
Ecco, dunque, la loro premura, che è sempre la stessa: quella che il popolo non si perda l’appuntamento con la bellezza, che non gli sfugga l’aggancio con la salvezza. C’è un Dio-in-arrivo, e il Battista ne sente i passi, ne scruta l’avvicinamento, ne fiuta quasi il respiro. Per questo al popolo non deve più bastare sentirsi dire che Dio-è-amore, hanno l’occasione di vedere l’Amore indaffarato, all’opera: “Tiene in mano la pala, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. Tutti possono vedere l’amato, ma solo chi è più intimo potrà un giorno toccarlo. Addirittura masticarlo — “Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo” — come il più umile amante, come il più inumano tra gli amori.
La salvezza poggia su dei calcoli strambi: non misura la vita dal numero di respiri che l’uomo fa, ma dal numero degli attimi che tolgono all’uomo il respiro. Compito del Battista fu quello d’intonare la voce dell’attesa, di accordare i cuori a Cristo, di preparare il tutto perché la liturgia iniziasse: per poi farsi da parte e lasciare la strada, fare-strada, all’Amico. Domani, come pegno dell’amore che gli arde in petto, cederà la testa alla lussuria di Erode: troppo complicato, come uomo, per comprendere l’umile grandezza di quella voce sciupata dal vento. Fu proprio la voce, però, la vera ascia da guerra del Battista, lo strumento col quale tentò di purificare il mondo dalla banalità delle piccole attese: è solo rimanendo piccoli che un giorno si riusciranno a scoprire le cose grandi. Tutto il resto sono sprazzi d’eternità che sfuggono a causa dell’amor-proprio: a voler essere troppo grandi, certi giorni capita di non accorgersi neppure di Dio. Dannazione.

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L’Atteso delle genti

 
Marco Pozza
sabato 26 novembre 2016

Il Re è morto amando: sino alla fine, fin sulla Croce, che più di così non gli riusciva di fare. Nessuno, dopo di Lui, seppe fare meglio. In tanti, ancora oggi, ci tentano: i più falliscono — senza le basi, scordatevi le altezze —, i santi vanno a bersaglio, il Vangelo cammina. Dio, ancora una volta, si rimbocca le maniche e ricomincia: “Se non ci metterà troppo, l’aspetterò tutta la vita” (O. Wilde). D’ora innanzi, nel destino ultimo di ciascun’anima, ad importare non sarà quanto si sta in attesa, ma per chi si sta in attesa. I Vangeli sono luce che abbaglia, parole in agguato, lavori-in-corso: nel costruire la casa della felicità — che nessuna casa sia senza la festa del cuore —, la sala-d’attesa verrà organizzata come la stanza più grande. Anche l’Avversario, il Satana ingelositosi, ha la sua sala d’attesa: più vecchie e noiose sono le riviste in sala d’attesa, però, più si dovrà aspettare per entrare. L’attesa, per ambedue gli schieramenti, è un futuro a mani vuote.
L’avvento è l’attesa di Dio, del Re ch’è morto amando. Da quel sospiro, si è diventati un po’ tutti mendicanti di bellezza: l’uomo diventa cercatore di felicità. “Siamo in attesa del Dio-Bambino” vanno ripetendosi quaggiù lungo le quattro settimane d’Avvento. L’atteso è il soprannome col quale hanno imparato a chiamare il loro Dio: l’Atteso delle genti. Questo, però, è l’Avvento più semplice: Dio manterrà le sue promesse, Fedele è il suo nome. L’attesa più complicata è l’altra: l’attesa che vive Dio. Il periodo d’Avvento della Santissima Trinità: “Siamo in attesa dell’uomo. Che l’uomo accetti d’essere amato”.
La notizia certa dell’amante è quella d’essere disposto ad amare ad oltranza, fin quasi a giocare in perdita: ciò di cui nessun amante è mai certo è se l’amato accetterà d’essere protagonista di una simile avventura di grazia, di gratuità. Nemmeno Dio è così sicuro che l’uomo s’accorga del suo passaggio, del suo farsi assaggio di eterno nel tempo. Siccome è già capitato ai tempi di Noè, sarà più facile che accada di nuovo piuttosto che se non fosse mai accaduto. Non facevano nulla che fosse male: consumavano, bevevano, si maritavano tra loro. E’ l’elementare della vita. A castigare la loro attesa non fu un male fatto, ma che non fecero ciò che era per loro il bene, quello massimo: l’accorgersi di Dio, d’essere nell’interesse di Dio. Che Dio si stava interessando di loro.
Capiterà ancora: a Betlemme Lui passa ma non s’accorgono nemmeno, in Galilea predica e raddrizza gli arti ma non gli danno la pur minima fiducia, dalla Croce inaugura la Redenzione e sotto continuano a giocare a dadi. Sempre così: Lui passa-ripassa, loro s’appisolano, si distraggono fin quasi a prendere sonno e perdersi l’appuntamento clou.
Dio è in attesa dell’uomo: gli sta a cuore, non riesce più a prendere sonno finchè l’uomo non è entrato dalla porta-di-casa-sua, il suo cuore s’agita in mille tormenti, non trova pace né tregua. Han detto che Dio è inutile all’uomo, che la sua è una passione-noiosa, che anche Dio è un oggetto tra gli altri, un oggetto inutile: a me, degli oggetti inutili, affascina da sempre la capacità che hanno d’aspettare il loro turno. Dio è inutile all’effimero dell’uomo: attende il suo turno, d’entrare in gioco quando l’uomo, tradito dall’effimero, chiamerà l’eterno. La fibrillazione di Dio ha a che vedere con l’attendere: “Se è in grado d’aspettarti, ti ama” ho letto sui jeans di una ragazza che viaggiava in aereo accanto a me. E’ stato il Buon-Avvento recapitato al mio indirizzo. Sarà per questo che per gli spagnoli aspettare è esperar: in fondo, aspettare è anche sperare. Che il Dio-Bambino ri-nasca, che l’uomo si decida a ritornare verso casa: che il mondo ritrovi la pace perduta. “Vegliate, dunque, perchè non sapete in quale giorno il Signore verrà (…) Nell’ora che meno immaginate” (cfr Mt 24,37-44). Amare qualcuno che non ti ama, è come aspettare una barca in aeroporto: pare tempo-perso. Pare che questo sia anche il diletto di Dio: fingersi ingenuo, quasi ritardatario, per colpire di sorpresa. Distrarsi sarà un po’ come perdersi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/11/26/Accorgersi-di-Dio/734847/

 

Il cielo stellato

Mario Gargantini

INT. Marco Bersanelli
martedì 22 novembre 2016

Non si può immaginare uno scenario migliore per presentare un libro sulla visione dell’universo, di quello che ha ospitato domenica scorsa la presentazione de Il grande spettacolo del cielo, scritto da Marco Bersanelli e pubblicato da Sperling & Kupfer. Lo scenario è stato un affollatissimo Planetario di Milano dove, nell’ambito di BookCity, l’autore — docente di astrofisica nell’Università degli studi di Milano — ha ripercorso i momenti più esaltanti dell’avventura umana della conoscenza del cosmo, proiettando sulla volta oscura trapuntata di stelle, come non le vediamo più nei nostri cieli metropolitani, le immagini emblematiche delle “otto visioni dell’universo dall’antichità ai nostri giorni” (così recita il sottotitolo del volume).
“L’esperienza dell’oscurità del cielo costellato da tanti punti luminosi è l’esperienza che a noi manca maggiormente: è difficile non rendersi conto di quanto incida sulla nostra percezione della realtà e di noi stessi, sulla nostra stessa psicologia, la mancanza di uno spettacolo come quello che potevano potava ammirare, e avrà senz’altro ammirato, l’Uomo di Cro-Magnon, 10-30mila anni fa. Noi siamo la prima generazione nella storia alla quale è stata ‘sottratta’ questa abitudine di contemplare un cielo così”.
La domanda da cui parte il racconto di Bersanelli è proprio questa: quando l’uomo ha iniziato ad osservare il cielo, ad accorgersi della grandezza della volta stellata che ci avvolge? Difficile dare una risposta “scientifica” ma abbiamo tanti segni, prodotti dall’espressività artistica dei nostri progenitori, che denotano il desiderio dell’uomo di “leggere” il cielo e di comunicare lo stupore alla vista di gruppi di stelle come quello delle Pleiadi, o di fenomeni regolari come le fasi lunari, entrambe immortalate sulle pareti delle grotte preistoriche di Lascaux, in Francia.
Dalla meraviglia alla conoscenza e poi ancora a una nuova meraviglia. È questa la dinamica che domina le otto cosmovisioni descritte nel libro, “che non è un testo di storia della cosmologia ma un racconto libero, senza la pretesa di essere esauriente”, precisa l’astrofisico milanese. Un racconto che ci introduce con vivacità e chiarezza nelle trame che hanno intessuto la conoscenza scientifica dell’universo, con i suoi frequenti ribaltamenti e colpi di scena; e che presenta alcuni caratteri originali che ne fanno un unicum nella comunicazione scientifica italiana.
Anzitutto emergono i protagonisti di questa affascinante storia, gli uomini che hanno cercato di decifrare quei segnali luminosi arrivando a vedere in profondità, grazie a strumenti sempre più potenti e a teorie fisico-matematiche sempre più raffinate, fino a lambire i confini degli eventi cosmici primordiali,. Dai celebri matematici greci ai protagonisti della rivoluzione copernicana, fino agli artefici dell’attuale visione cosmologica che vede spalancarsi scenari straordinari accanto a enormi interrogativi, come quelli sulla materia oscura e l’energia oscura.
Attraverso i personaggi, Bersanelli ci fa ripercorrere i nodi concettuali più significativi della ricerca cosmologica e coglie nelle esperienze dei ricercatori momenti e particolari che rivelano tutta la drammaticità e insieme il gusto del lavoro scientifico. Senza nascondere le sue simpatie, come quella verso Keplero, “un uomo straordinario, che ha saputo resistere a una situazione sfavorevole per molti aspetti e che ha dimostrato grande genialità e anche coraggio intellettuale: è il primo che osa infrangere il dogma greco del moto circolare uniforme come moto perfetto dei corpi celesti e introduce le orbite ellittiche, che neppure Galileo aveva immaginato”.
E senza ignorare i momenti problematici. Come quando, quasi un secolo fa, l’abate Georges Lemaître e Aleksandr Friedmann hanno saputo andare oltre Einstein e leggere, dentro le sue stesse equazioni della relatività generale, la stupefacente fisionomia di un universo in espansione. Einstein non ne era convinto e al povero Lemaître toccò di sentirsi dire: “La tua matematica è corretta ma il tuo senso fisico è abominevole”. Oggi anche il padre della relatività ammetterebbe l’espansione e forse condividerebbe il paragone proposto da Bersanelli: “La bellezza dell’universo non è come quella di un cristallo, che è sempre uguale a se stesso, ma è come quella di un fiore, che cresce e si apre, espandendosi. Anche l’universo si espande e questa espansione genera una storia, che possiamo ripercorrere per risalire a ridosso dell’inizio, circa 14 miliardi di anni fa”.
L’altra caratteristica originale di questa narrazione è il suo ampliamento, senza discontinuità, alla sfera letteraria e artistica: in ogni capitolo il resoconto storico scientifico si prolunga nelle testimonianze poetiche, pittoriche e architettoniche. Così, mostrando la celebre notte stellata di Van Gogh, Bersanelli fa notare come al centro ci sia una configurazione a spirale del tutto simile a quella della galassia M51, disegnata dall’astronomo Lord Rosse che l’aveva osservata col grande telescopio di Parsonstown (Irlanda) nel 1850. Il pittore olandese deve averla vista sfogliando un catalogo astronomico e l’astrofisico commenta: “l’occhio dell’artista raccoglie e restituisce un’immagine che rimane immortale; mentre le immagini astronomiche vengono superate grazie alle nuove potenzialità degli strumenti di osservazione, quando diventano arte restano nel tempo. Oggi ancor più cordialmente godiamo della bellezza del dipinto di Van Gogh”.
C’è una sorpresa nel finale del libro: “è stata una sorpresa anche per me quando nel giugno 2013 ho ricevuto quella che forse rimarrà la lettera più inattesa della mia vita. Il responsabile degli architetti del cantiere della Sagrada Familia di Barcellona, Jordi Fauli, mi ha invitato a collaborare per il progetto dell’ultima guglia, la maggiore, la torre di Gesù Cristo, che dovrà contenere una rappresentazione dell’universo”.
Era difficile conciliare le forme architettoniche singolari progettate da Gaudi con l’immagine della volta celeste; ma la rappresentazione scientifica moderna, confortata dai risultati sperimentali ottenuti con missioni spaziali come quella di Planck, della quale Bersanelli è uno dei massimi responsabili, offre un suggerimento: “la geometria che Gaudi ha immaginato, in qualche modo riecheggia la forma dello spazio-tempo dell’universo attuale; il profilo della grande torre segue una curva dello stesso tipo di quella che Lemaître aveva tracciato per primo 90 anni fa. Allora ho proposto di rappresentare nella torre non tanto il firmamento ma l’universo che evolve nel tempo, dal fondo cosmico di microonde, alla formazione delle strutture galattiche fino al nostro sistema solare. La maestosa vista dell’interno della torre, con l’intero corso del tempo dispiegato sotto i nostri occhi, potrà farci percepire l’evoluzione della natura come un tratto mirabile ed essenziale della creazione”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/11/22/LETTURE-Il-grande-spettacolo-del-cielo-dallo-stupore-alla-conoscenza-e-ritorno/print/734153/

Il Papa chiude una porta e apre un portone

Mauro Leonardi
lunedì 21 novembre 2016

L’immagine di una porta che si chiude è l’immagine della fine di qualche cosa. Magari anche bella ma, comunque, finita. Si spengono le luci, si fanno gli ultimi saluti, si chiude la porta.
Con il Giubileo avevamo aperto una porta che ieri il Papa ha chiuso. Però finisce il Giubileo ma non finisce la Misericordia (e per questo domani il Papa farà conoscerà la sua ultima Lettera apostolica dal significativo titolo di Misericordia et misera).
Quest’anno la Misericordia è servito appena a balbettarla. È stato un anno di riscaldamento, se preferiamo la metafora sportiva. È adesso che la gara inizia per davvero.
Non avremo bisogno di un anno perché la misericordia di Dio è così piccola da poter essere vissuta anche in un solo giorno, anche in un solo istante. Basta un piccolo gesto di bontà, tenerezza, custodia, amore, amicizia, sollecitudine.
La misericordia di cui ora celebriamo la fine e contemporaneamente l’inizio è la declinazione infinitamente fantasiosa della parola carità. Solo in cielo sapremo veramente cosa voleva dire amare ma quaggiù possiamo goderne già sapore e profumo se, chiusa quella porta, apriremo cuori e mani.
Un ragazzo ieri, con la tipica lingua a sciabola dei ragazzi che tranciano giudizi mi diceva: quella famiglia è una di quelle che fanno una settimana l’anno di volontariato in Africa, lo postano su Facebook e poi per tutto l’anno stanno a posto.
Siamo così? Come questo impietoso giudizio adolescenziale? Se sì c’è una buona notizia: per la misericordia siamo ancora in tempo.
“Il Giubileo? Non ho fatto un piano. Le cose sono venute. Semplicemente mi sono lasciato portare dallo Spirito. La Chiesa è il Vangelo, non è un cammino di idee. Questo Anno sulla misericordia è un processo maturato nel tempo, dal Concilio… Anche in campo ecumenico il cammino viene da lontano, con i passi dei miei predecessori. Questo è il cammino della Chiesa. Non sono io. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior”, ha detto il Papa nella recente intervista ad Avvenire.
Lasciamo venire le cose. Le cose di Dio conoscono strade, logiche, passi, che noi non conosciamo nel concreto ma sappiamo, in generale, che sono le strade, le logiche, i passi di un padre.
E quale padre fa sbagliare strada al figlio? Quale padre inganna un figlio? Quale padre fa inciampare un figlio? Andiamo avanti e il tempo ci seguirà né troppo lento né troppo veloce. Sarà solo presente. Tutto da vivere, tutto da seminare, tutto da sperare, tutto da attendere, tutto da stare.
“Chi scopre di essere molto amato comincia a uscire dalla solitudine cattiva, dalla separazione che porta a odiare gli altri e se stessi. Spero che tante persone abbiano scoperto di essere molto amate da Gesù e si siano lasciate abbracciare da Lui. La misericordia è il nome di Dio ed è anche la sua debolezza, il suo punto debole. La sua misericordia lo porta sempre al perdono, a dimenticarsi dei nostri peccati. A me piace pensare che l’Onnipotente ha una cattiva memoria. Una volta che ti perdona, si dimentica. Perché è felice di perdonare. Per me questo basta. Come per la donna adultera del Vangelo ‘che ha molto amato’. ‘Perché Lui ha molto amato’. Tutto il cristianesimo è qui.
Non ci avevo mai pensato che Gesù e l’adultera avessero entrambi “molto amato”. Eppure lo dice il Papa, anzi lo dice il vangelo: Gesù e l’adultera sono diversi in tutto ma uguali nell’amore, entrambi hanno molto amato.
Di tutto questo giubileo vorrei che mi rimanesse appiccicato, interiorizzato, questo sentirmi uguale a Dio almeno in qualcosa, anche piccolo, anche piccolissimo, ma qualcosa di uguale: l’amore. E da lì sentire la debolezza di Dio e picchiare duro. Sulla Sua misericordia. Chiusa una porta si apre un portone, dice il detto. Il Papa chiude una porta ma si apre un portone. Voglio che sia vero anche per l’anno di Misericordia che finisce. Che si apra per tutti qualcosa di ancora più grande.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/11/21/PAPA-La-fine-del-Giubileo-e-il-tempo-della-debolezza-di-Dio/print/734072/