Cuore migrante

Gian Luca Barbero
venerdì 31 marzo 2017

In questi giorni si è giustamente parlato e scritto molto sull’Europa, in occasione delle celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma e della firma raccolta sulla dichiarazione congiunta. Pur essendoci state anche manifestazioni a favore, tante cose non convincono: ci si divide, normalmente, tra lo scetticismo di chi attribuisce all’Europa gran parte del malessere degli Stati del Sud (furbescamente cavalcato dai vari populismi) e la perplessità di chi, pur favorevole, non si rassegna ad una “unione di bilancio”, presente nella testa dei burocrati. Naturalmente, per capire l’importanza umana dell’Europa basta avere avuto la fortuna di trascorrere da studente un anno all’estero (come il sottoscritto, in Germania): non si può assolutamente scordare l’apertura che nasce dall’incontro con l’altro che, al di fuori dal proprio Paese, è proprio “altro” in tutti i sensi.
Si sono affrontati diversi temi ed è emersa certamente una più decisa volontà di procedere verso obiettivi comuni, sia pure a velocità diverse in assenza di un consenso unanime, con una maggiore attenzione allo stato sociale e alle strutture che garantiscono sicurezza e difesa. Ma, al di là di facili e commoventi entusiasmi nel commemorare gli eventi del ’57, l’impressione che ne ho ricavato è quella di una certa parzialità di vedute, quasi sempre ricondotte ad una visione economico-utilitaristica. Non che non sia importante, intendiamoci, ma è sufficiente?
Un possibile punto di partenza, forse il più trascurato, è la stessa tradizione europea: ricchissima, porta in sé la profondità di secoli di cultura, che rendono difficile non trovare un suggerimento al presente, quasi da ogni angolo la si consideri.
Il problema dell’immigrazione, ad esempio, su cui proprio in questi giorni si è spento l’entusiasmo di Roma visto che molti Paesi rifiutano ricollocamenti nei propri confini, è sentito da tutti, più o meno consapevolmente, come la più grande sfida di oggi. Negli ultimi mesi si è parlato di costruire corridoi umanitari, di accogliere i rifugiati “regolari”, distinguendoli da presunti irregolari, di intervenire nei Paesi di origine con politiche di sostegno alle popolazioni locali, fino a soluzioni non troppo decorose, come pagare uno Stato (la Turchia) per fermare i profughi, impedendo loro di percorrere quelle rotte che potrebbero infastidire migliaia di elettori europei in vista delle prossime scadenze.
Pescando appunto nella tradizione, mi è capitato di leggere un breve saggio di Hannah Arendt, Noi profughi (We Refugees), scritto nel gennaio 1943, quando la giovane donna ebrea era da due anni negli Stati Uniti, in fuga dalla persecuzione nazista, avendo lasciato casa, lavoro e amici, cioè tutto. Con l’intelligenza e la sensibilità che l’hanno sempre contraddistinta, la Arendt richiamava agli ebrei in esilio semplicemente quello che erano, la loro intima identità, da non dimenticare nel tentativo di assimilarsi ai loro salvatori: “Con la lingua non abbiamo avuto difficoltà: dopo un solo anno, gli ottimisti sono convinti di parlare l’inglese tanto bene quanto la loro madre lingua e dopo due anni giurano solennemente di parlare l’inglese meglio di ogni altra lingua; il loro tedesco è una lingua che appena ricordano. Per dimenticare meglio evitiamo anzi ogni allusione ai campi di concentramento o di internamento, che abbiamo provato in quasi tutti i Paesi europei, la qual cosa potrebbe essere interpretata come pessimismo o come mancanza di fiducia nella nuova patria. […] L’inferno non è più una credenza religiosa o una fantasia, ma qualcosa di tanto reale quanto le case, le pietre e gli alberi”.
Secondo la nostra filosofa, qualcosa non andava in questo ottimismo conformista. L’incremento del tasso di suicidio degli ebrei, non solo in Europa, ma anche all’estero, lo dimostrava ampiamente: tutti “travestimenti” (Arendt) inutili, per mettere a parte la propria identità, avvertita come un ostacolo all’assimilazione e quindi alla salvezza: “Se cominciassimo a dire la verità — e cioè che non siamo altro che ebrei — ciò significherebbe esporci al destino degli esseri umani i quali, non essendo protetti da alcuna legge o convenzione politica, non sono altro che esseri umani. Mi è difficile immaginare un atteggiamento più pericoloso, perché realmente viviamo in un mondo in cui gli esseri umani in quanto tali hanno cessato di vivere per tanto tempo”.
Naturalmente, le considerazioni fatte dalla Arendt non valgono soltanto per gli ebrei: è il cuore dell’uomo ad essere essenzialmente “migrante” e la condizione spaventosamente tragica in cui tanti vivono ci avvicina semplicemente di più a noi stessi: “I profughi costretti di Paese in Paese rappresentano l’avanguardia dei loro popoli se conservano l’identità. Per la prima volta la storia ebraica non è separata, bensì legata a quella di tutte le altre nazioni. Il rispetto reciproco dei popoli europei è andato in frantumi quando e perché permise che i membri più deboli fossero esclusi e perseguitati”.
E’ solo un esempio, per dire che, a mio parere, si tratta di capovolgere le normali vedute.

 

 

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Senza interruzione

 
Pigi Colognesi
lunedì 27 marzo 2017

Mi hanno chiesto di chiarire meglio l’immagine — usata nell’editoriale di lunedì scorso per descrivere il cristianesimo — della “catena” che connette il mio presente con quel tempo passato in cui tutto ha avuto inizio. Provo a farlo riassumendo un racconto di Anton Cechov: Lo studente (1894).
Il protagonista, Ivan, studente all’accademia ecclesiastica, sta tornando nel suo villaggetto sperso nella vastità della pianura; è il Venerdì Santo, ma i segnali di primavera comparsi nei giorni precedenti sono stati cancellati dal repentino ritorno dell’inverno. “Gli pareva che questo freddo improvvisamente sopraggiunto avesse turbato in ogni cosa l’ordine e l’armonia, che la natura stessa fosse angosciata e perciò l’oscurità serale si fosse infittita più in fretta di quanto bisognava”. Il gelo gli suggerisce pensieri tristi: che il vento freddo che sentiva lui adesso è lo stesso che soffiava ai tempi degli antichi fondatori della madre Russia, di Ivan il Terribile e dello zar Pietro e che in tutti quei tempi “c’era già esattamente la stessa disperata povertà e fame”; non solo: anche per il futuro “la vita non sarebbe divenuta migliore per il fatto che fossero passati altri mille anni”. Il tempo è una morsa indifferente e implacabile.
Ivan passa di fronte alla casa dove la vedova Vassilissa e sua figlia Lukeria, sedute accanto al fuoco, sono intente ai lavori domestici. Ivan le saluta, parla del freddo e, trascinato dalla riflessioni che aveva appena fatto, paragona il loro presente con un passato ben noto: “Proprio allo stesso modo in una fredda notte si scaldò accanto al fuoco l’apostolo Pietro”. Le donne lo guardano interessate e lui continua il racconto di quei giorni lontani, concentrandosi su Pietro; egli “amava appassionatamente, perdutamente Gesù, ed ora vedeva da lontano come lo percotevano”. Ma poi lo rinnegò e “dice il Vangelo ‘Uscì fuori e pianse amaramente’. Immagino: un orto tutto silenzioso, tutto buio, e nel silenzio si odono appena sordi singhiozzi…”.
Coi tre puntini Cechov ci avvisa che siamo all’acme del racconto: improvvisamente Vassilissa scoppia in pianto. Ivan assume un’espressione “penosa e tesa, come quella di una persona che reprima un violento dolore”; per togliersi d’impaccio saluta le donne e prosegue il cammino. Rimugina su quello che ha visto. “Lo studente pensò che, se Vassilissa si era messa a piangere e sua figlia si era turbata, evidentemente ciò ch’egli poc’anzi aveva raccontato, ciò che era avvenuto diciannove secoli addietro, aveva un legame col presente: con le due donne e, probabilmente, con quella campagna deserta, con lui stesso, con tutti gli uomini. Se la vecchia aveva pianto, non era stato solo perché egli sapesse raccontare in modo commovente, ma perché Pietro le era caro e perché ella, con tutto l’essere suo, aveva interesse a ciò che era avvenuto nell’anima di Pietro”.
“E la gioia — conclude Cechov — tutt’a un tratto si rimescolò nel suo cuore, ed egli stesso si fermò perfino un momento, per riprender fiato. Il passato — pensava — è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi scaturiti uno dall’altro. E gli pareva di aver veduto dianzi entrambi i capi di questa catena: ne aveva appena toccato un capo, che l’altro aveva dato un sobbalzo. […] Egli pensava che la verità e la bellezza che avevano indirizzato la vita umana laggiù, nell’orto e nel cortile del gran sacerdote, erano continuate senza interruzione fino ad oggi ed evidentemente avevano costituito l’essenziale nella vita umana e, in genere, sulla terra”.

 

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Logos e techne

SCUOLA/ Una studentessa: noi, due giorni a parlare di cose “utili” all’anima
Redazione
venerdì 17 marzo 2017

Caro direttore,
mi chiamo Martina e sono una studentessa di Bologna. Mancano pochi giorni all’esame di maturità, eppure oggi ho deciso di prendere un treno per andare a Roma alle Romanae Disputationes per il terzo anno consecutivo. Nonostante tutti gli impegni e la frenesia di questo periodo, penso che questa sia una di quelle occasioni che vale la pena cogliere. Scegliere di andare alle Romanae Disputationes e, di conseguenza, mettersi alla prova, insieme ai miei compagni, nel pensare a come affrontare il tema scelto significa dare voce all’Ulisse che ho dentro: spremere la linfa della vita, e avvicinarci un po’ di più alla risposta alle domande che ci fanno ardere l’anima.
Andare a questo appuntamento per me significa lasciare spazio ad un dialogo a tu per tu con la filosofia, con il mio amore per il sapere e con la mia sete di conoscenza che non verrà mai acquietata, ma piuttosto amplificata. Concretamente, ciò si traduce in un dialogo tra docenti e studenti volto a guardare in modo critico il vero valore delle questioni fondamentali che costituiscono il minimo comune denominatore tra tutti gli uomini: la ragione, la libertà, la giustizia, e (più attuale che mai) la tecnologia.
La mia aspettativa non è quella di incamerare nozioni come un vaso da riempire, nè tanto meno riflettere sul nulla, sul vago o sull’ideale. Se la filosofia mi può aiutare, lo fa conducendomi a capire chi sono io e per cosa sono fatta. In quanto “animale metafisico”, come direbbe Schopenhauer, non riesco ad allontanare le mie domande sulla vita, basta uno sguardo alle stelle a rievocarle. Il confronto con il tema “Logos e techne”, ad un primo impatto arido e distante, mi ha portato a chiedermi fino a che punto la tecnica permetta all’uomo di conoscersi e funga quindi da bastone che “prolunga” le sue possibilità di raggiungere una risposta alle domande ultime che lo costituiscono. Ho scoperto inoltre che vi è un limite oltrepassato il quale la tecnica porta l’uomo ad alienarsi da se stesso, facendo prevalere in lui la volontà di potenza e di possesso sul reale. Spero dunque che anche quest’anno le Romanae Disputationes siano l’occasione di esplorare e conoscere in profondità il tema proposto per tornare a casa arricchita, non solo di un nuovo modo di guardare alla tecnica, ma anche di uno sguardo più vero su me stessa e sul mistero che sono.
Desidero tornare ancora più affamata di risposte, perché la conoscenza è un abisso e la filosofia un trampolino. Un grande maestro mi ha insegnato in questi anni che non ci stancheremo mai di esplorare e che torneremo sempre allo stesso punto, cioè chi noi siamo: “Non ci stancheremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta” (T.S. Eliot). Mi auguro che questo desiderio accompagni per tutta la vita me e tutti i miei compagni in questa avventura delle Romanae Disputationes.

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Religione è amore al di là di noi

Francesco Roat
martedì 7 marzo 2017

Tradurre un’opera come Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche è, oggi al par di un tempo, impresa da far tremar le vene e i polsi. È riuscita di recente a realizzarla Susanna Mati — a mio avviso in modo egregio — dimostrando una maestria davvero esemplare, grazie a cui è oggi disponibile ai lettori una traduzione (edita da Feltrinelli) la quale non tradisce affatto l’originale ma che si rivela fedele, puntuale, attenta a cogliere ogni nuance dello scritto, riuscendo altresì nel miracolo di far emergere tutta la poesia, la vis polemica e la verve di cui è pregno il testo nietzscheano. Per non parlare dell’eccellente postfazione all’opera — vero e proprio saggio critico — realizzata sempre dalla traduttrice che, da valente filosofa qual è, ha saputo cogliere e analizzare (cioè sciogliere) i nodi principali del pensiero nietzscheano presenti nel libro. Ma veniamo dunque ad esso.
Nel febbraio 1883 Nietzsche così confessa al suo editore E. Schmeitzner, informandolo d’aver scritto lo Zarathustra: “Si tratta di una ‘composizione poetica’, o di un quinto ‘Vangelo'”. E nell’aprile del medesimo anno il filosofo ribadisce tale formula a Mavilda von Meysenbug: “io ho sfidato tutte le religioni e scritto un nuovo ‘libro sacro’!”. Quello che è considerato il capolavoro del filosofo di Röcken si può perciò cogliere quale una sorta di contro-evangelo, proposto però da lui in modo implicito, vista anche la veste di romanzo-poema che l’opera assume. Rimane pur sempre, tuttavia, un dato non marginale: Nietzsche volle farsi alfiere dell’anticristianesimo più che porsi quale anticristo, come pure egli afferma di essere in Ecce Homo e come recita il titolo dell’omonimo saggio nietzscheano, datato 1888, che doveva inaugurare una serie di quattro libri all’insegna della “trasvalutazione di tutti i valori” di cui solo il primo fu completato.
Tornando al protagonista del capolavoro di Nietzsche, va subito detto che il suo nome ricalca quello con cui viene designata la figura centrale del mondo religioso iranico preislamico — ovvero Zarathustra/Zoroastro —, estatico cantore ma al contempo profeta, nonché riformatore cultuale e culturale. Questa precisazione solo per ribadire l’intento dell’autore di fare del suo Zarathustra il nunzio di una buona novella religiosa alternativa o, appunto, di un quinto vangelo da contrapporre ai quattro tradizionali ed in cui si ribadisce la morte di Dio (già proclamata ne La gaia scienza).
Il Dio di cui Nietzsche denuncia la scomparsa si riferisce a quello della tradizione giudaico-cristiana e, in generale, al Dio di ogni teismo; anche se la predilezione, da parte del Nostro, per Dioniso potrebbe far pensare altrimenti. In ogni caso la faccenda non è poi così scontata. Ad esempio, secondo la lettura di Hans Robert Jauss, l’affermare il decesso di Dio implica inevitabilmente che prima non poteva essere morto: prova — a suo dire — ex negativo dell’esistenza di Dio.
In Ecce Homo peraltro, il Nostro cerca di puntualizzare in cosa consista il suo sentirsi ateo, ma tale chiarimento non fa che rendere più complessa/sfumata detta umbratile delucidazione. Dopo aver dichiarato il proprio disinteresse sin dall’estrema giovinezza per concetti quali Dio o al di là, egli precisa: “Non conosco affatto l’ateismo come risultato, ancor meno come avvenimento: esso mi è congeniale per istinto. Sono troppo curioso, troppo problematico, troppo irriverente, per accontentarmi di una risposta così piattamente grossolana”.
Secondo vari interpreti del pensiero del filosofo, Nietzsche è, appunto, uomo troppo complesso/sottile per limitarsi a un mero materialismo ateo; egli si espresse in termini poetico-filosofici, giungendo a dichiarare non tanto l’inesistenza di Dio, ma la sua morte. Così, nota provocatoriamente Luigi Zoja: “Un Dio che muore e rinasce non solo non corrisponde all’ateismo, ma è una delle forme più antiche di religione”. Di conseguenza, sempre a detta del noto psicoanalista italiano, “Per Nietzsche, gridare che Dio era morto significava, paradossalmente, proclamare che il problema di Dio era tragicamente vivo”. Vivo in senso psicologico, quantomeno. E verrebbe da aggiungere: se non presente forse latente, a livello psichico, non solo in Nietzsche, ma presso tutti coloro che — secondo l’aforisma 125 della Gaia scienza — avrebbero ucciso/espunto ogni traccia divina dai loro cuori o tentato di farlo.
Visto da un’angolazione ulteriore, l’annuncio nietzscheano rispetto alla scomparsa di Dio è comunque quello di un evento inquietante. L’affidarsi a Dio comporta in effetti per i fedeli la garanzia di una sicurezza ontologica e di un caposaldo cui ancorarsi stabilmente. Il venir meno della credenza nella divinità/metafisica invece fa sì che ogni fondamento (Grund) creduto tale si riveli un abisso (Abgrund). Potremmo quindi dire che per Nietzsche risultano morti Platone e al contempo la pretesa di fondare qualsiasi metafisica, cioè la pretesa di assolutezza, di giungere a verità incontrovertibili, di potersi basare su principi universalmente validi, o su dati certi e oggettivi.
Ma quale sarebbe allora l’inedita spiritualità/religiosità di Zarathustra? L’invito che il profeta del Nostro ripetutamente fa ai suoi uditori è quello di restare fedeli alla terra, tramite una “fede” (Glauben) nella vita — che non sia però superstizione (Aberglauben) — da esprimersi tramite un sì senza se o ma nei confronti di tutto quanto l’esistenza comporti. È questo contegno una sorta di stoico amor fati — che l’auspicato superuomo (Übermensch) nietzscheano dovrebbe far proprio — indicatore d’una indubbia religiosità, analoga a quella fatta propria da molti mistici. Dice peraltro bene Ronald Dworkin che ormai “Filosofi, storici e sociologi della religione si sono espressi a favore di un resoconto dell’esperienza religiosa in cui trovasse posto anche l’ateismo religioso. (…) Perciò l’espressione ‘ateismo religioso’, per quanto sorprendente, non è un ossimoro”.
Lo testimonia lo stesso sedicente ateo Nietzsche in un frammento postumo dell’estate 1875, dove il filosofo precisa cristianamente che, a suo dire, “Religione è amore al di là di noi”. Ed in un abbozzo programmatico stilato nel 1884, dove egli nota: “Il superamento dell’uomo. Nuova concezione della religione”. Che poi l’eccentrica religiosità del superuomo — di colui che procede/tende sempre oltre se stesso, mai fissandosi/fossilizzandosi in formule esistenziali o etiche rigide e definitive — sia stata poi travisata dal nazismo, non è certo colpa del Nostro.

 

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Saporiti

Marco Pozza
sabato 4 febbraio 2017

Venuti al mondo per dare l’assalto: avventurieri, esploratori, pionieri. Nati, certi giorni, per calare le reti in mare, altri per riparare le reti sulla riva, altri a poggiare lo sguardo sul destino del mondo. Avranno il sale cucito addosso tutti gli amici del Maestro: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13-16). Nel loro volto brillerà la luce: “Voi siete la luce del mondo”. Sono arnesi — il sale e la luce — che non hanno la veemenza tipica dell’assalto ma tengono la delicatezza di chi si poggia sul bordo delle cose, sul limite del mistero: sul cibo per dare sapore, sulla superficie delle cose per darle fisionomia, spessore. Elementi primi di una vita feriale che a Dio stette tremendamente più a cuore delle vite-esagerate allora in voga.
Il sale non forza la carne: le si appoggia sopra, quasi chiedendole il permesso d’entrare. La luce non calca la superficie: le bussa tutt’intorno per chiederle se è gradita. Il sale e la luce, come l’uva del vigneto nella stagione del sole: il sole non la tocca nemmeno, eppure guardandosi il grappolo si scopre vino buono. La ricetta-del-gusto è trasparente nei Vangeli: evangelizzare non è aggiungere qualcosa che la creatura non possiede, armati di paura e forza. Parlare di Dio sarà una sfida di tutt’altra fattezza: permettere all’uomo di scoprire ciò che è già dentro di lui. Poggiarsi sull’uomo, lambire la ferita che sanguina, palpare la carne sofferente. Stare sulla soglia, pronti a tutto, capaci d’amare il tutto che accadrà: il massimo del rifiuto, l’inimmaginabile dell’accoglienza. Dio, in breve.
Nella realtà, cum grano salis. Dentro quel dramma-della-carne che per i poveri è l’unico dogma che esista: tutto il resto, anche la più fine teoria, non ha sapore se la carne non ne avverte l’urto di ciò che significa per lei. La vita vera, la vita più misera, è sempre più fascinosa della vita immaginata: dentro la storia Dio si manifesta, sulle nuvole ama dare appuntamento l’Avversario. Forse per questo Cristo, agli amici che volevano andargli dietro, ha detto d’essere luce e sale: si specializzeranno nel fare emergere ciò che già esiste, nel risvegliare il gusto delle cose, nel dare una forma all’amore-ottenebrato, nel prestare voce a chi voce non ha. Con quel modo di fare modesto che è della madre: in attesa, bussando.
Come ha fatto Lui, così faranno loro: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19). Luce-negata, bellezza-ferita, Dio-rifiutato: la luce, però, non per questo si è fatta oscura, è diventata oscurità. Ha accettato d’essere luce-negata, tanto “non può restare nascosta una città che sta sopra un monte”.
Non può, dice Cristo: che ognuno rimanga desto al suo posto, che ciascuno s’attacchi alla missione per la quale è nato: il sale per insaporire, la luce per illuminare, la barca per non addormentarsi nel porto. Che ognuno, nel giorno decisivo, si faccia trovare pronto nella sua postazione-d’attacco: esserci sarà salvarsi, distrarsi perdersi. Con l’amarezza d’aver sprecato un’avventura: “A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Sopra un monte, sul candelabro, bene in vista: saporiti. Che s’accorgano tutti cos’è l’amicizia con Dio. Felice destino quello dei cristiani: combattuti, arsi, minacciati. Crocifissi e derisi: beati voi! Gli infelici saranno tutti gli altri: quelli che nessuno contesta, coloro dei quali nessuno s’accorge, i volti di chi cerca degli amici occasionali. I primi arsi vivi sulle graticole, i secondi ignorati: mentre la carne dei primi arderà, i secondi s’intestardiranno a domandarsi come mai loro, invece, non danno problemi a nessuno. Non infastidiscono il principe-fastidioso: il che, a ben pensarci, rattrista assai dal momento che il vivere non è mai costato così tanto come il vivere-male. Il morire accorgendosi di non aver vissuto: lampade sotto il moggio, sale senza sapore. Infedeli a Dio: “Che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Vi guardino per scrutare Lui da vicino: il Creatore nella creatura, il Tutto nel frammento, Dio nell’uomo. Il sale e la luce: il primo, per dare sapore, brucia. La seconda, per far luce, smaschera: nella ferita “si nasconde, clandestinamente, la perla della nostra salvezza” (P. d’Ors). Anche della differenza cristiana: diversamente-uomini.

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Fine di una storia

Giorgio Vittadini

venerdì 3 febbraio 2017

Il dibattito sull’assetto politico post referendum sembra assumere toni surreali. Pare che andare a elezioni sia diventata la cosa più urgente in questo momento, dimenticandosi però della prospettiva drammatica verso cui il nostro Paese si sta indirizzando a grandi passi, per la prima volta, dalla fine della guerra e della ricostruzione. Forse non ce ne rendiamo conto del tutto, perché siamo per lo più ancora circondati dal benessere e la solidarietà tra generazioni all’interno delle famiglie italiane ha finora tenuto. Ma basta un’occhiata ai dati per capire che la situazione è tutt’altro che rosea.
La condizione giovanile è pesantissima: il tasso di disoccupati nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni a dicembre ha superato il 40%, il livello più alto toccato dal giugno 2015. Se è vero che sono aumentati gli occupati dell’1,1% rispetto al dicembre 2015, è anche vero che su un totale di 242mila occupati, 155mila sono a tempo determinato.
I giovani non trovano un posto stabile e le competenze dei nativi digitali sono largamente ignorate da aziende e imprese.
Per vent’anni la nostra classe politica ha espresso personalismi e improvvisazioni sia a destra che a sinistra. Oggi dominano politici e comitati d’affari senza un progetto chiaro e condiviso su come uscire dalla crisi.
Cosa suggerisce questo quadro impietoso? Ci fa ricordare quello che avevano capito i padri costituenti e che è stato ribadito nel recente convegno “Repubblica e Costituzione”: si fa politica per il bene comune e per l’unità del Paese.
Allora persone che partivano da punti di vista politici e ideologici opposti avevano capito che per risollevare un Paese lacerato e distrutto dalla guerra dovevano giungere a un compromesso virtuoso. In questo modo si ottenne la Costituzione. Oggi che l’Italia rischia di scivolare in serie B, chiunque governi o andrà all’opposizione ignora ciò che c’è in gioco: la rinuncia a diritti essenziali, come il lavoro per i giovani, il diritto a casa, assistenza, salute… In questa situazione occorre aprire dialoghi fra le parti e convergere verso provvedimenti condivisi. Non basta la scaltrezza politica. Occorre recuperare tutti qualcosa che viene prima: un atteggiamento di purezza.
Davanti a una situazione che può sembrare irrisolvibile, nelle persone può scattare un sentimento di tristezza, ma la percezione che qualcosa non funzioni, può generare un nuovo impulso verso la costruzione della res publica. Questo sentimento di tristezza è spesso censurato: è meglio urlare, insultare, accusare, lasciarsi andare a reazioni di pancia. Ma l’uomo che prova tristezza più facilmente è colui che prova nostalgia per il benessere di tutti, non opera divisioni, ha una ingenuità positiva che lo porta a compiere gesti di “bellezza disarmata”, come titola il libro di Julián Carrón. Gesti quali: attivarsi spontaneamente per il prossimo, accogliere gli ultimi, ricominciare a fare impresa, riprendere a educare i giovani che nelle scuole vivono situazioni di disagio.
Cosa centra tutto questo con la legge elettorale che la Consulta ha modificato e indicato come utilizzabile?
Come hanno commentato in tanti è una legge che non permette a nessuno, in caso si voti oggi, di vincere le elezioni e di formare un governo. Non c’è partito che, realisticamente, sia in grado di arrivare da solo al 40%, come non esiste al momento alcuna coalizione che possa raggiungere il 51%. Inoltre, si perpetua la tragedia dei capi lista nominati dal partito, non scelti dal popolo per i loro meriti.
Sarebbe un disastro se si votasse oggi come chiedono in tanti. Avremmo davanti anni di ingovernabilità e di lavori parlamentari complicati e inefficaci.
Una tristezza commossa per il declino e l’impoverimento della vita politica chiede che prima di qualunque voto si arrivi a un accordo elettorale serio. Chi per qualsiasi calcolo politico si opponesse a questo disegno sarà responsabile nei confronti, non solo dell’opinione pubblica, ma anche della storia italiana.

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Una creatura infinitamente amabile

Come Dio ci ama
Vincent Nagle
sabato 28 gennaio 2017

La settimana scorsa sono stato ospite al New York Encounter, uno stupendo festival culturale cattolico che si tiene ogni anno a Manhattan, e lì ho avuto una conversazione pubblica con un attore ormai molto premiato e che comincia ad apparire in tanta tv importante e poi anche in qualche film, di nome Richard Cabral. L’Encounter lo aveva invitato perché ha una storia particolare. Cresciuto nei “barrios” di Los Angeles, entrò in una banda di fuorilegge a 12 anni, e dall’età di 13 anni cominciò a frequentare il carcere. A vent’anni ha affrontato una condanna a 20 anni, che poi viene commutata a soli cinque anni. Una volta uscito di prigione cerca di cambiare vita, conosce un prete molto noto che lavora con i ragazzi delle gang, trova loro lavoro e li aiuta a ricominciare a vivere. “Vedi, Father Greg ha aiutato quella piccola fiamma che c’è nel mio animo a riaccendersi… mi ha aiutato a credere nell’amore… perché se qualcuno altro mi ha amato, come non posso amare me stesso?”.
Ad un certo punto, ad una mia domanda sulla sua vita nella gang, ha dato una risposta che ha sorpreso tutti, suscitando più di un mormorio nel migliaio di persone che ci stavano ad ascoltare. “Quelli della banda — ha detto Cabral — erano le persone più amabili del mondo. Le gangs esistono per l’amore”. Dopo tutto quello che aveva detto della violenza della sua vita, delle aggressioni più o meno gratuite che ha visto e fatto, questo non me lo aspettavo. Nella mia testa vedevo uomini pericolosi, pieni di rabbia e brutalità, e perciò era scioccante guardare Richard mentre lui era commosso al pensiero dei suoi ex compagni.
E allora mi sono ricordato di mio padre, un reduce della seconda guerra mondiale che, dopo tanti anni in cui non aveva più voluto sentir parlare di quelle esperienze brutali, nell’ultima parte della sua vita cercava la compagnia di quelli che avevano fatto la guerra con lui. Era così, pensavo, perché si trattava di uomini che avrebbero dato la vita per lui e mio padre aveva ora bisogno di ricordare il tempo in cui si sentiva amato.
Ho visto in Richard una nostalgia simile a quella di mio papà. E guardando Richard, avevo il desiderio di poter guardare in volto persone minacciose come lui era stato capace di fare. Vorrei poter stare davanti a persone che portano distruzione e sangue e vedere che sono amabili, che sono le persone più amabili del mondo.
Tre giorni dopo, ho potuto celebrare la messa per il secondo anniversario della morte di un amico che è stato leader di una comunità cristiana di New York. Era un nero, cresciuto nella povertà, dedito alla droga e all’alcol, a furti e violenze con le quali si procurava le sostanze di cui era dipendente.
Poi un incontro con un prete gli ha cambiato la vita. Ha incontrato una ragazza di questa comunità, una cattolica per bene e si sono sposati. Mentre lui moriva, lei ha fatto dei video (si trovano su Youtube) sul marito parlando della vita, di Dio, dell’amore, della gratitudine, della bellezza. Si chiamava Frank Simmonds. Rivedendo questi video la cosa che più mi ha colpito era quando Frank ha dichiarato che il dono più grande che Dio gli aveva dato, e di cui era più grato, era di poter vedere se stesso come Dio lo vedeva, con lo stesso sguardo di Dio. E ciò che vedeva era una creatura infinitamente amabile.
Voglio questo. Vedere le persone, me compreso, come Dio ci vede, senza paura. Voglio scoprire come ognuno di noi è infinitamente amabile. Questa è la mia preghiera. Grazie, New York!

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I cuori grandi

Fabio Capolla
mercoledì 25 gennaio 2017

ELICOTTERO 118 CADUTO. Cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo. In tanti ieri si sono posti questa domanda. L’Abruzzo in queste ultime settimane è diventato il centro del mondo. Per le disgrazie. Mentre i soccorritori lavorano alacremente sulle rovine dell’hotel di Rigopiano per recuperare i corpi delle persone rimaste sotto la slavina, con la speranza, sempre più flebile, di trovare qualcuno ancora in vita, le cronache registrano altri sei morti. Un elicottero del soccorso del 118 è precipitato ieri subito dopo aver recuperato uno sciatore 50enne di Roma, che si era rotto tibia e perone sciando nella stazione di Campo Felice, sul versante aquilano della catena del Gran Sasso. La scarsa visibilità, forse un cavo elettrico colpito dall’elicottero. Fatto sta che il velivolo è precipitato per 600 metri. Le sei persone a bordo non hanno avuto scampo.
Tra di loro un medico e un volontario del soccorso alpino, Walter Bucci e Davide De Carolis che fino al giorno prima erano stati a Rigopiano, a portare i soccorsi, a cercare di recuperare i superstiti travolti dalla slavina.
Tristezza, lacrime, disperazione. La notizia in pochi minuti è rimbalzata dall’Aquila a Rigopiano, fino a Teramo. Tante domande senza risposta, tanti perché. Il destino che trasforma uomini dediti al salvataggio di altri uomini in vittime. L’Abruzzo al centro del mondo, ma non per il fascino delle sue montagne, per la bellezza della costa. Dagli Appennini al mare in pochi minuti, quando non ci sono scosse di terremoto, nevicate che si ricordano nel tempo, quando c’è la luce e le vecchiette di paese raccontano aneddoti della montagna. L’Abruzzo forte e gentile mostra tutte le sue debolezze. Chiede preghiere, unico sollievo per dare risposte a chi è rimasto a piangere i propri cari.
“Ho condiviso con lui tanti anni di lavoro a Carsoli ed il suo sorriso mi accompagna ancora… ora è in Cielo, ha dato la vita per soccorrere un altro uomo!”, scrive un medico del 118 teramano per ricordare Walter Bucci. Una persona che ha vissuto il suo ruolo di medico rianimatore dedicato agli altri e per salvare un altro ha trovato la morte. La sua dedizione verso gli altri lo aveva portato a diventare volontario del soccorso alpino, quando non era in servizio con il 118.
A piangere Davide centinaia di persone. A Teramo, dove da ragazzino faceva lo scout, il liceo, prima di trasferirsi a Santo Stefano di Sessanio, nell’Aquilano, dove viveva con la moglie, la figlia, dove era diventato consigliere comunale. A inizio anno era su una ruspa per liberare dalla neve le strade del paese. Sempre pronto a portare aiuto, a qualsiasi livello. Quell’educazione scout che ne aveva fatto un ragazzo amato da tutti, che lo aveva fatto diventare uomo. E uomo per gli uomini.
Disastri su disastri, ma anche la scoperta di cuori grandi, di dedizione verso l’altro. Così si scopre che, al di là del dolore, queste persone non sono morte per nulla. Hanno lasciato un segno, una testimonianza. Una speranza per chi li ha conosciuti, ma anche per chi li ha scoperti nel momento dell’emergenza.

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La bellezza fa capolino

Gianfranco Lauretano
giovedì 19 gennaio 2017

La macchina di produzione cinematografica hollywoodiana è ultimamente a corto di idee e sempre più orientata a rimasticare i classici o a dare ulteriori puntate di film di successo (tutti i supereroi, le guerre stellari e non stellari…). Si tratta di film sempre più inzeppati di effetti speciali, di azione spasmodica, di ininterrotti colpi di scena, tanto da risultare persino noiosi. Questo perché di tutti i linguaggi che costituiscono un film, tra recitazione, immagine, musica, parola, quest’ultima è la più trascurata; tanto che ciò che essa porta, soprattutto contenuti e fascino della storia, si è impoverito in modo impressionante, per l’angustia di idee, soggetti e sceneggiature.
È forse il sintomo di una generale decadenza degli americani, come mostrano le recenti vicende politiche, l’ansia guerrafondaia che non li abbandona, lo stato degenerato delle loro città, la violenza crescente, insensata e strisciante di cui molti sono fautori e vittime.
Per questo suscita un certo stupore la comparsa di un film che, benché americano, ambientato in America, incentrato sulla lingua e la letteratura americana, di americano sembra avere ben poco. Si tratta di Paterson, del regista Jim Jiarmusch, con protagonista Adam Driver, il Jedi Oscuro di uno degli strascicati sequel di Star Wars. La storia è quanto di più feriale si possa immaginare: il protagonista è un conducente di autobus, che vive con la moglie, o la compagna (il film non lo chiarisce) in una cittadina di provincia, Paterson appunto, piccola, decadente, con strade poco pulite, fili dell’alta tensione che penzolano sulle strade di un centro poco storico, zone industriali dismesse e abbandonate. E si chiama Paterson anche lui, come la città.
La storia è quanto di più ordinario ci sia: viene rappresentata, giorno per giorno, una settimana della vita dei due protagonisti. Non ci sono pistolettate, non inseguimenti in macchina, né cadute da grattacieli: Paterson si alza tutte le mattine alla stessa ora, fa colazione, va al deposito comunale degli autobus, lavora tutto il giorno, la sera porta il cane a spasso e si ferma per una birra al bar. Chiacchiera con sua moglie, ascolta casualmente i discorsi dei passeggeri o degli avventori del bar. I personaggi sono sempre gli stessi, la location pure. Ciò che di imprevisto accade è che lui scrive poesie. Su un taccuino che ha sempre con sé scrive i versi che gli vengono in mente durante la giornata, mentre sta già al volante dell’autobus aspettando il segnale di inizio corsa, o durante la pausa pranzo, sbocconcellando un sandwich. L’ispirazione può venire da ovunque: una particolare scatola di fiammiferi, la forma delle nuvole, il pensiero della sua donna.
E questo è il cuore del film: anche nell’esistenza più comune la bellezza fa capolino. È solo una questione di capacità di scorgerla e farne memoria: ecco il mestiere del poeta, dell’artista in genere, secondo il film: appuntarsi la bellezza, riscoprire di avere un’anima, persino se si vive la vita più piatta del mondo.
Non solo: durante la storia, si viene a scoprire che Paterson è una città dalla profonda memoria poetica, una piccola Recanati made in Usa: è la città di William Carlos Williams, un classico del Novecento, e Allen Ginsberg, esponente della leggendaria beat generation, ci ha trascorso del tempo; si parla di tanti poeti, persino Petrarca (c’è molta Italia nel film). E poi le persone che vengono in contatto con il protagonista, sono spesso artisti quotidiani, nascosti ma ispirati, come lui: dalla moglie che si scopre essere una pittrice originale, al cantautore rap incontrato nella lavanderia pubblica.
È un viaggio, insomma, alle sorgenti della bellezza, in cui si scopre che la bellezza dell’uomo è dappertutto e che la sua anima infinita vive anche nei luoghi più semplici e meno apparentemente poetici.

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Un modo autenticamente vincente

Antonio Quaglio
lunedì 16 gennaio 2017

NEW YORK — “Io sono pessimista, Julián”. “No, la crisi può essere superata, è il senso della nostra sfida”. Joseph Weiler e don Julián Carrón stanno conversando-duellando ormai da un po’ nel pomeriggio domenicale del New York Encounter 2017. Il giurista e politologo della NY University e di Harvard è arrivato preparatissimo (“ventidue ore in aereo da Singapore”) su Disarming beauty, ultimo libro del presidente di Cl. È sulla crisi della famiglia che Weiler non riesce proprio a farsi contagiare da quello che pure riconosce essere un messaggio fortissimo del volume, l’appello per una nuova “missionarietà” del cristianesimo cattolico nella storia.
“Il vero problema del modello di famiglia occidentale — dice Weiler — non è l’inclusione del matrimonio fra persone dello stesso sesso, ma la caduta della natalità. Io vedo che nella famiglia cristiana sono ancora vivi i valori della fiducia nel futuro, della partecipazione con Dio alla creazione, della responsabilità e dell’educazione a una vita non materialistica. Ma sono dubbioso sul fatto che possano diffondersi con forza nella società attorno, facendola tornare anche più fertile di figli”.
“Il vero problema è testimoniarlo — ribatte Carrón —; quando una famiglia vive con autenticità il suo cristianesimo, emana una bellezza che non può non essere riconosciuta. L’emergenza educativa è qui: i genitori devono suscitare nei figli interesse vero per ciò che è autentico e bello, per ciò che contribuisce al bene comune. E la bellezza di una famiglia cristiana è attrattiva: farne presenza nella comunità degli uomini è una risposta reale contro ciò che è non reale. La sfida si vince qui, noi cristiani possiamo resistere alla crisi e aiutare la società a resistere”.

Il botta e risposta — nell’auditorium pieno del Manhattan Pavillon — è cominciato quando Weiler ha chiesto a Carrón “un tweet” sul perché ha scritto il suo libro. “Perché come tutti mi sto rendendo conto che le nostre vite sono nel mezzo di un passaggio difficile. Le crisi del passato che sono state affrontate con idee vecchie si sono trasformate in disastro. Ecco, mi premeva interrogarmi su come la fede cristiana possa essere una risposta originale alla crisi: se può cambiare il nostro modo di vivere e facilitare la soluzione della crisi del mondo contemporaneo”.
Weiler incalza: “Il 2016 è stato terribile, anche per il terrorismo in Europa”. Carrón non ha cambiato l’approccio dopo il primo attentato parigino a Charlie Hebdo. “Chi addita guerre di religione o problemi psicologici indotti dalla religioni è superficiale, fuori strada. Io continuo a pensare che il problema sia più profondamente radicato e non sia risolvibile, ad esempio, con una coalizione militare contro l’Isis. Nel mondo globalizzato un uomo che arriva da un continente in un altro deve essere accolto con il dialogo, non può trovare il vuoto. E se uno non vede nella nuova società in cui si trova a vivere, assieme ai suoi figli, una proposta, una proposta attrattiva, finisce per vivere nel vuoto. Il confronto fra l’Europa e il mondo islamico si gioca qui. Un cristianesimo vivo dentro la società europea — oggi sempre più secolarizzata — può contrastare in tutti la tentazione della violenza”.
Un aspetto del problema, sottolinea Carrón, è che “spesso i cristiani credono poco nella forza, nella bellezza, nell’attrattività della propria fede”. Si sono un po’ dimenticati di come il cristianesimo ha vissuto nei suoi primi tre secoli di vita. “I cristiani erano una minuscola comunità in Palestina, ai confini di una grande società multiculturale come l’Impero romano. Eppure, grazie alla fede, alla trasmissione personale della fede, hanno diffuso il Vangelo nell’Impero del Pantheon. Allora i cristiani sono stati capaci di offrire un modo di vivere ricco di significato: autenticamente vincente. E allora lo hanno fatto con la testimonianza, attraverso una libertà di credere potente ma anche rispettosa delle altre libertà di credere. Glielo aveva insegnato Cristo, che da invisibile si era fatto visibile, che era venuto a mostrarsi in carne e ossa, ad annunciare che una nuova vita era possibile”. Bastava seguirlo, basta seguirlo.

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