Ah perché non è infinito come il desiderio, il potere umano?

Dalla raccolta Canto Novo

Gabriele D’Annunzio

Canto dell’Ospite
Canta la gioia
Canta la gioia! Io voglio cingerti
di tutti i fiori perché tu celebri
la gioia la gioia la gioia
questa magnifica donatrice!
Canta l’immensa gioia di vivere,
d’essere forte, d’essere giovine,
di mordere i frutti terrestri
con saldi e bianchi denti voraci,
di por le mani audaci e cupide
su ogni cosa dolce tangibile,
di tendere l’arco su ogni
preda novella che il desìo miri,
e di ascoltare tutte le musiche,
e di guardare con occhi fiammei
il volto divino del mondo
come l’amante guarda l’amata
e di adorare ogni fuggevole
forma, ogni segno vago, ogni imagine
vanente, ogni grazia caduca.
ogni apparenza ne l’ora breve.
Canta la gioia! Lungi da l’anima
nostra il dolore, veste cinerea.
È un misero schiavo colui
che del dolore fa la sua veste
A te la gioia, Ospite! Io voglio
vestirti de la più rossa porpora
s’io debba pur tingere il tuo
bisso nel sangue de le mie vene.
Di tutti i fiori io voglio cingerti
trasfigurata perché tu celebri
la gioia la gioia la gioia
questa invincibile creatrice.O falce di luna calante
O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ‘l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

***

Laudi (del cielo del mare della terra e degli eroi)
Libro primo – Maia

O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
come una ruggente face,
come la gorgóna,
come la centàurea veste;

o Vita, o Vita,
dono d’oblìo,
offerta agreste,
come un’acqua chiara,
come una corona,
come un fiale, come il miele
che la bocca separa
dalla cera tenace;

o Vita, o Vita,
dono dell’Immortale
alla mia sete crudele,
alla mia fame vorace,
alla mia sete e alla mia fame
d’un giorno, non dirò io
tutta la tua bellezza?

Chi t’amò su la terra
con questo furore?
Chi ti attese in ogni
attimo con ansie mai paghe?
Chi riconobbe le tue ore
sorelle de’ suoi sogni?
Chi più larghe piaghe
s’ebbe nella tua guerra?
E chi ferì con daghe
di più sottili tempre?
Chi di te gioì sempre
come s’ei fosse
per dipartirsi?

Ah, tutti i suoi tirsi
il mio desiderio scosse
verso di te, o Vita
dai mille e mille vólti,
a ogni tua apparita,
come un Tìaso di rosse
Tìadi in boschi folti,
tutti i suoi tirsi!

Nessuna cosa
mi fu aliena;
nessuna mi sarà
mai, mentre comprendo, mondo
Laudata sii, Diversità
delle creature, sirena
del mondo! Talor non elessi
perché parvemi che eleggendo
io t’escludessi,
o Diversità, meraviglia
sempiterna, e che la rosa
bianca e la vermiglia
fosser dovute entrambe
alla mia brama,
e tutte le pasture
co’ lor sapori,
tutte le cose pure e impure
ai miei amori;
però ch’io son colui che t’ama,
o Diversità, sirena
del mondo, io son colui che t’ama.

Vigile a ogni soffio,
intenta a ogni baleno,
sempre in ascolto,
sempre in attesa,
pronta a ghermire,
pronta a donare,
pregna di veleno
o di balsamo, tòrta
nelle sue spire
possenti o tesa
come un arco, dietro la porta
angusta o sul limitare
dell’immensa foresta,
ovunque, giorno e notte,
al sereno e alla tempesta,
in ogni luogo, in ogni evento,
la mia anima visse
come diecimila!
È curva la Mira che fila,
poi che d’oro e di ferro pesa
lo stame come quel d’Ulisse.

Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
Ah perché non è infinito
come il desiderio, il potere
umano? Ogni gesto
armonioso e rude
mi fu d’esempio;
ogni arte mi piacque,
mi sedusse ogni dottrina,
m’attrasse ogni lavoro.
Invidiai l’uomo
che erige un tempio
e l’uomo che aggioga un toro,
e colui che trae dall’antica
forza dell’acque
le forze novelle,
e colui che distingue
i corsi delle stelle,
e colui che nei muti
segni ode sonar le lungue
dei regni perduti.

Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
Quel che non fu fatto
io lo sognai;
e tanto era l’ardore
che il sogno eguagliò l’atto.

Laudato sii, potere
del sogno ond’io m’incorono
imperialmente
sopra le mie sorti
e ascendo il trono
della mia speranza,
io che nacqui in una stanza
di porpora e per nutrice
ebbi una grande e taciturna
donna discesa da una rupe
roggia!
Laudato sii intanto,
o tu che apri il mio petto
troppo angusto pel respiro
della mia anima!
E avrai da me un altro canto.

Laudi (del cielo del mare della terra e degli eroi)
Libro primo – Maia

Io t’abbandonai,
o mia carne, t’abbandonai
come un re imberbe abbandona
il suo reame alla guerriera
che s’avanza in armi
tremenda e bella,
ond’ei teme e spera.
Ella s’avanza
vittoriosa,
tra moltitudini in festa
che di tutti i lor beni
fan conviti al suo passare.
Attonito trasale
il re dolce, e la sua speranza
ride al suo timore;
ché non sapea di tanta
gioia e di tanta fame
ricchi i suoi schiavi,
non sé tanto possente
né di tanto feroci spini
pieno il suo dolce cuore.
Io ti saziai,
o mia carne, ti saziai
come l’alluvione
sazia la terra
che più non la riceve
ed è sommersa.
Fiumi perigliosi
precipitarono ruggendo
sopra di te perduta.
Fosti talora
come uva premuta
da fiammei piedi;
talora come neve
segnata di vestigia
cruente, d’impronte oscure;
talora come inerte
gleba; e parvemi ch’io sentissi
in te serpere ignote
radici e udissi lunge
stridere su la cote
forse una scure.
Furonvi donne serene
con chiari occhi, infinite
nel lor silenzio
come le contrade
piane ove scorre un fiume;
furonvi donne per lume
d’oro emule dell’estate
e dell’incendio,
simili a biade
lussurianti
che non toccò la falce
ma che divora il fuoco
degli astri sotto un cielo immite;
furonvi donne sì lievi
che una parola
le fece schiave
come una coppa riversa
tiene prigione un’ape;
furonvi altre con mani smorte
che spensero ogni pensier forte
senza romore;
altre con mani esigue
e pieghevoli, il cui gioco
lento parea s’insinuasse
a dividere le vene
quasi fili di matasse
tinte in oltremarino;
altre, pallide e lasse,
devastate dai baci
riarse d’amore sino
alle midolle,
perdute il cocente
viso entro le chiome,
con le nari come
inquiete alette,
con le labbra come
parole dette,
con le palpebre come
le violette.
E vi furono altre ancóra;
e meravigliosamente
io le conobbi.

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=344&id_n=39721
Da L’Innocente (Newton Compton, Roma 2011, pp. 422-423)
«Ebbi pietà di me, ebbi pietà di Giuliana, ebbi pietà di tutte le creature su cui il dolore imprime le sue stimate, di tutte le creature che tremano abbrancate dalla vita come trema un vinto sotto il pugno del vincitore inesecrabile. “Che siamo noi? Che sappiamo noi? Che vogliamo? Nessuno mai ha ottenuto quel che avrebbe amato; nessuno otterrà quel che amerebbe. Cerchiamo la bontà, la virtù, l’entusiasmo, la passione che riempirà la nostra anima, la fede che calmerà le nostre inquietudini, l’idea che difenderemo con tutto il nostro coraggio, l’opera a cui ci voteremo, la causa per cui moriremo con gioia. E la fine di tutti gli sforzi è una stanchezza vacua, il sentimento della forza che si disperde e del tempo che si dilegua…». E la vita m’apparve in quell’ora come una visione lontana, confusa e vagamente mostruosa. La demenza, l’imbecillità, la povertà, la cecità, tutti i morbi, tutte le disgrazie; l’agitazione oscura, continua, di forze incoscienti, ataviche e bestiali nell’intimo della nostra sostanza; le più alte manifestazioni dello spirito instabili, fugaci, sempre subordinate a uno stato fisico, legate alla funzione d’un organo; le trasfigurazioni istantanee prodotte da una causa impercettibile, da un nulla; la parte immancabile di egoismo nei più nobili atti; la inutilità di tante energie morali dirette verso uno scopo incerto, la futilità degli amori creduti eterni, la fragilità delle virtù credute incrollabili, la debolezza delle più sane volontà, tutte le vergogne, tutte le miserie m’apparvero in quell’ora. «Come si può vivere? Come si può amare?».

***

Da Notturno, Terza offerta (BUR-Rizzoli, Milano 2011, pp. 214-216)

Chi va verso il deserto, va verso la tentazione.
Passato Aziyeh, dall’alto della scarpata vedo a sinistra un campo di rose. Vedo, quasi in sogno, un vasto roseto dagli alti steli carnale e fiammeggiante (…).
Mi chino sulla criniera e dico: «El-Nar, che facciamo?».
Giardinieri dalla lunga tunica azzurra tagliano le rose e le coricano in cesti di sparto.
Il cuore mi palpita nella più fresca poesia; e non sa né vuole sapere se sia per obbedire allo spirito di tentazione (…).
«El-Nar, dolce compagno, se non son io ad abbandonarti la briglia, credo che non avrai mai più la ventura di galoppare attraverso un bel roseto al margine del deserto».
Detto, fatto. Spingo il cavallo giù per la scarpata. Salto il rigagno. Entro nel folto. Odo l’urlo degli uomini furibondi. Li vedo lasciare il taglio, raccogliere le lunghe mazze e precipitarsi urlando ad inseguirmi. Certo contano sui primi impacci di El-Nar che già sanguina contro le spine robuste ed esita per qualche attimo, prima di fendere col petto i cespi che non può sorvolare.
Ma basta la mia voce incitante che gli entra giù per la criniera. Non sente più le punture, non più considera gli intrichi. Una follia di fanciullo eroico ormai lo possiede e lo rapisce. Ritrova il suo galoppo alato delle sere di beiram. Distende il suo galoppo come sul piano di sabbia. Lascia dietro di sé, nel suo solco stupendo, una divina devastazione.
Ma c’è là il canale; ma ci sono là gli stagni creati dall’alluvione. I furibondi non restano. Mi volto di su la sella e li vedo brandire le lunghe mazze minacciose. Se non scampo, m’ammazzano; o mi lasciano stroncato a terra.
«El-Nar! El-Nar! Ecco l’acqua. Vola! Hai il mio cuore nel tuo cuore!».
Non misuriamo il canale se non a misura di coraggio.
Come in sogno, sollevati dalla forza del sogno, siamo di là; siamo al mergine del deserto, siamo nella regione degli iddii e dei re. (…).
Vedo la grande piramide di Cheope. Non mi volto più indietro. Gli stagni mi abbagliano come frammenti d’un cielo che crolli. Il vento è il palpito dello splendore. La poesia è la mia sostanza aerata. Il mio respiro è un canto immune dalla sillaba angusta.
Vedo sorgere dalla sabbie solari la faccia camusa della Sfinge che s’accoscia.
Arresto il galoppo davanti alla figura inaccessibile dell’Orizzonte. La parola dell’enimma è nella mia felicità che sembra in punto di spiccarsi dalla terra quando il cavallo sull’arresto s’impenna.
Balzo di sella. Sento affondare nella calda sabbia i miei due piedi umani mentre la felicità s’invola nello splendore senza limite.
«El-Nar, El-Nar, come ti hanno spronato le rose crudeli!».
Mi getto al collo del mio fratello sanguinante e schiumante. La sua criniera bipartita m’inonda. Sento tutte le sue vene e tutti i suoi muscoli tremare sotto le lacerature del suo bel manto lionato.
«Fratello mio dolce, mi vien voglia di piangere».
Lo conduco all’ombra. Mi bagno le dita nel suo sangue e nel suo sudore. Dal petto, dalla groppa gli tolgo le spine che vi son rimaste confitte. Per togliergli le spine dalle zampe, mi curvo, m’inginocchio, nell’atto dell’adorazione.
Egli piega la testa verso di me, e segue tutti i movimenti delle mie mani fraterne con i suoi grandi occhi ove l’anima arde e si dona.

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=344&id_n=39720

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