Torneranno i prati

La luna sopra il cielo terso dell’altopiano, la corona dei monti e dei boschi. La neve altissima che rende immobile ogni cosa, inutile il movimento. Una striscia nera nel terreno e un filo di fumo grigio: la ferita di una trincea nel cuore di una natura che appare sacra, innocente. La traccia nera del filo spinato sulla neve, il tintinnio dei campanacci appesi per tradire l’arrivo dei nemici. Il canto napoletano di un soldato nella notte, Comm’è bella ’a muntagna stanotte, che per un istante riscalda i cuori anche agli austriaci invisibili nell’altra trincea. È il momento di una piccola tregua nella Grande Guerra, lassù in alto tra gli avamposti, dove il gelo impedisce di combattere, mentre dalla valle sale il rombo dei mortai.

Il vecchio regista montanaro Ermanno Olmi (classe 1931) ha scelto il suo altopiano di Asiago per la Grande Guerra, quasi per condensarla in pochi segni essenziali, intimi. Ne ha preso un particolare quasi insignificante per raccontarne tutta intera la tragedia con un film dedicato, leggiamo alla fine, «al mio papà, che quand’ero bambino mi raccontava della guerra dov’era stato soldato».

Non ha ricostruito una grande battaglia, non ha voluto inscenare una requisitoria sulla «inutile strage», come la definì Benedetto XV – e fu profeta veritiero: perché quella guerra, oltre a morte e distruzione, oltre al crollo di cinque imperi e alla cancellazione delle vestigia dell’Europa cristiana, servì a gettare il concime per la Seconda Guerra e per lo sterminio degli ebrei. Olmi, con intransigente fedeltà al meglio del suo cinema, ha scelto di guardare al senso umano di quelle vicende e di quel dolore. Lasciando tutto il potere alle immagini e togliendo quasi le parole, i suoni, i colori.

Torneranno i prati è un piccolo, grande film sulla Prima Guerra mondiale che non pretende di essere una metafora universale su tutte le guerre – Olmi è troppo umile, troppo legato alla realtà e al destino di ogni suo personaggio per farlo -, ma che sa mettere negli occhi di chi guarda l’essenza della guerra, del male, dell’uomo: la sacralità strappata della vita. 

L’esile vicenda, parzialmente ispirata al breve racconto La paura di Federico De Roberto (che fu anche cronista per il Corriere della Sera nella Prima Guerra mondiale) da poco ripubblicato, si concentra su un episodio che fu purtroppo tipico di quel conflitto: l’assurdo ordine di raggiungere un rudere fuori dalla trincea, la chiamata dei volontari che, uno alla volta, dovranno uscire verso una morte certa e inutile.

Quasi l’essenza della «inutile strage». Quella strage che può tentare, sperare, di trovare un senso solo altrove: nella preghiera del cappellano che dà provvisoria sepoltura cristiana ai morti sotto la neve, nella coscienza degli uomini che si risveglia, negli occhi e nei volti emaciati dei soldati che un senso per tutto questo reclamano. E nelle parole, recitate guardando dritto in macchina, nei nostri occhi, del tenentino che scrive alla madre: «Ma senza perdono, l’uomo che cos’è?».

È tutto raggelato in una sacra rappresentazione, in un rito della memoria e dell’espiazione, il film di Olmi. Che attingendo al meglio della sua poetica lascia parlare la natura e gli sguardi, i gesti. Togliendo con grande sapienza colore alle cose. Il film è girato a colori, ma ci sono solo il bianco della neve e il grigioverde, più grigio che verde, delle divise e dei visi. E poi il nero della natura quando diventa morte. Come nella bellissima scena, quasi grafica, del bombardamento che scende sulla trincea: solo il rumore degli scoppi e solo la neve che diventa sporca, gli alberi che diventano cenere, i corpi che diventano neri.

Una negazione dell’uomo e della natura. Come il soldato che guarda il larice, l’albero più bello che d’inverno «diventa del colore dell’oro». E la bomba brucia il larice, e anche il larice diventa nero. È un film sacrale, o un sacrario?, in cui non contano le ragioni della storia. Contano i volti, i geloni, i morti, i pensieri, i sospiri. Sottolineati, quasi sottovoce, dalle splendide musiche del grande jazzista sardo Paolo Fresu.

L’umanità umile e semplice, la natura come specchio del senso della vita. Gli elementi che da sempre fanno il cinema di Olmi, da Il posto a L’Albero degli zoccoli, sono qui come stilizzati nell’estrema angoscia della morte. Ma c’è anche una riflessione sul destino dell’uomo quando insegue la violenza e il potere, come già avveniva in un altro bellissimo film di Olmi, non distante da questo, Il mestiere delle armi, in cui il regista bergamasco aveva raccontato, o meglio «messo davanti ai nostri occhi» la morte di Giovanni delle Bande Nere, uno dei più compiuti esempi dell’Uomo rinascimentale, padrone della Storia. Più che un film religioso sulla guerra, Torneranno i prati è quasi una celebrazione laica e religiosa cui partecipare con lo stesso silenzio che trasmette, e con il rispetto che suggerisce.

http://www.tracce.it/default.asp?id=277&id_n=44479

Bells of Europe

 

16/10/2012 – Anteprima del film al Sinodo dei Vescovi 2012

Nella serata del 15 ottobre, dopo la sessione sinodale, è stato presentato a un certo numero di padri sinodali il film “Bells of Europe – Campane d’Europa” sul tema dei rapporti fra il cristianesimo, la cultura europea e il futuro del Continente.
Il film presenta estratti di una serie di eccezionali interviste originali con le maggiori personalità religiose cristiane, il Papa Benedetto XVI, il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, il Patriarca di Mosca Kirill, l’Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, l’ex Presidente della federazione delle Chiese Evangeliche in Germania Wolfgang Huber e altre personalità della politica e della cultura.
Il filo unificante del film è dato dal suono delle campane dei diversi angoli del Continente e dalla fusione di una campana nell’antica fonderia di Agnone. La colonna sonora è realizzata anche con musiche del famoso compositore estone Arvo Pärt. Anche Arvo Pärt è intervistato, e spiega come sia stato appunto ispirato dal tintinnio delle campane.
Realizzato dal Centro Televisivo Vaticano in base a un’idea del Padre Germano Marani, con il supporto di diverse altre istituzioni, fra cui la Fondazione La Gregoriana, il film è ora a disposizione di RAI Cinema, che ne detiene i diritti per la diffusione televisiva e home video.
Un fascicolo con i testi integrali delle interviste realizzate in occasione del film, in versione italiana e inglese, è stato distribuito a tutti i partecipanti al Sinodo.
Da segnalare naturalmente anzitutto il testo dell’ampia intervista finora inedita del Santo Padre Benedetto XVI, che riportiamo qui di seguito:

INTERVISTA CON SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

D. – Santità, nelle sue encicliche Lei sta proponendo un’antropologia forte, un uomo abitato dalla carità di Dio, un uomo dalla razionalità allargata dall’esperienza di fede, un uomo che ha una responsabilità sociale grazie alla dinamica della carità, ricevuta e donata nella verità. Santità, proprio in questo orizzonte antropologico in cui il messaggio evangelico esalta tutti gli elementi degni della persona umana, purificando le scorie che offuscano l’autentico volto dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, Lei ha più volte ribadito che questa riscoperta del volto umano, dei valori evangelici, delle profonde radici dell’Europa è motivo di grande speranza per il continente europeo e non solo… Può spiegarci le ragioni della sua speranza?

Santo Padre – Il primo motivo della mia speranza consiste nel fatto che il desiderio di Dio, la ricerca di Dio è profondamente scritta in ogni anima umana e non può scomparire. Certamente, per un certo tempo, si può dimenticare Dio, accantonarlo, occuparsi di altre cose, ma Dio non scompare mai. E’ semplicemente vero quanto dice sant’Agostino, che noi uomini siamo inquieti finché non abbiamo trovato Dio. Questa inquietudine anche oggi esiste. E’ la speranza che l’uomo sempre di nuovo, anche oggi, si ponga in cammino verso questo Dio.

Il secondo motivo della mia speranza consiste nel fatto che il Vangelo di Gesù Cristo, la fede in Cristo è semplicemente vera. E la verità non invecchia. Anch’essa si può dimenticare per un certo tempo, si possono trovare altre cose, la si può accantonare, ma la verità come tale non scompare. Le ideologie hanno un tempo contato. Sembrano forti, irresistibili, ma dopo un certo periodo si consumano, non hanno più la forza in loro, perché manca loro una verità profonda. Sono particelle di verità, ma alla fine si sono consumate. Invece il Vangelo è vero, e perciò non si consuma mai. In tutti i periodi della storia appaiono sue nuove dimensioni, appare tutta la sua novità, nel rispondere alle esigenze del cuore e della ragione umana che può camminare in questa verità e trovarvisi. E perciò, proprio per questo motivo, sono convinto che ci sia anche una nuova primavera del cristianesimo.

Un terzo motivo empirico lo vediamo nel fatto che questa inquietudine oggi lavora nella gioventù. I giovani hanno visto tante cose – le offerte delle ideologie e del consumismo –, ma colgono il vuoto in tutto questo, la sua insufficienza. L’uomo è creato per l’infinito. Tutto il finito è troppo poco. E perciò vediamo come, proprio nelle nuove generazioni, questa inquietudine si risveglia di nuovo ed essi si mettono in cammino, e così ci sono nuove scoperte della bellezza del cristianesimo; un cristianesimo non a prezzo moderato, non ridotto, ma nella sua radicalità e profondità. Quindi, mi sembra che l’antropologia come tale ci indichi che ci saranno sempre nuovi risvegli del cristianesimo e i fatti lo confermano con una parola: fondamento profondo. E’ il cristianesimo. E’ vero, e la verità ha sempre un futuro.

D. – Santità, Lei ha più volte ribadito che l’Europa ha avuto e ha tuttora un influsso culturale su tutto il genere umano e non può fare a meno di sentirsi particolarmente responsabile, non solo del proprio futuro, ma anche di quello dell’umanità intera. Guardando avanti, è possibile tratteggiare i contorni della testimonianza visibile dei cattolici e dei cristiani appartenenti alle Chiese ortodosse e protestanti, nell’Europa dall’Atlantico agli Urali, che, vivendo i valori evangelici in cui credono contribuiscano alla costruzione di un’Europa più fedele a Cristo, più accogliente, solidale, non solo custodendo l’eredità culturale e spirituale che li contraddistingue, ma anche nell’impegno a cercare vie nuove per affrontare le grandi sfide comuni che contrassegnano l’epoca post-moderna e multiculturale?

Santo Padre – Si tratta della grande questione. E’ evidente che l’Europa ha anche oggi nel mondo un grande peso sia economico, sia culturale e intellettuale. E, in corrispondenza a questo peso, ha una grande responsabilità. Ma l’Europa deve, come Lei ha accennato, trovare ancora la sua piena identità per poter parlare e agire secondo la sua responsabilità. Il problema oggi non sono più, secondo me, le differenze nazionali. Si tratta di diversità che non sono più divisioni, grazie a Dio. Le nazioni rimangono, e nella loro diversità culturale, umana, temperamentale, sono una ricchezza che si completa e dà nascita ad una grande sinfonia di culture. Sono fondamentalmente una cultura comune. Il problema dell’Europa di trovare la sua identità mi sembra consistere nel fatto che in Europa oggi abbiamo due anime: un’anima è una ragione astratta, anti-storica, che intende dominare tutto perché si sente sopra tutte le culture. Una ragione finalmente arrivata a se stessa che intende emanciparsi da tutte le tradizioni e i valori culturali in favore di un’astratta razionalità. La prima sentenza di Strasburgo sul Crocifisso era un esempio di questa ragione astratta che vuole emanciparsi da tutte le tradizioni, dalla storia stessa. Ma così non si può vivere. Per di più, anche la “ragione pura” è condizionata da una determinata situazione storica, e solo in questo senso può esistere. L’altra anima è quella che possiamo chiamare cristiana, che si apre a tutto quello che è ragionevole, che ha essa stessa creato l’audacia della ragione e la libertà di una ragione critica, ma rimane ancorata alle radici che hanno dato origine a questa Europa, che l’hanno costruita nei grandi valori, nelle grandi intuizioni, nella visione della fede cristiana. Come Lei ha accennato, soprattutto nel dialogo ecumenico tra Chiesa cattolica, ortodossa, protestante, quest’anima deve trovare una comune espressione e deve poi incontrarsi con questa ragione astratta, cioè accettare e conservare la libertà critica della ragione rispetto a tutto quello che può fare e ha fatto, ma praticarla, concretizzarla nel fondamento, nella coesione con i grandi valori che ci ha dato il cristianesimo. Solo in questa sintesi l’Europa può avere il suo peso nel dialogo interculturale dell’umanità di oggi e di domani, perché una ragione che si è emancipata da tutte le culture non può entrare in un dialogo interculturale. Solo una ragione che ha un’identità storica e morale può anche parlare con gli altri, cercare una interculturalità nella quale tutti possono entrare e trovare una unità fondamentale dei valori che possono aprire le strade al futuro, a un nuovo umanesimo, che deve essere il nostro scopo. E per noi questo umanesimo cresce proprio dalla grande idea dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio.
«Bells of Europe – Campane d’Europa». Intervista al Papa su Cristianesimo e Europa, Sito CL